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Mentre tu dormi il tuo corpo lavora


Che il sonno non sia soltanto una questione di riposo ma che invece svolga tutta una serie di funzioni conservative, riparative e persino rigenerative sul nostro corpo, è ormai un fatto assodato. Un buon sonno, il giusto numero di ore di sonno. Perché se invece il sonno è cattivo, scarso, insufficiente per un tempo protratto ci può essere l’effetto contrario. Alcune funzioni fondamentali del nostro corpo, come quella immunitaria e cardiaca, possono alterarsi fino al danno d’organo, accompagnandosi a un aumento generale dello stato infiammatorio. Proprio oggi è stato pubblicato uno studio interessante, seppure frutto di una ricerca non molto estesa, sul Journal of Experimental Medicine, finanziato dal National Institutes of Health statunitense che aggiunge ulteriori evidenze all’assunto che, alla luce delle scoperte che andavano accumulandosi, già anni fa avevo coniato: “Mentre tu dormi il tuo corpo lavora”. E lo fa per preservare il tuo corpo in salute.

Non sarà un caso, per varie alterazioni fisiologiche, che più si invecchia e maggiormente può accadere di non dormire bene per l’intera notte, con le conseguenze sulla salute dell’anziano che alla lunga intervengono.  

Già dalla introduzione del suddetto articolo gli autori elencano le varie ricerche recenti che hanno condotto alla seguenti considerazioni riguardo il ruolo protettivo del sonno sul nostro organismo, fino a livello cellulare: “Il sonno influenza profondamente le risposte immunitarie e infiammatorie, proteggendo dai disturbi immunitari associati all’età, comprese le malattie cardiovascolari, il cancro e le malattie neurodegenerative. Nonostante queste associazioni, più della metà degli adulti non dorme a sufficienza. Il sonno influisce su molti aspetti del sistema immunitario, comprese le risposte adattative, l’infiammazione e la sintesi di citochine e mediatori immunitari”.

E commentando gli stili di vita attuali non favorenti una corretta igiene del sonno, col giusto numero di ore di sonno, andando a letto sempre allo stesso orario, possibilmente prima di mezzanotte (paradossalmente molti medici, specie se si dividono tra clinica, ricerca e docenza universitaria, aggiornamento e redazione di articoli scientifici, sono i primi a negarsi un sonno sano): “L’interruzione cronica del sonno è pervasiva negli stili di vita moderni. L’interruzione del sonno comprende molte permutazioni tra cui, a titolo esemplificativo, frammentazione, restrizione, jet lag sociale, apnea ostruttiva del sonno (OSA) e insonnia, che aumentano sostanzialmente la suscettibilità alle malattie immuno-associate”.

Forse non saranno neppure qui un caso le molte morti tra medici e personale sanitario ospedaliero nella prima ondata pandemica da Covid, personale  soggetto a turni massacranti, con poche ore di riposo e di autentico sonno. Ricordate la foto, divenuta simbolo del malefico periodo, dell’infermiera stremata, addormentata riversa sulla tastiera del computer?

Un dato che emerge anche da questo studio è che il sonno riduce l’infiammazione e, al contrario, che l’interruzione del sonno aumenta l’infiammazione. Anche qui, sarà un caso che quando ci ammaliamo, ad esempio con una infezione respiratoria, avvertiamo un grande bisogno di dormire? Gli autori che hanno eseguito una batteria mirata di analisi del sangue nei soggetti esaminati, sia umani che murini, con sonno regolare o alterato, considerano una possibile funzione di “ricablaggio epigenetico” del sonno, ulteriormente da indagare.

Ricordiamo che l’epigenetica è la nuova scienza che indaga l’influenza dell’ambiente, esterno ed interno, sull’espressione dei nostri geni. Una nuova scienza che apre molte prospettive e fornisce chiavi di lettura di molti fenomeni biologici, in salute e in malattia, fino a non molti anni fa difficilmente interpretabili. Tra cui questa funzione protettiva del buon sonno. Nota a livello empirico, ma che rimaneva ancora da dimostrare con dati oggettivi.

