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Cervello, sistema immunitario e ipertensione: le interazioni


Cervello_IpertensionePer generazioni di medici dire “ipertensione essenziale” equivaleva a dire che non se ne conosceva la causa. Ce l’avevi e te le tenevi. Ce l’avevi per ragioni familiari, genetiche, e te la curavi grazie ai farmaci che per fortuna sono stati messi a punto. Correggendo nel contempo gli stili di vita. Anche se un margine di rischio per infarto, ictus, insufficienza renale e disabilità, permane. Inoltre, l’ignoranza resta: cosa la innalza, cosa la causa, quali sono i meccanismi fisiopatologici che la determinano? Ancora, lo stress ha di certo un ruolo riconosciuto, quindi pure il cervello, ma in che modo?

Ora un lavoro a cui hanno preso parte cardiologi e immunologi dell’Auxologico, propone una spiegazione nella patogenesi dell’ipertensione essenziale che chiama in causa una interazione tra midollo osseo, microglia cerebrale e mediatori immunitari – nello specifico: citochine e peptidi, come il neuropeptide Y, la sostanza P, l’angiotensina II e l’angiotensina (1-7) – che potrebbe essere alla base dello sviluppo dell’ipertensione arteriosa.

Il ruolo dello stress

In tale interpretazione patogenetica, lo stress psicologico cronico aumenta il rischio di ipertensione attraverso un meccanismo che coinvolge il midollo osseo e il sistema nervoso simpatico. L’attivazione della microglia cerebrale è un segno distintivo della neuroinfiammazione nell’ipertensione e il midollo osseo, si dice in questo articolo, contribuisce all’ipertensione aumentando lo stravaso delle cellule infiammatorie periferiche nel cervello.

Sempre più attenzione viene dunque posta ai meccanismi che determinano la neuroinfiammazione e il “crosstalk” immune, come si dice nel titolo di questo lavoro, alla base di malattie con manifestazioni a carico di vari organi e apparati, dal cardiovascolare allo stesso cervello.

Nature Reviews Cardiology 2019 Mar 20 
Neuroimmune crosstalk in the pathophysiology of hypertension 
Calvillo L, Gironacci MM, Crotti L, Meroni PL, Parati G

Un pisano aveva già scoperto più di 200 anni fa la connessione cervello-sistema immunitario


Paolo_MascagniCome dice l’immuno-psichiatra (così si definisce) britannico Edward Bullmore nel suo recente libro pubblicato in italiano da Bollati Boringhieri La mente in fiamme. Un nuovo approccio alla depressione, è caduto il “muro di Berlino” della cosiddetta “barriera ematoencefalica”. È soprattutto caduta la convinzione che non vi siano rapporti tra cervello e sistema immunitario. Eppure bastava dare retta a questo bel nasone di oltre 200 anni fa, di fatto il padre della neuroimmunologia.

Paolo Mascagni, detto anche Giovanni Paolo Mascagni, nacque in un giorno anagraficamente imprecisato tra la fine di gennaio e i primi di febbraio 1755 a Pomarance, in provincia di Pisa. Insegnò anatomia umana a Siena quando aveva solo 22 anni e in seguito ha insegnato anatomia, fisiologia e chimica a Firenze. Nel 1787, a soli 9 anni dalla laurea, Mascagni pubblicò il Vasorum Lymphaticorum Corporis Humani Historia et Ichnographia (Storia e rappresentazione grafica dei vasi linfatici nel corpo umano).

E come si legge su “Nature Medicine” di ieri nell’articolo dedicato alla storia delle scoperte Paolo_Mascagni_DisegniAnatomicie dei dettagliati disegni anatomici di Mascagni (purtroppo con testi redatti in latino, che ne hanno occultato lo studio e la diffusione fino ai giorni nostri): «Il mito secondo il quale il sistema nervoso centrale non ha alcuna interazione con l’immunità periferica, in parte a causa della mancanza di vasi linfatici, non può più essere sostenuto. Poiché la descrizione contemporanea dei linfatici all’interno del Sistema Nervoso Centrale segna una pietra miliare nella storia della neurologia, dell’apprendimento e dello studio della storia della medicina. In particolare l’esplorazione diretta dei testi originali, aiuterà la comunità scientifica ad apprezzare ulteriormente le scoperte moderne e spianare la strada alle future scoperte biomediche».

