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Daniela Mari: come diventare centenari


a-spasso-con-i-centenari_pcTutti vorremmo vivere a lungo. Invecchiando bene. Magari, non invecchiando. Siccome quest’ultimo obbiettivo non è ancora possibile, dobbiamo puntare sui primi due. Come farlo? Le risposte possibili sono diverse, ma se vogliamo restringerle a tre, potrebbero essere: sana e limitata alimentazione, attività fisica moderata ma regolare, controlli medici regolari, a seconda delle fasce d’età e del rischio familiare.

Oggi abbiamo molte conoscenze disponibili per stare bene e invecchiare bene. Inoltre, vi sono medici che si occupano dell’aging, di comprendere come una persona sta invecchiando e aiutarla a farlo in modo salutare. Ad esempio i geriatri. Che, da un certo punto di vista, hanno introdotto al loro interno una rivoluzione culturale. In passato, ad esempio quando studiavo medicina a Pavia (garantisco, qualche decennio fa), il geriatra era il medico delle malattie dei vecchi. Curava. Tamponava. Poveri corpi spesso malmessi. Derelitti. Pieni di acciacchi. Dolori di tutti i tipi.

Era anche divertente sentirli fare lezione, i geriatri. Data la latitudine padana, avevano spesso a che fare con vecchi contadini. Bruciati dal sole. Consumati dalla fatica. “Vedete”, ci illustrava il docente, “queste sono le classiche profonde rughe incrociate nella parte posteriore del collo, segno del fatto di stare molte ore piegati sulla terra, sotto il sole battente…”. Vecchi contadini a cui chiedevi se consumavano alcol. Rispondevano in dialetto: “No dottore, solo qualche bicchiere di buon vino, e magari un ammazzacaffè dopopranzo e dopocena…”. Qualche bicchiere di buon vino spesso ammontava a un litro e mezzo di fiasco, più qualche grappino. Ma oggi, anche tra quelli che sono diventati agricoltori, la vecchiaia non è più quella di una volta. Tutti sappiamo cosa bisogna fare per cercare di stare bene nell’intero ciclo vitale. Cosa fare e cosa evitare, ad esempio il fumo e i superalcolici (neppure troppo vino, sebbene di quello buono). E i geriatri sono diventati i medici che studiano e curano non solo le malattie dell’età avanzata, ma pure coloro che aiutano a invecchiare bene.

Uno di questi geriatri, gerontologi, scienziati dell’aging, è Daniela Mari. Docente di geriatria all’Università di Milano, ha diretto l’Unità geriatrica del Policlinico milanese, scienziata nota a livello internazionale per i suoi studi sui centenari, ho avuto modo di conoscerla e frequentarla sia per ragioni professionali che familiari. Posso perciò dire a ragion veduta che Daniela Mari è una geriatra, un medico di eccezionale competenza, ma pure una persona, una donna, di straordinaria umanità. Ciò che ognuno di noi vorrebbe trovare in un medico. Specialmente se figlio di genitori anziani. In quei momenti drammatici, dolorosi, che colpiscono ogni famiglia. Specialmente se anziani a nostra volta. Con tutti i timori, paure e fragilità del caso.

Daniela Mari è autrice di un saggio di recente uscita: “A spasso con i centenari. L’arte di invecchiare bene” (ilSaggiatore). Un libro in cui Daniela Mari distilla  sapientemente tutte le sue conoscenze di medico e scienziato dell’invecchiamento. Ma non solo. In questo bellissimo libro, toccante, poetico, persino commovente, abbiamo modo di apprezzare le straordinarie doti narrative di Daniela Mari. Donna di ottime letture storiche e filosofiche, ama il cinema, la musica, l’opera, ma pure la letteratura contemporanea. Sul suo comodino, come ci riferisce in uno dei vari passaggi autobiografici, tra le altre letture, che immaginiamo numerose e di vario genere, c’è “Underworld” di Don DeLillo.  E la pratica sportiva. Sciatrice ed escursionista.

