• marzo: 2019
    L M M G V S D
    « Feb    
     123
    45678910
    11121314151617
    18192021222324
    25262728293031
  • Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

    Segui assieme ad altri 1.380 follower

  • Statistiche del Blog

    • 295.061 hits
  • Traduci

Palle di Natale: come nasce la fake news dello spirito natalizio nel cervello e altre storie interessanti sul perché ci piace oppure detestiamo il Natale


CervelloNatalizio_ImmagineNon c’è verso di fermarla. È una palla o, se preferite, una  fake news dichiarata dagli stessi autori. E pure dalla rivista scientifica che tre anni fa l’ha pubblicata. Eppure anche quest’anno non sono mancati articoli sul “Natale cerebrale” con titoloni tipo il seguente:  “Perché ami il Natale? Nel tuo cervello esiste il “cassetto del Natale” che te lo fa amare, lo dice la scienza. Lo spirito del Natale non è solo una sensazione: secondo uno studio è proprio dentro la tua testa e si attiva nel periodo natalizio”.

Notare: lo dice la scienza. Peccato, anzi per fortuna, che pure la scienza, anzi gli scienziati, ogni tanto hanno voglia di scherzare. Hanno voglia di fare qualche scherzo per vedere l’effetto che fa. Specie durante il periodo natalizio. Se dovessi tenere una conferenza o una lezione sulle fake news, ebbene questa del “cervello natalizio” avrebbe un posto d’onore. Cerchiamo di capire assieme perché. Parte da una ricerca formalmente corretta sotto il profilo scientifico: un campione di persone viene sottoposto a neuroimaging, cioè la visualizzazione radiologica del cervello in attività, mentre vengono loro mostrate delle immagine riferite al Natale. Cosa accade? Che in una parte di queste persone si attivano delle aree cerebrali, che burlescamente vengono associate allo “spirito natalizio”.

Com’è nata la fake news “scientifica” dei “neuroni del Natale”?

Burlescamente perché la rivista medica internazionale di alto livello che ha pubblicato la ricerca, il British Medical Journal (BMJ), nel numero che precede le festività natalizie è solita pubblicare articoli scritti da ricercatori realmente esistenti, attraverso procedure sperimentali validate, ma dal contenuto e soprattutto dalle conclusioni farsesche. Ne risultano comunque comunicati stampa che alcuni giornalisti, e non pochi in questo caso, anche a distanza di tre anni, prendono per buona la notizia parascientifica. Come mai?

Ci sono almeno tre elementi in questo caso che hanno fatto funzionare la trappola (nonostante la dichiarata ed evidente burla): l’autorevolezza di base della rivista medica, il fatto che i firmatari dell’articolo siano in effetti neuroradiologi e neuroscienziati titolati dell’Università di Copenhagen, le immagini di attivazione delle aree cerebrali. Queste ultime, in particolare, esercitano sempre un grande fascino a livello mediatico. Tanto da fare prendere per buone molte asserzioni francamente campate per aria. Ma l’aspetto preoccupante è che fino ad oggi, almeno nel nostro paese, nessuno si sia mai preoccupato prima di scrivere dello “spirito natalizio nel cervello” di assolvere alla prima, suprema regola della scuola di giornalismo: verificare la fonte.

Nessuno né che si sia letto il lavoro originale, accontentandosi invece della “notizia” riciclata da più parti ogni anno sotto Natale e costantemente presente in rete, né tantomeno che abbia fatto lo sforzo di sentire il primo autore del lavoro-burla sullo “spirito del Natale nel cervello”: quel tal  Anders Hougaard che ogni anno sotto Natale seguita a farsi sane sghignazzate per una burla non solo andata a buon segno, ma addirittura protrattasi dal 2015 ad oggi. Sul numero della rivista Mind. Mente & Cervello di questo mese abbiamo pensato bene di andare alla fonte della burla natalizia intervistando il neuroscienziato danese Anders Hougaard e, già che c’eravamo, pure due antropologi e uno psicologo esperto di neuromarketing per capire un po’ come mai il Natale susciti sempre tante attese, metta in moto tante emozioni sia positive che negative e, alla fin fine, si sia finto col diventare la più grande kermesse commerciale dell’anno. Qui vi proponiamo parti delle interviste che non compaiono sul numero di Mind di dicembre 2018.

Intervista a Anders Hougaard lo “scopritore” dello “spirito natalizio nel cervello”

Anders Hougaard, medico, ricercatore in neuroscienze, University of Copenhagen, Danish Headache Center, Glostrup Hospital, Faculty of Health and Medical Sciences

 Il suo lavoro sullo “spirito natalizio” nel cervello è spesso citato come “formalmente corretto” ma in linea con lo “spirito ironico” del numero di dicembre del BMJ: è così? È solo uno “scherzo scientifico”? Come si spiega che venga continuamente citato come “veritiero”?

Anche se questo studio natalizio è inteso come uno scherzo, la sua metodologia è molto simile alla maggior parte degli studi di neuroimaging funzionale e altrettanto solida. Perché le persone, sia i neuroscienziati che i profani, non sono più critici nei confronti di studi come questo? È importante capire che le persone hanno interesse, consapevolmente o inconsciamente, a sovrainterpretare tali studi. Gli scienziati vogliono che i loro lavori vengano pubblicati. Gli editori vogliono che le loro pubblicazioni siano lette e citate dagli scienziati. I media vogliono trovare storie interessanti che vengono lette e condivise dal pubblico. Le immagini piacevoli e l’idea irresistibile che queste rappresentino la funzione vera e specifica del cervello rendono tutto più facile. Il neuroimaging funzionale è una tecnologia molto utile per lo studio del cervello umano vivente. Sfortunatamente gli studi a volte non sono fatti con sufficiente rigore e sono inclini a interpretazioni errate. Questo è il punto che stavamo cercando di fare comprende in questo lavoro, in modo umoristico.

Lo studio utilizzava una tecnologia comune chiamata BOLD-fMRI. Questa non è una misura diretta dell’attività delle cellule nervose, ma piuttosto una misura del livello di ossigeno nel sangue all’interno del cervello. Ciò è influenzato da molte cose, non solo dalla risposta del cervello allo stimolo che viene studiato, ma comprende anche la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la pressione sanguigna dei soggetti e tutto ciò che potrebbe influenzare tali fattori, ad esempio l’ansia durante la procedura di scansione.  Come si può intuire, c’è già molta incertezza a questo punto. Non sappiamo esattamente cosa stiamo registrando. Riduciamo parti relativamente grandi del cervello in piccoli pezzi e ricaviamo la media delle registrazioni su un lungo periodo (le immagini alla fine mostrano una media su molti minuti). Ricaviamo solo uno sguardo molto approssimativo su cosa stia succedendo. Le immagini rappresentano spesso l’ “attività” media in gruppi di persone, non in individui. C’è anche il rischio che ciò che vediamo alla fine non sia reale, ma semplicemente errori di calcolo.

Intervista a Franco La Cecla, antropologo: il significato del Natale 

Sappiamo che, come lei lo definisce, il “nostro natale”, è la sintesi, il sincretismo di riti, simboli, miti ancestrali, associati a quelli della “nascita di Gesù Bambino”. Ma a quali esigenze profonde risponde la lunga celebrazione, nella varie modalità, del Natale?

