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Enzo Soresi: “Qualche riflessione, da medico, su libero arbitrio e no vax”


Come medico ho sempre ritenuto che le mie decisioni diagnostiche e terapeutiche fossero  condizionate dal libero arbitrio che ognuno di noi ritiene di esercitare. La sensazione di essere responsabili delle nostre scelte è fondamentale per la nostra esistenza e a maggiore ragione in campo medico quando la nostra decisione può mettere ingioco la vita dei nostripazienti. In realtà la liberta di decidere ogni nostra azione che riteniamo scontata, cioè questo tipo di libero arbitrio, è esclusa dalle leggi della fisica.

Il neuroscienziato Vilayanur S. Ramachandran, ha definito il libero arbitrio “un concetto  intrinsecamente imperfetto  ed  incoerente”. Secondo Yuval Noah Harari il libero arbitrio è un mito anacronistico reso obsoleto dalla capacità della  moderna scienza dei dati di conoscersi meglio di quanto conosciamo noi stessi e quindi di prevedere e manipolare le nostre scelte. Benjamin Libet, negli anni ’80 del secolo scorso, collegando i suoi soggetti volontari ad un elettroencefalogramma e chiedendogli di muovere un dito in un momento da loro deciso trovò che la loro decisione poteva essere rilevata dall’attività cerebrale 300 millisecondi prima che prendessero una decisione consapevole. Altri studi successivi hanno rilevato attività cerebrale fino a 10 secondi prima di una scelta consapevole.  Come bene, peraltro, ha dimostrato Damasio con il concetto di  marcatore somatico, ogni nostra scelta è condizionata da un atto intuitivo frutto di una summa di esperienze memorizzate costruite con il tempo nel network cerebrale e nato da percezioni e sensazioni  che nascono nel corpo.  

E’ chiaro quindi che alcune attività cerebrali precedono il momento in cui ne diventiamo consapevoli. Secondo GiulioTononi, neuroscienziato italiano, studioso della coscienza, ogni nostra decisione avviene come se in un senato della repubblica 500 senatori discutessero animatamente fino a che uno alza la mano e decide per tutti. In altre parole è sempre l’atto intuitivo che decide per noi. Se si dimostrasse che il libero arbitrio non esiste e se dovessimo accettare questa idea “scoppierebbe una guerra culturale molto piu violenta di quella che è stata combattuta sul tema dell’evoluzione” ha scritto Harris, potremmo arrivare a pensare che sia moralmente ingiustificabile infliggere punizioni ai criminali dal momento che non potevano scegliere di non commettere i loro reati.

In una raccolta di dialoghi con il collega filosofo Daniel Dennet, Gregg D. Caruso scrive in Just deserts   “non è mai giusto trattare qualcuno come se fosse moralmente responsabile”. Consideriamo il caso di Charles Whitman. La notte del 1 agosto 1966, Whitman, un ex marine statunitense 25 enne e apparentemente sano di mente, compì un massacro uccidendo prima sua madre a coltellate e poi,  sparando all’impazzata dal tetto di un edificio sito in un Campus  del  Texas, ammazzò altre 11 persone. Alla fine di questo massacro fu ucciso dalla polizia. Poche ore dopo questa tragedia  venne trovato un messaggio scritto da Whitman la sera prima in cui  esprimeva un profondo disagioper pensieri ricorrenti strani ed irrazionali. “Dopo la mia morte vorrei venisse eseguita una autopsia per vedere se ho qualche problema fisico” si trovò scritto  nei suoi appunti. L’autopsia fu eseguita e venne rilevato un grosso tumore cerebrale che comprimeva l’amigdala il nucleo cerebrale della memoria implicita che governa le nostre emozioni. In questo caso la presenza del tumore giustifica il comportamento malvagio  ma a questo punto dobbiamoporci unadomanda scomoda: cosa ha di tanto speciale un tumore rispetto a tutti gli altri modi in cui il cervello spingele persone ad agire ?

Scrive a questo proposito Strawson,  mentre faceva  ricerche per la sua tesi di dottorato “nel 1975 stavo leggendo qualcosa sulle opinioni di Kant sul libero arbitrio e rimasi colpito, la logica, una volta intuita, sembra freddamente inesorabile. Comincia da quella che sembra una verità ovvia: tutto ciò che succede nel mondo deve essere stato causato da cose successe prima ed a loro volta quelle cose sono state determinate da fatti precedentemente avvenuti e cosi’ via fino all’alba dei tempi. Causa dopo causa tutte seguono le prevedibili leggi della natura, anche se non le abbiamo ancora comprese “. Tutto questo risulta più comprensibile nel mondo fisico della natura. Ma sicuramente “da cosa nasce cosa” anche nel mondo delle decisioni e delle intenzioni. Poco tempo fa, a cena con il filosofo Umberto Galimberti, alla mia domanda di cosa pensasse del libero arbitrio, la risposta fu lapidaria: tutto è predeterminato! 

Le nostre decisioni  implicano una attività neurale e perché un neurone dovrebbe essere esente dalle leggi della fisica più di una roccia è la mia riflessione. A parte Galimberti, la prevalenza dei filosofi respinge la tesi contro il libero arbitrio ed aggiungono che anche se le nostre scelte sono predeterminate ha comunque senso dire che siamo liberi di scegliere. Questi filosofi sono definiti “compatibilisti” cioè pensano che determinismo e libero arbitrio siano compatibili. In sostanza, qualunque sia la verità filosofica siamo tentati di liquidare la controversia sul libero arbitrio  pensando che non sia importante per la vita reale dato che non possiamo fare a meno di provare la sensazione di possederlo. Da qualche tempo, da quando ho approfondito questo argomento, ho la sensazione che le mie parole ed i miei atti sorgano spontanemente , come da un programma cerebrale preordinato.