Immagini tratte da: Vasorum Lymphaticorum Corporis Humani Historia et Ichnographia (1787). Wellcome Collection, London.

A (delayed) history of the brain lymphatic system
Stefano Sandrone,Daniel Moreno-Zambrano,Jonathan Kipnis & Jan van Gijn.
Nature Medicine 25, 538–540 (2019)

L’unghia di gatto (Uncaria tomentosa) graffia l’Alzheimer


UnghiaDiGattoL’Uncaria tomentosa (unghia di gatto), una pianta della foresta pluviale amazzonica, sarebbe in grado di rallentare il decadimento cognitivo e della memoria nell’anziano e, addirittura, di contrastare la formazione di “placche e grovigli” che sarebbero alla base dell’Alzheimer. Lo studio è stato pubblicato dai Scientific Reports della rivista “Nature” e informa inoltre che negli Stati Uniti è già disponibile un prodotto il cui nome commerciale è “Percepta”, contenente sia l’estratto vegetale titolato di Uncaria in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong.

Com’è noto, la principale teoria patogenetica riguardo invecchiamento cerebrale e  morbo di Alzheimer, seppure considerati oggi ad aziologia multifattoriale, insegna che sarebbero causati dall’accumulo di proteine ​​beta-amiloide contenenti “placche” e proteine ​​tau contenenti “grovigli” che contribuiscono ad accelerare la perdita di memoria e il declino cognitivo. In pratica, tali proteine, finirebbero col “soffocare” il tessuto cerebrale, “intrappolando” i neuroni e l’attività sinaptica e determinando alla fine l’aterazione irreversibile, fino ad oggi, del buon funzionamento del cervello.

Percepta: il prodotto vegetale contro il declino cognitivo 

Riguardo il prodotto già commercializzato negli USA con il nome di “Percepta”, si tratta di un nuovo integratore naturale a base vegetale che prende di mira le placche e i grovigli PerceptaCapsule.pngdel cervello. Al riguardo, gli autori dello studio scrivono: «Il prodotto Percepta contiene l’unghia di gatto in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong. Solo questi due principali ingredienti hanno causato una potente attività di inibizione e dissoluzione della “placca e groviglio” in numerosi studi preclinici. I risultati di numerosi studi preclinici con Percepta dimostrano che ha il potenziale per essere il primo nutraceutico sviluppato per target specifici nel ridurre/prevenire “placche e grovigli” cerebrali».

Una ulteriore dimostrazione di quanto il mondo vegetale, a cui evolutivamente siamo legati, abbia ancora da offrirci e svelarci per prevenire le malattie e curarle, anche nelle forme più gravi. E non resta che auguraci che “Percepta”, già presente nei siti americani di vendita online, possa essere importato e commercializzato pure in Italia. 

The Amazon rain forest plant Uncaria tomentosa (cat’s claw) and its specific proanthocyanidin constituents are potent inhibitors and reducers of both brain plaques and tangles. Snow AD, Castillo GM, Nguyen BP, Choi PY, Cummings JA, Cam J, Hu Q3, Lake T, Pan W, Kastin AJ, Kirschner DA, Wood SG, Rockenstein E, Masliah E1, Lorimer S1, Tanzi RE, Larsen L. Scientific Reports 9, Article number: 561 (2019) 