Il nostro Natale si allaccia ad una ritualità che è molto più antica del cristianesimo. Un antropologo italiano, Augusto Cacopardo, è stato per parecchio tempo tra una popolazione nelle montagne del Pakistan, i Kalash che hanno un rito per l’anno nuovo dove si usa il pungitopo, il vischio e dove si celebra la nascita del nuovo anno con modalità che somigliano molto al nostro Natale. È una popolazione indoeuropea che probabilmente è arrivata qui con Alessandro Magno e ha mantenuto, in una zona tutta islamica, una religione animista legata molto al rinnovarsi delle stagioni. Coltiva le viti, unica popolazione del Pakistan a fare questo e ha dei canti collettivi per celebrare la nascita dell’anno. Il Natale è proprio questo, lo stupirsi del rinnovamento della natura, del ritorno delle stagioni, l’accorgersi che c’è una rinascita presente nella natura stessa. Il Bambin Gesù è il simbolo della possibilità ciclica di ricominciare, il ritorno all’infanzia del mondo.

In un suo scritto cita anche, ironicamente, l’assassinio di Babbo Natale, facendo in seguito intendere che rappresenti una sorta di “divinità moderna”: possiamo davvero farne a meno?

Claude Lévi-Strauss parla dell’uccisione di Babbo Natale perché effettivamente quando la figura di Pere Noel appare nella Francia Cattolica del diciannovesimo secolo c’è una reazione di scandalo, di chi pensa che sua una figura pagana e quindi una forma di anti-cristo da eliminare. Babbo Natale è in qualche modo, nel suo provenire dal Nord Europa, il contrappunto all’infanzia del mondo, è il grande vecchio che è preposto a una funzione fondamentale, quella del “dono”. Il dono è una categoria fondamentale nell’antropologia. Perché esso ricorda che c’è una reciprocità che tiene legate le persone e perché presuppone da una parte l’idea della gratuità dei doni della natura e dall’altra il fatto che ci sono cose che non è possibile né bene restituire. La gratuità ricorda un “eccesso” verso di noi a cui non è possibile rispondere fino in fondo.

Intervista a Pietro Meloni, antropologo del consumo, Università di Siena: il consumismo del Natale

Perché il Natale è tanto centrato sul regalo, sul dono? Da cosa nasce questo comportamento collettivo?

Il dono è una categoria che ha avuto particolare fortuna in antropologia e nelle scienze sociali. Non mi è possibile qui richiamarla se non a grandi linee, dicendo che il fondamento del dono è quello di costruire relazioni sociali attraverso tre principi di obbligatorietà: dare, ricevere, ricambiare. Il Natale odierno rappresenta un evento in cui il dono, quindi la volontà di costruire legami sociali duraturi tra persone, ritorna in primo piano. I genitori sento l’obbligo di donare ai propri figli ma, sapendo che il dono si fonda sull’obbligo del ricambiare, utilizzano Babbo Natale come intermediario, uno sconosciuto che libera i bambini dall’obbligo di sentirsi in debito con i propri genitori. Babbo Natale ha anche un’altra funzione, se libera i bimbi dall’obbligo della reciprocità al tempo stesso insegna qualcosa sulla gratuità del dare, educandoli all’importanza della trasmissione dei beni.

Dal punto di vista dell’antropologo dei consumi, l’ansia e la smania degli acquisti sotto Natale è unicamente una risposta al marketing? Ad esempio: gli ipermercati e i negozi iniziano sempre più in anticipo a “evocare il Natale”, a volte già dai primi di novembre. 

Se rispondessi che l’ansia degli acquisti di Natale è una risposta al marketing, direi qualcosa di ovvio ma anche fortemente impreciso. L’antropologo Arjun Appadurai ha brillantemente ribaltato l’idea che, nei riti, il consumo sia la riflessione del tempo che marca la ritualità.  A suo avviso, invece, è il consumo che regola la periodicità, creando il tempo del rito. Cosa significa? In una società sempre più individualista il Natale rappresenta un momento in cui le relazioni sociali all’interno della famiglia possono essere ricostruite e rinnovate, principalmente attraverso lo scambio dei doni. La scelta dei doni rivela l’attenzione che abbiamo verso le persone amate (genitori, partner, figli, amici) e per questo motivo la pianificazione allunga i tempi del consumo. Cosa dobbiamo regalare a chi amiamo? Cosa desidera? Chiaramente pochi prenotano un regalo di Natale con un anno di anticipo perché pochi hanno idea di cosa vorrebbero. Il motivo è che i nostri desideri sono dettati dalla moda (pensiamo agli oggetti tecnologici, o all’abbigliamento) e finché la moda non diviene chiara, la maggior parte delle persone non sa ancora cosa vuole regalare. In autunno la moda inizia a lanciare i primi segnali, così che vi sia tutto il tempo per decidere senza correre il rischio di rimanere senza l’oggetto desiderato, cosa che potrebbe facilmente accadere se aspettassimo gli ultimi giorni. I tempi dilatati della ritualità collettiva sono in questo caso strettamente collegati alla moda, al consumo e al mercato. Essi permettono la formazione del desiderio, influenzato da un immaginario consumistico. Il tempo si dilata anche perché il dono prevede una nostra partecipazione emotiva che deve essere ben visibile nel momento in cui doniamo qualcosa a qualcuno.

Lei vive e insegna in una città come Siena in cui le tradizioni hanno un loro peso: che differenze rileva tra il Natale delle grandi città e quello dei piccoli centri?

Siena è una piccola città, le cui tradizioni hanno un peso notevole, dove la sfera del religioso e quella del folklore si intrecciano spesso. Il 13 dicembre, quindi in pieno periodo natalizio, si festeggia Santa Lucia; i senesi vanno nella chiesa a lei dedicata e si fanno benedire gli occhi e poi comprano nelle bancarelle allestite nel rione, le campanine di Contrada, ossia delle piccole campane di ceramica, terracotta o altri materiali, che rappresentano l’animale totemico e portano i colori di una Contrada di Siena. Le si compra per i bambini, come dono e come modo per farli familiarizzare con i simboli delle Contrade e del Palio di Siena. Ma questo è solo un esempio. Per altri versi il Natale è una forza pervasiva che riproduce un immaginario altamente condiviso a livello nazionale, sia che si tratti di grandi città sia di piccoli centri. Il bisogno di ritrovare parenti e amici, ristabilendo relazioni sociali che spesso si allentano durante l’anno, è comune a chi vive in città come a chi vive in paese. La scelta del menu si riproduce in modo del tutto simile dalla metropoli al piccolo paese, secondo le regole tradizionali regionali.

Certo, la città offre un accesso al mondo delle merci – che sono poi il centro del Natale – solo immaginabile nei piccoli paesi. Vi è quindi una differenza di scala non di desideri.

Siena è poi una città ricca, o almeno lo è stata fino in tempi recenti, e questo si riflette sull’immagine pubblica che offre di sé. L’albero di Natale in piazza Salimbeni, dove ha sede il Monte dei Paschi, è sempre sfarzoso e ben curato – non come lo “spelacchio” di alcuni anni fa che ha fatto tanto arrabbiare i romani. Diciamo che il Natale è un momento in cui le amministrazioni comunali entrano in competizione tra di loro per mostrare maggior sfarzo e opulenza, che si traduce nella cura per il proprio cittadino. C’è comunque qualcosa che lega le grandi città a quelle piccole nel periodo natalizio, ed è la necessità di rallentare il tempo, di sospenderlo in qualcosa di indefinito, che sfugge alla regolarità dei ritmi quotidiani.

Una domanda provocatoria: “consumiamo il Natale” o siamo più “consumati dal Natale”? 

Daniel Miller, antropologo londinese, sostiene che le cose che non possediamo alla fine ci possiedono. Possiamo dire che il Natale porta con sé aspetti positivi e negativi, sapersi muovere tra questi ci permette di consumarlo senza esserne consumati.

