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Covid e infiammazione: il ruolo delle terapie con immunomodulatori


Pierluigi Meroni

Sin dall’inizio della pandemia è emerso che i danni maggiori in corso di Covid-19 erano da ascriversi all’esagerata risposta infiammatoria dell’organismo. Qualcosa di simile a quanto succede nelle malattie autoimmuni in cui il sistema immune innesca una risposta contro il proprio organismo e determina un danno dei tessuti legato all’infiammazione. Inoltre è stato visto che pazienti con malattie autoimmuni ed in terapia con farmaci immunosoppressori non manifestavano una malattia più grave  ed anzi, in alcuni casi presentavano forme più lievi. Da queste osservazioni è nata l’idea di utilizzare questi stessi farmaci anche in corso di Covid-19. L’Alleanza Europea delle Associazioni di Reumatologia, EULAR, è l’organizzazione che rappresenta le persone affette da malattie reumatologiche (incluse quelle autoimmuni), gli operatori sanitari in reumatologia e le società scientifiche di reumatologia di tutte le nazioni europee.

«L’EULAR ha radunato un gruppo di esperti europei, tra i quali il sottoscritto», spiega il prof. Pierluigi Meroni, direttore del Laboratorio sperimentale ricerche immunologia clinica e reumatologia dell’Auxologico «ed ha chiesto loro di analizzare tutti i dati riguardanti l’uso di farmaci anti-infiammatori ed immunosoppressori disponibili nelle pubblicazioni scientifiche relative a pazienti con Covid-19.  Il gruppo era costituito principalmente da reumatologi con larga esperienza nell’utilizzo di questi farmaci e da epidemiologi e statistici che hanno contribuito ad analizzare i dati raccolti. L’obiettivo è stato quello di fare il punto obiettivo su quali di questi farmaci si erano dimostrati efficaci e quali no sulla base di dati oggettivi e controllabili. Inoltre è stato chiesto al gruppo di esprimere delle linee guida e suggerimenti per l’utilizzo di questi farmaci nella pratica clinica. Il gruppo ha  pubblicato una prima relazione  sulla rivista  “Annals of the Rheumatic Diseases” (dell’importante Gruppo British Medical Journal) all’inizio del 2021 ed un successivo aggiornamento a settembre». 

In estrema sintesi, si è dimostrata l’inefficacia dell’utilizzo di antimalarici (Plaquenil) inizialmente creduti utili sulla base di modelli sperimentali non confermati dagli studi clinici. Inoltre si è visto che alcuni farmaci biologici (ad esempio gli inibitori del TNF) non sono dannosi e possono essere utilizzati con cautela nei pazienti reumatici in remissione con questi farmaci. Il dato più importante è tuttavia risultato quello della dimostrazione di come l’utilizzo di biologici che bloccano l’interleuchina 6 (uno dei principali mediatori dell’infiammazione) e del cortisone abbia un effetto positivo sulle forme moderate/severe di Covid-19 indipendentemente dalla presenza di una malattia reumatica autoimmune associata. Lo stesso è stato riscontrato per l’uso di inibitori della Janus chinasi (baricitinib e tofacitinib), farmaci da poco disponibili per il trattamento di artriti infiammatorie.  Viceversa, gli anticorpi monoclonali anti-Sars-CoV-2 e il plasma convalescente possono trovare applicazione nelle prime fasi della malattia e in sottogruppi selezionati di pazienti immunosoppressi. In conclusione, l’esperienza acquisita dai reumatologi/Immunologi clinici nel campo delle malattie autoimmuni si è rivelata di aiuto per disporre di farmaci che non hanno un’azione diretta  sul virus Sars-CoV2 ma che sono in grado di spegnere il processo infiammatorio conseguente al virus e dannoso per il nostro organismo.

2021 update of the EULAR points to consider on the use of immunomodulatory therapies in COVID-19

Annals of the Rheumatic Diseases 2022 Jan;81(1):34-40.

Stress e cuore: quando le emozioni possono essere letali


Peter Schwartz con il suo team clinico e di ricerca

Spesso la cronaca riferisce della morte improvvisa di una persona a seguito di un litigio, anche per cause banali, magari per la precedenza a un parcheggio, oppure in altre circostanze di stress acuto. L’esistenza di un’importante relazione tra stress, sistema nervoso autonomo e morte cardiaca improvvisa è nota da molto tempo. In questa ricerca, a cui ha preso parte anche Auxologico, sono state esaminate il gran numero di condizioni, agenti a livello individuale o di popolazione, che sono state causalmente associate alla morte cardiaca improvvisa e sono stati discussi i vari aspetti degli studi che esplorano tali associazioni. Queste condizioni includono fattori di stress esterni (terremoti, guerre) e interni (rabbia, paura, perdita di una persona cara) ed emozioni anche di segno opposto, come una gioia improvvisa (portafoglio ritrovato).

