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Il sacrificio del cervo sacro: il contagio della follia e dell’irrazionale


ilsacrificiodelcervosacro_manifesto-1-11.jpgUn film di Yorgos Lanthimos non è mai scontato. Banale. Strano, sì, certo. Strambo, per alcuni. Ma meno male che esistono ancora registi capaci di rischiare come Lanthimos. Con film che si ricordano, fanno pensare. Il cinema non è, non deve essere, solo intrattenimento, solo svago. Però ci devono ancora essere spettatori disposti a riflettere, pensare, grazie a un film. Per chi va al cinema per passare un paio d’ore senza pensieri, Il sacrificio del cervo sacro è decisamente sconsigliato. I pensieri non li toglie, li dà. E pure gli incubi.

In sala, domenica pomeriggio, oltre a me, c’erano quattro donne. Due se ne sono andate all’intervallo, inopportuno, del primo tempo. Intanto il titolo. Che rimanda alla tragedia greca. A un passato arcaico. Tribale. Rituale. Che però si svolge nella contemporaneità. Nell’oggi. Ma la follia, l’irrazionale, non hanno tempo né luogo. Si possono fare strada, inserire in ognuno di noi, come una iniezione. Entrano in vena, in circolo, come una droga. Devastando il corpo e lo spirito. La follia è contagiosa? Lo può essere, se trova un terreno fertile. Freud diceva che ci innamoriamo di chi riesce a fare uscire la nostra follia. Instillare l’irrazionale, la follia, in una mente apparentemente scientifica, razionale, cognitiva. Che in realtà è pronta ad essere preda dell’irrazionale. A farsi possedere il cervello arcaico dal demone della follia.

Il protagonista è un cardiochirurgo con tanto di fitta barba che lo fa stranamente assomigliare a Freud da giovane. Significherà qualcosa? Chissà. Sono molte le cose in questo film che ci suscitano e lasciano interrogativi. Una famiglia agiata. Entrambi i coniugi medici di successo. Una famiglia apparentemente normale. Con due figli, una ragazza, più grande, a cui arrivano le mestruazioni (hanno un senso nel racconto) e una ragazzino più piccolo. Fin da subito l’anello fragile della famiglia. La vittima designata. La vittima sacrificale del male che serpeggia, nascosto, sotterraneo, tra le mura domestiche. Apparentemente normale la famiglia, perché in realtà nel quieto e ripetitivo ménage familiare si nasconde, serpeggia, la follia. L’irrazionale sta scavando la sua trappola. La sua tomba.

Lo si intuisce dal rapporto tra Colin Farrell, cardiochirurgo, e Nicole Kidman, oftalmologa, moglie robotizzata. Lo si intuisce da una sessualità da “anestesia totale”. Mortifera. Meccanica. Perversa. Senza calore umano. Solo soddisfacimento dei sensi. Che non dà gioia. Lo si capisce da certi segreti inconfessabili detailed_picture.jpgdel protagonista. Che, nonostante operante in un ospedale modernissimo, ipertecnologico, finisce contagiato, coinvolto dalla follia di un ragazzo, l’irlandese Barry Keoghan, coprotagonista, bravissimo, dallo sguardo, dai dialoghi e dalle movenze inquietanti. Irritanti. Fastidiose. Disgustose (il clou quando mangia gli spaghetti prospettando alla Kidman la tragedia familiare annunciata). Quotidianità & orrore.

Bere superalcolici prima di operare un paziente al cuore. Il padre del ragazzo squinternato. Col rischio di sbagliare l’intervento e farlo fermare, il cuore, e con lui la vita. Il senso di colpa. La colpa da pagare. Quel “cuore aperto” con cui inizia il film. E se lo fermi, tu medico, tu cardiochirurgo, dovrai ripagare col sacrifico di un membro della tua famiglia. Attualizzando e inorridendo ai massimi livelli una già terribile “roulette russa” a cui ci aveva introdotti Il cacciatore di Michael Cimino. In una cultura che non conosce più il perdono, ma solo vendetta. Solo “cuore per cuore”. Vita per vita. Così il moderno, asettico, tecnologico e programmato mondo del medico, cardiochirurgo ospedaliero, diventa una realtà senza tempo. La follia, la devastazione, la crudeltà, irrompono. Il caos si fa strada. Sacrificando e travolgendo anche gli affetti più cari. Una metafora. Un horror psicologico. Apparentemente assurdo. Ma solo apparentemente. Riflettendoci, è proprio ciò che stiamo vivendo.

