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Il Covid è ancora un rischio? Ecco come lo percepiamo


I contagi da variante Delta aumentano, complici la fine delle restrizioni dei mesi scorsi, l’assenza di distanziamento sociale e gli spostamenti per le vacanze. È vero che non siamo più preoccupati per la pandemia da Covid-19? Le risposte in una ricerca italiana.

Con l’aumento dei contagi da variante Delta, gli spostamenti da un paese all’altro per le vacanze, gli assembramenti per eventi sportivi o spettacolari, la frequentazione dei locali e tutto ciò che in questa nuova fase della pandemia da Covid-19 stiamo vivendo, è fin troppo evidente a tutti che il nostro atteggiamento collettivo rispetto al coronavirus è drasticamente cambiato rispetto a non molti mesi fa. Se questo è vero e sotto gli occhi di tutti, la domanda immediatamente successiva è: cosa influenza la nostra percezione del rischio rispetto al Covid-19? Un gruppo di ricercatori italiani di varia formazione, sia medica che psicologica, è partito da questa domanda per svolgere una ricerca in merito.   

Lo studio, pubblicato da Frontiers in Psychology, che nasce da una collaborazione multicentrica tra l’Istituto Auxologico Italiano, l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Università degli Studi di Bergamo e Milano e l’Ospedale San Paolo e Policlinico di Milano, ha indagato la percezione del rischio per Covid-19 nella popolazione italiana, in un campione di 911 cittadini adulti intervistati tramite un questionario online. L’obiettivo dello studio era duplice: da un lato mettere in evidenza quali fattori, soprattutto psicologici, influenzano tale percezione, dall’altro, verificare se la percezione del rischio fosse associata alla misura in cui i cittadini si sono attenuti alle misure preventive.

Come sottolineato dalla dott.ssa Barbara Poletti, responsabile del Centro di Neuropsicologia dell’Auxologico San Luca di Milano: «I nostri risultati suggeriscono che la percezione del rischio per Covid-19 è un fenomeno complesso, determinato dall’interazione di molteplici fattori». In particolare, situazioni di maggiore “prossimità” al pericolo contribuiscono ad aumentare la percezione del rischio. Come suggerito dalla dott.ssa Sofia Tagini, psicologa e ricercatrice del Servizio di Neuropsicologia e Psicologia Clinica dell’Auxologico: «Ciò è probabilmente dovuto al fatto che determinate circostanze rendono tangibili le possibili conseguenze del contagio». Infatti, un maggiore rischio percepito è stato osservato in coloro che hanno vissuto il lutto di amici o famigliari o coloro che hanno una maggiore esposizione al Covid-19 a causa del proprio lavoro.

Inoltre, la prof.ssa Gabriella Pravettoni, professoressa ordinaria di Psicologia generale in Statale e direttore della Divisione di Psiconcologia all’ Istituto Europeo di Oncologia di Milano, spiega che i risultati dello studio dimostrano come «Persone più ansiose tendono a percepire un rischio maggiore, probabilmente poiché sono generalmente più sensibili nel cogliere potenziali pericoli. Infatti, abbiamo osservato che persone che adottano maggiormente una modalità ansiosa di relazione e comportamento in risposta a potenziali pericoli (ad esempio, caratterizzata da una risposta emotiva particolarmente accentuata, nel tentativo di attirare un possibile supporto sociale) tendono a percepire un rischio maggiore. Al contrario, persone che adottano una modalità più evitante tendono a percepire minor rischio, probabilmente poiché tendono a negare il problema e de-attivare le emozioni rilevanti».

In aggiunta, lo studio dimostra che sentirsi ben informati rispetto ai sintomi, alla prognosi e alle modalità di contagio incrementa il rischio percepito. Come sottolinea la dott.ssa Roberta Ferrucci, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano, «Questo risultato è particolarmente rilevante per le istituzioni, considerata la responsabilità nel promuovere una comunicazione il più possibile chiara e coerente».

Non di meno, è interessante notare che la ricerca ha dimostrato come persone che tendono a percepire la propria salute come qualcosa che dipende dagli altri, al di fuori dal loro controllo, si sentono più a rischio. Così come una personalità molto “aperta”, creativa, ed intellettuale contribuisce a diminuire il rischio percepito. I ricercatori ipotizzano infatti che un’elevata creatività potrebbe facilitare la definizione di molteplici “vie d’uscita” e, possibilmente, scenari più ottimistici.

Infine, il prof. Vincenzo Silani, professore ordinario di Neurologia dell’Università degli Studi di Milano e primario di Neurologia all’Auxologico San Luca, evidenzia che «I risultati di questo studio mostrano come un’elevata percezione del rischio si associa ad una maggiore adesione ai comportamenti preventivi, sottolineando l’utilità pratica e non solo teorica di studiare tale fenomeno. Tali risultati potrebbero facilitare e ottimizzare la gestione della situazione attuale, ma anche circostanze simili in futuro».

Attachment, Personality and Locus of Control: Psychological Determinants of Risk Perception and Preventive Behaviors for COVID-19

Come prendiamo decisioni? Intervista a Alain Berthoz


Esiste una decisione puramente razionale? Siamo in grado di decidere nel modo più efficiente possibile? Che il no arrivi dalla scienza potrebbe sembrare un controsenso, ma gli scienziati sanno che l’uomo è condizionato, nei suoi processi decisionali, dalle esperienze passate, dalla sua età, dal sesso, da ciò che crede di volere ma in realtà non desidera. Il cervello, insomma, non è ciò che molti credono sia: riserva sorprese e, talvolta, decisioni sbagliate.

