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Elon Musk entra nel cervello


ElonMuskStavolta non va su Marte. Vuole entrare nel cervello e ripararlo. Il riccone Elon Musk si è reso da tempo conto che un altro settore per fare affari nel prossimo futuro è proprio il cervello. Riparare o potenziare il cervello. Per questo ha fondato l’altra società sotto il suo controllo: la Neuralink, che si occupa di interfaccia cervello-computer (BMI). E qualche giorno fa ha annunciato la realizzazione di un avvenieristico chip neurale da provare sugli umani entro il 2020. Per fare cosa?
Il neuroscienziato Leigh Hochberg, che non è proprio l’ultimo tonto del settore, professore alla Brown University e neurologo presso il Massachusetts General Hospital e il Providence VA Medical Center, ha dichiarato a “Scientific American”: «Si tratta di una neurotecnologia nuova ed eccitante. Dato il grande potenziale delle interfacce intracorticali cervello-computer che devono ripristinare la funzione neurologica per le persone con lesioni del midollo spinale, ictus, SLA, lesioni traumatiche al cervello o altre malattie o lesioni del sistema nervoso, sono entusiasta di vedere come Neuralink tradurrà il suo sistema verso studi clinici iniziali».

Smartphone, social media & mente distratta: intervista a Larry D. Rosen


DistractedMind_LibroViviamo nell’era della distrazione. Gente che va fuori strada con l’auto per messaggiare o farsi selfie. Con conseguenze tragiche per sé e per il prossimo. Negli Stati Uniti l’uso dello smartphone durante la guida provoca 1,6 milioni di incidenti ogni anno. E quasi 390.000 feriti si verificano ogni anno a causa di incidenti causati da messaggi di testo durante la guida. Rispondere a un messaggio distoglie l’attenzione per circa cinque secondi. E viaggiando a 55 chilometri orari, c’è abbastanza tempo per percorrere la lunghezza di un campo di calcio. Il nostro paese non è da meno, tanto da non costituire più notizia, tranne che nei casi più gravi e tragici: l’uso dello smartphone è il primo indiziato di distrazione alla guida.

Distratti dalla tecnologia 

Siamo distratti dalla tecnologia. Vogliamo esserlo. Fanno ridere, certo, quelle immagini in cui gruppi di persone, giovani o meno, se ne stanno tutti con gli occhi incollati allo schermo dello smartphone. Sono buffe, certo, le persone incolonnate che camminano come zombie tutte con il loro apparecchio in mano. Irritano, certo, quei nostri simili che a una cena, una riunione conviviale o di lavoro, invece di guardarti e interagire con te, seguitano a smanettare con il loro aggeggio. Il fatto è che la distrazione è naturale. Proprio così. Tant’è che da bambini, a scuola o a casa, che ci dicevano? “Stai attento!”.

La distrazione è naturale per il nostro cervello, rilassante, riposante, e ogni tecnologia, mezzo o spettacolo, che la inneschi, che la agevoli, è benvoluto e ben accolto dal nostro cervello. Lo smartphone è la distrazione perfetta per il nostro cervello. A buon titolo possiamo definirla la distrazione diabolica. È sempre a portata di mano. A ogni ora del giorno e della notte. Consente un sacco di funzioni piacevoli, ludiche. Stimola in modo potente il nostro narcisismo. Ci mette in contatto con una miriade di nostri simili, reali o virtuali. Soprattutto, attira e cattura costantemente la nostra attenzione con musichette, suoni, faccine, icone, colori, app, studiati apposta per renderci schiavi del mezzo. Stimola e richiede risposte tempestive, immediate. Ci induce a comportamenti di tradimento virtuale: quante coppie si sfasciano, anche malamente, solo per qualche messaggio o foto, trovati sullo smartphone? Si susseguono, ormai, film, sceneggiati, monologhi e recite teatrali, romanzi e racconti in tema di tradimento digitale.

La distrazione è naturale, l’attenzione è appresa

La distrazione è naturale. Mentre l’attenzione è una conquista evolutiva. L’attenzione non è regalata. La consapevolezza va guidata, allenata, mantenuta. C’è voluto uno sforzo evolutivo per conquistare l’attenzione. Mentre essere distratti non richiede alcun impegno, alcuno sforzo. Lo sei e basta. La mente distratta è di natura. Il controllo cognitivo, la cosiddetta “concentrazione”, è una progressiva conquista di tipo evolutivo. È il controllo cognitivo che ci ha permesso di non starcene spaparanzati in una caverna in attesa degli eventi, ma bensì uscirne e nell’arco di milioni di anni giungere dove siamo arrivati. E ora?

Oggi ci siamo costruiti con le nostre mani una nuova caverna, una caverna tecnologica, in cui gradiamo  rifugiarci e sollazzarci ogni giorno, per molte ore al giorno. Si tratta dunque di una regressione per il nostro cervello? Secondo alcuni detrattori assoluti dello smartphone, dei social, annessi e connessi, la risposta è decisamente affermativa. Poi ci sono quelli che “dipende dall’uso che se ne fa”. Ma le dipendenze da tecnologia portatile aumentano. Specie tra i giovani. Specie tra i più fragili e più soggetti a cascare nelle trappole della modernità.

Sommersi dalle notizie 

Aggiungiamo alla distrazione ludica il fatto che siamo bombardati da notizie. Sommersi da informazioni. Viviamo in un’epoca, oltre che di distrazione, di bulimia, di obesità di informazioni. Tanto da potere tracciare un parallelo tra ricerca di cibo e ricerca di informazioni. Le strutture cerebrali che sostengono questi due tipi di ricerche sono le medesime.

Ecco quanto scrivono i neuroscienziati Adam Gazzaley e Larry D. Rosen: “Continuiamo ad essere creature che cercano informazioni: e dunque quei comportamenti che massimizzano l’accumulo di informazioni ci appaiono – almeno da questo punto di vista – ottimali. Questa idea è corroborata dalla scoperta che i meccanismi molecolari e fisiologici, originariamente sviluppatisi nel cervello per sostenere la ricerca di cibo per la sopravvivenza, si sono oggi sviluppati nei primati fino ad includere la ricerca di informazioni. I dati a sostegno di questa asserzione provengono principalmente dall’osservazione che il sistema dopaminergico, cruciale per qualunque processo di gratificazione, giuoca un ruolo chiave sia nel comportamento basilare di ricerca del nutrimento dei bassi vertebrati sia nei comportamenti cognitivi di più alto ordine delle scimmie e degli umani, che non hanno spesso nessun legame con la semplice sopravvivenza. Si è dimostrato che il ruolo del sistema delle dopamine ha, nei primati, un rapporto diretto con il comportamento diretto di ricerca delle informazioni”.