 

 

Intervista a Dean Buonomano: il tuo cervello è una macchina del tempo


Neurobioblog_IlTuoCervelloèUnaMacchinaDelTempo (2)Immaginata in decine di film, telefilm, serie tv, fumetti, videogiochi, racconti e romanzi di fantascienza. A partire da quel La macchina del tempo di H. G. Wells. E di quell’incantevole, suggestivo film, quello originario ispirato al romanzo di Wells, che avrò visto almeno una dozzina di volte, e ogni volta ne sono rapito, L’uomo che visse nel futuro del regista George Pal. Per non parlare della saga di Ritorno al futuro.

Sono affascinato, anzi ossessionato dai viaggi nel tempo. Se davvero esistesse la macchina del tempo mi offrirei subito volontario. Anche a rischio di non fare mai più ritorno. Nel passato o nel futuro. Più facile si vada nel passato, che ha lasciato una traccia, sostengo alcuni. Va bene. Fatemi approdare ai tempi degli alchimisti. Fatemi girovagare tra alambicchi e atanor di trasmutatori di metalli. Fatemi incontrare Giordano Bruno. Dialogare con Cagliostro. Fatemi assistere alle sedute pubbliche di magnetismo di Mesmer. Fatemi vedere Leonardo al lavoro. Charlie Chaplin su set di un suo film. Fatemi ammaliare dal fascino di Cleopatra. Accidenti. Sto descrivendo tutte cose che sono sedimentate nella mia memoria. Mentre ne parlo quasi le vedo. Nutrito da libri. Film. Cose apprese da altri. Difatti è proprio questo il punto.

La macchina del tempo esiste già. Esiste da sempre. Dentro la nostra testa. Nel cranio. Immersa nel liquido cefalorachidiano. Sempre a disposizione. Di giorno e di notte. Anzi, proprio di notte parte di suo per viaggi fantastici. Incredibili. Non ne può fare a meno di viaggiare nel tempo. Ritorna a luoghi dell’infanzia. Rimescola ogni livello temporale. I vivi con i morti. La nostra mente. Il nostro cervello. Percorso ogni istante da microscopiche scariche elettriche. Inondato da flussi di neurotrasmettitori. La macchina del tempo dentro di noi, dentro la nostra testa, è sempre disponibile a viaggiare attraverso il tempo. Mentre ascoltiamo una canzone. Un brano musicale. Una sinfonia. Mentre ci troviamo in un luogo. Mentre sentiamo suoni e profumi immersi nella natura. Mentre visitiamo una mostra. Un museo. Un luogo della memoria, appunto. Per tornare col ricordo a un antico amore. Un viaggio che non scorderemo mai. Per anticipare le gioie e le preoccupazioni di un figlio. Un lavoro. Una impresa. Un progetto. Una performance di cui siamo protagonisti. Anticipando con il teatro mentale le reazioni del pubblico. Cosa ne sarà del nostro stato di salute? Oppure quello dei nostri cari? Quegli esami avranno buon esito? Per incontrare il nostro capo e discutere di problemi che ci riguardano. Per affrontare il nostro partner riguardo la nostra crisi. Cosa gli diremo? Come reagirà? Viaggiamo sempre con la mente. Nel passato e nel futuro.

Lo spiega anche Dean Buonomano, neuroscienziato dell’Ucla (Università della California, Los Angeles) nel suo libro Il tuo cervello è una macchina del tempo. Neuroscienze e fisica del tempo di prossima uscita da Bollati Boringhieri. Una buona notizia rispetto a quanto detto all’inizio. Secondo Buonomano il nostro cervello è una macchina del tempo che immagazzina informazioni. Ricordi. Nozioni. Ma per viaggiare nel futuro. Per progettare. Inventare. Anticipare. Altrimenti saremmo ancora nelle caverne. Mentre scrivevo questo post avevo di sottofondo Moon Zero, Relationships Between Innner & Outer Space. Un trip spazio-temporale, perfetto.

Buonomano, perché definisce il cervello come una “macchina del tempo”?

In un certo senso, la funzione principale del cervello è predire il futuro. Non immagazziniamo ricordi per rievocare il passato. La funzione dei nostri ricordi è di permetterci di prevedere e prepararci al futuro. Il cervello è anche una macchina del tempo nel senso che scandisce il tempo e ci permette di impegnarci nel viaggio mentale nel tempo.  Noi esseri umani siamo in grado di proiettarci nel futuro per aiutarci a decidere come agire al meglio nel presente. Per raggiungere i nostri obiettivi futuri.

Come possiamo usare al meglio il cervello come “macchina del tempo”? In altre parole, usare il cervello come “anticipatore e programmatore” del presente e del futuro invece di rimanere ancorati al passato?