Cosa hanno in comune lo spavento e la gioia? Tutte le emozioni forti ed improvvise hanno lo stesso effetto: i nervi simpatici liberano noradrenalina nel cuore ed è questa sostanza naturale che può scatenare, in cuori predisposti, le aritmie fatali. La maggior parte delle situazioni conferma l’antica visione secondo cui gli aumenti dell’attività simpatica sono proaritmici, possono cioè innescare aritmie, mentre gli aumenti dell’attività vagale sono protettivi, questo perché il nervo vago libera nel cuore l’acetilcolina, sostanza che antagonizza l’effetto della noradrenalina.

Tuttavia, gli autori hanno anche  discusso  una condizione in cui il colpevole sembra essere l’eccesso di attività vagale. Si tratta delle “morti voodoo”, quelle in cui lo stregone del villaggio scacciava un uomo dalla tribù e questo, perduta ogni speranza di vita, si sdraiava accanto ad un albero e – nel giro di un giorno o due – moriva. Nella nostra società la situazione equivalente   è quella dei coniugi molto anziani il cui compagno/a muore: chi sopravvive spesso perde letteralmente la voglia di vivere e non è raro che queste persone muoiano nel giro di poche settimane dalla perdita del partner di una vita intera.

Di tutti questi aspetti tratta in modo dettagliato e approfondito l’articolo scientifico “Stress, the autonomic nervous system, and sudden death” appena pubblicato dalla rivista Autonomic Neuroscience: Basic and Clinical. Ne parliamo con il prof. Peter Schwartz, direttore del Centro per lo studio e la cura delle aritmie cardiache di origine genetica e del Laboratorio di genetica cardiovascolare dell’Auxologico, considerato uno dei massimi esperti mondiali di artimie di origine genetica.

Prof. Schwartz, cosa evidenza questa ricerca?

Questa ricerca fornisce la chiave per interpretare morti improvvise di persone all’apparenza sane, in condizioni di stress psicologico. Negli anni 80’ e 90’ abbiamo proprio dimostrato, a livello sperimentale, come l’improvviso aumento di attività simpatica possa indurre aritmie fatali e come, nelle stesse condizioni, l’aumento dell’attività vagale possa prevenirle. Abbiamo già trasferito queste conoscenze dal laboratorio ai nostri pazienti e oggi la modulazione del sistema nervoso autonomo per fini terapeutici è già entrata nella pratica clinica. Questa è stata una grande soddisfazione per il nostro gruppo, sempre attivo nella ricerca e nella clinica.  

Alla luce di tutto ciò, cosa andrebbe consigliato al paziente cardiopatico?

Chiaramente le brusche emozioni possono essere pericolose, e questo vale soprattutto per i pazienti con malattia ischemica o pregresso infarto. Le gioie improvvise non sono evitabili ma molto possiamo fare per evitare inutile emozioni negative. Anger kills (“La rabbia uccide”) è il titolo di un famoso libro dello psicologo americano Redford Williams che insegna a come controllare la rabbia…e salvarsi la vita. Molte delle rabbie che ognuno di sperimenta sono evitabili. Vale davvero il vecchio detto “ma lascia perdere…”.

Liberi (finalmente) dall’ossessione della libertà


di Arnaldo Ragozzino (*)

La notizia che le neuroscienze avrebbero dimostrato l’inesistenza del libero arbitrio ponendo una fine oggettiva a una plurisecolare disputa andrebbe accolta dal genere umano come una liberazione. Siamo tutti cresciuti nella convinzione di padroneggiare le nostre vite (e di poter rivelare nel mondo) grazie al pensiero cosciente che discerne, stabilisce finalità e percorsi, prevede le conseguenze del nostro agire, si tratti di vita pubblica o relazioni private. Il libero arbitrio è stata la pietra angolare sulla quale è stata costruita la civiltà moderna.

Sappiamo, intimamente, che questa libertà, certo efficace ai fini del nostro equilibrio mentale, è solo una semplificazione. La scoperta delle neuroscienze, dunque, non aggiunge nulla alla verità esperienziale che rivela nei nostri processi decisionali l’influenza prevalente di altre forze. Quando siamo richiesti di farlo ex post, riusciamo sempre a motivare con il pensiero cosciente e la libera volontà perché accogliamo o respingiamo una certa persona, perché decidiamo che cosa fare o non fare in un dato momento. Il nostro agire è però originato da forze più profonde, sottili, inconoscibili, qualcosa che decide prima di noi. La vita di ognuno di noi è continuamente segnata da atti e decisioni di questa natura.

