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Franco Zarattini: alcune impressioni a margine del Congresso nazionale di psicogeriatria di Firenze


30688348_2125891337425243_7823159769493640977_n(Post a cura del neurologo Franco Zarattini) Nel discorso di apertura del 18° Congresso di Psicogeriatria, svoltosi di recente a Firenze, il presidente Marco Trabucchi ha riferito la regola di un vecchio saggio tibetano per vivere bene ed a lungo: mangiare la metà, muoversi il doppio, ridere il triplo e fare l’amore sempre. Trabucchi ha annunciato che fra 4/5 anni saranno disponibili farmaci realmente efficaci per la terapia della malattia di Alzheimer di costo elevato per cui si porrà il problema di scegliere a chi e in quale fase della malattia prescriverli in modo che la sostenibilità economica sia rispettata.

Il British Medical Journal ha pubblicato un articolo sul Solanezumab, anticorpo monoclonale contro la malattia di Alzheimer.

Di seguito il seminario inaugurale su “Well Aging: Un’ Impresa Facile?”.

Inquadrata nella prospettiva biologica, clinica e psicosociale.

Un’Italia sempre più longeva esiste: gli ultra centenari sono già 17 mila raccolti in comunità particolari in cui i rapporti sociali, le abitudini, la famiglia e l’ambiente sono di grande aiuto contro la solitudine. In tali casi è garantita l’omeostasi cellulare.

Per invecchiare bene si è trovato che l’accudimento della madre fin da bambini e il suo costante impegno culturale assieme all’attività fisica durante la crescita assicurano una vecchiaia longeva e senza particolari problemi al riparo dalla solitudine per cui bisogna risparmiare per non trovarsi in difficoltà.

In Giappone ci sono molti anziani longevi assistiti dai robot che non possono trasmettere il calore umano, perché le badanti filippine o di altri paesi non vengono fatte entrare con il risultato nefasto che per evitare la solitudine i vecchi compiono reati gravi per andare in carcere!

La riserva cognitiva mito o realtà? Si devono valutare la riserva neuronale e la riserva cognitiva. La prima se deficitaria trova riscontro nella atrofia dell’ippocampo bilateralmente e di di seguito nell’atrofia delle circonvoluzioni prefrontali.

La seconda nella cultura e nel tessuto sociale ricco di contatti e di rapporti mirati ad evitare l’isolamento. Di grande aiuto sono la memoria poetica ed artistica. Inoltre coloro che hanno una predisposizione mentale per la matematica non avranno mai la malattia di Alzheimer.

In difficoltà sono gli anziani che avendo malattie croniche, curate con una polifarmacologia si trovano nella condizione di fragilità: incapacità di reagire agli stress con un adattamento convincente

Nella lettura riguardante la genetica degli “oldest-old” (grandi anziani) è emerso che nel corso dell’evoluzione la vita umana essendosi  gradualmente allungata, life span, alcuni geni che garantivano questo fenomeno hanno subito una modificazione per impedire l’immortalità!  Il Dottor Faust di Göethe sarebbe stato accontentato.

Il graduale peggioramento della compromissione cognitiva lieve (Mild Cognitive Impairment, in sigla MCI) porta inevitabilmente alla demenza. Per prevenirla sono utili: uridina, colina , omega 3, seligina, vit. B12, antiossidanti e tanto movimento.

Il corretto rapporto tra corpo e mente è di rilevante importanza. Considerando l’aspetto psicosomatico se la mente perde la sua integrità il corpo si ammala e viceversa per cui è importante preservane la normale funzione.

Passi avanti nella diagnostica sono stati fatti con la PET amiloide ed il tracciante FDG che ha permesso di distinguere la demenza cognitiva da quella visto-spaziale. Purtroppo un ostacolo è il costo di 700 euro per esame

Non potevano mancare i Big Data raccolti con modalità informatiche nella cura dell’anziano e nel tele-monitoraggio: presente e futuro.

Interessante il “Progetto Actifcare”, ovvero l’accesso tempestivo alla presa in carico della persona affetta da demenza non privo di ostacoli.

Invecchiamento, fragilità e complessità – 18° Congresso Nazionale AIP

Panico di massa: cosa imparare da piazza San Carlo a Torino


PanicoMassa_PierangeloGarzia_MenteCervello_Ottobre2017_OK (2)Era uscita col marito, entrambi pensionati, in una bella serata torinese di inizio giugno. Erano andati a mangiare assieme una farinata. Avviandosi poi verso casa si imbatteranno in qualcosa che pure con una fervida fantasia non avrebbero mai immaginato. Una mandria impazzita. Una massa di gente che corre in preda al panico.

Lui e lei, non appassionati di calcio, non seguono le partite, sono travolti dalla massa di gente che fugge dalla piazza San Carlo di Torino. Dove un “falso allarme” ha scatenato il panico tra la massa di gente, pigiata l’una contro l’altra, per assistere su grande schermo la finale di Champions League. Una festa trasformata in tragedia. La signora a passeggio per Torino, travolta col marito, ora è in un letto ospedaliero. Intubata. Paralizzata dalla testa in giù. Per sempre. Un’altra giovane donna è morta. 1.526 persone ferite. Non solo nel corpo, ma pure nella psiche. C’è gente che ancora oggi, a distanza di mesi, ha gli incubi e piange ricordando quei momenti. In termini psicologici si chiama “sindrome da stress post-traumatico”.

Siccome tendiamo a dimenticare tutto rapidamente, specie brutte storie come questa, ha fatto in modo di ricordarcela, con relative responsabilità, un drammatico e coinvolgente servizio de “Le Iene” del 24 ottobre 2017 (“Cosa fa il terrore del terrorismo”). Oggi la notizia che è stato arrestato un gruppo di giovani, tutti maggiorenni, per avere scatenato il panico tra la folla. Sembra spruzzando dello spray urticante, forse a scopo di rapina.

Personalmente ho parlato dei tragici fatti di piazza San Carlo a Torino del 3 giugno 2017, dal punto di vista psicologico e sociologico, in un servizio apparso sul numero di ottobre 2017 del mensile “Mente & Cervello”. Ecco alcune parti di interviste non apparse in quel servizio. Si sa tutto per fare in modo che certi fenomeni collettivi di panico non si verifichino mai più, non da oggi, ma da decenni, se non da secoli: facciamo in modo che in futuro ci si riunisca sempre, allo stadio, al concerto, in una piazza, in un luogo pubblico, per divertirsi assieme, non per lasciarci la pelle. Anche in un periodo storico come l’attuale percorso dalla paura di attentati in luoghi pubblici.

Andrea Antonilli, docente di politiche della sicurezza all’Università di Bologna e autore di un esplicito saggio sociologico dal titolo Insicurezza e paura oggi (Franco Angeli)

Che ruolo hanno i mass-media nell’indurre, indirizzare o rafforzare paure e insicurezze?