Prendere decisioni. Il tema a prima vista pare frutto di elaborati processi mentali. Di problemi analizzati a fondo, soprattutto dal punto di vista razionale. Pensiamo a grosse decisioni in campo aziendale. Affrontiamo quell’investimento sulla nuova linea di produzione? Oppure a livello politico, o sociale. Ma anche nella nostra vita di tutti i giorni, già da quando dobbiamo decidere se alzarci al mattino o dormicchiare ancora, se proseguire una relazione affettiva, affidarci alle cure di uno specialista, oppure di un altro, come educare i nostri figli. Se ci pensiamo, prendiamo continuamente decisioni. Tanto che, dimostrano le ricerche sul cervello, siamo biologicamente “costruiti” per prendere decisioni. Alain Berthoz, professore di fisiologia della percezione e dell’azione al Collège de France di Parigi e direttore dell’omonimo laboratorio del Centre national de la recherche scientifique (Cnrs), ne è assolutamente convinto. Nel suo libro dedicato alle ricerche in questo campo, La scienza della decisione (Codice Edizioni), scrive: «La decisione è una proprietà fondamentale del sistema nervoso fondata su meccanismi di simulazione interna del corpo e del mondo che si sono fatti più complessi di pari passo con l’evoluzione». Nasciamo e ci evolviamo per prendere decisioni, in rapporto al mondo. Berthoz studia da anni i processi decisionali, non soltanto dal punto di vista delle neuroscienze, ma anche in rapporto alle scienze umanistiche, sociali ed economiche. Gli abbiamo rivolto alcune domande su come il nostro cervello giunge a prendere decisioni e quali novità ci sono in questo campo di studi.

Professor Berthoz, come decidiamo? Quali sono i processi mentali attraverso cui riusciamo a prendere decisioni efficaci? 

La nostra mente decide attraverso la combinazione, la cooperazione e a volte la competizione tra le aree razionali e quelle emozionali del cervello. Per molto tempo sono state elaborate teorie in campo economico e industriale, attraverso lo studio delle patologie neurologiche, secondo cui si era portati a ritenere che l’uomo decida solo razionalmente. Viceversa è stato dimostrato, in particolare dallo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, che l’uomo non decide solo razionalmente, ma anche con un contributo molto importante del cervello emotivo. È una delle sfide principali delle neuroscienze moderne, e delle loro relazioni con le scienze umanistiche e sociali, capire se il cervello emotivo collabori o sia in competizione con quello razionale. Negli ultimi quindici anni stiamo assistendo a un momento molto importante in questi studi, oggetto di ricerche al confine di varie discipline, e in particolare nel settore della neuroeconomia.

Sono trascorsi diversi anni dalla pubblicazione del suo libro La scienza della decisione: cosa abbiamo scoperto in più su questo tema? 

Dalla pubblicazione di questo libro c’è stato un formidabile sviluppo di ricerche sulla decisione, sia in neurobiologia, vale a dire sui meccanismi fondamentali di tipo neuronale della presa di decisione, sia in settori più sociali, in particolare con la comparsa e l’esplosione delle neuroscienze sociali. La decisione, così come esposta nel mio libro, è stata oggetto di ricerche sia teoriche, attraverso modelli matematici, sia sperimentali, in neurofisiologia degli animali, che dimostrano che non soltanto il cervello, ma gli stessi neuroni prendono continuamente decisioni. Dalla pubblicazione del mio libro, la decisione è oggetto di numerose ricerche e dibattiti, ma le ricerche non sono semplici, perché come ho appunto scritto, la decisione è «una proprietà fondamentale del sistema nervoso». Inoltre, dobbiamo prendere in considerazione il settore della decisione collettiva, uno degli aspetti che ancora non è stato studiato a fondo. In un’azienda, non sono unicamente i dirigenti a prendere decisioni, così come in un’industria che crea un nuovo prodotto, per progettarlo e realizzarlo, occorrono decisioni collettive. In un ospedale, per eseguire un intervento chirurgico, prima si tiene una riunione con tutto lo staff, e nel diritto la condanna di una persona è una decisione collettiva, non unicamente del giudice. Abbiamo fatto molti progressi nello studio delle decisioni individuali, ma rimane un immenso campo di studi per quelle collettive, che rappresentano una nuova frontiera per le ricerche in questo settore.

È stato dimostrato che l’uomo non decide solo razionalmente, ma anche con un contributo molto importante del cervello emotivo

Quali aree cerebrali sono coinvolte nei processi decisionali? 

Ne è interessato il cervello cognitivo, che implica i centri della percezione, quindi corteccia parietale, frontale e prefrontale, oltre alle strutture della memoria con l’ippocampo. Il cervello delle emozioni implica a sua volta una struttura molto importante che si chiama amigdala, che riceve tutte le informazioni dal mondo esterno in maniera molto veloce ed è fondamentale per l’attribuzione dei valori, così come la corteccia orbitofrontale, studiata dal neuroscienziato Antonio Damasio, di cui tratta nel suo libro L’errore di Cartesio. La corteccia orbitofrontale è l’interfaccia tra l’amigdala e la corteccia prefrontale, dove vengono prese le decisioni; corteccia orbitofrontale e corteccia cingolata anteriore sono strutture che possono modificare le valutazioni fatte dall’amigdala. L’immagine caricaturale di queste strutture è un grande sistema cognitivo che va dalla parte posteriore del cervello fino a quella anteriore coinvolgendo la corteccia prefrontale, il sistema limbico con l’amigdala che attribuisce dei valori, e infine la corteccia orbitofrontale. Tra le due aree interviene un neuromediatore, la dopamina, quindi una parte dell’influenza del sistema limbico, il cervello emotivo, sul sistema cognitivo è attuato da un mediatore chimico, e questo è ancora un mistero.

La capacità di prendere decisioni cambia con l’età e le situazioni? 