Le informazioni sono per il cervello come il cibo per il palato 

Avete presente quando, salendo o scendendo da un mezzo pubblico, oppure bloccato in piedi in mezzo alla strada, un nostro simile sta smanettando, con sguardo ebete, con il suo smartphone? Oppure, appunto, lo fa al semaforo? O mentre guida. E ci viene da pensare: neanche fosse una questione di necessità immediata, una questione di vita o di morte. Ma il fatto è proprio questo: “non hanno alcun legame con la semplice sopravvivenza”. E il fatto che tutto ciò abbia invece a che fare con le vie neurali della gratificazione, dunque esista un parallelo tra cibo e ricerca di informazioni, rende ragione anche di quel fenomeno non a caso definito di “binge watching”, di visione compulsiva e ininterrotta, in una unica sessione, di intere stagioni di serie tv, fenomeno non a caso in analogia, anche lessicale, con quello del “binge eating”, disturbo da alimentazione incontrollata.

Le basi cerebrali della gratificazione che sostengono la dipendenza da smartphone e da informazioni, come è detto, sono le medesime della ricerca di cibo. Ecco perché sarà pressoché impossibile modificare il processo verso la distrazione di massa. Per chi può e chi sa, come sempre, l’unico antidoto possibile è la conoscenza e l’applicazione della medesima.

Il brano sopra citato è tratto da un volume fondamentale per comprendere, dal punto di vista neuropsicologico, quanto ci sta accadendo: Distracted mind. Cervelli antichi in un mondo ipertecnologizzato (Franco Angeli). Ne sono autori Adam Gazzaley (insegna nei dipartimenti di neurologia, fisiologia e psichiatria della University of California, San Francisco, dove ha fondato e diretto il Neuroscience Imaging Center, il Neuroscape Lab e il Gazzaley Lab) e Larry D. Rosen (professore emerito di psicologia alla California State University, Dominguez Hills). Abbiamo rivolto alcune domande sulla mente distratta dalla tecnologia e sulle sue conseguenze a uno dei due autori: Larry D. Rosen.

Leggendo il vostro libro ne consegue che la “mente distratta” sia una caratteristica Larry_D_Rosen_DistractedMindinnata del nostro cervello e che le nuove tecnologie hanno aumentato questa caratteristica naturale, esasperandola. È così?

Come specie abbiamo sempre bisogno di tenere conto dei potenziali rischi e del fatto che la discrezionalità è una necessità. La tecnologia in questo caso ha prodotto qualcosa più di un problema acuto. Per fare moltissimi clienti, la maggior parte delle aziende tecnologiche e gli sviluppatori di app stanno utilizzando tecniche psicologiche per attirare la nostra attenzione e mantenere i nostri occhi incollati sul loro prodotto. Questo ha causato molto dell’utilizzo problematico dello smartphone che stiamo vedendo. Inoltre, i social media sono diventati un grande “obbligo sociale”, con la maggior parte dei giovani che mostrano una presenza attiva su molti di essi e avvertono il bisogno di controllarli di continuo.

Quali principali contromisure dovremmo adottare per evitare di essere troppo distratti?

Le persone hanno prima bisogno di capire come e perché sono distratte. Un modo è utilizzare un’app che mostri la durata delle nostre potenziali distrazioni. Con queste informazioni è possibile valutare e rendersi conto quanto spesso controlliamo il nostro smartphone (circa 70 o più volte in media) e cosa sta causando questo comportamento. Su queste informazioni è possible valutare quanto tempo sia dedicato allo smartphone e come sia distribuito durante il giorno, di conseguenza quanto parte di questo tempo è “produttiva” e quanta invece dedicata all’interazione sociale o al divertimento. Da qui capire se è importante apportare alcuni cambiamenti.

Se i social media ti stanno chiamando a controllare troppo spesso il tuo smartphone, blocca tutte le notifiche e trasforma le icone in una cartella (ancora meglio se le trasferisci in più cartelle e poi le passi in una cartella) e poi sposti quella cartella nell’ultima schermata della home page. Se non funziona questo sistema (per avere meno distrazioni), allora rimuovi tutte le password dei social media in modo che ogni volta dovrai reinserire la password. Ci sono molti altri modi per porsi al riparo dalle distrazioni prodotte dallo smartphone: elenchiamo una serie di scelte negli ultimi due capitoli del nostro libro.

Nel corso dei secoli l’uomo ha realizzato la necessità di non essere distratto, ricorrendo alla concentrazione, alla meditazione, alla gestione del tempo. Oggi questo è ancora utile o assediati dalle nuove tecnologie dovremmo adottare qualcos’altro? Se la risposta è sì, cosa dovremmo fare?

Ci sono molti modi per migliorare il nostro focus e le capacità di attenzione. La meditazione sembra essere uno dei metodi migliori, in quanto aiuta la permanenza nel presente senza avvertire il bisogno di controllare spesso qualcosa fuiori di noi. Al livello sottostante, dobbiamo comprendere cosa guida il nostro comportamento e in seguito effettuare modifiche su tale “driver comportamentale”. Abbiamo costruito un modello comportamentale con scarse funzionalità (poca decisionalità, impulsività, multitasking), noia e ansia (particolarmente associate al controllo costante dello smartphone, fenomeni oggi definiti come FOMO – acronimo di “fear of missing out” “paura di essere tagliati fuori” – e nomofobia – “no mobile fobia” (la paura di rimanere senza connessione mobile in rete). La comprensione di ciò che guida il nostro comportamento ci aiuta a trovare la “cura”.

La mente distratta è un vantaggio per alcune categorie di persone: maghi, truffatori. Ad esempio, la cecità attenzionale viene ampiamente sfruttata nei trucchi magici: cosa ne pensa della ricerca psicologica in questo settore?

La cecità attenzionale è stata indagata in riferimento alla tecnologia: in una ricerca degli studenti che attraversavano una grande area aperta venivano affiancati da un ciclista che indossava un abbigliamento molto vistoso e quelli che erano impegnati con i loro smartphone non lo vedevano affatto.

Come si regola con la sua mente distratta? E con quella dei suoi figli?

Purtroppo non sono molto bravo nel regolare il mio comportamento. Ho realizzato il mio principale comportamento che consiste nello spegnere il mio smartphone e spostarlo in basso, vicino al mio letto, almeno un’ora prima di dormire. Ciò deriva da uno studio che abbiamo condotto sull’impatto della tecnologia durante la notte, in cui si dimostra come lo schermo acceso influisca sul nostro sonno naturale. I miei figli sono tutti cresciuti, per cui la tecnologia è più un vantaggio che un impegno. Quando erano ragazzi non erano ancora disponibili né smartphone né social media. I videogiochi sono stati un problema con mio figlio più giovane: abbiamo adottato  regole e limiti per limitarne l’utilizzo.

Come vede il futuro della nostra mente distratta? Saremo sempre più a rischio? Saremo anche costretti ad adottare soluzioni drastiche?