Perché la constatazione che questa libertà non esiste sarebbe una liberazione? Per un motivo su tutti: ridimensionando il ruolo che l’io cosciente esercita nel nostro operato, ci sarebbe risparmiata una volta per tutte la ricerca continua e affannosa della giustificazione. Passiamo la nostra vita a convincerci e a convincere il nostro prossimo della bontà del nostro agire e delle nostre intenzioni, siamo capaci di manipolare fatti e situazioni pur di costruire storie presentabili, che accreditino un’immagine di noi socialmente adeguata.

Questa continua ricerca è il prezzo che paghiamo ai bisogni dell’io cosciente, entità inevitabilmente votata all’affermazione e alla difesa di sé, quindi alla prevaricazione, perfino quando si presenta sotto le sembianze di figure votate al bene dell’umanità. Sapere di essere governati almeno quanto governiamo (se non di più), ci affrancherebbe dall’ossessione di voler essere i liberi artefici del nostro destino. Sarebbe una resa liberatoria, forse dolorosa, in quanto tale passaggio necessario per un’evoluzione.    

C’è, poi, anche un altro motivo per considerare benefica la fine dell’idea di libero arbitrio. Il modello di civiltà occidentale basato sul primato dell’individuo, sulla sua libertà di scegliere, sull’intrapresa economica e l’arricchimento si è imposto indiscutibilmente su scala globale, anche nelle società dell’estremo oriente. Dei modelli di civiltà tradizionali, basati sul primato della comunità e dell’interesse collettivo (la sostenibilità non l’abbiamo certo inventata noi!) sopravvivono ormai solo esempi residuali che non hanno alcuna possibilità di costituire un’alternativa desiderabile. Vagheggiare il ritorno a modelli comunitari come risposta alle devastazioni che hanno accompagnato l’affermazione del modello di civiltà occidentale suona patetico. Se però l’uomo riconosce l’inesistenza del libero arbitrio, allora deve necessariamente riconoscere i propri limiti conoscitivi e aprirsi a nuove dimensioni: questa potrebbe essere la premessa per riconsiderare il proprio ruolo nel mondo. Un po’ come accade quando il manifestarsi di una malattia, mettendoci improvvisamente di fronte alla nostra finitezza, ci porta a rivoluzionare il sistema dei valori che governano la nostra vita. Lungi dal prefigurare un’esistenza rassegnata in quanto ineluttabile, l’accettazione che non disponiamo del libero arbitrio potrebbe invece aprirci a piani di conoscenza diversi, più raffinati, portandoci a riconoscere l’importanza e la validità di saperi che abbiamo respinto e messo al bando in quanto non scientifici o irrazionali. Di qui, la possibilità che possa aprirsi una nuova fase nella storia umana.

La decadenza del libero arbitrio impone, infine, un ripensamento del concetto di responsabilità individuale. Se il mio agire è determinato non solo dal pensiero libero e cosciente ma anche da forze inconoscibili e incontrollabili, allora non potrò essere mai considerato responsabile, certo non secondo il convenzionale e consolidato concetto di responsabilità. Di più: qualunque sistema penale ispirato al principio della rieducazione e del reinserimento nella società, sarà inefficace di fronte alle forze che mi governano. Difficile, sul piano della logica, contrastare una tale obiezione che, anzi, andrebbe accolta nell’ottica di una riscrittura dei sistemi di gestione della devianza sociale. Proprio gli studi che hanno sancito l’illusorietà del libero arbitrio c’incoraggiano, tuttavia, a un modo di pensare meno categorico e inducono una diversa visione della responsabilità individuale. Se l’uomo non è solo pensiero libero e cosciente, bisogna necessariamente accettare che alla sua identità concorrano componenti di diversa natura: dalle congiunzioni astrali in atto al momento della nascita all’eredità genetica; dai condizionamenti infantili che ne hanno plasmato e indirizzato l’attività neuronale alla cultura del suo tempo. Se accettiamo questa visione complessa dell’identità, il principio di responsabilità non potrà più essere limitato al solo atto libero e cosciente ma andrebbe associato al fatto stesso di esistere.

(*) giornalista e comunicatore d’impresa (arnaldo.ragozzino@fastwebnet.it)

Enzo Soresi: “Qualche riflessione, da medico, su libero arbitrio e no vax”


Come medico ho sempre ritenuto che le mie decisioni diagnostiche e terapeutiche fossero  condizionate dal libero arbitrio che ognuno di noi ritiene di esercitare. La sensazione di essere responsabili delle nostre scelte è fondamentale per la nostra esistenza e a maggiore ragione in campo medico quando la nostra decisione può mettere ingioco la vita dei nostripazienti. In realtà la liberta di decidere ogni nostra azione che riteniamo scontata, cioè questo tipo di libero arbitrio, è esclusa dalle leggi della fisica.