La tradizione natalizia, come ogni tradizione, ha aspetti rigidi, che disciplinano i nostri comportamenti. Pensiamo al menu natalizio che raramente mette d’accordo tutti i commensali. Per alcune persone, specie nel centro-nord, il Natale è sinonimo di cappelletti in brodo e lesso. Nel centro-sud è il pesce a caratterizzare il menu della vigilia. Queste regole sono rigide, irriflessive, le persone non intendono trasgredirle al punto da discutere magari con il figlio o l’amico vegetariano che avrebbe desiderio di mangiare qualcosa di diverso.

Portiamo un esempio politico. Negli ultimi anni il Natale è diventato anche un modo per rivendicare, attraverso la cristianità, identità politiche che si nascondono dietro una tradizione religiosa. I dibattiti sul presepe, sull’obbligo di farlo e sui presunti divieti paventati da alcuni politici sono un esempio di come le tradizioni possano essere usate per assumere posizioni rigide, che ci consumano più che permetterci di consumare.

Prendiamo infine un ultimo esempio più consumistico, quello del desiderio del dono. Dicevo all’inizio che la teoria classica del dono prevede tre principi di obbligatorietà: dare, ricevere, ricambiare. Se ci pensiamo è così che funziona il Natale, nel momento in cui la famiglia si ritrova insieme per scambiarsi i doni. Ecco, l’obbligo del ricevere significa che non possiamo rifiutare il dono che ci viene offerto, perché sarebbe altamente offensivo, in quanto significherebbe rifiutare un rapporto di alleanza. Allora, quando riceviamo qualcosa che non corrisponde alle nostre aspettative dovremmo recuperare il significato più profondo del dono, che non riguarda l’oggetto che desideravamo ma il fatto che attraverso i doni le persone si scambiano promesse di amore, di amicizia, di fiducia – cose che, ad esempio, hanno molto più valore di qualsiasi smartphone.

Intervista a Vincenzo Russo, professore associato di Psicologia dei consumi e neuromarketing. Coordinatore del Centro di Ricerca di Neuromarketing “Behavior and Brain LabIULM”: il neuromarketing del Natale 

In ambito psico-antropologico si è soliti dire che il Natale come lo conosciamo oggi è una tradizione “totalmente inventata” nel dopoguerra, una “festa sincretica” frutto di una abile operazione di marketing, soprattutto di matrice statunitense: è così dal pdv dello psicologo dei consumi? Se sì, ce ne rendiamo conto, oppure tutto ciò opera ormai su di noi in modo inconsapevole e “automatico”? 

Dire che il Natale sia una tradizione totalmente inventata, seppur con le modifiche apportate dalla società dei consumi, mi sembra un po’ eccessivo. Il Natale è sempre stata una importante ricorrenza religiosa con forti connotati simbolici, affettivi e comunitari. Sono proprio questi aspetti che hanno permesso al mondo del marketing di agire efficaci strategie per rinforzare certi comportamenti di consumo e di promuoverne di nuovi. Valorizzando la dimensione emozionale che caratterizza il Natale in cui si è più propensi alla positività, più inclini verso gli altri e più predisposti alla convivialità, le strategie di marketing hanno avuto una maggiore facilità di azione. Si tratta di un’occasione per sfruttare al meglio uno dei tanti momenti che scandiscono l’agenda annuale in cui è possibile “influenzare” i comportamenti dei consumatori. Basti pensare ad altre importanti ricorrenze con forti connotati emozionali come San Valentino, la Pasqua, l’ormai consolidata festa di Halloween (culturalmente e storicamente lontana dalla tradizione italiana), per rendersi conto di quanto numerosi siano i momenti dell’anno in cui la dimensione emozionale, legata alla tradizione, orienta profondamente i comportamenti di consumo. Non mi stupisce se il marketing colga queste occasioni per rendere usuali azioni e comportamenti di consumo.

Il Natale è anche definito come “rito universale”: utilizzando gli strumenti del neuromarketing quali sono gli stimoli, le suggestioni, le emozioni che colpiscono i nostri sensi e il nostro cervello durante il periodo natalizio?

Le strategie di fondo sono sempre le stesse, ma, in questo specifico periodo dell’anno, implementate sia in termini quantitativi che qualitativi. Il numero e la qualità degli stimoli sonori, visivi e olfattivi si potenziano in maniera vertiginosa. Siamo circondati da luci sfavillanti che rendono “gradevoli” ambienti e spazi urbani. Si tratta di stimoli con una fortissima connotazione spazio-temporale in grado di essere identificabili con i valori del Natale, o almeno così ci sembra grazie alle persistenti azioni di marketing. Si pensi per esempio alla prevalenza del rosso tipico di Babbo Natale (immagine realmente costruita dal marketing) o del bianco. Sono strategie in cui la dimensione emozionale gioca un ruolo determinante. D’altra parte dagli anni Settanta in poi gli studi offerti dall’economia comportale e dalle neuroscienze hanno dimostrato che gli esseri umani, lungi dall’essere esclusivamente razionali, si lasciano guidare dalle dinamiche affettive nei processi decisionali, razionalizzando e giustificando con la ragione ciò che è stato in realtà scelto e preferito con l’emozione. Insomma “non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano”. In questo contesto l’uso di stimoli che in maniera inconsapevole riescano ad attivare emotivamente è alla base delle principali strategie. Basti pensare alla forza emozionale della musica natalizia. Diversi studi sia classici che neuroscientifici hanno dimostrato come il ritmo, il timbro o il volume della musica di sottofondo siano in grado, non solo di emozionare e quindi attivare comportamenti conseguenti inconsapevoli, ma anche di fare percepire l’ambiente circostante e gli stimoli in maniera del tutto diversa. In un recente studio, si è dimostrato come la percezione della dolcezza di un prodotto potesse essere fortemente influenzata dalla tipologia di musica di sottofondo durante l’assaggio.  La musica ad alta frequenza fa percepire una mousse al cioccolato o un vino più dolce. In genere questo tipo di musica è un po’ più “dolce” rispetto quella a bassa frequenza. Questa “dolcezza sonora” contribuisce prepara il nostro cervello a percepire diversamente gli stimoli per un meccanismo di coerenza, senza che i consumatori ne siano consapevoli

Durante il Natale sembrano potentemente all’opera fenomeni ampiamente studiati dal neuromarketing come il “priming” e il “framing”: è così? Ce ne vuole spiegare le modalità? 

In un momento caratterizzato da valenze simboliche, sociali, affettive e di comunità, è più facile usare le soluzioni offerte dalle ricerche neuroscientifiche o dall’economia comportamentale. Il priming, ovvero quel processo di processo di associazione in grado di rendere più immediate e facili certe associazioni di idee o schemi comportamentali, è molto usato durante il Natale. La presenza di luci, colori e musiche capaci di promuovere una visione positiva della vita e di migliorare l’umore dei consumatori ha certamente un effetto sui comportamenti di consumo. Persone felici tendono ad essere più predisposte all’acquisto natalizio. L’ottimismo smuove i mercati, si dice… A volte l’acquisto stesso viene percepito come un perfetto palliativo per la tristezza o per un momento di sconforto. Sappiamo che il consumo di cibo o la giustificazione (natalizia) per l’acquisto di un regalo hanno la capacità di attivare il nostro sistema dopaminergico (ovvero quello che determina lo stato di benessere) rendendo più felice la persona. Da qui i meccanismi che possono sfocare nel consumo compulsivo. Durante il Natale, l’attivazione di emozioni positive per associazione dipende dalla propensione della mente a immaginare gli eventi correlati tra di loro in maniera sequenziale. Questo processo di associazione non è l’esito di valutazione cosciente, ma una sorta di preparazione all’azione coerente con l’evento precedente. Si comprende bene come l’uso di stimoli di innesco (definito prime) come il colore rosso (che tra l’altro facilita anche l’attivazione fisiologica) possa attivare certe azioni o idee. Lo stesso vale per il framing ovvero l’efficacia della strategia del “modo di presentare” le offerte. Questo meccanismo condiziona la valutazione degli eventi secondo le informazioni con cui verrebbero presentati, che vi fanno appunto da “cornice”. Presi dal turbinio emozionale del Natale, la funzionalità del framing cresce significativamente. In questo caso non è difficile credere che, per la cena di Natale, sia meglio acquistare una carne magra al 75%, piuttosto che una carne grassa al 25%.