Sfortunatamente non penso che abbiamo ancora raggiunto il picco. I nostri dati del passato raffrontati al presente, soltanto dopo pochi anni, mostrano che i “millenial” stanno controllando più spesso i loro smartphone, anche se per brevi periodi, ma tuttavia spendendo mediamente cinque ore per settanta controlli al giorno. Abbiamo visto tale cambiamento come il peggiore degli ultimi tre anni e stiamo studiando come possiamo dotare i millenial di strategie per ridurre il loro tempo trascorso con lo smartphone, migliorando le loro relazioni con gli amici, familiari o altri.

 

 

 

 

L’unghia di gatto (Uncaria tomentosa) graffia l’Alzheimer


UnghiaDiGattoL’Uncaria tomentosa (unghia di gatto), una pianta della foresta pluviale amazzonica, sarebbe in grado di rallentare il decadimento cognitivo e della memoria nell’anziano e, addirittura, di contrastare la formazione di “placche e grovigli” che sarebbero alla base dell’Alzheimer. Lo studio è stato pubblicato dai Scientific Reports della rivista “Nature” e informa inoltre che negli Stati Uniti è già disponibile un prodotto il cui nome commerciale è “Percepta”, contenente sia l’estratto vegetale titolato di Uncaria in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong.

Com’è noto, la principale teoria patogenetica riguardo invecchiamento cerebrale e  morbo di Alzheimer, seppure considerati oggi ad aziologia multifattoriale, insegna che sarebbero causati dall’accumulo di proteine ​​beta-amiloide contenenti “placche” e proteine ​​tau contenenti “grovigli” che contribuiscono ad accelerare la perdita di memoria e il declino cognitivo. In pratica, tali proteine, finirebbero col “soffocare” il tessuto cerebrale, “intrappolando” i neuroni e l’attività sinaptica e determinando alla fine l’aterazione irreversibile, fino ad oggi, del buon funzionamento del cervello.

Percepta: il prodotto vegetale contro il declino cognitivo 

Riguardo il prodotto già commercializzato negli USA con il nome di “Percepta”, si tratta di un nuovo integratore naturale a base vegetale che prende di mira le placche e i grovigli PerceptaCapsule.pngdel cervello. Al riguardo, gli autori dello studio scrivono: «Il prodotto Percepta contiene l’unghia di gatto in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong. Solo questi due principali ingredienti hanno causato una potente attività di inibizione e dissoluzione della “placca e groviglio” in numerosi studi preclinici. I risultati di numerosi studi preclinici con Percepta dimostrano che ha il potenziale per essere il primo nutraceutico sviluppato per target specifici nel ridurre/prevenire “placche e grovigli” cerebrali».

Una ulteriore dimostrazione di quanto il mondo vegetale, a cui evolutivamente siamo legati, abbia ancora da offrirci e svelarci per prevenire le malattie e curarle, anche nelle forme più gravi. E non resta che auguraci che “Percepta”, già presente nei siti americani di vendita online, possa essere importato e commercializzato pure in Italia. 

The Amazon rain forest plant Uncaria tomentosa (cat’s claw) and its specific proanthocyanidin constituents are potent inhibitors and reducers of both brain plaques and tangles. Snow AD, Castillo GM, Nguyen BP, Choi PY, Cummings JA, Cam J, Hu Q3, Lake T, Pan W, Kastin AJ, Kirschner DA, Wood SG, Rockenstein E, Masliah E1, Lorimer S1, Tanzi RE, Larsen L. Scientific Reports 9, Article number: 561 (2019) 

Palle di Natale: come nasce la fake news dello spirito natalizio nel cervello e altre storie interessanti sul perché ci piace oppure detestiamo il Natale


CervelloNatalizio_ImmagineNon c’è verso di fermarla. È una palla o, se preferite, una  fake news dichiarata dagli stessi autori. E pure dalla rivista scientifica che tre anni fa l’ha pubblicata. Eppure anche quest’anno non sono mancati articoli sul “Natale cerebrale” con titoloni tipo il seguente:  “Perché ami il Natale? Nel tuo cervello esiste il “cassetto del Natale” che te lo fa amare, lo dice la scienza. Lo spirito del Natale non è solo una sensazione: secondo uno studio è proprio dentro la tua testa e si attiva nel periodo natalizio”.

Notare: lo dice la scienza. Peccato, anzi per fortuna, che pure la scienza, anzi gli scienziati, ogni tanto hanno voglia di scherzare. Hanno voglia di fare qualche scherzo per vedere l’effetto che fa. Specie durante il periodo natalizio. Se dovessi tenere una conferenza o una lezione sulle fake news, ebbene questa del “cervello natalizio” avrebbe un posto d’onore. Cerchiamo di capire assieme perché. Parte da una ricerca formalmente corretta sotto il profilo scientifico: un campione di persone viene sottoposto a neuroimaging, cioè la visualizzazione radiologica del cervello in attività, mentre vengono loro mostrate delle immagine riferite al Natale. Cosa accade? Che in una parte di queste persone si attivano delle aree cerebrali, che burlescamente vengono associate allo “spirito natalizio”.

Com’è nata la fake news “scientifica” dei “neuroni del Natale”?

Burlescamente perché la rivista medica internazionale di alto livello che ha pubblicato la ricerca, il British Medical Journal (BMJ), nel numero che precede le festività natalizie è solita pubblicare articoli scritti da ricercatori realmente esistenti, attraverso procedure sperimentali validate, ma dal contenuto e soprattutto dalle conclusioni farsesche. Ne risultano comunque comunicati stampa che alcuni giornalisti, e non pochi in questo caso, anche a distanza di tre anni, prendono per buona la notizia parascientifica. Come mai?

Ci sono almeno tre elementi in questo caso che hanno fatto funzionare la trappola (nonostante la dichiarata ed evidente burla): l’autorevolezza di base della rivista medica, il fatto che i firmatari dell’articolo siano in effetti neuroradiologi e neuroscienziati titolati dell’Università di Copenhagen, le immagini di attivazione delle aree cerebrali. Queste ultime, in particolare, esercitano sempre un grande fascino a livello mediatico. Tanto da fare prendere per buone molte asserzioni francamente campate per aria. Ma l’aspetto preoccupante è che fino ad oggi, almeno nel nostro paese, nessuno si sia mai preoccupato prima di scrivere dello “spirito natalizio nel cervello” di assolvere alla prima, suprema regola della scuola di giornalismo: verificare la fonte.

Nessuno né che si sia letto il lavoro originale, accontentandosi invece della “notizia” riciclata da più parti ogni anno sotto Natale e costantemente presente in rete, né tantomeno che abbia fatto lo sforzo di sentire il primo autore del lavoro-burla sullo “spirito del Natale nel cervello”: quel tal  Anders Hougaard che ogni anno sotto Natale seguita a farsi sane sghignazzate per una burla non solo andata a buon segno, ma addirittura protrattasi dal 2015 ad oggi. Sul numero della rivista Mind. Mente & Cervello di questo mese abbiamo pensato bene di andare alla fonte della burla natalizia intervistando il neuroscienziato danese Anders Hougaard e, già che c’eravamo, pure due antropologi e uno psicologo esperto di neuromarketing per capire un po’ come mai il Natale susciti sempre tante attese, metta in moto tante emozioni sia positive che negative e, alla fin fine, si sia finto col diventare la più grande kermesse commerciale dell’anno. Qui vi proponiamo parti delle interviste che non compaiono sul numero di Mind di dicembre 2018.

