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Enzo Soresi: a proposito di antibiotici chinolonici e danno mitocondriale


51iBaZdluXL._SX331_BO1,204,203,200_La paziente entrò  in studio trascinandosi una valigia,  come se fosse appena sbarcata da un aereo. Si trattava di una donna di media età, in leggero sovrappeso e con un cognome di origine tedesca. Immediatamente iniziò il suo racconto tutto incentrato su una terapia effettuata, circa 10 anni prima,  in occasione di una diagnosi clinica di polmonite. Si trattava di un  antibiotico, chinolonico, assunto alla dose di 500 mgr al giorno per 10 giorni. Dopo pochi giorni, a suo dire, iniziarono tutti i suoi guai fisici  caratterizzati da dolori muscolari diffusi, crampi agli arti inferiori, spasmi ai piedi, insufficienza muscolare, difficoltà respiratoria, senso di confusione mentale con perdita dell’equilibrio. Insomma una catastrofe a suo dire insorta dopo quei 10 giorni di terapia con il farmaco prescritto da suo medico curante. Da che nuotava tutti i giorni circa un’ora al giorno la paziente si ritrovò impossibilitata a qualsiasi attività fisica, praticamente una invalida in grado solo di lavorare come interprete  presso una società con sede a Milano. In tutta sincerità la mia sensazione, ad un primo impatto, fu quella di una paziente ossessiva che ascriveva a quella terapia una serie di sintomi a mio avviso non accettabili dal punto di vista clinico.

Ciononostante , sapendo del noto danno che i chinolonici possono dare con rottura del tendine in pazienti anziani, con  estrema attenzione esaminai tutti gli esami di quel complesso dossier. Ma la paziente nella valigia non solo conservava i suoi esami ma anche una quantità di documenti scientifici da lei raccolti dalla letteratura e da internet a conferma del danno che i chinolonici  possono indurre a livello neuromuscolare. Fra i numerosi esami clinici e strumentali trovai  anche un elettroencefalogramma che presentava  alterazioni non del tutto chiare.

Anche se in parte ritenevo che nel racconto della signora vi fossero spunti ossessivi decisi di chiedere una consulenza ad un amico neurologo, in grado di approfondire il quesito diagnostico assai complesso. La paziente quindi nei prossimi giorni ripeterà esami neurologici al fine di valutare quali danni organici siano realmente rilevabili. L’articolo riportato ieri  dal coblogger Pierangelo Garzia sul danno mitocondriale indotto dai chinolonici chiarisce  perfettamente la sintomatologia della paziente. Come spieghiamo nel nostro libro “Mitocondrio mon amour” i mitocondri sono batteri presenti sulla terra da milioni di anni che ad un certo punto, con un meccanismo biologico di endosimbiosi, si sono legati ad una cellula animale ed hanno fornito l’energia per fare esplodere la vita . Nel caso di questa   signora le sofferenze da lei descritte vanno attribuite ad un danno mitocondriale indotto da questo tipo di antibiotici. I mitocondri infatti sono diffusi in tutti i tessuti compreso il cervello dove si trovano in abbondanza. Come aiutarla ora? Sicuramente fornendo coenzima Q10 di tipo liposomiale nel tentativo di fare ripartire l’attività mitocondriale, inoltre cercando di ridurre lo stress ossidativo indotto dalla perdita di efficienza mitocondriale. Comunque dopo gli approfondimenti neurologici vi terrò  informati su questo blog  sull’andamento di questo particolare caso clinico.

Aggiunta di Pierangelo Garzia

Tra medici, specie ospedalieri, si è soliti dire che se capita un caso clinico raro o strano, subito appresso ne arriva un altro. Stamattina ci siamo sentiti con Enzo Soresi e, con il suo consueto, contagioso, entusiasmo umano e professionale, mi ha accennato al caso di cui potete leggere qui sopra. Gli junghiani potrebbero parlare di “sincronicità”, i medici ospedalieri della suddetta stranezza dei casi clinici particolari di rincorrersi fra loro. Ci pareva in ogni caso interessante riportarlo rapidamente, cosa che Enzo Soresi ha fatto. E ci auguriamo che la signora possa trarre giovamento da tale intuizione clinica, al di là di altre problematiche a cui lo stesso Enzo Soresi accenna.

