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Il potere delle prime carezze


E’  da tempo provato che l’ accarezzamento di neonati di ratto, 15 minuti al dì, per due settimane incrementa in permanenza l’ espressione dei recettori dell’ippocampo per i cortisonici (glucocorticoidi). Questo incremento potenzia la capacità  di controllo dello stress e migliora l’ adattamento dell’animale all’ ambiente. Recentemente un neuroendocrinologo canadese Michael J.Meaney ha  dimostrato che il comportamento materno  “ad elevato livello di cure della prole” induce un aumento dell’espressione dei geni che comandano la produzione di recettori per gli ormoni dello stress .

Dunque non è questione di trasmissione di geni  ma di selezione dell’espressione genica del neonato da parte di un comportamento materno. tutto ciò è confermato dal fatto che il meccanismo è potenzialmente reversibile. Infatti ,  se i piccoli di femmine a basso livello di cura vengono allevati ,  nella prima settimana, da altre ad elevato livello, questi, pur nati da madri poco  amorevoli diventano adulti “carezzoni”.  E’ su queste ed altre scoperte delle neuroscienze che Octopus associazione per la prevenzione dei danni biologici, ha in programma l’organizzazione di un convegno dal titolo ” Perchè si devono amare i bambini ” .

L’uomo che verrà: il cinema come memoria e recupero di senso


All’uscita dal cinema, dopo aver visto questo film, non chiedete al vostro compagno o compagna di poltrona: “ti è piaciuto?”. Come può piacerci l’orrore? L’orrore quello vero, non quello dei film splatter. L’orrore dell’uomo sull’uomo. Su donne, bambini e vecchi inermi. Com’erano i contadini dell’Appennino emiliano, a Monte Sole, nel territorio di Marzabotto.  Trudicidati a centinaia. A  pistolettate, mitragliate, fucilate.

Le armi, le pallottole contro i corpi di gente semplice, umile, povera, dignitosa. Spesso saggia e fatalista. Come sa esserlo chi vive seguendo i ritmi della natura. Chi ancora sa ammirare l’eccezionalità di un campo di notte rischiarato dalle flebili e danzanti lucciole.

Nascita, vita, morte. Tutto ciò fa parte del gioco. Ma non il tradimento, la cattiveria, la crudeltà. Ed è una storia che si ripete, protrae anche oggi in ogni luogo in cui vi sia una guerra. Di eserciti o criminali. Ogni volta che le armi parlano al posto di argomenti, emozioni, sentimenti.  L’umanità si divide tra chi salva e chi uccide. Da sempre.

C’è da riflettere e fare raffronti tra i dialoghi dei contadini, a tavola, nelle stalle, nei campi. E gli “argomenti” dei soldati in divisa. Uniformi, stivali, armi. Come mi diceva un amico musicista tedesco che aveva fatto la guerra: “Fai indossare a un uomo l’uniforme e cambierà da così a così”.

Conosco Tania Pedroni, cosceneggiatrice e coproduttrice esecutiva.  Mi ha raccontato che ha pianto e si svegliava angosciata per tutto il periodo di scrittura e lavorazione del film. Giorgio Diritti, regista, e tutti i collaboratori, hanno svolto un lavoro scientifico, sul piano psicologico e percettivo.  Hanno scelto le facce con puntigliosità lombrosiana. Ci sono facce che sono già storia. Facce da quadri di Ligabue. Volti, anch’essi contadini, che cinquecento anni fa ispirarono gli scultori del Sacro Monte di Varallo. Un cinema fatto di statue. Ma anche qui l’orrore di cui è capace il genere umano. In un mondo che l’uomo stesso tramuta in inferno per i suoi simili. Facce viscide, infingarde e traditrici. Che si insinuano, mescolano e confondono tra le facce di persone schiette, aperte, ospitali.

Ritorna in questo film come il precedente di Giorgio Diritti, “Il vento fa il suo giro“, l’elemento estraneo che altera l’equilibrio di una comunità.