Le scienze sociali e comunicative sono, da sempre, divise tra coloro che ritengono i mass media i diretti responsabili dell’aumento della violenza – e quindi della paura – e coloro che si limitano a considerarli semplicemente come uno specchio oggettivo della società. A prescindere da quale posizione si vuole prendere, è indubbio come  il complesso dei media registri, grazie ad un incessante sviluppo tecnologico, una diffusione sempre più capillare ed un crescente potere di influenza. Karl Popper affermava come non ci può essere informazione che non esprima una certa tendenza: i mass media assumerebbero un ruolo determinante nella percezione di un certo fenomeno e , in particolare, dei rischi collegati a eventi violenti e criminali. I media contribuiscono – ricorrendo ad una attenta selezione delle notizie – a costruire culturalmente e simbolicamente i problemi sociali: certi tipi di violenza o devianza vengono portati al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e sovraccaricati emotivamente. Uno dei potenziali effetti degno di maggiore preoccupazione è quello definito come mean-world syndrome, ovvero la possibilità che tra l’audience si diffonda una visione del mondo intrisa di preoccupazione e paura. Tuttavia, scampando ad una sterile campagna di demonizzazione degli organi di comunicazione – la capacità di raggiungere rapidamente una vasta audience configura i media quali potenziali strumenti di prevenzione e di educazione, in grado – mediante momenti di approfondimento – di informare sulla dinamica e sulle cause degli eventi minacciosi e criminali e fornendo agli individui quegli strumenti di prevenzione idonei ad evitare eventi vittimizzanti.

Francesca Anna Maria Caruso è docente di sociologia presso l’università di Catania. Vincitrice di borsa di ricerca presso l’università Kore di Enna, si occupa di teoria sociale, rischio e comportamenti collettivi, facendo particolare riferimento allo studio del panico collettivo al fine di elaborare meccanismi di gestione e controllo del fenomeno. Tra le sue pubblicazioni: Panico Collettivo – mito popolare, teoria sociale, indagine empirica (2007); Il lato oscuro della modernità (2010); Il naufragio della Costa Concordia (2012) e con Paolo De Nardis, Rabbia sociale. Realtà del conflitto e ideologia della conoscenza  (2012).  L’interesse a studiare le dinamiche della folla in situazioni di rischio estremo è nato proprio da un episodio che  l’ha colpita particolarmente ancora bambina: la tragedia dell’Heysel del 1985, quando meno di un’ora prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus persero la vita, a causa delle cariche degli hooligans, trentanove persone soffocate e calpestate dalla folla.

Rispetto al suo approfondito e classico testo “Panico collettivo”, a distanza di dieci anni, avrebbe da aggiornare o modificare qualche aspetto riguardo a tale fenomeno? Cioè: anche riguardo a fatti recenti (ad esempio quelli di Torino) ha verificato cambiamenti nel fenomeno?

Il testo rimane attuale proprio perché fornisce una definizione valida che fissa i significati precisi del fenomeno,  individuando nell’interconnessione di due asserti fondamentali i nessi causali entro cui l’azione sociale si evolve in panico collettivo. Tali variabili, ampiamente riconosciute dall’odierna letteratura come condizioni necessarie e sufficienti a generare la fuga in preda al panico sono riconducibili rispettivamente alla percezione di una grave ed imminente minaccia e alla convinzione dell’esistenza di poche vie di scampo in procinto di chiudersi. A tali fattori causali si aggiunge una costellazione di stimoli che favorisce l’insorgenza del fenomeno come: la presenza di una minaccia percepita come ambigua; la perdita di fiducia nella leadership; l’intervento del leader-detonazione antitetico all’autorità formalizzata, il quale attirando l’attenzione su di sé al grido per es. di “Al fuoco!” o “Aiuto!”, costituisce uno stimolo che rimanda a una potenziale minaccia; il verificarsi di un fattore di precipitazione che trasforma lo stato di ansietà diffusa in panico. I recenti fatti di Torino sono, infatti, ascrivibili ad un evento-grilletto in cui l’ansia diffusa latente ascrivibile al particolare periodo storico che stiamo vivendo in cui il terrorismo si esprime come rischio globale, si è trasformata in paura isterica. Analizzando, tuttavia il caso-studio del naufragio della Costa Concordia è emerso un nuovo aspetto del fenomeno riconducibile, in linea con il comportamento affiliativo, al concetto di Familismo amorale di Banfield. In situazioni di pericolo, infatti, quando sussistono vincoli primari, non si metterebbe in atto una condotta spietatamente competitiva, quanto piuttosto un comportamento che tende a mantenere i legami con chi incarna tali vincoli, per cui il panico collettivo sarebbe il risultato, in alcuni casi, della confusione generata da individui che si precipitano per ricongiungersi con i propri cari. In questa cornice di referenza è possibile evidenziare come Il comportamento affiliativo possa però degenerare in familismo amorale quando, al fine di prestare aiuto ai propri cari, si agisce a discapito degli astanti.

Se dovesse stilare un decalogo su come prevenire il panico collettivo?

Partiamo da un presupposto fondamentale: troppe le situazioni in luoghi pubblici, come piazze, stadi, teatro, in cui il termine “panico”, usato come un’etichetta implicante un giudizio arbitrario di valutazione sul comportamento della folla, è stato evocato per distrarre l’attenzione da gravi responsabilità riconducibili all’inadeguatezza dell’organizzazione nel gestire un evento che sempre più spesso pecca di omessa prevenzione.

L’organizzazione di un evento pubblico in luoghi antropizzati dove la fuga è incanalata in percorsi obbligatori, deve dunque rispettare semplici parametri di sicurezza come rendere fruibili le vie di uscita per potere lasciare in fretta la struttura all’incombere della minaccia, fornendo un’efficace comunicazione che possa permettere alla folla di individuarle con facilità. Di fondamentale importanza poi è la presenza di una leadership che: mantenga il controllo della situazione; ricostruisca un modello adeguato di ordine; rimuova ogni incertezza e dissipi ogni ambiguità; sia in grado di infondere fiducia; coordini le azioni con procedure chiare e corrette, riducendo la tensione emotiva e facendo al tempo stesso definire la situazione come padroneggiabile. Altro metodo è incanalare l’iperattività determinata dalla paura in operazioni che assorbano l’attenzione dei presenti, distraendo dal pericolo in modo da rimuovere lo stato di ansietà diffusa. Metodo preventivo correlato è la creazione di una disciplina di gruppo che favorisca un senso di disponibilità generale alla cooperazione in modo da mettere in atto condotte consapevoli e strategiche. In definitiva: conoscenza delle via di fuga; leadership efficace; distrazione dal pericolo e conoscenza intelligente dei propri compiti sono variabili fondamentali per prevenire il fenomeno.

Se dovesse stilare un decalogo su come comportarsi in caso di panico collettivo?

Occorre considerare come spesso conseguenze maggiormente distruttive derivano dalla condotta della folla in preda al panico piuttosto che dalla pericolosità della minaccia stessa.  Quando infatti la folla, all’interno di luoghi antropizzati assale tumultuosamente le uscite, ammassandosi a ridosso di queste fino a bloccarle, si provocano  più vittime, morte calpestate o schiacciate dalla pressione degli astanti piuttosto che dall’incombere della minaccia stessa.

