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Con il ferro nel cervello


Scoperto un accumulo di ferro nella corteccia motoria dei pazienti affetti da SLA: come la Risonanza Magnetica Nucleare può dimostrarlo e fornire un biomarcatore utile alla diagnosi precoce della malattia. Un successo dovuto anche a un team di giovani ricercatori composto da medici, ingegneri, psicologi e tecnici di radiologia.

Fino a non molti anni fa la diagnosi di SLA era affidata a superspecialisti della malattia, spesso per “esclusione”, cioè escludendo  altre patologie degenerative del sistema nervoso, non esistendo analisi specifiche per la SLA. Oggi, con i progressi della ricerca biomedica, le cose stanno fortunatamente cambiando. La definizione di biomarcatori utili alla diagnosi della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) rappresenta un obbiettivo determinante per formulare una precoce e sicura diagnosi ed avviare al più presto il paziente alla terapia più corretta e personalizzata.

Con un contributo collaborativo del Policlinico di Milano, IRCCS Istituto Auxologico Italiano ed Università degli Studi di Milano ora siamo più vicini all’obbiettivo. La suscettibilità magnetica della corteccia motoria frontale dei pazienti affetti da SLA può essere misurata automaticamente e risulta alterata e correlabile con la sofferenza del I° motoneurone, uno dei due elementi responsabili della SLA accanto alla degenerazione del II° motoneurone.

«Il contributo di un gruppo di lavoro che si è affiatato negli anni – afferma il prof. Vincenzo Silani, professore ordinario di neurologia dell’Università di Milano e primario di neurologia dell’Auxologico – oggi si realizza con un prestigioso lavoro pubblicato dall’European Radiology che trova in un ricercatore molto valido del Policlinico di Milano, il dott. Giorgio Conte, primo autore del lavoro pubblicato. La SLA polarizza la nostra attenzione da anni e la ricerca di biomarcatori è stata spasmodica: la possibilità di eseguire oggi una Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) ed avere una informazione così rilevante accende la possibilità di una diagnosi precoce nonché la conferma diagnostica con un biomarcatore neuroradiologico alla portata di tutti».

Giorgio Conte

«Negli ultimi anni abbiamo focalizzato la nostra attenzione sull’accumulo di ferro nella corteccia motoria dei Pazienti affetti da SLA – conferma il dott. Giorgio Conte. Questo fenomeno può essere studiato mediante tecniche avanzate di RMN, in particolare lo studio quantitativo della suscettibilità magnetica. Quello cha abbiamo dimostrato è che la variazione di suscettibilità magnetica, e quindi di accumulo di ferro, nella corteccia motoria dei pazienti affetti da SLA avviene in maniera eterogenea nei diversi quadri clinici, e correla fortemente con i segni di compromissione del I° motoneurone. Nell’immediato presente questi risultati potrebbero incoraggiare l’utilizzo di queste tecniche di imaging per selezionare i pazienti con SLA che potrebbero beneficiare dell’utilizzo sperimentale di farmaci chelanti del ferro in trial farmacologici. Nel prossimo futuro l’obbiettivo è quello di migliorare le nostre tecniche per individuare minime variazioni di suscettibilità magnetica, e quindi avere uno strumento per la diagnosi precoce di malattia. È chiaro che quest’ultimo obbiettivo è legato anche alla possibilità di un ulteriore sviluppo tecnologico delle apparecchiature di RMN. Il raggiungimento dei nostri obbiettivi – precisa il dott. Giorgio Conte – è frutto di una stretta collaborazione tra medici, ingegneri, psicologi e tecnici di radiologia, in particolare con l’ apporto dell’ingegnere Valeria Elisa Contarino che ha guidato l’analisi delle immagini in questa ricerca».

«Sia il dott. Conte, così come l’ing. Contarino, lavorano nel mio team –  commenta il prof. Fabio Maria Triulzi, professore ordinario di neuroradiologia della Università degli Studi di Milano e direttore della neuroradiologia del Policlinico – a sottolineare come la collaborazione di giovani studiosi ci ha largamente aiutato nel raccogliere un risultato non solo di valore scientifico, ma anche pratico. La Risonanza Magnetica conferma la estrema versatilità delle possibili applicazioni, offrendo oggi anche un potenziale biomarcatore per il paziente nelle fasi più precoci di malattia: la più recente letteratura accredita, infatti, in modo sempre più convincente l’origine corticale della patologia».

«Ampio contributo è stato inoltre fornito – continua il prof. Silani – da una giovane specializzanda in neurologia, la dott.ssa Francesca Trogu, che ha creduto già da studente nel progetto e lo ha alimentato con energia sotto la supervisione della dott.ssa Claudia Morelli, neurologa di vasta esperienza dell’ Istituto Auxologico Italiano che largamente ha contribuito alla definizione clinica dei pazienti».