Intervista a Anders Hougaard lo “scopritore” dello “spirito natalizio nel cervello”

Anders Hougaard, medico, ricercatore in neuroscienze, University of Copenhagen, Danish Headache Center, Glostrup Hospital, Faculty of Health and Medical Sciences

 Il suo lavoro sullo “spirito natalizio” nel cervello è spesso citato come “formalmente corretto” ma in linea con lo “spirito ironico” del numero di dicembre del BMJ: è così? È solo uno “scherzo scientifico”? Come si spiega che venga continuamente citato come “veritiero”?

Anche se questo studio natalizio è inteso come uno scherzo, la sua metodologia è molto simile alla maggior parte degli studi di neuroimaging funzionale e altrettanto solida. Perché le persone, sia i neuroscienziati che i profani, non sono più critici nei confronti di studi come questo? È importante capire che le persone hanno interesse, consapevolmente o inconsciamente, a sovrainterpretare tali studi. Gli scienziati vogliono che i loro lavori vengano pubblicati. Gli editori vogliono che le loro pubblicazioni siano lette e citate dagli scienziati. I media vogliono trovare storie interessanti che vengono lette e condivise dal pubblico. Le immagini piacevoli e l’idea irresistibile che queste rappresentino la funzione vera e specifica del cervello rendono tutto più facile. Il neuroimaging funzionale è una tecnologia molto utile per lo studio del cervello umano vivente. Sfortunatamente gli studi a volte non sono fatti con sufficiente rigore e sono inclini a interpretazioni errate. Questo è il punto che stavamo cercando di fare comprende in questo lavoro, in modo umoristico.

Lo studio utilizzava una tecnologia comune chiamata BOLD-fMRI. Questa non è una misura diretta dell’attività delle cellule nervose, ma piuttosto una misura del livello di ossigeno nel sangue all’interno del cervello. Ciò è influenzato da molte cose, non solo dalla risposta del cervello allo stimolo che viene studiato, ma comprende anche la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la pressione sanguigna dei soggetti e tutto ciò che potrebbe influenzare tali fattori, ad esempio l’ansia durante la procedura di scansione.  Come si può intuire, c’è già molta incertezza a questo punto. Non sappiamo esattamente cosa stiamo registrando. Riduciamo parti relativamente grandi del cervello in piccoli pezzi e ricaviamo la media delle registrazioni su un lungo periodo (le immagini alla fine mostrano una media su molti minuti). Ricaviamo solo uno sguardo molto approssimativo su cosa stia succedendo. Le immagini rappresentano spesso l’ “attività” media in gruppi di persone, non in individui. C’è anche il rischio che ciò che vediamo alla fine non sia reale, ma semplicemente errori di calcolo.

Intervista a Franco La Cecla, antropologo: il significato del Natale 

Sappiamo che, come lei lo definisce, il “nostro natale”, è la sintesi, il sincretismo di riti, simboli, miti ancestrali, associati a quelli della “nascita di Gesù Bambino”. Ma a quali esigenze profonde risponde la lunga celebrazione, nella varie modalità, del Natale?

Il nostro Natale si allaccia ad una ritualità che è molto più antica del cristianesimo. Un antropologo italiano, Augusto Cacopardo, è stato per parecchio tempo tra una popolazione nelle montagne del Pakistan, i Kalash che hanno un rito per l’anno nuovo dove si usa il pungitopo, il vischio e dove si celebra la nascita del nuovo anno con modalità che somigliano molto al nostro Natale. È una popolazione indoeuropea che probabilmente è arrivata qui con Alessandro Magno e ha mantenuto, in una zona tutta islamica, una religione animista legata molto al rinnovarsi delle stagioni. Coltiva le viti, unica popolazione del Pakistan a fare questo e ha dei canti collettivi per celebrare la nascita dell’anno. Il Natale è proprio questo, lo stupirsi del rinnovamento della natura, del ritorno delle stagioni, l’accorgersi che c’è una rinascita presente nella natura stessa. Il Bambin Gesù è il simbolo della possibilità ciclica di ricominciare, il ritorno all’infanzia del mondo.

In un suo scritto cita anche, ironicamente, l’assassinio di Babbo Natale, facendo in seguito intendere che rappresenti una sorta di “divinità moderna”: possiamo davvero farne a meno?

Claude Lévi-Strauss parla dell’uccisione di Babbo Natale perché effettivamente quando la figura di Pere Noel appare nella Francia Cattolica del diciannovesimo secolo c’è una reazione di scandalo, di chi pensa che sua una figura pagana e quindi una forma di anti-cristo da eliminare. Babbo Natale è in qualche modo, nel suo provenire dal Nord Europa, il contrappunto all’infanzia del mondo, è il grande vecchio che è preposto a una funzione fondamentale, quella del “dono”. Il dono è una categoria fondamentale nell’antropologia. Perché esso ricorda che c’è una reciprocità che tiene legate le persone e perché presuppone da una parte l’idea della gratuità dei doni della natura e dall’altra il fatto che ci sono cose che non è possibile né bene restituire. La gratuità ricorda un “eccesso” verso di noi a cui non è possibile rispondere fino in fondo.

Intervista a Pietro Meloni, antropologo del consumo, Università di Siena: il consumismo del Natale

Perché il Natale è tanto centrato sul regalo, sul dono? Da cosa nasce questo comportamento collettivo?

Il dono è una categoria che ha avuto particolare fortuna in antropologia e nelle scienze sociali. Non mi è possibile qui richiamarla se non a grandi linee, dicendo che il fondamento del dono è quello di costruire relazioni sociali attraverso tre principi di obbligatorietà: dare, ricevere, ricambiare. Il Natale odierno rappresenta un evento in cui il dono, quindi la volontà di costruire legami sociali duraturi tra persone, ritorna in primo piano. I genitori sento l’obbligo di donare ai propri figli ma, sapendo che il dono si fonda sull’obbligo del ricambiare, utilizzano Babbo Natale come intermediario, uno sconosciuto che libera i bambini dall’obbligo di sentirsi in debito con i propri genitori. Babbo Natale ha anche un’altra funzione, se libera i bimbi dall’obbligo della reciprocità al tempo stesso insegna qualcosa sulla gratuità del dare, educandoli all’importanza della trasmissione dei beni.

Dal punto di vista dell’antropologo dei consumi, l’ansia e la smania degli acquisti sotto Natale è unicamente una risposta al marketing? Ad esempio: gli ipermercati e i negozi iniziano sempre più in anticipo a “evocare il Natale”, a volte già dai primi di novembre. 