Bisogna dunque innanzitutto mantenere la calma e la lucidità; se ci si trova intrappolati all’interno della folla non contrastarne il movimento, che diventa inarrestabile; bisogna invece assecondare il suo flusso appena ci si accorge della sua spinta. Proteggere gli organi interni con le braccia e con le mani per evitare uno schiacciamento della gabbia toracica a causa della pressione della folla; dopo avere individuato la via di fuga evitare di finire in un vicolo cieco dal quale è sempre difficile uscire in casi di assembramento, quest’ultimo infatti potrebbe trasformarsi in una trappola mortale. Stare attenti a non cadere per terra. In caso contrario cercare subito di rialzarsi e se non ci si riesce stare seduti col busto alzato in modo che gli astanti, durante la fuga panica si accorgano della propria presenza. In genere infatti la folla se cosciente di qualcuno a terra tende ad evitarlo e a non calpestarlo.

Si è mai trovata direttamente coinvolta in casi di panico collettivo Se sì, quali? Come si è sentita ed ha reagito?

Purtroppo non mi è mai capitato. E dico purtroppo perché solo attraverso un’osservazione partecipante potrei   comprendere fino in fondo un fenomeno che studio da anni. Vivere una situazione non è mai come raccontarla. Ognuno proietta infatti il proprio punto di vista e la propria prospettiva, viverla in prima persona, restandone indenne, mi permetterebbe di avere un quadro completo del fenomeno non soltanto dal punto di vista teorico, ma anche da quello empirico.

Andreano Granata, responsabile tecnico di una società che si occupa di formazione antincendio e gestione delle emergenze. Ha prestato servizio come volontario ausiliario nel corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, appassionandosi sempre più al tipo di attività. Al termine del servizio di volontariato ha partecipato e vinto il concorso per Vigili del Fuoco effettivi. Nel corso degli anni ha partecipato a una moltitudine di interventi. Da quelli che hanno segnato la vita di un solo nucleo familiare (incendio di appartamento) a quelli che sono entrati tristemente nella storia italiana (frana del Vajont, alluvioni di Genova, Firenze e Val di Stava, terremoti in Irpinia, Friuli e Sicilia.). A metà anni Settanta ha collaborato alla fondazione della prima scuola antincendio in Italia.

Ha avuto esperienze dirette di panico collettivo? Cosa ha constatato?

Esperienze dirette ne ho avute molte, in tutte quelle attività in cui veniva richiesto un presidio da parte dei Vigili del Fuoco, (manifestazioni sportive, raduni, manifestazioni sociali programmate). Una cosa che ho imparato in tanti anni di attività è che il panico è come una malattia fortemente virale… si diffonde velocemente, più persone sono in panico maggiore è il panico che suscitano in altri. Il “panico di massa” si manifesta praticamente sempre come una “fuga” da un pericolo non individuabile e non gestibile. La cosa peggiore è che spesso la maggior parte delle persone che scappano non sanno perché lo fanno; lo fanno solo perché lo fanno gli altri, inconsapevoli di ciò che ha creato l’evento iniziale. E’ un meccanismo naturale che scatta nella nostra mente per la propria sopravvivenze (scappo come gli altri anche se non vedo il pericolo, perché il pericolo c’è altrimenti gli altri non scapperebbero. Se aspetto di capire qual è il pericolo potrei non essere più in grado di scappare dopo).

Marco Cannavicci, psichiatra forense, esperto su temi della psicologia della sicurezza, della psicologia della comunicazione e della formazione.

Si dice che in questi casi di panico collettivo la gente metta in atto comportamenti irrazionali: è cosi?

Il comportamento della fuga, in imitazione degli altri, anche non avendo percezione della causa, è un atto automatico del cervello, non scelto e non frutto di una decisione razionale e che non segue percorsi logici del cervello. Come fu messo in evidenza da Orson Wells molti anni fa, quando alla radio diffuse la notizia di una invasione in atto di marziani a New York, che provocò la fuga in massa di migliaia di persone in preda al panico a piedi o in macchina, le persone non hanno bisogno di vedere realmente il pericolo, è sufficiente la suggestione. Le persone scappano pur non sapendo il perché e solo per imitazione degli altri. In questo si riscontra la validità evolutiva e protettiva del meccanismo ancestrale ricordato ai fini dell’obiettivo di permettere al soggetto di avere salva la vita. I tempi dell’analisi razionale della situazione, della verifica della minaccia, comporterebbero un ritardo che annullerebbe il vantaggio del comportamento immediato e che permetterebbe al pericolo di raggiungere il soggetto, al rischio della vita. Tale meccanismo immediato ed irrazionale è presente infatti anche in tutte le specie animali (essendo un prodotto della selezione evolutiva delle specie): se un animale percepisce un rumore anomalo non si ferma a chiedersi cos’è, scappa e basta, e questa immediatezza gli permette di avere salva la vita rispetto alla minaccia, reale o presunta, di un predatore.

Cosa ci insegna, per il futuro, un evento come quello di Torino?

Ciò che è avvenuto a Torino in occasione della finale di Champions League insegna che in uno spazio aperto, quando vengono a raccogliersi migliaia di persone, anche per motivi futili, di poco conto o presunti, potrebbe scatenarsi un fuggi fuggi collettivo e quindi è necessario preventivamente prevedere spazi limitati per gruppi limitati di persone, predisponendo fra questi spazi delle adeguate vie di fuga in direzioni differenti verso aree di sgombro differenti. La mancanza di vie di fuga differenti per gruppi differenti ha convogliato, a Torino, tutte le persone nella stessa direzione con gli effetti lesivi che abbiamo visto sulle persone che ne sono risultate vittime.

Lei si è mai trovato in grossi eventi di massa? Se sì, ci può fare qualche esempio? Si è mai trovato, o sentito, in pericolo in tale circostanze? Come si è regolato, come ha reagito?

Molti anni fa a Roma, uscendo da una libreria del centro, a Piazza Esedra, mi sono ritrovato nel mezzo di una manifestazione di protesta, trascinato dal flusso dei manifestanti inseguiti dalle forze di polizia e con i lacrimogeni che piovevano dall’alto. Erano gli anni ’70, ero ancora giovane, ma tanto mi bastò per scegliere sempre, da quel momento in poi, le posizioni di margine rispetto a folle o rilevanti assembramenti di persone. In quella situazione mi resi anche conto che per chi insegue, i poliziotti, (per analogia dello stato emotivo alterato con chi scappa) non c’è differenza se chi corre sia un manifestante o un privato cittadino incappato nella situazione critica, le manganellate erano per tutti.

Come si prevengono possibili incidenti causati dai raduni di massa?