«La maggiore soddisfazione è avere visitato un paziente a cui la diagnosi di SLA non era stata sospettata – conclude il prof. Vincenzo Silani – fino a quando l’esecuzione di una RMN ha evidenziato la diversa suscettibilità magnetica corticale nel paziente che è stato quindi reindirizzato al neurologo inviante con il suggerimento di una indagine approfondita per SLA che poi è stata diagnosticata. Se ciò è vero, un esame relativamente veloce come quello indicato in questa ricerca, potrà aiutare ad orientare la diagnosi talvolta complessa di SLA anticipando nel tempo l’orientamento terapeutico più appropriato».

Punire e criminalizzare chi diffonde false notizie sanitarie e sui vaccini?


Se lo chiede il British Medical Journal (BMJ). Il ragionamento è il seguente: chi diffonde false notizie sanitarie o getta cattiva luce sui vaccini, di fatto può indurre altri a prendere decisioni errate e persino fatali per la propria salute e per quella dei propri cari. Di conseguenza, sostengono alcuni, andrebbe “criminalizzato” o punito con sanzioni perlomeno pecuniarie. È giusto, è sbagliato?

Melinda C. Mills

Secondo Melinda C. Mills, professoressa di demografia e sociologia e direttrice del Leverhulme Center for Demographic Science di Oxford, è giusto. «Stiamo anche affrontando una “infodemia”, una sovrabbondanza di informazioni, sia reali che false», sottolinea Mills. «In condizioni incerte le persone fanno fatica a selezionare informazioni complesse e in evoluzione: il 25% degli americani dichiara di aver condiviso inconsapevolmente notizie false. La maggioranza (70-83%) degli americani e degli europei utilizza Internet per trovare informazioni sanitarie, spesso sui social media. Oltre il 65% dei contenuti di YouTube sui vaccini sembra scoraggiare il loro utilizzo, concentrandosi su autismo, reazioni avverse o contenuto di mercurio. E gli algoritmi di ricerca promuovono contenuti simili a quelli che gli utenti hanno guardato in precedenza, portando le persone in camere di disinformazione sempre più ristrette. Un recente studio del Regno Unito ha rilevato che gli utenti che si affidavano ai social media per le loro informazioni, in particolare YouTube, erano significativamente meno disposti a essere vaccinati».

Jonas Sivelä

In Francia, Germania, Malesia, Russia e Singapore sono state approvate leggi contro la diffusione di notizie false e la disinformazione sanitaria. A partire dal 2018, la Germania ha richiesto alle piattaforme di social media di rimuovere l’incitamento all’odio o le informazioni false entro 24 ore, minacciando multe massime fino a 50 milioni di euro. L’argomento a favore di tale legislazione, spiega il BMJ, è che potrebbe costringere le società di social media ad autoregolarsi e controllare i contenuti. I media tradizionali (giornali, TV, radio) sono considerati “editori”, essendo soggetti a regolamentazione. Le piattaforme di social media danno al pubblico una voce per scambiare informazioni e le fonti più comuni di informazioni sui vaccini sono spesso non esperti. Ma le società di social media sostengono di non essere editori e di avere una responsabilità minima nei confronti dei post pubblicati dagli utenti, sebbene abbiano accettato di adottare alcune decisioni editoriali e di controllo dei fatti.

Secondo Jonas Sivelä, ricercatore per il controllo delle malattie infettive e vaccinazioni dell’Istituto finlandese per la salute e il benessere (THL) di Helsinki, criminalizzare chi diffonde notizie false nell’ambito sanitario e sui vaccini è sbagliato. Il rischio è quello di creare una sorta di “martiri” e di conseguenza rinforzare l’atteggiamento e le scelte di tutti coloro che seguono quella linea di pensiero.

«Dovremmo essere cauti quando parliamo di cattiva informazione e disinformazione (misinformation e disinformation in originale)»,  sostiene Sivelä, «poiché c’è una differenza: la cattiva informazione è definita come “informazione errata o fuorviante”; disinformazione in quanto false informazioni diffuse deliberatamente allo scopo di influenzare l’opinione pubblica.  La differenza cruciale è l’intenzione di ingannare. Non prendere in considerazione o non rispondere alle preoccupazioni delle persone, e invece soffocare la discussione, si tradurrebbe solo in una maggiore mancanza di fiducia nel lungo periodo e in un aumento della disinformazione».

Qual è dunque la soluzione? Dice Sivelä : «La fiducia nelle autorità, nei governi e nel sistema sanitario è fondamentale quando si tratta di garantire un’elevata accettazione dei vaccini. L’unico modo per ridurre in maniera sostenibile la disinformazione sulla vaccinazione e per rafforzare la fiducia e l’accettazione del vaccino nel lungo periodo è aumentare la fiducia nelle istituzioni e nelle autorità nei diversi paesi».

