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Mitocondri: nuove conferme sul loro ruolo nella nostra salute


L’attenzione che da oltre dieci anni con Enzo Soresi dedichiamo ai mitocondri e di cui abbiamo parlato prima in Mitocondrio mon amour e di recente con Il segreto dei mitocondri, entrambi pubblicati da Utet, richiederebbe ancora molte pagine, dato che gli studi e le scoperte su questi organelli intracellulari sono continui e sempre più importanti per la nostra salute. Nel Segreto dei mitocondri parliamo estesamente del rapporto tra mitocondri e cervello e del loro ruolo nelle malattie neurodegenerative.

Ebbene, è di qualche giorno fa la notizia che ricercatori francesi e canadesi hanno dimostrato per la prima volta un nesso causale diretto tra malfunzionamento dei mitocondri e sintomi cognitivi nelle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

In un capitolo del Segreto dei mitocondri accenniamo inoltre alla possibilità che i mitocondri fungano da “ponte epigenetico” tra il nostro ambiente interno e quello esterno. Del resto, secondo la teoria endosimbiotica, quella più accreditata, i mitocondri sarebbero il risultato dell’ingresso di un protobatterio aerobio in una cellula ospite, poco meno di due miliardi di anni fa. Da questa simbiosi di reciproco vantaggio – protezione dei mitocondri provenienti dal mondo esterno sempre più ricco di ossigeno, insediatisi nella cellula in cambio di energia – nasce l’idea dei mitocondri come “ponte” tra il mondo esterno e interno al nostro corpo.

Ciò in funzione del fatto che attraverso le migliaia di pagine di studi e di ricerche che con Soresi ci siamo lette e studiate in tutti questi anni ci siamo fatti l’idea che ogni cosa che facciamo o solo pensiamo, ogni cosa di cui ci alimentiamo, possa influire positivamente o negativamente sulla salute dei nostri mitocondri e dunque sull’interno nostro organismo, dato che i mitocondri sono ovunque nel nostro corpo, specie negli organi vitali come cuore e cervello.

Ebbene, anche qui una conferma recente: “Le Scienze” dello scorso luglio pubblica un articolo dal titolo “La vita sociale dei mitocondri” a  firma di Martin Picard, professore associato di medicina comportamentale presso i dipartimenti di psichiatria e neurologia della Columbia University. Picard inoltre dirige il Mitochondrial Psycho-Biology Group dell’università e detiene una cattedra di energia e salute presso il Robert N. Butler Columbia Aging Center. 

In questo articolo Picard conferma praticamente tutto ciò che abbiamo scritto nel nostro libro, ad esempio: “Più che essere simili a caricabatterie, i mitocondri sono un po’ come la scheda madre della cellula”. E ancora: “Lo stress di parlare in pubblico cinque minuti innalza i livelli di DNA mitocondriale nel sangue”.

E a chiusura dl suo articolo si legge: “La chiave della vita e della salute potrebbe stare nella facilità con cui l’energia scorre nei nostri mitocondri con ogni respiro che facciamo. Perciò, la prossima volta che decidete di non mangiare un dolcetto che vi tenta, di uscire a fare una passeggiata, di andare in palestra o di passare del tempo con qualcuno a cui volete bene, sappiate che state facendo qualcosa per i vostri mitocondri. E permettere all’energia di continuare a scorrere attraverso la collettività mitocondriale è forse la chiave per mantenersi in buona salute e avere una vita ricca di significato”.

I mitocondri non sono solo centrali elettriche, ma sono diventati un centro nevralgico del metabolismo cellulare“, si legge nel recente libro Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità (Adelphi, 2025) del premio Nobel per la chimica 2009 Venki Ramakrishnan, che nel suddetto volume dedica un intero capitolo al tema della ricerca sui mitocondri in relazione all’invecchiamento e alle malattie.