Nell’esempio che ho riportato in precedenza dell’organizzazione di Piazza San Pietro, la prevenzione spetta principalmente agli organizzatori, creando all’interno dell’area di raccolta delle persone delle sottoaree minori ed assegnando ad ognuna una via di fuga particolare, evitando quindi che tutte le persone si dirigano, scappando, nella stessa direzione. E’ importante, inoltre, che ci sia una informazione continua per altoparlante su quello che sta accadendo o che potrebbe essere accaduto, rassicurando, informando ed evitando che si diffondano voci allarmistiche infondate ed indirizzando le persone verso le già predisposte uscite di sicurezza.

Cosa fare dopo a livello psicologico (gente traumatizzata)?

L’esperienza del panico collettivo, anche in assenza di una vera causa di pericolo, lascia nelle persone coinvolte un residuo trauma psichico che produce progressivi effetti lesivi nel tempo attraverso la produzione di nuove e sempre maggiori paure associate. Compaiono nelle persone delle cosiddette condotte di evitamento per cui qualsiasi stimolo sociale, interpersonale o ambientale che ricordi l’evento traumatico è in grado di suscitare ansia, paura e panico. Si evitano così, in modo progressivo, le uscite sociali, i luoghi affollati (come i centri commerciali, le pizzerie, i cinema, …), il traffico, i luoghi chiusi, i luoghi ricreativi e della vita relazionale da cui non si può agevolmente scappare, ma anche, poi, le file agli sportelli e tutte le forme di attesa. La vita della persona cambia in quanto c’è una diminuzione della libertà di movimento e di gestione delle emozioni, dettata dalla intensa paura. E la diminuzione della libertà va progressivamente estendendosi, a macchia d’olio, anche ad altre situazioni, diverse da quella originaria, fino al punto da chiudere la persona all’interno della propria casa, unico posto ritenuto sicuro. Per evitare tutto questo sono disponibili delle tecniche psicologiche brevi, semplici ed efficaci, conosciute come “debriefing” e “defusing” che possono aiutare il soggetto ad affrontare, elaborare e superare la paura appresa per il trauma psichico subìto e permettere di ripristinare la precedente libertà di movimento.

Lorenzo Odetto, anestesista rianimatore, docente in simulazione clinica e crisis management all’Università di Torino. Accogliendo la richiesta di un gruppo di genitori all’indomani degli avvenimenti di piazza San Carlo a Torino per formare i giovani a fronteggiare possibili situazioni di emergenza, con la Fondazione La Stampa – Specchio dei tempi si è fatto promotore, assieme ad altri, per tenere Corsi Antipanico gratuiti alle scuole medie torinesi

Quali dovrebbero essere le caratteristiche e le competenze delle figure coinvolte nella gestione di situazioni di maxiemergenza scatenate dal panico collettivo?

Le competenze fondamentali sono definite nel mondo anglosassone come crisis resource management e crowd management. Sono capacità che potrebbero essere giudicate collaterali nel percorso formativo delle figure istituzionali preposte a garantire la sicurezza delle folle; in realtà dovrebbero essere parte integrante del loro curriculum educativo. Forze dell’ordine, soccorsi sanitari, steward, personale di controllo, organizzatori di eventi dovrebbero, ovviamente con modalità e livelli differenti, ricevere una formazione in tal senso.

Ha vissuto personalmente situazioni di crisi in cui si sono innescati comportamenti di panico collettivo? Come si è sentito personalmente e come ha reagito?

Volo diretto a Catania. Improvvisa e rapida depressurizzazione. Come da procedure di emergenza, vengono aperti gli alloggiamenti delle maschere di ossigeno e il pilota inizia una rapida discesa. Nervosismo serpeggiante, sguardi preoccupati, ma niente panico. Qualcuno afferma di percepire odore di bruciato. Alcuni lamentano forti dolori alle orecchie. Tutto cambia: molti passeggeri iniziano a gridare, piangere, pregare. Osservo che praticamente nessuno di loro indossa la maschera, nonostante i ripetuti inviti degli assistenti di volo. Altri, invece, anche se evidentemente scossi, mantengono la calma; quasi tutti respirano attraverso la maschera e seguono le indicazioni del personale. Cerco di capire cosa provo: nervosismo, preoccupazione, paura? Penso a mia moglie e ai miei figli, mi rendo conto che non devo farlo, che si apre un varco nel mio autocontrollo, e cerco di concentrarmi sulle cose che devo fare per la mia sicurezza. Vedo che l’equipaggio sta gestendo con grande professionalità la situazione, e questo contribuisce a rassicurarmi. Poco alla volta, la situazione si tranquillizza.

Se dovesse dare delle indicazioni su: come prevenire situazioni di panico collettivo e cosa fare in circostanze di panico collettivo?

Se ci riferiamo ad indicazioni per le figure di gestione e soccorso, la prevenzione si basa sulla conoscenza della tipologia di folla e sulle sue possibili dinamiche. E’ fondamentale evitare il sovraffollamento, consentendo, ad esempio, l’ingresso all’area dell’evento tramite biglietti, anche se distribuiti gratuitamente. E’ necessario un controllo continuativo della folla tramite sistema di tv a circuito chiuso e steward. Infine, devono essere previste aree libere che fungano da “valvole di sicurezza” in caso di movimenti improvvisi all’interno della massa. In caso di fenomeni di panico, la priorità principale è che vengano segnalate immediatamente e chiaramente, con annunci sonori, indicazioni luminose, e segnalazioni degli steward, le vie di fuga da utilizzare.  Se ci riferiamo a indicazioni per il pubblico, in tutte le situazioni di affollamento, quando percepiamo soggettivamente che la calca è eccessiva, dobbiamo andarcene senza esitare. Un criterio oggettivo, invece, è il rendersi conto che sta diventando difficile raggiungere le vie di uscita. In ogni caso, si dovrebbe localizzare la via di fuga più vicina e una eventuale alternativa, nel caso non sia possibile raggiungerla. Se le persone che ci circondano mostrano comportamenti inadeguati, è bene allontanarsi. Infine, non si dovrebbe mai esporsi a rischi ulterori solo per poter accedere ad una posizione che consente di assistere meglio all’evento. Se ci si trova nel pieno dell’ondata di panico, la priorità è restare in piedi; se la folla si muove in una direzione a nostro parere errata, ci si dovrebbe spostare obliquamente, avanzando gradualmente verso il nostro obiettivo. Se si è sottoposti a pressione dalle altre persone, è importante mantenere le braccia piegate, in posizione da pugile, per proteggere il torace e permetterne l’espansione. E’ fondamentale guardarsi intorno e capire cosa accade: spesso il panico, specie quello altrui, ci impedisce di farlo.

Pierangelo Garzia, “Panico di massa”, Mente&Cervello, ottobre 2017 

Pablo Trincia, Le Iene, “Che cosa fa il terrore del terrorismo”, 24 ottobre 2017 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alberto Zanchetti: un altro lungo viaggio


zanchettiEra considerato un genio, Alberto Zanchetti. Fin da bambino. Ma non era vittima di quel narcisismo che lo facesse scalpitare per mettersi in evidenza pubblica. Il suo grande interesse era la medicina. La ricerca biomedica. È già nella storia della medicina, Alberto Zanchetti. In primo luogo per la cardiologia. Di cui è stato testimone e partecipe dei rivoluzionari progressi nella diagnosi e nella terapia dell’ultimo secolo.

