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Il cervello elettrico: intervista a Simone Rossi


Sono gli elettricisti del cervello. Detto senza irriverenza. Ma loro percorrono un settore di studi che fino a non molti anni fa era praticamente sconosciuto, non solo al pubblico profano, ma pure ai medici. Certo, tutti i medici sanno che il cervello ha una attività elettrica, oltre che biochimica, e che tale attività può essere registrata da una apparecchiatura che traccia un elettroencefalogramma, in sigla, meglio praticabile, EEG. In pratica il cervello ha vari “ritmi”, dalla veglia al sonno profondo (e a quello con sogni), contraddistinti da altrettanti differenti tracciati, che possono essere registrati dall’EEG. Un tempo con pennino scrivente su lunghi rotoli di carta, oggi invece i tracciati sono leggibili sul monitor di un computer e comodamente archiviabili. Con tutti i vantaggi che ne derivano sia in termini di confronto clinico, sia in termini di ricerca. Anche perché i tracciati della attività elettrica del cervello possono modificarsi nel tempo nelle varie età della vita, ma anche a seguito di patologie e traumi che possono interessare la materia cerebrale.

Cosicché ci fu chi, nel secolo scorso, cominciò a chiedersi se questa attività elettrica del cervello fosse non solo correlata a patologie neurologiche (come ad esempio il Parkinson con i suoi tremori o l’epilessia), ma pure psichiatriche (come ad esempio  la depressione e i disturbi dell’umore). Da questo a passare all’intuizione che l’elettricità potesse essere utile alla cura del cervello, il passo fu breve. Peraltro l’elettricità, come si ricorderà, ridona la vita al patchwork anatomico creato dal dottor Frankenstein, idea mediata dai vari esperimenti sulla “elettricità animale” di Luigi Galvani e seguaci, e persino dagli esperimenti proto-psicoterapeutici di Franz Anton Mesmer.

Ricordo che Carlo Lorenzo Cazzullo, il padre della psichiatria italiana, nei lunghi incontri con lui durante i quali registravo delle interviste ai fini di una sua biografia, un giorno estrasse un volume dalla sua ricca biblioteca e mi mostrò la prima edizione del testo dello psichiatra Ugo Cerletti, ideatore dell’elettroshock o, intermini clinici, della “terapia elettroconvulsivante”. In buona sostanza, un scossone elettrico al cervello, usato soprattutto per le gravi forme di depressione a rischio suicidario, e per gli stati ipomaniacali. Ci vollero decenni per comprendere, dal punto di vista scientifico, gli effetti di tali correnti applicate all’esterno del cranio verso l’elettrochimica del cervello. E per constatarne gli effetti su varie capacità cognitive, ad esempio sulla memoria.

Parallelamente al progressivo perfezionamento della terapia elettroconvulsivante e soprattutto dell’avvento della neuro e psicofarmacologia, la medicina iniziò a percorrere anche la strada della cosiddetta “psicochirurgia”. Intervenire sul cervello per modificarne la struttura anatomica ai fini del trattamento di disturbi psichiatrici. Gli appassionati di cinema ricorderanno, al riguardo, il capolavoro diretto da Miloš Forman, tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey, con uno strepitoso e indimenticabile Jack Nicholson: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.

Questo libro appena pubblicato da Raffaello Cortina con l’esplicito titolo “Il cervello elettrico. Le sfide della neuromodolazione” di Simone Rossi (insegna neurofisiologia all’Università degli Studi di Siena. È past-president della Società italiana di psicofisiologia e neuroscienze cognitive e attuale segretario della Società italiana di neurofisiologia clinica. Esperto internazionale di studi funzionali sul cervello e di neuromodulazione non invasiva, ha inventato, con un amico ingegnere, dispositivi robotici indossabili per migliorare la qualità della vita dei malati di Parkinson, dei pazienti con paralisi della mano e di quelli che soffrono di acufeni), parla tanto della storia, anche con accenni remotissimi, di quanto è stato fatto per intervenire sulla funzionalità del cervello, sia a scopo terapeutico che di ricerca, tanto, soprattutto di quanto si sta facendo oggi e si farà nei prossimi anni in questo affascinante campo di studi e di applicazioni.

Settore che avanzerà sempre più a ritmo sostenuto mano a mano che le tecnologie si perfezionano e sempre più si miniaturizzano: le cosiddette “nanotecnologie”. Che ci portano e ci porteranno sempre più ad applicazioni da fantascienza. Questo libro, che è anche una biografia intellettuale dell’autore, parla in modo godibilissimo, persino umoristico, del cervello elettrico, della attività elettrica del cervello. Di come registrarla, come modularla, come stimolarla, come intervenire per trattare malattie neurologiche e psichiatriche. Questo libro mi ha talmente appassionato che ho deciso di contattare subito Simone Rossi e intervistarlo. Ecco le sue risposte.

Il suo libro è anche una autobiografia intellettuale: quanto hanno influito le sue esperienze personali nella scelta di questo settore di ricerca?

Credo che abbiano influito abbastanza, magari a livello inconscio, nella scelta del tipo di ricerca che ho intrapreso. Questo si può evincere dal prologo del libro. Però, non sono mai andato in analisi per capire fino a che punto (ammesso che funzioni in questo senso, l’analisi). In sostanza, credo che la curiosità in generale abbia prevalso, instillata anche da letture illuminanti fatte al momento giusto della vita, quando si deve scegliere che cosa fare da grandi: lo studio di come funziona il cervello è uno dei campi in cui la curiosità trova più spazio in assoluto, no?

Ci vuole spiegare brevemente cosa si intende per  “neuromodulazione” e perché è così importante oggi?

La neuromodulazione è l’applicazione invasiva o non invasiva di deboli correnti elettriche a zone ben definite del cervello o del midollo spinale. Alcuni includono anche il neurofeedback fra le metodiche di neuromodulazione, perché anche con questo approccio si può modificare l’attività cerebrale, anche se non c’è nessuna stimolazione elettrica.

Quindi, con la neuromodulazione è possibile interagire con l’attività elettrica dei neuroni, modificandola transitoriamente per scopi di ricerca sulle funzioni cerebrali, o più a lungo termine per ottenere un beneficio terapeutico in alcune patologie neurologiche e psichiatriche non curabili con i soli farmaci. C’è bisogno di divulgare questa conoscenza, perché il campo “neuromodulazione” è in crescita esponenziale e rappresenterà un presidio terapeutico/riabilitativo sempre più rilevante nei prossimi anni.