Queste importanti conferme a quanto abbiamo scritto nei due libri che abbiamo dedicato al tema, e soprattutto ne Il segreto dei mitocondri, ci motivano a proseguire sulla strada delle scoperte vitali legate ai mitocondri, una chiave per aprire molte porte del perché e del come ci ammaliamo e come possiamo mantenerci in salute nel corso della vita prendendoci cura di questi straordinari organelli energetici. Oggi sappiamo anche come, e i nostri libri sui mitocondri hanno proprio l’intento di spiegare in che modo, di fornirci gli strumenti pratici per la nostra di ogni giorno.

Pagano Zottola AC, Martín-Jiménez R, Lavanco G, Hamel-Côté G, Ramon-Duaso C, Rodrigues RS, Mariani Y, Khan M, Drago F, Jean S, Río IB, Jimenez-Blasco D, Egaña-Huguet J, Eraso-Pichot A, Beriain S, Cannich A, Vidal-Palencia L, Infantino R, Julio-Kalajzić F, Gisquet D, Goncalves A, Al-Younis I, Baussan Y, Duvezin-Caubet S, Devin A, Soria-Gomez E, Puente N, Bolaños JP, Grandes P, Pouvreau S, Busquets-Garcia A, Marsicano G, Bellocchio L, Hebert-Chatelain E. Potentiation of mitochondrial function by mitoDREADD-Gs reverses pharmacological and neurodegenerative cognitive impairment in mice. Nat Neurosci. 2025 Aug 11. doi: 10.1038/s41593-025-02032-y.

Fisica quantistica: dopo 100 anni prosegue il dibattito su cosa descriva


Cos’è la fisica quantistica? Non vi propongo un gioco di società ferragostano da fare sotto l’ombrellone o in trattoria, ma se non sapete rispondere in modo esauriente, ma solo per sommi capi, non vi preoccupate: neppure i fisici, che ovviamente ne sanno di più di noi in merito, sono tutti d’accordo su cosa sia il “mondo quantistico”. Eppure come si legge sulla rivista scientifica “Nature” di fine luglio: “La meccanica quantistica è una delle teorie scientifiche di maggior successo e rende possibile gran parte della vita moderna. Tecnologie che vanno dai chip dei computer alle apparecchiature per l’imaging medico si basano sulla applicazione di equazioni, abbozzate per la prima volta un secolo fa, che descrivono il comportamento degli oggetti su scala microscopica”.

Trattandosi di un campo complesso e, come spesso si dice, “controintuitivo” rispetto alla realtà consensuale, non dovrebbe sorprendere molto il fatto che persino i fisici dopo cento anni (è del 1925 la prima formulazione e quest’anno è stato infatti proclamato l’International Year of Quantum Science and Technology) continuino a dibattere e a confrontarsi sul tema. Il “mondo quantistico” è di fatto una “altra realtà” che sottende, convive e influenza la nostra macrorealtà. Oppure, se preferite, “un mondo dentro un altro mondo”, dove i due mondi, quello macro e quello micro, interagiscono e si influenzano a vicenda, con logiche e leggi apparentemente diverse (in base alle conoscenze attuali), tanto da non risultare gradito persino ad Einstein.  

La stessa rivista “Nature” ha perciò pensato bene di lanciare un sondaggio-intervista inviando una mail a oltre 15.000 ricercatori i cui articoli recenti riguardavano la meccanica quantistica e ricevendo oltre 1.100 risposte, provenienti principalmente da fisici. Solo per citare un paio di risposte che però riassumono la diatriba, tra l’altro da parte di due personaggi a cui è stato assegnato il Nobel per le stesse ragioni, si va da “Non esiste un mondo quantistico”, del fisico Anton Zeilinger dell’Università di Vienna, sottolineando la sua opinione secondo cui gli stati quantistici esistono solo nella sua testa e descrivono informazioni, piuttosto che la realtà. A “Non sono d’accordo” di Alain Aspect, fisico dell’Università di Parigi-Saclay, che ha condiviso il premio Nobel 2022 con Zeilinger per il suo lavoro sui fenomeni quantistici. Tanto che “Nature” riportando, anche graficamente, i risultati del sondaggio, titola: “I fisici sono in netto disaccordo su ciò che la meccanica quantistica dice sulla realtà”. Mentre la rivista d divulgazione scientifica “New Scientist”: “Perché nessuno riesce a mettersi d’accordo su cosa significhi realmente la fisica quantistica”.