Quando Zanchetti iniziò a fare il medico le malattie cardiovascolari, in primis ipertensione e infarto, ma pure le conseguenze a livello cerebrale come l’ictus, falcidiavano e rendevano disabili milioni di persone nel mondo, anche in giovane età. Per Auxologico ha svolto da par suo il ruolo di direttore scientifico per trentatré anni, dal 1985 a poche settimane fa. Professore ordinario di medicina interna e in seguito emerito nella sua Statale. Apprezzato a livello internazionale tanto che l’anno passato la Facultat de Medicina i Ciències de la Salut Campus Clínic di Barcellona gli dedicò una conferenza internazionale intitolata “Alberto Zanchetti the man, the scientist, the friend”.

Alberto Zanchetti ci ha lasciato ieri, sabato 24 marzo 2018. Lo pensavamo immortale, avrebbe compiuto 92 anni quest’anno, lavorando con grande presenza e lucidità, muovendosi su e giù per il mondo come da sua natura, fino alla fine. E, alla fine, Alberto Zanchetti immortale lo è diventato davvero. Un ricordo sulla sua natura internazionale, quando cercando di ricostruire la sua biografia, tirò fuori una foto di un secolo fa con persone di varia etnia, una delle quali con un pappagallo sulla spalla, chiesi: “prof ma questi chi sono?”. “La mia famiglia brasiliana: mia madre era una insegnante brasiliana”.

Era internazionale, poliglotta, come lo erano stati il nonno e il padre. Da Parma, dove era nato il 27 luglio 1926, e dove aveva imparato ad amare l’opera lirica, divenendo amico di tanti cantanti lirici internazionali, Zanchetti approdò al mondo come apostolo della scienza medica. Da Parma alle università di Pisa, Siena e Milano, Alberto Zanchetti ha interpretato la grandezza e le possibilità della medicina.

Il mio modo di onorarlo è la seguente intervista inedita, un documento straordinario, frutto di una intervista fatta a Zanchetti, nello studio della sua splendida casa di via Caradosso a Milano, dove si respirava arte e cultura in ogni angolo, con la finestra che si affacciava su Santa Maria delle Grazie. Una intervista toccante, commovente, in cui c’è tutta la psicologia di Zanchetti che andava subito al sodo, senza tanti giri di parole anche sulle questioni più complesse e spinose, realizzata dall’amico scrittore e giornalista Paolo Pietroni. Avrebbe dovuto uscire su “Oggi” corredata da foto passate e presenti di Zanchetti, per una serie a puntate di servizi giornalistici sui grandi medici del secolo. Ma a seguito di avvicendamenti alla direzione della rivista, l’intervista non uscì. Paolo Pietroni me ne ha fatto generoso dono, ed è venuto il momento di farla conoscere.

Di quella casa di Alberto Zanchetti, mentre Paolo Pietroni lo intervistava, lungo il corridoio come una galleria di opere d’arte, ricordo che mi fermai stupito difronte a una incisione che ho sempre ammirato: Melancholia di Albrecht Dürer. Con la stessa triste malinconia della perdita ricordo oggi Alberto Zanchetti, ma pure con la gioia del privilegio di averlo conosciuto e frequentato per i molti anni del mio lavoro in Auxologico. Ecco l’intensa intervista di Paolo Pietroni ad Alberto Zanchetti: il medico, lo scienziato e l’uomo.

Cenacolo di Leonardo Da Vinci, Milano: a duecentocinquanta passi da qui c’è la casa di Alberto Zanchetti, cardiologo di fama internazionale, da mezzo secolo impegnato nella ricerca sull’ipertensione, una lunga guerra di cui ha vinto numerose battaglie. Non ancora l’ultima, ma ci è vicino. La finestra del suo studio è la cornice di un quadro naturale bellissimo: la basilica di Santa Maria delle Grazie. Non un caso, prima di trasferirsi nel 1967 a Milano, dove ha diretto il centro di ipertensione del Policlinico, Zanchetti ha lavorato all’Università di Siena con il celebre professor Cesare Bartorelli, e la finestra della sua casa di Siena inquadrava la basilica di Santa Maria Assunta, ovvero il Duomo di Siena. E proprio l’arte, dopo la medicina, è la seconda passione della sua vita. Infatti…

Quando ha pensato per la prima volta di fare il medico?

«Non c’è stato un giorno in cui mi sono svegliato e mi sono detto: faccio il medico. Studiavo al liceo classico durante la seconda guerra mondiale, a Parma, ho preso la maturità verso la fine della guerra, appartengo a una generazione che si considerava “onnisciente”, la scelta finale era difficile, si sfogliava la margherita… Io ho trovato nell’aspetto biologico della medicina qualcosa di umanistico e scientifico insieme. Questo alla fine mi ha affascinato: medicina come miscela di scienza e di arte. Nel mondo della scienza dominano la razionalità e la ricerca della conoscenza, nel mondo dell’arte la fantasia e la ricerca della bellezza. Un medico, secondo me, ha bisogno di vivere in entrambe le dimensioni. Ha un po’ dello scienziato quando studia, ha un po’ dell’artista quando pratica il suo rapporto quotidiano con i pazienti».

Avere un medico per amico è un desiderio di tanti. Può nascere una profonda amicizia tra medico e paziente?

«Trasformare il proprio paziente in amico è difficile. C’è un problema di tempo. Esperienze brevi. A volte lunghe malattie croniche. Io ho buoni amici tra i pazienti che vedo due o tre volte l’anno».

Un rapporto di amicizia interferisce positivamente nel decorso della malattia?

«Si capisce meglio il problema del paziente. Il medico dovrebbe essere qualcuno che non spoglia il paziente soltanto dei suoi vestiti».

Lei è stato un uomo molto bello (lo è ancora all’età di 82 anni). Cosa accade quando una paziente si innamora?

«Bisogna fare finta che non sia successo niente».

Cioè?

«Fare finta che non sia successo. Che non sia successo. Tutto qui».

Qualcuno sostiene che l’amore in generale sia di grande aiuto per uscire dal tunnel della malattia, così un innamoramento improvviso…

«Credo che capiti più nelle malattie psichiche. Bisogna sempre tenere le distanze da questi problemi. Capire è figlio di non capire… Indubbiamente è importante che un paziente trovi una ragione di vivere altrove, cioè fuori dalla malattia. Ma non credo possa esserci un riflesso concreto dell’amore sul processo patologico».

Tra le sue tante esperienze, ce n’è una in particolare che non dimenticherà mai?