Come esseri umani siamo unici nella misura in cui siamo in grado di pensare e prepararci per il futuro. Ma ciò non significa che siamo particolarmente bravi a farlo. In effetti, molti problemi personali e sociali sono il risultato della nostra miopia temporale, come non risparmiare abbastanza per la pensione o non affrontare il cambiamento climatico. Ma fortunatamente la pratica e lo sforzo ci possono perfezionare in questo senso. Riflessione, pianificazione e pazienza ci aiutano a prendere decisioni migliori a lungo termine. Inoltre, immaginando e visualizzando dove vogliamo essere in futuro, aiuta. Quindi visualizzare i risultati dello studio o risparmiare denaro oggi, può aiutare a impegnarci in quelle attività.

Le piace la fantascienza? Pensa che il cinema, l’arte e la letteratura siano manifestazioni della capacità del cervello di “viaggiare nel tempo”?

Ho sempre amato libri e film sui viaggi nel tempo e gli inevitabili paradossi che emergono dalla possibilità di cambiare il passato. Mi affascina anche il fatto che sebbene il concetto di viaggio nel tempo oggi sia ovunque nelle arti, non esisteva fino alla fine del XIX secolo. Era come se fosse una nozione così assurda che nessuno nemmeno ne considerava la possibilità, nemmeno nella finzione.

Cosa pensa dei “falsi ricordi”? I ricordi, il “passato” del nostro cervello può essere manipolato? A che punto siamo con la ricerca e i farmaci che promettono di “cancellare” selettivamente i ricordi traumatici?

La maggior parte dei ricordi sono ricostruzioni del passato, piuttosto che rappresentazioni accurate di ciò che è realmente accaduto, quindi i falsi ricordi sono molto naturali e tutti ne abbiamo alcuni. Ci sono farmaci e trattamenti che possono causare l’amnesia e quindi in un certo senso è possibile “cancellare” alcuni ricordi. Ma la nozione di cancellare ricordi specifici e mirati, come il ricordo di una singola persona che hai conosciuto, rimane una possibilità remota.

Nel suo libro precedente Brain Bugs: How the Brain’s Flaws Shape Our Lives parla del cervello come il sistema più complesso dell’universo conosciuto, ma pure imperfetto. È per queste imperfezioni del nostro cervello che siamo ingannati e imbrogliati dagli truffatori e manipolatori, ma anche divertiti dai trucchi dei maghi?

Sì, e penso che la magia sia un ottimo esempio. I maghi sfruttano intuitivamente alcuni dei nostri “bachi cerebrali”. Ad esempio, se dicono abracadabra e il coniglio scompare dal cappello, tendiamo a credere che quelle parole abbiano fatto scomparire il coniglio. Pensiamo che la relazione di causa ed effetto più probabile sia quella più vicina nel tempo. Quindi, un baco del cervello comporta che non siamo molto bravi a capire le IMG_7003sCropped.jpgrelazioni di causa ed effetto separate da mesi o anni. Consideri che se le sigarette causassero il cancro in pochi giorni, le sigarette non avrebbero mai ucciso milioni di persone.

Oggi è di moda introdurre la “fisica quantistica” per parlare di certe stranezze e misteri del cervello. Cosa ne pensa?

La meccanica quantistica e la natura della coscienza sono due dei più grandi misteri della scienza. E a volte le persone hanno la tendenza a pensare, o sperare, che un mistero è la risposta a un altro. Cioè, che in qualche modo la misteriosa natura della fisica quantistica contenga le risposte al mistero della coscienza. Ma ci sono poche prove che questo possa essere il caso. Quindi, a mio parere, è improbabile che le domande fondamentali nelle neuroscienze si basino comunque su fenomeni quantistici, come ad esempio l’entanglement.

Buonomano Lab

UCLA Brain Research Institute

Your Brain Is a Time Machine: The Neuroscience and Physics of Time

Un cervellino Neanderthal? Me lo faccio in laboratorio. Con gli organoidi


MUOTRISegnatevi questo termine, di cui sentirete parlare sempre più spesso, che non è un insulto: organoidi. Gli organoidi sono “similorgani”, “miniorgani” prodotti in laboratorio che simulano la struttura e il funzionamento dell’organo reale. Si possono praticamente realizzare organoidi di qualsiasi organo umano. Compreso il cervello. Immaginatevi le possibilità di ricerca. Tra l’altro gli organoidi permetterebbero di superare l’antico problema etico della sperimentazione animale.