Il progetto Neuralink di Elon Musk rientra in questa categoria? Cosa ne pensa di tale progetto? 

Sì certo, rientra in questa categoria, fra le metodiche invasive. Che ne penso? Bene, se penso all’evoluzione tecnologica per cercare di aiutare i tetraplegici a muoversi, sfruttando nuovi tipi di impianti cerebrali tecnologicamente avanzatissimi. Bene, se penso anche a quanti ricercatori sta dando la possibilità di esprimersi. Ho qualche dubbio sul fatto che un chip impiantato nel cervello sia utile, in un futuro, dal difendersi “dall’attacco delle intelligenze artificiali”: mi sembra un pensiero fondamentalmente paranoico, oppure dettato da esigenze di puro marketing (le due cose non si escludono).

Quali sono i settori terapeutici che maggiormente beneficiano della neuromodulazione? E cosa è ragionevolmente possibile fare con la stimolazione del cervello oggi? Cosa sarà possibile fare in futuro?

Rispondo insieme a queste due domande, distinguendo fra le metodiche invasive (cioè che richiedono un intervento chirurgico per il posizionamento degli elettrodi intracerebrali e del generatore di impulsi collegato) e quelle non invasive.

Le prime, come la stimolazione cerebrale profonda (o DBS), è ormai divenuta il gold standard del trattamento del Parkinson in stadio avanzato e del tremore invalidante, anche se non tutti i pazienti la possono fare. E’ utilizzata anche nell’epilessia farmacoresistente, nelle distonie gravi, nel disturbo ossessivo-compulsivo, nella depressione, nelle gravi emicranie, e vi sono alcuni studi pilota in corso per la Malattia di Alzheimer.

Per quanto riguarda quelle non invasive, la rTMS è approvata ufficialmente per il trattamento della depressione farmacoresistente e del disturbo ossessivo-compulsivo, anch’esso resistente ai farmaci. La medicina basata sull’evidenza ha posizionato in classe A (cioè, efficace decisamente) la rTMS per il trattamento delle seguenti condizioni cliniche: i) depressione farmacoresistente, utilizzando come bersaglio della stimolazione, effettuata ad alta frequenza, la corteccia dorsolaterale prefrontale (DLPFC) di sinistra; ii) dolore neuropatico cronico, applicando le stimolazione -sempre ad alta frequenza- sull’area motoria primaria controlaterale alla parte del corpo interessata dalla sintomatologia dolorosa; iii) recupero della funzionalità della mano nelle fasi post-acute che seguono un ictus cerebrale, utilizzando una stimolazione inibitoria, a bassa frequenza, dell’area motoria primaria dell’emisfero non colpito. Evidenze di efficacia probabile (classe B) si riscontrano in numerose altre condizioni neurologiche o psichiatriche, quali la Malattia di Parkinson (sia per il disturbo motorio che per i sintomi depressivi che spesso si associano a questa patologia), la sintomatologia dolorosa connessa alle sindromi fibromialgiche, per i disturbi motori agli arti inferiori in pazienti con sclerosi multipla, nel disturbo post-traumatico da stress e nel recupero del linguaggio nelle afasie post stroke.

Per il futuro, non credo tanto che vi saranno delle nuove indicazioni (ormai queste metodiche sono state provate in moltissime condizioni) quanto invece potremo assistere a miglioramenti tecnologici che consentano una maggiore precisione di stimolazione, con meno effetti collaterali (soprattutto nel caso della DBS, la rTMS non ha infatti grandi effetti collaterali) ed una migliore personalizzazione dei parametri di intervento.

Alla luce delle sue ricerche, occorrerebbe introdurre questo tipo di conoscenze nell’ambito della formazione specialistica in neurologia e psichiatria? Quali vantaggi apporterebbero allo specialista? Oppure è pensabile un intero settore specialistico dedicato alla neuromodulazione? 

Senz’altro si, sarebbe utile e necessario. Stanno fiorendo molti Masters in questo senso, ma nelle scuole di specializzazione “tradizionali” la neuromodulazione è sempre un argomento di nicchia, e se ne parla solo se in un determinato centro formativo viene praticata.

La neuromodulazione non invasiva sta crescendo a vista d’occhio, soprattutto privatamente, visto che il Sistema Sanitario Nazionale è un po’ lento nel recepire questi avanzamenti scientifici. Sarebbe quindi fondamentale istituire dei corsi ad hoc da parte delle società scientifiche (e magari istruire i dirigenti sanitari, che spesso non sanno niente di queste cose). Poi, se la vogliamo vedere in un altro modo, quando diamo un farmaco che agisce sul sistema nervoso centrale, neuromoduliamo lo stesso l’efficacia delle sinapsi…quindi basterebbe allargare un po’ la visione del problema, eliminando le settorializzazioni. Secondo questa visione, non vedrei utile un settore specialistico a se stante a livello di formazione base: meglio integrare, anche fra neurologia e psichiatria.

Cosa si intende per “oscillopatia” e perché è così importante in campo neurologico e psichiatrico?

Il termine oscillopatia non è ancora molto familiare nella comunità neurologica e tantomeno in quella psichiatrica, nonostante che si aggiri nella letteratura specifica da circa una ventina di anni. Si riferisce al fatto che i nostri network neurali, per comunicare fra di loro, utilizzano una debole attività elettrica autoprodotta (quella che viene comunemente chiamata elettroencefalogramma) composta di segnali più o meno sinusoidali che hanno un periodo variabile di oscillazioni al secondo. Sappiamo ormai con certezza che queste oscillazioni elettriche variano in rapporto a stati fisiologici differenti (veglia, diverse fasi del sonno) ma anche a stati patologici (per esempio, nella morte cerebrale non si rileva attività oscillatoria).

Senza arrivare ad un caso così estremo, è ormai chiaro che alcune patologie, sia neurologiche che psichiatriche, sono accompagnate da variazioni loco-regionali di questi ritmi cerebrali, in aree o network abbastanza specifici. Per esempio, nella malattia di Parkinson prevale l’attività in banda beta (oscillazioni a circa 20 cicli/secondo) nelle regioni deputate al controllo del movimento, e la correzione -tramite neuromodulazione, ma anche farmacologica- di questa attività eccessiva può portare alla correzione dei sintomi motori. Un altro esempio classico di oscillopatia è l’epilessia, che è rappresenta da scariche elettriche anomale, che possono essere localizzate o diffuse: quando si trova la terapia adatta, questa attività elettrica patologica tende a scomparire. Anche in psichiatria cominciano ad emergere sindromi cliniche legate a disfunzioni di particolari ritmi cerebrali, su tutte la schizofrenia e il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività, meglio conosciuto come ADHD.