«Forse la mia prima diagnosi. Mi viene da pensare al primo amore che non si scorda mai. Eravamo alla fine degli anni 50. Avevo da poco cominciato a lavorare all’ospedale di Siena… Viene ricoverata una ragazza di 19 anni, studentessa di liceo, simpatica, vivace, grassottella. Soffre di una grave forma di ipertensione. Facciamo un’arteriografia (una specie di corrida in quegli anni: s’infilava un lungo ago nella schiena fino a raggiungere l’aorta addominale). L’esame evidenzia un serrato restringimento dell’arteria renale. Un brutto guaio, non si utilizzavano ancora i by-pass e l’angioplastica non era nemmeno stata immaginata. L’unica via per salvare quella ragazza era l’asportazione del rene: che dramma per una diciannovenne! Ma dieci anni dopo la rividi: era una mamma felice, era una donna sana».

C’è stato un momento di crisi, la tentazione di tornare indietro e fare altro?

«No. Io non mi volto indietro. Mai».

Neppure quando ha visto per la prima volta morire qualcuno?

«La prima persona che ho visto morire è stata mia nonna. Avevo appena iniziato gli studi all’università…Io penso che le morti che offendono sono le morti nell’età in cui non si dovrebbe morire. Non sarei mai riuscito a fare il pediatra. Avrei sofferto troppo. Perché i bambini non dovrebbero morire. Solo questo avrebbe potuto mettermi in crisi».

Quando si è laureato credeva in Dio?

«Credevo in Dio, nel Dio della Chiesa cattolica. Ci credo ancora. Tutti superiamo  prove dure. Anch’io».

Chi crede e chi non crede. C’è una qualche differenza nell’affrontare la malattia e, in ultimo, la morte?

«Ogni persona è unica. Ma in generale il paziente che crede è molto più disposto ad affrontare la sofferenza e il momento del distacco. Il credere nella vita che continua è un aiuto per affrontare il dolore. In ogni caso noi medici dobbiamo fare tutto il possibile nella terapia contro il dolore».

I miracoli, dicono gli scienziati, non esistono. Lei ha avuto l’impressione di averne visto qualcuno?

«Mai. Nessun miracolo».

Diciamo che Dio esiste e per ringraziarla di tutto quello che ha fatto come medico le regala una grazia: lei può sconfiggere una malattia. Una sola, e per sempre. Quale sceglie?

«Quella di cui è morta mia moglie. Tumore ovarico. Non perché sia la malattia più importante. Ho amato tanto mia moglie. Vorrei che questo dolore non capitasse più a nessuno».

Ricorda la prima volta che ha visto sua moglie? Quando si è acceso l’amore?

«L’ho incontrata nel laboratorio di fisiologia a Pisa in cui lavoravo. Anno 1955. Era una studentessa di biologia… Lei aveva 22 anni e io 29. Eh già. Era una ragazza alta, magra, occhi azzurri… Nessun colpo di fulmine. Le cose importanti della mia vita non sono mai arrivate all’improvviso, sempre con dolcezza, a poco a poco. Nuvole bianche, niente lampi, niente tempeste».

Lei ha studiato, ha sperimentato, ha fatto tante cose. Se potesse essere ricordato, nella storia della medicina, per una cosa soltanto, quale vorrebbe che fosse?

«Alberto Zanchetti: uno tra i protagonisti che, negli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, hanno portato l’ipertensione da malattia mortale a malattia curabile. Quando il presidente americano Franklin Delano Roosvelt morì nel ’45 si disse: ha battuto Hitler ma non l’ipertensione. Allora l’ipertensione non si curava (si dava la papaverina a quelli che avevano un ictus). Oggi l’ipertensione, diagnosticata al momento giusto, si cura e non si muore più. Anzi curare l’ipertensione significa prevenire le malattie cardiovascolari. Mio nonno è morto di ictus. Mia nonna anche… Bisogna diffondere la cura dell’ipertensione: solo un terzo degli ipertesi viene curato. E bisogna capire grazie alla genetica chi è predisposto: qui sta il futuro. Il fattore di rischio: tra chi ha la pressione alta e chi l’ha bassa».

Se io chiudo gli occhi e ascolto solo la sua voce, penso a un uomo di trent’anni. La vecchiaia. E’ davvero un processo naturale? Oppure, come afferma qualche biologo, è una imperfezione che riusciremo prima o poi a eliminare?

«Ogni uomo invecchia a modo suo. Diversamente non ci sarebbe più la selezione. Già oggi una persona anziana rispetto a cento anni fa (la cataratta, per esempio, non si operava neppure) vive meglio, molto meglio. La vita si allunga e si arriverà a una media di 120 anni: invecchiamento rallentato ma non l’eterna giovinezza. La vecchiaia è naturale. Non ci fosse più, scoppierebbe il mondo».

Lei ha percorso un lungo e straordinario viaggio tra gli uomini, potenti e non potenti, ricchi e poveri, belli e brutti, grandi e meschini. Dia una risposta: da dove veniamo e dove andiamo?

«Veniamo da dove sono venuti i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri bisnonni… La memoria si ferma lì. Mia moglie aveva un albero genealogico che risaliva a Ruggero il normanno. Quanto a me, una parte delle mie radici sta in Brasile. Mia nonna materna (governava la casa) era nata a Parma ma aveva vissuto lungamente in Brasile e in Brasile aveva incontrato l’amore e si era sposata. Nell’occasione delle nozze il suocero, Almeida Morera, regalò la libertà a uno schiavo: era l’anno 1983, così si usava ancora venticinque anni fa. Il mio bisnonno materno faceva l’agente consolare in Brasile. Si chiamava Enrico Schivazappa (1847-1890), frequentava gli indios dell’Amazzonia, fumava insieme con loro la pipa, ha conosciuto il rito di svuotare e bollire le teste dei nemici, trasformate così in miniature».

Brasile e Parma, che intreccio, un oceano di mezzo…

«Mia madre è nata in Brasile. I miei genitori erano entrambi maestri di scuola. Insegnavano a Parma. Avevo un fratello più grande di me, morto da bambino di appendicite. Io ho tre figli, nessuno ha fatto il medico, fortunatamente».

Perché fortunatamente?

«Non amo le dinastie… Anche se le radici sono radici. La nonna parlava in portoghese con le figlie e le sorelle perché i nipotini non capissero. Ma raccontava a noi bambini di serpenti che entravano in casa la notte, di fantasmi, di incantesimi… Che incanto usciva dalla scatola magica della sua memoria!».

E’ stato quello il primo incanto di un mondo contrapposto alla razionalità e alla scienza, il mondo della fantasia e dell’arte?

«Forse. Ancora oggi, quando mi perdo a guardare le incisioni di uno degli artisti che amo di più, Albrecht Dürer, in fondo provo un incanto simile».

C’è un’opera particolarmente incantante e incantevole per lei?

«Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo. Bellezza e mistero. Interpretazione differente secondo Volantino congresso in onore Prof. Zanchetti_Pagina_1.jpgil momento della vita in cui la guardi. Emozione forte. Ognuno può essere quel cavaliere. Sappiamo da dove veniamo, non sappiamo dove andiamo. Ma andiamo, nonostante la Morte, nonostante il Diavolo. E’ la vita».