Faccio spoiler, come si dice oggi, nulla togliendo alla gioia, persino all’entusiasmo nel leggere uno dei libri più appassionanti che abbiamo avuto tra le mani negli ultimi anni, ma devo assolutamente citarne il finale, straordinario come tutto il resto: “Come un libro è delimitato dalle sue copertine, le nostre vite lo sono da nascita e morte. Un libro, anche da chiuso, può comprendere paesaggi lontani e avventure fantastiche: dovrebbe essere così anche per noi uomini. Immaginate il libro della vostra vita: non abbiate paura di ciò che è fuori dalle copertine e non preoccupatevi di quanto è lungo. L’unica cosa che conta è farne una bella storia”.

Daniela Mari l’ha fatta e la sta facendo una bella storia. Non solo con questo saggio. Uno dei suoi maggiori successi anche come medico. Perché è un libro terapeutico. Inoltre, è un libro che fa sorgere molte considerazioni. Mille domande. Ne abbiamo rivolta qualcuna all’autrice.

Professoressa Mari, a parte la genetica, quali sono i fattori esterni, epigenetici, che ci possono fare invecchiare bene?

Avere buoni geni aiuta, ma sulla longevità la genetica pesa per il 25% circa. L’epigenetica, scienza che studia i cambiamenti dell’attività dei geni che non comportano variazioni nel DNA, ma che possano essere ereditati anche dalle generazioni successive, ci insegna che fattori ambientali come l’alimentazione, l’inquinamento e lo stress possono attivare o silenziare alcune sequenze di geni. Con uno stile di vita attivo e non sedentario e una dieta adeguata, come la nostra mediterranea, si possono “guidare” i geni verso la longevità, anche se non abbiamo avuto genitori centenari.

L’ambiente influisce, come è dimostrato dal fatto che i giapponesi di Okinawa che sono emigrati in Canada, per esempio, non invecchiano come quelli restati nel paese d’origine: il cambiamento drastico di alimentazione, dei comportamenti culturali e ambientali fa perdere il vantaggio dato dai geni. Dal punto di vista fisico è importante mantenere la propria autonomia, sforzandoci di non impigrirci, anche quando ci sembra di stare meglio chiusi nella pace della nostra casa. Non dimentichiamo poi che la prevenzione resta un cardine importante per una lunga vita: gli studi su ampi campioni di popolazione ci hanno da tempo confermato l’importanza di tenere sotto controllo i fattori di rischio cardiovascolari, quali gli alti livelli di colesterolo, l’ipertensione arteriosa, il fumo di sigaretta e l’obesità, che non risparmiano nessuna fascia sociale.

Tutto questo da solo potrebbe non bastare, perché molte ricerche dimostrano che mantenere l’autostima e aspettative positive sul proprio invecchiamento, ha un impatto maggiore oltre che sulla durata, anche sulla qualità della vita rispetto all’età cronologica. Il caso della Signora Agata di 104 anni che durante un’intervista della Rai a casa sua, si è cambiata due volte di abito e di gioielli per sua scelta ben descrive un carattere positivo e combattivo, anche per altri aspetti che descrivo nel libro.

Il caso delle due gemelle da lei studiate, di cui una si ammalò di Alzheimer e l’altra no, sono una dimostrazione di quanto influiscano i fattori epigenetici? Nello studiare questo caso avete individuato differenze significative nei fattori ambientali, sili di vita, alimentazione o altro che possano rendere ragione di tale differente destino delle due?

Le due gemelle erano ambedue portatrici dell’allele ApoE ε4, che è il fattore di rischio genetico più importante per l’insorgenza della malattia di Alzheimer sporadica a esordio tardivo. In ambedue le gemelle vi era un’ipometilazione del DNA di tutti i promotori dei geni studiati. In particolare l’espressione genica della proteina precursore dell’amiloide, della sirtuina 1 e del PIN1 erano espresse in quantità aumentata nella gemella affetta da AD rispetto a quella sana.

L’effetto epigenetico era dovuto a un’aumentata espressione genica di due isoforme di deacetilasi istoniche (HDAC2 e HDAC9). Non è stato possibile stabilire nelle due gemelle quali fattori ambientali abbiano portato nella vita adulta  a un fenotipo differente, uno sano e uno con AD, se non il riscontro di personalità differenti. Sappiamo da molti studi che i pensieri e le emozioni nelle prime fasi della vita lasciano il segno sul nostro epigenoma ed influenzano, nella vita adulta, la reattività allo stress e la salute, fisica e mentale.