Anche durante le visite mediche, presso il mio studio professionale , le mie diagnosi si esprimono con semplicita’ come se sgorgassero da un software cerebrale già presistente costruito sulla base delle mie molteplici esperienze  clinico – diagnostiche. Quale è quindi il rischio? Che dal software partano programmi in quel caso clinico non  corretti e che io invece do per scontati. Come ovviare a questo rischio? Parecchi anni fa un radiologo mi spiegò che di fronte ad una radiografia del torace aveva l’abitudine di riguardarla dopo avere  espresso la sua prima diagnosi e di esprimere quindi un secondo parere diagnostico (second look). In alcune occasioni la seconda diagnosi era più veritiera ed accurata. Ecco il trucco quindi, una volta espressa la diagnosi, riflettere su  tutti i dati clinici a nostra disposizione e quindi riformulare unaseconda ipotesi  diagnostica che, se uguale alla prima ci darà maggiore tranquillità e se poi non saremo ancora tranquilli sarà utile discutere il caso clinico con un collega che stimiamo ed il cui software cerebrale è costruito su esperienze diverse dalle nostre. In ogni caso se il libero arbitrio si dimostrasse davvero inesistente , le implicazioni potrebbero non essere del tutto negative.

Harris sostiene che se comprendessimo a pieno la tesi dell’assenza del libero arbitrio, sarebbe difficile odiare gli altri: come si può odiare  qualcuno che non si incolpa per le sue azioni?  E pensando all’attuale momento storico in cui il Covid 19 ha messo in crisi l’intera umanità come si potrebbero incolpare i no vax di qualche colpa se il loro network cerebrale è stato programmato per non desiderare di  ricevere il vaccino?

Concludo citando una riflessione tratta dal libro di  Christian List Il libero arbitrio:  “Si può dunque affermare che, se abbandonassimo la nostra  fede nel libero arbitrio, dovremmo attuare una profonda revisione del modo in cui concepiamo la condizione umana. In breve, stando al senso comune, il libero arbitrio sembra essere una capacità umana cruciale , non meno cruciale del pensiero e del linguaggio. La sfida , per la scienza e per la filosofia , è quella di chiarire se siamo davvero in possesso di questa capacità e, in tal caso , come essa si adatti alla nostra visione scientifica del mondo”.

Per approfondire:

“Siamo davvero liberi di scegliere?”,  Internazionale 2/8 luglio 2021, Numero 1416

Christian List, Il libero arbitrio. Una realtà contestata, Einaudi, 2020

Il cervello innocente: intervista a Giuseppe Sartori

L’Italia all’avanguardia nelle nuove tecnologie terapeutiche. Intervista a Giuseppe Riva


Inizia oggi il convegno mondiale sull’impiego delle nuove tecnologie (realtà virtuale, realtà aumentata, robotica) in ambito terapeutico che si sarebbe dovuto tenere a Milano l’anno scorso e rimandato per la pandemia. Tre giorni, da oggi a mercoledì 15,durante i quali i maggiori scienziati e ricercatori a livello internazionale si confronteranno sugli sviluppi presenti e futuri delle tecnologie terapeutiche. Lo faranno online, ma mantenendo la sede ideale a Milano.

Il futuro delle cure attraverso le nuove tecnologie sbarca in Italia. Inizia oggi in forma virtuale a Milano, nella sede di Piazzale Brescia dell’Istituto Auxologico Italiano, la 25esima edizione del congresso internazionale dell’ associazione internazionale di CyberPsicologia e Cyberterapia (I-Actor).

Il convegno mondiale, previsto inizialmente in presenza, si tiene da oggi a mercoledì 15 dopo essere stato rimandato di un anno a causa della pandemia. E, date le circostanze, è il periodo giusto per capire come le nuove tecnologie informatiche possono essere utili per prevenire e curare in presenza ma anche in remoto. Non solo, ma date le esperienze recenti, si parlerà anche delle conseguenze psicologiche e sociali, ad esempio, della didattica a distanza (Dad) e dello smart working.

Oltre 200 ricercatori da 30 paesi partecipano al congresso, che ogni anno presenta i risultati della ricerca internazionale. Ad aprire il convegno saranno il prof. Giuseppe Riva, professore ordinario di Psicologia Generale all’Università Cattolica di Milano, presidente dell’associazione di CyberPsicologia e Cyberterapia e direttore presso l’Istituto Auxologico dell’Applied Technology for Neuro-Psychology Lab con la prof. Brenda K. Wiederhold, editor della rivista scientifica “CyberPsychology, Behavior and Social Networking”.

La “cyberpsicologia” è un’area emergente delle scienze cognitive che studia l’impatto dell’uso delle tecnologie, in particolare quelle associate all’acquisizione e alla condivisione della conoscenza (psicotecnologie), sulla nostra mente. Parliamo di psicotecnologie per indicare tutte le tecnologie – l’alfabeto e la scrittura, la carta stampata, il telefono, la radio, la televisione, Internet e i social media e così via – che emulano, estendono o amplificano la capacità della nostra mente di acquisire, organizzare e comunicare nuove conoscenze.

In generale, ogni tecnologia quando viene appresa e usata efficacemente, struttura in modo nuovo i nostri processi cognitivi. Tuttavia, le psicotecnologie si differenziano dalle altre tecnologie perché a lungo termine sviluppano un nuovo “stato mentale”, che produce cambiamenti significativi sul modo di pensare e di comunicare delle persone. In altre parole, quando impariamo ad usare le psicotecnologie, e queste diventano parte della nostra esperienza quotidiana, il loro utilizzo ci cambia il modo di pensare, la percezione del mondo, e il modo di agire. Durante il convegno saranno presentati gli ultimi studi relativi all’impatto dei social media sui processi identitari e sociali.