Bene, le possibilità di ricerca sono talmente tante, non solo in medicina, che una tecnica combinatoria (Dna antico, editing genomico Crispr e organoidi ricavati da cellule staminali) sta permettendo a due gruppi di ricerca di includere geni di Neanderthal in cellule staminali. Arrivando di fatto a coltivare in vitro “minicervelli” di Neanderthal.

Questi studi non sono ancora stati pubblicati, ma se ne ha notizia attraverso fonti autorevoli come la rivista Science. “Nessuno di questi lavori è stato pubblicato”, scrive Jon Cohen su Science, “ma Alysson Muotri, un genetista della University of California, San Diego (Ucsd) School of Medicine, questo mese ha descritto per la prima volta gli organoidi di Neanderthal ottenuti dal suo gruppo in una conferenza Ucsd intitolata Imagination and Human Evolution”.

Lo stesso Alysson Muotri, considerato un pioniere ORGANOIDE.jpgnella sperimentazione biologica senza animali, ha dichiarato: “Stiamo cercando di ricreare la mente Neanderthal”. Interessantissimo. Ma magari Muotri la troverebbe ugualmente già bell’e fatta in giro per il pianeta.

Nelle foto: Alysson Muotri; gli organoidi cerebrali sviluppati dal laboratorio di Alysson Muotri da cellule staminali umane che avevano un gene dello sviluppo modificato nella versione posseduta dai Neanderthal (J.COHEN/SCIENCE).

Enzo Soresi: io e l’Lsd


LSDAnni ’60, Fondazione Carlo Erba, in pieno centro di Milano, io, giovane studente di medicina che aveva scoperto, da poco, la potenza delle anfetamine per studiare con maggiore concentrazione e resa  l’esame di anatomia, assisto, affascinato,  ad una conferenza di Emilio Servadio (uno dei padri della psicoanalisti italiana) che, con grande sicurezza ed enfasi, spiega come sia possibile, somministrando Lsd,  risolvere in poche sedute patologie psichiatriche destinate ad essere curate (si fa per dire) con anni di psicoanalisi.

Dal libro di Agnese Codignola, LSD, edito di recente da UTET,  riporto questo stralcio, tratto dalla introduzione

“In sintesi, ciò che sta emergendo è che esistono sostanze fra le quali soprattutto  l’Lsd  e la psilocibina capaci di innescare una profonda riorganizzazione delle connessioni fra cellule nervose; queste cellule, una volta superato lo shock, sembrano tornare ad un livello simile a quello del cervello del neonato (secondo una delle spiegazioni fornite da  Carhart- Harris) per poi ripartire da un substrato diverso e ripristinare il funzionamento classico con declinazioni inedite.

“Ciò che determinano è insomma una “Ego dissolution” come l’ha chiamata per primo Albert Hofmann: una dissoluzione dell’Io sofferente seguita da una rinascita, che, ben lungi dall’essere solo una continuazione della psicoanalisi con altri mezzi (ma è anche quello tra l’altro) potrebbe fornire nuovi strumenti terapeutici e scardinare diverse certezze della neurologia e delle neuroscienze. Le possibilità e le prospettive che si stanno aprendo sono enormi.  A patto che lo stigma culturale ancora vitalissimo, per quanto ormai ridicolmente vetusto, non renda il Rinascimento impossibile, chiudendo ancora una volta le porte della percezione e facendo ripiombare questi studi nel più oscuro Medioevo”.

A distanza di oltre 50 anni, da quella conferenza, mi ritrovo a scoprire come sarebbe possibile, con due sostanze peraltro poco costose, affrontare e risolvere patologie psichiatriche complesse e spesso irrisolvibili apportatrici di profonde sofferenze per chi le vive e per i loro famigliari. Poco tempo fa ricordo di avere letto di  uno studio scientifico, condotto negli Stati Uniti,  in cui in solo 4 settimane 80 fumatori si sono allontanati dal fumo con l’assunzione di psilocibina a dosi refratte.

Con il coblogger Pierangelo  Garzia e con l’editore ci impegneremo ad approfondire queste potenzialità terapeutiche riportando su questo blog studi clinici  in atto con questi tipi di sostanze, definite psichedeliche.  E il blog sarà aperto a tutti coloro interessati a queste tematiche.