“Quello che stiamo imparando è che il sonno modula la produzione di cellule che sono le protagoniste, i principali attori, dell’infiammazione”, ha affermato Filip K. Swirski, autore senior di questo studio e direttore del Cardiovascular Research Institute alla Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital di New York. “Un sonno buono e di qualità riduce il carico infiammatorio”.

Segnatevelo e ricordatevelo quando penserete che dormire è una perdita di tempo. Durante il sonno il nostro corpo fa cose, per la nostra salute, che non può fare durante la veglia. E da questo studio emerge pure che non è possibile recuperare gli effetti benefici del sonno dormendo di più quando possibile nel tentativo di compensare quanto non si fa dormendo regolarmente. Gli effetti del sonno alterato in modo protratto permangono a livello biologico, cellulare, accumulandosi perciò nel tempo.

Del resto la “cura del sonno” è nota e praticata dalla notte dei tempi: basti pensare ai templi greci dedicati ad Asclepio, in cui, certo, era dato maggiore risalto al “sogno incubatorio”.  Sempre la terapia del sonno è stata a lungo praticata in ambito medico, anche in tempi recenti, in particolare in ambito psichiatrico, ma pure dalla medicina del sonno per ri-sincronizzare i ritmi sonno-veglia. Ancora, il coma farmacologico è utilizzato in ambito ospedaliero, in caso di gravi compromissioni fisiche, per preservare il cervello, riducendo il consumo metabolico e quello dell’ossigeno. Per non parlare dell’uso millenario delle sostanze psicoattive di derivazione naturale per indurre stati non ordinari della coscienza, molto simili al sogno. Insomma, da tutto ciò si evince che il nostro corpo ha una esigenza quotidiana di sonno, terapeutica in altri modi, per “spegnere”, o meglio “ridurre”, l’incessante, e a volte logorante, attività cosciente del cervello al fine di ristabilire una omeostasi organica.

Cameron S. McAlpine, Máté G. Kiss, Faris M. Zuraikat, David Cheek, Giulia Schiroli, Hajera Amatullah, Pacific Huynh, Mehreen Z. Bhatti, Lai-Ping Wong, Abi G. Yates, Wolfram C. Poller, John E. Mindur, Christopher T. Chan, Henrike Janssen, Jeffrey Downey, Sumnima Singh, Ruslan I. Sadreyev, Matthias Nahrendorf, Kate L. Jeffrey, David T. Scadden, Kamila Naxerova, Marie-Pierre St-Onge, Filip K. Swirski. Sleep exerts lasting effects on hematopoietic stem cell function and diversity. Journal of Experimental Medicine, 21 September 2022.

Vedi anche:

Mentre dormi il tuo corpo ti cura

Dormi che ti passa. Il sonno regola le emozioni

Sonno & salute

Sonno e sistema immunitario

Sonno ed emozioni. Intervista a Carolina Lombardi

Passeggiare nella natura allontana lo stress: le prove nel cervello


Uno scorcio del Parco del Ticino a Vigevano

Sono nato e vivo in una città del pavese da cui non mi sono mai spostato, pur lavorando a Milano e dovendomi quindi sobbarcare tutti i disagi del pendolarismo. Dei treni locali che spesso hanno guasti, soppressioni e ritardi. Perché l’ho fatto? Fondamentalmente perché la mia città, Vigevano,  è come si suole dire a “misura d’uomo” e in particolare è circondata dalla campagna. Per non parlare del bosco, dell’enorme Parco del Ticino.

Dico sempre che quando stai per entrare a Vigevano in auto provenendo dalla statale della provincia milanese, la prima cosa che incontri, ai lati della strada, non sono i palazzi, non è il cemento, ma bensì i secolari alberi e la rigogliosa vegetazione del Parco del Ticino. Ti accoglie la natura. Avviato da mio padre, che era un grande amante del bosco e dalla campagna, fin da bambino mi ci sono sempre rifugiato, anche in solitaria, per ritrovare equilibrio, serenità, per chiarirmi le idee rispetto a un problema, ascoltare solo il suono della natura e, in pratica, gestire e allontanare lo stress.