Evidence of a Christmas spirit network in the brain: functional MRI study.Hougaard A, Lindberg U, Arngrim N, Larsson HB, Olesen J, Amin FM, Ashina M, Haddock BT.BMJ. 2015 Dec 16;351:h6266. doi: 10.1136/bmj.h6266.

Pierangelo Garzia, Il cervello natalizio, MIND, dicembre 2018 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scambio di informazioni cervello-cervello: da fantascienza a realtà


Mind-melds-e1509130881625(Post di Franco Zarattini, neurologo) Comunemente si ritiene che di solito venga impegnata una parte ridotta del nostro cervello, mentre il suo potere cognitivo potrebbe avere un ulteriore sviluppo utilizzando tutte le capacità disponibili per un balzo in avanti. Telepatia e potenzialità cerebrale recondita da far emergere hanno sempre appassionato l’umanità, perché la possibilità di inviare pensieri direttamente al cervello di un altro individuo è sempre stata ritenuta fantascienza almeno fino a pochi giorni or sono.

Il primo collegamento cervello-a-cervello

I ricercatori dell’Università di Washington e dell’Università di Carnegie sono riusciti a collegare i cervelli di due differenti individui per primi al mondo. Tra i ricercatori lavora anche Andrea Scotto (nato a Palmanova e laureato a Trieste in Scienze delle Comunicazioni completando gli studi con un dottorato in psicologia) che già nel 2015 con i suoi colleghi dell’Università di Washington aveva impiegato questo metodo per connettere due individui mediante un’interfaccia cervello-a-cervello.

La ricerca è stata spiegata in questo modo “vi illustriamo BrainNet che, per quanto ci è dato sapere, è la prima interfaccia non invasiva cervello-a-cervello per la risoluzione di problemi collaborativi” ricordando che è stata pubblicata nella Libreria dell’Università di Carnegie.

I ricercatori hanno collegato la mente di tre individui rivelatisi capaci di confrontarsi amichevolmente durante un gioco di società. Si è trattato della prima volta che un’interfaccia cervello-a-cervello è riuscita a mettere in contatto i cervelli di tre individui, collegandoli con degli elettrodi posizionati sul capo (cuoio capelluto) con modalità bipolari (ogni elettrodo è collegato con il successivo) di tre individui scoprendo cosa potevano fare. Questo è il vero punto di svolta dello studio: secondo i ricercatori in futuro la connessione potrà essere sviluppata ed ampliata fino a divenire il primo “social network” di cervelli abilitato a trasmettere il pensiero. Indubbiamente ci confronteremo nei prossimi anni con questa grande scoperta che ha evidenziato come tre individui possono scambiarsi informazioni senza ricorrere al linguaggio verbale o visivo, unicamente tramite schemi di attività neurale.

Credo che sia lecito chiedersi innanzitutto come sia stato possibile. Ecco la soluzione: i ricercatori hanno riunito più gruppi di tre individui, organizzandoli in modo che in ogni gruppo fossero inseriti due “mittenti “ ed un “ ricevitore “.

Come sono stati collegati i cervelli

Per farla breve i tre individui vengono collegati a degli elettroencefalografi, come sopra chiarito. I mittenti guardando lo schema di un gioco, decidono sul modo di spostarne un blocco o ruotarlo, come sarebbe possibile con un mattoncino di Lego. I segnali neurali vengono decodificati in tempo reale da un elettroencefalogramma (EEG). Proseguendo nella connessione le decisioni dei due mittenti vengono trasmesse al cervello del ricevitore, che non vede la schermata del gioco, in quanto riceve queste informazioni tramite il sistema ben diverso della stimolazione magnetica transcranica (TMS, vedi nota).

Il ricevitore prosegue unendo le informazioni ricevute dai mittenti e decide come agire. Elaborate le sue decisioni invia la sua risposta con l’EEG ai mittenti, che proseguendo possono inviare un feedback al ricevente. La buona notizia è supportata dalla constatazione che questa connessione non solo ha funzionato su un gruppo di tre individui, ma anche su più gruppi. I ricercatori hanno pure sottolineato che i destinatari erano in grado di capire quale mittente fosse più affidabile basandosi sulle informazioni inviate al loro cervello. Pertanto nella comunicazione si configura una forma più complessa ed appropriata di dialogo includendo una valutazione di attendibilità, che oltrepassa la mera comunicazione. Se nel piano di ricerca non ci fossero solide basi scientifiche, sarebbe quasi magia!

La stimolazione magnetica transcranica (TMS)
Si tratta di una stimolazione profonda indolore e non invasiva del cervello mirata ad ottenere risposte dall’area cerebrale interessata per modificarne l’eccitabilità e la plasticità. Questo dispositivo approvato dalla Food and Drug Administration ( FDA ) è largamente utilizzato nella ricerca e da qualche anno pure in ambito clinico per curare disturbi psichiatrici e neurologici come la depressione maggiore, le psicosi allucinatorie e la malattia di Parkinson.

Vedi anche: 

II ritorno della telepatia alla Duke University di Durham, tra topi

Intervista a Dean Buonomano: il tuo cervello è una macchina del tempo


Neurobioblog_IlTuoCervelloèUnaMacchinaDelTempo (2)Immaginata in decine di film, telefilm, serie tv, fumetti, videogiochi, racconti e romanzi di fantascienza. A partire da quel La macchina del tempo di H. G. Wells. E di quell’incantevole, suggestivo film, quello originario ispirato al romanzo di Wells, che avrò visto almeno una dozzina di volte, e ogni volta ne sono rapito, L’uomo che visse nel futuro del regista George Pal. Per non parlare della saga di Ritorno al futuro.

Sono affascinato, anzi ossessionato dai viaggi nel tempo. Se davvero esistesse la macchina del tempo mi offrirei subito volontario. Anche a rischio di non fare mai più ritorno. Nel passato o nel futuro. Più facile si vada nel passato, che ha lasciato una traccia, sostengo alcuni. Va bene. Fatemi approdare ai tempi degli alchimisti. Fatemi girovagare tra alambicchi e atanor di trasmutatori di metalli. Fatemi incontrare Giordano Bruno. Dialogare con Cagliostro. Fatemi assistere alle sedute pubbliche di magnetismo di Mesmer. Fatemi vedere Leonardo al lavoro. Charlie Chaplin su set di un suo film. Fatemi ammaliare dal fascino di Cleopatra. Accidenti. Sto descrivendo tutte cose che sono sedimentate nella mia memoria. Mentre ne parlo quasi le vedo. Nutrito da libri. Film. Cose apprese da altri. Difatti è proprio questo il punto.

