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Microbiota: sempre più evidenze sull’asse intestino-cervello


gut-brain-axisSembra ormai la parola magica della salute e del benessere. Microbiota. Magari potrà sembrare che l’argomento sia diventato di moda. Che sia esploso come tante altre cose che nel tempo riguardano la nostra salute. Il fatto è, invece, che mai come prima d’ora, a livello mondiale, si stanno facendo ricerche su quegli esserini microscopici che sguazzano liberi e, si spera, buoni, all’interno del nostro intestino. Popolazione di microrganismi complessivamente chiamati “microbiota” (nella vecchia sviante dizione “flora intestinale” o “flora batterica intestinale”). Nell’evoluzione della specie umana, nella composizione del nostro organismo, delle nostre cellule, il “fuori” è diventato pure “dentro”. Vedi ad esempio il microbiota. Vedi ad esempio i mitocondri. Noi siamo contemporaneamente “dentro” e “fuori”, fuori e dentro, mondo esterno e mondo interno. In continua simbiosi. E lo dimostra pure l’epigenetica.

Quanto batteri ci sono nel microbiota

Su questa storia del microbiota è sempre più certo, dimostrato, un collegamento diretto, continuo, costante, tra cervello e intestino. Ciò che ormai viene definito “asse intestino-cervello”. Gli esserini (1.000 diverse specie batteriche che comprendono più di 3 milioni di geni, 150 volte di più di quelli del genoma umano, un chilo e mezzo in tutto) che sguazzano tra le nostre pareti intestinali ci influenzano in molti modi. Sull’umore. Forse addirittura nella depressione. Nell’infiammazione. Nell’obesità. E sempre maggiori evidenze ci dicono che possano avere un ruolo, quando il microbiota è alterato, non è sano, in malattie neurodegenerative come il Parkinson.  

Le scoperte recenti su microbiota e Parkinson: le ricerche pubblicate su “Gut” e su “Movement Disorders”

Uno studio di coorte, pubblicato di recente dalla rivista “Gut” (organo ufficiale della  British Society of Gastroenterology), condotto in Danimarca su miglaia di persone nel periodo 1977-2014 ci dice ad esempio che pazienti con morbo di Crohn e colite ulcerosa, indipendentemente dall’età della diagnosi, dal genere o dalla durata dei controlli successivi, hanno un rischio di malattia di Parkinson maggiore del 20% rispetto agli individui senza malattie infiammatorie intestinali.  Dicono gli autori di questo studio: «C’è una crescente consapevolezza all’interno delle comunità scientifiche della connessione tra l’ambiente intestinale e il sistema nervoso centrale. Si ritiene che questo cosiddetto “asse cervello-intestino” colleghi le funzioni del cervello con le funzioni intestinali periferiche. In particolare, gli squilibri nel microbioma intestinale in relazione alle malattie neurologiche hanno recentemente ottenuto il centro dell’attenzione, con studi relativi alla malattia di Parkinson con un ambiente intestinale più proinfiammatorio. Recenti evidenze per l’intestino come sito iniziale di patologia Parkinson provengono da uno studio di Sampson et al. che dimostra l’importanza del microbiota intestinale nella fisiopatologia della neuroinfiammazione nello sviluppo di deficit motori in studi di laboratorio». 

Un altro studio recente pubblicato da “Movement Disorders” (organo ufficiale della International Parkinson and Movement Disorder Society) a cui ha collaborato anche  Raffaella Cancello nutrizionista e ricercatrice del Laboratorio di ricerche sull’obesità dell’Istituto Auxologico Italiano, mirato a valutare le differenze del profilo del microbiota intestinale di una popolazione di pazienti affetti da malattia di Parkinson rispetto ad una coorte di soggetti non affetti, ha messo in evidenza l’associazione tra un pattern specifico del microbiota intestinale e la gravità dei sintomi (motori e non) tipici di questa malattia neurologica. Per indagare il ruolo del microbiota intestinale nella patogenesi della malattia di Parkinson è stata condotta inoltre una analisi funzionale predittiva che ha messo in evidenza l’attivazione preferenziale di due vie: 1/la via del sistema ubiquitina-proteasoma (via che influenza la formazione e aggregazione di α-sinucleina anche all’interno della parete dell’intestino) e 2/la via di degradazione di xenobiotici (o tossine esogene come i pesticidi, i metalli, i prodotti chimici industriali).

Cosa dice sul microbiota la nutrizionista Raffaella Cancello

Dice Raffaella Cancello: «È noto da tempo che l’esposizione a pesticidi, erbicidi, insetticidi e fungicidi cosi come l’esposizione cronica a metalli pesanti come manganese, rame, ferro, alluminio e piombo aumenta il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson, in particolare nei soggetti con storia familiare positiva. Anche le abitudini alimentari possono influire sulla variabilità della malattia di Parkinson. Cibi ricchi di grassi animali, saturi o insaturi, e di vitamina D aumentano il rischio di sviluppare la malattia, mentre cibi come noci, legumi, patate e caffè sembrerebbero svolgere un ruolo protettivo. Si osserva inoltre un’associazione inversa tra il fumo di sigaretta e l’insorgenza della malattia. Nel prossimo decennio, il profilo del microbiota intestinale potrebbe essere utilizzato nella prevenzione nella diagnosi e nel trattamento di molte malattie neurologiche. Tuttavia, molti aspetti restano ancora da chiarire prima che il potenziale terapeutico di questa nuova conoscenza possa essere implementato e utilizzato a livello clinico».

Si è praticamente aperto un universo sulla genesi, o quantomeno sulla correlazione con lo stato di salute dell’intestino, di molte malattie umane, anche le più gravi. E non è dunque un caso che medicine tradizionali, specie orientali, hanno sempre attribuito grande importanza alla salute dell’intestino. E di riflesso pure all’alimentazione. Anche se, come dice Raffaella Cancello, siamo agli inizi di una scoperta epocale che deve ancora tradursi in un potenziale terapeutico. Tuttavia, aggiungiamo, in base a quanto già sappiamo del microbiota e dell’asse intestino-cervello, possiamo però agire sulla prevenzione. Che non è comunque poco. 

Inflammatory bowel disease increases the risk of Parkinson’s disease: a Danish nationwide cohort study 1977-2014.
Villumsen M, Aznar S, Pakkenberg B, Jess T, Brudek T.
Gut. 2019 Jan;68(1):18-24. doi: 10.1136/gutjnl-2017-315666.

Unraveling gut microbiota in Parkinson’s disease and atypical parkinsonism.
Barichella M, Severgnini M, Cilia R, Cassani E, Bolliri C, Caronni S, Ferri V, Cancello R, Ceccarani, Faierman S, Pinelli G, De Bellis G, Zecca L, Cereda E, Consolandi C, Pezzoli G.
Mov Disord. 2018 Dec 21. doi: 10.1002/mds.27581.

 

Palle di Natale: come nasce la fake news dello spirito natalizio nel cervello e altre storie interessanti sul perché ci piace oppure detestiamo il Natale


CervelloNatalizio_ImmagineNon c’è verso di fermarla. È una palla o, se preferite, una  fake news dichiarata dagli stessi autori. E pure dalla rivista scientifica che tre anni fa l’ha pubblicata. Eppure anche quest’anno non sono mancati articoli sul “Natale cerebrale” con titoloni tipo il seguente:  “Perché ami il Natale? Nel tuo cervello esiste il “cassetto del Natale” che te lo fa amare, lo dice la scienza. Lo spirito del Natale non è solo una sensazione: secondo uno studio è proprio dentro la tua testa e si attiva nel periodo natalizio”.

Notare: lo dice la scienza. Peccato, anzi per fortuna, che pure la scienza, anzi gli scienziati, ogni tanto hanno voglia di scherzare. Hanno voglia di fare qualche scherzo per vedere l’effetto che fa. Specie durante il periodo natalizio. Se dovessi tenere una conferenza o una lezione sulle fake news, ebbene questa del “cervello natalizio” avrebbe un posto d’onore. Cerchiamo di capire assieme perché. Parte da una ricerca formalmente corretta sotto il profilo scientifico: un campione di persone viene sottoposto a neuroimaging, cioè la visualizzazione radiologica del cervello in attività, mentre vengono loro mostrate delle immagine riferite al Natale. Cosa accade? Che in una parte di queste persone si attivano delle aree cerebrali, che burlescamente vengono associate allo “spirito natalizio”.

Com’è nata la fake news “scientifica” dei “neuroni del Natale”?

Burlescamente perché la rivista medica internazionale di alto livello che ha pubblicato la ricerca, il British Medical Journal (BMJ), nel numero che precede le festività natalizie è solita pubblicare articoli scritti da ricercatori realmente esistenti, attraverso procedure sperimentali validate, ma dal contenuto e soprattutto dalle conclusioni farsesche. Ne risultano comunque comunicati stampa che alcuni giornalisti, e non pochi in questo caso, anche a distanza di tre anni, prendono per buona la notizia parascientifica. Come mai?