La questione va suddivisa in due parti: la prima riguarda le differenze individuali, vale a dire il sesso e l’età. La decisione presuppone che il cervello riceva prima di tutto delle informazioni. Noi sappiamo che in funzione dell’età, dell’esperienza e del sesso, non abbiamo per nulla lo stesso modo di rapportarci al mondo esterno. Il mio ultimo libro, che s’intitola La Vicariance, in uscita in italiano da Codice Edizioni, tratta di questo argomento: la differenza notevole tra gli individui nel modo in cui ricevono le informazioni dal mondo in funzione del sesso, dell’età, dell’educazione e della cultura. Il secondo aspetto è che il cervello non si accontenta, come avevo spiegato nel mio libro precedente, di acquisire informazioni per prendere delle decisioni, ma impone al mondo le sue regole di interpretazione: prendiamo dal mondo solo le informazioni che ci interessano e inoltre le trasformiamo a priori facendo intervenire esperienza personale e memoria. A questa fonte di varietà si lega il fatto che per decidere andiamo a cogliere solo alcune informazioni legate alla nostra esperienza e, soprattutto, al nostro obbiettivo. E il cervello è una macchina che funziona per obbiettivi.

Come decide uno scienziato? Nello specifico: lei si ritiene una persona che prende buone decisioni? 

Naturalmente no! Chi ha l’arroganza per sostenere di prendere sempre buone decisioni? Il neuroscienziato cognitivo francese Etienne Koechlin ha proposto, ed è uno degli ultimi progressi in questo settore, una teoria secondo la quale nel processo decisionale vi sono tre componenti: motivazione, presa in considerazione dalle strutture mediali del cervello, l’emozione e cognizione. Detta in un altro modo: ho voglia di una mela, preferisco la banana, ma decido per qualcos’altro. Ebbene, mi trovo nella stessa situazione: prendo delle decisioni in funzione dei miei ricordi, dei bisogni del momento, della motivazione, dell’emozione, e alla fine spesso sono più che altro spettatore della decisione, presa dal mio “doppio”. Ho scritto alcuni capitoli sul doppio, in La semplessità e La Vicariance; le decisioni vengono prese da questo nostro doppio che abbiamo nel cervello: assisto spesso con meraviglia e a volte con stupore alle decisioni che prende il mio doppio.

(Intervista originariamente pubblicata da Oxygen, 22, 2014)

La telepatia che fece scoprire i ritmi cerebrali e l’EEG


Si chiama “serendipity” (serendipità in italiano): cerchi una cosa e ne scopri un’altra. È quanto accadde al neurologo tedesco Hans Berger, alla ricerca della dimostrazione scientifica della telepatia, cioè della “trasmissione del pensiero da cervello a cervello”, che invece scoprì i ritmi cerebrali e inventò uno strumento fondamentale per la diagnostica medica e neurologica in particolare: l’elettroencefalografo.

Convinto che gli scambi elettrici tra i neuroni del cervello potessero trasmettersi anche all’esterno e addirittura veicolare informazioni, Berger si mise all’opera per inventare uno strumento che lo potesse dimostrare. E ci prese. Solo che invece delle informazioni telepatiche da cervello a cervello, Berger scopri le informazioni interne al cervello: quelle “onde cerebrali” che, registrate attraverso encefalogramma (EEG), forniscono elementi per comprendere in quale stato di funzionamento, normale, alterato o patologico, si trovi il cervello.

Sebbene sia trascorso quasi un secolo dalla sua scoperta e invenzione e, di conseguenza la macchina di Berger si sia evoluta, ad esempio dalle vecchie registrazioni a pennino su carta, a quelle digitali con tutte le ulteriori possibilità di analisi, il principio di base relativo alla registrazione dell’attività endoelettrica del cervello rimane immutato.

Ma com’è che Hans Berger inventò casualmente l’EEG partendo dal paranormale  per arrivare al normale? Prima di rispondere alla domanda specifica, lancio qualche riflessione culturale. Intanto sull’incarnazione, letteraria, cinematografica e ormai fantastica, dei nostri tempi: Frankenstein. Vale la pensa ricordare che questo non era il nome della creatura, infatti all’origine era “il mostro di Frankenstein”, cioè la creatura “creata” e richiamata alla vita dallo scienziato Victor Frankenstein. Una sorta di patchwork composto da varie parti di cadaveri, richiamato alla vita. Da cosa? Dall’elettricità. Da cui l’immagine classica, iconica, del Frankenstein cinematografico, con due bulloni sul collo: punti di contatto, come la batteria dell’automobile, attraverso cui infondere l’energia elettrica del corpo della creatura assemblata.

I rapporti tra elettricità e biologia umana sono rimasti per lungo tempo qualcosa di misterioso ed affascinante, dando corpo a quella idea fino ad un certo punto appartenente al dominio della filosofia naturale più che della scienza, di “energia vitale”. E possiamo ricordare anche gli esperimenti di elettrofisiologia del medico, fisico e fisiologo bolognese Luigi Galvani con le zampe delle rane, a cui “ridava vita” attraverso induzioni elettriche.

Vignetta satirica su Galvani mentre “resuscita” un cadavere grazie all’elettricità (una specie di zombi ante litteram)

Il fatto dunque che pure il cervello generasse, al suo interno, fenomeni elettrochimici, affascinò Hans Berger alla disperata ricerca di una dimostrazione scientifica di un fatto che lo riguardò da vicino. Si tratta di un episodio risalente addirittura alla sua adolescenza, quando aveva 19 anni: nel 1893 il giovane Hans cadde da cavallo durante l’addestramento alle manovre con l’esercito tedesco e fu quasi calpestato. Quello stesso giorno sua sorella, lontana, ebbe un brutto presentimento riguardo Hans, al punto di convincere il loro padre a mandare un telegramma per sapere se fosse tutto a posto.

Erano gli anni della infatuazione per lo spiritismo, della ricerca psichica, in seguito parapsicologia. La “Society for Psychical Research (SPR)” era stata fondata a Londra nel 1882 da tre membri del Trinity College di Cambridge e proprio uno dei fondatori, il poeta, classicista e filologo Frederic Myers, nonché pioniere delle iniziali teorie psicologiche sul funzionamento della mente umana, aveva creato il termine “telepatia”. Data la rispettabilità dell’associazione britannica per lo studio dei fenomeni medianici e, in genere, paranormali, allo scienziato Hans Berger parve di ravvisare in quell’episodio della sua giovinezza un caso di “telepatia spontanea” tra consanguinei.

