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Dormi poco? Potresti rischiare la demenza


Tra gli strenui sostenitori delle poche ore di sonno per non rubare tempo alla vita, dovrebbe serpeggiare almeno un momento di riflessione: un ulteriore studio sugli svantaggi del dormire poco pubblicato ieri da “Nature Communications” mostra come il rischio di demenza sarebbe più alto, dal 20 al 40%, nei dormitori brevi, la cui durata del sonno è inferiore o uguale a sei ore a notte a partire dai 50 anni, rispetto a chi ha notti “normali” di sonno di circa 7 ore . È stato osservato anche un aumento del 30% del rischio di demenza nelle persone di età compresa tra 50 e 70 anni che hanno costantemente una breve durata del sonno, indipendentemente dai loro possibili problemi cardiovascolari, metabolici o di salute mentale che sono fattori di rischio per la demenza. Questo studio ha coinvolto quasi 8.000 adulti britannici che sono stati seguiti per più di 25 anni.

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Nutrizione e cancro: quali evidenze?


Con un commento finale a cura della dott.ssa Cecilia Invitti, endocrinologa, diabetologa, ricercatrice, responsabile del Servizio Lifestyle Medicine e direttore del Laboratorio di Ricerca in Medicina Preventiva, entrambi di Auxologico, coautrice di Dietasalute. L’alimentazione per dimagrire, prevenire, restare in forma (Sperling & Kupfer).

Se ne parla ormai da decenni, ma la medicina ufficiale stenta ancora a riconoscerne il ruolo. Con la giustificazione che mancano tuttora prove scientifiche evidenti e incontrovertibili ma, soprattutto, condivisibili nei protocolli per il trattamento dei vari tipi di tumore. In mancanza di questo, il campo è lasciato alle libere scorribande di guru della sana nutrizione, libri divulgativi, incontri e lezioni per prevenire e curare il cancro con la nutrizione. Non c’è dubbio che il tema sia non solo affascinante, ma addirittura intrigante per ognuno di noi. Mangiare è un atto quotidiano. E del resto abbiamo evidenza quanto il cibo, ciò che introduciamo nel nostro corpo più volte al giorno, possa in effetti, nel corso degli anni, condurre ad alterazioni del nostro metabolismo fino alla malattia. Sappiamo come sovrappeso, obesità, sindrome metabolica e diabete abbiano un ruolo nella genesi di patologie che interessano vari organi, distretti e funzioni del nostro organismo. E sappiamo che fare maggiore attenzione a quanto mangiamo, limitando l’eccesso di carboidrati e zuccheri, possa mantenerci in migliore salute più a lungo, o a recuperare uno stato di salute, associando ciò a una regolare a adeguata attività fisica. Ancora, sappiamo come l’infiammazione possa essere favorita da una cattiva alimentazione e come lo stato infiammatorio possa creare un terreno favorevole allo sviluppo e al mantenimento di molte malattie. Quindi perché non può esserci un legame tra nutrizione e cancro?

In effetti nessuno lo nega, e anzi sempre più medici sono orientati a impostare diete adeguate non solo per combattere il cancro, ma anche per aiutare i pazienti a sopportare le terapie oncologiche, sia radio che chemioterapiche. Prova ne sia, solo per fare un esempio, il pluridecennale impegno dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano nel campo della alimentazione e nutrizione in oncologia che prevede anche tutta una serie di pubblicazioni e decaloghi ad uso dei pazienti. Sulla questione entra oggi in campo la rivista Science con un lungo articolo a firma di Jocelyn Kaiser in cui vengono affrontate anche le esperienze italiane e di ricercatori italiani operanti all’estero tra cui, in particolare, quella di Valter Longo e la sua “dieta mima-digiuno”.

Dieta chetogenica e cancro

Vicky Makker è una oncologa del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York e quando gli capita una paziente con cancro dell’endometrio che si è diffuso o recidivo, sa che le prospettive non sono buone. Anche dopo radioterapia e trattamenti farmacologici, la maggior parte delle donne con malattia avanzata muore entro 5 anni. Makker avrebbe una pallottola da sparare, l’inibitore della fosfatidilinositolo 3-chinasi (PI3K), farmaco utilizzato in questo e in altri tipi di cancro, spesso però senza successo. Ora però Makker sta tentando di rendere le cellule tumorali più vulnerabili al farmaco sottoponendo i pazienti a una dieta chetogenica (regime a basso contenuto di carboidrati sostituiti in genere da carne, formaggio, uova e verdure) in base agli studi sul metabolismo cellulare e a prove di laboratorio in cui sembra che una dieta chetogenica può contrastare la resistenza dei tumori a questo tipo farmaci. Anche se la stessa Makker ammette che tutto ciò è molto al di fuori del pensiero clinico tradizionale. Tra i molti commenti in merito, quella della ricercatrice oncologica britannica Karen Vousden del Francis Crick Institute di Londra: “”C’è una grande industria in questo settore, ma non si basa su una reale comprensione di quello che sta succedendo in una cellula tumorale”.