 

Mitocondri & antibiotici: una relazione pericolosa?


Antibiotics-Damage-Mitochondria

Gli antibiotici hanno salvato e salvano molte vite. Ma vanno usati con criterio e sotto rigoroso controllo medico. In caso di infezioni importanti da debellare nel rischio di più gravi conseguenze. Sono un’arma potente e come tale, come ormai tutti sanno, possono avere effetti collaterali. In questo blog, partendo dal nostro libro “Mitocondrio mon amour”, aggiorniamo anche sull’importanza dei mitocondri per la nostra salute e la nostra stessa vita.

Un nuovo studio mette in guardia sull’effetto potenzialmente dannoso che l’antibiotico ciprofloxacina (famiglia fluorochinoloni, antibiotico impiegato per un ampio spettro di infezioni batteriche che vanno dalle vie respitarorie, vie urinarie, orecchio, apparato gastrointestinale ecc.) può avere proprio sui mitocondri. “La ciprofloxacina – dice lo studio – ha interrotto la normale manutenzione e la trascrizione del DNA mitocondriale (mtDNA) modificando la topologia del mtDNA, causando una ridotta produzione di energia mitocondriale e bloccando la crescita e la differenziazione cellulare. Questo impatto drammatico sul DNA mitocondriale è la causa più probabile della maggior parte degli effetti collaterali negativi riscontrati dai pazienti, ed anche una ragione per usare antibiotici fluorochinolonici con molta cautela”.

Del resto, aggiungiamo, tale potenziale danno sui mitocondri di questi (o altri, da verificare) antibiotici, sarebbe anche semplice da intuire: gli antibiotici sono propriamente degli antibatterici e una diffusa teoria vedrebbe i mitocondri come “antichi batteri” dimoranti nelle nostre cellule con il compito di generare energia cellulare e, di conseguenza, mantenere il nostro stato di salute. Come Enzo Soresi e il sottoscritto abbiamo ampiamente spiegato, anche con esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, nel nostro libro “Mitocondrio mon amour”.

 

Scambio di informazioni cervello-cervello: da fantascienza a realtà


Mind-melds-e1509130881625(Post di Franco Zarattini, neurologo) Comunemente si ritiene che di solito venga impegnata una parte ridotta del nostro cervello, mentre il suo potere cognitivo potrebbe avere un ulteriore sviluppo utilizzando tutte le capacità disponibili per un balzo in avanti. Telepatia e potenzialità cerebrale recondita da far emergere hanno sempre appassionato l’umanità, perché la possibilità di inviare pensieri direttamente al cervello di un altro individuo è sempre stata ritenuta fantascienza almeno fino a pochi giorni or sono. Infatti i ricercatori dell’Università di Washington e dell’Università di Carnegie sono riusciti a collegare i cervelli di due differenti individui per primi al mondo. Tra i ricercatori lavora anche Andrea Scotto (nato a Palmanova e laureato a Trieste in Scienze delle Comunicazioni completando gli studi con un dottorato in Psicologia) che già nel 2015 con i suoi colleghi dell’Università di Washington aveva impiegato questo metodo per connettere due individui mediante un’interfaccia cervello-a-cervello.

La ricerca è stata spiegata in questo modo “vi illustriamo BrainNet che, per quanto ci è dato sapere, è la prima interfaccia non invasiva cervello-a- cervello per la risoluzione di problemi collaborativi” ricordando che è stata pubblicata nella Libreria dell’Università di Carnegie.

I ricercatori hanno collegato la mente di tre individui rivelatisi capaci di confrontarsi amichevolmente durante un gioco di società. Si è trattato della prima volta che un’interfaccia cervello-a-cervello è riuscita a mettere in contatto i cervelli di tre individui, collegandoli con degli elettrodi posizionati sul capo (cuoio capelluto) con modalità bipolari (ogni elettrodo è collegato con il successivo) di tre individui scoprendo cosa potevano fare. Questo è il vero punto di svolta dello studio: secondo i ricercatori in futuro la connessione potrà essere sviluppata ed ampliata fino a divenire il primo “social network” di cervelli abilitato a trasmettere il pensiero. Indubbiamente ci confronteremo nei prossimi anni con questa grande scoperta che ha evidenziato come tre individui possono scambiarsi informazioni senza ricorrere al linguaggio verbale o visivo, unicamente tramite schemi di attività neurale.