In sostanza, così come ci siamo trovati impreparati nella gestione della pandemia sia dal punto di vista sanitario che sociale, così non eravamo preparati in quanto a corrette ed efficaci informazioni e comunicazioni alla popolazione nelle varie modalità. Si è di fatto creata una sorta di cacofonia di informazioni e pareri, una sovrabbondanza di informazioni a volte pure contraddittorie (la cosiddetta “infodemia”)  che ha portato alla confusione e al rifiuto delle evidenze da parte di una fetta consistente di popolazione. Persino tra il personale sanitario.

Così come non si improvvisa la gestione di una crisi, specie della complessità e delle proporzioni di quella generata dal Covid, una utile ed efficace comunicazione sanitaria non nasce dall’oggi al domani. Auguriamoci che questa crisi ci insegni anche a fare una costante, continua, efficace comunicazione sanitaria, senza dovere perciò ricorrere a punizioni e criminalizzazioni di sorta.

“Should spreading anti-vaccine misinformation be criminalised?”. BMJ 2021; 372 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.n272 (Published 17 February 2021)

Quando il cervello si sorprende: un’ulteriore dimostrazione scientifica dei meccanismi cerebrali implicati nell’illusionismo


Una recente ricerca nell’ambito delle neuroscienze conferma quanto i prestigiatori hanno scoperto da secoli grazie ai loro numeri di magia. Effetti magici che, oltre a costituire occasioni di spettacolo, rappresentano veri e propri test neuropsicologici che mettono alla prova le esperienze sensoriali, le attese e le capacità previsionali dello spettatore.

La ricerca attuale, in particolare, costituisce un elemento di grande importanza per quanti studiano gli aspetti neuropsicologici della magia. E difatti gli stessi ricercatori ne fanno menzione discutendo della loro ricerca che dimostra quanto la percezione è fortemente influenzata dalla storia dell’osservatore e dalle aspettative percettive. Inoltre, precisano sempre i ricercatori, la storia percettiva include anche gli effetti illusori. Ma entriamo nel dettaglio della ricerca e vediamo come la commentano i ricercatori. Pubblicato sula rivista scientifica Current Biology lo studio dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-In) e delle Università di Firenze e Pisa rivela come comunicano tra loro i meccanismi cerebrali tra aspettativa e sorpresa. Un dato fondamentale per quanti si occupino di ricerche scientifiche dell’illusionismo.

Un pool di ricercatori dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-In) e delle Università di Firenze e di Pisa hanno indagato i processi cerebrali che sottendono i meccanismi collegati tra aspettativa, illusione e sorpresa. Nello studio, pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology/Cell-press e intitolato “Perceptual history propagates down to early levels of sensory analysis”, Guido Marco Cicchini (Cnr-In), Alessandro Benedetto (Unipi) e David Burr (Unifi) hanno studiato in che modo il cervello genera le aspettative sul mondo che ci circonda. Lo studio muove da un fenomeno noto come dipendenza seriale in cui, per esempio quando il prestigiatore esegue un numero di illusionismo, gli osservatori tendono a confondere le proprietà degli oggetti che hanno di fronte (ad esempio il colore, l’orientamento, ecc.) con quelle di oggetti simili visti poco prima.

Gli autori della ricerca: Guido Marco Cicchini, Alessandro Benedetto e David Burr

“Questo fenomeno, da noi scoperto qualche anno fa, evidenzia che il cervello cerca costantemente di prevedere quello che accadrà attingendo dall’informazione più affidabile del futuro, ossia il passato prossimo delle nostre esperienze sensoriali”, osserva Burr. I ricercatori hanno generato una serie di stimoli visivi ordinari, inframezzati da stimoli illusori, ossia sollecitazioni che appaiono percettivamente diverse da come sono fisicamente. “Analizzando il comportamento dei soggetti in prossimità di questi stimoli illusori, abbiamo visto che il cervello per formare le sue previsioni utilizza uno scambio continuo e reciproco, in entrata ed uscita, di segnali neurali di livello più alto (cioè elaborati) con segnali più grezzi che sono recepiti dalle aree neuronali più prossime alla retina”.

“Che questi effetti di memoria fossero ubiqui nella percezione, ma il risultato è stato sorprendente. Ci aspettavamo di osservare meccanismi locali, circoscritti alle aree prime sensoriali, quelle della vista, oppure ad aree di alto livello, dedicate all’elaborazione della memoria. Invece i dati hanno mostrato che il fenomeno della dipendenza seriale nasce da un dialogo delle seconde con le prime, probabilmente utilizzando dei percorsi neurali di feedback”, afferma Cicchini. 