Per questo motivo le ricerche sulle correlazioni tra cancro e nutrizione hanno avviato tutta una serie di studi laboratoristici per rendere le prove più solide. Soprattutto c’è bisogno di capire, come illustra bene l’articolo odierno di “Science”, quali componenti della nostra nutrizione possono favorire o inibire una efficace terapia dei vari tipi di tumore. Siccome ciò di cui nutriamo è alla fin fine chimica, amminoacidi, ormoni, molecole, occorre scoprire e capire quali di questi eliminare o rafforzare per curare, e magari, per prevenire alcune forme tumorali. Possiamo perciò dire che la dieta chetogenica, se la intendiamo come parte della terapia oncologica, sia indicata per tutti i tipi di tumore? Ancora non è dato sapere. Anzi, taluni ricercatori avvisano che  una dieta chetogenica potrebbe ritorcersi contro e alimentare la crescita di tumori che amano i grassi, come quelli del seno e della prostata e altri con determinate mutazioni. In alcune ricerche si è poi scoperto che la dieta chetogenica ha stimolato la crescita del tumore nei topi con leucemia. In un recente studio, i ricercatori hanno scoperto che, contrariamente al pensiero prevalente, i tumori del glioblastoma possono aggirare la carenza di glucosio nutrendosi di corpi chetonici. Per sfruttare in sicurezza una dieta chetogenica come trattamento, “è necessario capire veramente come e dove funziona”, dice l’oncologo Matthew Vander Heiden del Koch Institute for Integrative Cancer Research presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT).

Dieta mima-digiuno e cancro

Ideata da Valter Longo, professore di Biogerontologia e Direttore dell’Istituto sulla Longevità a USC (University of Southern California) – Davis School of Gerontology di Los Angeles e direttore del programma di ricerca di Longevità e Cancro presso l’Istituto di Oncologia Molecolare IFOM di Milano, la dieta mima-digiuno ha da una parte attirato l’attenzione del pubblico a livello mondiale, anche per l’efficace campagna di marketing utilizzata, ma anche l’attenzione nonché le critiche di molti medici. Non mancano anche in questo caso gli studi e le pubblicazioni scientifici. Ma hanno dimostrato in modo definitivo che la dieta mima-digiuno sia efficace sia nel prevenire che nella terapia del cancro? Le prove di Longo si basano soprattutto su sperimentazioni animali, su topi, rare sono invece le sperimentazioni protratte su malati di tumore, anche per scarsa adesione al rigido regime alimentare. La teoria alla base della dieta mima-digiungo è quella secondo cui le cellule tumorali si “nutrono” di glucosio e dato che il digiuno abbassa i livelli di glucosio nel sangue, questo sì che le cellule sane si adattino in modo protettivo e “affama” le cellule tumorali che devono crescere. Il digiuno riduce anche la produzione nel corpo di ormoni, come l’insulina, che possono guidare la crescita del tumore. Entrambi gli effetti possono rendere le cellule tumorali più suscettibili alla chemioterapia. Per rafforzare le prove a favore della sua dieta mima-digiuno Longo e il suo  team hanno presentato domanda al National Cancer Institute degli Stati Uniti per una sovvenzione di 12 milioni di dollari per eseguire uno studio clinico su 460 pazienti in 11 ospedali con una dieta che imita il digiuno e chemioterapia per il cancro al seno.