La macchina del tempo esiste già. Esiste da sempre. Dentro la nostra testa. Nel cranio. Immersa nel liquido cefalorachidiano. Sempre a disposizione. Di giorno e di notte. Anzi, proprio di notte parte di suo per viaggi fantastici. Incredibili. Non ne può fare a meno di viaggiare nel tempo. Ritorna a luoghi dell’infanzia. Rimescola ogni livello temporale. I vivi con i morti. La nostra mente. Il nostro cervello. Percorso ogni istante da microscopiche scariche elettriche. Inondato da flussi di neurotrasmettitori. La macchina del tempo dentro di noi, dentro la nostra testa, è sempre disponibile a viaggiare attraverso il tempo. Mentre ascoltiamo una canzone. Un brano musicale. Una sinfonia. Mentre ci troviamo in un luogo. Mentre sentiamo suoni e profumi immersi nella natura. Mentre visitiamo una mostra. Un museo. Un luogo della memoria, appunto. Per tornare col ricordo a un antico amore. Un viaggio che non scorderemo mai. Per anticipare le gioie e le preoccupazioni di un figlio. Un lavoro. Una impresa. Un progetto. Una performance di cui siamo protagonisti. Anticipando con il teatro mentale le reazioni del pubblico. Cosa ne sarà del nostro stato di salute? Oppure quello dei nostri cari? Quegli esami avranno buon esito? Per incontrare il nostro capo e discutere di problemi che ci riguardano. Per affrontare il nostro partner riguardo la nostra crisi. Cosa gli diremo? Come reagirà? Viaggiamo sempre con la mente. Nel passato e nel futuro.

Lo spiega anche Dean Buonomano, neuroscienziato dell’Ucla (Università della California, Los Angeles) nel suo libro Il tuo cervello è una macchina del tempo. Neuroscienze e fisica del tempo di prossima uscita da Bollati Boringhieri. Una buona notizia rispetto a quanto detto all’inizio. Secondo Buonomano il nostro cervello è una macchina del tempo che immagazzina informazioni. Ricordi. Nozioni. Ma per viaggiare nel futuro. Per progettare. Inventare. Anticipare. Altrimenti saremmo ancora nelle caverne. Mentre scrivevo questo post avevo di sottofondo Moon Zero, Relationships Between Innner & Outer Space. Un trip spazio-temporale, perfetto.

Buonomano, perché definisce il cervello come una “macchina del tempo”?

In un certo senso, la funzione principale del cervello è predire il futuro. Non immagazziniamo ricordi per rievocare il passato. La funzione dei nostri ricordi è di permetterci di prevedere e prepararci al futuro. Il cervello è anche una macchina del tempo nel senso che scandisce il tempo e ci permette di impegnarci nel viaggio mentale nel tempo.  Noi esseri umani siamo in grado di proiettarci nel futuro per aiutarci a decidere come agire al meglio nel presente. Per raggiungere i nostri obiettivi futuri.

Come possiamo usare al meglio il cervello come “macchina del tempo”? In altre parole, usare il cervello come “anticipatore e programmatore” del presente e del futuro invece di rimanere ancorati al passato?

Come esseri umani siamo unici nella misura in cui siamo in grado di pensare e prepararci per il futuro. Ma ciò non significa che siamo particolarmente bravi a farlo. In effetti, molti problemi personali e sociali sono il risultato della nostra miopia temporale, come non risparmiare abbastanza per la pensione o non affrontare il cambiamento climatico. Ma fortunatamente la pratica e lo sforzo ci possono perfezionare in questo senso. Riflessione, pianificazione e pazienza ci aiutano a prendere decisioni migliori a lungo termine. Inoltre, immaginando e visualizzando dove vogliamo essere in futuro, aiuta. Quindi visualizzare i risultati dello studio o risparmiare denaro oggi, può aiutare a impegnarci in quelle attività.

Le piace la fantascienza? Pensa che il cinema, l’arte e la letteratura siano manifestazioni della capacità del cervello di “viaggiare nel tempo”?

Ho sempre amato libri e film sui viaggi nel tempo e gli inevitabili paradossi che emergono dalla possibilità di cambiare il passato. Mi affascina anche il fatto che sebbene il concetto di viaggio nel tempo oggi sia ovunque nelle arti, non esisteva fino alla fine del XIX secolo. Era come se fosse una nozione così assurda che nessuno nemmeno ne considerava la possibilità, nemmeno nella finzione.

Cosa pensa dei “falsi ricordi”? I ricordi, il “passato” del nostro cervello può essere manipolato? A che punto siamo con la ricerca e i farmaci che promettono di “cancellare” selettivamente i ricordi traumatici?

La maggior parte dei ricordi sono ricostruzioni del passato, piuttosto che rappresentazioni accurate di ciò che è realmente accaduto, quindi i falsi ricordi sono molto naturali e tutti ne abbiamo alcuni. Ci sono farmaci e trattamenti che possono causare l’amnesia e quindi in un certo senso è possibile “cancellare” alcuni ricordi. Ma la nozione di cancellare ricordi specifici e mirati, come il ricordo di una singola persona che hai conosciuto, rimane una possibilità remota.

Nel suo libro precedente Brain Bugs: How the Brain’s Flaws Shape Our Lives parla del cervello come il sistema più complesso dell’universo conosciuto, ma pure imperfetto. È per queste imperfezioni del nostro cervello che siamo ingannati e imbrogliati dagli truffatori e manipolatori, ma anche divertiti dai trucchi dei maghi?

Sì, e penso che la magia sia un ottimo esempio. I maghi sfruttano intuitivamente alcuni dei nostri “bachi cerebrali”. Ad esempio, se dicono abracadabra e il coniglio scompare dal cappello, tendiamo a credere che quelle parole abbiano fatto scomparire il coniglio. Pensiamo che la relazione di causa ed effetto più probabile sia quella più vicina nel tempo. Quindi, un baco del cervello comporta che non siamo molto bravi a capire le IMG_7003sCropped.jpgrelazioni di causa ed effetto separate da mesi o anni. Consideri che se le sigarette causassero il cancro in pochi giorni, le sigarette non avrebbero mai ucciso milioni di persone.

Oggi è di moda introdurre la “fisica quantistica” per parlare di certe stranezze e misteri del cervello. Cosa ne pensa?

La meccanica quantistica e la natura della coscienza sono due dei più grandi misteri della scienza. E a volte le persone hanno la tendenza a pensare, o sperare, che un mistero è la risposta a un altro. Cioè, che in qualche modo la misteriosa natura della fisica quantistica contenga le risposte al mistero della coscienza. Ma ci sono poche prove che questo possa essere il caso. Quindi, a mio parere, è improbabile che le domande fondamentali nelle neuroscienze si basino comunque su fenomeni quantistici, come ad esempio l’entanglement.

Buonomano Lab

UCLA Brain Research Institute

Your Brain Is a Time Machine: The Neuroscience and Physics of Time

Joaquin Phoenix il redentore


a-beautiful-day-nuovi-poster-del-thriller-con-joaquin-phoenix-1.jpgA vederla Lynne Ramsay è una gradevole donna paffutella e sorridente. Non immagineresti i film che riesce a fare. Tipo questo You were never really here (non sei mai stato realmente qui, titolo originale di quello usato nell’edizione italiana: A beautiful day e ne capisci il perché alla fine). Lynne Ramsay fa film folli. Potenti e conturbanti come la follia. Tipo …e ora parliamo di Kevin. Regista britannica (Glasgow), apprezzata dalla critica, pluripremiata, Lynne Ramsay fa film che sono cazzotti in faccia. Calci nello stomaco. In A beautiful day mette in scena tutto il male del mondo, tanto, troppo, con qualche piccola, piccolissima, apertura al sentimento. Alla possibilità che la follia umana possa salvarsi dall’autodistruzione. In un mondo dove ricordi, traumi, passioni, crudeltà familiari e sociali, sporche guerre, delitti, perversioni, vero e falso, reale e irreale, sogno e incubo, si frammischiano tra loro. Senza un prima e un dopo. E neppure un durante. Tutto lo schifo e l’abiezione del mondo. In un Joaquin Phoenix che se ne fa corpo e sangue. Un redentore “solo sicario” anche nell’aspetto (chissà perché non ci ha ancora pensato nessun recensore del film) di questa epoca laida e perduta. Disperata e disperante. Angosciata e angosciante. Un redentore che invece di finire inchiodato sulla croce, aggiusta i torti a colpi di martello (“made in USA”, non a caso). Non andate a vederlo se non siete in grado di reggere le emozioni forti. Troppo forti.