“Il cervello è un’intricata rete di neuroni interconnessi in cui si distinguono due grandi categorie. Le connessioni feedforward, che portano informazioni dalle prime aree sensoriali ai centri di elaborazioni più alti, e le connessioni rientranti (feedback) che fanno il percorso inverso”, conclude Alessandro Benedetto. “Mentre il ruolo delle connessioni feedforward è abbastanza chiaro, quello delle connessioni rientranti è stato finora oggetto di molte speculazioni”.

“Questo studio spiega che le previsioni sono un aspetto fondamentale del funzionamento cerebrale. Quando non si avverano emergono sensazioni di apprensione, spavento, sorpresa o meraviglia. Nei bambini spesso la sorpresa sfocia in allegria, ma in generale per l’adulto, che ha imparato le regolarità del mondo circostante, gli eventi imprevedibili sono pochi. Tranne quando si è di fronte al numero di un illusionista, che ci restituisce quel senso di meraviglia fondamentale per il funzionamento del nostro cervello”, conclude Cicchini.

Una domanda a Guido Marco Cicchini, ricercatore dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa e uno degli autori della ricerca

Dato che mi occupo a livello di studio e di pubblicazioni dei rapporti tra psicologia, neuroscienze e illusionismo, mi ha colpito il vostro accenno a questo. Immagino siate a conoscenza dei lavori di ricercatori soprattutto angloamericani, quali lo psicologo cognitivo e prestigiatore Gustav Kuhn: che ne pensate? Inoltre, il punto cardine dell’illusionismo, la “misdirection”, ha a che vedere con i risultati delle vostre ricerche? Infine, qualcuno di voi ha una esperienza diretta nel campo dell’illusionismo?

Conosco i lavori di Gustav Khun, di cui condivido tutto l’approccio e le conclusioni. Per quanto riguarda il nostro studio non ha troppo a che fare con la misdirection. Secondo la misdirection, è fondamentale portare l’attenzione dello spettatore verso un dettaglio/oggetto che a poco a che vedere con il procedimento che subirà il numero magico, così il prestidigitatore avrà più margine per realizzare il suo trucco.

Noi invece alludiamo al fatto che, durante la visione di uno spettacolo di magia (anche senza particolari trucchi che ci sviano), mettiamo in campo tutte le nostre conoscenze sugli oggetti e su quello che possono fare o fanno di solito. Una delle euristiche che usiamo più spesso è quella della continuità: quando qualcosa viene occultato temporaneamente, noi ci aspettiamo che comunque non sia successo nulla. Un’altra cosa per cui c’è un punto di contatto con l’illusionismo. Quando il trucco ha effetto siamo sorpresi perché le nostre aspettative di continuità vengono violate.

Di fatto non abbiamo esperienza di prima mano con l’illusionismo, ma potrebbe essere interessante riprodurre alcuni di questi effetti in laboratorio con stimoli grezzi al computer, tuttavia occorre fare attenzione, dato che una volta che si sa il trucco l’esperimento non viene più bene…

Guido Marco Cicchini, Alessandro Benedetto, David C. Burr, “Perceptual history propagates down to early levels of sensory analysis”. Current Biology, https://doi.org/10.1016/j.cub.2020.12.004

Vedi anche:

Psicologia e scienza della magia: intervista a Gustav Kuhn

La scienza della magia

Psicologo e mago: a lezione da Anthony Barnhart, in arte Magic Tony

Ingannando Houdini: intervista ad Alex Stone

La magia funziona perché la coscienza è imperfetta

Dynamo, il ragazzo che volle farsi mago. Motivazioni psicologiche della magia

Il piacere di raccontare: intervista a Leonardo Patrignani


Ci sono ancora ragazzi che leggono. Ci sono ancora ragazzi che amano leggere. E questa è una buona, un’ottima notizia. Finché ci saranno ragazzi a leggere, esisterà gente che vorrà scrivere per loro. Ci saranno scrittori che cercheranno di indirizzare la propria mente e la propria creatività verso qualcosa che possa appassionare, coinvolgere ed emozionare i ragazzi. Uno di questi narratori in grado di fare tutto ciò è Leonardo Patrignani. Uno dei rari scrittori italiani, soprattutto giovani, che hanno una vasta platea anche all’estero.

Leonardo Patrignani è comunque uno scrittore “totale”: le sue storie appassionano tanto i ragazzi che gli adulti. Ma intanto i ragazzi lo hanno premiato con i loro voti, facendo vincere a Patrignani il Bancarellino per il suo romanzo “Darkness” (DeA). Gli abbiamo fatto qualche domanda. Il fatto che la sua intervista compaia qui è anche motivata dal fatto che il suo prossimo romanzo avrà parecchio a che fare col cervello, la ricerca scientifica e le neuroscienze. Ma ovviamene non anticipiamo nulla per non rovinare la sorpresa. Anzi, per essere in sintonia coi tempi, per non “spoilerare”.

