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Marziani! Da una fake news all’invasione (della mente)


MARZIANI_2016-06-05-08-43-41.pngOggi si parla di fake news. Ma non è certo roba di oggi. Miti, leggende, sette, persino religioni, per non dire movimenti politici, vivono e proliferano grazie alle fake news. Ma com’è nata la storia dei marziani? Del fatto che per molto tempo si è pensato a Marte come pianeta abitato da “omini verdi” (magari con le antennine)? Tutto nasce dall’errore del nostro astronomo Giovanni Schiaparelli che, osservando Marte con uno dei più potenti telescopi dell’epoca (in realtà modesto) dall’Osservatorio Astronomico di Brera di Milano, disegnò le famose mappe marziane con quelli che vennero scambiati per “canali” (1878 e 1888).

E qui entra in scena Percival Lowell, ricco uomo d’affari americano e astronomo dilettante, che si costruisce un osservatorio privato. Lowell a quel punto dichiara che i martianch.jpg“canali marziani” di Schiaparelli sono stati costruti da esseri intelligenti. Talmente intelligenti da riuscire a “costruire immensi canali in due anni”. Persino il New York Times prese per buona la mega fake news e la notizia dei marziani stimolò talmente la fantasia che Herbert G. Wells ci scrisse sopra “La guerra dei mondi” (da cui la storica trasmissione radiofonica da panico di Orson Welles e i vari film) e Ray Bradbury la raccolta di eccezionali racconti “Cronache marziane” (da cui gli episodi del serial tv di culto “Ai confini della realtà”). Morale: quando una fake news è ben congegnata, dura più a lungo delle notizie (vere).

Le fake news durano a lungo (come le storie sui complotti) perché, a differenza delle appunto “fredde” notizie, coinvolgono la fantasia e soprattutto le emozioni. Si possono fare tutte le campagne, siti e movimenti “anti bufale” e “anti fake news” che si vogliono, ma è praticamente impossibile competere con questi aspetti arcaici, sempiterni, che toccano il profondo. Le fake news colpiscono e coinvolgono il profondo, le notizie solo la superficie. Infatti, passano in fretta.

Fotografie delle cupole dell’Osservatorio Astronomico di Brera (dove Schiaparelli pensò di avere individuato dei “canali” su Marte. Trattandosi di Milano, forse complice la nebbia). 

Gli UFO? Meglio lasciare il mistero


MellonChristopher Mellon non è un visionario né un mitomane. È stato vicesegretario alla difesa degli Stati Uniti per l’intelligence e in seguito per la sicurezza e le attività informatiche. Scrittore, imprenditore, formatosi alla Yale University, discendente della facoltosa famiglia Mellon (da cui l’omonima banca), Mellon fa parte della “The Stars Academy of Arts and Science”, assieme a personaggi fortemente accumunati dall’interesse per i fenomeni anomali, in particolare UFO, come l’artista, cantante, scrittore Tom DeLonge, il fisico Harold Puthoff (molto noto nell’ambiente parapsicologico perché diresse un programma di ricerca sulla “remote viewing” per la CIA), l’ex militare ufficiale dell’intelligence Luis Elizondo. Solo per citarne alcuni.

Tutti costoro stanno facendo pressione pubblica per ottenere dichiarazioni ufficiali sul fenomeno UFO. Tornando a Christopher Mellon, in un suo recente intervento sul “Washington Post” ha scritto: «Nessuno vuole essere “il ragazzo alieno” nella burocrazia della sicurezza nazionale; nessuno vuole essere ridicolizzato o emarginato per attirare l’attenzione sulla questione. Se l’origine di questi aerei è un mistero, così lo è anche la paralisi del governo degli Stati Uniti di fronte a tali prove». Ma Mellon si spinge ancora più in là, rispetto al problema della sicurezza nazionale: «Se questi velivoli non sono realmente della Terra, allora il bisogno di capire cosa sono è ancora più urgente».