Niente di allarmante, anzi trovo appassionante questo aspetto della ricerca scientifica in cui non esistono fedi o dogmi a differenza di molti aspetti diffusi ad esempio dai social, ma piuttosto elementi che vanno studiati a fondo, verificati e dimostrati con gli strumenti disponibili. E comunque le applicazioni della fisica quantistica non si arrestano di certo per il dibattito in corso tra i fisici: vedi ad esempio gli studi intorno alla realizzazione dei computer quantistici che ci riserberanno molte sorprese, così come la AI quantistica. Del resto pure nella realtà macroscopica esistono fenomeni o scoperte in uso da ben oltre un secolo di cui ancora oggi non sono noti tutti i meccanismi d’azione: uno su tutti l’acido acetilsalicilico, la comune Aspirina.

Elizabeth Gibney, Physicists disagree wildly on what quantum mechanics says about reality, Nature survey shows. First major attempt to chart researchers’ views finds interpretations in conflict, “Nature”, News Feature, 30 July 2025.

Karmela Padavic-Callaghan, Why no one can agree on what quantum physics really means. For a century, quantum theory has passed every experimental test, but physicists can’t agree on how to use it to paint a picture of our reality – or even whether that is possible, “New Scientist”, 14 August 2025.

Robin Dunbar: “Le intelligenze artificiali creeranno nuove religioni”


Quello delle sette, dei culti e delle nuove religioni è un tema che studio da sempre. Trovo in tutto ciò un elemento della natura umana presente da milioni di anni e pressante pure oggi, nell’era in cui stiamo assistendo a una rivoluzione scientifica, culturale, sociale, lavorativa, psicologica e filosofica: quella delle intelligenze artificiali e delle sue molteplici applicazioni. Anzi, se diamo anche soltanto una rapida occhiata alla rete ed ai social noteremo il fiorire di guru, predicatori, associazioni e riunioni indirizzati a diffondere nuove credenze e nuovi culti in sintonia con i tempi attuali.

Il motivo è presto detto e persino banale: più il mondo va verso il caos, verso nuove realtà e dinamiche e più ognuno di noi è alla ricerca di nuovi equilibri, di qualcosa di apparentemente rassicurante a cui aggrapparsi.

Nel numero di aprile di MIND Le Scienze compare una mia vasta inchiesta sul tema delle psicosette. Qui aggiungo una ulteriore riflessione: il ruolo che avranno le intelligenze artificiali nel supportare e sostenere i nuovi culti, le nuove chiese e i nuovi templi con installazioni AI riproducenti figure religiose del passato a cui porre domande e intrattenere veri e propri dialoghi.

In rete è già possibile vedere cose del genere. Del resto basta istruire le intelligenze artificiali con tutto ciò che è stato detto e scritto da e su determinate figure religiose, mistici e santi, associando a tutto ciò alla riproduzione video, parlante e movente, della figura religiosa in oggetto. Sarà inoltre possibile creare anche installazioni votate a figure negative, malvagie, oppure inventate di sana pianta. Non c’è limite a ciò che si potrà realizzare per turlupinare il prossimo.

Non è dunque fantascienza mista all’horror sullo stile del regista canadese David Cronenberg (vedi il suo ultimo discusso film “The Shrouds”): le intelligenze artificiali potrebbero svolgere un ruolo non secondario nei culti e nelle psicosette del futuro. Già oggi si ha notizia di installazioni con programmi di IA in grado di mostrarci e “parlare” con i nostri defunti (grazie ai dati ricavati da foto, video e scritti di quando erano in vita), così come con grandi figure di mistici e di religiosi del passato.

Sarà questa la strada intrapresa dalle religioni future? Religioni che, in ogni caso, pure il cristianesimo, agli esordi si costituirono come gruppi settari. Avremo cioè culti e chiese che useranno gli algoritmi e le potenti tecnologie di intelligenza artificiale per attrarre adepti? Lo chiediamo a Robin Dunbar, professore di psicologia evolutiva all’Università di Oxford e autore di Come la religione si è evoluta e perché continua a esistere (Mimesis, 2024).