E ovviamente tutti sappiamo quanto la natura possa essere terapeutica in tal senso. Su questo sono stati scritti milioni di pagine da parte di poeti, scrittori, filosofi, artisti. Ora c’è pure una dimostrazione scientifica del perché la natura agisca sul nostro cervello come antistress.

Del resto parecchi studi hanno rilevato che vivere in città, specie se grande e con poche possibilità di accedere a parchi e luoghi naturali, rappresenti un fattore di rischio per diverse patologie, sia a causa dell’inquinamento, ma pure per lo stress a cui  si è sottoposti. Compromettendo di conseguenza anche la salute mentale.

Non sarà certo un caso che chi vive e lavora in città parli spesso di “fuga” dei fine settimana o durante i periodi di vacanza, per raggiungere luoghi più a contatto con la natura. Oppure che i pensionati, se possono permetterselo, acquistino casa o comunque scelgano di alternare la vita cittadina con quella dei dei luoghi più in equilibrio con la natura.

Tutto ciò ha ora un riscontro nella ricerca coordinata dalla psicologa cognitiva e ricercatrice tedesca Sonja Sudimac del Lise Meitner Group for Environmental Neuroscience dell’Istituto Max Planck. Come si presenta la stessa Sonja Sudimac: “I miei principali interessi di ricerca si concentrano su come l’ambiente modella il nostro cervello, più specificamente, come l’esposizione alla natura e all’ambiente urbano influenzano lo stress, le emozioni e i processi cognitivi. Sono particolarmente interessata ai meccanismi neurali alla base di questi effetti, nonché ai processi fisiologici durante l’esposizione a diversi ambienti. Utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e misure fisiologiche cerco di comprendere i correlati neurali e fisiologici degli stati affettivi e cognitivi di un’ora di camminata nella natura rispetto all’ambiente urbano, con l’obiettivo di influenzare la creazione di ambienti ottimali per la nostra salute fisica e mentale”.

Per ottenere prove causali sui rapporti tra ambiente e stress, tra salute psicofisica e natura, i ricercatori del Lise Meitner Group for Environmental Neuroscience hanno esaminato, attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), l’attività cerebrale nelle regioni coinvolte nell’elaborazione dello stress in 63 volontari sani prima e dopo una passeggiata di un’ora nella cosiddetta “foresta verde” di Grunewald, la più vasta foresta cittadina di Berlino, rispetto alla passeggiata in una strada commerciale con traffico a Berlino. I risultati dello studio hanno rivelato che l’attività nell’amigdala è diminuita dopo la passeggiata nella natura, suggerendo che la natura suscita effetti benefici sulle regioni cerebrali legate allo stress.

“I risultati supportano la relazione positiva precedentemente ipotizzata tra natura e salute del cervello, ma questo è il primo studio a dimostrare il nesso causale. È interessante notare che l’attività cerebrale dopo la passeggiata urbana in queste regioni del cervello è rimasta stabile e non ha mostrato aumenti, il che è contrario un’opinione diffusa secondo cui l’esposizione urbana provoca ulteriore stress”, spiega la psicologa ambientale Simone Kühn, a capo del Lise Meitner Group for Environmental Neuroscience.

Gli autori di questo studio mostrano che la natura ha un impatto positivo sulle regioni cerebrali coinvolte nell’elaborazione dello stress e che può essere già osservata dopo un’ora di cammino. Ciò contribuisce alla comprensione di come il nostro ambiente fisico di vita influenzi il cervello e la salute mentale. Anche una breve esposizione alla natura diminuisce l’attività dell’amigdala, suggerendo che una passeggiata nella natura potrebbe servire come misura preventiva contro lo sviluppo di problemi di salute mentale e attenuare l’impatto potenzialmente svantaggioso della città sul cervello”.

Insomma, anche se viviamo in città, a inizio o fine giornata, meglio se ad entrambi, concediamoci una bella passeggiata in mezzo al verde. Magari approfittandone per portare fuori il cane. Il nostro cervello e tutto il nostro corpo ringrazieranno. E saremo meno schizzati rientrando tra le pareti domestiche o sul luogo di lavoro. Inoltre, approfittiamo dei fine settimana per fare altrettanto. Ma questo già lo sapete.