Aggiunta di Pierangelo Garzia

Emilio Servadio, citato sopra dall’amico e coblogger Enzo Soresi, è stato uno dei padri fondatori della psicoanalisi italiana. Era allievo di Edoardo Weiss, a sua volta diretto allievo di Freud. Servadio è stato anticipatore in molti settori, tra cui quello degli stati modificati di coscienza. Quando ancora l’Lsd non era stato bandito e poteva essere usato nel setting terapeutico, Servadio lo impiegò anche con personaggi illustri del mondo del cinema, come Gillo Pontecorvo e Federico Fellini. A quanto mi raccontò lo stesso Servadio con cui sono stato in contatto per anni, e del quale conservo un nutrito carteggio, fu in quel periodo che entrambi i grandi registi realizzarono, rispettivamente, due loro film ritenuti “visionari”: La battaglia di Algeri (Pontecorvo) e Giulietta degli spiriti (Fellini). Essendomi occupato a lungo di stati modificati di coscienza (in Neurobioblog è tra l’altro presente un lungo ricordo di un altro mio maestro in questo campo, il neurofisiologo e ipnologo Marco Margnelli) ho pure avuto modo di incontrare e intervistare, assieme all’amico gionalista scientifico Edoardo Rosati, lo scopritore dell’Lsd, Albert Hofmann. Qui di seguito due miei testi ripresi in rete relativi a Servadio e Hofmann.

Emilio Servadio e gli stati di coscienza 

L’uomo dell’Lsd: Albert Hofmann

 

Enzo Soresi parla di “La speranza è un farmaco” di Fabrizio Benedetti


SperanzaFarmacoScrive Ivan Cavicchi  nel suo libro Medicina della complessità: “tutto il territorio entro cui la medicina si muove va rivisitato… è importante abbracciare la complessità dei sistemi…entro cui quest’arte si muove. Vanno affrontate nuove mappe che delineino l’intervento del medico e le regioni su cui intervenire”.

Negli anni ’70 quando dimettevo da Niguarda un paziente guarito  dalla polmonite, di nascosto gli  prescrivevo fialette di entogemina, uno dei primi probiotici che io ricordi, intuendo che la terapia antibiotica protratta avesse in parte alterato la flora intestinale. Oggi con la scoperta del microbiota  intestinale a cui è dedicato un capitolo nel libro  Mitocondrio mon amour scritto con il coblogger ed amico Pierangelo Garzia  la prescrizione di prebiotici e probiotici è diventata una necessità alla luce dei miliardi di germi con cui conviviamo ed il cui genoma è 100 volte superiore al nostro.

Gli articoli scientifici pubblicati nel  2016 su questo argomento sono stati oltre 15.00 e si è arrivati ad imputare ad un microbiota non adeguato malattie come la sclerosi multipla od il Parkinson.  Per assurdo un paziente depresso o stressato in cura con psicofarmaci potrà guarire in un tempo non lontano con trapianto di feci con microbiota adeguato , come già avviene per il morbo di Crohn. Ma, le novità che stanno sovvertendo la medicina sono in continua espansione  e la lettura dell’ultimo libro di Fabrizio Benedetti, neurofisiologo e neuroscienziato dell’Università di Torino,  mi ha ancora di più convinto di come la biologia stia sovvertendo la medicina.

Benedetti è la massima autorità per quanto riguarda l’effetto placebo e nel suo ultimo libro La speranza è un farmaco scrive che oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole sono vere e proprie armi che modificano il cervello ed il corpo di chi soffre, esse attivano le stesse vie biochimiche dei farmaci come la morfina o l’aspirina. Ma in realtà, da un punto di vista evolutivo, afferma Benedetti , sono nate prima le parole e poi i farmaci che seguono le stesse vie biochimiche impostate dalle parole e dalla relazione.

Fra i casi clinici che il neuroscienziato racconta nel suo libro,  il più singolare è quello di una paziente sofferente di un forte dolore toracico a cui venne somministrata acqua distillata come sostanza placebo mentre Benedetti le spiegava che si trattava di morfina. In realtà la paziente non ebbe alcuna riduzione del dolore e  quindi nessuna risposta all’effetto placebo… Successivamente  il prof somministrò morfina sempre parlando alla paziente e spiegandole che il dolore sarebbe scomparso. In  questo caso il dolore sparì. Infine il prof continuò a parlare alla paziente senza dirle che un computer le stava iniettando morfina ed in questo caso il dolore rimase invariato. Questo specifico esperimento scientifico in cui la morfina, iniettata all’insaputa della paziente non ha ottenuto alcuna risposta terapeutica,  conferma come sia importante da parte del medico, quando prescrive un farmaco, spiegare bene al paziente il significato di ciò che prescrive inducendo nel paziente una adeguata aspettativa terapeutica. Purtroppo è in antitesi con questa procedura, nella medicina scientifica, il bugiardino allegato al farmaco che induce, al contrario, nel paziente, l’effetto nocebo.