«Questa è una possibilità interessante», commenta Dunbar. «Il rischio è che l’IA ci espone a false affermazioni che sono più persuasive delle affermazioni fasulle dei tempi antichi. I leader religiosi ci hanno detto che avevano incontrato esseri celesti e appreso da loro i segreti della vita, e noi ci abbiamo creduto. I santi hanno parlato direttamente con Dio, e noi ci abbiamo creduto. Penso che l’intelligenza artificiale renderà queste convinzioni più reali. Inoltre possiamo vedere e parlare con Dio o con un santo defunto noi stessi, grazie all’IA. Questo renderà molto più facile per le persone malvagie sfruttarci perché sarà tutto molto più convincente delle storie che dovevano raccontarci ai vecchi tempi. Coloro che vogliono credere saranno sempre persuasi. Questo è sempre stato vero ed è il motivo per cui abbiamo le religioni: promettono di migliorare la vita. Ora saranno persuasi più facilmente».

“Scambiamoci i batteri”: chi frequenti ti passa il suo microbioma e viceversa


Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Vale anche per i batteri che ci portiamo appresso, in questo caso nell’intestino. Stiamo parlando dell’ormai celebre microbioma, il corredo genetico dell’altrettanto famoso microbiota, le famiglie batteriche che popolano le nostre interiora. E che possono influenzare molti aspetti della nostra salute, persino dell’estremità superiore, cioè il cervello, ad esempio con forme depressive spesso imputabili a cause psico-relazionali. Se ne parla, citando casi clinici direttamente seguiti e in precedenza trattati con psicofarmaci, anche nel recente libro a firma di Enzo Soresi e del sottoscritto dal titolo Il segreto dei mitocondri (Utet).

Una ricerca pubblicata dalla rivista scientifica “Nature” mostra come la condivisione familiare, ma pure l’interazione sociale tra amici, lo scambio di contatti fisici e di effusioni, conduce a pure una condivisione del microbioma. Cioè persone che si frequentano, mangiano assieme e si scambiano contatti, hanno popolazioni batteriche condivise. Scoperta che ancora di più ci conferma quanto intuito nel corso dei secoli da parte di poeti e pensatori di varia formazione e provenienza: ben lontani da essere delle monadi, delle isole nell’oceano della vita, siamo in realtà parti interconnesse di un unica famiglia biologica. Siamo a tutti gli effetti degli animali sociali.

Come si legge nell’articolo di “Nature News” a firma di Saima Sidik dal titolo “I tuoi amici modellano il tuo microbioma, e lo stesso vale per i loro amici. Un’analisi condotta su circa 2.000 persone che vivono in villaggi remoti dell’Honduras rivela chi trasmette i microrganismi intestinali a chi”: «Un pasto condiviso, un bacio sulla guancia: questi atti sociali uniscono le persone, e uniscono anche i loro microbiomi. Più le persone interagiscono, più la composizione dei loro microrganismi intestinali è simile, anche se gli individui non vivono nella stessa casa».

Questo significa che da qui in poi dovremo selezionare le persone che frequentiamo in base al loro microbioma? Sarebbe una follia. Ma l’evidenza empirica comunque ci mostra come la sindrome metabolica (la varietà di affezioni che comprendono tra le altre sovrappeso e obesità, diabete, sofferenze cardiovascolari) siano più diffuse e frequenti tra gruppi sodali.

Questa ricerca indica che ciò non sarebbe da imputare unicamente a comuni abitudini e stili di vita ma pure alla comune composizione del loro microbioma intestinale. Forse in futuro troveremo ristoranti, bistrot e pub salutisti che nel loro sito e al loro interno pubblicizzeranno che tra i loro piatti e nei loro ambienti circolano solo batteri sani e benefici, fornendo l’elenco delle analisi di laboratorio.

Beghini, F., Pullman, J., Alexander, M. et al. Gut microbiome strain-sharing within isolated village social networks. Nature (2024).