Sarà urgente per Mellon e per i suoi soci di “The Stars Academy of Arts and Science” (qualcuno lo critica perché tale organizzazione vive di donazioni personali, quindi deve fare pubblicità e marketing), per tutti gli ufofili, ma in realtà da decenni i governi hanno compreso che gli UFO (almeno quelli non “spiegabili” con fenomeni naturali o mezzi terrestri) non costituiscono un problema per la sicurezza nazionale dei vari paesi.

Quindi: perché investirci tempo e denaro per capire cosa sono? Da cui il rilascio dei documenti ufficiali dei vari paesi riguardo gli UFO. Come a dire: “Vedete? Qualsiasi cosa siano, non ci fanno nulla di male, lasciamoli scorrazzare liberamente come, quando e dove vogliono”. In aggiunta: perché non lasciare ad ognuno le proprie conclusioni, il proprio alieno gusto per il mistero? E alla fin fine, il mistero personale si alimenta e si autoriproduce nel tempo. Una risposta chiusa, definitiva, genera solo delusione, agitazione e problemi. Meglio lasciare il mistero. In fondo, tutte le religioni, ma pure la religione del nostro tempo, il complottismo, si basano proprio su questo.

“The military keeps encountering UFOs. Why doesn’t the Pentagon care?” by Christopher Mellon, The Washington Post, March 9, 2018

Vele di luce verso gli alieni


starshot-1-900x420La voglia di alieni, di conoscere e comunicare con intelligenze extraterrestri è evidente nella continua produzione di letteratura, fumetti, videogiochi, serie televisive e soprattutto film di fantascienza come il recente “Arrival”. Non ci rassegniamo a saperci soli nel cosmo, almeno in quello conosciuto e raggiunto dai nostri mezzi di esplorazione tecnologica e astrofisica. Non ci rassegniamo a non ricevere segni di vita intelligente là fuori, oltre i confini del nostro pianeta e della nostra galassia. Possibile che nessun segnale, neppure quello di un pianeta evoluto, ormai estinto, non sia partito millenni fa dalle profondità dello spazio per essere alla fine captato dai noi terrestri? Già, ma se gli alieni avessero altri modi, altri sistemi di comunicazione, a noi ancora ignoti? Ad esempio.

Tutti gli appassionati di fantascienza, Ufo e vita aliena, fremono ogni volta che c’è un annuncio relativo a un possibile segnale intelligente dallo spazio profondo. Ogni volta che pare individuarsi nel cosmo una anomalia che non sembri naturale. Poi ogni volta gli entusiasmi si placano, ricordando gli spazi siderali che ci separano da sistemi extrasolari e relativi pianeti. Con possibili vite intelligenti.

E mandare segnali nel cosmo? Lo abbiamo fatto in vari modi. Gli scienziati, tra l’altro, si dividono in due categorie. Vale la pena di tentare: sarebbe un salto evolutivo per l’umanità confrontarsi con civiltà aliene più evolute. Lasciamo perdere: non sappiamo con chi ci mettiamo in contatto, potrebbero volerci colonizzare e sottomettere. Tra questi ultimi vi sono il genio della fisica Stephen Hawking (in parte ricreduto) e il fisico Mark Buchanan che dice (e scrive): bravi, andiamo alla ricerca, ma chi ci dice che non siano guai? (Searching for trouble? Nature Physics 12, 720 2016).

Infine, magnati come il fisico e filantropo russo Yuri Milner che finanzia la possibilità di lanciare messaggi nello spazio, in grado di raggiungere in tempi umani destinazioni interessanti per le possibilità di vita extraterrestre.

Con il progetto Breakthrough Starshot, presentato da Yuri Milner, si legge nel sito, l’umanità non fa che proseguire nella sua lunga storia fatta di esplorazioni in terre ignote, di salti in avanti. Fuori dai confini. Aldilà dei continenti e delle terre note.