Si trattava solo di dimostrare scientificamente la possibilità di trasmissione di pensieri ed emozioni da cervello a cervello. Aggiungo che tale idea di “trasferimento di informazioni da cervello a cervello” affascinò pure, per una limitata parte delle sue ricerche, quello che poi divenne premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 1963, con cui ebbi modo di parlare personalmente riguardo a tali interessi: il neurofisiologo australiano John Carew Eccles.

Così Hans Berger, «decise di studiare psichiatria – racconta Laura Sanders, saggista americana di neuroscienze –  iniziando una ricerca per scoprire come i pensieri potessero viaggiare tra le persone. Inseguire una base scientifica per la telepatia era ovviamente un vicolo cieco. Ma nell’inseguire questo tentativo, Berger ha finito per dare un contributo fondamentale alla medicina e alla scienza moderne: ha inventato l’elettroencefalogramma, o EEG , un dispositivo in grado di leggere l’attività elettrica del cervello. La macchina di Berger, utilizzata per la prima volta con successo nel 1924, produsse una lettura di scarabocchi che rappresentavano l’elettricità creata da raccolte di cellule nervose infiammate nel cervello».

Berger, la cui vita purtroppo si concluse tragicamente con un suicidio (e sarebbe stato candidato al Nobel, se non fosse scomparso prematuramente) e secondo ricerche recenti in storia della medicina fu pure vicino alle posizioni naziste, scrisse anni dopo la sua scoperta che le onde cerebrali non potevano spiegare il transfert psichico che cercava. Le onde cerebrali non avrebbero potuto viaggiare abbastanza lontano da raggiungere sua sorella.

Ma, come ha scritto in una bellissima tesi Caitlin Shure, “gli echi di quell’idea si propagano nel mondo di oggi, in cui siamo tutti connessi istantaneamente e digitalmente. C’è un modo in cui queste false credenze, o fantasie, sulle onde cerebrali o sulla telepatia o sul trasferimento del pensiero hanno finito per creare quella realtà. La tecnologia ha già iniziato a collegare i cervelli in modalità wireless”. E, aggiunge ancora, Laura Sanders: “Non è la telepatia di Berger. Ma la tecnologia di oggi ci sta avvicinando a qualcosa di simile”. Insomma, a volte dalle fantasie, dai sogni e dalle illuminazioni mistiche o poetiche, sorgono delle intuizioni che, nell’arco del tempo, la scienza e la tecnologia traducono in soluzioni pratiche per migliorare la nostra vita.

Lawrence A. Zeidman, James Stone, Daniel Kondziella, “New Revelations About Hans Berger, Father of the Electroencephalogram (EEG), and His Ties to the Third Reich”, Journal of Child Neurology, June 10, 2013.

Caitlin Shure, “Brain Waves, A Cultural History: Oscillations of Neuroscience, Technology, Telepathy, and Transcendence”, Doctorate of Philosophy, Columbia University 2018.

Simone Rossi, Il cervello elettrico. Le sfide della neuromodulazione, Raffaello Cortina Editore, 2020.

Laura Sanders,”How Hans Berger’s quest for telepathy spurred modern brain science. Instead of finding long-range signals, he invented EEG”, Science News, July 6, 2021.

Vedi anche:

II ritorno della telepatia alla Duke University di Durham, tra topi

Stabilire un contatto con le realtà extraterrestri: intervista a Alan Steinfeld


Non passa mese ormai, a volte settimana, senza che qualche personaggio delle “alte sfere” governative e militari statunitensi non faccia qualche ammissione sugli UFO. Ma che significato ha tutto ciò? Si tratta veramente dell’ammissione che gli UFO non solo esistono e che la loro provenienza sia di dichiarata provenienza extraterrestre? Certo che no. Si tratta tuttavia di un passaggio quantomeno rimarchevole, storico se vogliamo, per tutta la questione relativa al “mistero degli oggetti volanti non identificati”. Che, tra l’altro, oggi vengono preferibilmente definiti UAP (da “Unidentified Aerial Phenomenon”). Siamo dunque passati dalla visione della scienza ufficiale che preferiva identificare negli UFO dei fenomeni allucinatori, guardando magari ai testimoni come dei disturbati mentali o quantomeno dei creduloni, oppure che interpretava quali fenomeni naturali mal interpretati, alla attuale concezione di “fenomeno aereo di origine sconosciuta”.

La domanda immediatamente successiva che può sorgere alla persona comune però non può che essere: “Va bene, ma allora cosa sono? Se hanno apparenza solida, schizzano via a velocità formidabili, compiono acrobazie impensabili per i nostri mezzi aerei, scompaio di botto o si immergono improvvisamente nell’oceano, che natura hanno? E, soprattutto, quale origine hanno?”. Tutte domande ancora senza risposta. Almeno, senza risposta, per ci guarda a questo fenomeno con occhio e atteggiamento laico, addirittura critico. Anche se negarlo, appunto, non è più possibile.

Ma c’è  poi, invece, chi le riposte al mistero degli UFO non solo le ha, o ritiene di averle, ma è addirittura convinto della  loro origine aliena. Tra queste figure, apostole di una “nuova realtà”, una delle più interessanti è certamente Alan Steinfeld che ha di recente pubblicato con St. Martin’s Press un volume dal titolo Making Contact: Preparing for the New Realities of Extraterrestrial Existence (Stabilire un contatto. Prepararsi alle nuove realtà della esistenza extraterrestre). Steinfeld si definisce un “ricercatore della coscienza” e potrebbe essere visto come un classico rappresentante della New Age per la molteplicità dei suoi interessi nei campi della crescita enteriore, del potenziale umano, delle terapie naturali e, appunto, nello studio del fenomeno UFO.