Il neuroscienziato Vilayanur S. Ramachandran, ha definito il libero arbitrio “un concetto  intrinsecamente imperfetto  ed  incoerente”. Secondo Yuval Noah Harari il libero arbitrio è un mito anacronistico reso obsoleto dalla capacità della  moderna scienza dei dati di conoscersi meglio di quanto conosciamo noi stessi e quindi di prevedere e manipolare le nostre scelte. Benjamin Libet, negli anni ’80 del secolo scorso, collegando i suoi soggetti volontari ad un elettroencefalogramma e chiedendogli di muovere un dito in un momento da loro deciso trovò che la loro decisione poteva essere rilevata dall’attività cerebrale 300 millisecondi prima che prendessero una decisione consapevole. Altri studi successivi hanno rilevato attività cerebrale fino a 10 secondi prima di una scelta consapevole.  Come bene, peraltro, ha dimostrato Damasio con il concetto di  marcatore somatico, ogni nostra scelta è condizionata da un atto intuitivo frutto di una summa di esperienze memorizzate costruite con il tempo nel network cerebrale e nato da percezioni e sensazioni  che nascono nel corpo.  

E’ chiaro quindi che alcune attività cerebrali precedono il momento in cui ne diventiamo consapevoli. Secondo GiulioTononi, neuroscienziato italiano, studioso della coscienza, ogni nostra decisione avviene come se in un senato della repubblica 500 senatori discutessero animatamente fino a che uno alza la mano e decide per tutti. In altre parole è sempre l’atto intuitivo che decide per noi. Se si dimostrasse che il libero arbitrio non esiste e se dovessimo accettare questa idea “scoppierebbe una guerra culturale molto piu violenta di quella che è stata combattuta sul tema dell’evoluzione” ha scritto Harris, potremmo arrivare a pensare che sia moralmente ingiustificabile infliggere punizioni ai criminali dal momento che non potevano scegliere di non commettere i loro reati.

In una raccolta di dialoghi con il collega filosofo Daniel Dennet, Gregg D. Caruso scrive in Just deserts   “non è mai giusto trattare qualcuno come se fosse moralmente responsabile”. Consideriamo il caso di Charles Whitman. La notte del 1 agosto 1966, Whitman, un ex marine statunitense 25 enne e apparentemente sano di mente, compì un massacro uccidendo prima sua madre a coltellate e poi,  sparando all’impazzata dal tetto di un edificio sito in un Campus  del  Texas, ammazzò altre 11 persone. Alla fine di questo massacro fu ucciso dalla polizia. Poche ore dopo questa tragedia  venne trovato un messaggio scritto da Whitman la sera prima in cui  esprimeva un profondo disagioper pensieri ricorrenti strani ed irrazionali. “Dopo la mia morte vorrei venisse eseguita una autopsia per vedere se ho qualche problema fisico” si trovò scritto  nei suoi appunti. L’autopsia fu eseguita e venne rilevato un grosso tumore cerebrale che comprimeva l’amigdala il nucleo cerebrale della memoria implicita che governa le nostre emozioni. In questo caso la presenza del tumore giustifica il comportamento malvagio  ma a questo punto dobbiamoporci unadomanda scomoda: cosa ha di tanto speciale un tumore rispetto a tutti gli altri modi in cui il cervello spingele persone ad agire ?

Scrive a questo proposito Strawson,  mentre faceva  ricerche per la sua tesi di dottorato “nel 1975 stavo leggendo qualcosa sulle opinioni di Kant sul libero arbitrio e rimasi colpito, la logica, una volta intuita, sembra freddamente inesorabile. Comincia da quella che sembra una verità ovvia: tutto ciò che succede nel mondo deve essere stato causato da cose successe prima ed a loro volta quelle cose sono state determinate da fatti precedentemente avvenuti e cosi’ via fino all’alba dei tempi. Causa dopo causa tutte seguono le prevedibili leggi della natura, anche se non le abbiamo ancora comprese “. Tutto questo risulta più comprensibile nel mondo fisico della natura. Ma sicuramente “da cosa nasce cosa” anche nel mondo delle decisioni e delle intenzioni. Poco tempo fa, a cena con il filosofo Umberto Galimberti, alla mia domanda di cosa pensasse del libero arbitrio, la risposta fu lapidaria: tutto è predeterminato! 

Le nostre decisioni  implicano una attività neurale e perché un neurone dovrebbe essere esente dalle leggi della fisica più di una roccia è la mia riflessione. A parte Galimberti, la prevalenza dei filosofi respinge la tesi contro il libero arbitrio ed aggiungono che anche se le nostre scelte sono predeterminate ha comunque senso dire che siamo liberi di scegliere. Questi filosofi sono definiti “compatibilisti” cioè pensano che determinismo e libero arbitrio siano compatibili. In sostanza, qualunque sia la verità filosofica siamo tentati di liquidare la controversia sul libero arbitrio  pensando che non sia importante per la vita reale dato che non possiamo fare a meno di provare la sensazione di possederlo. Da qualche tempo, da quando ho approfondito questo argomento, ho la sensazione che le mie parole ed i miei atti sorgano spontanemente , come da un programma cerebrale preordinato.