Come sottolineato da un recente studio pubblicato dalla rivista scientifica dell’associazione (Surviving COVID-19: The Neuroscience of Smart Working and Distance Learning) l’uso della Dad influisce sul funzionamento dei neuroni GPS, dei neuroni specchio, dei neuroni di Von Economo e sulle oscillazioni neurali intercerebrali con un impatto significativo su molti processi identitari e cognitivi. In primo luogo, l’uso dei sistemi di videoconferenza genera la sensazione di essere “senza luogo” (placelessness) che ha un impatto diretto sulla nostra memoria episodica, sulla nostra identità personale e professionale e aumenta il rischio di burn-out. Inoltre, la mancanza di sintonizzazione intenzionale e la difficoltà nel prendere decisioni intuitive hanno un forte impatto anche sulla leadership e su tutte le attività di supporto e tutoraggio. Infine, l’impossibilità di utilizzare il contatto visivo e lo scambio di sguardi, i principali strumenti utilizzati per generare attenzione congiunta, riduce il coinvolgimento del gruppo, la performance collettiva e la creatività.

Con il termine “cyberterapia” (cybertherapy) ci si riferisce alle diverse forme di valutazione clinica e terapia che hanno nell’uso esperienziale dei nuovi media il principale strumento di intervento. La cyberterapia nasce negli Stati Uniti alla fine degli anni ’80 grazie all’interesse e ai finanziamenti del Dipartimento della difesa USA. Sotto il coordinamento del DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, numerosi centri di ricerca hanno iniziato ad utilizzare la tecnologia per far apprendere al medico abilità motorie complesse come quelle richieste dalle operazioni chirurgiche o delle situazioni di emergenza.

Rispetto alla telemedicina, che usa le nuove tecnologie per fornire servizi sanitari a distanza, la cyberterapia impiega la tecnologia – in particolare realtà virtuale e realtà aumentata – per sostituire o aumentare l’esperienza del paziente. E quindi possibile, per esempio, permettere al paziente di vedere, sopra un tavolo reale del cibo virtuale in modo da aiutarlo a gestirne il desiderio (aumentazione dell’esperienza – realtà aumentata) o creare ambienti simulati in cui aiutare il paziente ad affrontare le proprie paure (sostituzione dell’esperienza – realtà virtuale) o stimolare i propri processi motori e cognitivi (riabilitazione).

La maggior parte delle ultime applicazioni della cyberterapia sono basate sulla realtà virtuale (RV), un ambiente tridimensionale generato dal computer in cui il soggetto o i soggetti interagiscono tra loro e con l’ambiente come se fossero realmente al suo interno.

Ma quali sono i vantaggi della realtà virtuale?

«In primo luogo, terapeuta, sia esso psicologo o medico, e paziente interagiscono tra loro», spiega il prof. Giuseppe Riva, «e con i diversi oggetti virtuali come se questi fossero davvero insieme a loro. Ciò consente di imparare attraverso l’esperienza diretta e in tempo reale dai risultati delle proprie azioni. In secondo luogo, è possibile ricreare ambienti complessi e situazioni specifiche. Questo permette non solo di imparare una tecnica ma anche di sperimentare emozioni, come paura e vergogna, e di imparare a controllarle grazie all’aiuto di un clinico».

Grazie al lavoro clinico portato avanti da alcuni Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (Irccs) – Istituto Auxologico Italiano, Fondazione Santa Lucia, Fondazione Don Gnocchi – e al lavoro di ricerca svolto da alcune università – Università Cattolica, Università di Genova e Università di Padova – l’Italia gioca un ruolo centrale a livello europeo nel settore della cyberterapia. Gli ambiti applicativi riguardano prevalentemente la psicologia clinica – disturbi d’ansia, dipendenze, obesità e disturbi alimentari – e la riabilitazione, cognitiva e motoria. Durante il convegno saranno presentati gli ultimi trial clinici che mostrano l’efficacia della realtà virtuale come strumento di trattamento clinico.

Il Coronavirus non è solo un’emergenza sanitaria globale ma anche un forte stress psicologico che mette a dura prova la nostra identità e le nostre relazioni. Tuttavia, la realtà virtuale può darci una mano attraverso COVID Feel Good  (www.covidfeelgood.com) un’esperienza virtuale gratuita fruibile sul proprio cellulare, della durata di una settimana, realizzata dai ricercatori dell’Istituto Auxologico italiano in collaborazione con l’Università Cattolica, la società Become-Hub e una serie di università internazionali. La fruizione di una esperienza virtuale – Il Giardino Segreto, che simula la visita di un giardino Zen di cui l’utente è l’unico visitatore – è associata ad una serie di esercizi che consentono di riflettere sulla propria identità e sulle relazioni interpersonali. Come dimostrato da un recente studio scientifico (A Virtual Reality-Based Self-Help Intervention for Dealing with the Psychological Distress Associated with the COVID-19 Lockdown: An Effectiveness Study with a Two-Week Follow-Up) questa esperienza è in grado di ridurre significativamente i livelli di ansia e depressione generati dalla situazione di incertezza generata dalla pandemia.

«Fino ad oggi uno dei principali problemi per la diffusione della cyberterapia erano i costi», precisa il prof. Giuseppe Riva. «Oggi invece, grazie alla diffusione dei caschi di realtà virtuale per videogiochi – come l’Oculus Quest (500 euro, sistema stand-alone) o l’Oculus Rift (600 euro più 2500 per il computer dedicato) – l’acquisto di un sistema di realtà virtuale immersiva è alla portata di tutti. In conclusione, oggi la tecnologia è già parte integrante dell’attività professionale del medico e dello psicologo: la utilizziamo per scrivere, comunicare, memorizzare e valutare. Grazie alla realtà virtuale potrebbe diventare anche lo strumento per offrire una modalità migliore di valutazione e trattamento».