Ci sono almeno tre elementi in questo caso che hanno fatto funzionare la trappola (nonostante la dichiarata ed evidente burla): l’autorevolezza di base della rivista medica, il fatto che i firmatari dell’articolo siano in effetti neuroradiologi e neuroscienziati titolati dell’Università di Copenhagen, le immagini di attivazione delle aree cerebrali. Queste ultime, in particolare, esercitano sempre un grande fascino a livello mediatico. Tanto da fare prendere per buone molte asserzioni francamente campate per aria. Ma l’aspetto preoccupante è che fino ad oggi, almeno nel nostro paese, nessuno si sia mai preoccupato prima di scrivere dello “spirito natalizio nel cervello” di assolvere alla prima, suprema regola della scuola di giornalismo: verificare la fonte.

Nessuno né che si sia letto il lavoro originale, accontentandosi invece della “notizia” riciclata da più parti ogni anno sotto Natale e costantemente presente in rete, né tantomeno che abbia fatto lo sforzo di sentire il primo autore del lavoro-burla sullo “spirito del Natale nel cervello”: quel tal  Anders Hougaard che ogni anno sotto Natale seguita a farsi sane sghignazzate per una burla non solo andata a buon segno, ma addirittura protrattasi dal 2015 ad oggi. Sul numero della rivista Mind. Mente & Cervello di questo mese abbiamo pensato bene di andare alla fonte della burla natalizia intervistando il neuroscienziato danese Anders Hougaard e, già che c’eravamo, pure due antropologi e uno psicologo esperto di neuromarketing per capire un po’ come mai il Natale susciti sempre tante attese, metta in moto tante emozioni sia positive che negative e, alla fin fine, si sia finto col diventare la più grande kermesse commerciale dell’anno. Qui vi proponiamo parti delle interviste che non compaiono sul numero di Mind di dicembre 2018.

Intervista a Anders Hougaard lo “scopritore” dello “spirito natalizio nel cervello”

Anders Hougaard, medico, ricercatore in neuroscienze, University of Copenhagen, Danish Headache Center, Glostrup Hospital, Faculty of Health and Medical Sciences

 Il suo lavoro sullo “spirito natalizio” nel cervello è spesso citato come “formalmente corretto” ma in linea con lo “spirito ironico” del numero di dicembre del BMJ: è così? È solo uno “scherzo scientifico”? Come si spiega che venga continuamente citato come “veritiero”?

Anche se questo studio natalizio è inteso come uno scherzo, la sua metodologia è molto simile alla maggior parte degli studi di neuroimaging funzionale e altrettanto solida. Perché le persone, sia i neuroscienziati che i profani, non sono più critici nei confronti di studi come questo? È importante capire che le persone hanno interesse, consapevolmente o inconsciamente, a sovrainterpretare tali studi. Gli scienziati vogliono che i loro lavori vengano pubblicati. Gli editori vogliono che le loro pubblicazioni siano lette e citate dagli scienziati. I media vogliono trovare storie interessanti che vengono lette e condivise dal pubblico. Le immagini piacevoli e l’idea irresistibile che queste rappresentino la funzione vera e specifica del cervello rendono tutto più facile. Il neuroimaging funzionale è una tecnologia molto utile per lo studio del cervello umano vivente. Sfortunatamente gli studi a volte non sono fatti con sufficiente rigore e sono inclini a interpretazioni errate. Questo è il punto che stavamo cercando di fare comprende in questo lavoro, in modo umoristico.

Lo studio utilizzava una tecnologia comune chiamata BOLD-fMRI. Questa non è una misura diretta dell’attività delle cellule nervose, ma piuttosto una misura del livello di ossigeno nel sangue all’interno del cervello. Ciò è influenzato da molte cose, non solo dalla risposta del cervello allo stimolo che viene studiato, ma comprende anche la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la pressione sanguigna dei soggetti e tutto ciò che potrebbe influenzare tali fattori, ad esempio l’ansia durante la procedura di scansione.  Come si può intuire, c’è già molta incertezza a questo punto. Non sappiamo esattamente cosa stiamo registrando. Riduciamo parti relativamente grandi del cervello in piccoli pezzi e ricaviamo la media delle registrazioni su un lungo periodo (le immagini alla fine mostrano una media su molti minuti). Ricaviamo solo uno sguardo molto approssimativo su cosa stia succedendo. Le immagini rappresentano spesso l’ “attività” media in gruppi di persone, non in individui. C’è anche il rischio che ciò che vediamo alla fine non sia reale, ma semplicemente errori di calcolo.

Intervista a Franco La Cecla, antropologo: il significato del Natale 

Sappiamo che, come lei lo definisce, il “nostro natale”, è la sintesi, il sincretismo di riti, simboli, miti ancestrali, associati a quelli della “nascita di Gesù Bambino”. Ma a quali esigenze profonde risponde la lunga celebrazione, nella varie modalità, del Natale?

Il nostro Natale si allaccia ad una ritualità che è molto più antica del cristianesimo. Un antropologo italiano, Augusto Cacopardo, è stato per parecchio tempo tra una popolazione nelle montagne del Pakistan, i Kalash che hanno un rito per l’anno nuovo dove si usa il pungitopo, il vischio e dove si celebra la nascita del nuovo anno con modalità che somigliano molto al nostro Natale. È una popolazione indoeuropea che probabilmente è arrivata qui con Alessandro Magno e ha mantenuto, in una zona tutta islamica, una religione animista legata molto al rinnovarsi delle stagioni. Coltiva le viti, unica popolazione del Pakistan a fare questo e ha dei canti collettivi per celebrare la nascita dell’anno. Il Natale è proprio questo, lo stupirsi del rinnovamento della natura, del ritorno delle stagioni, l’accorgersi che c’è una rinascita presente nella natura stessa. Il Bambin Gesù è il simbolo della possibilità ciclica di ricominciare, il ritorno all’infanzia del mondo.

In un suo scritto cita anche, ironicamente, l’assassinio di Babbo Natale, facendo in seguito intendere che rappresenti una sorta di “divinità moderna”: possiamo davvero farne a meno?

Claude Lévi-Strauss parla dell’uccisione di Babbo Natale perché effettivamente quando la figura di Pere Noel appare nella Francia Cattolica del diciannovesimo secolo c’è una reazione di scandalo, di chi pensa che sua una figura pagana e quindi una forma di anti-cristo da eliminare. Babbo Natale è in qualche modo, nel suo provenire dal Nord Europa, il contrappunto all’infanzia del mondo, è il grande vecchio che è preposto a una funzione fondamentale, quella del “dono”. Il dono è una categoria fondamentale nell’antropologia. Perché esso ricorda che c’è una reciprocità che tiene legate le persone e perché presuppone da una parte l’idea della gratuità dei doni della natura e dall’altra il fatto che ci sono cose che non è possibile né bene restituire. La gratuità ricorda un “eccesso” verso di noi a cui non è possibile rispondere fino in fondo.

Intervista a Pietro Meloni, antropologo del consumo, Università di Siena: il consumismo del Natale

Perché il Natale è tanto centrato sul regalo, sul dono? Da cosa nasce questo comportamento collettivo?

Il dono è una categoria che ha avuto particolare fortuna in antropologia e nelle scienze sociali. Non mi è possibile qui richiamarla se non a grandi linee, dicendo che il fondamento del dono è quello di costruire relazioni sociali attraverso tre principi di obbligatorietà: dare, ricevere, ricambiare. Il Natale odierno rappresenta un evento in cui il dono, quindi la volontà di costruire legami sociali duraturi tra persone, ritorna in primo piano. I genitori sento l’obbligo di donare ai propri figli ma, sapendo che il dono si fonda sull’obbligo del ricambiare, utilizzano Babbo Natale come intermediario, uno sconosciuto che libera i bambini dall’obbligo di sentirsi in debito con i propri genitori. Babbo Natale ha anche un’altra funzione, se libera i bimbi dall’obbligo della reciprocità al tempo stesso insegna qualcosa sulla gratuità del dare, educandoli all’importanza della trasmissione dei beni.

Dal punto di vista dell’antropologo dei consumi, l’ansia e la smania degli acquisti sotto Natale è unicamente una risposta al marketing? Ad esempio: gli ipermercati e i negozi iniziano sempre più in anticipo a “evocare il Natale”, a volte già dai primi di novembre. 

Se rispondessi che l’ansia degli acquisti di Natale è una risposta al marketing, direi qualcosa di ovvio ma anche fortemente impreciso. L’antropologo Arjun Appadurai ha brillantemente ribaltato l’idea che, nei riti, il consumo sia la riflessione del tempo che marca la ritualità.  A suo avviso, invece, è il consumo che regola la periodicità, creando il tempo del rito. Cosa significa? In una società sempre più individualista il Natale rappresenta un momento in cui le relazioni sociali all’interno della famiglia possono essere ricostruite e rinnovate, principalmente attraverso lo scambio dei doni. La scelta dei doni rivela l’attenzione che abbiamo verso le persone amate (genitori, partner, figli, amici) e per questo motivo la pianificazione allunga i tempi del consumo. Cosa dobbiamo regalare a chi amiamo? Cosa desidera? Chiaramente pochi prenotano un regalo di Natale con un anno di anticipo perché pochi hanno idea di cosa vorrebbero. Il motivo è che i nostri desideri sono dettati dalla moda (pensiamo agli oggetti tecnologici, o all’abbigliamento) e finché la moda non diviene chiara, la maggior parte delle persone non sa ancora cosa vuole regalare. In autunno la moda inizia a lanciare i primi segnali, così che vi sia tutto il tempo per decidere senza correre il rischio di rimanere senza l’oggetto desiderato, cosa che potrebbe facilmente accadere se aspettassimo gli ultimi giorni. I tempi dilatati della ritualità collettiva sono in questo caso strettamente collegati alla moda, al consumo e al mercato. Essi permettono la formazione del desiderio, influenzato da un immaginario consumistico. Il tempo si dilata anche perché il dono prevede una nostra partecipazione emotiva che deve essere ben visibile nel momento in cui doniamo qualcosa a qualcuno.