A questo proposito ricordo un caso assai singolare che mi è capitato; si trattava di un paziente assai sensibile ed a cui ero stato sempre  attento a non prescrivere psicofarmaci per la sua ansia in quanto prevedevo me li avrebbe rifiutati. Finito al pronto soccorso di un ospedale milanese per un dolore toracico ribelle il collega oltre a normali analgesici , vedendo il paziente assai agitato,  prescrisse una compressa da 20 mgr di paroxetina,  sul cui bugiardino le controindicazoni sono numerose. Assunta mezza compressa il paziente finì al pronto soccorso con colica addominale confermando come l’effetto nocebo nella medicina scientifica sia una realtà forse maggiore dell’effetto placebo.

 

 

 

 

 

 

Ingannando Houdini: intervista ad Alex Stone


AlexStoneAlex Stone è una figura interessante nel panorama dell’arte magica. Perché non è solo un prestigiatore. Non è solo un illusionista addentro alle varie tecniche cartomagiche, oppure mediante monete e tutte le altre possibilità che offre di ingannare i sensi e la mente del prossimo la cosiddetta magia “a vista” (tecnicamente micromagia, in lingua close-up magic). Per eseguire questi numeri magici con efficacia occorrono anni e anni di studi teorici, ma soprattutto pratici. Allenamento continuo. Per alcuni addirittura ossessivo. Meglio se sotto la guida di maestri esperti. Professionisti magari pluripremiati nei vari consessi internazionali. Alex Stone si racconta appassionatamente, ironicamente e pure spudoratamente, in questo suo libro di memorie magiche: Ingannando Houdini. Prestigiatori, mentalisti, patiti di matematica e poteri nascosti della mente.

Una vera e propria autobiografia, unica nel suo genere, degna di un film, di cosa significhi, cosa debba affrontare chi si avventuri, da zero, lungo il tortuoso, ispido cammino, per assurgere al titolo di “mago”. In un ambiente, quello dei professionisti dell’arte magica, molto selettivo, esclusivo, geloso dei propri segreti. Alex Stone passerà infatti i suoi guai per avere svelato alcuni di questi segreti su una rivista destinata al pubblico generico. Ma proprio perché, come dicevo all’inizio, Alex Stone non è solo un illusionista. È anche un divulgatore scientifico con una formazione in fisica. Ha una mentalità da ricercatore e di sperimentatore. E del resto la magia, al pari della scienza è, al più alto livello, ricerca, sperimentazione e innovazione. Continue. Costanti. Viceversa non avrebbe potuto sopravvivere, evolversi, adattarsi ai gusti del pubblico anche attraverso le nuove tecnologie, per migliaia di anni fino ai giorni nostri.

Alex Stone si rende conto presto che la magia è anche, soprattutto, psicologia. Perché, come dice un principio assoluto della magia, “non avviene nelle mani del mago ma nella mente dello spettatore”. Se ne rende conto a tal punto Alex Stone, che per approfondire gli aspetti percettivi e cognitivi della magia incontra, impressiona con i suoi trucchi e infine collabora con la psicologa ricercatrice Arien Mack, allora direttrice del Perception Lab presso la New School for Social Research di New York,  in ricerche sull’attenzione e sviamento dell’attenzione (misdirection, la pietra miliare di tutta la magia).

La magia esiste perché i nostri sensi sbagliano. La nostra percezione è fallace. La nostra attenzione può essere sviata. La nostra memoria non è perfetta. Addirittura la nostra mente può creare false memorie. Tutto nella magia, come del resto nell’inganno e nella truffa, affonda le proprie radici nella psicologia. Come scrive Alex Stone: «Come per ogni trucco magico, la sola tecnica non è che una piccola parte dell’illusione. La psicologia è l’ingrediente segreto».

Ecco allora che i trucchi magici entrano sempre più spesso nei laboratori di ricerca psicologica e neuropsicologica: rappresentano mezzi perfetti per indagare la mente umana. Specie con il supporto delle moderne tecniche di registrazione e visualizzazione dell’attività cerebrale. Un campo affascinante, promettente, da cui sgorgano sempre più stimoli e pubblicazioni scientifiche. Il rapporto tra magia e scienza è agli inizi, ma già promette bene. E personaggi come Alex Stone stanno dando e daranno contributi certamente importanti.

Perché hai intitolato il tuo libro Fooling Houdini (Ingannando Houdini in italiano)?