Darkness vince il Bancarellino: che ne dici?

Dico che è una splendida prima volta! Adoro questo premio perché la giuria è composta da centinaia di ragazzi delle scuole. Se sono riuscito a tenere loro compagnia, specie in questo matto 2020, trascinandoli altrove con la fantasia, be’, già quello dà senso all’intero lavoro. Poi arriva anche il riconoscimento, e allora… bingo!

Che tipo di romanzo è Darkness? Mi pare si discosti dai tuoi precedenti.

Sì, i precedenti erano catalogati come “young adult” e le dinamiche psicologiche si avvicinavano a quella linea di demarcazione con la prima età adulta. Qui abbiamo a che fare con protagonisti sui 13 anni, di conseguenza i processi cambiano. È il romanzo più “kinghiano” dei miei, con un presupposto narrativo all’apparenza paranormale, in verità metaforico. La mia Little Crow deve molto a Derry.

So bene che sei sempre “abbottonato” riguardo i tuoi lavori in corso, ma puoi dirci qualcosa sul tuo prossimo romanzo?

Dopo tanta narrativa per ragazzi più o meno grandi, sono alle prese con la partita adulta. Il mio prossimo romanzo sarà sempre di genere (fantascienza/fantamedicina/presente aumentato) ma non nasce come progetto per giovani lettori. Ho firmato con Mondadori, per la collana Oscar Fantastica. Ne vedremo delle belle… ma tu in realtà sai già tutto o quasi, e il pubblico scoprirà perché tra qualche tempo.

I tuoi romanzi sono molto “visuali”, anzi “filmici”: è un caso?

Direi di no, è un approccio alla narrazione che ho da sempre, forse innato. Negli ultimi anni poi mi sono buttato nello studio del linguaggio cinematografico, seguendo corsi di sceneggiatura, leggendo saggi imprescindibili e arrivando a mia volta a pubblicare insieme all’amico Francesco Trento un manualino per ragazzi sui meccanismi della narrativa (dal titolo “No Spoiler”). Quindi, se prima mi veniva naturale immaginare in prima battuta la scena, adesso una parte di me ragiona secondo schemi e modelli più tipici dello sceneggiatore che del romanziere, e non lo fa più per predisposizione ma per ovvia conseguenza delle diottrie perse nello studio di questi temi. È la curiosità che mi frega, ci posso fare poco!

Ci dici che anno è stato per te scrittore il 2020 con il Covid? Ti ha condizionato?

Nel 2020 credo di aver lavorato il triplo rispetto agli anni precedenti. Da alcuni anni mi occupo anche di scouting e sviluppo di progetti per l’agenzia letteraria PNLA, e da questo punto di vista l’anno in corso è stato il più impegnativo di tutti. Con grandi soddisfazioni, però. Una su tutte: la “mia” Emanuela Valentini, che ho seguito sin dalla prima scintilla creativa in affiancamento ed editing, ha esordito nel thriller con “Le Segnatrici” (Piemme), conquistando subito una serie di Paesi all’estero, un audiolibro Storytel tra i più ascoltati dell’estate, e un consenso unanime da parte di critica e pubblico. Certo, mi mancano (tantissimo!) le fiere del libro. Sono un’occasione ideale per incontrare i lettori, i colleghi, per uscire dal bunker casalingo della scrittura (che è una versione auto-imposta di lockdown in cui albergo da tempo)… insomma, mi auguro che il mondo torni normale quanto prima, perché c’è una gran vita sociale e culturale da vivere, là fuori!

Enzo Soresi: “Per me medico da 55 anni il Covid è una malattia come le altre”


Ospedale di Niguarda, 1968, influenza di Hong Kong, una pandemia che fece 22.000 morti ! In quegli anni ero assistente in Anatomia patologica e la prevalenza delle autopsie evidenziava come causa di morte le polmoniti batteriche. Il virus influenzale infatti induceva una severa caduta delle difese immunitarie ed i pazienti che morivano erano i più compromessi perché diabetici , cardiopatici, defedati o vecchi (allora la vecchiaia iniziava a 60 anni).  Al riscontro autoptico  i  polmoni si trovavano infarciti di sangue ed i lobi polmonari interessati dalla polmonite  potevano anche essere più di uno, in quel caso l’inadeguatezza della medicina era un uso degli antibiotici improprio cioè inadeguato, insufficiente.  Ricordo che nel 1970, mio padre, 67enne, colpito da infarto morì  dopo una quindicina di giorni  di polmonite fra lo sconcerto dei cardiologi .