Credo che sia lecito chiedersi innanzitutto come sia stato possibile. Ecco la soluzione: i ricercatori hanno riunito più gruppi di tre individui, organizzandoli in modo che in ogni gruppo fossero inseriti due “mittenti “ ed un “ ricevitore “. Per farla breve i tre individui vengono collegati a degli elettroencefalografi, come sopra chiarito. I mittenti guardando lo schema di un gioco, decidono sul modo di spostarne un blocco o ruotarlo, come sarebbe possibile con un mattoncino di Lego. I segnali neurali vengono decodificati in tempo reale da un elettroencefalogramma (EEG). Proseguendo nella connessione le decisioni dei due mittenti vengono trasmesse al cervello del ricevitore, che non vede la schermata del gioco, in quanto riceve queste informazioni tramite il sistema ben diverso della stimolazione magnetica transcranica (TMS, vedi nota).

Il ricevitore prosegue unendo le informazioni ricevute dai mittenti e decide come agire. Elaborate le sue decisioni invia la sua risposta con l’EEG ai mittenti, che proseguendo possono inviare un feedback al ricevente. La buona notizia è supportata dalla constatazione che questa connessione non solo ha funzionato su un gruppo di tre individui, ma anche su più gruppi. I ricercatori hanno pure sottolineato che i destinatari erano in grado di capire quale mittente fosse più affidabile basandosi sulle informazioni inviate al loro cervello. Pertanto nella comunicazione si configura una forma più complessa ed appropriata di dialogo includendo una valutazione di attendibilità, che oltrepassa la mera comunicazione. Se nel piano di ricerca non ci fossero solide basi scientifiche, sarebbe quasi magia!

TMS
Si tratta di una stimolazione profonda indolore e non invasiva del cervello mirata ad ottenere risposte dall’area cerebrale interessata per modificarne l’eccitabilità e la plasticità. Questo dispositivo approvato dalla Food and Drug Administration ( FDA ) è largamente utilizzato nella ricerca e da qualche anno pure in ambito clinico per curare disturbi psichiatrici e neurologici come la depressione maggiore, le psicosi allucinatorie e la malattia di Parkinson.

Vedi anche: 

II ritorno della telepatia alla Duke University di Durham, tra topi

“È tutto nella tua testa”: intervista a Suzanne O’Sullivan


La mente fa stare male? Domanda retorica. Basta una brutta notizia giunta all’improvviso. Una discussione accesa. Una lite. Basta questo per sconvolgerci, magari per ore, giorni, settimane. Addirittura mesi e anni, se si tratta di una perdita, lavorativa o economica, oppure di un lutto. È esperienza comune, quotidiana, il fatto che quella e-tutto-nella-tua-testa-148819funzione di ordine superiore emergente, rispetto al cervello, che chiamiamo “mente”, in quanto tale, eserciti la propria funzione su attività neuronale, sinapsi, biochimica cerebrale. E, a cascata, anche nell’arco di pochi millesimi di secondo su nervi, muscoli, apparati. Funzioni.

Se vogliamo mantenerci cauti, non asserendo che la mente possa farci ammalare, sicuramente produce disturbi. Non meno invalidanti e dolorosi, a volte, di quelli che riconoscono una causa fisica. Ma del resto come possiamo tracciare un confine netto tra “organico” e “psicologico”?

Una semplice, e non è mai tale, forte emozione, produce modificazioni nel nostro corpo. Possiamo arrossire. Avere il battito cardiaco accelerato. Difficoltà respiratorie. Sudorazione. Voce tremante. Uno stato di stress può produrci tensione muscolare al collo, alle spalle. E pensiamo a tutti i sintomi invalidanti, gli sconvolgimenti fisici che può dare un attacco di panico. E, del resto, anche malattie di cui possiamo riconoscere una causa organica, alla fin fine, possono avere origine nei nostri scorretti stili di vita. Quindi, di conseguenza, nella nostra mente, nel nostro cervello. Nelle nostre scelte alimentari, ad esempio. Nei nostri comportamenti. Se facciamo  o non facciamo regolare, anche se moderata, attività fisica, ad esempio. Se facciamo uso di alcol. Se fumiamo. Se facciamo uso di altre sostanze tossiche.