Oltre alle stimolazione delle memorie, a  che punto siamo con la “cancellazione” delle memorie traumatiche?

Questa è una bella domanda. Negli sudi sperimentali sull’animale sembra sia possibile cancellare le memorie traumatiche, grazie a studi basati sulll’optogenetica, una metodica che consente di vedere il funzionamento di singoli neuroni “in vivo”. Nell’uomo, siamo sempre un po’ indietro, perché non è per ora possibile applicare queste metodiche, e non è detto che i circuiti delle memorie del topolino funzionino esattamente allo stesso modo di quelli dell’uomo.

Diverse storie della scoperta di Hans Berger, inventore dell’EEG, riportano che egli era alla ricerca di una “dimostrazione scientifica della telepatia”. Lei parla nel suo libro di “sintonia emotiva tra cervelli” e un ricercatore come Miguel Nicolelis sta lavorando da anni al tentativo di una comunicazione “diretta” cervello-cervello. Sarà mai possibile una cosa del genere: cioè conoscere direttamente i contenuti di un altro cervello senza l’intermediazione della comunicazione linguistica o simbolica? 

Boh! Per ora non mi sembra che ci siano evidenze solide in questo senso. La mia opinione personale (non basata su argomentazioni scientifiche, che fondamentalmente non esistono al momento) è che sarebbe veramente triste conoscere i contenuti di un altro cervello senza l’intermediazione linguistica o simbolica. Credo che una gran parte del “succo della vita” scomparirebbe; e magari senza empatia, o senza la propensione a cercare di interpretare i messaggi trasmessi da chi ci sta davanti, poi diventiamo tutti anedonici e depressi. Pensiamo ad un incontro galante, dove a cena si sta zitti, confidando che tanto capiamo lo stesso…una tristezza infinita, direi.

Come immagina il “cervello del futuro”? Potenziato con microchip neurali o cosa?  

Spero proprio di no, se non per curare le malattie incurabili altrimenti. Confido invece in un cervello che ritorni pensante per conto proprio, e non per slogan politici mirati più a scatenare il sistema limbico (cioè  la rabbia, la violenza) che il ragionamento proprio della neocorteccia (analisi, pianificazione, scelte e conseguenze); un cervello che sia indirizzato verso il bene comune, la sostenibilità, l’ambiente e la giustizia sociale, senza necessità di chip o correnti dirette in qualche zona precisa per raggiungere questi obiettivi. Da un punto di vista evoluzionistico sarebbe l’unica salvezza per l’umanità. Altro che assalto delle intelligenze artificiali!

Enzo Soresi intervista Alberto Beretta: “sarà assolutamente consigliabile vaccinarsi contro l’influenza” e molto altro su Covid-19, immunità e salute


valerioberetta_neurobioblogPerché hai affermato in un tuo intervento su facebook di qualche tempo fa che non è opportuno stimolare il sistema immunitario adattativo in quanto potrebbe peggiorare la risposta al COVID-19? In un momento in cui tutti si impegnano a potenziarlo con vari tipi di integratori mi sembra una affermazione controtendenza. 

Oggi sappiamo che La COVID-19 è una malattia infiammatoria acuta causata dal virus SARS-CoV-2. Sappiamo anche che il virus, quando infetta le cellule, riesce in brevissimo tempo a spegnere completamente la risposta dell’immunità innata (in modo particolare gli interferoni di tipo I e III) e attivare tutte le citochine e chemochine infiammatorie in un colpo solo. Il risultato è che la cellula chiama su di sé le cellule dell’immunità chiamata Th1 (prima i linfociti, poi i monociti-macrofagi e via dicendo). Il risultato è una reazione infiammatoria che può arrivare fino alla cosiddetta “tempesta citochinica”, spesso mortale per il paziente. E che, nei pazienti che sopravvivono, lascia delle sequele molto gravi. Il lavoro recente del gruppo di Andrea Cossarizza pubblicato su Nature Communications dimostra che tutte le sottopopolazioni linfocitarie T, anche quelle che in una risposta immunitaria normale si bilanciano fra di loro in modo molto preciso, sono contemporaneamente attivate. Il risultato è un caos immunologico da iper-attivazione. Una iper-attivazione che è tanto più potente quanto più il sistema immune del soggetto è stato precedentemente stimolato e si trova in uno stato di attivazione-esaurimento cronico. Non a caso gli anziani sono più suscettibili alla COVID-19. E’ ormai accertato che il sistema immune dell’anziano soffre di una condizione chiamata inflamm-aging (letteralmente infiammazione-invecchiamento) caratterizzata dalla coesistenza di due fenomeni apparentemente contradditori: da una parte il sistema immune è iper-attivato e dall’altra è incapace a reagire in modo appropriato. Una condizione favorita anche da stili di vita scorretti come la sedentarietà e le diete ipercaloriche, peraltro osservata anche nei pazienti COVID giovani. In questo contesto, l’impiego di integratori nutrizionali con attività immunostimolanti (estratti di papaya, echinacea e altri) potrebbe rivelarsi controproducente. Molti di questi immunostimolanti sono di fatto degli attivatori policlonali della risposta T. Proprio quello che non vuoi avere quando incontri il SARS-CoV-2. D’altra parte che senso ha stimolare il sistema immunitario in una malattia per la quale, l’unico farmaco con confermata efficacia è un cortisonico?

Questo non vuol dire che dal mondo delle sostanze naturali non possa emergere una risposta al problema. Nel caso specifico, a mio parere, l’impiego della curcuma come anti-infiammatorio potrebbe rivelarsi utile. Ma mancano sperimentazioni adeguate. E bisogna fare attenzione al prodotto che contiene la curcuma. Solo pochi integratori hanno una curcuma che funziona correttamente perché è una molecola che ha una scarsa biodisponibilità. Un’altra molecola da tenere sotto osservazione è il resveratrolo che, oltre ad agire sui meccanismi infiammatori attivando le sirtuine, ha anche una attività anti-virale diretta (per lo meno in esperimenti in vitro). Anche per il resveratrolo il problema è la scarsa biodisponibilità. Ma esiste un’alternativa, la polidatina, che altro non è che resveratrolo dotato di un gruppo glucidico che gli permette di entrare nelle cellule. Stiamo però sempre parlando di ipotesi scientifiche che necessitano di validazioni cliniche.