Nel protocollo terapeutico standard  dell’unità coronarica, la terapia antibiotica prevedeva amoxacillina un grammo endovena due volte al giorno quindi totalmente insufficiente per una polmonite lobare franca insorta in un paziente con infarto in atto. Quando  negli anni ’80  lavoravo   nel reparto di pneumologia il protocollo per le polmoniti prevedeva 2 grammi tre volte al giorno di cefalosporina + gentamicina 80 mgr per due, il tutto per via endovenosa, difficilmente con questa terapia perdevamo malati anche  se compromessi per altre malattie. Oggi le broncopolmoniti vengono in prevalenza trattate al domicilio dal medico di famiglia in genere con due antibiotici e la quota di pazienti che deve essere ricoverata per inadeguata terapia è minima e comunque quando il paziente viene ricoverato in ospedale il più delle volte guarisce  con una terapia  antibiotica di secondo livello.

Come medico con oltre 55 anni alle spalle di professione come specialista in pneumologia ed oncologia clinica  mi pare di rivivere con il Covid 19 la  stessa inadeguatezza terapeutica di quegli anni. Ciò che scatena   infatti questo virus è una polmonite infiammatoria ed una microembolia polmonare  sostenuta in prevalenza da una aggregazione delle piastrine. I due presidi terapeutici di conseguenza sono i farmaci  antiaggreganti ed il cortisone. Quando nel marzo scorso mi sono ammalato di questa forma virale , dopo 9 giorni di febbre a 39 gradi, avendo iniziato al domicilio la terapia con calcieparina sottocute a scopo antiaggregante  mi sono  ricoverato in ospedale e qui  dopo la prima endovenosa di 60 mgr di prednisone è avvenuto lo sfebbrameno ed in pochi giorni con un dosaggio di cortisone  progressivamente ridotto sono guarito senza  alcuna conseguenza, ho proseguito quindi il cortisone al domicilio per complessivi 15 giorni a dosi scalari fino a sospenderlo. A 7 mesi di distanza dall’inizio della malattia mi ritrovo con il test sierologico che conferma la elevata presenza di immunoglobuline. Quindi quale è la logica deduzione?

Primo, che di fronte a una forma virale di questo tipo  con febbre elevata è opportuno iniziare tempestivamente  enoxocalcieparina  sottocute alla dose di 1mgr per kgr  associata a prednisone  25 mgr al giorno da aumentare progressivamente anche a 100 mgr al giorno se non si ottiene lo sfebbramento.

Quali le controindicazioni? Le solite ben note i clinici e cioè diabete e gastropatie ben controllabili con adeguate terapie e chiaramente nessuna terapia antiaggregante se il paziente è già in terapia anticoagulante per problemi cardiovascolari.   

Con questo approccio si  eviterebbero la prevalenza dei ricoveri ospedalieri lasciando di conseguenza il posto ai pazienti più critici come avviene in  tutte le malattie infettive. In sostanza a distanza di circa 70anni stiamo commettendo gli stessi errori commessi con la pandemia influenzale di Hong Kong e cioè un inadeguato uso dei farmaci ed in particolare del cortisone. Per inciso di fronte ad una sindrome mediastinica sostenuta da un tumore polmonare con metastasi ai linfonodi , al fine di fare respirare il paziente  si arriva a dosaggi cortisonici molto più elevati  senza esitazioni.

I pazienti da me curati al domicilio con questo approccio  terapeutico sono ormai un certo numero ed in un solo caso ho dovuto ricorrere al ricovero del paziente  per un deficit di ossigeno ed anche in questo caso è stato sufficiente una degenza  in reparto con  una adeguata  assistenza senza necessità di ricorrere a terapia intensiva.

Per quanto riguarda poi i dubbi  che questo virus non inducesse la produzione di anticorpi , personalmente a distanza ormai di 8 mesi dalla malattia mi ritrovo  , come già detto , con un esame sierologico ricco di immunoglobuline G a conferma della mia buona risposta immunitaria nonostante sia un ottuagenario. Quale è la logica deduzione?

La  febbre elevata sottintende un contagio con  elevata carica virale ed  una conseguente attivazione dei linfociti B responsabili della produzione di anticorpi specifici , esattamente come avviene con qualsiasi virus influenzale.  