 

Depressione e infiammazione: il cervello cambia?


Jeffrey MeyerLa depressione ha a che fare con la chimica del cervello? Domanda retorica: non c’è dubbio. Altrimenti i farmaci, ma pure le psicoterapie, che modificano le la biochimica cerebrale non avrebbero alcun senso. Se questo è vero, la domanda immediatamente successiva è: una depressione maggiore non curata, nel corso degli anni, modifica la biochimica cerebrale? Secondo una nuova ricerca pubblicata da “The Lancet Psychiatry” che indaga le funzione della microglia, la risposta pare essere affermativa. Dopo anni il cervello dei depressi non curati si modifica. Già, potrebbe commentare qualcuno. Ma pure il cervello di un soggetto non sofferente di depressione dopo dieci anni si modifica. Allora qual è il discrimine della ricerca?

Il discrimine è l’attivazione della microglia. La microglia è stata definita la “difesa” del cervello. In sostanza, le cellule microgliali rappresentano il sistema di difesa immunitaria del cervello. Le cellule microgliali si attivano ogni volta che c’è qualche tipo di sofferenza nervosa. Anche perché le cellule microgliali non si trovano soltanto nel cervello, ma sono pure distribuite nel midollo spinale. E le cellule microgliali sono pure “dinamiche”: si muovono alla ricerca di cellule nervose danneggiate da proteggere e riparare. Sono anche state definite cellule “spazzine” del sistema nervoso. Le loro funzioni, un tempo ignorate, sono sempre più studiate. Anche grazie alle moderne tecniche di visualizzazione dell’attività cerebrale.

E proprio grazie a una tecnica di imaging cerebrale, la PET (tomografia a emissione di positroni) un nuovo studio che ha preso in esame per anni un gruppo di soggetti sofferenti di depressione clinica, mostra che la depressione non trattata si associa a una costante attivazione della microglia. Attivazione microgliale che è ormai consuetudine definire come marker, segno distintivo, della neuroinfiammazione. E siccome la neuroinfiammazione, a sua volta, si associa a tutta una serie di malattie neurodegenerative, una sua presenza nel tempo nei pazienti depressi non curati, comporta un significato clinico non trascurabile.

«L’attivazione microgliale – scrivono gli autori – è più alta in pazienti con disturbo depressivo maggiore cronologicamente avanzato con lunghi periodi senza trattamento antidepressivo rispetto ai pazienti con disturbo depressivo maggiore con brevi periodi di trattamento antidepressivo, che è fortemente indicativo di una diversa fase della malattia. Coerentemente con questo, l’aumento annuale dell’attivazione microgliale non è più evidente quando viene somministrato un trattamento antidepressivo».

In buona sostanza, siccome l’infiammazione in generale è indice di qualche forma di sofferenza, ma pure di meccanismo biologico protettivo, non curare una depressione è un po’ come gettare della benzina sul fuoco della neuroinfiammazione. Viceversa, curare la depressione, corrisponderebbe a “spegnere”, o quantomeno a limitare i danni, prodotti da questo tipo di neuroinfiammazione.

La neuroinfiammazione del resto, come qualsiasi tipo di infiammazione presente nel corpo, se protratta, se addirittura cronica, porta ad alterazioni biochimiche ed anche funzionali. Ecco perché nel caso di questa ricerca del Campbell Family Mental Health Research Institute (CAMH, centro per le dipendenze e la salute mentale di Toronto, Canada) si commenta dicendo che la depressione maggiore non curata per più di dieci anni “cambia il cervello”. Come lo cambi, oltre all’attivazione della microglia, è una questione ancora aperta e da indagare. Si può già da ora iniziare a sostenere, tuttavia, che la depressione maggiore, in base a questi marker, può essere una malattia progressiva e, come tale, necessiti, per essere efficaci, di approcci e cure differenti negli anni.

L’autore senior di questo lavoro è Jeffrey Meyer (nella foto) che al CAMH è a capo del programma di imaging neurochimico nei disturbi dell’umore e dell’ansia, nonché professore ordinario di neurochimica della depressione maggiore all’università di Toronto, dipartimento di psichiatria.

«Una maggiore infiammazione nel cervello –  commenta  Jeffrey Meyer – è una risposta comune nelle  malattie degenerative del cervello mentre progrediscono, come nel caso del morbo di Alzheimer e del morbo di Parkinson». In base ai risultati di questa ricerca di Meyer e collaboratori, ora l’attivazione microgliale, spesso considerata un marker di malattia neurodegenerativa e di neuroprogressione nel più ampio campo della malattia neuropsichiatrica, lo è anche nei riguardi della depressione maggiore.

A quanto se ne sappia, aggiungono gli autori, «questo è il primo studio a indagare un marker di attivazione microgliale in relazione alla durata della malattia e al trattamento in pazienti con disturbo depressivo maggiore». Va infine tenuta in considerazione la possibilità se questa sia la conseguenza o il terreno sui cui si sostiene la depressione maggiore non trattata. E, come sottolinea Hugh Perry, professore di neuropatologia sperimentale all’università di Southampton (Regno Unito), va valutato se tutto ciò sia «una risposta protettiva nel cervello piuttosto che l’evidenza di un fenotipo proinfiammatorio e dannoso per il tessuto». In ogni caso, come rilevato sia dagli autori che dai commentatori di questo lavoro, si riconferma il «crescente interesse per il ruolo dell’infiammazione, in particolare della microglia, nei disturbi psichiatrici».

Elaine Setiawan, Sophia Attwells, Alan A Wilson, Romina Mizrahi, Pablo M Rusjan, Laura Miler, Cynthia Xu, Sarita Sharma, Stephen Kish, Sylvain Houle, Jeffrey H Meyer
Association of translocator protein total distribution volume with duration of untreated major depressive disorder: a cross-sectional study. The Lancet Psychiatry (Available online 26 February 2018, In Press, Corrected Proof).

Daniela Mari: come diventare centenari


a-spasso-con-i-centenari_pcTutti vorremmo vivere a lungo. Invecchiando bene. Magari, non invecchiando. Siccome quest’ultimo obbiettivo non è ancora possibile, dobbiamo puntare sui primi due. Come farlo? Le risposte possibili sono diverse, ma se vogliamo restringerle a tre, potrebbero essere: sana e limitata alimentazione, attività fisica moderata ma regolare, controlli medici regolari, a seconda delle fasce d’età e del rischio familiare.

Oggi abbiamo molte conoscenze disponibili per stare bene e invecchiare bene. Inoltre, vi sono medici che si occupano dell’aging, di comprendere come una persona sta invecchiando e aiutarla a farlo in modo salutare. Ad esempio i geriatri. Che, da un certo punto di vista, hanno introdotto al loro interno una rivoluzione culturale. In passato, ad esempio quando studiavo medicina a Pavia (garantisco, qualche decennio fa), il geriatra era il medico delle malattie dei vecchi. Curava. Tamponava. Poveri corpi spesso malmessi. Derelitti. Pieni di acciacchi. Dolori di tutti i tipi.