Sonja Sudimac, Vera Sale, Simone Kühn. How nature nurtures: Amygdala activity decreases as the result of a one-hour walk in nature. Molecular Psychiatry, 05 September 2022.

Cervello e retina, verso una biomarker dell’Alzheimer


Per molti secoli i cervello è stato una scatola nera. Studiabile solo sul tavolo anatomico. Soprattutto per quanto riguarda le sue alterazioni. Nel volgere di qualche decennio, con l’avvento delle tecniche di visualizzazione del cervello vivente (neuroimaging), le cose sono radicalmente cambiate. E l’antico detto che gli occhi sono lo specchio dell’anima potrebbe trovare riscontro anche nello studio della retina, la parte posteriore dell’occhio che, di fatto, fa parte del cervello e alcuni suoi gruppi di cellule si collegano direttamente al sistema nervoso centrale.

Molti studi si stanno concentrando negli ultimi 20 anni sull’esame della retina per una diagnosi precoce dell’Alzheimer. In che modo? Secondo questi studi, che hanno preso in esame anche un campione di persone di 45 anni, l’assottigliamento della retina potrebbe indicare un segno precoce di Alzheimer, prima che i sintomi veri e propri si manifestino. Come spiega la ricercatrice Ashleigh Barrett-Young del Dunedin Study (una ricerca globale sulla salute e lo sviluppo dell’Università di Otago, Nuova Zelanda, che di recente ha celebrato i 50 anni dall’avvio degli studi nella popolazione): “Molti dei processi che avvengono nel cervello si verificano anche nelle cellule gangliari della retina, un altro strato di cellule che compongono la retina. Ciò include alcuni dei processi anormali comuni nella malattia di Alzheimer, come la deposizione anormale della proteina beta amiloide e la perdita di cellule”.

Siccome l’imaging della retina non è invasivo, non è doloroso e ogni scansione richiede solo pochi secondi  attraverso una apparecchiatura per la  tomografia a coerenza ottica (Oct), si rivela di importanza fondamentale per la diagnosi precoce di Alzheimer e per le relative cure che si mostrano efficaci se attuate nelle prime fasi della malattia, nonché per il cambiamento degli stili di vita che possono ritardare la progressione verso il declino cognitivo. Inoltre una semplice e rapida identificazione del rischio attraverso la scansione della retina potrà permettere di valutare le future sperimentazioni terapeutiche per l’Alzheimer.

Retinal imaging in Alzheimer’s and neurodegenerative diseases. Snyder PJ, Alber J, Alt C, Bain LJ, Bouma BE, Bouwman FH, DeBuc DC, Campbell MCW, Carrillo MC, Chew EY, Cordeiro MF, Dueñas MR, Fernández BM, Koronyo-Hamaoui M, La Morgia C, Carare RO, Sadda SR, van Wijngaarden P, Snyder HM. Alzheimers Dement. 2021 Jan;17(1):103-111.

Intestino & Covid


L’intestino ha recettori simili a quelli del cervello. E capita che sia definito “secondo cervello”, pure per il ruolo, attraverso la popolazione batterica che lo abita (microbiota), anche per il benessere e la salute mentale. Ora c’è un elemento in più in questa visione cervello-intestino: la serotonina presente nell’intestino.

Il Covid-19 si può associare a una serie di sintomi gastrointestinali come la diarrea. Per quale motivo? Ricerche recenti indicano che questi sintomi intestinali nei pazienti Covid-19 peggiorano con la gravità della malattia e questo sarebbe collegato all’aumento della serotonina intestinale, rilasciata a causa delle disfunzioni intestinali, aumentando la risposta immunitaria del corpo e potenzialmente peggiorando le condizioni dei pazienti. E certi pazienti avrebbero una risposta eccessiva del sistema serotoninergico intestinale, per loro tipologia genetica. Ciò renderebbe ragione anche di un altro sintomo, la nausea, che difatti si associa a un eccesso di serotonina.

Da qui l’idea di abbassare il livello di serotonina circolante nel corpo. Come? Con gli antidepressivi. Del resto supportata da prove precedenti secondo cui gli antidepressivi inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri) potrebbero ridurre la gravità dei sintomi di Covid-19.