Prof. Giusepper Riva, quali sono le principali novità di questa conferenza mondiale? 

Il 2021 è stato l’anno di diffusione di massa dei digital therapeutics (terapie digitali). Definiamo terapia digitale delle App o dei software che, da soli o in associazione con altri strumenti o con farmaci tradizionali, sono in grado di apportare un reale beneficio, clinicamente misurabile e scientificamente validato, su specifiche necessità di salute dei pazienti. Modificare il comportamento del paziente è la base su cui poggiano le terapie digitali: lo stress e comportamenti inadeguati incidono sulla nostra qualità della vita. Andando ad agire sul comportamento, la terapia digitale si comporta come un farmaco vero e proprio. Altre tipologie di intervento riguardano l’apprendimento o lo sviluppo di alcune funzionalità. Rispetto alle comuni app dedicate al fitness e al mondo della salute in generale, in questo caso si tratta di veri e propri interventi medici e, come tali, sono sottoposti a rigidi controlli e sono tenuti a rispettare standard di sicurezza e di efficacia e a rispondere ai requisiti normativi richiesti dagli enti regolatori. Nel 2021, una serie di aziende presenti al convegno sia italiane (https://become-hub.com/) che straniere (https://www.appliedvr.io/) hanno finalmente completato la validazione clinica delle loro applicazioni per la riduzione dell’ansia sociale (Become) e del dolore cronico e acuto (Applied VR), che nel caso della società americana hanno portato ad ottenere la designazione di Breakthrough Device dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense per il trattamento della fibromialgia resistente al trattamento e della lombalgia cronica intrattabile. Purtroppo l’Italia nonostante gli investimenti in ricerca,  ha ancora un “ritardo” digitale è molto marcato. Manca una normativa dedicata che consenta la rimborsabilità di queste terapie. Obiettivo del convegno è mostrare i positivi risultati ottenuti dalla ricerca a livello mondiale, per spingere gli enti decisori a sostenere la diffusione di queste nuove terapie.

L’interazione uomo-robot ci aiuterà nelle cure? In che modo?

L’altra grande novità del convegno è l’elevato numero di relazioni che discutono il potenziale della robotica nell’ambito del supporto all’anziano. Un robot antropomorfo è un automa capace di riprodurre alcune caratteristiche dell’uomo, di imitarne tratti distintivi come l’aspetto, i movimenti, persino le abilità comunicative e sociali. I robot antropomorfi di nuova generazione, infatti, non si limitano ad eseguire compiti, ma sono in grado di attivare interazioni e relazioni sociali con altri robot e con soggetti umani.  

Dai dati presentati dai relatori, la robotica per gli anziani (robotica assistenziale) è in grado di fornire una risposta al bisogno di assistenza prevalentemente in tre ambiti: gestione della vita quotidiana (movimenti, nutrizioni, igiene etc.), come supporto alle attività sociali e relazionali (comunicazione, compagnia, gestione dell’emotività); e come strumento di stimolazione e supporto alla salute mentale nel caso di problemi cognitivi o di demenza. In generale le ricerche sottolineano il potenziale clinico e relazionale di questi strumenti, anche se emerge come principale limite della robotica assistenziale la limitata personalizzazionedell’assistenza che il robot è in grado di fornire. Ogni persona anziana ha esigenze specifiche in merito al tipo e all’intensità di supporto che richiede e in quest’ottica il potenziamento della componente di comprensione del linguaggio naturale e dei meccanismi di intelligenza artificiale potranno facilitare la diffusione di queste tecnologie.

CYPSY25 Annual International CyberPsychology, CyberTherapy & Social Networking Conference

Lupus, uno strepitoso traguardo in una giovane donna con la terapia cellulare CAR-T (con un commento del prof. Pierluigi Meroni, immunologo e reumatologo)


Il lupus (lupus eritematoso sistemico, in sigla LES) è davvero una brutta, bruttissima bestia. E lo sa bene chi ne soffre. E lo sanno pure i loro cari e i medici che assistono pazienti con LES. Si tratta di una malattia autoimmune cronica, per cui fino ad oggi non esistevano cure risolutive, ma solo sintomatiche. Ma ora si apre uno spiraglio con il trattamento della promettente tecnica terapeutica – allo studio e apllicazione per numerose patologie, compreso il cancro – nota come “terapia con cellule CAR-T” (da “Chimeric Antigen Receptor T cell therapies” cioè “terapie abase di cellule T esprimenti un Recettore Chimerico per antigene”) che in buona sostanza agisce direttamente sul sistema immunitario.

All’ospedale universitario tedesco di Erlangen (Baviera), una donna di 20 anni con lupus eritematoso sistemico è stata curata per la prima volta al mondo con grande successo: i suoi sintomi sono scomparsi.

I medici che hanno sottoposto la paziente alla terapia CAR-T vedono questo come una “pietra miliare nella terapia delle malattie autoimmuni”. A sei mesi di distanza dall’inizio della terapia i sintomi sono scomparsi e, al momento, non vi sono indicazioni che si ripresentino. È come se il suo sistema immunitario fosse stato “riprogrammato” per non manifestare questa terribile malattia, che tra l’altro colpisce soprattutto donne giovani (la maggiore incidenza si verifica tra i 20 e i 45 anni, ma può esordire anche nell’infanzia o nell’età avanzata). E Thu-Thao V, questo il nome della giovane paziente trattata con cellule CAR-T, aveva solo 16 anni quando ha iniziato a manifestare i primi sintomi invalidanti.