Enzo Soresi: la resilienza al convegno di Medicina Biointegrata di Roma


EnzoSoresi_MedicinaBiointegrataRomaConvegnoSabato 6 aprile prossimo si terrà a Roma il sesto congresso di “Medicina biointegrata” e la relazione che  mi è stata assegnata  riguarderà il tema della resilienza. Con il coblogger Pierangelo Garzia ed il giornalista  scientifico Edoardo Rosati, nel 2012 abbiamo pubblicato un libro dal titolo Guarire con la nuova medicina integrata edito da Sperling & Kupfer. Protagonista di questo libro era un mio paziente che a 36 anni si ammalò di tumore alla pleura con prognosi assai severa   di pochi anni di vita. Dopo chemioterapia, chirurgia radicale con asportazione di un polmone e radioterapia post operatoria, sapendo, per mia esperienza,  che la malattia prima o poi  sarebbe ritornata mi sono affiancato a lui sviluppando a 360° un percorso di medicina integrata tradotto poi nel libro prima citato.

Un caso esemplare di resilienza: il mio paziente “Ulisse” 

La cosa che mi colpì di questo giovane fu  proprio la sua “resilienza” cioè la capacità di convivere con una malattia a  prognosi infausta sviluppando  la sua attività lavorativa ad altissimo livello e mantenendo il suo rapporto con la famiglia sempre molto protettivo senza mai fare trapelare la sua angoscia di morte. È per questo motivo che nel libro lo abbiamo chiamato “Ulisse” come l’eroe Acheo.  Proprio pensando alla straordinaria capacità di Ulisse sono rimasto colpito da un articolo comparso sulla rivista “Internazionale” del 22-28 febbraio 2019, nell’area delle scienze, il cui titolo era “Vulnerabili e contenti”.

Le ricerche di Stephen Suomi sulle scimmie timide

Stephen Suomi è il primatologo che,  lavorando per oltre 50 anni, nel Maryland , sui macachi reso si era reso conto che alcuni di questi, già da piccoli, manifestavano timidezza e scarsa capacità di relazione diventando, da adulti,  molto simili ad uomini affetti da depressione. In psichiatria prevale l’opinione che alcune persone abbiano una predisposizione genetica per le malattie mentali. Ma perché questo avvenga e si trasformi in malattia è necessario che il soggetto affronti una  infanzia difficile che attiva appunto questi geni “vulnerabili”.

Suomi analizzò il DNA di questi macachi timidi ed evidenziò una mutazione genetica che, negli essere umani,  è associata alla depressione. Cercò la stessa mutazione in altri primati senza trovarne traccia. “Cosa rende gli essere umani e i macachi reso diversi da altre specie di primati? ”, si chiese Suomi.  All’improvviso la differenza gli saltò  agli occhi: “la eccezionale capacità di adattamento”. La maggior parte degli  scimpanzé o scimmie infatti, al di fuori del proprio habitat, non sopravvive. Gli esseri umani e i macachi reso, invece, hanno prosperato in una grande varietà di ambienti in tutto il pianeta. Di conseguenza Suomi ne ha dedotto che la straordinaria resilienza di queste due specie fosse associata ai geni della vulnerabilità.

I geni e i vantaggi della vulnerabilità 

Dopo questa ricerca molte altre prove sui vantaggi che i geni della vulnerabilità inducono sono state riportate dalla letteratura scientifica. In conclusione se n’è dedotto che, se i soggetti con questo fattore di rischio vengono allevati con amore ed adeguato accudimento, risulteranno  “vincenti” nella vita esattamente come Ulisse,  se invece rimangono orfani o vengono male accuditi esprimeranno la malattia.

La “resilienza” quindi, basata  su un handicap biologico  può produrre soggetti di successo e diventare quindi una potenzialità genetica vantaggiosa. Se allora riflettiamo sulle ipotesi di Daniel Dennet di un disegno intelligente nell’evoluzione, come da lui ribadito nel suo  libro Dai batteri a Bach,  alla luce di queste novità scientifiche, bisogna ancora una volta dare ragione a Darwin quando scrisse: la natura non fa progetti ma trova espedienti.