Come ha commentato l’autore senior dello studio pubblicato dalla rivista internazionale di ricerca gastrointestinale Gut, Damien J. Keating, del Flinders Health and Medical Research Institute and College of Medicine and Public Health, Flinders University, Adelaide, Australia: “Il nostro studio aggiunge ulteriori prove che il Covid-19 ha molte più probabilità di infettare le cellule dell’intestino e aumentare i livelli di serotonina attraverso effetti diretti su specifiche cellule intestinali, peggiorando potenzialmente gli esiti della malattia. Fornisce inoltre ulteriore supporto alle prove cliniche emergenti che i farmaci antidepressivi, che bloccano il trasporto della serotonina nel corpo, possono servire come trattamento benefico”.

Alyce M Martin, Michael Roach, Lauren A Jones, Daniel Thorpe, Rosemary A Coleman, Caitlin Allman, Robert Edwards, Damien J Keating. Single-cell gene expression links SARS-CoV-2 infection and gut serotonin. Gut, 2022.

Sociopatici si nasce o si diventa? Una risposta dell’optogenetica


Nelle mie conversazioni sul cervello e sui primi 1000 giorni di vita, determinanti per il nostro futuro, affrontavo l’argomento dei neuroni specializzati portando l’esempio dei neuroni responsabili della vista. L’esempio  è molto semplice, se un neonato nasce  con la cataratta e non viene operato entro due mesi , i neuroni specializzati nella visione si perdono ed i neuroni vicari , dopo  l’intervento, non sono programmati per una visione altrettanto corretta. Fino a che punto, mi chiedevo,  i neuroni sono programmati, a livello cognitivo, nell’homo sapiens? La risposta, inquietante,  a questo quesito,  l’ho trovata leggendo il libro Proiezioni di Karl Deisseroth, l’autore, oltre ad essere psichiatra, docente universitario, ed ottimo clinico  è anche laureato in bioingegneria ed ha fondato con altri  ricercatori  una nuova scienza nota come “optogenetica” .  

Cercherò di semplificare di cosa si tratta citando  uno dei primi esperimenti effettuati con questa tecnica:  si prende un gene arcaico da un’alga o da un antico pesce noto come zebrafish (pesce zebra) e lo si veicola,  attraverso un virus, nel cervello di un topolino, successivamente con una particolare luce laser, si attiva il gene ed in particolare una opsina microbica eccitatoria contenuta in esso e si osserva,  illuminato, il percorso delle emozioni di cui è responsabile quel determinato gene. Il primo studio è stato condotto su una delle emozioni primarie dell’animale cioe’ la fuga o lo stallo di fronte ad un pericolo. Nel caso dell’animale la decisione è immediata in quanto determinata da una situazione biologica programmata, nel caso dell’homo sapiens invece, la riflessione spesso non esita in una decisione corretta e nascono di conseguenza i famosi traumi non risolti spesso responsabili di varie problematiche psichiche. Progredendo con gli studi l’autore, nell’epilogo,  affronta il tema della sociopatia che in psichiatria viene definito come disturbo antisociale.

Nell’evoluzione dell’homo sapiens ci sarebbero dall’uno al sette percento di sociopatici in quanto portatori di cellule che spingono ad aggredire o ad uccidere. L’esperimento condotto sui topi con l’optogenetica è molto preciso, ai topolini a cui con la luce laser vengono attivate queste cellule scatta una aggressività che porta questi animaletti ad uccidere i  propri simili senza alcuna motivazione. Se ne deduce che tutti noi siamo portatori di questi neuroni killer ma  non diventiamo aggressivi in quanto questo gruppo di cellule è controllato in quasi tutti gli umani   da   altri gruppi di cellule neuronali finalizzate a organizzare in noi il senso di responsabilità.  Solo coloro che non hanno questo controllo diventano sociopatici, potenzialmente in grado di uccidere.