Il fatto che “L’uomo che verrà” sia recitato in dialetto emiliano, interpretato da attori e gente presa dalla vita. L’aver trovato luoghi, stalle, oggetti che ricostruiscono la vita e l’atmosfera di quei tempi, ci fa compiere un viaggio nel tempo. Il dialetto, come nel precedente film di Diritti, crea intimità e complicità. Così ci si ritrova in mezzo a questi poveri esseri – di ogni tempo – di fronte alla crudeltà, idiozia e follia dei propri simili.  A sbirciare tutto ciò ammutoliti e attoniti come Martina, la protagonista. Se questo è un uomo, e che tipo d’uomo verrà quando ci risolveremo a cessare l’orrore, resta ancora un punto di domanda.

Le Zone Blu


Dan Buettner, esploratore e scrittore è un giornalista scientifico che ha realizzato numerose spedizioni globali interattive online.  Il libro, pubblicato dalla National Geographic, riporta le sue ricerche sulla longevità e con il termine  Zone Blu  vengono definite le  zone del globo ove vi è maggiore concentrazione di longevi. Fra le prime classificate è riportata l’isola di Okinawa, seguono la Sardegna, la cittadina di Loma Linda in California e la penisola di Nicoya nel Costa Rica. L’autore sintetizza in 9 punti i segreti di queste popolazioni  e come pneumologo che si occupa di prevenzione e longevità  nei fumatori…mi piace  sintetizzarveli  in questo blog.

Fatta la doverosa premessa che nessuno dei longevi ha mai fumato ecco i 9 punti:

1° camminare a passo relativamente svelto (5 km ora) per 30 minuti almeno 5 volte alla settimana

2° ridurre del 20 % l’apporto nutrizionale a conferma che la restrizione calorica è l’unico marker che sposta la sopravvivenza

3° puntare su una alimentazione ricca di cereali e povera di carni in particolare privilegiare le verdure crude . Mangiare tutti i giorni 25 grammi di frutta in guscio ( ricca di omega 3 ).

4° bere alcoolici con moderazione ma bere almeno un bicchiere di vino rosso al giorno ed in particolare il canonau sardo evidentemente ricco di resveratrolo integratore che  senpre più sta diventando il best seller di questi ultimi anni

5° darsi uno scopo nella vita – consiglio valido a 360 gradi in quanto l’obbiettivo è comunque di svegliarsi al mattino con una motivazione che potrebbe anche semplicemente essere quella di accudire figli o nipoti o il proprio orticello….

6° rallentare il ritmo della propria vita anche semplicemente fermandosi ogni tanto a contemplare la natura , allontanarsi dal rumore e meditare.  La meditazione sembra essere molto importante nel ridurre la infiammazione dei tessuti ed ormai è assodato che l’ infiammazione è la premessa di ogni malattia. Una alternativa alla meditazione, procedura non semplice per noi occidentali figli di Cartesio, potrebbe essere la respirazione secondo il metodo del prof. Buteiko. Esercitatevi 15 minuti due volte al giorno a fare solo 6 atti respiratori profondi al minuto e tutti i vostri parametri biologici rallenteranno. La pressione arteriosa si riduce , la frequenza cardiaca si abbassa e tutto il metabolismo rallenta. Il prof. Parati ha recentemente confermato questi dati in uno studio ad alta quota effettuato su un gruppo di volontari dell’Istituto Auxologico.

7° abbracciate una religione qualsiasi , anche il buddismo e partecipate almeno una volta al mese a riunioni di adepti.

8° occupatevi dei vostri famigliari o anche semplicemente dei vostri amici

9° abbiate un carattere gradevole e state assieme ad un amico o ad un parente  almeno 30 minuti al giorno .

ed in tutto questo pare che la genetica incida solo del 25 %  per non parlare degli eventi stocastici come quello di finire sotto una macchina…auguri cari amici e buon lavoro.

Musica e cervello del bambino


Ci voleva Pediatrics, rivista internazionale di ricerche pediatriche, per ricordarci quanto è importante la musica, in particolare Mozart, per lo sviluppo dell’infante. Anzi, addirittura del nascituro.