 

Enzo Soresi a “Spazio Nutrizione”: cosa sono gli AGEs e come mi sono salvato la vita grazie a loro


SpazioNutrizione_Convegno_EnzoSoresiSabato 23 marzo, nella sessione “PNEI e matrice connettivale. Il volto moderno della fisiopatologia in tema di nutrizione” coordinata da Maria Corgna,  all’interno del congresso “Spazio Nutrizione. La filiera della sana nutrizione” presso il Mariott Hotel di Milano, terrò una relazione dal titolo “La nascita del cervello e l’importanza della nutrizione nei primi anni di vita”.

Prenderò lo spunto da questo tema per spiegare come, per caso, a 73 anni compiuti, grazie ad una alimentazione ricca di carboidrati impostata dalla mamma calabrese fino dalla prima infanzia, scoprii di avere gli AGEs (advanced glication endproducts, prodotto finale della glicazione avanzata) a valori critici tali da prospettarmi imminenti rischi di ammalarmi di diabete di tipo2, di essere un cardiopatico e di avere ancora pochi anni di vita.

Grazie a questo singolare esame degli AGEs (autofluorescenza cutanea, SAF) ho cambiato radicalmente alimentazione, ho assunto un farmaco antidiabetico, peraltro oggetto di uno studio aperto coordinato dal prof. Franco Berrino e noto come “ME ME ME” (da: sindrome metabolica , dieta mediterranea, metformina) ed in 7 anni sono passato da una elevata condizione di rischio ad una di normalità.

Alla luce di questa mia esperienza, con il coblogger Pierangelo Garzia, abbiamo deciso di tradurre questa mia esperienza in un libro il cui titolo sarà  Come ringiovanire invecchiando (Utet). Grazie all’abbattimento degli AGEs infatti  ho praticamente azzerato la neuroinfiammazione, ridotto il peso trasformando il grasso bianco in grasso bruno, non ho più dolori articolari e dormo 9 ore per notte in compagnia di sogni piacevoli ricchi di storie intriganti. E soprattutto ho raggiunto gli 81 anni e sono in piena attività cognitiva e fisica.

van Waateringe RP, Fokkens BT, Slagter SN, van der Klauw MM, van Vliet-Ostaptchouk JV, Graaff R, Paterson AD, Smit AJ, Lutgers HL, Wolffenbuttel BHR, Skin autofluorescence predicts incident type 2 diabetes, cardiovascular disease and mortality in the general population, Diabetologia. 2019 Feb;62(2):269-280. doi: 10.1007/s00125-018-4769-x

Spazio Nutrizione Programma 2019 

UFO: la cultura che ci cambiò la vita


FenomenoUFO_libro_RiccardoGramantieriGli UFO non sono più quelli di una volta. Qualcosa sta cambiando. Gli UFO sono diventati psichici. Sono diventati una categoria della mente. Sono entrati di diritto nella cultura. E neppure quella pop. Ma bensì cultura, storia e psicologia degli UFO. Sono sempre più i ricercatori e gli accademici ad occuparsene. Segno che non è più materia da ridicolizzare. Citiamo solo due casi recenti. Il dotto, documentato e analitico saggio dell’ingegnere e psicologo clinico Riccardo Gramantieri dal titolo Fenomeno UFO. Science and fiction (1947-1961) uscito da Mimesis e American Cosmic: UFOs, Religion, Technology (Oxford University Press) di Diana Walsh Pasulka.

Scrive il filosofo Giuseppe Panella nella postfazione di Fenomeno UFO: «I dischi volanti – sinonimo spesso di follia e di stralunata incapacità di vivere – si rivelano un sogno collettivo che ha affascinato una intera generazione. Merito del libro di Gramantieri è di averlo ricostruito e decrittato alla luce delle sue molteplici variabili e possibilità di lettura, senza prendere posizione e senza usare nessuna derisione nel descriverlo per quello che è stato (e come le analisi del carattere clinico del fenomeno oggi ampiamente dimostrano): l’aspirazione a trovare fratelli nello spazio e nel non sentirsi soli nelle gelide giornate che si susseguono implacabili nella vita quotidiana. Credere di aver visto un ufo ha costituito, per molti loro osservatori in buona fede, la “domenica della (loro) vita”».