Nel suo libro analizza anche gli stili di vita odierni così ossessionati dal mantenere un aspetto giovanile: siamo destinati a diventare dei Dorian Gray, giovani fuori e decrepiti dentro?

Mi auguro proprio di no, anche se gli stimoli che a volte ci vengono dalla pubblicità rendono difficile l’accettazione dei cambiamenti che il passare del tempo comporta.

Credo che sia importante in alcuni momenti della nostra vita frenetica, riuscire a trovare il tempo di fermarsi per vedere in che direzione stiamo andando, quali valori abbiamo perso e quanto, come dici bene tu, siamo diventati decrepiti dentro. Invecchiare è un’arte nel senso etimologico della parola “andare verso”, ma è anche una preparazione, perché l’invecchiare ci può cogliere quasi all’improvviso. E’ necessario “prendere le misure” di una realtà che devi affrontare con un nuovo spirito per potervisi adattare.

Quanto conta la salute del cervello e l’allenamento cognitivo per un buon invecchiamento?

La salute del cervello è una componente essenziale di un invecchiamento felice. Entra in gioco l’’importanza della riserva cognitiva, che è costituita dalle conoscenze e dalle abilità che acquisiamo nell’arco della vita, e non solo nella prima infanzia, e che ci permette di resistere più a lungo ai processi degenerativi cerebrali.

Studiare, apprendere, conoscere, viaggiare, visitare un museo, una mostra, leggere: tutte queste attività vanno a costruire una difesa preziosissima contro le malattie che causano un decadimento cerebrale. Il cervello che invecchia è plastico e può sempre apprendere cose nuove, e, per esempio, suonare uno strumento musicale è un allenamento cerebrale straordinario, anche in tarda età. Ed è dimostrato da studi recenti che scegliere trenta, quaranta minuti prima di dormire una melodia preferita può facilitare sia l’addormentamento, sia prevenire i risvegli precoci, riducendo l’utilizzo dei farmaci ipnotici, molto dannosi per i nostri neuroni. Anche l’attività fisica, in molti studi si è rivelata un fattore protettivo contro il decadimento cognitivo, proprio come la dieta e le nostre abitudini culturali.

Telomeri e mitocondri sono davvero correlati ai processi di invecchiamento? Se sì, impareremo a prendercene cura? In certe culture, come quella ebraica, l’eredità materna è fondamentale: perché ereditiamo i mitocondri solo dalla madre? Ciò condiziona la nostra vita biologica?

I telomeri sono sequenze ripetute di DNA all’estremità dei cromosomi che costituiscono specie di cappuccio a protezione della parte terminale del cromosoma stesso dal deterioramento. Ciascun telomero, al concepimento, è lungo 15000 unità (basi), a ogni divisione una parte di queste unità non viene copiata, così la lunghezza del telomero a poco a poco diminuisce, e diventa sempre più breve, finché la cellula perde la capacità di dividersi e muore. L’invecchiamento si accompagna all’accorciamento dei telomeri e all’accumulo di mutazioni nella regione telomerica. Dunque, la riduzione della lunghezza dei telomeri emerge anche, di riflesso, come fattore predittivo per lo sviluppo di malattie e il decorso di alcune di queste, inclusi i tumori.

Dopo la scoperta di un enzima, la telomerasi,  che è valso il premio Nobel nel 2009 a tre a tre ricercatori , Elizabeth Helen Blackburn, Jack W. Szostak e Carol Greider, in grado di inibire l’accorciamento dei cromosomi e di sintetizzare sempre nuove sequenze telomeriche rallentando l’invecchiamento cellulare, la ricerca è oggi mirata a trovare il modo di “accendere” o “spegnere” il gene che regola la telomerasi. Anche alcuni fattori ambientali, come lo stress di chi assiste una persona con demenza, possono inibire la telomerasi