Il futuro delle ricerche su nutrizione e cancro

Come abbiamo detto all’inizio e come fa comprendere l’articolo pubblicato oggi da “Science”, le evidenze riguardo le correlazioni tra nutrizione e cancro fino ad oggi si sono limitate ad osservazioni aneddotiche, casistiche di singoli clinici e ricercatori in campo nutrizionale, non su un solido apparto di studi condotti da più centri sanitari mondiali sui pazienti oncologici, come la ricerca biomedica richiede. Al di là del fascino suscitato in tutti noi da questo tipo di argomenti, dato che investono la vita quotidiana nostra e dei nostri cari, il cammino è ancora lungo per ottenere chiarezza sulle possibilità di applicazione nei vari casi oncologici. Come dice Jocelyn Kaiser a conclusione del suo articolo, sulla scorta di quanto affermano altri ricercatori attenti a questo settore: «il campo della dieta antitumorale impiegherà anni per passare da “incursioni frammentarie” a una chiara comprensione dei pro e dei contro di ciascuna dieta. Anche stabilire che una dieta specifica funziona abbastanza bene da diventare parte delle cure cliniche di routine richiederà tempo. Ma combattere il cancro con la dieta non è più un’idea marginale. Il campo è all’inizio di una nuova era in cui le persone prenderanno davvero in seria considerazione la dieta. I tempi sono maturi».

Abbiamo chiesto un commento all’articolo di Science di cui si parla qui a Cecilia Invitti, endocrinologa, diabetologa, ricercatrice, responsabile del Servizio Lifestyle Medicine e direttore del Laboratorio di Ricerca in Medicina Preventiva, entrambi di Auxologico, coautrice di Dietasalute. L’alimentazione per dimagrire, prevenire, restare in forma (Sperling & Kupfer).

Articolo molto interessante che tratta il tema dell’associazione di diete specifiche per ridurre la crescita tumorale o potenziare l’effetto di farmaci antitumorali e della radioterapia.

Le diete proposte (chetogenica per ridurre salita di insulina che è fattore di crescita, ipoproteiche  per ridurre apporto di aminoacidi che nutrono le cellule tumorali o digiuno breve prima della chemioterapia) si sono dimostrate efficaci nel topo, ma:

a)    l’efficacia delle diverse diete dipende dal tipo di tumore e dalle mutazioni di questo (non si può consigliare la stessa dieta ad un cancro della mammella ed ad uno del colon), quindi prima di consigliarle è necessario approfondire i meccanismi con cui i nutrienti stimolano la crescita di specifiche cellule tumorali. I tumori infatti sono in grado di aggirare le carenze di un nutriente imparando ad utilizzarne un altro (per es. il glioblastoma che usa i corpi chetonici quando non ha glucosio a disposizione) o sintetizzandolo da soli.

b)   adottare una dieta carente di nutrienti potrebbe essere difficile da sostenere da pazienti tumorali defedati o perché non palatabile.  Per questo motivo si stanno studiando diete specifiche per il tipo di tumore palatabili, da consegnare ai pazienti. Qui nasce il problema dei costi da sostenere.

Dovremo aspettare i risultati degli studi clinici in corso nell’uomo che valuteranno:

a)    effetto del semidigiuno prima della chemioterapia in pazienti con ca mammella

b)   effetto di pasti precostituiti ipoglucidici in pazienti con cancro dell’endometrio e mutazione che aumenta la PI3K che favorisce la crescita tumorale

c)    effetto della dieta chetogenica sulle risposta alla chemioterapia in pazienti con ca pancreas

d)   effetto di frullati privo di specifici aminoacidi su risposta alla chemioterapia

Nel complesso penso che ci sia un razionale per cercare di migliorare la prognosi di pazienti tumorali con la dieta, ma fino a quando non ne sapremo di più, il consiglio per questi pazienti resta quello di ridurre drasticamente gli zuccheri semplici e consumare prevalentemente  le proteine di origine vegetale.

Aggiornamento:

La cosa entusiasmante è che sempre più spesso, ormai, compaiono lavori di ricerca sul ruolo della nutrizione nella salute e nella malattia. Di un paio di due giorni fa è il lavoro dal titolo “Processed foods drive intestinal barrier permeability and microvascular diseases” pubblicato da Science Advances che nella parte finale dedicata alla discussione dice: “È diventato sempre più evidente che la moderna dieta occidentale, composta da alimenti trasformati ricchi di grassi, zuccheri e sale, contribuisce in modo significativo alla problematica dell’obesità, che manifesta anche una vasta gamma di patologie degli organi interni, come la steatosi epatica non alcolica, alcuni tipi di cancro, diabete di tipo 2 e malattie macro e microvascolari correlate. Lo stile di vita di una parte sostanziale delle popolazioni dei paesi sviluppati è caratterizzato da un’elevata assunzione di cibi pronti come cereali per la colazione, biscotti e snack, che sono stati sottoposti a trattamento termico elevato. La trasformazione alimentare altera la struttura chimica dei prodotti alimentari e, in tal modo, aumenta la shelf-life (“vita di scaffale”), l’appetibilità e le proprietà sensoriali, migliorando intrinsecamente gusto e potenzialmente stimolando i centri di ricompensa del cervello, che porta a eccesso di cibo. Sebbene i produttori possano tentare di limitare il contenuto di grassi, zuccheri e sale di questi prodotti per soddisfare le linee guida per un’alimentazione sana, questi alimenti sono spesso fonti ricche di AGE (prodotti finali della glicazione avanzata). Qui, abbiamo stabilito che la componente AGE degli alimenti trasformati è un mediatore del rischio di malattie microvascolari”.