Se, com’è vero, «con la tecnologia di propulsione a razzo attuale, ci vorrebbero decine o centinaia di millenni per raggiungere la  stella più vicina, Alpha Centauri. Le stelle, a quanto pare, hanno fissato limiti severi sul destino umano. Fino ad ora». Ma se non possiamo mandare razzi ed equipaggi umani verso Alpha Centauri, perché non inviare e raccogliere informazioni attraverso sonde miniaturizzate che aprirebbero altrettante vele spaziali, lanciate da una astronave madre e sospinte da potenti e precisi raggi laser alla velocità di 50 mila chilometri al secondo, pari a circa un quinto rispetto alla velocità della luce? Tale sistema, si legge sempre nel sito di Breakthrough Starshot, permetterebbe alla missione di raggiungere Alpha Centauri in poco più di 20 anni dal lancio. Un tempo ragionevole per togliersi qualche sfizio sulle possibilità di vita aliena. Certo, costicchia un poco: tra 5 e 10 miliardi di dollari. Yuri Milner ne butta subito sul piatto 100 milioni. Qualcun altro è pronto a rilanciare?

Breakthrough Starshot

Tracce extraterrestri nel remoto passato? Cercatele sulla Luna: lo suggerisce Paul Davies


PaulDaviesOrmai è ufficiale. Il mentore e santo protettore scientifico degli ufologi, appassionati di Ufo ed alieni è il fisico, cosmologo e saggista Paul Davies. Dopo aver scritto l’anno scorso “Footprints of alien technology” (Acta Astronautica, Volume 89, August–September 2013, Pages 261–265) in cui prendeva in considerazione “la possibilità di tracce biologiche, geologiche e fisiche, suggerendo modi in cui possiamo cercarle”, ora torna sul tema della ricerca delle tracce aliene. Non in luoghi lontanissimi del cosmo, ai confini della galassia, e oltre, come da programma SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence). Ma qui, sulla Terra, addirittura nel nostro DNA. Oppure sulla Luna, dice Davies. Perché?

“La luna ha diversi fattori a suo favore come luogo per la ricerca di manufatti alieni. Primo, è vicina. Strumenti utilizzabili sulla Terra possono ragionevolmente osservarne la superficie in  alto dettaglio, e gli strumenti sulla Luna possono comunicare con la terra alle alte larghezze di banda. In secondo luogo, la Luna è in gran parte immutabile”.

In sostanza, dice Davies, se visitatori extraterrestri hanno visitato la Terra e il suo satellite nel remoto passato – poniamo 100.000 anni fa – ben difficilmente potremmo trovare tracce tecnologiche aliene sul suolo terrestre, dati gli sconvolgimenti, naturali e non, a cui è stato soggetto. Ma il suolo lunare, praticamente immutabile nel corso del tempo, potrebbe invece avere serbato tracce delle visite aliene.

Questo nuovo lavoro di Paul Davies farà la gioia degli ufologi, dei sostenitori della paleoastronautica (Erich von Däniken, il defunto ma non Searching for alien artifacts on the moon_Daviesdimenticato Peter Kolosimo) e dei complottologi. In particolare il saggista inglese – a mio parere uno dei più grandi scrittori di fantascienza contemporanea, anche se le sue tesi vengono passate per “reali” – David Icke, che nel suo recente Ricordati chi sei, dove vivi e da dove provieni (Macro Edizioni), illustra estesamente perché la Luna non è quel romantico e struggente corpo celeste a cui si ispirano da sempre artisti, poeti e cantanti, ma bensì una struttura artificiale che ospita al suo interno una base aliena. Per farci cosa? Influenzare noi terrestri in modo, diciamo, non proprio benevolo. Allegria.