Se rispondessi che l’ansia degli acquisti di Natale è una risposta al marketing, direi qualcosa di ovvio ma anche fortemente impreciso. L’antropologo Arjun Appadurai ha brillantemente ribaltato l’idea che, nei riti, il consumo sia la riflessione del tempo che marca la ritualità.  A suo avviso, invece, è il consumo che regola la periodicità, creando il tempo del rito. Cosa significa? In una società sempre più individualista il Natale rappresenta un momento in cui le relazioni sociali all’interno della famiglia possono essere ricostruite e rinnovate, principalmente attraverso lo scambio dei doni. La scelta dei doni rivela l’attenzione che abbiamo verso le persone amate (genitori, partner, figli, amici) e per questo motivo la pianificazione allunga i tempi del consumo. Cosa dobbiamo regalare a chi amiamo? Cosa desidera? Chiaramente pochi prenotano un regalo di Natale con un anno di anticipo perché pochi hanno idea di cosa vorrebbero. Il motivo è che i nostri desideri sono dettati dalla moda (pensiamo agli oggetti tecnologici, o all’abbigliamento) e finché la moda non diviene chiara, la maggior parte delle persone non sa ancora cosa vuole regalare. In autunno la moda inizia a lanciare i primi segnali, così che vi sia tutto il tempo per decidere senza correre il rischio di rimanere senza l’oggetto desiderato, cosa che potrebbe facilmente accadere se aspettassimo gli ultimi giorni. I tempi dilatati della ritualità collettiva sono in questo caso strettamente collegati alla moda, al consumo e al mercato. Essi permettono la formazione del desiderio, influenzato da un immaginario consumistico. Il tempo si dilata anche perché il dono prevede una nostra partecipazione emotiva che deve essere ben visibile nel momento in cui doniamo qualcosa a qualcuno.

Lei vive e insegna in una città come Siena in cui le tradizioni hanno un loro peso: che differenze rileva tra il Natale delle grandi città e quello dei piccoli centri?

Siena è una piccola città, le cui tradizioni hanno un peso notevole, dove la sfera del religioso e quella del folklore si intrecciano spesso. Il 13 dicembre, quindi in pieno periodo natalizio, si festeggia Santa Lucia; i senesi vanno nella chiesa a lei dedicata e si fanno benedire gli occhi e poi comprano nelle bancarelle allestite nel rione, le campanine di Contrada, ossia delle piccole campane di ceramica, terracotta o altri materiali, che rappresentano l’animale totemico e portano i colori di una Contrada di Siena. Le si compra per i bambini, come dono e come modo per farli familiarizzare con i simboli delle Contrade e del Palio di Siena. Ma questo è solo un esempio. Per altri versi il Natale è una forza pervasiva che riproduce un immaginario altamente condiviso a livello nazionale, sia che si tratti di grandi città sia di piccoli centri. Il bisogno di ritrovare parenti e amici, ristabilendo relazioni sociali che spesso si allentano durante l’anno, è comune a chi vive in città come a chi vive in paese. La scelta del menu si riproduce in modo del tutto simile dalla metropoli al piccolo paese, secondo le regole tradizionali regionali.

Certo, la città offre un accesso al mondo delle merci – che sono poi il centro del Natale – solo immaginabile nei piccoli paesi. Vi è quindi una differenza di scala non di desideri.

Siena è poi una città ricca, o almeno lo è stata fino in tempi recenti, e questo si riflette sull’immagine pubblica che offre di sé. L’albero di Natale in piazza Salimbeni, dove ha sede il Monte dei Paschi, è sempre sfarzoso e ben curato – non come lo “spelacchio” di alcuni anni fa che ha fatto tanto arrabbiare i romani. Diciamo che il Natale è un momento in cui le amministrazioni comunali entrano in competizione tra di loro per mostrare maggior sfarzo e opulenza, che si traduce nella cura per il proprio cittadino. C’è comunque qualcosa che lega le grandi città a quelle piccole nel periodo natalizio, ed è la necessità di rallentare il tempo, di sospenderlo in qualcosa di indefinito, che sfugge alla regolarità dei ritmi quotidiani.

Una domanda provocatoria: “consumiamo il Natale” o siamo più “consumati dal Natale”? 

Daniel Miller, antropologo londinese, sostiene che le cose che non possediamo alla fine ci possiedono. Possiamo dire che il Natale porta con sé aspetti positivi e negativi, sapersi muovere tra questi ci permette di consumarlo senza esserne consumati.

La tradizione natalizia, come ogni tradizione, ha aspetti rigidi, che disciplinano i nostri comportamenti. Pensiamo al menu natalizio che raramente mette d’accordo tutti i commensali. Per alcune persone, specie nel centro-nord, il Natale è sinonimo di cappelletti in brodo e lesso. Nel centro-sud è il pesce a caratterizzare il menu della vigilia. Queste regole sono rigide, irriflessive, le persone non intendono trasgredirle al punto da discutere magari con il figlio o l’amico vegetariano che avrebbe desiderio di mangiare qualcosa di diverso.

Portiamo un esempio politico. Negli ultimi anni il Natale è diventato anche un modo per rivendicare, attraverso la cristianità, identità politiche che si nascondono dietro una tradizione religiosa. I dibattiti sul presepe, sull’obbligo di farlo e sui presunti divieti paventati da alcuni politici sono un esempio di come le tradizioni possano essere usate per assumere posizioni rigide, che ci consumano più che permetterci di consumare.

Prendiamo infine un ultimo esempio più consumistico, quello del desiderio del dono. Dicevo all’inizio che la teoria classica del dono prevede tre principi di obbligatorietà: dare, ricevere, ricambiare. Se ci pensiamo è così che funziona il Natale, nel momento in cui la famiglia si ritrova insieme per scambiarsi i doni. Ecco, l’obbligo del ricevere significa che non possiamo rifiutare il dono che ci viene offerto, perché sarebbe altamente offensivo, in quanto significherebbe rifiutare un rapporto di alleanza. Allora, quando riceviamo qualcosa che non corrisponde alle nostre aspettative dovremmo recuperare il significato più profondo del dono, che non riguarda l’oggetto che desideravamo ma il fatto che attraverso i doni le persone si scambiano promesse di amore, di amicizia, di fiducia – cose che, ad esempio, hanno molto più valore di qualsiasi smartphone.

Intervista a Vincenzo Russo, professore associato di Psicologia dei consumi e neuromarketing. Coordinatore del Centro di Ricerca di Neuromarketing “Behavior and Brain LabIULM”: il neuromarketing del Natale 

In ambito psico-antropologico si è soliti dire che il Natale come lo conosciamo oggi è una tradizione “totalmente inventata” nel dopoguerra, una “festa sincretica” frutto di una abile operazione di marketing, soprattutto di matrice statunitense: è così dal pdv dello psicologo dei consumi? Se sì, ce ne rendiamo conto, oppure tutto ciò opera ormai su di noi in modo inconsapevole e “automatico”? 