Studioso, scrittore, produttore e regista televisivo Alan Steinfeld è regista e conduttore del programma televisivo in prima serata “New Realities” per la rete Time Warner di New York. Per oltre 20 anni ha portato al suo pubblico idee all’avanguardia nel campo della scienza, della salute e della spiritualità. Ha intervistato oltre 3.000 personaggi tra i più influenti su questi temi, e anche il suo libro Making Contact include testimonianze dirette di personaggi influenti coinvolti nel fenomeno UFO. Dodici milioni di persone hanno visto i suoi video “New Realities” sul suo omonimo canale YouTube e inoltre produce programmi radiofonici e podcast settimanali della serie “New Realities” per iTunes, BBSradio e KYAK-FM in Oregon.

Insomma, un personaggio certamente interessante da intervistare, come del resto mi è capitato di leggere sulla rivista “Skeptic” e di vedere nell’intervista su YouTube a cura dello “scettico”, nonché saggista e storico della scienza Michael Shermer. Ecco dunque la mia intervista, al lettore farsi una propria idea come rimarca in modo pacato ed equilibrato Alan Steinfeld, ed è pur sempre una testimonianza del tempo che stiamo vivendo.

Alan Steinfeld, qualcuno potrebbe chiedere e commentare: “Un altro libro sugli UFO?”. Quindi la prima domanda è: perché c’era bisogno di un altro libro sugli UFO e in che modo Making Contact differisce da tutti gli altri pubblicati fino ad oggi?

Naturalmente ci sono centinaia e probabilmente migliaia di libri sugli UFO già sul mercato, ma nessuno di loro ha la varietà di intuizioni che questo libro offre. Uno dei motivi per un nuovo libro in questo momento è perché l’intero fenomeno, inclusa l’ammissione da parte del governo degli Stati Uniti di un insabbiamento su questo fenomeno, e l’aumento degli avvistamenti in tutto il mondo con più testimoni che si fanno avanti, stanno contribuendo a fare emergere nuovi aspetti della storia. Questi fattori emergenti hanno creato la necessità per la popolazione mondiale di avere una preparazione istruita per ciò che indica il sottotitolo del libro: “le nuove realtà dell’esistenza extraterrestre”. La preparazione è quella di abituarsi all’idea che la vita sulla Terra non è uno scherzo della natura: la vita e la vita intelligente sono probabilmente diffuse al punto di essere una caratteristica abbondante in tutto il cosmo. Se riusciamo a prepararci con l’accettazione di questa possibilità, saremo più aperti ai benefici che il contatto porterà all’umanità.

Un altro motivo per un nuovo libro come questo è rendersi conto che nessuno ha una piena comprensione di questo argomento molto complesso. Allo stesso modo, la nostra consapevolezza del fenomeno si sta evolvendo, così come il fenomeno stesso. Ad esempio, alle persone negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso capitava di vedere velivoli a forma di disco, poi negli anni ’60 a forma di sigaro. Negli anni ’90 la gente vedeva triangoli e oggetti a forma di V. Ora stiamo vedendo piramidi volanti e oggetti a forma di tic-tac. Quindi, la domanda è: queste forme si stanno evolvendo a nostro beneficio o perché l’intelligenza dietro di esse sta aggiornando le proprie apparecchiature? Non lo sappiamo, a questo punto. Quello che possiamo dire è che questa non è una situazione statica.

Inoltre, ciò che viene modificato è la nostra terminologia, che implica una messa a punto della consapevolezza cosciente. Quelli che una volta erano chiamati UFO (oggetti volanti non identificati) ora vengono chiamati formalmente UAP (fenomeni aerei inspiegabili), quindi siamo sostanzialmente passati da oggetto a fenomeno. Il che ha portato anche i migliori ricercatori a rimescolare le proprie idee, per rivalutare il loro atteggiamento rispetto a tale situazione. Con tutto ciò, ho ritenuto che l’unico modo per dare una giusta panoramica dell’intersezione attuale del fenomeno con la nostra vita quotidiana, fosse quello di comporre un libro che esamini una varietà di fatti e interpretazioni a partire dai “dadi e bulloni” (cioè l’aspetto materiale del fenomeno) per spostarsi poi più in profondità, negli effetti sottili della mente di coloro che interagiscono con queste cose. Presentando l’intera gamma del fenomeno i lettori possono giungere alla loro conclusione, che ritengo valida quanto qualsiasi cosa proveniente dai livelli ufficiali di governo.

Stiamo vivendo un momento storico particolare per il fenomeno UFO: le dichiarazioni riguardanti gli UFO come fenomeno “reale” si susseguono ora a ritmo serrato. Quasi nessuno ora pensa di chiamarli “allucinazioni” o “fenomeni naturali” male interpretati. Tuttavia, non ci sono ancora dichiarazioni ufficiali sulla loro presunta “natura extraterrestre”. Come interpreta tutto questo, e pensa che gli UFO saranno mai ufficialmente dichiarati di “origine extraterrestre”?

Come disse il filosofo Arthur Schopenhauer: “La verità passa attraverso tre fasi. Prima viene negata. Quindi viene ridicolizzata. Alla fine è accettata come ovvia”. Stiamo uscendo dalla fase del ridicolo e stiamo andando verso l’accettazione globale. Ma sembra che “i poteri forti” ritengano ancora che non siamo pronti per conoscere tutta la verità. Così ci stanno dando delle briciole, solo per stuzzicare il nostro appetito. Personalmente penso che tutto dovrebbe essere mostrato e reso disponibile. Tutti i corpi e i recuperi che sono rinchiusi da qualche parte dovrebbero essere mostrati in modo che il mondo possa vedere cosa e qual è la verità. Ma come la maggior parte delle verità dopo anni di bugie e smentite, ne esce un pasto a piccoli bocconi. Ma sì, finalmente, ora abbiamo il Pentagono che dice: “Gli UFO sono reali”. Ma non c’è stata alcuna menzione (almeno pubblicamente) della parola che inizia per “a”: “alieni” – che equivale a  domandarsi chi sta volando o sta costruendo questi oggetti.