Lei vive e insegna in una città come Siena in cui le tradizioni hanno un loro peso: che differenze rileva tra il Natale delle grandi città e quello dei piccoli centri?

Siena è una piccola città, le cui tradizioni hanno un peso notevole, dove la sfera del religioso e quella del folklore si intrecciano spesso. Il 13 dicembre, quindi in pieno periodo natalizio, si festeggia Santa Lucia; i senesi vanno nella chiesa a lei dedicata e si fanno benedire gli occhi e poi comprano nelle bancarelle allestite nel rione, le campanine di Contrada, ossia delle piccole campane di ceramica, terracotta o altri materiali, che rappresentano l’animale totemico e portano i colori di una Contrada di Siena. Le si compra per i bambini, come dono e come modo per farli familiarizzare con i simboli delle Contrade e del Palio di Siena. Ma questo è solo un esempio. Per altri versi il Natale è una forza pervasiva che riproduce un immaginario altamente condiviso a livello nazionale, sia che si tratti di grandi città sia di piccoli centri. Il bisogno di ritrovare parenti e amici, ristabilendo relazioni sociali che spesso si allentano durante l’anno, è comune a chi vive in città come a chi vive in paese. La scelta del menu si riproduce in modo del tutto simile dalla metropoli al piccolo paese, secondo le regole tradizionali regionali.

Certo, la città offre un accesso al mondo delle merci – che sono poi il centro del Natale – solo immaginabile nei piccoli paesi. Vi è quindi una differenza di scala non di desideri.

Siena è poi una città ricca, o almeno lo è stata fino in tempi recenti, e questo si riflette sull’immagine pubblica che offre di sé. L’albero di Natale in piazza Salimbeni, dove ha sede il Monte dei Paschi, è sempre sfarzoso e ben curato – non come lo “spelacchio” di alcuni anni fa che ha fatto tanto arrabbiare i romani. Diciamo che il Natale è un momento in cui le amministrazioni comunali entrano in competizione tra di loro per mostrare maggior sfarzo e opulenza, che si traduce nella cura per il proprio cittadino. C’è comunque qualcosa che lega le grandi città a quelle piccole nel periodo natalizio, ed è la necessità di rallentare il tempo, di sospenderlo in qualcosa di indefinito, che sfugge alla regolarità dei ritmi quotidiani.

Una domanda provocatoria: “consumiamo il Natale” o siamo più “consumati dal Natale”? 

Daniel Miller, antropologo londinese, sostiene che le cose che non possediamo alla fine ci possiedono. Possiamo dire che il Natale porta con sé aspetti positivi e negativi, sapersi muovere tra questi ci permette di consumarlo senza esserne consumati.

La tradizione natalizia, come ogni tradizione, ha aspetti rigidi, che disciplinano i nostri comportamenti. Pensiamo al menu natalizio che raramente mette d’accordo tutti i commensali. Per alcune persone, specie nel centro-nord, il Natale è sinonimo di cappelletti in brodo e lesso. Nel centro-sud è il pesce a caratterizzare il menu della vigilia. Queste regole sono rigide, irriflessive, le persone non intendono trasgredirle al punto da discutere magari con il figlio o l’amico vegetariano che avrebbe desiderio di mangiare qualcosa di diverso.

Portiamo un esempio politico. Negli ultimi anni il Natale è diventato anche un modo per rivendicare, attraverso la cristianità, identità politiche che si nascondono dietro una tradizione religiosa. I dibattiti sul presepe, sull’obbligo di farlo e sui presunti divieti paventati da alcuni politici sono un esempio di come le tradizioni possano essere usate per assumere posizioni rigide, che ci consumano più che permetterci di consumare.

Prendiamo infine un ultimo esempio più consumistico, quello del desiderio del dono. Dicevo all’inizio che la teoria classica del dono prevede tre principi di obbligatorietà: dare, ricevere, ricambiare. Se ci pensiamo è così che funziona il Natale, nel momento in cui la famiglia si ritrova insieme per scambiarsi i doni. Ecco, l’obbligo del ricevere significa che non possiamo rifiutare il dono che ci viene offerto, perché sarebbe altamente offensivo, in quanto significherebbe rifiutare un rapporto di alleanza. Allora, quando riceviamo qualcosa che non corrisponde alle nostre aspettative dovremmo recuperare il significato più profondo del dono, che non riguarda l’oggetto che desideravamo ma il fatto che attraverso i doni le persone si scambiano promesse di amore, di amicizia, di fiducia – cose che, ad esempio, hanno molto più valore di qualsiasi smartphone.

Intervista a Vincenzo Russo, professore associato di Psicologia dei consumi e neuromarketing. Coordinatore del Centro di Ricerca di Neuromarketing “Behavior and Brain LabIULM”: il neuromarketing del Natale 

In ambito psico-antropologico si è soliti dire che il Natale come lo conosciamo oggi è una tradizione “totalmente inventata” nel dopoguerra, una “festa sincretica” frutto di una abile operazione di marketing, soprattutto di matrice statunitense: è così dal pdv dello psicologo dei consumi? Se sì, ce ne rendiamo conto, oppure tutto ciò opera ormai su di noi in modo inconsapevole e “automatico”? 

Dire che il Natale sia una tradizione totalmente inventata, seppur con le modifiche apportate dalla società dei consumi, mi sembra un po’ eccessivo. Il Natale è sempre stata una importante ricorrenza religiosa con forti connotati simbolici, affettivi e comunitari. Sono proprio questi aspetti che hanno permesso al mondo del marketing di agire efficaci strategie per rinforzare certi comportamenti di consumo e di promuoverne di nuovi. Valorizzando la dimensione emozionale che caratterizza il Natale in cui si è più propensi alla positività, più inclini verso gli altri e più predisposti alla convivialità, le strategie di marketing hanno avuto una maggiore facilità di azione. Si tratta di un’occasione per sfruttare al meglio uno dei tanti momenti che scandiscono l’agenda annuale in cui è possibile “influenzare” i comportamenti dei consumatori. Basti pensare ad altre importanti ricorrenze con forti connotati emozionali come San Valentino, la Pasqua, l’ormai consolidata festa di Halloween (culturalmente e storicamente lontana dalla tradizione italiana), per rendersi conto di quanto numerosi siano i momenti dell’anno in cui la dimensione emozionale, legata alla tradizione, orienta profondamente i comportamenti di consumo. Non mi stupisce se il marketing colga queste occasioni per rendere usuali azioni e comportamenti di consumo.

Il Natale è anche definito come “rito universale”: utilizzando gli strumenti del neuromarketing quali sono gli stimoli, le suggestioni, le emozioni che colpiscono i nostri sensi e il nostro cervello durante il periodo natalizio?

Le strategie di fondo sono sempre le stesse, ma, in questo specifico periodo dell’anno, implementate sia in termini quantitativi che qualitativi. Il numero e la qualità degli stimoli sonori, visivi e olfattivi si potenziano in maniera vertiginosa. Siamo circondati da luci sfavillanti che rendono “gradevoli” ambienti e spazi urbani. Si tratta di stimoli con una fortissima connotazione spazio-temporale in grado di essere identificabili con i valori del Natale, o almeno così ci sembra grazie alle persistenti azioni di marketing. Si pensi per esempio alla prevalenza del rosso tipico di Babbo Natale (immagine realmente costruita dal marketing) o del bianco. Sono strategie in cui la dimensione emozionale gioca un ruolo determinante. D’altra parte dagli anni Settanta in poi gli studi offerti dall’economia comportale e dalle neuroscienze hanno dimostrato che gli esseri umani, lungi dall’essere esclusivamente razionali, si lasciano guidare dalle dinamiche affettive nei processi decisionali, razionalizzando e giustificando con la ragione ciò che è stato in realtà scelto e preferito con l’emozione. Insomma “non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano”. In questo contesto l’uso di stimoli che in maniera inconsapevole riescano ad attivare emotivamente è alla base delle principali strategie. Basti pensare alla forza emozionale della musica natalizia. Diversi studi sia classici che neuroscientifici hanno dimostrato come il ritmo, il timbro o il volume della musica di sottofondo siano in grado, non solo di emozionare e quindi attivare comportamenti conseguenti inconsapevoli, ma anche di fare percepire l’ambiente circostante e gli stimoli in maniera del tutto diversa. In un recente studio, si è dimostrato come la percezione della dolcezza di un prodotto potesse essere fortemente influenzata dalla tipologia di musica di sottofondo durante l’assaggio.  La musica ad alta frequenza fa percepire una mousse al cioccolato o un vino più dolce. In genere questo tipo di musica è un po’ più “dolce” rispetto quella a bassa frequenza. Questa “dolcezza sonora” contribuisce prepara il nostro cervello a percepire diversamente gli stimoli per un meccanismo di coerenza, senza che i consumatori ne siano consapevoli

Durante il Natale sembrano potentemente all’opera fenomeni ampiamente studiati dal neuromarketing come il “priming” e il “framing”: è così? Ce ne vuole spiegare le modalità? 