Dire che il Natale sia una tradizione totalmente inventata, seppur con le modifiche apportate dalla società dei consumi, mi sembra un po’ eccessivo. Il Natale è sempre stata una importante ricorrenza religiosa con forti connotati simbolici, affettivi e comunitari. Sono proprio questi aspetti che hanno permesso al mondo del marketing di agire efficaci strategie per rinforzare certi comportamenti di consumo e di promuoverne di nuovi. Valorizzando la dimensione emozionale che caratterizza il Natale in cui si è più propensi alla positività, più inclini verso gli altri e più predisposti alla convivialità, le strategie di marketing hanno avuto una maggiore facilità di azione. Si tratta di un’occasione per sfruttare al meglio uno dei tanti momenti che scandiscono l’agenda annuale in cui è possibile “influenzare” i comportamenti dei consumatori. Basti pensare ad altre importanti ricorrenze con forti connotati emozionali come San Valentino, la Pasqua, l’ormai consolidata festa di Halloween (culturalmente e storicamente lontana dalla tradizione italiana), per rendersi conto di quanto numerosi siano i momenti dell’anno in cui la dimensione emozionale, legata alla tradizione, orienta profondamente i comportamenti di consumo. Non mi stupisce se il marketing colga queste occasioni per rendere usuali azioni e comportamenti di consumo.

Il Natale è anche definito come “rito universale”: utilizzando gli strumenti del neuromarketing quali sono gli stimoli, le suggestioni, le emozioni che colpiscono i nostri sensi e il nostro cervello durante il periodo natalizio?

Le strategie di fondo sono sempre le stesse, ma, in questo specifico periodo dell’anno, implementate sia in termini quantitativi che qualitativi. Il numero e la qualità degli stimoli sonori, visivi e olfattivi si potenziano in maniera vertiginosa. Siamo circondati da luci sfavillanti che rendono “gradevoli” ambienti e spazi urbani. Si tratta di stimoli con una fortissima connotazione spazio-temporale in grado di essere identificabili con i valori del Natale, o almeno così ci sembra grazie alle persistenti azioni di marketing. Si pensi per esempio alla prevalenza del rosso tipico di Babbo Natale (immagine realmente costruita dal marketing) o del bianco. Sono strategie in cui la dimensione emozionale gioca un ruolo determinante. D’altra parte dagli anni Settanta in poi gli studi offerti dall’economia comportale e dalle neuroscienze hanno dimostrato che gli esseri umani, lungi dall’essere esclusivamente razionali, si lasciano guidare dalle dinamiche affettive nei processi decisionali, razionalizzando e giustificando con la ragione ciò che è stato in realtà scelto e preferito con l’emozione. Insomma “non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano”. In questo contesto l’uso di stimoli che in maniera inconsapevole riescano ad attivare emotivamente è alla base delle principali strategie. Basti pensare alla forza emozionale della musica natalizia. Diversi studi sia classici che neuroscientifici hanno dimostrato come il ritmo, il timbro o il volume della musica di sottofondo siano in grado, non solo di emozionare e quindi attivare comportamenti conseguenti inconsapevoli, ma anche di fare percepire l’ambiente circostante e gli stimoli in maniera del tutto diversa. In un recente studio, si è dimostrato come la percezione della dolcezza di un prodotto potesse essere fortemente influenzata dalla tipologia di musica di sottofondo durante l’assaggio.  La musica ad alta frequenza fa percepire una mousse al cioccolato o un vino più dolce. In genere questo tipo di musica è un po’ più “dolce” rispetto quella a bassa frequenza. Questa “dolcezza sonora” contribuisce prepara il nostro cervello a percepire diversamente gli stimoli per un meccanismo di coerenza, senza che i consumatori ne siano consapevoli

Durante il Natale sembrano potentemente all’opera fenomeni ampiamente studiati dal neuromarketing come il “priming” e il “framing”: è così? Ce ne vuole spiegare le modalità? 

In un momento caratterizzato da valenze simboliche, sociali, affettive e di comunità, è più facile usare le soluzioni offerte dalle ricerche neuroscientifiche o dall’economia comportamentale. Il priming, ovvero quel processo di processo di associazione in grado di rendere più immediate e facili certe associazioni di idee o schemi comportamentali, è molto usato durante il Natale. La presenza di luci, colori e musiche capaci di promuovere una visione positiva della vita e di migliorare l’umore dei consumatori ha certamente un effetto sui comportamenti di consumo. Persone felici tendono ad essere più predisposte all’acquisto natalizio. L’ottimismo smuove i mercati, si dice… A volte l’acquisto stesso viene percepito come un perfetto palliativo per la tristezza o per un momento di sconforto. Sappiamo che il consumo di cibo o la giustificazione (natalizia) per l’acquisto di un regalo hanno la capacità di attivare il nostro sistema dopaminergico (ovvero quello che determina lo stato di benessere) rendendo più felice la persona. Da qui i meccanismi che possono sfocare nel consumo compulsivo. Durante il Natale, l’attivazione di emozioni positive per associazione dipende dalla propensione della mente a immaginare gli eventi correlati tra di loro in maniera sequenziale. Questo processo di associazione non è l’esito di valutazione cosciente, ma una sorta di preparazione all’azione coerente con l’evento precedente. Si comprende bene come l’uso di stimoli di innesco (definito prime) come il colore rosso (che tra l’altro facilita anche l’attivazione fisiologica) possa attivare certe azioni o idee. Lo stesso vale per il framing ovvero l’efficacia della strategia del “modo di presentare” le offerte. Questo meccanismo condiziona la valutazione degli eventi secondo le informazioni con cui verrebbero presentati, che vi fanno appunto da “cornice”. Presi dal turbinio emozionale del Natale, la funzionalità del framing cresce significativamente. In questo caso non è difficile credere che, per la cena di Natale, sia meglio acquistare una carne magra al 75%, piuttosto che una carne grassa al 25%.

Evidence of a Christmas spirit network in the brain: functional MRI study.Hougaard A, Lindberg U, Arngrim N, Larsson HB, Olesen J, Amin FM, Ashina M, Haddock BT.BMJ. 2015 Dec 16;351:h6266. doi: 10.1136/bmj.h6266.

Pierangelo Garzia, Il cervello natalizio, MIND, dicembre 2018 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scambio di informazioni cervello-cervello: da fantascienza a realtà


Mind-melds-e1509130881625(Post di Franco Zarattini, neurologo) Comunemente si ritiene che di solito venga impegnata una parte ridotta del nostro cervello, mentre il suo potere cognitivo potrebbe avere un ulteriore sviluppo utilizzando tutte le capacità disponibili per un balzo in avanti. Telepatia e potenzialità cerebrale recondita da far emergere hanno sempre appassionato l’umanità, perché la possibilità di inviare pensieri direttamente al cervello di un altro individuo è sempre stata ritenuta fantascienza almeno fino a pochi giorni or sono.

Il primo collegamento cervello-a-cervello

I ricercatori dell’Università di Washington e dell’Università di Carnegie sono riusciti a collegare i cervelli di due differenti individui per primi al mondo. Tra i ricercatori lavora anche Andrea Scotto (nato a Palmanova e laureato a Trieste in Scienze delle Comunicazioni completando gli studi con un dottorato in psicologia) che già nel 2015 con i suoi colleghi dell’Università di Washington aveva impiegato questo metodo per connettere due individui mediante un’interfaccia cervello-a-cervello.