Fonti:

P.C.W. Davies, Footprints of alien technology, Acta Astronautica, Volume 73, April–May 2012, Pages 250–257

P.C.W. Davies, R.V. Wagner, Searching for alien artifacts on the moon, Acta Astronautica, Volume 89, August–September 2013, Pages 261–265

UFO e religione


«Gli scettici? Ormai sono una specie in via d’estinzione!». Lo afferma in questi giorni Roberto Pinotti, in vista del convegno internazionale sul tema UFO e vita extraterrestre che presiederà a San Marino (17 e 18 aprile), commentando recenti dati Ipsos secondo cui sarebbero più di un milione le persone nel mondo che credono all’esistenza degli oggetti volanti non identificati. «Se fosse una religione – aggiunge appunto Pinotti – sarebbe tra le più seguite al mondo». Speriamo che l’affermazione di Roberto Pinotti (segretario generale del Cun, Centro ufologico nazionale), non si trasformi in realtà. Atrimenti si avvererebbe pure quanto dicono gli ufonauti della vignetta: la religione è la cosa più pacifica della Terra, e si azzuffano pure su quella! 

Ma perché questo accostamento di Pinotti alla religione? Proprio lui che ha sempre difeso a spada tratta il fenomeno ufologico come degno di considerazione e indagine scientifica? E’ vero però che gli UFO sono elusivi, evasivi, contraddittori. Ci sono e non ci sono. Vanno e vengono. Sono più simili ai fantasmi (anche se più presenti, e non solo al buio) che non alle cose reali di questo mondo. Giocano a nascondino con la nostra psiche. Se fosse un esperimento di massa da parte di psicologi e neuroscienziati alieni, per studiare le nostre reazioni, sarebbe perfetto. Mettiamoci pure i cerchi nel grano, e abbiamo anche le macchie di Rorschach per studiare intere masse terricole da parte di psicologi e psichiatri alieni. Se fossi uno psicologo alieno, mi sarei inventato i crop circles come test proiettivo di massa. Infatti, interpretazioni, discussioni e diatribe ormai si sprecano. Anche tra scienziati.

In effetti gli UFO, sono però più cose che “si vedono in cielo”, come diceva Carl Gustav Jung. E fanno riflettere in terra. Sul nostro destino di umani. Sul nostro rapporto col cosmo e con esseri di altri pianeti. Su come ci dovremmo rapportare con etnie aliene (il che è buffo, perché abbiamo difficoltà a rapportarci persino col nostro vicino di casa, per non dire con l’immigrato). Sulla possibilità che civiltà aliene stiano visitando il nostro pianeta da molti anni (forse millenni), ma stanno alla larga dal contatto di massa con i terrestri per una serie di ragioni pratiche. Quali?

Non interferire col nostro ciclo evolutivo. Cioè non procurarci uno shock emotivo-cultuarle da cui non ci riprenderemmo più. Un contatto da parte di una civiltà più evoluta (magari di millenni), rispetto a una più involuta è, in verità, sempre un’imposizione. E dunque si traduce in sudditanza da parte di quest’ultima. Ancora, i governi sarebbero a conoscenza della verità sugli UFO e gli alieni, ma non la rivelerebbero alle masse. Anche qui per una serie di motivi. Rischio di perdita di potere e influenza sulle masse, da parte della politica attuale. Rischio di crisi sociali tra quanti rimarebbero disorientati dall’apprendere che gli alieni sono tra noi. Quindi, da parte degli alieni ufonauti, vige il diktat di studiarci, osservarci, prendere isolati e sporadici contatti (quasi sempre con persone semplici, un po’ come le apparizioni mariane), ma evitando il contatto di massa, per evitare eventuali conflitti – che si risolverebbero in definitiva a nostro danno –  data la nostra natura aggressiva, violenta e distruttiva.

Nonostante tutto ciò, c’è chi sostiene che il 2010 possa  essere l’anno del contatto (ispirandosi al famoso film di fantascienza tratto dal romanzo di Arthur C. Clarke). Come Roberto Pinotti, studioso del fenomeno UFO, che ha fatto di tale studio e della sua divulgazione nonché accettazione negli ambienti politici e culturali, una vera e propria ragione di vita. Pinotti, autore di numerosi libri in tema e direttore della rivista UFO Magazine, è convinto della realtà di veicoli alieni transitanti nei nostri cieli (o atterranti nei nostri campi). Egli stesso ha probabilmente avuto incontri ravvicinati col fenomeno, anche se, giustamente, si guarda bene dal gridarlo ai quattro venti. E’ altresì convinto che, invece, il vento dell’atteggiamento verso il fenomeno UFO, da parte dei centri di potere e di influenza collettiva, stia cambiando. In che senso?  