Anche durante le visite mediche, presso il mio studio professionale , le mie diagnosi si esprimono con semplicita’ come se sgorgassero da un software cerebrale già presistente costruito sulla base delle mie molteplici esperienze  clinico – diagnostiche. Quale è quindi il rischio? Che dal software partano programmi in quel caso clinico non  corretti e che io invece do per scontati. Come ovviare a questo rischio? Parecchi anni fa un radiologo mi spiegò che di fronte ad una radiografia del torace aveva l’abitudine di riguardarla dopo avere  espresso la sua prima diagnosi e di esprimere quindi un secondo parere diagnostico (second look). In alcune occasioni la seconda diagnosi era più veritiera ed accurata. Ecco il trucco quindi, una volta espressa la diagnosi, riflettere su  tutti i dati clinici a nostra disposizione e quindi riformulare unaseconda ipotesi  diagnostica che, se uguale alla prima ci darà maggiore tranquillità e se poi non saremo ancora tranquilli sarà utile discutere il caso clinico con un collega che stimiamo ed il cui software cerebrale è costruito su esperienze diverse dalle nostre. In ogni caso se il libero arbitrio si dimostrasse davvero inesistente , le implicazioni potrebbero non essere del tutto negative.

Harris sostiene che se comprendessimo a pieno la tesi dell’assenza del libero arbitrio, sarebbe difficile odiare gli altri: come si può odiare  qualcuno che non si incolpa per le sue azioni?  E pensando all’attuale momento storico in cui il Covid 19 ha messo in crisi l’intera umanità come si potrebbero incolpare i no vax di qualche colpa se il loro network cerebrale è stato programmato per non desiderare di  ricevere il vaccino?

Concludo citando una riflessione tratta dal libro di  Christian List Il libero arbitrio:  “Si può dunque affermare che, se abbandonassimo la nostra  fede nel libero arbitrio, dovremmo attuare una profonda revisione del modo in cui concepiamo la condizione umana. In breve, stando al senso comune, il libero arbitrio sembra essere una capacità umana cruciale , non meno cruciale del pensiero e del linguaggio. La sfida , per la scienza e per la filosofia , è quella di chiarire se siamo davvero in possesso di questa capacità e, in tal caso , come essa si adatti alla nostra visione scientifica del mondo”.

Per approfondire:

“Siamo davvero liberi di scegliere?”,  Internazionale 2/8 luglio 2021, Numero 1416

Christian List, Il libero arbitrio. Una realtà contestata, Einaudi, 2020

Il cervello innocente: intervista a Giuseppe Sartori

L’Italia all’avanguardia nelle nuove tecnologie terapeutiche. Intervista a Giuseppe Riva


Inizia oggi il convegno mondiale sull’impiego delle nuove tecnologie (realtà virtuale, realtà aumentata, robotica) in ambito terapeutico che si sarebbe dovuto tenere a Milano l’anno scorso e rimandato per la pandemia. Tre giorni, da oggi a mercoledì 15,durante i quali i maggiori scienziati e ricercatori a livello internazionale si confronteranno sugli sviluppi presenti e futuri delle tecnologie terapeutiche. Lo faranno online, ma mantenendo la sede ideale a Milano.

Il futuro delle cure attraverso le nuove tecnologie sbarca in Italia. Inizia oggi in forma virtuale a Milano, nella sede di Piazzale Brescia dell’Istituto Auxologico Italiano, la 25esima edizione del congresso internazionale dell’ associazione internazionale di CyberPsicologia e Cyberterapia (I-Actor).

Il convegno mondiale, previsto inizialmente in presenza, si tiene da oggi a mercoledì 15 dopo essere stato rimandato di un anno a causa della pandemia. E, date le circostanze, è il periodo giusto per capire come le nuove tecnologie informatiche possono essere utili per prevenire e curare in presenza ma anche in remoto. Non solo, ma date le esperienze recenti, si parlerà anche delle conseguenze psicologiche e sociali, ad esempio, della didattica a distanza (Dad) e dello smart working.

Oltre 200 ricercatori da 30 paesi partecipano al congresso, che ogni anno presenta i risultati della ricerca internazionale. Ad aprire il convegno saranno il prof. Giuseppe Riva, professore ordinario di Psicologia Generale all’Università Cattolica di Milano, presidente dell’associazione di CyberPsicologia e Cyberterapia e direttore presso l’Istituto Auxologico dell’Applied Technology for Neuro-Psychology Lab con la prof. Brenda K. Wiederhold, editor della rivista scientifica “CyberPsychology, Behavior and Social Networking”.