Oggi Thu-Thao V, che prima di questa innovativa terapia doveva assumere fino a 20 compresse al giorno solo per contenere i sintomi, anche dolorosissimi, dice: “Finalmente posso respirare di nuovo bene e dormire tutta la notte, inoltre non ho più ritenzione idrica e il rossore sul viso è scomparso. Anche i miei capelli stanno crescendo molto più spessi”.

Un commento del prof. Pierluigi Meroni, Direttore del Laboratorio Sperimentale di Ricerche di Immunologia Clinica e Reumatologia dell’Irccs Auxologico di Milano, Direttore Dipartimento di Reumatologia presso Istituto G. Pini di milano, già Professore Ordinario di Medicina Interna e in seguito Professore Ordinario di Reumatologia dal 2006 all’Università degli Studi di Milano.

Il dato di utilizzare una CAR-T (Chimeric antigen receptor (CAR) T cell-based) therapy era nell’aria. Il caso è però uno di quelli disperati e quindi serve per supportare il principio, ma è lontano da un’applicazione pratica comune.

In pratica si usa il principio di “costruire” in laboratorio dei linfociti T del paziente (ma anche da un soggetto sano) che sono citotossici per un target desiderato. Queste cellule vengono espanse e poi si infondono nel paziente opportunamente immunosoppresso (circa come per un trapianto di midollo). Le cellule infuse vanno a danneggiare il bersaglio; ad esempio una cellula tumorale o come in questo caso delle cellule che producono anticorpi responsabili della malattia.

CD19-Targeted CAR T Cells in Refractory Systemic Lupus Erythematosus, New England Journal of Medicine, August 5, 2021

Il Covid è ancora un rischio? Ecco come lo percepiamo


I contagi da variante Delta aumentano, complici la fine delle restrizioni dei mesi scorsi, l’assenza di distanziamento sociale e gli spostamenti per le vacanze. È vero che non siamo più preoccupati per la pandemia da Covid-19? Le risposte in una ricerca italiana.

Con l’aumento dei contagi da variante Delta, gli spostamenti da un paese all’altro per le vacanze, gli assembramenti per eventi sportivi o spettacolari, la frequentazione dei locali e tutto ciò che in questa nuova fase della pandemia da Covid-19 stiamo vivendo, è fin troppo evidente a tutti che il nostro atteggiamento collettivo rispetto al coronavirus è drasticamente cambiato rispetto a non molti mesi fa. Se questo è vero e sotto gli occhi di tutti, la domanda immediatamente successiva è: cosa influenza la nostra percezione del rischio rispetto al Covid-19? Un gruppo di ricercatori italiani di varia formazione, sia medica che psicologica, è partito da questa domanda per svolgere una ricerca in merito.   

Lo studio, pubblicato da Frontiers in Psychology, che nasce da una collaborazione multicentrica tra l’Istituto Auxologico Italiano, l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Università degli Studi di Bergamo e Milano e l’Ospedale San Paolo e Policlinico di Milano, ha indagato la percezione del rischio per Covid-19 nella popolazione italiana, in un campione di 911 cittadini adulti intervistati tramite un questionario online. L’obiettivo dello studio era duplice: da un lato mettere in evidenza quali fattori, soprattutto psicologici, influenzano tale percezione, dall’altro, verificare se la percezione del rischio fosse associata alla misura in cui i cittadini si sono attenuti alle misure preventive.

Come sottolineato dalla dott.ssa Barbara Poletti, responsabile del Centro di Neuropsicologia dell’Auxologico San Luca di Milano: «I nostri risultati suggeriscono che la percezione del rischio per Covid-19 è un fenomeno complesso, determinato dall’interazione di molteplici fattori». In particolare, situazioni di maggiore “prossimità” al pericolo contribuiscono ad aumentare la percezione del rischio. Come suggerito dalla dott.ssa Sofia Tagini, psicologa e ricercatrice del Servizio di Neuropsicologia e Psicologia Clinica dell’Auxologico: «Ciò è probabilmente dovuto al fatto che determinate circostanze rendono tangibili le possibili conseguenze del contagio». Infatti, un maggiore rischio percepito è stato osservato in coloro che hanno vissuto il lutto di amici o famigliari o coloro che hanno una maggiore esposizione al Covid-19 a causa del proprio lavoro.

Inoltre, la prof.ssa Gabriella Pravettoni, professoressa ordinaria di Psicologia generale in Statale e direttore della Divisione di Psiconcologia all’ Istituto Europeo di Oncologia di Milano, spiega che i risultati dello studio dimostrano come «Persone più ansiose tendono a percepire un rischio maggiore, probabilmente poiché sono generalmente più sensibili nel cogliere potenziali pericoli. Infatti, abbiamo osservato che persone che adottano maggiormente una modalità ansiosa di relazione e comportamento in risposta a potenziali pericoli (ad esempio, caratterizzata da una risposta emotiva particolarmente accentuata, nel tentativo di attirare un possibile supporto sociale) tendono a percepire un rischio maggiore. Al contrario, persone che adottano una modalità più evitante tendono a percepire minor rischio, probabilmente poiché tendono a negare il problema e de-attivare le emozioni rilevanti».

In aggiunta, lo studio dimostra che sentirsi ben informati rispetto ai sintomi, alla prognosi e alle modalità di contagio incrementa il rischio percepito. Come sottolinea la dott.ssa Roberta Ferrucci, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano, «Questo risultato è particolarmente rilevante per le istituzioni, considerata la responsabilità nel promuovere una comunicazione il più possibile chiara e coerente».