Come scrive il neurochirurgo Arnaldo Benini nel libro Neurobiologia della libertà ognuno di noi è convinto di essere libero e di potere scegliere, in realtà siamo già programmati, come l’optogenetica sta dimostrando, per compiere determinate azioni o per controllare determinati impulsi  e si può intravedere in futuro, attraverso questa nuova tecnica,  di potere esercitare  un programma di prevenzione disattivando con la luce laser il gruppo di cellule neuronali che portano questi soggetti a compiere azioni criminali. In fondo nel suo libro Il diavolo mi accarezza i capelli il criminologo Adolfo Ceretti propone il  recupero di questi soggetti attraverso un percorso riabilitativo e di consapevolezza che va proprio in questa direzione, cioè educare queste persone ad avere quel senso di responsabilità di cui sono prive, non per loro colpa.   

Sogni, cervello generativo e creatività


Massimo Scanziani e Yuta Senzai

Per molti secoli i sogni sono stati un mistero. Un mondo dentro il cervello che mi ha sempre affascinato. Anche per esperienze personali. Quando anni fa intervistai lo psichiatra e neuroscienziato John Allan Hobson all’indomani dell’uscita suo bellissimo The Dreaming Brain (in italiano La macchina dei sogni, Giunti)che acquistai a New York appena uscito, mi resi ulteriormente conto che la ricerca sul sogno era a una svolta epocale. Grazie alle moderne tecnologie di visualizzazione del cervello in attività si sarebbe finalmente potuto indagare, con metodi scientifici, quel mistero vecchio di secoli, se non di millenni.

L’anno prossimo saranno passati giusto settant’anni da quando, nel 1953, Eugene Aserinsky e quello che allora era ancora uno studente e oggi è considerato l’iniziatore degli studi scientifici sul sonno,  Nathaniel Kleitman, scoprirono che i movimenti oculari rapidi sotto le palpebre chiuse erano associati alle fasi in cui il cervello sogna, le famosi fasi Rem (da “rapid eye movement”). Il concomitante studio di queste fasi del sonno Rem e non-Rem grazie all’unico mezzo allora disponibile, l’elettroencefalogramma (EEG) che registra l’attività elettrica del cervello, permise di delineare i vari stadi del sonno. La scoperta delle fasi Rem è fondamentale non solo per la ricerca sul sonno ma, come si sta dimostrando, anche per lo studio complessivo del cervello. La nota curiosa e paradossale è che molti ricercatori hanno negato l’importanza delle fasi Rem, considerandole alla stregua di azioni casuali, forse per mantenere le palpebre lubrificate.

Ma cosa avviene nel cervello durante questi movimenti rapidi degli occhi associati alle esperienze oniriche? Sono davvero casuali seppure associate ai sogni? Già da anni si era ipotizzato che i movimenti degli occhi seguissero le scene allucinatorie del sogno. Ma non c’era mai stata una dimostrazione scientifica di questa presunta attività percettiva-cognitiva. In una recente ricerca sperimentale, con tecnologie di ultima generazione, da parte di Yuta Senzai e Massimo Scanziani del Dipartimento di Fisiologia e dell’Howard Hughes Medical Institute Università della California, San Francisco, si sono potute osservare le cellule della “direzione della testa” (le cosiddette “place cells”) nel cervello dei topi che sperimentano anche il sonno Rem. Queste cellule agiscono come una bussola e la loro attività mostra ai ricercatori in quale direzione il topo percepisce se stesso come direzione.

Il team ha registrato simultaneamente i dati da queste cellule sulle percezioni di direzione del topo monitorando i suoi movimenti oculari. Confrontandoli, hanno scoperto che la direzione dei movimenti oculari e della “bussola interna” al cervello del topo erano allineati con precisione durante il sonno Rem, proprio come quando il topo è sveglio e si muove. Inoltre Il team di Scanziani ha scoperto che le stesse, molteplici  parti del cervello interessate si coordinano sia durante il sogno che durante la veglia, dando credito all’idea che i sogni sono un modo per integrare le informazioni raccolte durante il giorno.

Il sogno è alla base della creatività?

Si tratta di una ulteriore dimostrazione del fatto che, durante il sogno, il nostro cervello riorganizza le memorie, sia del corpo che della mente, assembla elementi della vita quotidiana con altri totalmente inventati. E forse tutto ciò potrebbe essere alla base della creatività.