Questo brano conclusivo del filosofo Panella suona per la verità tragicomico, e non condivisibile, almeno da parte nostra, quando torna sull’ipotesi allucinatoria delle testimonianze UFO “come le analisi del carattere clinico del fenomeno oggi ampiamente dimostrano”. Cosa che non è affatto. Non almeno in questa forma di superficiale generalizzazione.

American Cosmic: l’influenza della cultura UFO nell’innovazione

Di altro tenore a spessore è invece il recente saggio American Cosmic: UFOs, Religion, Technology (Oxford University Press) di Diana Walsh Pasulka, professore e direttore del dipartimento di filosofia e religione alla University of North Carolina Wilmington. DianaAmericanCosmic_libro_DianaWalshPasulka Walsh Pasulka mostra come da una parte quella degli UFO sia diventata una sorta di “nuova religione” del secondo e terzo millennio, ma non sia affatto uno stimolo mentale da “alienati”, anzi. Molti dei nuovi promotori, inventori e imprenditori delle nuove tecnologie, nonché registi, artisti e musicisti, ne sono stati e ne sono ispirati. Per fare cosa? Per inventarsi il futuro. Per immaginare un avvenire cosmico. Per sperare nella fratellanza cosmica. Diana Walsh Pasulka ha condotto una vera e propria, serrata inchiesta sul campo, dal deserto del New Mexico alla Silicon Valley, dall’Archivio Segreto Vaticano agli osservatori spaziali.

Tra l’altro, Diana Walsh Pasulka inizia il suo viaggio affiancandosi a un mito dell’ufologia di alto livello: lo scienziato Jacques Vallée, astronomo e informatico, autore del capolavoro Passport to Magonia: from Folklore to Flying Saucers, nonché consulente dell’altrettanto film-capolavoro Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg .

Contrariamente a quanto sostiene il suddetto Giuseppe Panella, Glenn C. Altschuler recensendo American Cosmic su “Psychology Today” dice: « Gli avvistamenti UFO, sostiene Pasulka, spesso cambiano le vite, in modo simile alle esperienze di conversione religiosa. Come alcune tradizioni religiose, incluso il Buddismo Zen, la logica UFO non è sempre razionale. A volte si basa su narrazioni insensate ed esperienze mistiche per domare la coscienza normale e stimolare l’illuminazione. Pasulka contesta anche il punto di vista secondo cui i credenti degli UFO sono membri non istruiti e marginali della società. Alcuni scienziati molto ben considerati, lei indica, sono convinti che i non umani abbiano visitato il Pianeta Terra: hanno scelto di rimanere anonimi per proteggere la loro reputazione professionale. E American Cosmic esamina i modi in cui i media, nel bene e nel male, operano come un’autorità culturale UFO. Usando un metodo comune tra gli antropologi, Pasulka sostiene di non credere né di non credere, ma insiste che le testimonianze sono, in modi importanti, “reali”. Questo approccio le consente di valutare l’impatto e la logica interna di un “fiorente sistema di credenze”».

C’è ne abbastanza per discuterne in modo più ampio e serio? Almeno come categoria culturale e psicologica che può farci capire molto di noi, di quale livello evolutivo abbiamo raggiunto? Su quali siano le nostre speranze e le nostre attese? Sono domande retoriche, ovviamente.