I mitocondri sono organelli cellulari a forma di fagiolo, costituiscono una vera e propria centrale energetica e sono addetti alla respirazione cellulare; degradano inoltre le molecole che introduciamo con l’alimentazione e ne traggono l’ATP (adenosintrifosfato). Possiedono un DNA, differente da quello nucleare che in molte le specie animali, compreso l’uomo, viene ereditato solo dalla madre. Molto recentemente è stato pubblicato su “Science” il meccanismo, finora sconosciuto, per il quale i mitocondri di origine paterna vengono eliminati. Infatti lo studio dei mitocondri paterni in un tipo di vermetto, il Caenorabditis elegans, ha dimostrato un meccanismo di auto-distruzione interna, che viene attivato quando lo sperma si fonde con l’uovo. E’ stato  identificato un gene, chiamato CPS-6, che sembra avviare il processo di distruzione all’interno dei mitocondri paterni. Se si elimina questo gene, rallentando l’eliminazione del DNA mitocondriale paterno, si ha un più alto tasso di morte embrionale.

Tutti i figli di una stessa madre hanno perciò il DNA mitocondriale identico alla madre, alla nonna materna, alla bisnonna materna e così via. Basta che sia disponibile la nonna materna – o un qualsiasi altro familiare della stessa linea materna – per stabilire se un individuo può appartenere alla famiglia. Questa conoscenza ha permesso, per esempio, di restituire alle famiglie d’origine, tramite lo studio del DNA delle nonne, i bambini sottratti alle madri “sparite” in Argentina durante la dittatura e sistemati in famiglie compiacenti.

Tornando all’invecchiamento, alcune alterazioni del DNA mitocondriale sono però associate in senso positivo all’invecchiamento e alla longevità. In un nostro studio sui centenari italiani, è stato dimostrato che una specifica variante allelica (aplotipo) mitocondriale è molto più presente nei centenari che nella popolazione giovane. Lo stesso aplotipo è stato associato a diverse patologie: siamo dunque probabilmente di fronte a un pleiotropismo (dal greco pleion, πλείων, molteplice, e tropein, τροπή, cambiamento) antagonista, fenomeno per cui uno stesso gene può avere effetti opposti, favorire patologie in età giovanile e longevità nell’età avanzata.

Il ricorso alla meditazione, alla mindfulness, ma anche ad antiossidanti, curcuma o sostanze naturali, sono davvero in grado di rallentare i processi di invecchiamento?

Negli anni ’70, un biologo molecolare dell’Università del Massachussetts Jon Kabat-Zinn, ha introdotto la tecnica della meditazione buddhista in ambito clinico. I programmi di riduzione dello stress che ne sono derivati (primo tra tutti il Mindfulness-Based Stress Reduction, MBSR), possono portare a un miglioramento dell’attenzione, l’equilibrio emotivo, la capacità di sintonizzazione con gli altri e l’empatia. In un recente lavoro impegnando i caregivers di pazienti con demenza di Alzheimer, in cui lo stress aveva provocato una diminuzione dei livelli di telomerasi, in esercizi di meditazione giornaliera, o all’ascolto di musiche rilassanti, i ricercatori sono riusciti a migliorare il loro umore e i livelli di telomerasi. In questo campo mancano tuttavia studi longitudinali controllati sull’effetto della meditazione e di un diminuito decadimento cognitivo.

Gli studi sulla curcuma sono stati suggeriti dal fatto che i centenari di Okinawa consumavano questa spezia, poco utilizzata nel resto del Giappone. Inoltre i giapponesi C6YnYWZXEAARB4M.pngdi Okinawa che sono emigrati in Canada, per esempio, non invecchiano come quelli restati nel paese d’origine: il cambiamento drastico di alimentazione, dei comportamenti culturali e ambientali fa perdere il vantaggio dato dai geni.