Sulla mia pagina facebook Immunologia Oggi ho affrontato questo argomento in varie occasioni.

Puoi spiegare ai nostri lettori in modo semplice la differenza fra immunità innata ed adattativa? Se il primo livello di difesa è l’immunità innata come possiamo potenziarla?

L’immunità “classica” come tutti la conosciamo, che noi immunologi chiamiamo “immunità acquisita o adattativa” ci permette con una semplice vaccinazione di essere immuni a un virus o un battere per molti anni. Oppure, di diventare immuni ad un virus dopo averlo incontrato e sviluppato o no la malattia. Può essere molto efficace (anche se nel caso del coronavirus ancora non lo sappiamo con certezza) ma richiede un certo tempo per entrare in funzione. Almeno 8-10 giorni. Questo perché le cellule che producono gli anticorpi, i linfociti B, hanno bisogno di tempo per proliferare e diventare abbastanza numerose da produrre una quantità sufficiente di anticorpi. Questo tipo di immunità è comparsa in un secondo tempo nel corso dell’evoluzione. E’stata preceduta da una altra forma di immunità, chiamata “innata” che rappresenta il primo livello di difesa contro i virus e altri patogeni. Si tratta di una linea di difesa pronta all’uso che non ha bisogno di tempo per organizzarsi come l’immunità acquisita. Le cellule che ne fanno parte sono di diversi tipi e producono vari tipi di molecole capaci di bloccare il virus. Non entro nei dettagli. Gli studi in corso per capire come funziona e come potenziarla sono numerosi. Ma ancora non sappiamo come misurarla. Sappiamo che ha un ruolo fondamentale contro il coronavirus ma non sappiamo esattamente con quale meccanismo e non possiamo dire ad una persona se è o non è naturalmente protetta dal virus. Per questo motivo non può essere presa in conto per valutare lo stato di “immunità di gregge” di una popolazione che può essere solo conferito da una copertura quasi totale della popolazione da parte dell’immunità conferita dagli anticorpi capaci di neutralizzare il virus.

L’ipotesi che emerge dagli studi in corso sui soggetti contagiati dal coronavirus è che il risultato  iniziale dell’infezione dipende in larga misura da un equilibrio fra il numero di copie virali che infetta la persona (la “carica virale”) e la forza della sua immunità innata. Poco virus e un buon livello di immunità innata uguale protezione (infezione asintomatica o semplicemente transitoria con controllo immediato del virus). Tanto virus e una debole immunità innata invece risulta in un mancato controllo del virus e, a questo punto, la palla passa all’immunità adattativa che però ha bisogno di 8-10 giorni per entrare in funzione. Nel frattempo il virus scende nelle vie respiratorie fino agli alveoli polmonari e causa quello che sappiamo. L’immunità innata è molto efficiente nei bambini ma molto carente negli anziani. La speranza è che un vaccino efficace possa accelerare l’entrata in funzione dell’immunità acquisita e sopperire alla mancata efficacia dell’immunità innata.

Da notare che negli ultimi anni si è fatta avanti una ipotesi molto interessante: quella di stimolare l’immunità innata e “allenarla” a essere più efficiente. La chiamiamo “trained immunity”, immunità allenata. E’ una ipotesi nata dall’osservazione che soggetti vaccinati con un determinato vaccino, come per esempio il BCG, risultano protetti contro malattie virali che con il vaccino non hanno nulla a che vedere. Nel caso specifico del coronavirus, un illustre collega americano, Robert Gallo, ha per esempio proposto di utilizzare, nell’attesa di avere un vaccino specifico, il vaccino della polio. Proposta che difficilmente verrà accolta. Ma sono in corso sperimentazioni per verificare se l’impiego del vaccino trivalente MPR (morbillo, parotite, rosolia) può “allenare” l’immunità innata. Nel caso specifico dell’MPR abbiamo una evidenza indiretta di efficacia: quella dell’epidemia scoppiata a bordo della portaerei americana Roosevelt, dove il 90% dei soggetti positivi al tampone erano asintomatici. Militari che avevano fatto il vaccino MPR. Gli autori della ricerca sull’MPR hanno anche avanzato l’ipotesi che il motivo per cui i bambini sono così resistenti al coronavirus è che sono tutti vaccinati con l’MPR. Siamo ovviamente nel campo delle ipotesi ma non così lontane da una possibile applicazione clinica.

Contro il bacillo di Koch è il macrofago che ingloba il batterio e lo costringe all’interno della necrosi caseosa in cui può sopravvivere mantenendo una immunità attiva . È possibile qualcosa di analogo contro il COVID-19 in prospettiva? 

Non credo si possano paragonare due patogeni così diversi. Purtroppo nel caso del SARS-CoV-2 il ruolo dei macrofagi sembra essere patogenetico e non protettivo. Questo perché il virus, quanto entra nella cellula non solo spegne i geni dell’immunità innata (interferoni) ma addirittura attiva tutti i geni delle citochine e chemochine infiammatorie con il risultato di scatenare la reazione infiammatoria. I macrofagi normalmente non sono infettabili dal SARS-CoV-2 ma sulla base dei risultati degli studi sierologici disponibili da pazienti COVID, SARS e MERS è emersa la possibilità che gli anticorpi prodotti nelle fasi molto precoci dell’infezione possano indurre la fagocitosi del virus da parte dei macrofagi alimentando la reazione infiammatoria.

Esiste un marker indiretto per capire l’efficienza della immunità innata ?

Purtroppo non ancora. E’ la parte più importante che manca al nostro bagaglio diagnostico. Occorre tenere presente che l’immunità innata gioca un ruolo molto importante a livello delle mucose del naso e dell’orofaringe. Trovare un marker sistemico (per esempio nel sangue periferico) che ci indichi lo stato dell’immunità mucosale è una sfida seria.

Se l’infiammazione dell’organismo è alla base della nostra salute e’ giusto sviluppare uno stile di vita che la riduca e consenta di affrontare il COVID-19 con minor rischio?