La “cyberpsicologia” è un’area emergente delle scienze cognitive che studia l’impatto dell’uso delle tecnologie, in particolare quelle associate all’acquisizione e alla condivisione della conoscenza (psicotecnologie), sulla nostra mente. Parliamo di psicotecnologie per indicare tutte le tecnologie – l’alfabeto e la scrittura, la carta stampata, il telefono, la radio, la televisione, Internet e i social media e così via – che emulano, estendono o amplificano la capacità della nostra mente di acquisire, organizzare e comunicare nuove conoscenze.

In generale, ogni tecnologia quando viene appresa e usata efficacemente, struttura in modo nuovo i nostri processi cognitivi. Tuttavia, le psicotecnologie si differenziano dalle altre tecnologie perché a lungo termine sviluppano un nuovo “stato mentale”, che produce cambiamenti significativi sul modo di pensare e di comunicare delle persone. In altre parole, quando impariamo ad usare le psicotecnologie, e queste diventano parte della nostra esperienza quotidiana, il loro utilizzo ci cambia il modo di pensare, la percezione del mondo, e il modo di agire. Durante il convegno saranno presentati gli ultimi studi relativi all’impatto dei social media sui processi identitari e sociali.

Come sottolineato da un recente studio pubblicato dalla rivista scientifica dell’associazione (Surviving COVID-19: The Neuroscience of Smart Working and Distance Learning) l’uso della Dad influisce sul funzionamento dei neuroni GPS, dei neuroni specchio, dei neuroni di Von Economo e sulle oscillazioni neurali intercerebrali con un impatto significativo su molti processi identitari e cognitivi. In primo luogo, l’uso dei sistemi di videoconferenza genera la sensazione di essere “senza luogo” (placelessness) che ha un impatto diretto sulla nostra memoria episodica, sulla nostra identità personale e professionale e aumenta il rischio di burn-out. Inoltre, la mancanza di sintonizzazione intenzionale e la difficoltà nel prendere decisioni intuitive hanno un forte impatto anche sulla leadership e su tutte le attività di supporto e tutoraggio. Infine, l’impossibilità di utilizzare il contatto visivo e lo scambio di sguardi, i principali strumenti utilizzati per generare attenzione congiunta, riduce il coinvolgimento del gruppo, la performance collettiva e la creatività.

Con il termine “cyberterapia” (cybertherapy) ci si riferisce alle diverse forme di valutazione clinica e terapia che hanno nell’uso esperienziale dei nuovi media il principale strumento di intervento. La cyberterapia nasce negli Stati Uniti alla fine degli anni ’80 grazie all’interesse e ai finanziamenti del Dipartimento della difesa USA. Sotto il coordinamento del DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare, numerosi centri di ricerca hanno iniziato ad utilizzare la tecnologia per far apprendere al medico abilità motorie complesse come quelle richieste dalle operazioni chirurgiche o delle situazioni di emergenza.

Rispetto alla telemedicina, che usa le nuove tecnologie per fornire servizi sanitari a distanza, la cyberterapia impiega la tecnologia – in particolare realtà virtuale e realtà aumentata – per sostituire o aumentare l’esperienza del paziente. E quindi possibile, per esempio, permettere al paziente di vedere, sopra un tavolo reale del cibo virtuale in modo da aiutarlo a gestirne il desiderio (aumentazione dell’esperienza – realtà aumentata) o creare ambienti simulati in cui aiutare il paziente ad affrontare le proprie paure (sostituzione dell’esperienza – realtà virtuale) o stimolare i propri processi motori e cognitivi (riabilitazione).

La maggior parte delle ultime applicazioni della cyberterapia sono basate sulla realtà virtuale (RV), un ambiente tridimensionale generato dal computer in cui il soggetto o i soggetti interagiscono tra loro e con l’ambiente come se fossero realmente al suo interno.

Ma quali sono i vantaggi della realtà virtuale?

«In primo luogo, terapeuta, sia esso psicologo o medico, e paziente interagiscono tra loro», spiega il prof. Giuseppe Riva, «e con i diversi oggetti virtuali come se questi fossero davvero insieme a loro. Ciò consente di imparare attraverso l’esperienza diretta e in tempo reale dai risultati delle proprie azioni. In secondo luogo, è possibile ricreare ambienti complessi e situazioni specifiche. Questo permette non solo di imparare una tecnica ma anche di sperimentare emozioni, come paura e vergogna, e di imparare a controllarle grazie all’aiuto di un clinico».