La ricerca è stata spiegata in questo modo “vi illustriamo BrainNet che, per quanto ci è dato sapere, è la prima interfaccia non invasiva cervello-a-cervello per la risoluzione di problemi collaborativi” ricordando che è stata pubblicata nella Libreria dell’Università di Carnegie.

I ricercatori hanno collegato la mente di tre individui rivelatisi capaci di confrontarsi amichevolmente durante un gioco di società. Si è trattato della prima volta che un’interfaccia cervello-a-cervello è riuscita a mettere in contatto i cervelli di tre individui, collegandoli con degli elettrodi posizionati sul capo (cuoio capelluto) con modalità bipolari (ogni elettrodo è collegato con il successivo) di tre individui scoprendo cosa potevano fare. Questo è il vero punto di svolta dello studio: secondo i ricercatori in futuro la connessione potrà essere sviluppata ed ampliata fino a divenire il primo “social network” di cervelli abilitato a trasmettere il pensiero. Indubbiamente ci confronteremo nei prossimi anni con questa grande scoperta che ha evidenziato come tre individui possono scambiarsi informazioni senza ricorrere al linguaggio verbale o visivo, unicamente tramite schemi di attività neurale.

Credo che sia lecito chiedersi innanzitutto come sia stato possibile. Ecco la soluzione: i ricercatori hanno riunito più gruppi di tre individui, organizzandoli in modo che in ogni gruppo fossero inseriti due “mittenti “ ed un “ ricevitore “.

Come sono stati collegati i cervelli

Per farla breve i tre individui vengono collegati a degli elettroencefalografi, come sopra chiarito. I mittenti guardando lo schema di un gioco, decidono sul modo di spostarne un blocco o ruotarlo, come sarebbe possibile con un mattoncino di Lego. I segnali neurali vengono decodificati in tempo reale da un elettroencefalogramma (EEG). Proseguendo nella connessione le decisioni dei due mittenti vengono trasmesse al cervello del ricevitore, che non vede la schermata del gioco, in quanto riceve queste informazioni tramite il sistema ben diverso della stimolazione magnetica transcranica (TMS, vedi nota).

Il ricevitore prosegue unendo le informazioni ricevute dai mittenti e decide come agire. Elaborate le sue decisioni invia la sua risposta con l’EEG ai mittenti, che proseguendo possono inviare un feedback al ricevente. La buona notizia è supportata dalla constatazione che questa connessione non solo ha funzionato su un gruppo di tre individui, ma anche su più gruppi. I ricercatori hanno pure sottolineato che i destinatari erano in grado di capire quale mittente fosse più affidabile basandosi sulle informazioni inviate al loro cervello. Pertanto nella comunicazione si configura una forma più complessa ed appropriata di dialogo includendo una valutazione di attendibilità, che oltrepassa la mera comunicazione. Se nel piano di ricerca non ci fossero solide basi scientifiche, sarebbe quasi magia!

La stimolazione magnetica transcranica (TMS)
Si tratta di una stimolazione profonda indolore e non invasiva del cervello mirata ad ottenere risposte dall’area cerebrale interessata per modificarne l’eccitabilità e la plasticità. Questo dispositivo approvato dalla Food and Drug Administration ( FDA ) è largamente utilizzato nella ricerca e da qualche anno pure in ambito clinico per curare disturbi psichiatrici e neurologici come la depressione maggiore, le psicosi allucinatorie e la malattia di Parkinson.

Vedi anche: 

II ritorno della telepatia alla Duke University di Durham, tra topi

Intervista a Dean Buonomano: il tuo cervello è una macchina del tempo


Neurobioblog_IlTuoCervelloèUnaMacchinaDelTempo (2)Immaginata in decine di film, telefilm, serie tv, fumetti, videogiochi, racconti e romanzi di fantascienza. A partire da quel La macchina del tempo di H. G. Wells. E di quell’incantevole, suggestivo film, quello originario ispirato al romanzo di Wells, che avrò visto almeno una dozzina di volte, e ogni volta ne sono rapito, L’uomo che visse nel futuro del regista George Pal. Per non parlare della saga di Ritorno al futuro.

Sono affascinato, anzi ossessionato dai viaggi nel tempo. Se davvero esistesse la macchina del tempo mi offrirei subito volontario. Anche a rischio di non fare mai più ritorno. Nel passato o nel futuro. Più facile si vada nel passato, che ha lasciato una traccia, sostengo alcuni. Va bene. Fatemi approdare ai tempi degli alchimisti. Fatemi girovagare tra alambicchi e atanor di trasmutatori di metalli. Fatemi incontrare Giordano Bruno. Dialogare con Cagliostro. Fatemi assistere alle sedute pubbliche di magnetismo di Mesmer. Fatemi vedere Leonardo al lavoro. Charlie Chaplin su set di un suo film. Fatemi ammaliare dal fascino di Cleopatra. Accidenti. Sto descrivendo tutte cose che sono sedimentate nella mia memoria. Mentre ne parlo quasi le vedo. Nutrito da libri. Film. Cose apprese da altri. Difatti è proprio questo il punto.

La macchina del tempo esiste già. Esiste da sempre. Dentro la nostra testa. Nel cranio. Immersa nel liquido cefalorachidiano. Sempre a disposizione. Di giorno e di notte. Anzi, proprio di notte parte di suo per viaggi fantastici. Incredibili. Non ne può fare a meno di viaggiare nel tempo. Ritorna a luoghi dell’infanzia. Rimescola ogni livello temporale. I vivi con i morti. La nostra mente. Il nostro cervello. Percorso ogni istante da microscopiche scariche elettriche. Inondato da flussi di neurotrasmettitori. La macchina del tempo dentro di noi, dentro la nostra testa, è sempre disponibile a viaggiare attraverso il tempo. Mentre ascoltiamo una canzone. Un brano musicale. Una sinfonia. Mentre ci troviamo in un luogo. Mentre sentiamo suoni e profumi immersi nella natura. Mentre visitiamo una mostra. Un museo. Un luogo della memoria, appunto. Per tornare col ricordo a un antico amore. Un viaggio che non scorderemo mai. Per anticipare le gioie e le preoccupazioni di un figlio. Un lavoro. Una impresa. Un progetto. Una performance di cui siamo protagonisti. Anticipando con il teatro mentale le reazioni del pubblico. Cosa ne sarà del nostro stato di salute? Oppure quello dei nostri cari? Quegli esami avranno buon esito? Per incontrare il nostro capo e discutere di problemi che ci riguardano. Per affrontare il nostro partner riguardo la nostra crisi. Cosa gli diremo? Come reagirà? Viaggiamo sempre con la mente. Nel passato e nel futuro.