Ma c’è un intero settore della medicina che è quello dei disturbi funzionali o di conversione. Quelli per cui molti medici sono ancora portati a dire: “lei non ha niente”. E se uno sta male, senza avere “niente” di organico, la diretta considerazione è: “è tutto nella testa”. Nella mente. Nella psiche. Insomma, in qualcosa che non possiamo più definire “anima”, ma che è altrettanto indefinibile. I nostri pensieri. Soprattutto quelli che sono al di sotto della soglia della consapevolezza. I nostri conflitti. Le nostre emozioni che si traducono, come detto, si “convertono”, si esprimono in sintomi fisici. Conflitti profondi che non trovando modo di esprimersi a parole, trovano una loro espressione, dolorosa, nel linguaggio del corpo. Tutta la materia inerente la vecchia “medicina psicosomatica” pareva tuttavia soppiantata da quel settore dal nome chilometrico: la psiconeuroendocrinoimmunologia o, in sigla, Pnei.

Ma Suzanne O’Sullivan, autrice di questo straordinario libro dal titolo È tutto nella tua testa. Il misterioso mondo della medicina psicosomatica (Mondadori) non solo  rivendica con energia il pieno diritto di cittadinanza alla medicina psicosomatica, ma se ne fa notevole studiosa e interprete. Tenendo conto che Suzanne O’Sullivan è primario di neurologia e dirige il reparto di neurofisiologia e neurologia clinica del National Hospital for Neurology and Neurosurgery di Londra.

Dopo il primo capitolo di questo libro intitolato “Lacrime” in cui Suzanne O’Sullivan ci introduce nella sua storia e nei suoi percorsi di medico specialista in neurologia, nelle difficoltà che ogni medico, soprattutto neurologo, incontra nel  comunicare al paziente una origine psicogena dei suoi mali, e magari indirizzarlo presso uno psichiatra. Con reazioni, da parte del paziente, a volte disorientate, accese, offensive e persino aggressive nei confronti del medico (“sta dicendo che sono matto?!”), ogni capitolo successivo parte da un nome, da un caso clinico reale affrontato da Suzanne O’Sullivan. Con tutti gli addentellati di indagini diagnostiche, visite, consulti, colloqui conflittuali con il paziente e i suoi familiari, prima di arrivare alla diagnosi di disturbo psicosomatico. Che non è, sottolinea con decisione Suzanne O’Sullivan, una diagnosi per esclusione. Certo, non si fa diagnosi di disturbo di conversione, senza prima escludere possibili origini organiche. Ma il disturbo di conversione necessita di altrettanti preparazione e acume clinico, anche se apparentemente proteiforme e sfuggente.

«Quindi», scrive Suzanne O’Sullivan, «come possiamo essere sicuri di una diagnosi che si presenta in modo così inconsistente? Spesso i medici rifuggono  il confronto con pazienti  affetti da sospetti disturbi psicosomatici proprio per questo motivo. La diagnosi è troppo difficile da dimostrare e quindi non sarà accettata facilmente. E se il futuro dovesse portare con sé nuovi strumenti diagnostici e rivelare che la diagnosi era sbagliata? In un certo senso siamo ancora fermi al XVIII secolo, quando si evitava di formulare un giudizio definitivo per il reciproco vantaggio di medico e paziente. E questo vale soprattutto per i sintomi soggettivi e non misurabili». E più avanti Suzanne O’Sullivan aggiunge: «Ecco dove la neurologia si differenzia da altre branche specialistiche. Ha sempre avuto una relazione stretta con i disturbi psicosomatici e ha persino attribuito loro un nome specifico, “disturbi di conversione”, come se la conversione dello stress in paralisi o crisi epilettiche, anziché in dolore e stanchezza, fosse in qualche modo speciale, mentre non lo è. Un sintomo non è più significativo di un altro».