Le IA come “supporto cognitivo” in un mondo complesso


Chi si occupa di scienza, anche soltanto sotto il profilo della divulgazione, si trova di fronte al problema della vastità delle informazioni. Quali sono rilevanti e quali no? Quali scegliere e quali scartare? Tale problema è ancora maggiore per chi si occupa di scienza da ricercatore e prova la frustrazione di non poterne dominare l’intero scibile a oggi noto. Ad esempio, quanti possono dire, anche tra gli specialisti del settore, di conoscere tutto ciò che c’è di rilevante sul cervello o sulla cellula?

Come si andava dicendo da anni, nella vastità del sapere occorre chi sia in grado di fare delle sintesi. Però accurate. Ed ecco arrivare le intelligenze artificiali. Un po’ come quando si sostiene che la coscienza umana è una capacità “emergente” del cervello in risposta a un mondo sempre più complesso, le IA arrivano proprio quando non solo non mancano le informazioni, ma sono addirittura in eccesso. Quello che necessita oggi è appunto la sintesi per trarre spunti da utilizzare per nuove ricerche.

Le IA lo sanno fare, possono passare in rassegna migliaia e migliaia di articoli scientifici in un tempo abbreviato, e soprattutto lo possono fare mentre tu ricercatore ti stai occupando d’altro. Le IA si trasformano nel tuo “supporto cognitivo” in una letteratura scientifica che si fa ogni giorno più sterminata.  Le IA leggono per te i lavori scientifici e ne fanno delle sintesi.

Il problema sta nel fatto che tali sintesi della letteratura scientifica siano poi davvero affidabili. E per ora non lo sono ancora del tutto. Ma in quanto strumenti, sono perfezionabili. Siamo già, del resto, ai motori di ricerca IA specializzati in letteratura scientifica. Una notizia confortante al riguardo è ad esempio quella che il Regno Unito investirà più di 70 milioni di dollari in sistemi di sintesi delle prove in ambito scientifico. Sistemi IA che dovranno essere affidabili per produrre sintesi delle prove da cui partire per ulteriori ricerche nei vari campi.

Helen Pearson, Can AI review the scientific literature — and figure out what it all means?Artificial intelligence could help speedily summarize research. But it comes with risks, News Feature (Nature), 13 November 2024.

Beata Halassy, la “cavia” di sé stessa


Capita nella storia della medicina che un caso personale possa diventare un evento di portata storica per tutti. E potrebbe proprio essere il caso di questa giovane scienziata di nome Beata Halassy, virologa dell’Università di Zagabria che nel 2020, come riporta la rivista “Nature” di questa settimana, “all’età di 49 anni scopre di avere un tumore al seno nel sito di una precedente mastectomia. Era la seconda recidiva nella stessa zona da quando le avevano rimosso il seno sinistro e non poteva affrontare un altro ciclo di chemioterapia”.

Cosa decide allora di fare Beata Halassy? Si studia a fondo la letteratura scientifica e decide di prendere in mano la situazione con una cura non ancora comprovata. In pratica si autoinietta nella sede del tumore dei virus coltivati ​​in laboratorio. Risultato? È sempre “Nature” a riferircelo:

“Un rapporto del caso pubblicato su Vaccines ad agosto descrive come Halassy si sia auto-somministrata un trattamento chiamato viroterapia oncolitica (OVT) per aiutare a curare il suo cancro allo stadio 3. Ora è libera dal cancro da quattro anni”. Conclusioni?

Il coraggio, la competenza e la determinazione di Beata Halassy aprirà la strada a nuove applicazioni della terapia emergente OVT, del resto già utilizzata, sia per attaccare le cellule cancerose sia per indurre il sistema immunitario a combatterle? Non esultiamo troppo presto, ma è molto probabile che Beata Halassy avrà un suo posto nella storia della medicina e dell’oncologia in particolare.

Zoe Corbyn, This scientist treated her own cancer with viruses she grew in the lab. Virologist Beata Halassy says self-treatment worked and was a positive experience — but researchers warn that it is not something others should try, Nature News, 08 November 2024.