Anche l’effetto sui processi umani d’invecchiamento dell’integrazione della dieta con sostanze antiossidanti rimane incerto e sono necessarie ulteriori ricerche su campioni ampi di popolazione, che siano seguiti per anni e comparate a un gruppo di controllo che non li assuma, per validare la reale associazione con l’insorgenza o meno di patologie e l’impatto sulla mortalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amen per il cervello delle donne


amenIn anni passati scrissi un servizio per un settimanale femminile, corredato da foto scientifiche originali, sul cervello femminile. Non vi erano ancora in corso molte ricerche né pubblicazioni sulle differenze di genere a livello cerebrale. In quegli anni ci fu chi riscontrò una maggiore e migliore connessione tra i due emisferi cerebrali del cervello femminile, grazie alle fibre nervose del corpo calloso che li collega. Da cui una ipotetica compresenza di maggiore scambio tra il cervello “intuitivo” e quello “razionale”.

Lo studio delle differenze tra il cervello maschile e femminile ha registrato un periodo di grande interesse negli scorsi anni, per poi rientrare con la sentenza: non vi sono sostanziali differenze tra i due cervelli. Se può essere vero, e in parte lo è, dal punto di vista anatomico, morfologico, rimangono ancora da approfondire le differenze funzionali. Come funzionano i due cervelli, maschile e femminile. A quali disturbi e malattie vanno incontro più frequentemente. Che dipendono, ad esempio, dal differente assetto endocrino tra maschi e femmine, dagli ormoni e dalla circolazione sanguigna. Un nuovo studio molto esteso su maschi e femmine (26.683 pazienti con condizioni psichiatriche e 119 sani) ha impiegato tecniche di visualizzazione cerebrale (neuroimaging funzionale), nello specifico la tecnica Spect (tomografica a emissione di singolo fotone).

Lo studio in questione mirava ad accertare se vi può essere una correlazione tra il maggiore flusso sanguigno, e quindi il maggiore apporto di ossigeno ai neuroni e a determinate aeree cerebrali nelle donne, il che può essere visto come un vantaggio in termini di migliore funzionalità cerebrale, ma forse pure come svantaggio nella predisposizione a malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. Le aree in cui i cervelli delle donne si trovavano significativamente più attivi in ​​termini di flusso sanguigno erano la corteccia prefrontale , che aiuta a controllare gli impulsi e mantenere l’attenzione e le parti limbiche o emotive del cervello, che gestiscono l’umore e l’ansia. Uno di quei lavori su cui molti giornalisti e media si butteranno a pesce, perché pare confermare molte osservazioni empiriche che ognuno di noi fa nella vita quotidiana, sul modo di funzionare delle teste maschili rispetto a quelle femminili. Sarebbe una conferma, anche semplicistica a ben vedere, di taglio apprentemente “scientifico”.

Resta solo da aggiungere che il ricercatore principale dello studio, firmatario del lavoro, brain-blood-activity.jpgè uno psichiatra dalla reputazione controversa: Daniel Amen. Uno di quei palestrati medici statunitensi, californiani, delle star e dei ricconi, con cliniche intestate a proprio nome, molto addentro ai meccanismi di marketing, che fanno un sacco di soldi pure con libri (pubblicati anche in italiano), programmi tv, corsi e conferenze, del genere “cambia la tua età e la tua vita col cervello”. Un guru della nuova e redditizia religione del corpo. Attendiamo dunque conferme o smentite a questo studio che, sulla carta, pare stimolante. Ma per potere dire Amen, dobbiamo attendere altro.

Nella foto della scansione:  in rosso, il flusso sanguigno che risulterebbe aumentato nel cervello delle donne. Immagine diffusa, manco a dirlo, dalle “Amen Clinics”.

Amen DG, Trujillo M, Keator D, Taylor DV, Willeumier K, Meysami S, Raji CA, Gender-Based Cerebral Perfusion Differences in 46,034 Functional Neuroimaging Scans, Journal of Alzheimer’s Disease, 2017 Aug 4. doi: 10.3233/JAD-170432.

 

Troppo sonno e Alzheimer


sonnoQuanto abbiamo ancora da imparare dalla medicina del sonno? Moltissimo. Uno studio pubblicato da “Neurology” mostra come chi dorma più di 10 ore per notte, piuttosto che meno di 9, sia più predisposto ad ammalarsi di Alzheimer.