Incubatrice, cure mediche specialistiche e amore dei genitori – dice la nota d’agenzia. Con l’aggiunta di qualche nota firmata da Wolfgang Amadeus Mozart. Ecco la ‘ricetta’ per far crescere di più e più velocemente i bimbi nati prematuri, secondo un team dell’università di Tel Aviv.Trenta minuti di musica mozartiana in un’unica sessione giornaliera sembrano dunque un ‘toccasana’ per i bebè che vengono alla luce troppo presto, come dimostrano le analisi effettuate su un campione di neonati. L’effetto osservato sembra quello di un profondo rilassamento del bebé, che spende meno energia e ha quindi bisogno di una quantità minore di calorie per crescere rapidamente. Gli esperti se ne sono resi conto misurando la spesa energetica dei bambini prima e dopo l’ascolto delle opere di Mozart per mezzora e confrontandola con quella osservata quando erano a riposo. Effettivamente, dopo aver ascoltato la musica, i bambini diminuivano la quantità di energia spesa, un meccanismo che facilita la crescita. “Al contrario di Beethoven, Bach o Bartok – osservano Dror Mandel e Ronit Lubetzky, autori dello studio che appare sul sito dell’ateneo israeliano – Mozart ha prodotto melodie altamente ripetitive. Queste consente ai centri di ‘organizzazione’ – conclude la nota d’agenzia – della corteccia cerebrale di lavorare meglio. Ma ci sarà bisogno di approfondimenti scientifici per verificare questa ipotesi”.

Filippo Massara, ricercatore degli effetti del suono sul cervello, profondo conoscitore dei benefici della musica sullo sviluppo complessivo del bambino e, in generale, anche sul sistema nervoso centrale e periferico in ogni età della vita, lo va affermando da qualche decennio. Collaborando, tra l’altro, da anni con pediatri, neonatologi e ostetrici. Massara, frequentatore di questo blog, ha pure messo a punto una metodica: il grembo armonico. Frutto di almeno 30 anni di studi, ricerche, pubblicazioni, collaborazioni con medici, psicologi e neuroscienziati, da parte di Filippo Massara. Tutto ciò Massara l’ha detto, comunicato in convegni, scritto, pubblicato online, insegnato nei suoi corsi, ben prima di Oliver Sacks e di tutti coloro che oggi discettano sull’argomento. Ma, more solito, nemo profeta in patria.

Avatar e stati di coscienza


Chi  ha  visto Avatar,  il nuovo film di James Cameron, non è rimasto indifferente. Tutt’altro. Quasi tutti i critici e recensori ne parlano come di una “esperienza”. E di questo, in effetti, si tratta. Più che il classico film visto tanto per distrarsi o divertirsi un paio d’ore. Anche se il piacere della visione non manca. Anzi.

La trama New Age ed ecologista, si basa sulla dicotomia natura-tecnologia, interessi materiali-vissuti spirituali. L’ottusità del potere e della  prepotenza dei singoli  rispetto alla vita comunitaria, il rapporto intimo, profondo, con l’ambiente naturale. Molti i riferimenti allo zen (“Non può essere riempita una tazza già colma”), allo sciamanesimo, allo spiritualismo, alla reincarnazione (o alla trasmigrazione dell’anima o meglio, della coscienza, qui tentata in modo scientifico e temporaneo, poi ottenuta stabilmente per via sciamanica – da cui il seguito del prossimo Avatar), alle esperienze fuori dal corpo (OBE, out of the body experience), al soprannaturale e al misticismo. Produttore esecutivo di Avatar è del resto Colin Wilson, studioso e profondo conoscitore di tutte le tematiche connesse al paranormale, autore di molti saggi su temi esoterici e parapsicologici, oltreché nell’ambito della fantascienza. Con Avatar, Wilson e Cameron hanno realizzato un vero e proprio compendio di temi esoterici e paranormali contrapposti alla scienza positivista. E ci hanno messo dentro temi da inconscio collettivo, come quello del “doppio” o della “grande madre”. Un film decisamente junghiano.

Il viaggio in un altrove generato dalla geniale mente di Cameron è assicurato. Si tratta di una anticipazione delle esperienze sensoriali di realtà virtuale che, da qui a qualche decennio, consentiranno di viaggiare in mondi, reali o immaginari, fantastici e perfetti in ogni particolare, totalmente creati dai computer. I sogni diventeranno sempre più parte della nostra realtà. Anzi, il confine tra onirico e reale sarà un concetto sempre più sfumato.