Il titolo del libro allude a una storia su Dai Vernon, il più influente artista di primo piano del ventesimo secolo, anche conosciuto come “The Man Who Fooled Houdini”. Houdini si vantava che nessun uomo potesse ingannarlo tre volte con lo stesso trucco. La magia dipende molto dall’elemento sorpresa, motivo per cui ai maghi non piace ripetere un effetto per lo stesso pubblico. Gli anni passarono e la sfida andò insoddisfatta. Poi, nel 1922, durante una cena tenuta in onore di Houdini, Dai Vernon, di cui pochi avevano sentito parlare all’epoca, mostrò a Houdini la versione di un trucco chiamato “carta ambiziosa”: una carta firmata ritorna in cima al mazzo dopo essere stato messa nel mezzo. Vernon ha ripetuto l’effetto molte volte e Houdini è stato completamente ingannato! Più in generale, il titolo del libro si riferisce al fatto che i maghi cercano sempre di ingannarsi l’un l’altro con nuovi trucchi.

Parli di magia come di un “linguaggio universale” che raggiunge tutti. Intendi come l’arte o la musica?

Sì! Puoi fare un trucco magico per qualcuno in qualsiasi parte del mondo e di solito sorriderà. Tocca qualcosa in noi che è legato alla nostra natura profonda, credo.

Qual è la relazione tra magia ed emozioni? E tra magia e memoria?

Penso che tutta la magia, o almeno tutta la buona magia, generi potenti emozioni. La memoria è difficile e le persone spesso hanno difficoltà a ricordare correttamente cosa succede in un trucco. (Le emozioni, ovviamente, influenzano anche il modo in cui ricordiamo le cose). I maghi cercano intenzionalmente di fare confusione con i ricordi delle persone, così il pubblico crederà che una cosa sia accaduta quando in realtà qualcos’altro ha avuto luogo. Ma ciò che la magia rivela è che il ricordo è fallibile e può essere manipolato. Qualcosa che va ben oltre la magia.

Un mago può essere ingannato?

Assolutamente! Questo è uno dei malintesi che molte persone hanno sulla magia. I maghi, infatti, si prendono sempre in giro l’uno con l’altro con nuovi trucchi. Ci sono tornei in tutto il mondo in cui i maghi competono l’uno contro l’altro. Questo spirito competitivo guida una notevole innovazione nella creazione di nuovi effetti.

Cosa consiglieresti a coloro che vogliono difendersi dalla frode, dall’inganno e dalla manipolazione della vita quotidiana?

Beh, consiglierei di leggere e studiare la base della psicologia delle truffe. La maggior parte delle truffe ha qualcosa in comune. Primo e soprattutto: se qualcosa sembra troppo bello per essere vero, come si è soliti dire, allora lo è quasi sempre.

Scrivo e dico spesso che la magia è “darwiniana”, evolutiva: si adatta ai gusti, alle culture e soprattutto fa uso di tutto ciò la tecnologia e la scienza si rendono disponibili in un determinato momento della storia. Sei d’accordo?

In una certa misura direi di sì. Come tutta l’arte è conforme ai gusti del momento e cambia con la sensibilità delle persone. Ma ci sono anche aspetti senza tempo della  magia, ecco perché vedi trucchi simili che attraversano i secoli.

La magia è una psicologia empirica, sperimentale, che attraverso i  secoli ha fatto scoperte sulla percezione, la memoria e l’illusione. Scoperte che la psicologia cognitiva ha recentemente iniziato a capire. Come può la magia oggi aiutare la psicologia e le neuroscienze?

La magia, nel suo cuore, sta giocando con i limiti della percezione umana. Nel cercare di capire la magia, finiamo per fare domande su come la mente percepisce il mondo e analizza l’esperienza quotidiana, su come funziona la mente. E perché a volte fallisce. Studiare il modo in cui la magia ci inganna è una finestra sul cognitivo sottostante, sui meccanismi che ci rendono umani. Alcuni neuroscienziati ora stanno persino usando magia per studiare il cervello.

Studiare fisica ti ha aiutato a diventare un mago? Come?

Penso che entrambi comportino un simile fascino per il mistero e lo sconosciuto. Inoltre, ci sono molti trucchi che coinvolgono la matematica. Ancora, entrambi sono abbastanza nerd!

Quanti anni e quante ore di allenamento al giorno ci vogliono diventare un buon mago?

La cosa bella della magia è che puoi iniziare a farlo subito. Ci sono molti trucchi divertenti per i principianti. Non credo davvero nella “regola delle 10.000 ore” di pratica. Ognuno è diverso. Ma diventare un esperto richiede anni lavoro diligente.

Parli della passione per la magia e per sempre nuovi trucchi come  di una “droga”: perché?