Il fantasma di Galileo


È il titolo di una stupenda biografia di Galileo, fresca di stampa dalla Oxford University Press, sottotitolo: “In un dipinto dimenticato della guerra civile inglese”.  L’ha scritto con mano felice lo storico della scienza statunitense John Lewis Heilbron. E siccome gli occhi e l’olfatto dei ricercatori, pure di quelli in campo storico, percepiscono cose che sfuggono ai comuni mortali, una decina di anni fa, in una casa di campagna, Heilbron si imbatté in un dipinto misconosciuto risalente al 1643-44, periodo della guerra civile inglese.

Il dipinto ritrae  un giovane studente e il suo tutore, che tiene una mano su un globo. In primo piano c’è un libro aperto e si tratta nientemeno del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” di Galileo, il trattato “maledetto” bollato come eretico e inserito dalla Chiesa nell’indice dei libri proibiti. Il libro venne dato alle stame nel 1632 e Galileo morì dieci anni dopo, nel 1642. Secondo Heilbron in questo dipinto ci sarebbe il primo riferimento iconografico a Galileo. Ecco perché il “fantasma di Galileo” che aleggerebbe nel dipinto, pronto a manifestarsi in tutta la sua potenza di pensiero negli anni e nei secoli successivi.

Covid-19: una speranza dalla clofazimina?


La clofazimina è un farmaco solitamente usato per curare la lebbra. È un battericida che si lega al DNA del micobatterio della lebbra esercitando una lenta azione battericida (è stato impiegato, in via sperimentale anche nell’Aids per curare le infezioni da micobatterio avio). La clofazimina esercita pure proprietà antinfiammatorie. Tra tutti i farmaci “off-label” (cioè impiegati per altre malattie) che da un anno a questa parte si stanno sperimentando per curare l’infezione da Covid, la clofazimina sembra essere tra i più promettenti come riferisce oggi la rivista scientifica Nature con un articolo dal titolo “La clofazimina inibisce ampiamente i coronavirus incluso SARS-CoV-2”.

Attenzione però. Siccome la notizia inizia già ad essere ripresa, al momento dalla stampa straniera, si tratta di un lavoro preliminare, non ancora sottoposto a revisione, come avverte la stessa Nature in una nota introduttiva. E tra l’altro la clofazimina può avere effetti collaterali di non poco conto.  Inoltre la molecola è stata sperimentata su criceti in un “modello di patogenesi SARS-CoV-2”.  Comunque sia, come si dice nel lavoro preliminare pubblicato oggi:  “la somministrazione profilattica o terapeutica di clofazimina ha ridotto significativamente la carica virale nel polmone e la diffusione virale nelle feci e ha anche mitigato l’infiammazione associata all’infezione virale. L’applicazione combinatoria di clofazimina e remdesivir ha mostrato una sinergia antivirale in vitro e in vivo e una limitata diffusione virale del tratto respiratorio superiore. Poiché la clofazimina è biodisponibile per via orale e ha un costo di produzione relativamente basso, è un candidato clinico attraente per il trattamento ambulatoriale e la terapia combinatoria a base di remdesivir per i pazienti COVID-19 ospedalizzati, in particolare nei paesi in via di sviluppo”.

Peter Schwartz, cardiogenetista: “Come mi sono trovato al centro di un giallo internazionale e come stiamo cercando di risolverlo con la scienza”


Il cardiogenetista Peter Schwartz, direttore del Centro Aritmie Genetiche dell’Auxologico e scienziato di fama internazionale, è al centro di un giallo che la ricerca medica sta risolvendo in un acceso confronto con il sistema giudiziario.