Dopo gli anni della congiura del silenzio e del discredito (negare la realtà del fenomeno e ridicolizzarne i testimoni e gli studiosi), si è passati alla strategia della confusione (dire e non dire, rivelare e celare, mescolare fenomeni e testimonianze reali con altri fasulli). Ora, sostiene Pinotti (che tra l’altro è sociologo), siamo entrati nella terza fase. Quella dei rivelatori (ex militari o ex rappresentanti dell’intelligence che parlano della realtà del fenomeno, anche se in forma spesso ambigua). Quella della preparazione al contatto attraverso film di grande produzione hollywoodiana e serie tv, oltre a libri, fumetti, articoli e, ovviamente, la massa di materiali di ogni genere e tipo su internet. Quella del disclosure, (è stato addirittura realizzato un sito internazionale per una “campagna mondiale di rivelazione sugli UFO”). Quella della messa in Rete, da parte dei rispettivi governi, degli archivi di casi secretati in passato e ora declassificati di avvistamenti e testimonianze UFO. Quella, addirittura, dell’esopolitica, cioè delle implicazioni politiche e sociali del contatto-rapporto con civilità extraterrestri.

Anche lo scrittore e filosofo Guido Ceronetti entra nella questione ufo-trascendenza con il suo nuovo romanzo In un amore felice. Ne parla Lorenzo Mondo su La Stampa (“Ufo nostro che sei nei cieli”), rifendendo che Ceronetti  nell’introduzione  chiarisce «che la spinta per comporre questo romanzo è stato il bisogno di Trascendenza, in lui assillante: “L’ufologia \ è nata dal tronco fulminato della morte di Dio e dal rinnegamento degli angeli”».

Insomma, anche se gli UFO non esistessero, esiste ed è crescente il desiderio ed il bisogno che esistano e vengano sulla Terra come messaggeri alieni. Ce n’è abbastanza per parecchi studi in ambito etno-antropologico, di storia delle religioni, e socio-psicologico.

Avatar e stati di coscienza


Chi  ha  visto Avatar,  il nuovo film di James Cameron, non è rimasto indifferente. Tutt’altro. Quasi tutti i critici e recensori ne parlano come di una “esperienza”. E di questo, in effetti, si tratta. Più che il classico film visto tanto per distrarsi o divertirsi un paio d’ore. Anche se il piacere della visione non manca. Anzi.

La trama New Age ed ecologista, si basa sulla dicotomia natura-tecnologia, interessi materiali-vissuti spirituali. L’ottusità del potere e della  prepotenza dei singoli  rispetto alla vita comunitaria, il rapporto intimo, profondo, con l’ambiente naturale. Molti i riferimenti allo zen (“Non può essere riempita una tazza già colma”), allo sciamanesimo, allo spiritualismo, alla reincarnazione (o alla trasmigrazione dell’anima o meglio, della coscienza, qui tentata in modo scientifico e temporaneo, poi ottenuta stabilmente per via sciamanica – da cui il seguito del prossimo Avatar), alle esperienze fuori dal corpo (OBE, out of the body experience), al soprannaturale e al misticismo. Produttore esecutivo di Avatar è del resto Colin Wilson, studioso e profondo conoscitore di tutte le tematiche connesse al paranormale, autore di molti saggi su temi esoterici e parapsicologici, oltreché nell’ambito della fantascienza. Con Avatar, Wilson e Cameron hanno realizzato un vero e proprio compendio di temi esoterici e paranormali contrapposti alla scienza positivista. E ci hanno messo dentro temi da inconscio collettivo, come quello del “doppio” o della “grande madre”. Un film decisamente junghiano.