Se, come dice Ilaria Capua, dobbiamo abituarci a convivere con questo virus (opinione che condivido) agire sui fattori che aumentano la morbidità del virus è l’unica cosa che possiamo fare per ridurre gli effetti di un eventuale contagio. L’infiammazione cronica asintomatica tipica del soggetto sedentario e sovrappeso è di certo un fattore di rischio. Il vantaggio che abbiamo su questo fronte è che sappiamo molto bene come misurarla, come prevenirla e come curarla. Per misurarla si utilizzano alcuni markers ematici come la PCR ad elevata sensibilità e la interleuchina IL-6, che sono molto sensibili a variazioni minime dello stato infiammatorio. Per prevenirla basta agire in modo serio e costante sugli stili di vita. Una dieta appropriata che riduca l’apporto calorico e sia sufficientemente ricca di “smart food” capaci di ridurre l’infiammazione è un tassello fondamentale. Personalmente consiglio a tutti di adottare alcune regole di digiuno intermittente, che non vuole necessariamente dire restare una settimana ogni tanto con un apporto calorico giornaliero sotto le 1.000 calorie. Si ottengono ottimi effetti con altri protocolli più facilmente praticabili. Senza parlare del ruolo sempre più importante del microbiota intestinale che può alimentare l’infiammazione sistemica quando ospita determinate specie batteriche. Anche qui la diagnostica ci viene in aiuto perché i sistemi di misurazione delle specie batteriche intestinali sono ormai disponibili a tutti. E non dimentichiamo l’esercizio fisico regolare. Tutti questi fattori contribuiscono sostanzialmente a ridurre l’infiammazione sistemica. Non solo questo. E’ molto importante allenare i muscoli della respirazione e la capacità polmonare con esercizi specifici. Non dimentichiamo che la COVID-12 colpisce duramente i polmoni e, nei convalescenti può lasciare deficit permanenti molto gravi. Un buon allenamento respiratorio può preparare il nostro organismo ad un eventuale infezione con il virus e aiutarci a passarla senza troppe conseguenze. Trovate molti dettagli e informazioni su questi aspetti nel mio sito SoLongevity.

Perché i soggetti obesi sono più a rischio ammalandosi di COVID-19 di pagare più danni ?

Mi ricollego alla domanda precedente. L’obesità, in modo particolare l’obesità viscerale, è un generatore di infiammazione cronica che a sua volta danneggia i tessuti e crea quello stato di inflamm-aging di cui ho parlato in precedenza. Questo è uno degli aspetti più studiati dagli immunologi negli ultimi anni, al punto che si parla oggi di una nuova area di ricerca: l’immuno-metabolismo. Dati acquisiti recentemente hanno dimostrato che nella tempesta citochinica che caratterizza la terza fase della malattia (quella più grave) due citochine giocano un ruolo importante: la IL-6 e la IL17. Entrambe le citochine sono coinvolte negli stati infiammatori tipici del soggetto obeso. Per tutte e due abbiamo farmaci efficaci in fase di sperimentazione. Ma non dobbiamo contare troppo sui farmaci. Meglio prevenire. Il modo migliore di prevenire è tenere sotto controllo il peso con diete e attività fisica. In Italia abbiamo moltissimi professionisti, medici e nutrizionisti, molto competenti in materia. Affidiamoci ai loro consigli.

Cosa pensi della corsa al vaccino scatenatasi nel mondo occidentale ?

Se devo essere sincero la stessa parola “corsa” mi spaventa. Di questo virus e di come il sistema immunitario lo tiene sotto controllo sappiamo ancora troppo poco per “correre” a sviluppare un vaccino. Un esempio su tutti. E’ di pochi giorni fa la notizia dei risultati della prima ricerca che ha posto la domanda: quanto tempo durano gli anticorpi nei soggetti dopo l’infezione? Il risultato è stato abbastanza sconcertante. Si parla di due, forse tre mesi. Fino a due settimane fa si parlava di uno o due anni facendo analogie con quanto osservato nei pazienti SARS e MERS. Ottimismo smentito dai fatti. Ora mi chiedo: quanto riuscirà un vaccino a indurre una risposta anticorpale protettiva che duri almeno un anno se il virus stesso non ci riesce? Una domanda che richiederà esperimenti di lunga durata e alla quale non si può rispondere “di corsa”. I vaccini attualmente in fase di sperimentazione utilizzano tre tecnologie differenti: vettori virali (per esempio il vaccino di Oxford), RNA (il vaccino della MODERNA), e proteine ricombinanti. Non prendo in considerazione le differenze tecnologiche. Tutti sono basati sull’induzione di anticorpi contro la proteina “spike” (quella che vedete come un funghetto sui pittogrammi del virus) che serve al virus per entrare nelle cellule. Non sappiamo ancora con che frequenza questa proteina muterà nei prossimi anni. Due mutazioni sono già state osservate, e non sono poche se si tiene in considerazione che l’epidemia è solo all’inizio. Questo non vuole dire che non avremo un vaccino. Sono già stati sperimentati con successo nei modelli animali vaccini che sfruttano sequenze conservate del virus per indurre una immunità a livello delle mucose. Penso che dovrebbero essere presi in considerazione. Ma qui entra in gioco il fattore tempo. I vaccini a base di spike sono già stati sviluppati per i due coronavirus precedenti e sono più facili da fare. Ma la fretta può indurci a prendere la strada sbagliata.

Perché è opportuno vaccinarsi contro l’influenza nel prossimo autunno?

Per una serie di motivi. Tutti serissimi. L’influenza si manifesta con sintomi molto simili, almeno nelle fasi iniziali, a quelli della COVID-19. Un’eventuale co-infezione con i due virus o anche una prima influenza seguita dall’infezione con il coronavirus dopo qualche settimana possono creare serie difficoltà nelle decisioni su come diagnosticarle o come curarle (facilmente immaginabili). Un esempio su tutti: mal di gola e febbre, chiamo il medico, probabile influenza, ma non si può escludere COVID, forse per sospetti contatti o comportamenti a rischio. Cosa fa il medico? I nostri laboratori di virologia saranno abbastanza attrezzati per fare tamponi a tutti i sintomatici quando i sintomi non ci indicheranno con chiarezza se abbiamo a che fare con una banale influenza o con una COVID-19? Se non siamo risusciti a diagnosticare l’infezione da coronavirus in un periodo, quello di marzo-aprile 2020, in cui l’epidemia di influenza era già quasi terminata, come possiamo immaginare di riuscirci nell’eventualità che le due epidemie esplodano contemporaneamente?. Corriamo il rischio di lasciare progredire l’infezione da coronavirus quando sappiamo tutti che un intervento terapeutico tempestivo può salvarci la vita.