Una storia che appassionerebbe molti scrittori di gialli. Un intrigo internazionale alla Hitchcock. Un vero e proprio “medical thriller”. Se non fosse che si tratta di una storia vera, come si dice in certi film. Una vicenda drammatica, tragicamente vera. Straziante. Tanto per la giovane donna che è stata condannata al carcere con una delle accuse più terribili per una madre, quanto per le quattro piccole vittime che hanno perso la vita. E quanto per tutte le persone, familiari, amici e conoscenti, travolti da questa devastante storia. Una vicenda che sta facendo discutere da anni, in tutto il mondo e ora pure in Italia, quella di Kathleen Folbigg, condannata in Australia a   30 anni di carcere con l’accusa di avere soffocato i suoi quattro figli prima che avessero compiuto 2 anni.

Kathleen Folbigg ha sempre sostenuto la propria innocenza, dichiarando costantemente che la scomparsa dei poveri piccoli era da attribuirsi a una morte infantile improvvisa, quindi a cause naturali. Nonostante ciò, l’accusa e i periti di parte non hanno preso in considerazione tale possibilità e i media, forti di una  vita tragicamente travagliata della Folbigg, funestata addirittura dalla morte della madre uccisa da suo padre, non hanno esitato a bollarla come la “peggiore serial killer della nazione”.

Ora però la scienza, e in particolare, la scienza medica potrebbe ribaltare la sentenza. E al centro della vicenda che coinvolge 90 eminenti scienziati per sostenere l’innocenza della Folbigg, c’è un italiano che ha avuto un ruolo determinante nel chiarire la vicenda attraverso una ricerca e la relativa pubblicazione apparsa di recente su EP Europace, una delle riviste della prestigiose pubblicazioni Oxford Academic, dedicata al trattamento e alla fisiopatolgia delle aritmie cardiache, organo ufficiale della European Society of Cardiology. Lo scienziato italiano in questione è il prof. Peter Schwartz, citato da un recente articolo del New York Times dedicato alla vicenda come “cardiologo e genetista cardiaco leader a livello mondiale a Milano”, oggi direttore del Centro per lo Studio e la Cura delle Aritmie Cardiache di Origine Genetica e del Laboratorio di Genetica Cardiovascolare dell’Istituto Auxologico Italiano IRCCS di Milano. Si tratta di una vicenda molto complessa e articolata che, con l’aiuto del prof. Schwartz abbiamo cercato di ricostruire.

Kathleen Folbigg al momento dell’arresto e come è oggi dopo 17 anni di carcere

Nel maggio del 2019 il prof. Peter Schwartz è stato contattato da una immunologa australiana, la prof.ssa Carola Garcia de Vinuesa, che chiedeva la sua opinione su un caso di presunto infanticidio nel quale una donna, Kathleen Folbigg, era stata condannata a 30 anni di carcere (di cui 17 già scontati) per aver ucciso i suoi 4 figli poco più che neonati. La donna si è sempre dichiarata innocente. Due sono i motivi che hanno spinto la Prof.ssa Vinuesa a contattare il prof. Schwartz: è considerato una autorità mondiale e assoluta in tema di aritmie genetiche, alla luce del fatto che da 50 anni si occupa di SIDS (morte in culla) e da quasi 20 anni con altri ricercatori ha dimostrato che circa il 10% di questi casi è dovuto alla sindrome del QT lungo. L’aspetto fondamentale e pratico della scoperta è che il pericolo cardiaco dei piccoli può essere identificato con un ECG (elettrocardiogramma) nel primo mese di vita e che, soprattutto, queste morti possono essere evitate. Inoltre, il gruppo di ricerca capitanato dal prof. Schwartz (con il contributo fondamentale di Lia Crotti e di un partner americano di lunga data, Al George) nel 2013 ha scoperto che mutazioni sul gene della Calmodulina, molto rare, causano un alto rischio di morte improvvisa nell’infanzia.

Prof. Schwartz, la vasta esperienza accumulata da lei e dal suo gruppo nel settore delle aritmie di origine genetica l’hanno portata, come dice il New York Times, ad essere riconosciuto come una figura leader di riferimento in questo settore clinico-scientifico. Ma come mai ha accettato di occuparsi di una vicenda così intricata e drammatica?