Penso che sia avvincente. Da quando ho imparato il mio primo trucco ero “agganciato.” Una volta che inizi vuoi proseguire, desideri imparare sempre cose nuove, effetti sempre più creativi.

Perché forme di magia come il mentalismo e la Bizarre Magick hanno successo oggi?

Sono forme di magia che attirano una nostalgia gotica, sorte di recente. Ma anche queste espressioni mostrano una magia differente da quella a cui siamo abituati. Soprattutto il mentalismo può sembra qualcosa di completamente diverso, motivo per cui molte persone sono convinte che sia in qualche modo reale. È importante riconoscere, tuttavia, che comunque è tutto, ancora, una sorta di inganno.

Cosa consigli a un ragazzo che oggi voglia intraprendere una carriera come mago?

Circondati di altri appassionati di magia. È la cosa più importante. Compra alcuni libri e video, carte e monete. Basta iniziare. Divertiti!

Cosa ne pensi dei tutorial in rete: sono dannosi o utili per la magia?

Penso che siano molto utili. Aiutano le persone ad imparare la magia, chiunque può farlo. Impara ora. Sono grandiosi e conducono alla feconda impollinazione incrociata di idee.

Due domande all’editore italiano di Ingannando Houdini. Paolo Michelotto, in società con i fratelli, ha fondato nel 1994 “Mondo Troll” che si occupa di pubblicare libri e video, organizza workshop e vende materiali correlati alla magia e prestidigitazione, all’animazione e agli argomenti correlati.

Perché avete deciso di pubblicare in italiano il libro di Alex Stone che si discosta dai consueti “manuali magici”?

Il libro di Alex Stone è una lettura affascinante per il lettore che non sa nulla di magia. copertina ingannando houdini frontePer chi ne sa qualcosa ed è appassionato, come noi, è doppiamente affascinante. Racconta di persone reali esistenti nel mondo dell’illusionismo, di episodi accaduti nei congressi magici, di tecniche “impossibili”, di storie vecchie ma viste sotto un’altra luce, di corsi avanzati con personaggi famosi. E racconta la dedizione quasi maniacale per quest’arte. È un inoltrarsi in profondità nel mondo della magia con gli occhi di un prestigiatore estremamente abile non solo nella sua arte, ma anche in quella della scrittura. Per noi come editori è quindi un privilegio aver pubblicato un libro così ricco, emozionante, divertente e approfondito sull’arte a cui da 20 anni ci dedichiamo.

A chi si rivolge Ingannando Houdini?

È un libro divertente, curioso e ricco che può essere letto da chi non conosce per niente la magia, dal neofita assoluto di quest’arte, ma anche da chi ha ottime conoscenze e esperienze magiche, che troverà rispecchiate nei diversi capitoli.

Ingannando Houdini su Monto Troll 

“The Science of Magic and the Art of Deception” video con Alex Stone 

 

Joaquin Phoenix il redentore


a-beautiful-day-nuovi-poster-del-thriller-con-joaquin-phoenix-1.jpgA vederla Lynne Ramsay è una gradevole donna paffutella e sorridente. Non immagineresti i film che riesce a fare. Tipo questo You were never really here (non sei mai stato realmente qui, titolo originale di quello usato nell’edizione italiana: A beautiful day e ne capisci il perché alla fine). Lynne Ramsay fa film folli. Potenti e conturbanti come la follia. Tipo …e ora parliamo di Kevin. Regista britannica (Glasgow), apprezzata dalla critica, pluripremiata, Lynne Ramsay fa film che sono cazzotti in faccia. Calci nello stomaco. In A beautiful day mette in scena tutto il male del mondo, tanto, troppo, con qualche piccola, piccolissima, apertura al sentimento. Alla possibilità che la follia umana possa salvarsi dall’autodistruzione. In un mondo dove ricordi, traumi, passioni, crudeltà familiari e sociali, sporche guerre, delitti, perversioni, vero e falso, reale e irreale, sogno e incubo, si frammischiano tra loro. Senza un prima e un dopo. E neppure un durante. Tutto lo schifo e l’abiezione del mondo. In un Joaquin Phoenix che se ne fa corpo e sangue. Un redentore “solo sicario” anche nell’aspetto (chissà perché non ci ha ancora pensato nessun recensore del film) di questa epoca laida e perduta. Disperata e disperante. Angosciata e angosciante. Un redentore che invece di finire inchiodato sulla croce, aggiusta i torti a colpi di martello (“made in USA”, non a caso). Non andate a vederlo se non siete in grado di reggere le emozioni forti. Troppo forti.