Non solo, sappiamo che il virus dell’influenza induce nelle cellule del polmone un aumento del recettore per il coronavirus. E’ dunque molto probabile che l’influenza aggravi l’andamento della COVID.19. Credo che a breve avremo dati epidemiologici chiari su questo soggetto.
Terzo ma non meno importante motivo. Mi ricollego a quanto detto prima. Il ruolo degli stati infiammatori cronici nella patogenesi della COVID-19. L’influenza è una delle cause più comuni di infiammazione sistemica in stagione invernale. Una influenza presa a novembre può scatenare un processo flogistico sistemico, che, soprattutto nel soggetto anziano, si può protrarre per settimane e predisporlo ad una risposta infiammatoria esagerata al contatto con il SARS-CoV-2.

Per tutti questi motivi sarà assolutamente consigliabile vaccinarsi contro l’influenza.

Alberto Beretta è un medico ricercatore immunologo. Ha svolto le sue prime ricerche all’Istituto Karolinska di Stoccolma, dove ha conseguito il suo dottorato di ricerca, e all’Istituto Pasteur di Parigi dove ha collaborato con il gruppo di ricerca che ha scoperto il virus HIV. E’ stato poi responsabile di una unità di ricerca su HIV all’Ospedale San Raffaele di Milano. Da due anni ha fondato, con un gruppo di colleghi medici e ricercatori, una iniziativa per promuovere l’invecchiamento in salute facendo leva sulle nuove ricerche sulla longevità e sui meccanismi che portano il sistema immune del soggetto anziano a non essere più competente a rispondere alle aggressioni virali.

Tecnofirme di vita aliena: ora si sa dove e come cercare vita intelligente nel cosmo


AviLoeb_NEUROBIOBLOGDopo l’annuncio nei giorni scorsi da parte dell’Università di Nottingham  che solo nella nostra galassia, la Via Lattea, potrebbero esserci fino a 36 civiltà extraterrestri “attive e intelligenti” ecco un’altra notizia entusiasmante per tutti i convinti sostenitori che non siamo soli nell’universo. Dopo oltre trent’anni la Nasa torna a finanziare la ricerca di vita intelligente nel cosmo. Certo, non con cifre stratosferiche, data la nota crisi economica dell’ente spaziale americano: si parla di una sovvenzione di circa 287.000 dollari per la durata di due anni, con la possibilità di essere estesa a un terzo anno. La ricerca sarà condotta dagli scienziati del Center for Astrophysics di Harvard e Smithsonian e dell’Università di Rochester.

La ricerca di vita extraterrestre torna dunque ad essere un oggetto al centro dell’interesse scientifico internazionale. E non parliamo di forme di vita elementare come si è detto per tanti anni.  Questa volta si fa sul serio: la ricerca è rivolta a civiltà aliene che abbiano raggiunto un grado di sviluppo scientifico e tecnologico tali da lasciare delle “tecnofirme” (technosignatures in inglese). Siccome la ricerca scientifica e le applicazioni tecnologiche evolute richiedono impiego di energia, l’ipotesi di lavoro degli scienziati è che tale attività possa dare manifestazione di sé attraverso forme comuni anche sul nostro pianeta, ad esempio l’inquinamento e l’uso di pannelli fotovoltaici. Extraterrestri che usano pannelli solari? Ebbene sì è la risposta degli scienziati: «Le tecnofirme si riferiscono a firme di tecnologie aliene avanzate simili o forse più sofisticate di quelle che possediamo», ha dichiarato Avi Loeb, professore di Scienze all’Università di  Harvard e presidente del  dipartimento di astronomia. «Tali firme potrebbero includere l’inquinamento industriale delle atmosfere, luci di città, celle fotovoltaiche (pannelli solari), megastrutture o sciami di satelliti».

Ma cosa c’entrano i pannelli solari con le civiltà extraterrestri? «La stella più vicina alla Terra, Proxima Centauri, ospita un pianeta abitabile, Proxima b. A quanto ne sappiamo il pianeta non ha una alternanza di notte e giorno, ma bensì  lati permanenti diurni e notturni», ha spiegato Loeb. «Se una civiltà vuole illuminare o riscaldare il lato notturno, posizionerebbe le celle fotovoltaiche sul lato diurno e trasferirebbe l’energia elettrica acquisita sul lato notturno». Uno dei compiti della ricerca  è dunque quello di evidenziare una “banda di lunghezze d’onda” corrispondente a un possibile rifesso della luce solare su una struttura artificiale, in questo caso i pannelli solari.

Riguardo la ricerca infruttuosa fino ad oggi di vita intelligente nel AdamFrank_NEUROBIOBLOGcosmo, Adam Frank, professore di Fisica e astronomia all’Università di Rochester e principale destinatario del finanziamento, ci ha tenuto a sottolineare che finora non si è cercato nel modo giusto e soprattutto nel posto giusto : «Il programma Seti (Search for Extraterrestrial Intelligence) ha sempre affrontato la sfida di capire dove cercare. A quali stelle punti il ​​tuo telescopio e dove cerchi segnali? Ora sappiamo dove cercare. Abbiamo migliaia di esopianeti tra cui pianeti nella zona abitabile in cui si può formare la vita. Il gioco è cambiato».

CfA Scientists Collaborate on New Study to Search the Universe for Signs of Technological Civilizations
Release No.: 2020-12 For Release: Friday, June 19, 2020 – 8:00am

 

 

Francesco Cavagnini: “Desametasone e Covid, un punto fermo sull’utilità della terapia”


FrancescoCavagnini_NEUROBIOBLOG

La ricerca nella cura del Covid continua a fare progressi. Siccome l’infiammazione è un aspetto saliente della malattia da coronavirus, nelle metodologie tipiche della ricerca clinica e farmacologica nel testare varie soluzioni terapeutiche, ora è la volta di un cortisonico noto e impiegato dai medici da molto tempo e di basso costo: il desametasone. Ma quali sono stati i passaggi che hanno individuato anche questo trattamento terapeutico che, è bene sottolinearlo, al momento si è dimostrato efficace in una quota di pazienti Covid? Inoltre lo studio è preliminare e il lavoro da destinare a pubblicazione non è ancora stato sottoposto alla revisione degli esperti. Non è neppure questa, dunque, la “pallottola magica” contro il Covid, come non lo è l’idrossiclorochina, la plasmaterapia o altre terapie rivelatesi a oggi di qualche efficacia. Sono terapie personalizzate da usare a seconda dei pazienti e dei vari momenti di intervento terapeutico. Suscettibili, come sempre, di ulteriori verifiche da parte di altri centri ospedalieri nel mondo.