Non di meno, è interessante notare che la ricerca ha dimostrato come persone che tendono a percepire la propria salute come qualcosa che dipende dagli altri, al di fuori dal loro controllo, si sentono più a rischio. Così come una personalità molto “aperta”, creativa, ed intellettuale contribuisce a diminuire il rischio percepito. I ricercatori ipotizzano infatti che un’elevata creatività potrebbe facilitare la definizione di molteplici “vie d’uscita” e, possibilmente, scenari più ottimistici.

Infine, il prof. Vincenzo Silani, professore ordinario di Neurologia dell’Università degli Studi di Milano e primario di Neurologia all’Auxologico San Luca, evidenzia che «I risultati di questo studio mostrano come un’elevata percezione del rischio si associa ad una maggiore adesione ai comportamenti preventivi, sottolineando l’utilità pratica e non solo teorica di studiare tale fenomeno. Tali risultati potrebbero facilitare e ottimizzare la gestione della situazione attuale, ma anche circostanze simili in futuro».

Attachment, Personality and Locus of Control: Psychological Determinants of Risk Perception and Preventive Behaviors for COVID-19

Come prendiamo decisioni? Intervista a Alain Berthoz


Esiste una decisione puramente razionale? Siamo in grado di decidere nel modo più efficiente possibile? Che il no arrivi dalla scienza potrebbe sembrare un controsenso, ma gli scienziati sanno che l’uomo è condizionato, nei suoi processi decisionali, dalle esperienze passate, dalla sua età, dal sesso, da ciò che crede di volere ma in realtà non desidera. Il cervello, insomma, non è ciò che molti credono sia: riserva sorprese e, talvolta, decisioni sbagliate.

Prendere decisioni. Il tema a prima vista pare frutto di elaborati processi mentali. Di problemi analizzati a fondo, soprattutto dal punto di vista razionale. Pensiamo a grosse decisioni in campo aziendale. Affrontiamo quell’investimento sulla nuova linea di produzione? Oppure a livello politico, o sociale. Ma anche nella nostra vita di tutti i giorni, già da quando dobbiamo decidere se alzarci al mattino o dormicchiare ancora, se proseguire una relazione affettiva, affidarci alle cure di uno specialista, oppure di un altro, come educare i nostri figli. Se ci pensiamo, prendiamo continuamente decisioni. Tanto che, dimostrano le ricerche sul cervello, siamo biologicamente “costruiti” per prendere decisioni. Alain Berthoz, professore di fisiologia della percezione e dell’azione al Collège de France di Parigi e direttore dell’omonimo laboratorio del Centre national de la recherche scientifique (Cnrs), ne è assolutamente convinto. Nel suo libro dedicato alle ricerche in questo campo, La scienza della decisione (Codice Edizioni), scrive: «La decisione è una proprietà fondamentale del sistema nervoso fondata su meccanismi di simulazione interna del corpo e del mondo che si sono fatti più complessi di pari passo con l’evoluzione». Nasciamo e ci evolviamo per prendere decisioni, in rapporto al mondo. Berthoz studia da anni i processi decisionali, non soltanto dal punto di vista delle neuroscienze, ma anche in rapporto alle scienze umanistiche, sociali ed economiche. Gli abbiamo rivolto alcune domande su come il nostro cervello giunge a prendere decisioni e quali novità ci sono in questo campo di studi.

Professor Berthoz, come decidiamo? Quali sono i processi mentali attraverso cui riusciamo a prendere decisioni efficaci? 

La nostra mente decide attraverso la combinazione, la cooperazione e a volte la competizione tra le aree razionali e quelle emozionali del cervello. Per molto tempo sono state elaborate teorie in campo economico e industriale, attraverso lo studio delle patologie neurologiche, secondo cui si era portati a ritenere che l’uomo decida solo razionalmente. Viceversa è stato dimostrato, in particolare dallo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, che l’uomo non decide solo razionalmente, ma anche con un contributo molto importante del cervello emotivo. È una delle sfide principali delle neuroscienze moderne, e delle loro relazioni con le scienze umanistiche e sociali, capire se il cervello emotivo collabori o sia in competizione con quello razionale. Negli ultimi quindici anni stiamo assistendo a un momento molto importante in questi studi, oggetto di ricerche al confine di varie discipline, e in particolare nel settore della neuroeconomia.

Sono trascorsi diversi anni dalla pubblicazione del suo libro La scienza della decisione: cosa abbiamo scoperto in più su questo tema? 

Dalla pubblicazione di questo libro c’è stato un formidabile sviluppo di ricerche sulla decisione, sia in neurobiologia, vale a dire sui meccanismi fondamentali di tipo neuronale della presa di decisione, sia in settori più sociali, in particolare con la comparsa e l’esplosione delle neuroscienze sociali. La decisione, così come esposta nel mio libro, è stata oggetto di ricerche sia teoriche, attraverso modelli matematici, sia sperimentali, in neurofisiologia degli animali, che dimostrano che non soltanto il cervello, ma gli stessi neuroni prendono continuamente decisioni. Dalla pubblicazione del mio libro, la decisione è oggetto di numerose ricerche e dibattiti, ma le ricerche non sono semplici, perché come ho appunto scritto, la decisione è «una proprietà fondamentale del sistema nervoso». Inoltre, dobbiamo prendere in considerazione il settore della decisione collettiva, uno degli aspetti che ancora non è stato studiato a fondo. In un’azienda, non sono unicamente i dirigenti a prendere decisioni, così come in un’industria che crea un nuovo prodotto, per progettarlo e realizzarlo, occorrono decisioni collettive. In un ospedale, per eseguire un intervento chirurgico, prima si tiene una riunione con tutto lo staff, e nel diritto la condanna di una persona è una decisione collettiva, non unicamente del giudice. Abbiamo fatto molti progressi nello studio delle decisioni individuali, ma rimane un immenso campo di studi per quelle collettive, che rappresentano una nuova frontiera per le ricerche in questo settore.