Emozione forte, e piena, come quella di un fanciullo, che si accende negli occhi celesti di Alberto Zanchetti anche ora. Siamo davanti a un enorme computer, una macchina che ha un nome fatale: Illumina. Siamo in un  centro di ricerca dell’Istituto Auxologico di Milano. La macchina è costata 500 mila euro. Analizza il dna estratto dal sangue dei pazienti: tanti vetrini insieme (96 per volta). Alla fine, ogni volta, dà un milione di dati. Evidenzia le diversità tra persone ipertese e normalmente tese. Obbiettivo: vedere cosa distingue il genoma dei cinquantenni mai colpiti da un ictus dal genoma dei cinquantenni colpiti da un ictus. Grazie a questa macchina, tra qualche decennio non ci saranno più ictus nell’età giovanile. È anche lei una scatola magica. Fabbricata nella lontana America.

Alberto Zanchetti direttore scientifico dell’Auxologico 

Mummia aliena non dallo spazio ma da geni difettosi


Mummia_01_OK.jpgScheletro umanoide. Mummia aliena. Sono sempre state queste la definizioni dell’esserino dal cranio allungato a forma di cono e dalle orbite oculari oblique, come una delle classiche rappresentazioni extraterrestri, trovato nel deserto cileno di Atacama nel 2003. Acquistato da un collezionista spagnolo, lo scheletrino mummificato della lunghezza di quindici centimetri ha scatenato le fantasie e le illazioni della presenza aliena sul nostro pianeta. Tanto da diventare oggetto di numerosi servizi tv, giornalistici e persino di un documentario (“Sirius” di Steven Greer). Non disponendo di dati scientifici sulla datazione dello scheletrino umanoide, qualcuno si è pure spinto a parlare dei soliti “antichi astronauti”. Di possibili incroci, ibridazioni tra terrestri e alieni, di cui lo scheletrino ora forniva l’evidente prova. Purtroppo, la storia è molto meno affascinante e, anzi, più mesta e triste. La scienza dà crude certezze a spese, a volte, della fantasia più sfrenata.

“Ata”, questo il nome dato al misterioso esserino (dal luogo di ritrovamento), era umano. Anzi, umana. Si tratta infatti dello scheletro minuscolo di una bambina. Di una apparente età tra i sei e gli otto anni, desumibili dalle caratteristiche ossee. Deceduta, si presume, quaranta anni prima del ritrovamento. Con altre anomalie, oltre alle dimensioni. Ad esempio dieci paia di costole invece delle normali dodici. Trovata a La Noria, una vecchia città mineraria di nitrati, avvolta, si narra, in un panno bianco legato con un nastro viola. Tra le tante fantasiose definizioni divenne nota anche come lo “strano essere di La Noira”. E di fantasia in fantasia, di illazione in illazione, la storia del misterioso essere “umanoide” (per molti sinonimo di “alieno”) si è diffusa in modo planetario, nell’era delle notizie e delle condivisioni in rete.

Fino al giorno in cui Garry Nolan, professore di microbiologia e immunologia alla Stanford University in California, si offrì di studiare gli strani resti. Cinque anni fa la sentenza: lo scheletrino era umano, seppure rimanevano ignote le ragioni delle anomalie strutturali e delle ridotte dimensioni.  Per progredire nella comprensione dell’apparente mistero alieno, si è quindi proceduto al sequenziamento dell’intero patrimonio genetico, il genoma, dello scheletrino. Giungendo alla conclusione che la displasia, l’alterazione complessiva dello scheletrino, era stata causata da una alterazione genetica multipla.

I risultati, pubblicati ora su Genome Research portano gli autori della ricerca a dire: «Presentiamo qui l’analisi dettagliata del genoma completo che mostra che Ata è una femmina di origine umana, probabilmente di origine cilena, e il suo genoma ospita mutazioni nei geni (COL1A1, COL2A1, KMT2D, FLNB, ATR, TRIP11, PCNT) precedentemente collegati a malattie di bassa statura, anomalie delle costole, malformazioni craniche, fusione prematura delle articolazioni e osteocondrodisplasia (nota anche come displasia scheletrica). Insieme, questi risultati forniscono una caratterizzazione molecolare del fenotipo peculiare di Ata, che probabilmente deriva da più mutazioni genetiche putative note e nuove che influenzano lo sviluppo osseo e l’ossificazione». Probabilmente Ata è morta prima di nascere o subito dopo la nascita. Impossibilitata a nutrirsi, oggi Ata sarebbe finita subito in una unità di terapia intensiva neonatale, cosa non possibile nel luogo e negli anni in cui avvenne la sua tragica nascita. Mummia_02_0KNon è arrivata a bordo di un Ufo Ata, e neppure è stata generata incrociando il Dna alieno con quello terrestre, ma ora ha una sorta di identità e, secondo i ricercatori, rappresenta una straordinaria storia genetica. Che magari sarà pure utile alla medicina, per studiare le malformazioni ossee di origine genetica. Ma se pensate che la storia si chiuda con questo meritevole lavoro scientifico, vi sbagliate di grosso: salteranno fuori complottisti a dire che i dati sono stati alterati, falsati, proprio per non dirci la verità della presenza aliena sulla Terra. Anche perché se uno come Steven Greer ammettesse una cosa simile, sarebbe sputtanato a vita come ufologo e come documentarista.

Bhattacharya S, Li J, Sockell A, Kan M, Bava F, Chen, S, Ávila-Arcos M, Ji X, Smith E, Asadi N, Lachman R, Lam H, Bustamante C, Butte A, Nolan G. 2018. Whole genome sequencing of Atacama skeleton shows novel mutations linked with dysplasia. Genome Researchdx.doi.org/10.1101/gr.223693.117

The Atacama Humanoid (Steven Greer) 

Enzo Soresi: longevità e coccole


ColloleQualche giorno fa, su questo stesso blog, avevo riassunto i tre marker di buona qualità di vita e longevità emersi da un convegno scientifico , di grande risonanza , tenutosi a Padova il 21 febbraio scorso nell’aula magna dell’Università. Dieta mediterranea a basso  indice glicemico , restrizione calorica moderata , fitness adeguato non stressogeno!

Domenica 18 marzo , sul Corriere della Sera , a firma di Giuseppe Remuzzi , medico illuminato , troviamo un articolo dal titolo “Perché l’amore conta più del colesterolo”. In questo articolo Remuzzi riassume uno studio iniziato nel  lontano 1938 presso l’Università di Harward in cui  è stata monitorata  la salute di 268 studenti al secondo anno di Università , per valutare cosa aiuti a condurre una vita sana e felice . In 80 anni è stata raccolta una moltitudine di dati sulla salute fisica e mentale dei partecipanti allo studio. Le conclusioni dello studio  “GRANT”,  tutt’ora in corso sono che il segreto per vivere e invecchiare  bene ,  risiede nei forti legami affettivi , in famiglia e fuori. Insomma è l’amore a farti vivere bene inoltre è emerso che l’educazione è piu’ importante dei soldi e dello stato sociale. La solitudine uccide , scrive Remuzzi  e uno dei ricercatori , George Vaillant , sottolinea che non basta essere brillanti ma è meglio essere innamorati  o comunque avere relazioni affettive forti in famiglia e fuori con padre , madre , fratelli , sorelle , cugini ,  amici ed animali di compagnia  aggiungo io. Questi  legami sono più importanti dei livelli di colesterolo e dei valori della pressione.