Ho rivolto alcune domande relative all’impiego del desametasone nell’infezione da Covid-19 a un grande nome della medicina nazionale e internazionale: Francesco Cavagnini, già professore ordinario e direttore della Scuola di specializzazione in endocrinologia dell’Università di Milano, già primario di endocrinologia e direttore del Laboratorio di ricerche in neuroendocrinologia dell’Auxologico di Milano. Conosco il prof. Cavagnini da molti anni e ne ho sempre apprezzato, come tutti coloro che lo conoscono e lo hanno frequentato, la grande preparazione medico-scientifica, la costante volontà, anzi il piacere, di mantenersi aggiornato, la disponibilità a confrontarsi, la straordinaria capacità di sintesi tra evidenze cliniche e risultati della ricerca biomedica, la proprietà di linguaggio e la chiarezza nell’esporre anche le conoscenze più complesse, virtù non scontate negli scienziati.

Prof. Cavagnini cosa ne pensa dell’impiego del desametasone in una quota di pazienti Covid? È un farmaco che lei, come endocrinologo, sicuramente conosce molto bene, anche per essere impiegato nel Cushing. 

In questi giorni, sta facendo grande clamore la notizia, per nulla sorprendente, dell’efficacia di un farmaco cortisonico, il desametasone, in pazienti colpiti da Covid. Dati recentemente divulgati dallo studio inglese RECOVERY, anche se non definitivi, vengono a validare scientificamente quanto già segnalato nelle prime fasi dell’epidemia dai medici di prima linea, che riscontravano effetti benefici della somministrazione di cortisonici in alcuni di questi pazienti. Lo studio, condotto su oltre 2000 pazienti, fornisce inoltre informazioni sull’efficacia del trattamento in relazione alla gravità della malattia, segnatamente alla compromissione respiratoria. La somministrazione di 6 mg al giorno di desametasone per dieci giorni è stata infatti accompagnata da una riduzione del tasso di mortalità di circa il 35% nei pazienti richiedenti ventilazione meccanica e di circa il 20% in quelli che necessitavano di solo ossigeno, mentre non è stato di alcun beneficio nei pazienti in terapia standard, senza bisogno di ossigeno. Lo studio mette quindi un punto fermo sull’utilità di questa terapia, chiarendo inoltre come questa non trovi indicazione nei pazienti paucisintomatici.

Sarà interessante prossimamente poter stabilire se il desametasone, oltre che sulla complicanza polmonare dell’infezione, sia anche in grado di agire su altre compromissioni d’organo, come quella renale.

Che differenze ci sono tra il desametasone e gli altri cortisonici?

Il desametasone è un preparato cortisonico impiegato da molti anni per via generale, come spray nasale e per uso topico, in una larga serie di patologie quali asma, affezioni reumatiche, allergiche e dermatologiche, per contrastare gli effetti collaterali di chemioterapie e per ridurre l’edema cerebrale. Rispetto al cortisonico naturale prodotto dai surreni, il cortisolo, l’introduzione di un atomo di fluoro in posizione 9 alfa della molecola conferisce ad essa un potenziamento di 20/40 volte della sua attività antinfiammatoria mentre – di particolare importanza – annulla la sua capacità sodio-idro ritentiva, comune agli altri cortisonici. Questa caratteristica rende il desametasone particolarmente indicato in quei pazienti portatori di un compenso cardiaco precario. Potenza anti infiammatoria e assenza di ritenzione idrosalina sono le ragioni della scelta di questo cortisonico nel trattamento di questi pazienti in gravi condizioni generali. Il basso costo del preparato è poi un gradito valore aggiunto.

Consapevoli del fatto che non esiste il “farmaco magico”, la singola terapia efficace per tutti i pazienti Covid, emerge sempre più la necessità di protocolli terapeutici personalizzati e soprattutto l’importanza del “timing” nella somministrazione delle terapie: cosa ci può dire al riguardo? 

Come per gli altri farmaci impiegati, ancora tentativamente, nei pazienti colpiti da Covid, è emersa precocemente l’importanza del momento della loro somministrazione. Il desametasone, come altri antinfiammatori quali il Tocilizumab, deve essere introdotto nel momento in cui si sta per scatenare la cosiddetta “tempesta citochinica” per la quale diversi indicatori clinici possono fare da guida. Al di fuori di questo evento, questa terapia non apporterebbe alcun beneficio mentre, in questi pazienti in equilibrio delicato, potrebbe far pagare il prezzo di spiacevoli effetti avversi come una brusca elevazione dei valori di pressione arteriosa e di glicemia.

 

Covid-19: la pandemia e il narcisismo


AgnesTegnell_NEUROBIOBLOGLa pandemia ci ha mostrato molti sistemi fragili. Dissoltisi come un ghiacciolo al sole. Molte criticità personali, sociali, politiche, economiche. Ma pure di attendibilità e credibilità scientifiche. Se c’è un aspetto “anche” istruttivo oltre che distruttivo nel coronavirus, andrebbe visto nella necessità di una maggiore cautela, attenzione, riflessione, confronto. Da cui dovrebbe poi scaturire una sintesi condivisa tra pari.

Proprio perché la medicina è complessa, sfaccettata e multifattoriale, in continua e quotidiana evoluzione, tra clinici e ricercatori si è soliti parlare ma soprattutto indire delle “consensus conference”: confronti spesso estesi, nazionali e internazionali, articolati, persino vivaci su come studiare, diagnosticare e trattare una determinata patologia. Su cui si raggiunge però un “consenso” di uso pubblico. Perché non è avvenuto, soprattutto a livello di dichiarazioni pubbliche, col covid-19? A parte la quotidiana conferenza stampa indetta dalla protezione civile, perché abbiamo dovuto assistere a una parata di narcisismi con informazioni contrastanti, persino dichiarazioni apodittiche più confacenti a un politico che a uno scienziato?