È stato dimostrato che l’uomo non decide solo razionalmente, ma anche con un contributo molto importante del cervello emotivo

Quali aree cerebrali sono coinvolte nei processi decisionali? 

Ne è interessato il cervello cognitivo, che implica i centri della percezione, quindi corteccia parietale, frontale e prefrontale, oltre alle strutture della memoria con l’ippocampo. Il cervello delle emozioni implica a sua volta una struttura molto importante che si chiama amigdala, che riceve tutte le informazioni dal mondo esterno in maniera molto veloce ed è fondamentale per l’attribuzione dei valori, così come la corteccia orbitofrontale, studiata dal neuroscienziato Antonio Damasio, di cui tratta nel suo libro L’errore di Cartesio. La corteccia orbitofrontale è l’interfaccia tra l’amigdala e la corteccia prefrontale, dove vengono prese le decisioni; corteccia orbitofrontale e corteccia cingolata anteriore sono strutture che possono modificare le valutazioni fatte dall’amigdala. L’immagine caricaturale di queste strutture è un grande sistema cognitivo che va dalla parte posteriore del cervello fino a quella anteriore coinvolgendo la corteccia prefrontale, il sistema limbico con l’amigdala che attribuisce dei valori, e infine la corteccia orbitofrontale. Tra le due aree interviene un neuromediatore, la dopamina, quindi una parte dell’influenza del sistema limbico, il cervello emotivo, sul sistema cognitivo è attuato da un mediatore chimico, e questo è ancora un mistero.

La capacità di prendere decisioni cambia con l’età e le situazioni? 

La questione va suddivisa in due parti: la prima riguarda le differenze individuali, vale a dire il sesso e l’età. La decisione presuppone che il cervello riceva prima di tutto delle informazioni. Noi sappiamo che in funzione dell’età, dell’esperienza e del sesso, non abbiamo per nulla lo stesso modo di rapportarci al mondo esterno. Il mio ultimo libro, che s’intitola La Vicariance, in uscita in italiano da Codice Edizioni, tratta di questo argomento: la differenza notevole tra gli individui nel modo in cui ricevono le informazioni dal mondo in funzione del sesso, dell’età, dell’educazione e della cultura. Il secondo aspetto è che il cervello non si accontenta, come avevo spiegato nel mio libro precedente, di acquisire informazioni per prendere delle decisioni, ma impone al mondo le sue regole di interpretazione: prendiamo dal mondo solo le informazioni che ci interessano e inoltre le trasformiamo a priori facendo intervenire esperienza personale e memoria. A questa fonte di varietà si lega il fatto che per decidere andiamo a cogliere solo alcune informazioni legate alla nostra esperienza e, soprattutto, al nostro obbiettivo. E il cervello è una macchina che funziona per obbiettivi.

Come decide uno scienziato? Nello specifico: lei si ritiene una persona che prende buone decisioni? 

Naturalmente no! Chi ha l’arroganza per sostenere di prendere sempre buone decisioni? Il neuroscienziato cognitivo francese Etienne Koechlin ha proposto, ed è uno degli ultimi progressi in questo settore, una teoria secondo la quale nel processo decisionale vi sono tre componenti: motivazione, presa in considerazione dalle strutture mediali del cervello, l’emozione e cognizione. Detta in un altro modo: ho voglia di una mela, preferisco la banana, ma decido per qualcos’altro. Ebbene, mi trovo nella stessa situazione: prendo delle decisioni in funzione dei miei ricordi, dei bisogni del momento, della motivazione, dell’emozione, e alla fine spesso sono più che altro spettatore della decisione, presa dal mio “doppio”. Ho scritto alcuni capitoli sul doppio, in La semplessità e La Vicariance; le decisioni vengono prese da questo nostro doppio che abbiamo nel cervello: assisto spesso con meraviglia e a volte con stupore alle decisioni che prende il mio doppio.

(Intervista originariamente pubblicata da Oxygen, 22, 2014)

La telepatia che fece scoprire i ritmi cerebrali e l’EEG


Si chiama “serendipity” (serendipità in italiano): cerchi una cosa e ne scopri un’altra. È quanto accadde al neurologo tedesco Hans Berger, alla ricerca della dimostrazione scientifica della telepatia, cioè della “trasmissione del pensiero da cervello a cervello”, che invece scoprì i ritmi cerebrali e inventò uno strumento fondamentale per la diagnostica medica e neurologica in particolare: l’elettroencefalografo.

Convinto che gli scambi elettrici tra i neuroni del cervello potessero trasmettersi anche all’esterno e addirittura veicolare informazioni, Berger si mise all’opera per inventare uno strumento che lo potesse dimostrare. E ci prese. Solo che invece delle informazioni telepatiche da cervello a cervello, Berger scopri le informazioni interne al cervello: quelle “onde cerebrali” che, registrate attraverso encefalogramma (EEG), forniscono elementi per comprendere in quale stato di funzionamento, normale, alterato o patologico, si trovi il cervello.

Sebbene sia trascorso quasi un secolo dalla sua scoperta e invenzione e, di conseguenza la macchina di Berger si sia evoluta, ad esempio dalle vecchie registrazioni a pennino su carta, a quelle digitali con tutte le ulteriori possibilità di analisi, il principio di base relativo alla registrazione dell’attività endoelettrica del cervello rimane immutato.