Ricordo a questo proposito un aneddoto letto molti anni fa,  in cui si citava uno studio effettuato  sui conigli per valutare il livello di colesterolo dopo una alimentazione carica di grassi saturi. Un gruppo di questi conigli , nonostante il carico alimentare ,  manteneva sempre livelli di colesterolo normali. Il motivo fu scoperto da un ricercatore il quale  si accorse che i conigli con normali valori di colesterolo  si trovavano all’ingresso dello stabulario e venivano costantemente accarezzati da coloro che  entravano.  Come scrissi quindi io anni , fa durante una intervista di una giornalista sul mio libro “Il cervello anarchico”,  l’importanza della nostra salute sta nelle coccole !

Enzo Soresi: io e il metodo Simonton


Simonton_8184993_3041369Qualche giorno fa, con una presentazione molto ristretta , presso un bistrot milanese , Cornelia Kaspar, allieva del dr. Simonton e sua collaboratrice , ha presentato la  sua traduzione italiana del libro dei coniugi  Simonton, edita da Feltrinelli. Personalmente ho avuto l’onore ed il piacere di scrivere l’introduzione a questo libro raccontando come negli anni ’80  venni a conoscenza di questa originale tecnica di supporto al malato neoplastico,  in maniera molto singolare.

“Anni ’80 , ospedale Ca’Granda di Niguarda , Milano. Ero montato di guardia pomeridiana presso il reparto di pneumologia e mi trovavo impegnato nella valutazione dei protocolli terapeutici di oncologia polmonare , quando sentii bussare con energia alla porta dello studio. Aperta la porta mi trovai di fronte un uomo alto , sulla quarantina , avvolto  in uno scuro tabarro ,  che si qualifico come un sociologo cileno di nome Simon Glodstein. Dopo avermi chiesto la disponibilità di almeno un’ora del mio tempo , mi disse che lui , da anni , si era impegnato nel sostegno dei malati neoplastici , lavorando sul loro supporto psicologico , analogamente alle esperienze dei coniugi Simonton. Il motivo della richiesta di consulenza era legato alla mia esperienza sulle neoplasie polmonari ed al fatto che lui , da circa due anni , stava tenendo in vita , a suo dire , con questo tipo di supporto terapeutico , il suocero , portatore di un cancro del polmone inoperabile.  Con estrema accuratezza ricostruii il caso clinico , con tutte le radiografie che Goldstein mi aveva portato. In quegli anni non esistevaancora kla TAC polmonare  e quindi la valutazione radiologica della rispostaai trattamenti terapeutici era più complessa . Effettivamente il paziente in oggetto aveva un tempo di sopravvivenza , riferito ai pazienti affetti da tumore polmonare inoperabile  ed  in trattamento chemioterapico , superiore alla media di almeno tre volte. Le “ cas de cases “  dicono i francesi , nel senso che un caso clinico da solo , non può essere preso in considerazione quando si affronta una verità scientifica.”

Fu in questo modo che venni a conoscenza del metodo elaborato da Carl Simonton e sua moglie per potenziare gli effetti della radio e chemioterapia nei malati neoplastici educandoli in fondo al potenziamento dell’effetto placebo ed a  motivarsi ad una migliore e maggiore sopravvivenza , anche di fronte ad una difficile o impossibile guarigione. Dagli anni ’80 grazie a Simon Goldstein, ho potuto ottenere con alcuni pazienti a lui affidati,  risultati insperati e comunque sempre un aiuto concreto a fare  convivere  meglio i pazienti a lui affidati  con la propria malattia,  indipendentemente dalla sua evoluzione. In anni recenti poi ho conosciuto una persona altrettanto valida , Elena Canavese ,  formatasi alla scuola di Cornelia Kaspar , allieva e collaboratrice dei Simonton . In fondo per un medico oncologo avere la possibilità di aiutare pazienti  critici in senso psicologico o semplicemente più fragili nell’affrontare le terapie ,  rappresenta un notevole aiuto a livello professionale che purtroppo a tutt’oggi non è possibile fornire a livello istituzionale se non in alcune strutture. Il libro , come scrive il dr. Laffranchi nellasua introduzione “offre utili spunti per affrontare il rapporto con altre persone e con le difficoltà della vita , indipendentemente dalle malattie “.

Marziani! Da una fake news all’invasione (della mente)


MARZIANI_2016-06-05-08-43-41.pngOggi si parla di fake news. Ma non è certo roba di oggi. Miti, leggende, sette, persino religioni, per non dire movimenti politici, vivono e proliferano grazie alle fake news. Ma com’è nata la storia dei marziani? Del fatto che per molto tempo si è pensato a Marte come pianeta abitato da “omini verdi” (magari con le antennine)? Tutto nasce dall’errore del nostro astronomo Giovanni Schiaparelli che, osservando Marte con uno dei più potenti telescopi dell’epoca (in realtà modesto) dall’Osservatorio Astronomico di Brera di Milano, disegnò le famose mappe marziane con quelli che vennero scambiati per “canali” (1878 e 1888).

E qui entra in scena Percival Lowell, ricco uomo d’affari americano e astronomo dilettante, che si costruisce un osservatorio privato. Lowell a quel punto dichiara che i martianch.jpg“canali marziani” di Schiaparelli sono stati costruti da esseri intelligenti. Talmente intelligenti da riuscire a “costruire immensi canali in due anni”. Persino il New York Times prese per buona la mega fake news e la notizia dei marziani stimolò talmente la fantasia che Herbert G. Wells ci scrisse sopra “La guerra dei mondi” (da cui la storica trasmissione radiofonica da panico di Orson Welles e i vari film) e Ray Bradbury la raccolta di eccezionali racconti “Cronache marziane” (da cui gli episodi del serial tv di culto “Ai confini della realtà”). Morale: quando una fake news è ben congegnata, dura più a lungo delle notizie (vere).

Le fake news durano a lungo (come le storie sui complotti) perché, a differenza delle appunto “fredde” notizie, coinvolgono la fantasia e soprattutto le emozioni. Si possono fare tutte le campagne, siti e movimenti “anti bufale” e “anti fake news” che si vogliono, ma è praticamente impossibile competere con questi aspetti arcaici, sempiterni, che toccano il profondo. Le fake news colpiscono e coinvolgono il profondo, le notizie solo la superficie. Infatti, passano in fretta.

Fotografie delle cupole dell’Osservatorio Astronomico di Brera (dove Schiaparelli pensò di avere individuato dei “canali” su Marte. Trattandosi di Milano, forse complice la nebbia).