In un momento caratterizzato da valenze simboliche, sociali, affettive e di comunità, è più facile usare le soluzioni offerte dalle ricerche neuroscientifiche o dall’economia comportamentale. Il priming, ovvero quel processo di processo di associazione in grado di rendere più immediate e facili certe associazioni di idee o schemi comportamentali, è molto usato durante il Natale. La presenza di luci, colori e musiche capaci di promuovere una visione positiva della vita e di migliorare l’umore dei consumatori ha certamente un effetto sui comportamenti di consumo. Persone felici tendono ad essere più predisposte all’acquisto natalizio. L’ottimismo smuove i mercati, si dice… A volte l’acquisto stesso viene percepito come un perfetto palliativo per la tristezza o per un momento di sconforto. Sappiamo che il consumo di cibo o la giustificazione (natalizia) per l’acquisto di un regalo hanno la capacità di attivare il nostro sistema dopaminergico (ovvero quello che determina lo stato di benessere) rendendo più felice la persona. Da qui i meccanismi che possono sfocare nel consumo compulsivo. Durante il Natale, l’attivazione di emozioni positive per associazione dipende dalla propensione della mente a immaginare gli eventi correlati tra di loro in maniera sequenziale. Questo processo di associazione non è l’esito di valutazione cosciente, ma una sorta di preparazione all’azione coerente con l’evento precedente. Si comprende bene come l’uso di stimoli di innesco (definito prime) come il colore rosso (che tra l’altro facilita anche l’attivazione fisiologica) possa attivare certe azioni o idee. Lo stesso vale per il framing ovvero l’efficacia della strategia del “modo di presentare” le offerte. Questo meccanismo condiziona la valutazione degli eventi secondo le informazioni con cui verrebbero presentati, che vi fanno appunto da “cornice”. Presi dal turbinio emozionale del Natale, la funzionalità del framing cresce significativamente. In questo caso non è difficile credere che, per la cena di Natale, sia meglio acquistare una carne magra al 75%, piuttosto che una carne grassa al 25%.

Evidence of a Christmas spirit network in the brain: functional MRI study.Hougaard A, Lindberg U, Arngrim N, Larsson HB, Olesen J, Amin FM, Ashina M, Haddock BT.BMJ. 2015 Dec 16;351:h6266. doi: 10.1136/bmj.h6266.

Pierangelo Garzia, Il cervello natalizio, MIND, dicembre 2018 

 

 

 

 

 

 

 

 

Enzo Soresi: a proposito di antibiotici chinolonici e danno mitocondriale


51iBaZdluXL._SX331_BO1,204,203,200_La paziente entrò  in studio trascinandosi una valigia,  come se fosse appena sbarcata da un aereo. Si trattava di una donna di media età, in leggero sovrappeso e con un cognome di origine tedesca. Immediatamente iniziò il suo racconto tutto incentrato su una terapia effettuata, circa 10 anni prima,  in occasione di una diagnosi clinica di polmonite. Si trattava di un  antibiotico, chinolonico, assunto alla dose di 500 mgr al giorno per 10 giorni. Dopo pochi giorni, a suo dire, iniziarono tutti i suoi guai fisici  caratterizzati da dolori muscolari diffusi, crampi agli arti inferiori, spasmi ai piedi, insufficienza muscolare, difficoltà respiratoria, senso di confusione mentale con perdita dell’equilibrio. Insomma una catastrofe a suo dire insorta dopo quei 10 giorni di terapia con il farmaco prescritto da suo medico curante. Da che nuotava tutti i giorni circa un’ora al giorno la paziente si ritrovò impossibilitata a qualsiasi attività fisica, praticamente una invalida in grado solo di lavorare come interprete  presso una società con sede a Milano. In tutta sincerità la mia sensazione, ad un primo impatto, fu quella di una paziente ossessiva che ascriveva a quella terapia una serie di sintomi a mio avviso non accettabili dal punto di vista clinico.

Gli antibiotici chinolonici possono dare danni?

Ciononostante , sapendo del noto danno che i chinolonici possono dare con rottura del tendine in pazienti anziani, con  estrema attenzione esaminai tutti gli esami di quel complesso dossier. Ma la paziente nella valigia non solo conservava i suoi esami ma anche una quantità di documenti scientifici da lei raccolti dalla letteratura e da internet a conferma del danno che i chinolonici  possono indurre a livello neuromuscolare. Fra i numerosi esami clinici e strumentali trovai  anche un elettroencefalogramma che presentava  alterazioni non del tutto chiare.

Anche se in parte ritenevo che nel racconto della signora vi fossero spunti ossessivi decisi di chiedere una consulenza ad un amico neurologo, in grado di approfondire il quesito diagnostico assai complesso. La paziente quindi nei prossimi giorni ripeterà esami neurologici al fine di valutare quali danni organici siano realmente rilevabili. L’articolo riportato ieri  dal coblogger Pierangelo Garzia sul danno mitocondriale indotto dai chinolonici chiarisce  perfettamente la sintomatologia della paziente. Come spieghiamo nel nostro libro “Mitocondrio mon amour” i mitocondri sono batteri presenti sulla terra da milioni di anni che ad un certo punto, con un meccanismo biologico di endosimbiosi, si sono legati ad una cellula animale ed hanno fornito l’energia per fare esplodere la vita . Nel caso di questa   signora le sofferenze da lei descritte vanno attribuite ad un danno mitocondriale indotto da questo tipo di antibiotici. I mitocondri infatti sono diffusi in tutti i tessuti compreso il cervello dove si trovano in abbondanza. Come aiutarla ora? Sicuramente fornendo coenzima Q10 di tipo liposomiale nel tentativo di fare ripartire l’attività mitocondriale, inoltre cercando di ridurre lo stress ossidativo indotto dalla perdita di efficienza mitocondriale. Comunque dopo gli approfondimenti neurologici vi terrò  informati su questo blog  sull’andamento di questo particolare caso clinico.

Aggiunta di Pierangelo Garzia

Tra medici, specie ospedalieri, si è soliti dire che se capita un caso clinico raro o strano, subito appresso ne arriva un altro. Stamattina ci siamo sentiti con Enzo Soresi e, con il suo consueto, contagioso, entusiasmo umano e professionale, mi ha accennato al caso di cui potete leggere qui sopra. Gli junghiani potrebbero parlare di “sincronicità”, i medici ospedalieri della suddetta stranezza dei casi clinici particolari di rincorrersi fra loro. Ci pareva in ogni caso interessante riportarlo rapidamente, cosa che Enzo Soresi ha fatto. E ci auguriamo che la signora possa trarre giovamento da tale intuizione clinica, al di là di altre problematiche a cui lo stesso Enzo Soresi accenna.

 

Mitocondri & antibiotici: una relazione pericolosa?


Antibiotics-Damage-Mitochondria

Gli antibiotici hanno salvato e salvano molte vite. Ma vanno usati con criterio e sotto rigoroso controllo medico. In caso di infezioni importanti da debellare nel rischio di più gravi conseguenze. Sono un’arma potente e come tale, come ormai tutti sanno, possono avere effetti collaterali. In questo blog, partendo dal nostro libro “Mitocondrio mon amour”, aggiorniamo anche sull’importanza dei mitocondri per la nostra salute e la nostra stessa vita.

Gli antibiotici chinolonici danneggiano i mitocondri?

Un nuovo studio mette in guardia sull’effetto potenzialmente dannoso che l’antibiotico ciprofloxacina (famiglia fluorochinoloni, antibiotico impiegato per un ampio spettro di infezioni batteriche che vanno dalle vie respitarorie, vie urinarie, orecchio, apparato gastrointestinale ecc.) può avere proprio sui mitocondri. “La ciprofloxacina – dice lo studio – ha interrotto la normale manutenzione e la trascrizione del DNA mitocondriale (mtDNA) modificando la topologia del mtDNA, causando una ridotta produzione di energia mitocondriale e bloccando la crescita e la differenziazione cellulare. Questo impatto drammatico sul DNA mitocondriale è la causa più probabile della maggior parte degli effetti collaterali negativi riscontrati dai pazienti, ed anche una ragione per usare antibiotici fluorochinolonici con molta cautela”.

Del resto, aggiungiamo, tale potenziale danno sui mitocondri di questi (o altri, da verificare) antibiotici, sarebbe anche semplice da intuire: gli antibiotici sono propriamente degli antibatterici e una diffusa teoria vedrebbe i mitocondri come “antichi batteri” dimoranti nelle nostre cellule con il compito di generare energia cellulare e, di conseguenza, mantenere il nostro stato di salute. Come Enzo Soresi e il sottoscritto abbiamo ampiamente spiegato, anche con esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, nel nostro libro “Mitocondrio mon amour”.