Non è ovviamente da intendersi come rapporto causa-effetto, quanto magari predittivo della demenza che si sta facendo strada tra le cellule e la biochimica del cervello. Il sonno è fondamentale per la nostra vita e la nostra salute. Né troppo poco, né troppo. Il giusto. E si rivela sempre più importante anche a livello diagnostico, come predittivo di malattie in corso o che si stanno sviluppando dentro di noi. Come spiegano gli autori di questa ricerca: «la durata prolungata del sonno può essere un marker di neurodegenerazione precoce e, quindi, uno strumento clinico utile per identificare quelli a più alto rischio di progressione verso la demenza clinica entro 10 anni».

Parecchi anni fa immaginai materassi che registrano, monitorano le nostre funzioni organiche ogni notte, fornendo così un quadro e parametri sul nostro stato di salute generale. I materassi diagnostici entreranno in ogni casa. Così come gli specchi e i sanitari diagnostici.

Westwood AJ, Beiser A, Jain N, Himali JJ, DeCarli C, Auerbach SH, Pase MP, Seshadri S, Prolonged sleep duration as a marker of early neurodegeneration predicting incident dementia, Neurology. 2017 Feb 22. pii: 10.1212/WNL.0000000000003732. doi: 10.1212/WNL.0000000000003732. [Epub ahead of print]

Vedi anche:

Mentre dormi il tuo corpo ti cura

Rudolph Tanzi, il neuroscienzato che serve l’Alzheimer nel piatto e legge Carlos Castaneda


TANZIRudolph Tanzi è un neurogenetista della Harvard Medical School che legge Carlos Castaneda, suona con gli Aerosmith e scrive libri con Deepak Chopra. Considerato un genio, Tanzi ha creato in laboratorio un modello per studiare lo sviluppo e l’evoluzione dell’Alzheimer. Si tratta di una nuova tecnica che utilizza colonie di cellule neurali, geneticamente modificate e coltivate in un gel, che crescono in 3D. Con il trascorrere dei giorni, le cellule neurali iniziano a presentare le caratteristiche salienti della malattia di Alzheimer, vale a dire placche e grovigli.

Come scrivono lo stesso Tanzi e collaboratori nel loro lavoro scientifico più recente: «La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s disease, AD) è la causa più comune di demenza e non vi è attualmente alcuna cura. L’ “ipotesi della cascata β-amiloide” dell’ AD è la base della comprensione corrente nella patogenesi e nella scoperta di nuovi farmaci. Tuttavia, nessun modello AD ha pienamente convalidato questa ipotesi. Recentemente abbiamo sviluppato un modello attraverso coltura di cellule staminali umane di AD, coltivando cellule staminali neurali umane geneticamente modificate in un sistema tridimensionale (3D) di coltura cellulare. Queste cellule sono state in grado di ricapitolare gli eventi chiave della patologia AD, tra cui placche β-amiloide e grovigli neurofibrillari». Inutile aggiungere quanto un modello simile, se si dimostrasse davvero valido per la comprensione dell’Alzheimer, quali prospettive potrebbe aprire per la sperimentazione di nuovi farmaci, prima di impiegarli direttamente nei pazienti.

Rudolph Tanzi, nutre il suo personale cervello, oltre che di scienza, anche di tante altre cose che, a suo dire, gli stimolano inventiva e creatività. Una figura, quella di Tanzi, che ricorda quella di Kary Mullis il biochimico americano premio Nobel per la chimica per la messa a punto della PCR (Polymerase Chain Reaction, reazione a catena della polimerasi), tecnica laboratoristica di indagine che così rivoluzionaria e importante si è rivelata in tutte le ricerche e analisi, sia di base che nella diagnostica, di genetica molecolare.