Grazie al lavoro clinico portato avanti da alcuni Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (Irccs) – Istituto Auxologico Italiano, Fondazione Santa Lucia, Fondazione Don Gnocchi – e al lavoro di ricerca svolto da alcune università – Università Cattolica, Università di Genova e Università di Padova – l’Italia gioca un ruolo centrale a livello europeo nel settore della cyberterapia. Gli ambiti applicativi riguardano prevalentemente la psicologia clinica – disturbi d’ansia, dipendenze, obesità e disturbi alimentari – e la riabilitazione, cognitiva e motoria. Durante il convegno saranno presentati gli ultimi trial clinici che mostrano l’efficacia della realtà virtuale come strumento di trattamento clinico.

Il Coronavirus non è solo un’emergenza sanitaria globale ma anche un forte stress psicologico che mette a dura prova la nostra identità e le nostre relazioni. Tuttavia, la realtà virtuale può darci una mano attraverso COVID Feel Good  (www.covidfeelgood.com) un’esperienza virtuale gratuita fruibile sul proprio cellulare, della durata di una settimana, realizzata dai ricercatori dell’Istituto Auxologico italiano in collaborazione con l’Università Cattolica, la società Become-Hub e una serie di università internazionali. La fruizione di una esperienza virtuale – Il Giardino Segreto, che simula la visita di un giardino Zen di cui l’utente è l’unico visitatore – è associata ad una serie di esercizi che consentono di riflettere sulla propria identità e sulle relazioni interpersonali. Come dimostrato da un recente studio scientifico (A Virtual Reality-Based Self-Help Intervention for Dealing with the Psychological Distress Associated with the COVID-19 Lockdown: An Effectiveness Study with a Two-Week Follow-Up) questa esperienza è in grado di ridurre significativamente i livelli di ansia e depressione generati dalla situazione di incertezza generata dalla pandemia.

«Fino ad oggi uno dei principali problemi per la diffusione della cyberterapia erano i costi», precisa il prof. Giuseppe Riva. «Oggi invece, grazie alla diffusione dei caschi di realtà virtuale per videogiochi – come l’Oculus Quest (500 euro, sistema stand-alone) o l’Oculus Rift (600 euro più 2500 per il computer dedicato) – l’acquisto di un sistema di realtà virtuale immersiva è alla portata di tutti. In conclusione, oggi la tecnologia è già parte integrante dell’attività professionale del medico e dello psicologo: la utilizziamo per scrivere, comunicare, memorizzare e valutare. Grazie alla realtà virtuale potrebbe diventare anche lo strumento per offrire una modalità migliore di valutazione e trattamento».

Prof. Giusepper Riva, quali sono le principali novità di questa conferenza mondiale? 

Il 2021 è stato l’anno di diffusione di massa dei digital therapeutics (terapie digitali). Definiamo terapia digitale delle App o dei software che, da soli o in associazione con altri strumenti o con farmaci tradizionali, sono in grado di apportare un reale beneficio, clinicamente misurabile e scientificamente validato, su specifiche necessità di salute dei pazienti. Modificare il comportamento del paziente è la base su cui poggiano le terapie digitali: lo stress e comportamenti inadeguati incidono sulla nostra qualità della vita. Andando ad agire sul comportamento, la terapia digitale si comporta come un farmaco vero e proprio. Altre tipologie di intervento riguardano l’apprendimento o lo sviluppo di alcune funzionalità. Rispetto alle comuni app dedicate al fitness e al mondo della salute in generale, in questo caso si tratta di veri e propri interventi medici e, come tali, sono sottoposti a rigidi controlli e sono tenuti a rispettare standard di sicurezza e di efficacia e a rispondere ai requisiti normativi richiesti dagli enti regolatori. Nel 2021, una serie di aziende presenti al convegno sia italiane (https://become-hub.com/) che straniere (https://www.appliedvr.io/) hanno finalmente completato la validazione clinica delle loro applicazioni per la riduzione dell’ansia sociale (Become) e del dolore cronico e acuto (Applied VR), che nel caso della società americana hanno portato ad ottenere la designazione di Breakthrough Device dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense per il trattamento della fibromialgia resistente al trattamento e della lombalgia cronica intrattabile. Purtroppo l’Italia nonostante gli investimenti in ricerca,  ha ancora un “ritardo” digitale è molto marcato. Manca una normativa dedicata che consenta la rimborsabilità di queste terapie. Obiettivo del convegno è mostrare i positivi risultati ottenuti dalla ricerca a livello mondiale, per spingere gli enti decisori a sostenere la diffusione di queste nuove terapie.

L’interazione uomo-robot ci aiuterà nelle cure? In che modo?

L’altra grande novità del convegno è l’elevato numero di relazioni che discutono il potenziale della robotica nell’ambito del supporto all’anziano. Un robot antropomorfo è un automa capace di riprodurre alcune caratteristiche dell’uomo, di imitarne tratti distintivi come l’aspetto, i movimenti, persino le abilità comunicative e sociali. I robot antropomorfi di nuova generazione, infatti, non si limitano ad eseguire compiti, ma sono in grado di attivare interazioni e relazioni sociali con altri robot e con soggetti umani.  