Il viaggio in un altrove generato dalla geniale mente di Cameron è assicurato. Si tratta di una anticipazione delle esperienze sensoriali di realtà virtuale che, da qui a qualche decennio, consentiranno di viaggiare in mondi, reali o immaginari, fantastici e perfetti in ogni particolare, totalmente creati dai computer. I sogni diventeranno sempre più parte della nostra realtà. Anzi, il confine tra onirico e reale sarà un concetto sempre più sfumato.

Cameron ha inseguito la realizzazione di questa storia in 3D per diversi anni, attendendo che la grafica computerizzata evolvesse al punto di poter realizzare un progetto così ricco e complesso.  Riuscendo ora a realizzare il film più costoso di tutta la storia del cinema. Ma pure destinato a diventare il più visto. Dando luogo ad una nuova saga fantascientifica.

Come riferisce Massimo Gaggi (Corriere della Sera, 30.01.10) Cameron ha atteso l’evoluzione delle nuove tecnologie, che gli hanno consentito di “perfezionare la cinematografia tridimensionale fino a realizzare sequenze flash nelle quali le immagini vengono proiettate alternativamente all’occhio destro e a quello sinistro ma a una velocità tale – 24 volte al secondo – dal dare allo spettatore la sensazione della simultaneità”.

James Cameron è ben addentro anche alle questioni neuropsicologiche attuali. Quando gli chiedono se nel suo lavoro relativo ad Avatar prevalga più l’arte o l’ingegneria, risponde che ha dovuto utilizzare “tutti e due i lobi del cervello, quello della creatività, indispensabile per emozionare gli spettatori, e quello della disciplina perché altrimenti sarebbe impossibile condurre in porto un film. Un’impresa nella quale centinaia di ingegneri e tecnici informatici hanno lavorato per due anni  e mezzo a creare immagini e sfondi prima che sul set arrivasse il primo attore. Che poi è stato costretto a recitare in una stanza vuota, su uno sfondo bianco”.

Sulla simbologia del film, Cameron risponde: “Il film contiene messaggi universali, è contro tutti i colonialismi, dall’impero romano alle conquiste spagnole, fino ai giorni nostri”. L’abilità e la furbizia del film è pure quella di evocare vari ricordi e immagini sedimentati nella nostra memoria. Dai nativi americani, agli Incas e ai Maya, ad esempio, con rispettivi morfologie, credenze e rituali. “Vuole trasmettere il suo messaggio attraverso le emozioni – prosegue Cameron. Usa idee semplici. Qualcuno dice semplicistiche. Io rispondo: no, viscerali”.

Cameron ha creato un mondo e un linguaggio. Su un altro pianeta. Da un’altra parte. E ci consente di visitarlo. Anzi, di entrarci dentro. Come avatar, appunto. Il termine, ormai in uso nella blogsfera come sinonimo di “personalità digitale”, deriva in effetti dal sanscrito, col significato di incarnazione, o meglio, discesa in terra  della divinità. Un po’ divinità lo siamo, quando ci muoviamo in un ambiente di realtà virtuale. E l’avatar di Cameron si muove e interagisce, con un altro suo sé, in un pianeta extraterrestre. Il pianeta Pandora, terra esotica situata nel sistema stellare di Alpha Centauri.

Cameron (non dimentichiamo che, oltre che regista e specialista in effetti speciali, è pure uomo di scienza, laureato in fisica) non ha lasciato nulla al caso, sia dal puno di vista tecnico che simbolico. Avatar, Pandora, Alpha Centauri: sono tutti lemmi che evocano nella nostra mente sensazioni, emozioni, ricordi. E il suo Avatar è una esperienza di modificazione dello stato di coscienza allo stato puro.

Il cinema concede al nostro cervello di vivere un lasso di tempo sganciato dalla realtà personale, per farsi catturare da quella narrata sullo schermo. Per questo il cinema è anche terapeutico.  Avatar è questo tipo di esperienza, onirica ma eccezionalmente reale, ai massimi livelli. C’è pure la possibilità di proseguire l’esperienza a casa nostra, attraverso una webcam, collegandosi a Pandorama.