Cameron ha inseguito la realizzazione di questa storia in 3D per diversi anni, attendendo che la grafica computerizzata evolvesse al punto di poter realizzare un progetto così ricco e complesso.  Riuscendo ora a realizzare il film più costoso di tutta la storia del cinema. Ma pure destinato a diventare il più visto. Dando luogo ad una nuova saga fantascientifica.

Come riferisce Massimo Gaggi (Corriere della Sera, 30.01.10) Cameron ha atteso l’evoluzione delle nuove tecnologie, che gli hanno consentito di “perfezionare la cinematografia tridimensionale fino a realizzare sequenze flash nelle quali le immagini vengono proiettate alternativamente all’occhio destro e a quello sinistro ma a una velocità tale – 24 volte al secondo – dal dare allo spettatore la sensazione della simultaneità”.

James Cameron è ben addentro anche alle questioni neuropsicologiche attuali. Quando gli chiedono se nel suo lavoro relativo ad Avatar prevalga più l’arte o l’ingegneria, risponde che ha dovuto utilizzare “tutti e due i lobi del cervello, quello della creatività, indispensabile per emozionare gli spettatori, e quello della disciplina perché altrimenti sarebbe impossibile condurre in porto un film. Un’impresa nella quale centinaia di ingegneri e tecnici informatici hanno lavorato per due anni  e mezzo a creare immagini e sfondi prima che sul set arrivasse il primo attore. Che poi è stato costretto a recitare in una stanza vuota, su uno sfondo bianco”.

Sulla simbologia del film, Cameron risponde: “Il film contiene messaggi universali, è contro tutti i colonialismi, dall’impero romano alle conquiste spagnole, fino ai giorni nostri”. L’abilità e la furbizia del film è pure quella di evocare vari ricordi e immagini sedimentati nella nostra memoria. Dai nativi americani, agli Incas e ai Maya, ad esempio, con rispettivi morfologie, credenze e rituali. “Vuole trasmettere il suo messaggio attraverso le emozioni – prosegue Cameron. Usa idee semplici. Qualcuno dice semplicistiche. Io rispondo: no, viscerali”.

Cameron ha creato un mondo e un linguaggio. Su un altro pianeta. Da un’altra parte. E ci consente di visitarlo. Anzi, di entrarci dentro. Come avatar, appunto. Il termine, ormai in uso nella blogsfera come sinonimo di “personalità digitale”, deriva in effetti dal sanscrito, col significato di incarnazione, o meglio, discesa in terra  della divinità. Un po’ divinità lo siamo, quando ci muoviamo in un ambiente di realtà virtuale. E l’avatar di Cameron si muove e interagisce, con un altro suo sé, in un pianeta extraterrestre. Il pianeta Pandora, terra esotica situata nel sistema stellare di Alpha Centauri.

Cameron (non dimentichiamo che, oltre che regista e specialista in effetti speciali, è pure uomo di scienza, laureato in fisica) non ha lasciato nulla al caso, sia dal puno di vista tecnico che simbolico. Avatar, Pandora, Alpha Centauri: sono tutti lemmi che evocano nella nostra mente sensazioni, emozioni, ricordi. E il suo Avatar è una esperienza di modificazione dello stato di coscienza allo stato puro.

Il cinema concede al nostro cervello di vivere un lasso di tempo sganciato dalla realtà personale, per farsi catturare da quella narrata sullo schermo. Per questo il cinema è anche terapeutico.  Avatar è questo tipo di esperienza, onirica ma eccezionalmente reale, ai massimi livelli. C’è pure la possibilità di proseguire l’esperienza a casa nostra, attraverso una webcam, collegandosi a Pandorama.

Non sappiamo ancora se visitatori alieni giungano fin qui a bordo di misteriose quanto inafferrabili astronavi (per non parlare delle arzigogolate quanto flebili tracce nei campi di grano). Ma la nostra voglia di entrare in contatto con altri mondi e altre genti galattiche, in parte soddisfatta da una produzione fantascientifica sempre più evoluta e sofisticata, è certamente molto reale ed intensa.