La donna accusata di infanticidio e due dei suoi bambini avevano una mutazione sul gene della Calmodulina! Per questa ragione mi è stato chiesto di contribuire ad uno studio sulle caratteristiche di questa mutazione (eseguito nel laboratorio di un ricercatore danese, Michael Toft Overgaard) e a scrivere il lavoro scientifico che ne sarebbe seguito. Come facevo a dire di no? Aggiungo che sulla base della nostra estesa esperienza in questo settore, abbiamo creato, con sede nell’Istituto Auxologico Italiano, il Registro Internazionale della Calmodulinopatie con già oltre 100 pazienti arruolati.

Quali sono le conclusioni dello studio?

Le nostre conclusioni sono state che la presenza in due dei 4 bambini morti – entrambi deceduti nel sonno – di una mutazione ereditata dalla madre sul gene della Calmodulina, fa ragionevolmente pensare che questa sia stata la causa della loro morte improvvisa. Queste mutazioni possono associarsi a morte cardiaca improvvisa specialmente nei primi anni di vita. La madre aveva avuto episodi di perdita di coscienza quando era giovane. Negli altri due bambini è stata trovata una mutazione associata, in studi sperimentali, a forme mortali di epilessia; su questo non posso pronunciarmi. Quando si trova una mutazione sul gene della Calmodulina è pratica corrente considerare questa la causa della morte. E’ evidente quindi che i nostri dati, sperimentali e clinici, fanno sorgere enormi dubbi sulla colpevolezza della madre almeno per quanto riguarda la morte di 2 dei 4 bambini. Per gli altri, prove di colpevolezza non esistono: è stato il quadro complessivo delle 4 vittime a far concludere ai giudici che si è trattato di infanticidio. Devo aggiungere qui che al giudizio di colpevolezza ha molto contribuito un “esperto” dell’accusa che ha dichiarato a verbale che le morti associate a mutazioni della Calmodulina non avvengono mai nel sonno. Qui sono diventati fondamentali i dati del nostro Registro Internazionale (Eur Heart J 2019;40:2964-2975) che dimostrano come il 25% di queste morti avvengano proprio nel sonno. In altre parole l’esperto ha dichiarato il falso, nonostante non potesse non conoscere il nostro lavoro che era già stato pubblicato al momento della revisione del processo.

Rimangono aperti, tuttavia, degli interrogativi: il caso è “risolto”, almeno dal punto di vista scientifico, o nutrite dei dubbi?

Noi riteniamo che per quanto riguarda i bambini con le mutazioni sulla Calmodulina, il disturbo genetico sia spiegazione sufficiente. Per gli altri due non possiamo pronunciarci, ma non c’è dubbio che la credibilità dell’accusa è stata grandemente compromessa dal nostro studio pubblicato su Europace (2021;23:441-450).

Com’ è stato l’iter della pubblicazione: ci sono state difficoltà o è filato tutto liscio?

Domanda interessante. A livello scientifico non c’è stato alcun problema. I due revisori del lavoro hanno dato parere favorevole alla rapida pubblicazione già in agosto. Poi è successo qualcosa. Avevamo già le bozze dell’articolo pronte quando, nel loro entusiasmo, i colleghi australiani ne hanno parlato con un giornalista. Questo, per scrupolo professionale, ha informato l’esperto dell’accusa (nel testo tutta questa parte era stata documentata). Nel giro di poche ore questa persona ha smosso una serie di avvocati minacciando il Europace di far causa per diffamazione, riuscendo a far bloccare la pubblicazione. E’ seguita una fase difficile nella quale abbiamo dovuto rimuovere dal testo originale tutti i dati personali della madre e dei 4 bambini e soprattutto ogni riferimento a quanto detto dall’esperto dell’accusa. Questo ha fatto ritardare di mesi la pubblicazione. Storia incredibile di tentata censura.

Possiamo comunque dire che si tratta di un caso in cui la scienza è andata in soccorso della giustizia?

Credo che possiamo dire che la ricerca scientifica seria, tra le altre cose, può anche contribuire a fare chiarezza in casi tragici come questi. I nostri risultati non dimostrano quanto è successo, ma indicano chiaramente che Kathleen Folbigg è stata condannata più sulla base di presunzioni che su basi oggettive e che i nostri dati hanno indicato come lei potrebbe essere innocente. Per far scontare 30 anni di carcere la colpevolezza deve essere provata al di là di ogni dubbio.