Ma com’è che Hans Berger inventò casualmente l’EEG partendo dal paranormale  per arrivare al normale? Prima di rispondere alla domanda specifica, lancio qualche riflessione culturale. Intanto sull’incarnazione, letteraria, cinematografica e ormai fantastica, dei nostri tempi: Frankenstein. Vale la pensa ricordare che questo non era il nome della creatura, infatti all’origine era “il mostro di Frankenstein”, cioè la creatura “creata” e richiamata alla vita dallo scienziato Victor Frankenstein. Una sorta di patchwork composto da varie parti di cadaveri, richiamato alla vita. Da cosa? Dall’elettricità. Da cui l’immagine classica, iconica, del Frankenstein cinematografico, con due bulloni sul collo: punti di contatto, come la batteria dell’automobile, attraverso cui infondere l’energia elettrica del corpo della creatura assemblata.

I rapporti tra elettricità e biologia umana sono rimasti per lungo tempo qualcosa di misterioso ed affascinante, dando corpo a quella idea fino ad un certo punto appartenente al dominio della filosofia naturale più che della scienza, di “energia vitale”. E possiamo ricordare anche gli esperimenti di elettrofisiologia del medico, fisico e fisiologo bolognese Luigi Galvani con le zampe delle rane, a cui “ridava vita” attraverso induzioni elettriche.

Vignetta satirica su Galvani mentre “resuscita” un cadavere grazie all’elettricità (una specie di zombi ante litteram)

Il fatto dunque che pure il cervello generasse, al suo interno, fenomeni elettrochimici, affascinò Hans Berger alla disperata ricerca di una dimostrazione scientifica di un fatto che lo riguardò da vicino. Si tratta di un episodio risalente addirittura alla sua adolescenza, quando aveva 19 anni: nel 1893 il giovane Hans cadde da cavallo durante l’addestramento alle manovre con l’esercito tedesco e fu quasi calpestato. Quello stesso giorno sua sorella, lontana, ebbe un brutto presentimento riguardo Hans, al punto di convincere il loro padre a mandare un telegramma per sapere se fosse tutto a posto.

Erano gli anni della infatuazione per lo spiritismo, della ricerca psichica, in seguito parapsicologia. La “Society for Psychical Research (SPR)” era stata fondata a Londra nel 1882 da tre membri del Trinity College di Cambridge e proprio uno dei fondatori, il poeta, classicista e filologo Frederic Myers, nonché pioniere delle iniziali teorie psicologiche sul funzionamento della mente umana, aveva creato il termine “telepatia”. Data la rispettabilità dell’associazione britannica per lo studio dei fenomeni medianici e, in genere, paranormali, allo scienziato Hans Berger parve di ravvisare in quell’episodio della sua giovinezza un caso di “telepatia spontanea” tra consanguinei.

Si trattava solo di dimostrare scientificamente la possibilità di trasmissione di pensieri ed emozioni da cervello a cervello. Aggiungo che tale idea di “trasferimento di informazioni da cervello a cervello” affascinò pure, per una limitata parte delle sue ricerche, quello che poi divenne premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1963, con cui ebbi modo di parlare personalmente riguardo a tali interessi: il neurofisiologo australiano John Carew Eccles.

Così Hans Berger, «decise di studiare psichiatria – racconta Laura Sanders, saggista americana di neuroscienze –  iniziando una ricerca per scoprire come i pensieri potessero viaggiare tra le persone. Inseguire una base scientifica per la telepatia era ovviamente un vicolo cieco. Ma nell’inseguire questo tentativo, Berger ha finito per dare un contributo fondamentale alla medicina e alla scienza moderne: ha inventato l’elettroencefalogramma, o EEG , un dispositivo in grado di leggere l’attività elettrica del cervello. La macchina di Berger, utilizzata per la prima volta con successo nel 1924, produsse una lettura di scarabocchi che rappresentavano l’elettricità creata da raccolte di cellule nervose infiammate nel cervello».

Berger, la cui vita purtroppo si concluse tragicamente con un suicidio (e sarebbe stato candidato al Nobel, se non fosse scomparso prematuramente) e secondo ricerche recenti in storia della medicina fu pure vicino alle posizioni naziste, scrisse anni dopo la sua scoperta che le onde cerebrali non potevano spiegare il transfert psichico che cercava. Le onde cerebrali non avrebbero potuto viaggiare abbastanza lontano da raggiungere sua sorella.

Ma, come ha scritto in una bellissima tesi Caitlin Shure, “gli echi di quell’idea si propagano nel mondo di oggi, in cui siamo tutti connessi istantaneamente e digitalmente. C’è un modo in cui queste false credenze, o fantasie, sulle onde cerebrali o sulla telepatia o sul trasferimento del pensiero hanno finito per creare quella realtà. La tecnologia ha già iniziato a collegare i cervelli in modalità wireless”. E, aggiunge ancora, Laura Sanders: “Non è la telepatia di Berger. Ma la tecnologia di oggi ci sta avvicinando a qualcosa di simile”. Insomma, a volte dalle fantasie, dai sogni e dalle illuminazioni mistiche o poetiche, sorgono delle intuizioni che, nell’arco del tempo, la scienza e la tecnologia traducono in soluzioni pratiche per migliorare la nostra vita.

Lawrence A. Zeidman, James Stone, Daniel Kondziella, “New Revelations About Hans Berger, Father of the Electroencephalogram (EEG), and His Ties to the Third Reich”, Journal of Child Neurology, June 10, 2013.

Caitlin Shure, “Brain Waves, A Cultural History: Oscillations of Neuroscience, Technology, Telepathy, and Transcendence”, Doctorate of Philosophy, Columbia University 2018.

Simone Rossi, Il cervello elettrico. Le sfide della neuromodulazione, Raffaello Cortina Editore, 2020.

Laura Sanders,”How Hans Berger’s quest for telepathy spurred modern brain science. Instead of finding long-range signals, he invented EEG”, Science News, July 6, 2021.

Vedi anche:

II ritorno della telepatia alla Duke University di Durham, tra topi