Quando diciamo che una certa arte o un certo cinema sono “onirici” e “visionari”, vedi ad esempio pittori come Hieronymus Bosch o Salvador Dalí, oppure registi come Fellini, Terry Gilliam o David Cronenberg, stiamo forse ipotizzando qualcosa che ha davvero un riscontro nel funzionamento complessivo del nostro cervello, sia durante la veglia che durante il sonno? Del resto è dimostrato anche per altre vie il fatto che staccarsi dalla realtà quotidiana, isolarsi dalle distrazioni del mondo circostante, e magari transitare in uno stato modificato di coscienza, possa favorire i processi creativi. Del resto, lo stesso John Allan Hobson, citato all’inizio, scrisse un intrigante saggio con lo storico dell’arte Hellmut Wohl, dal titolo piuttosto esplicito: Dagli angeli ai neuroni. L’arte e la nuova scienza dei sogni (Edizioni Mattioli 1885).

Ed è pure noto, dalle biografie di artisti, scienziati e musicisti, che certe intuizioni possano arrivare in sogno, oppure nelle fasi iniziai dell’addormentamento o del risveglio: nei cosiddetti stati ipnagogici e ipnopompici. Fu lo stesso chimico tedesco August Kekulé a narrare di avere scoperto, anzi “visto” come un serpente che si morde la coda (il mitico Uroboro), la formula di struttura del benzene; il giornalista ungherese Lazlo Biro che sogna una sfera intrisa di inchiostro che scorrendo sulla carta scrive e inventa la penna a sfera; il compositore Giuseppe Tartini che sogna il suo celebre “Trillo del diavolo”; Robert Louis Stevenson che sogna il fulcro del suo racconto “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, ma pure Mary Shelley col suo “Frankenstein”. E non è certo un caso che opere letterarie come queste, che intrigano sia la parte conscia che inconscia della nostra mente, rimangano come pietre miliari nel storia della letteratura e abbiano ispirato così tanti film, rappresentazioni teatrali, opere musicali e fumetti. L’ipotesi è che la mente creativa prosegua il proprio lavoro anche durante gli stati di sonno con sogno, assemblando memorie ed elementi insoliti, fino a quel momento inesistenti. Il sogno sarebbe dunque una sorta di laboratorio virtuale in cui mettere in campo cose nuove, soprattutto per cervelli abitualmente al lavoro nella produzione creativa durante la vita di veglia.

Massimo Scanziani, uno dei due autori della ricerca che citiamo qui, è dello stesso avviso riguardo i rapporti tra sogno e creatività, tanto che parla di “cervello generativo”. «Questo lavoro ci offre uno sguardo sui processi cognitivi in ​​corso nel cervello addormentato e allo stesso tempo risolve un enigma che ha suscitato la curiosità degli scienziati per decenni”», dice Scanziani. E ancora: «È importante capire come il cervello si aggiorna sulla base delle esperienze accumulate. Capire i meccanismi che ci consentono di coordinare così tante parti distinte del cervello durante il sonno ci darà un’idea di come quelle esperienze diventano parte dei nostri modelli individuali di cosa è il mondo e come funziona. Uno dei nostri punti di forza come esseri umani è questa capacità di combinare le nostre esperienze del mondo reale con altre cose che non esistono al momento attuale e potrebbero non esistere mai. Questa capacità generativa del nostro cervello è la base della nostra creatività».

Siamo partiti parlando del mistero dei sogni per approdare ad un altro, eterno dilemma: quello della creatività. Forse le ricerche presenti e future ci permetteranno di comprendere che sogno e creatività sono strettamente imparentati e magari che il mistero è unico. Sottolineo infine l’importanza del concetto di “cervello generativo”, differente da “cervello creativo”, di cui, ne sono certo, sentiremo ancora parlare.

A cognitive process occurring during sleep is revealed by rapid eye movements. Yuta Senzai, Massimo Scanziani. Science. 2022 Aug 26;377(6609):999-1004.

Vedi anche:

La telepatia che fece scoprire i ritmi cerebrali e l’EEG

Il cervello elettrico: intervista a Simone Rossi