Disturbi del comportamento alimentare: una serata speciale su Rai3


Sabato 13 marzo, in prima serata, verrà trasmessa da Rai3 una puntata speciale della docu-serie di successo “Fame d’amore” condotta da Francesca Fialdini in occasione della giornata nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata ai disturbi alimentari. Alla trasmissione parteciperanno lo psichiatra e psicoanalista di Auxologico Leonardo Mendolicchio e ospiti del mondo dello spettacolo sensibili alla problematica dei DCA.

Siamo in emergenza da oltre un anno per il Covid. E questo ha avuto ripercussioni psicologiche pesanti su tutti noi. A maggior ragione le ricadute sono state drammatiche su tutte quelle problematiche sanitarie che già avevano componenti psicologiche. Tra queste, i disturbi del comportamento alimentare (DCA) che, secondo stime recenti, sono cresciuti del 30% tra la popolazione soprattutto giovanile. Una situazione tanto più seria quanto si consideri che i disturbi alimentari necessitano sovente di un’assistenza quotidiana da parte di équipe multidisciplinari specializzate e, a volte, anche di ricovero ospedaliero. I DCA sono un insieme di condizioni patologiche che possono comportare un grave rischio per la salute e  per ottenere un risultato terapeutico significativo è sicuramente decisivo intervenire tempestivamente presso centri specialistici di elevata esperienza.

L’Auxologico, istituto di ricerca e cura a carattere scientifico (Irccs) fa parte della rete nazionale dei centri di riferimento per la cura dei DCA riconosciuta dal Ministero della Salute e in quanto tale se ne occupa attivamente da decenni, sia in ambito clinico che di ricerca biomedica, presso le a sue sedi milanesi e piemontesi. Nell’ambito della problematica dei DCA è universalmente riconosciuta anche l’importanza fondamentale della comunicazione, tanto alle famiglie quanto presso gli istituti scolastici, e per questa ragione, Auxologico organizza da anni anche incontri pubblici per sensibilizzare tutti i soggetti che interagiscano con i ragazzi, in modo di potere riconoscere e cogliere tempestivamente i segni precoci di un possibile disturbo alimentare.

Nel solco di questa attività “didattica e preventiva” rispetto ai DCA, Auxologico ha colto con grande favore l’invito a partecipare alla serata speciale della docu-serie di successo “Fame d’amore” condotta da Francesca Fialdini in programma per sabato 13 marzo in prima serata su Rai3, quale anticipazione della giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla” dedicata ai DCA che cade il 15 marzo. Nel corso della serata verrà trattato il tema dei DCA con la presenza del dott. Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicoanalista, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Riabilitazione DCA – Auxologico Piancavallo (Verbania), alcuni giovani pazienti che racconteranno la propria esperienza e ospiti del mondo dello spettacolo che hanno vissuto anch’essi, in prima persona, questo disturbo. Nel corso del programma di Rai3 è inoltre previsto un collegamento con la sede ospedaliera di Auxologico a Piancavallo.

Leonardo Mendolicchio

Abbiamo rivolto alcune domande al dott. Leonardo Mendolicchio e al regista della serata speciale “Fame d’amore”, Andrea Casadio, già neuroscienziato collaboratore del premio Nobel per la medicina Eric Kandel alla Columbia University di New York e oggi giornalista e documentarista scientifico.

Dott. Mendolicchio, la giornata nazionale del Fiocchetto Lilla è l’occasione per tornare a parlare dei disturbi alimentari: quali sono le maggiori problematiche attuali a livello nazionale? Tutti possono accedere a centri specialistici e a cure adeguati?

La giornata del Fiocchetto Lilla permette all’opinione pubblica di riflettere su un tema per me molto importante, ovvero quello che riguarda una forma di sofferenza molto pericolosa, subdola, mortale, e che spesso viene vissuta in silenzio. Alcuni giorni fa ho visitato una donna di 53 anni che ha convissuto con la sua anoressia da quando ne aveva 16. Il vero scandalo di cui dobbiamo parlare il 15 marzo (ma non solo in quella data), è  proprio questo, ovvero delle vite trascorse accanto ad un DCA senza cure efficaci, senza centri specializzati, senza risorse dedicate ad un gruppo di malattie che si annida in tante storie di donne e uomini che da adolescenti incontrano questo disturbo.

Fino a qualche anno fa i disturbi dell’alimentazione erano classicamente l’anoressia e la bulimia: è ancora così? Cos’è cambiato?