Sulla copertina della sua autobiografia Ballando nudi nel campo della mente, Kary Mullis, è ritratto in piedi su una roccia, in tenuta da surf con la tavola sottobraccio. Nel libro Mullis racconta tutti i suoi interessi alternativi e le sue stravaganze da hippie. Similmente, come riferisce il nuovo numero dello “Smithsonian Magazine”, «Tanzi ha conseguito due lauree presso l’Università di Rochester, in microbiologia e storia scrivendo la sua tesi  su Franz Mesmer, un medico tedesco del 18° secolo che ha promosso l’idea di “magnetismo animale” e dal quale deriva la parola ipnotizzare. E Tanzi resta super-geni-chopra-tanziaffascinato (ipnotizzato?) dai modi alternativi di interpretare la realtà. Rilegge regolarmente le opere mistiche di Carlos Castaneda. Medita, pratica il sogno lucido e collabora con la superstar new age Deepak Chopra. Hanno scritto in collaborazione due libri che fondono assieme divulgazione scientifica e auto-aiuto: Super Brain e hanno appena pubblicato Super Genes, inoltre viaggiano per il mondo come una squadra, parlando della natura della coscienza».Il libro Super Brain di Tanzi e Chopra è uscito con lo stesso titolo due anni fa da Sperling & Kupfer e dallo stesso editore uscirà anche nei primi mesi del 2016 Super Geni. Come sfruttare il potere nascosto del tuo DNA.

Per approfondire:

° D’Avanzo C, Aronson J, Kim YH, Choi SH, Tanzi RE, Kim DY, Alzheimer’s in 3D culture: Challenges and perspectives, Bioessays. 2015 Oct;37(10):1139-48

° Natalie Angier, “The Two Brains at the Forefront of the Fight Against Alzheimer’s”, Smithsonian Magazine, December 2015

Il futuro della mente di Michio Kaku


The_Future_of_the_MindLa macchina del tempo esiste. E’ la mente. Può viaggiare nel passato e nel futuro. Prova ne sia tutta la produzione artistica, letteraria, cinematografica, fumettistica e di videogiochi continuamente realizzata. Esce oggi, acquistabile con il mensile Le scienze, l’edizione italiana di The Future of The Mind (Il futuro della mente) del fisico e divulgatore scientifico Michio Kaku. Un viaggio attraverso il tempo del cervello, della mente e della coscienza, per conoscere quanto sappiamo oggi e quanto sapremo negli anni a venire sulle nostre realtà interiori. Pur con qualche imperfezione ed eccesso di ottimismo nel futuro, il volume di Kaku è, come tutti gli altri suoi precedenti, di piacevole lettura, ricchissimo di informazioni, e stimolatore di idee.

“Allo stato attuale, le neuroscienze sono ancora a uno stadio piuttosto primitivo: gli scienziati possono leggere e registrare pensieri elementari dal cervello di una persona viva, censire qualche ricordo, collegare il cervello a bracci meccanici, abilitare pazienti immobilizzati al controllo di macchine, silenziare specifiche regioni del cervello attraverso il magnetismo e identificare quelle responsabili dei disturbi mentali”. 

“Nei prossimi decenni, tuttavia, il potere delle neuroscienze potrebbe diventare esplosivo: oggi la ricerca è sulla soglia di nuove scoperte scientifiche che, con ogni probabilità, ci lasceranno senza fiato. Un giorno potremmo controllare gli oggetti intorno a noi con la forza della nostra mente, downlodare i ricordi, curare le malattie mentali, potenziare la nostra intelligenza, comprendere il cervello neurone per neurone, crearne copie di backup e comunicare tra noi per via telepatica. Il mondo del futuro sarà il mondo della mente”. 

Esagerazioni? Fantascienza? Fino ad un certo punto. Augurandoci che la famosa idea di progresso – scientifico, tecnologico, sociale – possa sempre proseguire in avanti. 

Michio Kaku, come altri che scrivono e ricercano nel campo delle neuroscienze, è stato direttamente colpito dalla sofferenza di chi vede un proprio congiunto spegnersi giorno per giorno, dal punto di vista cognitivo, a causa dell’Alzheimer. E a maggior ragione si augura, da scienziato, che la ricerca medica possa giungere a interventi preventivi e curativi per malattie neurodegenerative così drammatiche. 

“Nel corso degli anni, io stesso ho scoperto che molti tra i miei colleghi e amici hanno dovuto affrontare la malattia mentale nelle rispettive famiglie”.