Questo è il motivo per cui penso che “prendere contatto” debba diventare un movimento sociale, come tutti i grandi movimenti di emancipazione del 20° secolo. Ma questa volta ciò di cui abbiamo bisogno è andare oltre le classificazioni sociali, verso un cambiamento radicale nella nostra coscienza. La liberazione di questa verità impegna una causalità più profonda nella natura stessa di chi e cosa sono gli esseri umani. Questa espansione della consapevolezza sembra essere una delle ragioni principali per cui chi ha il controllo esita a dire: “La realtà non è ciò che pensavamo. La vita non è un’anomalia. L’universo sembra essere pieno di vita e di intelligenza superiore, e dobbiamo essere consapevoli di una maggiore cosmologia”.

Questa non è niente di meno che una rivoluzione copernicana, e guarda in che guai persone come Galileo si trovarono quando sfidarono la visione ufficiale della realtà. Beh, non credo che ci siamo evoluti molto da quei tempi, ma almeno abbiamo Internet dove è più difficile sopprimere nuove rivelazioni. Tuttavia, ci vorrà uno sforzo da parte di tutti per abbandonare il vecchio pensiero su noi stessi, sul nostro posto nell’universo e scoprire uno spettro più ampio di possibilità. Gli UFO e le successive rivelazioni ET cambieranno tutto ciò che sappiamo sulla nostra storia, biologia, religione e, naturalmente, la nostra comprensione della fisica.

Di che tipo sono state sono state le sue esperienze con il fenomeno UFO? Cioè, sono state solo di natura psicologica, come conseguenza della meditazione e della modificazione dello stato di coscienza, o di altra natura? Ci può spiegare?

I miei momenti di contatto più essenziali sono avvenuti in stati di sogno. Intendo dire mentre dormivo e sognavo, ma non erano il tipo di sogni che sarebbero successivamente svaniti al mattino. Qualcosa di distinto in loro è rimasto nella mia mente per decenni. In realtà, queste esperienze erano più simili a stati di consapevolezza ludici. Questo non significa che non abbia avuto i miei avvistamenti alla luce del giorno. Ne ho avuti alcuni, ma il vero contatto (se possiamo dire reale) mi è accaduto quando alcuni esseri si sono avvicinati a me in altri livelli di consapevolezza. Penso che quelli siano i regni in cui essi abitano. Da queste esperienze, sento che per interagire con questi altri esseri alle loro condizioni dobbiamo diventare più lucidi negli stati alterati di coscienza.

Nel mio libro c’è una storia raccontata dalla ricercatrice Linda Moulton Howe su un whistleblower (rivelatore) militare che la avvicinò segretamente per raccontarle che gli fu ordinato dal suo ufficiale superiore di avere un incontro faccia a faccia con un “alieno grigio” catturato dal governo. Quando questo militare guardò negli occhi la creatura ebbe una travolgente sensazione viscerale, come se sette filmati, tutti in una volta, con colori, suoni e sensazioni tattili, venissero “scaricati” di botto nella sua mente. Tanto che lo stesso militare aggiunse di essere svenuto per il travolgente impatto sensoriale. Gli stimoli erano troppi da gestire. Questo potrebbe essere ciò che ognuno di noi potrebbe affrontare con un contatto completo. Ma penso che queste creature intendano renderci le cose più facili riguardo la loro realtà, non presentandosi di colpo, ma andando e venendo a scatti. Quindi, quando ci adattiamo alla loro presenza e alle loro frequenze vibrazionali, saremo più aperti all’impatto sensoriale multidimensionale. Forse è per questo che ci stanno preparando anche attraverso gli ambienti multiformi dei social media digitali.

Tempo fa scrissi un articolo sulle conseguenze psicologiche e sociali dell’annuncio ufficiale di una ipotetica “presenza extraterrestre sul nostro pianeta”. Considerando che non tutta l’umanità ha le stesse caratteristiche sociali e culturali per accogliere una notizia di questo genere, cosa accadrebbe secondo lei se ciò avvenisse davvero?

Per coloro che hanno un senso della storia e di uno scopo, l’annuncio ufficiale che non siamo soli nell’universo sarà un punto di svolta nella civiltà umana. Ma poi di nuovo, quando diciamo civiltà, la maggior parte delle persone in Europa occidentale e in America non considera il resto del mondo così civilizzato come lo sono loro. In verità, le culture indigene del Nord e del Sud America e quelle dell’Africa o degli aborigeni australiani conoscono e accolgono visitatori da altri mondi da molto tempo. Siamo solo noi che siamo stati investiti da una visione cartesiana, newtoniana e meccanicistica della vita che sembra avere il momento più difficile nel riconoscere una maggiore ecologia della vita cosmica. Ma questo atteggiamento che siamo i depositari della conoscenza deve cambiare. Dobbiamo affrontare i fallimenti del nostro paradigma scientistico basato secondo cui  la vita è un’anomalia in un universo senza vita. Tuttavia, se possiamo integrare l’approccio intuitivo del cervello destro al mondo, combinandolo con la razionalità e la logica del cervello sinistro, potremmo scoprire che l’universo è davvero pieno di vita, spirito, coscienza ascendente, e che può essere formulato da una scienza più vasta per comprenderlo. Penso che la fisica quantistica sia un inizio in quella direzione.

In questo senso devo citare, come faccio nel mio libro, il grande poeta tedesco Rilke dalle sue Lettere a un giovane poeta, laddove si discute dell’irrazionalità della paura che può provenire da esseri sconosciuti. Rilke scrive: “Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza con tutta l’ampiezza che si può raggiungere; tutto, anche l’inaudito, deve essere possibile in essa. Questo, in fondo, è l’unico coraggio che ci viene richiesto: essere coraggiosi verso lo stranissimo, lo stupefacentissimo e l’inspiegabilissimo in cui possiamo incappare. Che le persone siano state codarde rispetto a questo, ha provocato danni innumerevoli alla vita; le esperienze che si denominano ‘apparizioni’, l’intero cosiddetto ‘mondo spirituale’, la morte e tutte queste cose a noi così vicine sono state così tanto respinte dalla vita per mano del rifiuto quotidiano che i sensi con cui possiamo afferrarle sono devitalizzati”. In altre parole, incontrando “l’altro” possiamo abbracciare più qualità della nostra maggiore umanità che è rimasta sopita a causa del dominio della civiltà occidentale.