American Cosmic: UFOs, Religion, Technology (sito ufficiale)

Gli alieni sono sulla Terra: cosa fare? Lo spiegano psichiatri, antropologi e pedagogisti

Glenn C. Altschuler, Taking UFOs Seriously. UFO sightings are unsubstantiated, but testimonials should be taken seriously, “Psychology Today”, Feb 05, 2019

Enzo Soresi: la logica eterna delle cellule e la mia partecipazione al convegno di Modena sull’oncologia integrata


SORESI_ConvegnoModena_Oncologia_IntegrataIl tre marzo parteciperò al terzo congresso di oncologia integrata che si terrà a Modena  avendo come tema nella mia relazione “La Pnei in oncologia”. Come lettore della rivista “Internazionale”,  nella rubrica delle scienze, periodicamente,  leggo  interessanti articoli su vari argomenti di medicina o di neuroscienze. Nel numero dell’8-14 febbraio 2019 sono rimasto colpito dall’articolo di un fisico britannico, Paul Davies, docente presso l’Università dell’Arizona, fisico e cosmologo, responsabile con la dr.ssa Barker di un centro ricerche di oncologia presso l’Università dell’ Arizona (ASA).

Il cancro come fenomeno biologico 

L’obbiettivo dei ricercatori è quello  di capire il cancro, non come malattia, ma come fenomeno biologico.  La cellula cancerosa, secondo questo tipo di ricerca, nascerebbe come fenomeno regressivo che si innesca  quando la cellula somatica si trova in un ambiente  non adeguato alla sua sopravvivenza. Analogamente ai batteri  che, quando si trovano difficoltà,  attivano un fenomeno regressivo che li spinge a moltiplicarsi ai fini della loro sopravvivenza, cosi le cellule somatiche  subirebbero lo stesso tipo di stimolo regressivo,  perdendo la loro  differenziazione e ritornando ad essere  una cellula primitiva, cioè non differenziata. Non a caso questa teoria si chiama atavistica . Questo spiegherebbe anche la disseminazione metastatica delle cellule  cancerose quasi si trattasse di un nuovo organismo  che tende ad espandersi.

Secondo questa teoria , di conseguenza, non avrebbe senso il tentativo di eradicare le cellule tumorali ma si dovrebbe, invece, agire per ripristinare l’ambiente ideale affinchè le cellule tumorali perdano la loro motivazione ad esistere. Come medico, oncologo,  continuo a chiedermi il significato della aggressione chemioterapica che viene regolarmente proposto,  in oncologia, a pazienti con tumori solidi a nascita dai vari organi ed i cui risultati di guarigione sono assai controversi . Forse andrebbe rivisto questo atteggiamento dando più spazio a terapie integrate che lavorino sull’organismo ripristinando  quelle  condizioni  biologiche ideali affinchè le cellule cancerose perdano il l loro stimolo a riprodursi.

La mia visione integrata sulla cura del cancro 

Personalmente,  da sempre, occupandomi di oncologia polmonare presso l’ospedale di Niguarda, divisione pneumologica Piazza, dal 1970  al 1998, ho privilegiato protocolli  di chemioterapia il meno tossici possibili, potenziando invece le risorse organiche e mentali dei miei pazienti  avvalendomi a 360 gradi di consulenti di tutti i tipi quali, psichiatri, psicologi,   medici omeopati, medici steineriani,  biologi nutrizionisti, fitoterapeuti, massofisioterapisti, counselor del metodo Simonton e,  come scrissi nel  mio libro Il cervello anarchico (Utet 2006, continuamente ristampato alla data attuale) non ho potuto avere come consulenti  solo gli  sciamani,  non più  reperibili nella nostra società occidentale in quanto sostituiti dal farmaco. Quindi ben venga il terzo congresso di oncologia integrata che spinge in questa direzione e che sicuramente farà riflettere gli oncologi affinchè si allontanino dal loro pragmatismo impostato su protocolli ed aggressività. Ogni singolo paziente va interpretato con arte, umiltà, dedizione ed  attenzione alla relazione medico-paziente perché le sorprese in oncologia ed in generale in medicina,  sono continue e nella mia relazione del tre marzo né racconterò alcune.

3° Convegno di Oncologia Integrata, Modena – Forum Monzani BPER, 3 Marzo 2019