“Neanche la mia è stata risparmiata: parecchi anni fa mia madre è deceduta, dopo aver lottato a lungo contro l’Alzheimer. Fu straziante vederla perdere i suoi ricordi, fino al giorno in cui, guardandola negli occhi, capii che non sapeva chi io fossi. In lei ho visto estinguersi lentamente la fiamma di ciò che ci rende umani. Aveva faticato una vita per crescere la sua famiglia e, invece di godersi la vecchiaia, i ricordi più cari le venivano sottratti”. 

Studiare il cervello è una delle avventure intellettuali più entusiasmanti. Tutti ce ne rendiamo conto. Ma lo è ancora di più se un giorno potremo consentire che un anziano possa vivere fino alla fine dei suoi giorni sulla terra con quello stesso cervello che gli ha permesso di invecchiare, svolgere la sua vita, crescere la sua famiglia, lavorare e interagire con i suoi affetti. Studiare il cervello e il sistema nervoso è ancora più appassionante se, oltre alle scoperte di cui tutti siamo curiosi, un giorno potremo dare una risposta terapeutica a tutti coloro che oggi hanno limitazioni e impedimenti dalla sclerosi multipla, dalla sclerosi laterale amiotrofica, e a causa di tutte le malattie croniche e invalidanti del sistema nervoso. 

 

Muoviti e non diventerai demente. Attività fisica, istruzione e salute del cervello


CyrusRaji

Cyrus Raji è un giovane neuroradiologo dell’Università di Pittsburgh. Suo principale campo di interesse e ricerca è comprendere attraverso il neuroimaging come mantenere in salute il cervello e, possibilmente, preservarlo da malattie neurodegenerative. In particolare l’Alzheimer.

Nelle ricerche di Cyrus Raji e altri, l’attività fisica si configura sempre di più come vera e propria medicina. L’equazione è molto semplice. Svolgere regolare attività fisica fa dimagrire. Diminuire l’indice di massa corporea, relativa alla massa grassa, fa circolare meglio il sangue. Circolando meglio il sangue, il cervello è meno soggetto ad atrofia. Essendo meno soggetto ad atrofia, soprattutto con l’avanzare dell’età, sarà meno soggetto a demenze.

L’altro aspetto associato a maggiori volumi cerebrali è il grado di istruzione. Con una formuletta potremmo dire: “hai più cervello e meglio funzionante, se apprendi continuamente e ti muovi di più”. Non è così lontana dalla realtà, l’idea che il cervello si possa allenare e mantenere trofico proprio come un muscolo.

In un lavoro di un anno fa, a cui Cyrus Raji prese parte, si legge: “Capire come l’attività fisica, la dieta, l’istruzione, e l’obesità incidono sulla salute del cervello, può aiutare ad identificare gli interventi sugli stili di vita, adatti a rallentare o ritardare il deterioramento legato all’età del cervello”. E in altra parte dello stesso lavoro: “Più alto livello di istruzione e una maggiore attività fisica sono stati associati a maggiori volumi cerebrali”.

La prevenzione diventerà sempre più determinante. Primo, per i noti fattori di crisi economica che sempre più incideranno sulla spesa pubblica relativa alla sanità e alle cure da prestare agli anziani. Secondo, strettamente connesso al primo punto, perché entro il 2030, il 14% della popolazione mondiale avrà più di 65 anni, e l’avanzare dell’età è il fattore di rischio più importante per la malattia di Alzheimer ad insorgenza tardiva.

I risultati più recenti dei suoi studi Cyrus Raji li ha presentati qualche giorno fa all’RSNA di Chicago, la mega-convention dei radiologi mondiali, irrinunciabile non solo per l’aggiornamento e per i contatti, ma soprattutto per la possibilità di “toccare con mano” l’innovazione, in un settore in cui la tecnologia è determinante.

Riferimenti: 

April J. Ho, Cyrus A. Raji, James T. Becker, Oscar L. Lopez, Lewis H. Kuller, Xue Hua, Ivo D. Dinov, Jason L. Stein, Caterina Rosano, Arthur W. Toga, Paul M. Thompson, “The Effects of Physical Activity, Education, and Body Mass Index on the Aging Brain”, Hum Brain Mapp. 2011 September; 32(9): 1371–1382