È prevista un’edizione italiana di “Making Contact”?

Spero che esca in italiano e in molte altre lingue, perché questo fenomeno è un evento planetario. La venuta, o meglio il riconoscimento che abbiamo visitatori da altri mondi, può creare un risveglio mondiale in tutti i campi della vita umana. Quindi sento che ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento non è solo il riconoscimento delle meraviglie nel cielo, ma come possiamo unirci come un unico pianeta per salvare il nostro ambiente e costruire una nuova civiltà su scala globale, rispettando il senso di sovranità e tradizione del pianeta Terra,

In altre parole, abbiamo bisogno di unirci come una sola umanità, che forse è davvero tutto ciò che riguarda il contatto. Perché la separazione sembra essere alla base della crisi che minaccia tutti su questo prezioso pianeta blu. Penso che gli ET siano qui per svegliarci a questa consapevolezza della nostra natura comune. Che siamo italiani, americani o cinesi, facciamo parte di un’unica umanità. In questo senso, cito nell’epilogo del libro ciò che ho chiesto al biologo Bruce Lipton riguardo alla prossima fase della nostra evoluzione. Nella mia intervista per New Realities, visibile su YouTube, Lipton mi ha risposto: “Il nostro prossimo livello di evoluzione è riconoscere che siamo tutti cellule di una comunità più ampia riunita per condividere la consapevolezza, al fine di creare un organismo vivente chiamato umanità. Non siamo esseri umani finché non creiamo l’umanità. Questo avviene quando riconosciamo che siamo tutti cellule dello stesso organismo vivente e lavoriamo in modo coerente, allora l’umanità è completa. Quando l’umanità è completa, la Terra come organismo completa la sua evoluzione. Diventa una Gaia vivente, che respira, che pulsa.  Quando ci riuniremo in un’unità, con una voce che ci permetterà di parlare come Uno, che ci permetterà di parlare con gli altri”. Quindi entrare in contatto è un lavoro interiore. Si tratta di prendere contatto con noi stessi, l’un con l’altro e con la Terra che a quel punto risulterà in contatto con “gli altri” cosmici.

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Evoluzione e relazione


(Post di Valentina Guzzardo) Cosa nutre la relazione e può tenerla in vita? Una domanda più che mai urgente in tempi di zone rosse e sirene d’ambulanza. Apos l’ha colta e, con un evento corale, ha risposto: lo stare insieme, il corredo ormonale, la biologia, la cultura, unico vero trampolino di rilancio umano e professionale. Un tempo di pensiero che ha nutrito un nuovo modo di agire e di percepire: quella che ci appare come separazione non è che una soglia, una membrana: lo spazio dove esiste possibilità di incontro e scambio. Questo campo di relazione è il punto di contatto sempre possibile.


Un senso nuovo

E’ quello emerso – tra sapere, mistero e sentire – durante le tavole rotonde del 46° Convegno Nazionale Apos, dove in qualità di moderatrice ho dialogato con il Prof. Enzo Soresi, il fisioterapista Ivan Martani, il Dott. Flavio Allegri e gli operatori Shiatsu Aldo Ricciotti e Alfredo D’Angelo (tutti ‘portavoce’ della più ampia mente collettiva in azione contemporaneamente: ad assistere c’erano quattrocento persone!). Interlocutori capaci di volare alto: scelti per la loro unione tra scientificità e umanità. “Siamo in gioco come esseri umani – ha detto Ricciotti – perché qualunque tecnica origina da noi”. Un dialogo che ridefinisce o piuttosto modella in modo nuovo, avveniristico, il ruolo e i compiti di medici e operatori del benessere. Un approccio integrato non più ovviabile nell’ottica di una Pnei (Psiconeuroendocrinoimmunologia) accomunata allo Shiatsu da una visione sistemica.

Riconoscersi umani

Cos’è una relazione dal punto di vista umanistico, somatico e neuroscientifico? Ciò che la identifica è la sua essenza: alla base della relazione c’è l’ascolto col cuore. “Relazione è la capacità di riconoscersi nell’altro come essere umano, riconoscere le emozioni, emozionarsi per le emozioni che trasmette”, risponde Allegri, dirigente della Pneumologia dell’Istituto dei Tumori di Milano, che tra un paziente e l’altro, tutte le volte che è possibile, si prende una decina di minuti d’intimità, raccoglimento, silenzio per riepilogare tra sé la storia della persona che sta per incontrare e farla sentire riconosciuta, appunto. La relazione, inoltre, ci permette di essere consapevoli che c’è qualcosa di più grande di noi a partire da noi, dall’accoglienza, primo ‘timbro’ di ogni rapporto umano, sotteso a quello terapeutico. “La disponibilità dell’altro ad aprirsi e sentirsi accolto è data dal fatto che vede in te qualcuno che può capire il suo dolore”, riflette Martani. “Se non ti riconosce come essere umano, è difficile possa farlo come terapeuta, ti delega eventualmente la parte tecnica, ma non tutto il resto”.

Accogliere

E senza empatia non può esserci effetto placebo. “La parola dell’accoglienza nutre la relazione perciò la relazione apre la porta e una parola detta prima di presentare una proposta di cura fa la differenza”, focalizza Enzo Soresi. “Per la stessa ragione non ho mai comunicato una prognosi infausta a nessuno. E’ un atto di potente presunzione e aggressività”, mentre la relazione è quella particolare interazione sociale che ci fa sentire in un posto sicuro. Toccare l’altro (manualmente o visivamente) presuppone un patto tra corpi che riconoscono una situazione di tranquillità. Neuroscienze e Teoria Polivagale confermano ciò che è vero da sempre a livello intuitivo: non posso costruire una relazione se ritengo l’altro pericoloso. Ad esempio, in tempi di pandemia, se mi sembra troppo vicino e quindi non mi fa sentire a mio agio.