Intervista a Leonardo Mendolicchio, psichiatra: “Ho avuto il Covid. Ecco come ne ho affrontato le paure e cosa sta accadendo ora”


“Ci vogliono gli psichiatri”. Quante volte abbiamo sentito questa frase in questi giorni? In tempi in cui l’irrazionalità diffusa diventa non solo ogni giorno più evidente, ma soprattutto incide sulla nostra vita individuale e collettiva, e sempre più si fanno strada ansia, angoscia, frustrazione, malinconia e depressione, il richiamo agli specialisti della mente è d’obbligo. E del resto tutti noi abbiamo constatato come ad ogni livello, persino quello di certi “specialisti”, l’uso distorto delle parole e dei concetti, la negazione della realtà, l’incitamento a comportamenti individualistici ed egoistici, hanno portato e stanno portando a ciò che oggi stiamo tutti constatando. Dato che i problemi non svaniscono negandoli e, anzi,  la realtà presenta sempre il conto, magari pure con gli interessi.

Se da una parte questa estate poteva farci piacere sentirci ripetere che “il virus è morto”, “il virus non esiste più”, adesso è ora di tornare immediatamente, senza indugio alcuno, alla realtà. Il principio di realtà è quello che distingue il pensiero infantile da quello adulto. Fantasticare. Pensare a soluzioni magiche è gradevole. Ma entrambi gli stili di pensiero non vanno praticati troppo a lungo, meglio se mai, di fronte a un problema reale. E il Covid era ed è un problema reale. 

Problema che dipende, come abbiamo visto da vari fattori interconnessi e interdipendenti tra loro: individuali (le condizioni del nostro organismo), sociali (come rispondiamo e ci organizziamo collettivamente per affrontare il problema), sanitari (quali strutture e quali cure abbiamo a disposizione), economici (come subire meno danni possibili), ambientali (quanto le condizioni atmosferiche e l’inquinamento interagiscono o favoriscono). 

Il fatto che negli scorsi mesi il virus nelle nostre latitudini si sia riposato un attimo, o piuttosto abbia preferito andarsene in giro per il mondo a fare danni, che da noi abbia giocato a nascondino e fatto cucù di tanto in tanto, ha illuso. Il virus ora s’è stancato di giocare. S’è riposato un attimo ed è tornato in forze. E siccome la strada sarà lunga e accidentata, oltre agli strumenti di protezione fisica, ora ci occorrono anche modalità di resistenza mentale.

Allora sentiamoli questi psichiatri. Uno in particolare: Leonardo Mendolicchio, da sempre impegnato sul fronte dei disturbi alimentari, volto noto come commentatore spesso invitato a “Piazza Pulita” in onda su La7 anche per la sua capacità di analizzare i problemi sotto il profilo filosofico-antropologico, oltre che psicologico-psichiatrico. Mendolicchio oltretutto è reduce egli stesso da una infezione da Covid. Ecco quanto gli abbiamo chiesto e cosa ci ha risposto. 

Dottor Medolicchio come ha scoperto di essere positivo al Covid? Casualmente per un controllo? Ha avuto sintomi?

Da medico ho giurato a me stesso che sarei stato molto attento a sensazioni sospette onde evitare di spargere il virus a destra e a manca soprattutto esponendo i pazienti a rischi di infezione. Ad un primo sintomo banale (stanchezza) e ad un fastidio al naso ho deciso di farmi il tampone mettendomi in quarantena. Dopo un giorno l’esito positivo. Unico sintomo da lì in poi è stato la diminuzione, ma non scomparsa, del gusto e dell’ olfatto 

Come si è sentito a livello psicologico dopo averlo saputo? E nel decorso?

Devo dire che non ho avuto paura, con la morte personalmente ho fatto i conti durante il mio percorso di analisi personale. Il filosofo Montaigne diceva:  “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni soggezione e da ogni costrizione”. Nel pensare alla morte in diverse fasi della mia vita ho potuto consolidare la mia libertà. Per cui ho fatto la cosa più sensata ovvero non paralizzarmi cercando di capire se qualcuno poteva essermi di aiuto per affrontare il morbo e ho potuto avvalermi di un supporto di una cara amica infettivologa che da Pescara, alla luce della sua preziosa esperienza sul campo, mi ha prescritto una cura. Scienza ed affetti sono un cocktail prezioso. Ed eccomi qui dopo circa 10 giorni sereno e senza troppi affanni. 

Come sta ora?

Bene, ho riflettuto molto sull’invalidante perdita del gusto. Per me che sono un patito dell’oralità questo sintomo mi ha molto segnato. Il Covid davvero ti toglie molte cose soprattutto il piacere della compagnia, del contatto e anche del gusto. È una brutta bestia anche per questo. Sto bene ma sono sempre più turbato e desideroso di capire come ben orientarsi per affrontare  da medico, da psichiatra e da psicoanalista i prossimi mesi. 

Che consigli darebbe a chi riceve notizia di positività al Covid? E a chi sta male, ma comunque è curato a casa?