Si sa che apparire in tv o sui giornali, essere continuamente cercati e ricercati dai giornalisti, può dare alla testa. Capita persino ai più navigati artisti, figuriamoci a un medico o a uno scienziato, abituati a ben altre vite che a quella del palcoscenico. Al massimo al podio di un congresso internazionale. Ma per il minutaggio rigidamente concesso alla relazione, assieme a molti altri colleghi. Tutt’altra roba dalla ribalta  del palcoscenico. Qui invece abbiamo assistito, e ancora assistiamo,  a una vera e propria  “febbre mediatica”: certi medici e certi scienziati si sono calati testa e piedi nel ruolo della star, della prima donna, con tutte le bizze, le isterie e il make up del caso. Persino con un agente personale che tratta per la comparsata. Ma soprattutto ci è mancata una cosa determinante: perché nessuna di queste star si è mai sognata di chiedere scusa per le minchiate che ha detto? Per gli errori che ha fatto?

Onore e merito, dunque, all’infettivologo ed epidemiologo di stato svedese Anders Tegnell della Public Health Agency of Sweden che ha fatto ammenda per avere cannato nelle sue valutazioni della pandemia. Ha pubblicamente ammesso che la sua strategia per combattere il covid-19 ha provocato troppi decessi, dopo aver convinto il suo paese a evitare un blocco rigoroso. Ricordiamo che il tasso di mortalità in Svezia per covid è tra i MortiPer100000_Neurobioblogpiù alti a livello globale e supera di gran lunga sia quello della vicina Danimarca che quello della Norvegia. Nessun essere umano, nessuno scienziato, neanche premio Nobel, ha la sapienza e la conoscenza assolute, specie di fronte a un nuovo fenomeno. Quindi può sbagliare e commettere errori che, nel caso della sanità pubblica, possono tradursi in tragedia. Quindi ben vengano le ammende e scuse pubbliche. Ma si sa, ammettere pubblicamente i propri errori richiede coraggio più che narcisismo.

Cervello al limite: le esperienze di pre-morte secondo il neuroscienziato Christof Koch


Christof_Koch_NEUROBIOBLOGNon è frequente per una rivista come “Scientific American” (“Le Scienze” da noi) occuparsi di argomenti di confine quali le NDE (near-death experience, esperienze di pre-morte). Lo fa sul numero originale di giugno il neuroscienziato Christof  Koch, uno dei più accreditati studiosi mondiali delle basi neurobiologiche della coscienza, nonché brillante divulgatore scientifico e scalatore. In italiano sono usciti i suoi libri “Una coscienza” da Codice e “La ricerca della coscienza” da Utet. Cosa mai avrà da dire un neuroscienziato come Christof Koch su un fenomeno, quello delle NDE, a lungo considerato “paranormale”? Una sorta di “conferma” dell’esistenza ultraterrena? In fondo, chi sperimenta una NDE, dicono i sostenitori di questa tesi, è come se avesse gettato una occhiata oltre le soglie della vita terrena e sia tornato per raccontarcelo.

Sostenitori di questa tesi ultraterrena delle NDE sono stati ad esempio il medico-filosofo americano Raymond A. Moody (celebre il suo bestseller “La vita oltre la vita”) e il neurochirurgo americano Eben Alexander che sperimentò egli stesso delle NDE a seguito di una rara forma di meningite che lo colpì (testimonianza resa nel suo libro “Milioni di farfalle. Il paradiso esiste. Ci sono stato”, Mondadori).

Christof  Koch non sposa affatto la tesi ultraterrena. E nemmeno nega le NDE. E allora? Allora procede come già hanno fatto altri ricercatori che si sono occupati di NDE: consideralo un fenomeno psicologico reale, diffuso ovunque, in tutte le culture, abbastanza insolito, ma non così raro. Lo testimoniano raccolte di casi degli ultimi decenni messe assieme da medici ospedalieri, rianimatori, anestesisti, cardiologi, tra cui, ad esempio, Enrico Facco, professore di anestesiologia e rianimazione, nonché neurologo, dell’Università di Padova.

«Accetto la realtà di queste esperienze», dice , «vissute intensamente. Sono autentiche come qualsiasi altro sentimento o percezione soggettiva. Come scienziato, tuttavia, opero sotto l’ipotesi che tutti i nostri pensieri, ricordi, percezioni ed esperienze siano una conseguenza ineluttabile dei poteri causali naturali del nostro cervello piuttosto che di quelli soprannaturali».

Le NDE sono interessanti di per sé, come fenomeno “anomalo”, di confine, in condizioni estreme del nostro cervello. Del resto, seppure in condizioni all’estremo limite della vita, il cervello di chi sperimenta una NDE e in seguito la racconta, è da considerarsi ancora “vivente”. La tesi di coloro che seguono la linea naturalistica delle NDE è perciò la seguente: un cervello al limite della vita biologica, magari sotto l’effetto di farmaci, sperimenta condizioni particolari, differenti, allucinatorie, simili al sogno, in cui potrebbero ben rientrare le NDE. Che, tra l’altro, potrebbero avere una funzione “consolatoria”, “sedativa”, rispetto all’angoscia di morte. Anche, se per la verità, non tutte le NDE, come nota anche Christof  Koch, sono positive, anzi, alcune sono decisamente terrificanti.

«La sfida, quindi, è quella di spiegare le NDE in un quadro naturale», ne conclude Christof  Koch. «Come uno studioso di lunga data del problema mente-corpo, mi preoccupo delle NDE perché costituiscono una rara varietà della coscienza umana e per il fatto straordinario che un evento che dura ben meno di un’ora nel tempo obiettivo, lascia una trasformazione permanente sulla sua scia, una  “conversione paolina” sulla strada per Damasco: niente più paura della morte, distacco dai beni materiali e orientamento verso il bene superiore. O, come nel caso di Hemingway, un’ossessione per il rischio e la morte».

Lo racconta sempre Christof  Koch nel suo articolo pubblicato da “Scientific American”: un giovane Ernest Hemingway, gravemente ferito da una granata esplosa su un campo di battaglia della prima guerra mondiale, scrisse in una lettera a casa che “Morire è una cosa molto semplice. Ho visto la morte, e lo so davvero. Se dovessi morire sarebbe molto facile per me. La cosa più semplice che abbia mai fatto”. E purtroppo sappiamo la fine che in seguito fece Hemingway.

“What Near-Death Experiences Reveal about the Brain. A close brush can leave a lasting mental legacy—and may tell us about how the mind functions under extreme conditions” By Christof Koch | Scientific American June 2020 Issue

Vedi anche:

NDE, esperienze di premorte: Birk Engmann e Enrico Facco, due neurologi a confronto

Hereafter. Sulla morte e il dopo