Era anche divertente sentirli fare lezione, i geriatri. Data la latitudine padana, avevano spesso a che fare con vecchi contadini. Bruciati dal sole. Consumati dalla fatica. “Vedete”, ci illustrava il docente, “queste sono le classiche profonde rughe incrociate nella parte posteriore del collo, segno del fatto di stare molte ore piegati sulla terra, sotto il sole battente…”. Vecchi contadini a cui chiedevi se consumavano alcol. Rispondevano in dialetto: “No dottore, solo qualche bicchiere di buon vino, e magari un ammazzacaffè dopopranzo e dopocena…”. Qualche bicchiere di buon vino spesso ammontava a un litro e mezzo di fiasco, più qualche grappino. Ma oggi, anche tra quelli che sono diventati agricoltori, la vecchiaia non è più quella di una volta. Tutti sappiamo cosa bisogna fare per cercare di stare bene nell’intero ciclo vitale. Cosa fare e cosa evitare, ad esempio il fumo e i superalcolici (neppure troppo vino, sebbene di quello buono). E i geriatri sono diventati i medici che studiano e curano non solo le malattie dell’età avanzata, ma pure coloro che aiutano a invecchiare bene.

Uno di questi geriatri, gerontologi, scienziati dell’aging, è Daniela Mari. Docente di geriatria all’Università di Milano, ha diretto l’Unità geriatrica del Policlinico milanese, scienziata nota a livello internazionale per i suoi studi sui centenari, ho avuto modo di conoscerla e frequentarla sia per ragioni professionali che familiari. Posso perciò dire a ragion veduta che Daniela Mari è una geriatra, un medico di eccezionale competenza, ma pure una persona, una donna, di straordinaria umanità. Ciò che ognuno di noi vorrebbe trovare in un medico. Specialmente se figlio di genitori anziani. In quei momenti drammatici, dolorosi, che colpiscono ogni famiglia. Specialmente se anziani a nostra volta. Con tutti i timori, paure e fragilità del caso.

Daniela Mari è autrice di un saggio di recente uscita: “A spasso con i centenari. L’arte di invecchiare bene” (ilSaggiatore). Un libro in cui Daniela Mari distilla  sapientemente tutte le sue conoscenze di medico e scienziato dell’invecchiamento. Ma non solo. In questo bellissimo libro, toccante, poetico, persino commovente, abbiamo modo di apprezzare le straordinarie doti narrative di Daniela Mari. Donna di ottime letture storiche e filosofiche, ama il cinema, la musica, l’opera, ma pure la letteratura contemporanea. Sul suo comodino, come ci riferisce in uno dei vari passaggi autobiografici, tra le altre letture, che immaginiamo numerose e di vario genere, c’è “Underworld” di Don DeLillo.  E la pratica sportiva. Sciatrice ed escursionista.

Faccio spoiler, come si dice oggi, nulla togliendo alla gioia, persino all’entusiasmo nel leggere uno dei libri più appassionanti che abbiamo avuto tra le mani negli ultimi anni, ma devo assolutamente citarne il finale, straordinario come tutto il resto: “Come un libro è delimitato dalle sue copertine, le nostre vite lo sono da nascita e morte. Un libro, anche da chiuso, può comprendere paesaggi lontani e avventure fantastiche: dovrebbe essere così anche per noi uomini. Immaginate il libro della vostra vita: non abbiate paura di ciò che è fuori dalle copertine e non preoccupatevi di quanto è lungo. L’unica cosa che conta è farne una bella storia”.

Daniela Mari l’ha fatta e la sta facendo una bella storia. Non solo con questo saggio. Uno dei suoi maggiori successi anche come medico. Perché è un libro terapeutico. Inoltre, è un libro che fa sorgere molte considerazioni. Mille domande. Ne abbiamo rivolta qualcuna all’autrice.

Professoressa Mari, a parte la genetica, quali sono i fattori esterni, epigenetici, che ci possono fare invecchiare bene?

Avere buoni geni aiuta, ma sulla longevità la genetica pesa per il 25% circa. L’epigenetica, scienza che studia i cambiamenti dell’attività dei geni che non comportano variazioni nel DNA, ma che possano essere ereditati anche dalle generazioni successive, ci insegna che fattori ambientali come l’alimentazione, l’inquinamento e lo stress possono attivare o silenziare alcune sequenze di geni. Con uno stile di vita attivo e non sedentario e una dieta adeguata, come la nostra mediterranea, si possono “guidare” i geni verso la longevità, anche se non abbiamo avuto genitori centenari.

L’ambiente influisce, come è dimostrato dal fatto che i giapponesi di Okinawa che sono emigrati in Canada, per esempio, non invecchiano come quelli restati nel paese d’origine: il cambiamento drastico di alimentazione, dei comportamenti culturali e ambientali fa perdere il vantaggio dato dai geni. Dal punto di vista fisico è importante mantenere la propria autonomia, sforzandoci di non impigrirci, anche quando ci sembra di stare meglio chiusi nella pace della nostra casa. Non dimentichiamo poi che la prevenzione resta un cardine importante per una lunga vita: gli studi su ampi campioni di popolazione ci hanno da tempo confermato l’importanza di tenere sotto controllo i fattori di rischio cardiovascolari, quali gli alti livelli di colesterolo, l’ipertensione arteriosa, il fumo di sigaretta e l’obesità, che non risparmiano nessuna fascia sociale.

Tutto questo da solo potrebbe non bastare, perché molte ricerche dimostrano che mantenere l’autostima e aspettative positive sul proprio invecchiamento, ha un impatto maggiore oltre che sulla durata, anche sulla qualità della vita rispetto all’età cronologica. Il caso della Signora Agata di 104 anni che durante un’intervista della Rai a casa sua, si è cambiata due volte di abito e di gioielli per sua scelta ben descrive un carattere positivo e combattivo, anche per altri aspetti che descrivo nel libro.

Il caso delle due gemelle da lei studiate, di cui una si ammalò di Alzheimer e l’altra no, sono una dimostrazione di quanto influiscano i fattori epigenetici? Nello studiare questo caso avete individuato differenze significative nei fattori ambientali, sili di vita, alimentazione o altro che possano rendere ragione di tale differente destino delle due?

Le due gemelle erano ambedue portatrici dell’allele ApoE ε4, che è il fattore di rischio genetico più importante per l’insorgenza della malattia di Alzheimer sporadica a esordio tardivo. In ambedue le gemelle vi era un’ipometilazione del DNA di tutti i promotori dei geni studiati. In particolare l’espressione genica della proteina precursore dell’amiloide, della sirtuina 1 e del PIN1 erano espresse in quantità aumentata nella gemella affetta da AD rispetto a quella sana.

L’effetto epigenetico era dovuto a un’aumentata espressione genica di due isoforme di deacetilasi istoniche (HDAC2 e HDAC9). Non è stato possibile stabilire nelle due gemelle quali fattori ambientali abbiano portato nella vita adulta  a un fenotipo differente, uno sano e uno con AD, se non il riscontro di personalità differenti. Sappiamo da molti studi che i pensieri e le emozioni nelle prime fasi della vita lasciano il segno sul nostro epigenoma ed influenzano, nella vita adulta, la reattività allo stress e la salute, fisica e mentale.

Nel suo libro analizza anche gli stili di vita odierni così ossessionati dal mantenere un aspetto giovanile: siamo destinati a diventare dei Dorian Gray, giovani fuori e decrepiti dentro?