 

Scambio di informazioni cervello-cervello: da fantascienza a realtà


Mind-melds-e1509130881625(Post di Franco Zarattini, neurologo) Comunemente si ritiene che di solito venga impegnata una parte ridotta del nostro cervello, mentre il suo potere cognitivo potrebbe avere un ulteriore sviluppo utilizzando tutte le capacità disponibili per un balzo in avanti. Telepatia e potenzialità cerebrale recondita da far emergere hanno sempre appassionato l’umanità, perché la possibilità di inviare pensieri direttamente al cervello di un altro individuo è sempre stata ritenuta fantascienza almeno fino a pochi giorni or sono.

Il primo collegamento cervello-a-cervello

I ricercatori dell’Università di Washington e dell’Università di Carnegie sono riusciti a collegare i cervelli di due differenti individui per primi al mondo. Tra i ricercatori lavora anche Andrea Scotto (nato a Palmanova e laureato a Trieste in Scienze delle Comunicazioni completando gli studi con un dottorato in psicologia) che già nel 2015 con i suoi colleghi dell’Università di Washington aveva impiegato questo metodo per connettere due individui mediante un’interfaccia cervello-a-cervello.

La ricerca è stata spiegata in questo modo “vi illustriamo BrainNet che, per quanto ci è dato sapere, è la prima interfaccia non invasiva cervello-a-cervello per la risoluzione di problemi collaborativi” ricordando che è stata pubblicata nella Libreria dell’Università di Carnegie.

I ricercatori hanno collegato la mente di tre individui rivelatisi capaci di confrontarsi amichevolmente durante un gioco di società. Si è trattato della prima volta che un’interfaccia cervello-a-cervello è riuscita a mettere in contatto i cervelli di tre individui, collegandoli con degli elettrodi posizionati sul capo (cuoio capelluto) con modalità bipolari (ogni elettrodo è collegato con il successivo) di tre individui scoprendo cosa potevano fare. Questo è il vero punto di svolta dello studio: secondo i ricercatori in futuro la connessione potrà essere sviluppata ed ampliata fino a divenire il primo “social network” di cervelli abilitato a trasmettere il pensiero. Indubbiamente ci confronteremo nei prossimi anni con questa grande scoperta che ha evidenziato come tre individui possono scambiarsi informazioni senza ricorrere al linguaggio verbale o visivo, unicamente tramite schemi di attività neurale.

Credo che sia lecito chiedersi innanzitutto come sia stato possibile. Ecco la soluzione: i ricercatori hanno riunito più gruppi di tre individui, organizzandoli in modo che in ogni gruppo fossero inseriti due “mittenti “ ed un “ ricevitore “.

Come sono stati collegati i cervelli

Per farla breve i tre individui vengono collegati a degli elettroencefalografi, come sopra chiarito. I mittenti guardando lo schema di un gioco, decidono sul modo di spostarne un blocco o ruotarlo, come sarebbe possibile con un mattoncino di Lego. I segnali neurali vengono decodificati in tempo reale da un elettroencefalogramma (EEG). Proseguendo nella connessione le decisioni dei due mittenti vengono trasmesse al cervello del ricevitore, che non vede la schermata del gioco, in quanto riceve queste informazioni tramite il sistema ben diverso della stimolazione magnetica transcranica (TMS, vedi nota).

Il ricevitore prosegue unendo le informazioni ricevute dai mittenti e decide come agire. Elaborate le sue decisioni invia la sua risposta con l’EEG ai mittenti, che proseguendo possono inviare un feedback al ricevente. La buona notizia è supportata dalla constatazione che questa connessione non solo ha funzionato su un gruppo di tre individui, ma anche su più gruppi. I ricercatori hanno pure sottolineato che i destinatari erano in grado di capire quale mittente fosse più affidabile basandosi sulle informazioni inviate al loro cervello. Pertanto nella comunicazione si configura una forma più complessa ed appropriata di dialogo includendo una valutazione di attendibilità, che oltrepassa la mera comunicazione. Se nel piano di ricerca non ci fossero solide basi scientifiche, sarebbe quasi magia!

La stimolazione magnetica transcranica (TMS)
Si tratta di una stimolazione profonda indolore e non invasiva del cervello mirata ad ottenere risposte dall’area cerebrale interessata per modificarne l’eccitabilità e la plasticità. Questo dispositivo approvato dalla Food and Drug Administration ( FDA ) è largamente utilizzato nella ricerca e da qualche anno pure in ambito clinico per curare disturbi psichiatrici e neurologici come la depressione maggiore, le psicosi allucinatorie e la malattia di Parkinson.

Vedi anche: 

II ritorno della telepatia alla Duke University di Durham, tra topi

“È tutto nella tua testa”: intervista a Suzanne O’Sullivan


La mente fa stare male? Domanda retorica. Basta una brutta notizia giunta all’improvviso. Una discussione accesa. Una lite. Basta questo per sconvolgerci, magari per ore, giorni, settimane. Addirittura mesi e anni, se si tratta di una perdita, lavorativa o economica, oppure di un lutto. È esperienza comune, quotidiana, il fatto che quella e-tutto-nella-tua-testa-148819funzione di ordine superiore emergente, rispetto al cervello, che chiamiamo “mente”, in quanto tale, eserciti la propria funzione su attività neuronale, sinapsi, biochimica cerebrale. E, a cascata, anche nell’arco di pochi millesimi di secondo su nervi, muscoli, apparati. Funzioni.

Se vogliamo mantenerci cauti, non asserendo che la mente possa farci ammalare, sicuramente produce disturbi. Non meno invalidanti e dolorosi, a volte, di quelli che riconoscono una causa fisica. Ma del resto come possiamo tracciare un confine netto tra “organico” e “psicologico”?

Una semplice, e non è mai tale, forte emozione, produce modificazioni nel nostro corpo. Possiamo arrossire. Avere il battito cardiaco accelerato. Difficoltà respiratorie. Sudorazione. Voce tremante. Uno stato di stress può produrci tensione muscolare al collo, alle spalle. E pensiamo a tutti i sintomi invalidanti, gli sconvolgimenti fisici che può dare un attacco di panico. E, del resto, anche malattie di cui possiamo riconoscere una causa organica, alla fin fine, possono avere origine nei nostri scorretti stili di vita. Quindi, di conseguenza, nella nostra mente, nel nostro cervello. Nelle nostre scelte alimentari, ad esempio. Nei nostri comportamenti. Se facciamo  o non facciamo regolare, anche se moderata, attività fisica, ad esempio. Se facciamo uso di alcol. Se fumiamo. Se facciamo uso di altre sostanze tossiche.

Disturbi funzionali o di conversione: cosa sono?

Ma c’è un intero settore della medicina che è quello dei disturbi funzionali o di conversione. Quelli per cui molti medici sono ancora portati a dire: “lei non ha niente”. E se uno sta male, senza avere “niente” di organico, la diretta considerazione è: “è tutto nella testa”. Nella mente. Nella psiche. Insomma, in qualcosa che non possiamo più definire “anima”, ma che è altrettanto indefinibile. I nostri pensieri. Soprattutto quelli che sono al di sotto della soglia della consapevolezza. I nostri conflitti. Le nostre emozioni che si traducono, come detto, si “convertono”, si esprimono in sintomi fisici. Conflitti profondi che non trovando modo di esprimersi a parole, trovano una loro espressione, dolorosa, nel linguaggio del corpo. Tutta la materia inerente la vecchia “medicina psicosomatica” pareva tuttavia soppiantata da quel settore dal nome chilometrico: la psiconeuroendocrinoimmunologia o, in sigla, Pnei.

Ma Suzanne O’Sullivan, autrice di questo straordinario libro dal titolo È tutto nella tua testa. Il misterioso mondo della medicina psicosomatica (Mondadori) non solo  rivendica con energia il pieno diritto di cittadinanza alla medicina psicosomatica, ma se ne fa notevole studiosa e interprete. Tenendo conto che Suzanne O’Sullivan è primario di neurologia e dirige il reparto di neurofisiologia e neurologia clinica del National Hospital for Neurology and Neurosurgery di Londra.

Di cosa parla il libro “È tutto nella tua testa. Il misterioso mondo della medicina psicosomatica”

Dopo il primo capitolo di questo libro intitolato “Lacrime” in cui Suzanne O’Sullivan ci introduce nella sua storia e nei suoi percorsi di medico specialista in neurologia, nelle difficoltà che ogni medico, soprattutto neurologo, incontra nel  comunicare al paziente una origine psicogena dei suoi mali, e magari indirizzarlo presso uno psichiatra. Con reazioni, da parte del paziente, a volte disorientate, accese, offensive e persino aggressive nei confronti del medico (“sta dicendo che sono matto?!”), ogni capitolo successivo parte da un nome, da un caso clinico reale affrontato da Suzanne O’Sullivan. Con tutti gli addentellati di indagini diagnostiche, visite, consulti, colloqui conflittuali con il paziente e i suoi familiari, prima di arrivare alla diagnosi di disturbo psicosomatico. Che non è, sottolinea con decisione Suzanne O’Sullivan, una diagnosi per esclusione. Certo, non si fa diagnosi di disturbo di conversione, senza prima escludere possibili origini organiche. Ma il disturbo di conversione necessita di altrettanti preparazione e acume clinico, anche se apparentemente proteiforme e sfuggente.