Anoressia e bulimia sono la punta dell’iceberg, sotto il quale c’è il grande oceano delle dipendenze da cibo, dei comportamenti alimentari rigidi e stereotipati. Pensiamo all’ortoressia, ovvero l’ossessione per il cibo sano, e capiremo come l’universo dei DCA ha davvero molte sfaccettature. Oppure alle molte mura dove nascondersi, come quelle delle palestre dove molti giovani si ipnotizzano dietro al mito del corpo muscoloso sviluppando una malattia denominata vigoressia. 

I DCA sono malattie complesse e sfaccettate richiedenti team di cura di alta specializzazione. Cosa possiamo dire in merito a quanti si propongono come singoli soggetti in grado di “risolvere” il problema di coloro che si rivolgono a loro?

Chi propone una cura per i DCA in tempi rapidi, con poche risorse oppure in modo solitario non propone una cura adeguata, bensì rischia di fare la figura di chi “vende pentole”. Sapendo che in Italia muoiono 3.000 persone l’anno per i DCA non è più tollerabile pensare ad ambulatori o strutture pubbliche che si reggono sulla passione dei medici tirocinanti oppure che accolgono i pazienti solo alcuni giorni a settimana. Se si vuole strappare di dosso ai ragazzi questa brutta malattia c’è bisogno di tempo, risorse e personale altamente qualificato.

Si può guarire da un DCA? 

Assolutamente sì, se curati in modo completo e per tempo, la prognosi è sempre favorevole. Il nemico numero uno è l’ignoranza del mondo sanitario e sociale che ancora negano o non capiscano tali disturbi. Anche l’Aids ha iniziato ad essere una malattia curabile quando abbiamo iniziato a divulgare una cultura sull’Hiv. Nei DCA manca totalmente la cultura della prevenzione. Nonostante ciò possiamo affermare che dall’anoressia e dalla bulimia si guarisce con buone cure e con una buona dose di pazienza.  

Dott. Casadio,  lei è medico oltre che regista di documentari scientifici: qual è l’intento della trasmissione in prima serata di sabato 13 marzo sui disturbi alimentari, che anticipa la giornata nazionale del Fiocchetto Lilla?

Andrea Casadio

Il nostro intento primario è di informare e di lanciare un allarme. Partiamo dai numeri. In Italia 3 milioni di persone, soprattutto giovani, soffrono di anoressia, di bulimia o di disturbo di alimentazione incontrollata, i cosiddetti disturbi del comportamento alimentare. Su 100 adolescenti, più di 10 soffrono di disturbi alimentari. Nove su dieci sono donne. Ogni anno, le vittime sono state più di 3000, cioè ogni giorno 10 giovani muoiono. Tra i giovani, i disturbi del comportamento alimentare rappresentano la seconda causa più frequente di morte, dopo gli incidenti stradali. Ma 8 giovani su 10 guariscono. Se si considera anche l’obesità, circa il 20 per cento degli individui soffre di disturbi del comportamento alimentare.

Ecco, queste sono le cifre di una epidemia, di un enorme problema sociale che molti sottovalutano.

Poi naturalmente il nostro scopo è quello di raccontare le storie di questi ragazze e ragazzi che soffrono di questi disturbi e delle loro famiglie, perché anche se in genere solo una figlia o un figlio esprime il sintomo del disturbo alimentare, è la famiglia intera che si ammala.

Qual è il modo che ritiene più adeguato e corretto per trattare temi così complessi e delicati in tv?

Il modo più adeguato per trattare temi così complessi delicati è uno solo: lasciare raccontare la storia ai diretti protagonisti, cioè alle ragazze e ai ragazzi malati. Con enorme rispetto, attenzione e gratitudine: perché il lavoro vero lo fanno i ragazzi, voglio dire lo sforzo di mostrarsi e di raccontarsi è solo loro. Noi “autori” non abbiamo nessun merito. Noi potremmo e dovremmo scomparire. Questi ragazzi non hanno niente da nascondere, se mi permetti, dovrebbero essere fieri delle loro storie e del loro dolore – perché questi disturbi nascono spesso da un grande dolore – e non avere nessuna ritrosia a mostrarlo. Per me, questi ragazzi sono anime sensibili che, quasi fossero le prime le linee di un esercito in marcia, cadono sotto le frecce delle richieste della società, che chiede loro di essere belli e perfetti. Loro svelano lo scandalo, cadono per noi, e ci salvano.