La lettura delle emozioni

Ognuna di esse ha una funzione biologica e di sopravvivenza e per esprimersi deve trovare le giuste condizioni: i bodyworker possono fare molto per assicurare la fluidità della comunicazione interna attraverso il lavoro corporeo che rilascia betaendorfine.

“Le betaendorfine sono l’asse portante del nostro benessere”, spiega Soresi. “Intervengono nei concetti di fame, emozioni, dolore, cure materne, comportamenti sessuali, ricompensa alla cognizione. In senso più ampio, controllano stress e omeostasi. Le emozioni bloccate non sono altro che i recettori degli oppiacei che non sono stati ben stimolati al momento giusto. Tutta la periferia delle radici spinali è piena di recettori. Più si lavora bene su di essi, più tutto trova armonia anche a livello centrale perché il cervello è sempre frutto di ciò che avviene in periferia: il cervello si costruisce in funzione di azioni neuromotorie, di percezioni, del sentire. L’importanza di attivare il sistema dei recettori in periferia è aiutare la mente agendo sul corpo. Lavorare sul mondo biologico per ridare un senso diverso all’essere al mondo”.

I robot non risuonano

La reciprocità nutre la relazione, che è a doppio senso: mentre tocco sono toccato, da qui l’importanza di stare in ascolto di sé mentre si accoglie. Attraverso l’altro sento me e dichiarare ciò che provo – anche la mia fragilità, insicurezza o difficoltà – fa emergere un’ulteriore porta d’entrata relazionale. E’ proprio la componente umana, il coinvolgimento, a differenziare la relazione dalla semplice interazione gestita da un robot o programmabile da pc. E poi la relazione ti lascia diverso, ti cambia. Recuperando un aspetto di Neuroetica: l’ultimo step del ‘movimento empatico’ è proprio la trasformazione del Sé. Non siamo più 1+1, ma il prodotto di questo incontro, con proprietà differenti. In una semplice interazione questo non avviene, è qualcosa di puramente meccanico. “Essere sistema, insieme partecipante di parti costantemente interagenti, apre possibilità di cambiamenti che altrimenti non sarebbero possibili – medita D’Angelo – Ha a che vedere con la moltiplicazione, la dimensione in cui la trasformazione può avere luogo. Questo ha a che fare col sacro. Tutto ciò grazie alle emozioni, al risuonare come diapason.

Entanglement

“Lavorare sulla percezione, sul sentire, è come sistemare bene qualsiasi impianto hi-fi. Trovare la sintonia giusta, questo conta. Nel momento in cui ti sintonizzi entri nella neuromodulazione e ridai vita a tutto il sistema delle endorfine”, sintetizza Soresi, che chiude: “E’ la stessa fisica quantistica (un gioco di relazione tra onda e particelle), se ben compresa, a offrire una nuova visione, dove a un mondo fatto di cose materiali si sostituisce un mondo fatto di relazioni, di connessioni, che si rispondono in un inesauribile gioco di specchi, senza toccarsi. La chiave è dunque la relazione intesa come entanglement (intreccio, trama comunicante che condivide informazioni telepaticamente anche a grande distanza): tanto più mi sintonizzo, tanto più tutto si armonizza”.
E’ un meccanismo cosmico che agisce a tutti i livelli, anche in noi, a livello concreto, molecolare. Questa sintonizzazione è data dalla centratura della persona, tenendo presente che il centro non è uno, ma è una relazione tra centri, che però non deve essere autoreferenziale. Relazione è rischio (di perdere l’equilibrio personale per guadagnarne uno nuovo, che è quello della relazione), ma anche necessità per un essere vivente per perpetrare la sopravvivenza. La relazione va nutrita perché esistiamo insieme. Offrendo spazio, prendendo spazio, in vibrazione.

Conclusioni

Un dialogo a più voci in cui sono stati citati Susan Sontag, Carlo Rovelli, Emily Dickinson, Marcel Proust, Oliver Sacks, Chandra Livia Candiani, John Cage. Arte, letteratura, musica, fisica: non si può parlare dell’essere umano, e della relazione, senza integrare tutte queste forme di espressione.
“Il periodo Covid è interessante dal punto di vista culturale”, ha concluso Soresi. “Anche se manca una relazione ‘normale’ c’è un input culturale potentissimo in tutti i campi, ed è questo che porta l’uomo a evolversi, da sempre. La cultura è la premessa alla base di ogni crescita, usiamo questo tempo di limitato contatto fisico per evolvere le nostre relazioni e volare (più) alto”. Usiamo il cervello sempre meglio nella sua funzione essenziale: sentire sensazioni ed emozioni! Ci aiuterà a pensare con maggiore chiarezza, e anche a prendere decisioni!

Dormi poco? Potresti rischiare la demenza


Tra gli strenui sostenitori delle poche ore di sonno per non rubare tempo alla vita, dovrebbe serpeggiare almeno un momento di riflessione: un ulteriore studio sugli svantaggi del dormire poco pubblicato ieri da “Nature Communications” mostra come il rischio di demenza sarebbe più alto, dal 20 al 40%, nei dormitori brevi, la cui durata del sonno è inferiore o uguale a sei ore a notte a partire dai 50 anni, rispetto a chi ha notti “normali” di sonno di circa 7 ore . È stato osservato anche un aumento del 30% del rischio di demenza nelle persone di età compresa tra 50 e 70 anni che hanno costantemente una breve durata del sonno, indipendentemente dai loro possibili problemi cardiovascolari, metabolici o di salute mentale che sono fattori di rischio per la demenza. Questo studio ha coinvolto quasi 8.000 adulti britannici che sono stati seguiti per più di 25 anni.

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