«Quindi», scrive Suzanne O’Sullivan, «come possiamo essere sicuri di una diagnosi che si presenta in modo così inconsistente? Spesso i medici rifuggono  il confronto con pazienti  affetti da sospetti disturbi psicosomatici proprio per questo motivo. La diagnosi è troppo difficile da dimostrare e quindi non sarà accettata facilmente. E se il futuro dovesse portare con sé nuovi strumenti diagnostici e rivelare che la diagnosi era sbagliata? In un certo senso siamo ancora fermi al XVIII secolo, quando si evitava di formulare un giudizio definitivo per il reciproco vantaggio di medico e paziente. E questo vale soprattutto per i sintomi soggettivi e non misurabili». E più avanti Suzanne O’Sullivan aggiunge: «Ecco dove la neurologia si differenzia da altre branche specialistiche. Ha sempre avuto una relazione stretta con i disturbi psicosomatici e ha persino attribuito loro un nome specifico, “disturbi di conversione”, come se la conversione dello stress in paralisi o crisi epilettiche, anziché in dolore e stanchezza, fosse in qualche modo speciale, mentre non lo è. Un sintomo non è più significativo di un altro».

Cosa dice Rugarli sulle malattie psicosomatiche 

A sua volta un grande clinico, sulle cui pagine si sono formati generazioni di medici, nella parte introduttiva dedicata al tema “I malati funzionali e le malattie psicosomatiche” del suo famoso trattato a più mani di Medicina interna sistematica, Rugarli dice: «Si potrebbe obiettare che questa è una patologia psichiatrica o, comunque, psicopatologica che è di pertinenza specialistica, ma io non sono del tutto d’accordo. Secondo me esiste una zona grigia tra medicina interna e psichiatria che non permette diSuzanne O'Sullivan stabilire con certezza dei confini definiti. Il fatto è che questi malati travestono i loro problemi psicologici con sintomi pertinenti alle malattie organiche non psichiatriche e cercano soccorso da chi ritengono che sia competente di questa patologia». Ed è una “generica ricerca di aiuto”, aggiunge Rugarli, la prima spinta che porta il paziente psicosomatico dal medico. La sua sofferenza è reale. Sta la medico trovare la soluzione, anzi l’interazione terapeutica, più appropriata. Abbiamo chiesto direttamente a Suzanne O’Sullivan di chiarirci alcuni aspetti del suo libro.

Ogni capitolo del suo libro, a parte il primo, si basa su un caso clinico che lei ha seguito,  per poi allargare la discussione ai temi generali della psicosomatica: quali sono le caratteristiche comuni tra le persone più predisposte a questi disturbi?

Non esiste un singolo tipo di persona che sviluppa un disturbo psicosomatico. Può succedere a chiunque. È però vero che alcune persone sono più inclini  rispetto ad altre. Ad esempio, le persone che soffrono di ansia o depressione hanno maggiori probabilità di esserne colpite. Tuttavia, tutti siamo vulnerabili e con i trigger e gli stressor giusti, chiunque di noi potrebbe esserne interessato.

Nel suo libro dice: “Credo nella natura inconscia e incontrollabile della disabilità psicosomatica e la accetto”. Sulla base delle scoperte in neuroscienze, come definirebbe l’inconscio oggi?

La comprensione della coscienza è stata definita dai filosofi il “problema difficile”. Neuroscienziati e filosofi non hanno ancora concordato alcuna definizione o spiegazione per questo problema difficile. La coscienza suggerisce una consapevolezza di sé. L’inconscio risiede al di fuori del dominio della nostra consapevolezza. Per un neuroscienziato le menti consce e inconsce sono una funzione delle connessioni tra le diverse aree del cervello, ma nessuno sa esattamente come funzionino. La domanda che sorge sempre per i miei pazienti è se siano coscientemente consapevoli del fatto che i loro sintomi hanno una causa psicologica. Soffrono di problemi estremi come la cecità, la paralisi completa e le frequenti convulsioni. Poiché non vi è alcuna malattia cerebrale, i pazienti spesso si trovano accusati di “fingere” di essere disabili. Non ho dubbi sul fatto che le disabilità psicosomatiche siano generate in modo inconscio e al di fuori del controllo della persona colpita. L’evidenza è nel modo in cui cercano assistenza medica. I pazienti giungono all’osservazione attraverso medici che chiedono scansioni e test. Quando i primi test sono normali, sono sinceramente scioccati e chiedono ulteriori test. I sintomi fisici sono così reali e la causa psicologica così inaccessibile per loro che non riescono a credere che non ci sia alcuna malattia sottostante. Per coloro che hanno bisogno di prove scientifiche, sono stati fatti degli studi per cercare di capire cosa sta succedendo nel cervello delle persone con paralisi psicosomatica. La risonanza magnetica funzionale ha dimostrato che le persone con paralisi psicosomatica hanno modelli insoliti di connessioni tra le parti emotive del cervello e le aree di controllo motorio. Scansioni simili nelle persone a cui viene chiesto di fingere deliberatamente di essere paralizzate mostrano uno schema completamente diverso. Ciò dimostra che la paralisi psicosomatica non è la stessa cosa che fingere di essere paralizzati.

Diversi medici rifiutano il termine “psicosomatico”, preferendo, ad esempio, il concetto di “psiconeuroendocrinoimmunologia” (Pnei). Cosa ne pensa di questa disciplina?

Il termine psicosomatico può essere controverso e i disturbi psicosomatici vengono costantemente rinominati. I disturbi psicologici sono stigmatizzati e la ridenominazione è spesso un tentativo di affrontare lo stigma. Nuovi nomi spesso cercano di allontanarsi da cause e meccanismi che sono radicati nel comportamento e nella psiche, e invece enfatizzano i meccanismi fisiologici per i sintomi. Mentre capisco perché questo venga fatto, nello stesso tempo non mi trova d’accordo. Penso che tale approccio risolva il problema sbagliato. Ogni singola cosa che accade ai nostri corpi è “fisiologica”. Ma questo è il risultato finale di un problema psicosomatico, non la causa. Per esempio, se sono ansioso e il mio cuore accelera, il problema fisiologico è che il mio cuore batte troppo velocemente a causa di un rilascio di ormoni e un cambiamento nel mio sistema nervoso autonomo. Ma non ho problemi di cuore, e concentrarmi su quel cambiamento fisiologico distoglie l’attenzione dalla vera domanda. Cosa mi sta rendendo ansioso e come può essere trattato? Una spiegazione organica e un’etichetta che enfatizza la natura fisica del problema, spesso è meglio accolta dai pazienti. Il mondo è ancora molto critico nei confronti dei disturbi psicologici. Penso che dovremmo spendere le nostre energie per ridurre lo stigma e affrontare le incomprensioni su queste condizioni, piuttosto che cercare di trovare etichette più accettabili.

Concordo sul fatto che, come medici, al di là delle etichette, è necessario prima di tutto intervenire sulle sofferenze dei pazienti. Questo a livello clinico. Ma in termini di ricerca, non pensa che la Pnei possa essere un tentativo di ricerca sulle vie nervose e biomolecolari (sistema nervoso autonomo, sistema immunitario, sistema neuroendocrino ecc.) che innescano disturbi e alterazioni psicosomatiche? Alla fine, come neurologo, sarà d’accordo sul fatto che tutto ciò comunque riconduce al cervello e al sistema nervoso. Viceversa, non pensa che nel termine “psicosomatico” si corra  il rischio  di richiamare in vita vecchio dualismo mente-corpo?

Rimango con la risposta che le ho dato. Sì, tutto è fisiologico, ma non vedo alcun beneficio derivante dall’uso di termini confusi che enfatizzano il cambiamento fisiologico piuttosto che la causa del cambiamento fisiologico. Non ho mai sentito parlare di Pnei, è una terminologia che non utilizziamo nel Regno Unito. Mi sembra un modo di evitare del tutto la “mente”.

La vecchia psicosomatica parlava di “organi bersaglio” più predisposti ad essere alterati da disturbi psicosomatici: è ancora così?

Qualsiasi parte del corpo può essere influenzata da sintomi psicosomatici e ogni tipo di specialista medico vede questi disturbi. Organismi storicamente specifici come l’utero o la milza o lo stomaco sono stati implicati come parte della causa o più vulnerabili ai sintomi, ma in realtà questo è un disturbo di tutto il corpo. I sintomi sono vari, come la mancanza di respiro, dolori articolari, convulsioni, mal di testa, palpitazioni, eruzioni cutanee. I disturbi psicosomatici possono assumere forme molto diverse in persone diverse. Inviterei le persone a considerare l’enorme gamma delle loro risposte fisiche agli aspetti emotivi. Lacrime. Mani tremanti. Agitazione vocale. Arrossamento. Diarrea. Minzione frequente. Qualsiasi sintomo che una persona possa immaginare, ha trovato un corrispettivo in un disturbo psicosomatico in un certo momento storico.

Quali test biologici usa per diagnosticare i disturbi psicosomatici? Ad esempio, il dosaggio del cortisolo è utile? Le indagini con neuroimaging sono utili?