Non rimuovere le proprie angosce ma neanche restare paralizzati dal terrore. Non minimizzare facendosi aiutare dai medici e dal personale sanitario. Bisogna essere rapidi non sottovalutando alcun sintomo. Proteggersi per proteggere, vivere la quarantena e l’isolamento come un gesto di attenzione nei confronti di se stessi e del prossimo. Curarsi per curare. Il Covid separa ma ci insegna anche a pensare come i gesti personali possono sono essenziali anche per gli altri. 

Da psichiatra e psicoanalista come spiega il fatto che alla prima ondata medici e personale sanitario erano visti come “eroi”, mentre oggi il sentimento collettivo sembra quasi diametralmente opposto?

Purtroppo siamo passati dalla paura che spingeva ad affidarci agli altri, alla rabbia che ci sta paranoicizzando. I medici sono stati sovraesposti a tutto questo. In realtà la rabbia contro i medici e la medicina ha radici antiche di almeno 20 anni. Tutta la cultura antiscientista lo dimostra. Viviamo un tempo in cui la doxa (il proprio parere) vale più dell’espisteme (ciò che è dimostrabile). In questo scontro tra folklore e verità la violenza dell’ ignoranza tende a prendere il sopravvento. Questa rabbia va compresa cercando di capire perché la scienza ha lasciato cosi troppi margini sociali all’ignoranza.

Sempre nella sua veste professionale di specialista della mente e dei comportamenti, ma anche esperto di comunicazione, come imposterebbe una informazione pubblica che invogli davvero la gente, se non tutta ma almeno la maggioranza, a una maggiore cooperazione e consapevolezza per fronteggiare adeguatamente la pandemia? Anche in questo caso ritiene che le areee cerebrali, profonde, del piacere siano molto più potenti di quelle deputate alla decisione consapevole, che quindi richiedono più tempo e più interventi efficaci per essere “attivate”? 

Direi che parlare della pandemia servirà come serve sempre parlare delle cose che ci turbano. Lacan e la psicoanalisi ci hanno insegnato che contro il “non senso” dell’esistenza (come può essere una bislacca pandemia), l’unico strumento che abbiamo per calmare l’angoscia e’ la parola. Attenzione però, la parola funzionerà solo se e’ circolare, ovvero se collega le parti in dialogo. Se la parola diventa solo informazione ed ha un unico verso, perde l’effetto permeante del messaggio e funziona poco. Abbiamo fatta molta informazione sul Covid e troppo poco dialogo. Il dialogo attiva  sia la corteccia cerebrale che la parte più profonda del cervello.

Nella prima fase tutti a ripetersi il mantra “andrà tutto bene”, mentre ora si fanno strada la sfiducia e lo sconforto. Meglio il cosiddetto “pensiero positivo” o il “principio di realtà”? 

Sperare è fondamentale, il principio di realtà, come ci insegna Freud, è però l’unico strumento che un essere umano adulto può mettere in campo per superare il dolore e per costruire un domani meno pericoloso e sofferente. 

L’ inganno dell’ottimismo serve a parare il colpo, il dato di realtà è necessario per costruire il futuro. 

Chi è Leonardo Mendolicchio

Leonardo Mendolicchio, medico psichiatra psicoanalista lacaniano, membro ordinario della Scuola Lacaniana di psicoanalisi, e della Associazione mondiale di psicoanalisi. Dal gennaio 2013 all’agosto 2020 Direttore sanitario di Villa Miralago, la più grande comunità terapeutica in Italia per i disturbi alimentari (anoressia, bulimia, ortoressia, vigoressia e disturbo da alimentazione incontrollata) e obesità. Nello stesso periodo Direttore scientifico della “Rete Ananke”, costituita da 19 ambulatori presenti sul territorio nazionale che si occupano dei disturbi alimentari e delle forme di disagio contemporaneo. Presidente e ideatore di “Food For Mind Clinical and research innovation hub for eating disorder” (www.foodmind.it), attualmente lavora all’Auxologico di Piancavallo sempre nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare.

Autore di diversi saggi sui temi che riguardano i vari aspetti dell’essere umano, tra cui “Bisogna pur mangiare” (Lindau) e “Prima di aprire bocca” (Guerini), a breve uscirà un suo nuovo saggio, una lettura attenta e sincera dei disturbi  alimentari per genitori e docenti, da Rizzoli. Ha partecipato a varie puntate di “Piazza Pulita” su La7 come ospite intervistato su diversi temi che riguardavano il food, il corpo, il ruolo dell’immagine nella società, la psicologia delle masse, il tema della razzismo e dell’integrazione. E’ stato ospite, inoltre, di diverse trasmissioni radiofoniche su Radio Due, Radio Vaticana e in alcuni servizi tel Tg di Tv2000.