Mi auguro proprio di no, anche se gli stimoli che a volte ci vengono dalla pubblicità rendono difficile l’accettazione dei cambiamenti che il passare del tempo comporta.

Credo che sia importante in alcuni momenti della nostra vita frenetica, riuscire a trovare il tempo di fermarsi per vedere in che direzione stiamo andando, quali valori abbiamo perso e quanto, come dici bene tu, siamo diventati decrepiti dentro. Invecchiare è un’arte nel senso etimologico della parola “andare verso”, ma è anche una preparazione, perché l’invecchiare ci può cogliere quasi all’improvviso. E’ necessario “prendere le misure” di una realtà che devi affrontare con un nuovo spirito per potervisi adattare.

Quanto conta la salute del cervello e l’allenamento cognitivo per un buon invecchiamento?

La salute del cervello è una componente essenziale di un invecchiamento felice. Entra in gioco l’’importanza della riserva cognitiva, che è costituita dalle conoscenze e dalle abilità che acquisiamo nell’arco della vita, e non solo nella prima infanzia, e che ci permette di resistere più a lungo ai processi degenerativi cerebrali.

Studiare, apprendere, conoscere, viaggiare, visitare un museo, una mostra, leggere: tutte queste attività vanno a costruire una difesa preziosissima contro le malattie che causano un decadimento cerebrale. Il cervello che invecchia è plastico e può sempre apprendere cose nuove, e, per esempio, suonare uno strumento musicale è un allenamento cerebrale straordinario, anche in tarda età. Ed è dimostrato da studi recenti che scegliere trenta, quaranta minuti prima di dormire una melodia preferita può facilitare sia l’addormentamento, sia prevenire i risvegli precoci, riducendo l’utilizzo dei farmaci ipnotici, molto dannosi per i nostri neuroni. Anche l’attività fisica, in molti studi si è rivelata un fattore protettivo contro il decadimento cognitivo, proprio come la dieta e le nostre abitudini culturali.

Telomeri e mitocondri sono davvero correlati ai processi di invecchiamento? Se sì, impareremo a prendercene cura? In certe culture, come quella ebraica, l’eredità materna è fondamentale: perché ereditiamo i mitocondri solo dalla madre? Ciò condiziona la nostra vita biologica?

I telomeri sono sequenze ripetute di DNA all’estremità dei cromosomi che costituiscono specie di cappuccio a protezione della parte terminale del cromosoma stesso dal deterioramento. Ciascun telomero, al concepimento, è lungo 15000 unità (basi), a ogni divisione una parte di queste unità non viene copiata, così la lunghezza del telomero a poco a poco diminuisce, e diventa sempre più breve, finché la cellula perde la capacità di dividersi e muore. L’invecchiamento si accompagna all’accorciamento dei telomeri e all’accumulo di mutazioni nella regione telomerica. Dunque, la riduzione della lunghezza dei telomeri emerge anche, di riflesso, come fattore predittivo per lo sviluppo di malattie e il decorso di alcune di queste, inclusi i tumori.

Dopo la scoperta di un enzima, la telomerasi,  che è valso il premio Nobel nel 2009 a tre a tre ricercatori , Elizabeth Helen Blackburn, Jack W. Szostak e Carol Greider, in grado di inibire l’accorciamento dei cromosomi e di sintetizzare sempre nuove sequenze telomeriche rallentando l’invecchiamento cellulare, la ricerca è oggi mirata a trovare il modo di “accendere” o “spegnere” il gene che regola la telomerasi. Anche alcuni fattori ambientali, come lo stress di chi assiste una persona con demenza, possono inibire la telomerasi

I mitocondri sono organelli cellulari a forma di fagiolo, costituiscono una vera e propria centrale energetica e sono addetti alla respirazione cellulare; degradano inoltre le molecole che introduciamo con l’alimentazione e ne traggono l’ATP (adenosintrifosfato). Possiedono un DNA, differente da quello nucleare che in molte le specie animali, compreso l’uomo, viene ereditato solo dalla madre. Molto recentemente è stato pubblicato su “Science” il meccanismo, finora sconosciuto, per il quale i mitocondri di origine paterna vengono eliminati. Infatti lo studio dei mitocondri paterni in un tipo di vermetto, il Caenorabditis elegans, ha dimostrato un meccanismo di auto-distruzione interna, che viene attivato quando lo sperma si fonde con l’uovo. E’ stato  identificato un gene, chiamato CPS-6, che sembra avviare il processo di distruzione all’interno dei mitocondri paterni. Se si elimina questo gene, rallentando l’eliminazione del DNA mitocondriale paterno, si ha un più alto tasso di morte embrionale.

Tutti i figli di una stessa madre hanno perciò il DNA mitocondriale identico alla madre, alla nonna materna, alla bisnonna materna e così via. Basta che sia disponibile la nonna materna – o un qualsiasi altro familiare della stessa linea materna – per stabilire se un individuo può appartenere alla famiglia. Questa conoscenza ha permesso, per esempio, di restituire alle famiglie d’origine, tramite lo studio del DNA delle nonne, i bambini sottratti alle madri “sparite” in Argentina durante la dittatura e sistemati in famiglie compiacenti.

Tornando all’invecchiamento, alcune alterazioni del DNA mitocondriale sono però associate in senso positivo all’invecchiamento e alla longevità. In un nostro studio sui centenari italiani, è stato dimostrato che una specifica variante allelica (aplotipo) mitocondriale è molto più presente nei centenari che nella popolazione giovane. Lo stesso aplotipo è stato associato a diverse patologie: siamo dunque probabilmente di fronte a un pleiotropismo (dal greco pleion, πλείων, molteplice, e tropein, τροπή, cambiamento) antagonista, fenomeno per cui uno stesso gene può avere effetti opposti, favorire patologie in età giovanile e longevità nell’età avanzata.

Il ricorso alla meditazione, alla mindfulness, ma anche ad antiossidanti, curcuma o sostanze naturali, sono davvero in grado di rallentare i processi di invecchiamento?

Negli anni ’70, un biologo molecolare dell’Università del Massachussetts Jon Kabat-Zinn, ha introdotto la tecnica della meditazione buddhista in ambito clinico. I programmi di riduzione dello stress che ne sono derivati (primo tra tutti il Mindfulness-Based Stress Reduction, MBSR), possono portare a un miglioramento dell’attenzione, l’equilibrio emotivo, la capacità di sintonizzazione con gli altri e l’empatia. In un recente lavoro impegnando i caregivers di pazienti con demenza di Alzheimer, in cui lo stress aveva provocato una diminuzione dei livelli di telomerasi, in esercizi di meditazione giornaliera, o all’ascolto di musiche rilassanti, i ricercatori sono riusciti a migliorare il loro umore e i livelli di telomerasi. In questo campo mancano tuttavia studi longitudinali controllati sull’effetto della meditazione e di un diminuito decadimento cognitivo.

Gli studi sulla curcuma sono stati suggeriti dal fatto che i centenari di Okinawa consumavano questa spezia, poco utilizzata nel resto del Giappone. Inoltre i giapponesi C6YnYWZXEAARB4M.pngdi Okinawa che sono emigrati in Canada, per esempio, non invecchiano come quelli restati nel paese d’origine: il cambiamento drastico di alimentazione, dei comportamenti culturali e ambientali fa perdere il vantaggio dato dai geni.

Anche l’effetto sui processi umani d’invecchiamento dell’integrazione della dieta con sostanze antiossidanti rimane incerto e sono necessarie ulteriori ricerche su campioni ampi di popolazione, che siano seguiti per anni e comparate a un gruppo di controllo che non li assuma, per validare la reale associazione con l’insorgenza o meno di patologie e l’impatto sulla mortalità.