I test non sono molto utili nella diagnosi dei disturbi psicosomatici. La diagnosi è di tipo clinico basata su aspetti positivi nella storia clinica e su un modello tipico di sintomi per i disturbi psicosomatici. Spesso il più grande indizio per chi ha sintomi neurologici è che i sintomi sono “impossibili”, non hanno senso anatomico, cioè non si adattano all’anatomia del sistema nervoso. Di solito vengono effettuati alcuni test, solo per essere certi che non vi sia alcuna malattia organica sottostante. È importante che le persone capiscano che i disturbi psicosomatici non sono una “diagnosi di esclusione”, vale a dire una conclusione alla quale il medico arriva solo perché non riesce a trovare altre spiegazioni sulle scansioni. Se un medico vede un paziente con asma, diagnostica l’asma, perché i sintomi descritti dal paziente e le risultanze all’esame si adattano a questo disturbo. I disturbi psicosomatici sono diagnosticati allo stesso modo, perché il modello e così i sintomi e i risultati positivi indirizzano a tale diagnosi.

 Le recenti scoperte sull’epigenetica, in particolare sulla relazione cervello-ambiente, sono utili per il trattamento di disturbi psicosomatici?

Mentre ci sono indubbiamente influenze genetiche, storiche e culturali sul modo in cui esprimiamo i sintomi psicosomatici, non penso che l’epigenetica sia molto utile quando si tratta di trattamento. Rendere le persone migliori dipende dall’aiutarli a visualizzare i sintomi in modo diverso nel qui e ora.

Le tecniche meditative come la mindfulness sono utili per gestire i disturbi psicosomatici, specialmente lo stress?

Certamente la meditazione e la mindfulness possono aiutare alcune persone con sintomi psicosomatici, ma ciò dipende molto dal tipo di sintomi e dalla ragione per cui si sono verificati. Alcuni sintomi e disabilità potrebbero essere peggiorati dal tipo di attenzione alla respirazione e alle sensazioni corporee che vengono consigliate con alcune tecniche meditative. Il trattamento deve essere personalizzato per l’individuo ed è meglio essere consigliato da uno psicologo che comprende questi disturbi.

In definitiva: i disturbi psicosomatici sono inevitabili per la natura umana o possiamo farne a meno?

I sintomi psicosomatici sono inevitabili, ma servono anche a uno scopo molto utile nelle nostre vite. Non sono solo dannosi. Sintomi come la dissociazione possono aiutare le persone a superare momenti traumatici. Offrono un “time out” quando le cose si fanno troppo gravose. Proteggono dal sovraccarico. Altri sintomi sono il modo in cui i nostri corpi ci dicono che non stiamo bene. Ci ricordano di badare meglio a noi stessi. Personalmente apprezzo i sintomi fisici che avverto se sono stressata, perché mi ricordano di riposare e di affrontare la fonte dello stress, piuttosto che ignorarlo. I sintomi psicosomatici sono inevitabili, ma se le persone imparano a riconoscere come il proprio corpo risponde allo stress, possono trarne beneficio.

Quali reazioni ha sollevato il suo libro tra i suoi colleghi neurologi?

Mi ha fatto molto piacere che i miei colleghi, neurologi e non neurologi, abbiano accolto molto bene il mio libro. Vedono pazienti con sintomi psicosomatici tutto il tempo ma, proprio come me, molti non hanno avuto alcuna formazione su come aiutare le persone con questi problemi. I miei colleghi medici hanno espresso gratitudine per aver avviato una discussione su questo problema.

 

“A caro prezzo”: un’analisi del libro di Carl Hart


(Post di Ludmilla Soresi, psicologa) Nei giorni scorsi sono entrata nella libreria Il Trittico (Milano, via S. Vittore 3) per ritirare un libro da donare. Il regalo è arrivato anche per me, grazie a un suggerimento di lettura lì ricevuto: “A caro prezzo. Droghe, a_caro_prezzo_01neuroscienze e pregiudizi sociali” (Neri Pozza, 2018) è il testo che ho incontrato tramite un rapido dialogo su un libro di A. Codignola di recente recensito in questo spazio da Enzo Soresi (“LSD. Da Albert Hofmann a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris: storia di una sostanza stupefacente”).

L’autore di “A caro prezzo” è Carl Hart, ricercatore statunitense, membro del National Advisory Council on Drug Abuse e professore di psicologia e Psichiatria alla Columbia University.

Carl Hart, come scritto nella sovraccoperta del suo libro, è un afroamericano cresciuto in uno dei peggiori sobborghi di Miami. Aveva solo dodici anni la prima volta che ha visto con i suoi occhi la scena di un omicidio “per questioni di droga” […].

Questo libro […] É il magnifico memoir di un giovane uomo che si è sottratto al suo destino di emarginazione e, ad un tempo, un prezioso contributo scientifico che mostra come l’isteria emotiva che aleggia intorno alle droghe illegali oscuri i veri problemi.

La dipendenza: perché?

Il paradigma per il quale è la sostanza stupefacente stessa a produrre inevitabilmente “dipendenza”, e a interferire a tal punto con le funzioni vitali da indurre comportamenti autodistruttivi, si dimostra in queste pagine, alla luce di molteplici esperimenti scientifici, del tutto errato. La causa della “dipendenza”, che concerne il 10-25 per cento di coloro che entrano in contatto con le droghe, anche le più socialmente stigmatizzate come l’eroina e il crack, va ricercata non nella sostanza stessa, ma nelle condizioni della sua assunzione. Emarginazione, alienazione sociale, bisogni relazionali insoddisfatti, assenza di ogni altra possibile “ricompensa” sono le cause reali che conducono alla “dipendenza”. Ultimata la lettura di questo libro, carcere e leggi sempre più severe contro le droghe, assimilate a forze magiche, al “male assoluto”, si svelano perciò come le misure più erronee e irragionevoli possibili per cambiare davvero le cose nell’uso delle sostanze stupefacenti tra le fasce marginalizzate della popolazione.

Le pagine di Hart mi hanno fatto pensare ripetutamente ai concetti psicologici di equifinalità (da condizioni di partenza differenti, si può giungere a simili risultati) e multifinalità (da condizioni di partenza simili, si può giungere a esiti differenti), e all’approccio psicoterapeutico di Michael White, di recente scoperto nel corso di lezioni alla scuola di psicoterapia d’orientamento sistemico e socio-costruzionista che sto frequentando (Centro Panta Rei, Milano).

Secondo quanto un docente presso questa scuola, dott. Maurizio Frisina, ci ha descritto, sia del suo approccio alle dipendenze nell’ambulatorio in cui lavora in Belgio, sia dell’approccio narrativo dello psicoterapeuta australiano Michael White, nella dipendenza la sostanza assume una presenza, quasi come se si trattasse di una persona in piú nel sistema nel quale l’individuo vive.

La dipendenza rappresenta, secondo questo approccio, una risposta disfunzionale ma anche una buona domanda, nel senso che la psicoterapia si pone come spazio per sostenere e accompagnare il paziente nell’individuazione di un’altra soluzione, non disfunzionale.

Nella dipendenza, che occorre spesso in persone deluse dal punto di vista relazionale, il prodotto diventa la risposta a tutto, diviene oggetto di una relazione sostitutiva di tutte le altre.

Trovo interessante in questo approccio l’utilizzo del termine prodotto anziché sostanza. Prodotto rende l’idea di una risultante di un processo: al principio, la risposta che l’individuo trova nel prodotto risulta essere una relazione soddisfacente sostitutiva. E’ successivamente che, neppure a livello fisiologico, continuerà a essere una risposta utile. Ed è allora che il sistema (la persona) che si è strutturato attorno a questo sintomo entra in crisi, compromettendo, nei casi più gravi, il funzionamento nella vita quotidiana e nelle relazioni.

Per tornare alle pagine che ho trovato maggiormente interessanti, inclusi gli spunti in esse presenti per sottofondi musicali (Hart, da adolescente, lavorò come dj e si esibì con rapper quali Run-DMC e Luther Campbell), riassumo qui alcuni dei temi e degli studi che ho preferito, che evidenziano l’importanza del linguaggio e del dialogo, delle emozioni, delle relazioni e l’utilità-necessità di non cadere nel riduzionismo.

Il problema droga: causa e effetti 

Come scrive l’autore, molto di ciò che non ha funzionato nel nostro modo di affrontare il problema della droga è dovuto alla confusione operata tra cause ed effetti. Sono state attribuite al consumo di droga in quanto tale le conseguenze delle politiche antidroga, della povertà, del razzismo istituzionale e di altri fattori a prima vista non così evidenti. Una delle lezioni fondamentali della scienza è che l’esistenza di una correlazione o collegamento tra due fattori non implica necessariamente che uno sia causa dell’altro. Questo principio basilare, purtroppo, di rado è stato determinante per delineare le politiche pubbliche in materia di droga (p. 32).

Per quanto concerne il fattore linguistico, Hart riassume uno studio comparativo condotto da Todd Risley e Betty Hart (1995) che, seguendo bambini d’età compresa fra i 3 mesi e i 7 anni, appartenenti a 42 famiglie, prese in esame il numero di vocaboli sentiti dai figli di professionisti, di operai e di famiglie assistite dai servizi sociali, concentrandosi sul modo in cui i genitori si rivolgono ai loro figli.