Lo spiega anche Dean Buonomano, neuroscienziato dell’Ucla (Università della California, Los Angeles) nel suo libro Il tuo cervello è una macchina del tempo. Neuroscienze e fisica del tempo di prossima uscita da Bollati Boringhieri. Una buona notizia rispetto a quanto detto all’inizio. Secondo Buonomano il nostro cervello è una macchina del tempo che immagazzina informazioni. Ricordi. Nozioni. Ma per viaggiare nel futuro. Per progettare. Inventare. Anticipare. Altrimenti saremmo ancora nelle caverne. Mentre scrivevo questo post avevo di sottofondo Moon Zero, Relationships Between Innner & Outer Space. Un trip spazio-temporale, perfetto.

Buonomano, perché definisce il cervello come una “macchina del tempo”?

In un certo senso, la funzione principale del cervello è predire il futuro. Non immagazziniamo ricordi per rievocare il passato. La funzione dei nostri ricordi è di permetterci di prevedere e prepararci al futuro. Il cervello è anche una macchina del tempo nel senso che scandisce il tempo e ci permette di impegnarci nel viaggio mentale nel tempo.  Noi esseri umani siamo in grado di proiettarci nel futuro per aiutarci a decidere come agire al meglio nel presente. Per raggiungere i nostri obiettivi futuri.

Come possiamo usare al meglio il cervello come “macchina del tempo”? In altre parole, usare il cervello come “anticipatore e programmatore” del presente e del futuro invece di rimanere ancorati al passato?

Come esseri umani siamo unici nella misura in cui siamo in grado di pensare e prepararci per il futuro. Ma ciò non significa che siamo particolarmente bravi a farlo. In effetti, molti problemi personali e sociali sono il risultato della nostra miopia temporale, come non risparmiare abbastanza per la pensione o non affrontare il cambiamento climatico. Ma fortunatamente la pratica e lo sforzo ci possono perfezionare in questo senso. Riflessione, pianificazione e pazienza ci aiutano a prendere decisioni migliori a lungo termine. Inoltre, immaginando e visualizzando dove vogliamo essere in futuro, aiuta. Quindi visualizzare i risultati dello studio o risparmiare denaro oggi, può aiutare a impegnarci in quelle attività.

Le piace la fantascienza? Pensa che il cinema, l’arte e la letteratura siano manifestazioni della capacità del cervello di “viaggiare nel tempo”?

Ho sempre amato libri e film sui viaggi nel tempo e gli inevitabili paradossi che emergono dalla possibilità di cambiare il passato. Mi affascina anche il fatto che sebbene il concetto di viaggio nel tempo oggi sia ovunque nelle arti, non esisteva fino alla fine del XIX secolo. Era come se fosse una nozione così assurda che nessuno nemmeno ne considerava la possibilità, nemmeno nella finzione.

Cosa pensa dei “falsi ricordi”? I ricordi, il “passato” del nostro cervello può essere manipolato? A che punto siamo con la ricerca e i farmaci che promettono di “cancellare” selettivamente i ricordi traumatici?

La maggior parte dei ricordi sono ricostruzioni del passato, piuttosto che rappresentazioni accurate di ciò che è realmente accaduto, quindi i falsi ricordi sono molto naturali e tutti ne abbiamo alcuni. Ci sono farmaci e trattamenti che possono causare l’amnesia e quindi in un certo senso è possibile “cancellare” alcuni ricordi. Ma la nozione di cancellare ricordi specifici e mirati, come il ricordo di una singola persona che hai conosciuto, rimane una possibilità remota.

Nel suo libro precedente Brain Bugs: How the Brain’s Flaws Shape Our Lives parla del cervello come il sistema più complesso dell’universo conosciuto, ma pure imperfetto. È per queste imperfezioni del nostro cervello che siamo ingannati e imbrogliati dagli truffatori e manipolatori, ma anche divertiti dai trucchi dei maghi?

Sì, e penso che la magia sia un ottimo esempio. I maghi sfruttano intuitivamente alcuni dei nostri “bachi cerebrali”. Ad esempio, se dicono abracadabra e il coniglio scompare dal cappello, tendiamo a credere che quelle parole abbiano fatto scomparire il coniglio. Pensiamo che la relazione di causa ed effetto più probabile sia quella più vicina nel tempo. Quindi, un baco del cervello comporta che non siamo molto bravi a capire le IMG_7003sCropped.jpgrelazioni di causa ed effetto separate da mesi o anni. Consideri che se le sigarette causassero il cancro in pochi giorni, le sigarette non avrebbero mai ucciso milioni di persone.

Oggi è di moda introdurre la “fisica quantistica” per parlare di certe stranezze e misteri del cervello. Cosa ne pensa?

La meccanica quantistica e la natura della coscienza sono due dei più grandi misteri della scienza. E a volte le persone hanno la tendenza a pensare, o sperare, che un mistero è la risposta a un altro. Cioè, che in qualche modo la misteriosa natura della fisica quantistica contenga le risposte al mistero della coscienza. Ma ci sono poche prove che questo possa essere il caso. Quindi, a mio parere, è improbabile che le domande fondamentali nelle neuroscienze si basino comunque su fenomeni quantistici, come ad esempio l’entanglement.

Buonomano Lab

UCLA Brain Research Institute

Your Brain Is a Time Machine: The Neuroscience and Physics of Time

Joaquin Phoenix il redentore


a-beautiful-day-nuovi-poster-del-thriller-con-joaquin-phoenix-1.jpgA vederla Lynne Ramsay è una gradevole donna paffutella e sorridente. Non immagineresti i film che riesce a fare. Tipo questo You were never really here (non sei mai stato realmente qui, titolo originale di quello usato nell’edizione italiana: A beautiful day e ne capisci il perché alla fine). Lynne Ramsay fa film folli. Potenti e conturbanti come la follia. Tipo …e ora parliamo di Kevin. Regista britannica (Glasgow), apprezzata dalla critica, pluripremiata, Lynne Ramsay fa film che sono cazzotti in faccia. Calci nello stomaco. In A beautiful day mette in scena tutto il male del mondo, tanto, troppo, con qualche piccola, piccolissima, apertura al sentimento. Alla possibilità che la follia umana possa salvarsi dall’autodistruzione. In un mondo dove ricordi, traumi, passioni, crudeltà familiari e sociali, sporche guerre, delitti, perversioni, vero e falso, reale e irreale, sogno e incubo, si frammischiano tra loro. Senza un prima e un dopo. E neppure un durante. Tutto lo schifo e l’abiezione del mondo. In un Joaquin Phoenix che se ne fa corpo e sangue. Un redentore “solo sicario” anche nell’aspetto (chissà perché non ci ha ancora pensato nessun recensore del film) di questa epoca laida e perduta. Disperata e disperante. Angosciata e angosciante. Un redentore che invece di finire inchiodato sulla croce, aggiusta i torti a colpi di martello (“made in USA”, non a caso). Non andate a vederlo se non siete in grado di reggere le emozioni forti. Troppo forti.