Dai dati presentati dai relatori, la robotica per gli anziani (robotica assistenziale) è in grado di fornire una risposta al bisogno di assistenza prevalentemente in tre ambiti: gestione della vita quotidiana (movimenti, nutrizioni, igiene etc.), come supporto alle attività sociali e relazionali (comunicazione, compagnia, gestione dell’emotività); e come strumento di stimolazione e supporto alla salute mentale nel caso di problemi cognitivi o di demenza. In generale le ricerche sottolineano il potenziale clinico e relazionale di questi strumenti, anche se emerge come principale limite della robotica assistenziale la limitata personalizzazionedell’assistenza che il robot è in grado di fornire. Ogni persona anziana ha esigenze specifiche in merito al tipo e all’intensità di supporto che richiede e in quest’ottica il potenziamento della componente di comprensione del linguaggio naturale e dei meccanismi di intelligenza artificiale potranno facilitare la diffusione di queste tecnologie.

CYPSY25 Annual International CyberPsychology, CyberTherapy & Social Networking Conference

Lupus, uno strepitoso traguardo in una giovane donna con la terapia cellulare CAR-T (con un commento del prof. Pierluigi Meroni, immunologo e reumatologo)


Il lupus (lupus eritematoso sistemico, in sigla LES) è davvero una brutta, bruttissima bestia. E lo sa bene chi ne soffre. E lo sanno pure i loro cari e i medici che assistono pazienti con LES. Si tratta di una malattia autoimmune cronica, per cui fino ad oggi non esistevano cure risolutive, ma solo sintomatiche. Ma ora si apre uno spiraglio con il trattamento della promettente tecnica terapeutica – allo studio e apllicazione per numerose patologie, compreso il cancro – nota come “terapia con cellule CAR-T” (da “Chimeric Antigen Receptor T cell therapies” cioè “terapie abase di cellule T esprimenti un Recettore Chimerico per antigene”) che in buona sostanza agisce direttamente sul sistema immunitario.

All’ospedale universitario tedesco di Erlangen (Baviera), una donna di 20 anni con lupus eritematoso sistemico è stata curata per la prima volta al mondo con grande successo: i suoi sintomi sono scomparsi.

I medici che hanno sottoposto la paziente alla terapia CAR-T vedono questo come una “pietra miliare nella terapia delle malattie autoimmuni”. A sei mesi di distanza dall’inizio della terapia i sintomi sono scomparsi e, al momento, non vi sono indicazioni che si ripresentino. È come se il suo sistema immunitario fosse stato “riprogrammato” per non manifestare questa terribile malattia, che tra l’altro colpisce soprattutto donne giovani (la maggiore incidenza si verifica tra i 20 e i 45 anni, ma può esordire anche nell’infanzia o nell’età avanzata). E Thu-Thao V, questo il nome della giovane paziente trattata con cellule CAR-T, aveva solo 16 anni quando ha iniziato a manifestare i primi sintomi invalidanti.

Oggi Thu-Thao V, che prima di questa innovativa terapia doveva assumere fino a 20 compresse al giorno solo per contenere i sintomi, anche dolorosissimi, dice: “Finalmente posso respirare di nuovo bene e dormire tutta la notte, inoltre non ho più ritenzione idrica e il rossore sul viso è scomparso. Anche i miei capelli stanno crescendo molto più spessi”.

Un commento del prof. Pierluigi Meroni, Direttore del Laboratorio Sperimentale di Ricerche di Immunologia Clinica e Reumatologia dell’Irccs Auxologico di Milano, Direttore Dipartimento di Reumatologia presso Istituto G. Pini di milano, già Professore Ordinario di Medicina Interna e in seguito Professore Ordinario di Reumatologia dal 2006 all’Università degli Studi di Milano.

Il dato di utilizzare una CAR-T (Chimeric antigen receptor (CAR) T cell-based) therapy era nell’aria. Il caso è però uno di quelli disperati e quindi serve per supportare il principio, ma è lontano da un’applicazione pratica comune.

In pratica si usa il principio di “costruire” in laboratorio dei linfociti T del paziente (ma anche da un soggetto sano) che sono citotossici per un target desiderato. Queste cellule vengono espanse e poi si infondono nel paziente opportunamente immunosoppresso (circa come per un trapianto di midollo). Le cellule infuse vanno a danneggiare il bersaglio; ad esempio una cellula tumorale o come in questo caso delle cellule che producono anticorpi responsabili della malattia.

CD19-Targeted CAR T Cells in Refractory Systemic Lupus Erythematosus, New England Journal of Medicine, August 5, 2021