Non sappiamo ancora se visitatori alieni giungano fin qui a bordo di misteriose quanto inafferrabili astronavi (per non parlare delle arzigogolate quanto flebili tracce nei campi di grano). Ma la nostra voglia di entrare in contatto con altri mondi e altre genti galattiche, in parte soddisfatta da una produzione fantascientifica sempre più evoluta e sofisticata, è certamente molto reale ed intensa.

Obama e gli Ufo


La storia è davvero singolare. Circola da mesi tra il popolo della rete. E’ comparsa su alcuni quotidiani e in tv. Su riviste di ufologia e nei passaparola.  Il presidente Barack Obama dovrebbe tenere oggi, 27 novembre 2009, una storica conferenza stampa nel corso della quale annuncerebbe la realtà degli Ufo. Non solo. Ma pure che da anni (forse dal remoto passato) veicoli interplanetari visitano il nostro pianeta. Vi sono già stati contatti e scambi tra terrestri ed extraterrestri. La varietà delle etnie aliene. Per tutti gli appassionati di fantascienza ed ufologia, sarebbe il giorno della riscossa.

Basta risolini scettici. Basta sguardi supponenti. Basta coi soliti discorsi, del tipo: esistono sicuramente altri mondi abitati, esseri più evoluti di noi, ma le distanze di anni luce dalla stella più vicina non consentono ad alcune astronave di raggiungerci. Il capo dello stato più potente del mondo rivelerà finalmente la verità sull’Ufo crash di Roswell, sulla mitica e inaccessibile area 51, cosa gli astronauti hanno trovato sulla Luna e ora, le sonde, su Marte. Con un colpo di spugna Obama cancellerà 60 anni di cover-up. Magari parlerà pure di retroingegneria (la presunta utilizzazione di tecnologia aliena per lo sviluppo di applicazioni come i microchip, le fibre ottiche e, magari, pure il web) e dei cerchi nel grano.

Si, beh. Sarebbe bello. Magari pure per Margherita Hack  (pensate soltanto al gioco di parole “Bar-Hack” su cui si lancerebbero gli appassionati di misteri) che, da astronoma e divulgatrice scientifica, non ha mai fatto mancare i suoi commenti salaci, in buon accento toscano, all’indirizzo di Ufo ed ufologi. Però ha sempre aggiunto che, se gli alieni arrivassero davvero sulla terra, le farebbe comunque piacere scambiarci quattro chiacchiere, magari su natura ed origine dell’universo.

Sì, beh. Sarebbe bello. In realtà anche questo 27 novembre passerà senza che Obama annunci al mondo la realtà di Ufo ed alieni. Torneremo a sentirci soli nell’universo. A sperare che, forse un giorno, avremo la benedetta certezza su Ufo e alieni. Ma, nel frattempo, gli extraterrestri rideranno. Sarà l’ulteriore esperimento su come funziona la nostra mente di terricoli. Sulle nostre attese e delusioni. Su come si diffondono le voci. Specialmente nell’era del web. E magari è un’altra tattica della “new cover-up” fatta di verità parziali, informazioni caotiche e fumose rilasciate da coloro che sono stati ribattezzati i “rivelatori”. Strani soggetti, spesso ex militari Usa in età pensionabile, che dicono e non dicono, rivelano e celano. L’equivalente moderno dei Mib, men in black, che, dopo la famosa serie di film, non farebbero più paura neppure ad un bimbo. Allora cosa fanno? Secondo gli ufologi, screditano  l’argomento e confondono ulteriormente le idee alla gente. In un’epoca in cui siamo sommersi dalle notizie. Direttamente reperibili, grazie al web. Ed è sempre più arduo, in certi casi, distinguere il vero dal falso. In un caso o nell’altro, proprio un bell’esperimento di sociopsicologia.