Questo rientra fra i numerosi studi che hanno messo in luce l’esistenza di un incisivo impatto svolto dall’educazione dei genitori, dallo stile della comunicazione con i bambini e dal vocabolario sul primo apprendimento linguistico e sulla preparazione alla scuola.

Dunque, fattori meno evidenti come l’esposizione a un lessico ampio o limitato e la variabile degli stimoli e controstimoli linguistici possono avere sul futuro di un bambino un’incidenza più decisiva di altri fattori, quali le droghe (pp. 48-50).

[…] I risultati di studi recenti mostrano che i bambini con un background familiare di estrazione operaia (come quello di Hart) sviluppano una spiccata empatia; sono più abili nel decifrare le emozioni degli altri ed è più probabile che riescano a rispondervi con gentilezza (p. 50).

[…] nel corso dell’adolescenza, Hart, che aveva imparato presto a osservare e a fare molta attenzione prima di aprire bocca, si rese conto della forza che avrebbe potuto ricavare dal possedere una maggior competenza linguistica e si impegnò da allora per espandere il proprio vocabolario.

Un altro studio citato dall’autore inquadra alcune differenze esistenti fra famiglie con due differenti approcci genitoriali, definiti da Laureau “formazione intensa” (Laureau) e “realizzazione della crescita naturale”. Nel primo caso, si tratta di uno stile che non prevede punizioni corporali e che viene applicato quasi esclusivamente tramite interazioni verbali. L’idea di base è quella d’insegnare ai figli un ragionamento di ordine morale, non la semplice obbedienza. Nel secondo caso, lo stile prevede, purtroppo, anche punizioni corporali, ed è essenzialmente volto, tramite scarne interazioni verbali, ad addestrare all’obbedienza (p. 53).

L’importanza delle emozioni, della loro espressione e riconoscimento, si coglie in più pagine nel corso del testo. Per esempio al principio, quando l’autore racconta che sin dall’età di 6 anni iniziò a nascondere i propri sentimenti, debolezze e necessità, per sopravvivere nel contesto, familiare e allargato, nel quale è cresciuto. Questo era l’unico modo, allora, per ripararsi da ulteriori sofferenze, ma oggi Hart riconosce che tuttora sente nelle proprie relazioni gli “effetti collaterali” di questa reazione risalente all’infanzia (p. 38).

I seguenti passi del testo lo trascrivo come premessa al riassunto che Hart ci offre dell’“ipotesi dopaminergica”, inclusi gli studi che l’hanno sostenuta e ne hanno evidenziato le criticità.

“[…] La mia esperienza personale mostra come si possa diventare scienziati senza essere stati dei bambini con problemi di socialità. Diversamente da molti miei colleghi di laboratorio, io non me ne stavo chiuso in casa a fantasticare su ragazze inarrivabili […]. Non ero un fanatico della scienza, sempre e solo appiccicato ai miei libri, e nemmeno il classico imbranato che non riesce nemmeno a rivolgere la parola alla compagna di classe […] la mia esperienza illustra quanto sia problematico ridurre la complessità del comportamento umano a definizioni semplicistiche come “dipendenza” e al tentativo di incriminare specifici agenti chimici operanti nel cervello per spiegare le azioni di un individuo. Con questo approccio non si tiene nella giusta considerazione il contesto all’interno del quale si verifica il comportamento in esame. E, inoltre, si pone un’enfasi ingiustificata nell’individuare una spiegazione dal punto di vista cerebrale, laddove una comprensione approfondita del comportamento e del contesto risulterebbe molto più utile a livello esplicativo, nonché per un eventuale intervento sul comportamento stesso” (p. 96).

L’“ipotesi dopaminergica” trae le sue origini da un’osservazione accidentale di James Olds e Peter Milner presso i laboratori della McGill University a Montreal, nei primi anni Cinquanta. I due studiosi avevano sentito, durante una conferenza, che la rete cerebrale allora conosciuta come Sistema di Attivazione Reticolare (RAS), se stimolata elettricamente, avrebbe spinto il topo-cavia a ricordare meglio la via d’uscita da un labirinto. […] Olds e Milner studiarono a loro volta questo aspetto. Nel corso del loro esperimento con topi, posti in una scarola-labirinto, essi scoprirono di aver accidentalmente collocato gli elettrodi in modo tale che toccassero il Fascicolo Proencefalico Mediale (MFB). Si resero conto che la stimolazione di questa regione rendeva i topi curiosi e risvegliava il loro interesse nell’esplorare l’ambiente nel quale erano stati collocati. Anziché sollecitare manualmente il cervello dei roditori, decisero di porre leve all’interno delle gabbie, lasciando che fossero i roditori stessi ad autostimolarsi. […] alcuni di loro arrivarono ad azionare la leva fino a settecento volte in un’ora. […] in realtà, molte cavie non impararono ad autostimolarsi e non ci fu modo di addestrarle a farlo. Come per la dipendenza dalla droga, non si tratta di un fenomeno che si può comprendere se viene isolato dal resto dell’ambiente circostante […] e proprio come per la dipendenza dalla droga, il vero comportamento compulsivo si potè osservare esclusivamente a determinate condizioni. Con queste ricerche, Olds e Milner non hanno semplicemente individuato una regione cerebrale che, se stimolata, potenzia l’apprendimento, bensì hanno scoperto un qualche tipo di “punto della gioia” – e infatti quell’area del cervello – scrive Hart – divenne nota come centro nevralgico della “ricompensa” o del “piacere”. Negli anni Sessanta, altri ricercatori riscontrarono che il neurotrasmettitore più diffuso in questa regione è la dopamina e che l’MFB trasmette segnali tra le regioni che attualmente riteniamo coinvolte nei meccanismi di piacere e desiderio, come il nucleus accumbens. […]

Con il tempo, le informazioni acquisite sui neurotrasmettitori e sui recettori sono diventate sempre più ricche e complesse, ed esistono prove in continua espansione che gettano seri dubbi su questa visione semplicistica del meccanismo della ricompensa. Tuttavia, come scrive Hart, la teoria sul ruolo della dopamina nel meccanismo di ricompensa non è stata rivista e aggiornata (pp. 99-101). Per esempio, una ricerca cui Hart ha partecipato, volta a indagare gli effetti di nicotina e cocaina, e successivi studi che ne hanno confermati i risultati, hanno evidenziato che la dopamina non viene rilasciata solo in condizioni di piacere, ma anche in corrispondenza di esperienze cariche di tensione o inquietudine (pp. 103-104).

Infine, queste sono alcune delle pagine che ho trovato più significative nel comunicare quanto le relazioni interpersonali possano avere un impatto potente sullo stile di vita di un individuo:

“Le relazioni sociali vengono spesso viste esclusivamente in chiave di influenza negativa rispetto al consumo di droga. Tuttavia, ciò che non viene registrato è la complessità dei comportamenti di gruppo. Gli esseri umani hanno concertato da sempre dei meccanismi per determinare cosa è “noi” e cosa è “loro”, e il consumo di un determinato alimento o di una droga specifica è una maniera tipica per stabilirlo. I ragazzi più giovani sono particolarmente sensibili a questi segni di appartenenza e quindi, se il prezzo per far parte di un gruppo è l’assunzione di una droga, molti sono disposti a pagarlo. (p. 116)

“Il ruolo svolto dai fattori sociali è parte importante del fallimento dell’“ipotesi dopaminergica” o di altre visioni basate sulla pura biologia, come quelle proposte nei miei primi lavori, nel fornire una spiegazione significativa ai problemi della dipendenza. […] una forma patologica di consumo è in gran parte provocata da bisogni relazionali insoddisfatti, da condizioni di alienazione sociale e da difficoltà nel rapportarsi con gli altri. […] L’importanza del ruolo svolto dalle connessioni sociali rispetto all’uso patologico delle droghe è stata riconosciuta, in realtà, nei primi lavori scientifici sulla dopamina, se si sa dove cercare; ed è anche contemplata nei principi del comportamento individuati in origine da B.F. Skinner. In effetti, anche nel modello di dipendenza osservato nei topi – si tratta solo di modelli, visto che le cavie non possono riflettere la complessità del comportamento umano – è evidente che un’assunzione smodata di droga non origina semplicemente da un accesso illimitato alla sostanza” (pp. 117-118).

Ciò fu dimostrato nella serie di esperimenti “Rat Park”, condotta dallo psicologo canadese Bruce Alexander e dai suoi colleghi alla fine degli anni Settanta […]”. In breve, questi ricercatori riscontrarono che, “in determinate circostanze, le cavie in isolamento arrivavano ad assumere una dose di morfina venti volte maggiore rispetto ai loro simili che vivevano in comunità. Risultati dello stesso tenore sono stati attualmente riscontrati a proposito della cocaina e dell’anfetamina. […] esiste una marea di prove, raccolte sugli animali e sugli esseri umani, a dimostrazione del fatto che, a una determinata serie di condizioni, l’offerta di rinforzi alternativi comporta una diminuzione del consumo di droga” (pp. 118-119)

Concludo con una fra le citazioni in epigrafe, che accompagnano ogni capitolo del testo:

[Spero che] abbandonerete il bisogno di semplificare tutto […] per cominciare ad apprezzare il fatto che la vita è complessa (Morgan Scott Peck, psichiatra).