A sua volta un grande clinico, sulle cui pagine si sono formati generazioni di medici, nella parte introduttiva dedicata al tema “I malati funzionali e le malattie psicosomatiche” del suo famoso trattato a più mani di Medicina interna sistematica, Rugarli dice: «Si potrebbe obiettare che questa è una patologia psichiatrica o, comunque, psicopatologica che è di pertinenza specialistica, ma io non sono del tutto d’accordo. Secondo me esiste una zona grigia tra medicina interna e psichiatria che non permette diSuzanne O'Sullivan stabilire con certezza dei confini definiti. Il fatto è che questi malati travestono i loro problemi psicologici con sintomi pertinenti alle malattie organiche non psichiatriche e cercano soccorso da chi ritengono che sia competente di questa patologia». Ed è una “generica ricerca di aiuto”, aggiunge Rugarli, la prima spinta che porta il paziente psicosomatico dal medico. La sua sofferenza è reale. Sta la medico trovare la soluzione, anzi l’interazione terapeutica, più appropriata. Abbiamo chiesto direttamente a Suzanne O’Sullivan di chiarirci alcuni aspetti del suo libro.

Ogni capitolo del suo libro, a parte il primo, si basa su un caso clinico che lei ha seguito,  per poi allargare la discussione ai temi generali della psicosomatica: quali sono le caratteristiche comuni tra le persone più predisposte a questi disturbi?

Non esiste un singolo tipo di persona che sviluppa un disturbo psicosomatico. Può succedere a chiunque. È però vero che alcune persone sono più inclini  rispetto ad altre. Ad esempio, le persone che soffrono di ansia o depressione hanno maggiori probabilità di esserne colpite. Tuttavia, tutti siamo vulnerabili e con i trigger e gli stressor giusti, chiunque di noi potrebbe esserne interessato.

Nel suo libro dice: “Credo nella natura inconscia e incontrollabile della disabilità psicosomatica e la accetto”. Sulla base delle scoperte in neuroscienze, come definirebbe l’inconscio oggi?

La comprensione della coscienza è stata definita dai filosofi il “problema difficile”. Neuroscienziati e filosofi non hanno ancora concordato alcuna definizione o spiegazione per questo problema difficile. La coscienza suggerisce una consapevolezza di sé. L’inconscio risiede al di fuori del dominio della nostra consapevolezza. Per un neuroscienziato le menti consce e inconsce sono una funzione delle connessioni tra le diverse aree del cervello, ma nessuno sa esattamente come funzionino. La domanda che sorge sempre per i miei pazienti è se siano coscientemente consapevoli del fatto che i loro sintomi hanno una causa psicologica. Soffrono di problemi estremi come la cecità, la paralisi completa e le frequenti convulsioni. Poiché non vi è alcuna malattia cerebrale, i pazienti spesso si trovano accusati di “fingere” di essere disabili. Non ho dubbi sul fatto che le disabilità psicosomatiche siano generate in modo inconscio e al di fuori del controllo della persona colpita. L’evidenza è nel modo in cui cercano assistenza medica. I pazienti giungono all’osservazione attraverso medici che chiedono scansioni e test. Quando i primi test sono normali, sono sinceramente scioccati e chiedono ulteriori test. I sintomi fisici sono così reali e la causa psicologica così inaccessibile per loro che non riescono a credere che non ci sia alcuna malattia sottostante. Per coloro che hanno bisogno di prove scientifiche, sono stati fatti degli studi per cercare di capire cosa sta succedendo nel cervello delle persone con paralisi psicosomatica. La risonanza magnetica funzionale ha dimostrato che le persone con paralisi psicosomatica hanno modelli insoliti di connessioni tra le parti emotive del cervello e le aree di controllo motorio. Scansioni simili nelle persone a cui viene chiesto di fingere deliberatamente di essere paralizzate mostrano uno schema completamente diverso. Ciò dimostra che la paralisi psicosomatica non è la stessa cosa che fingere di essere paralizzati.

Diversi medici rifiutano il termine “psicosomatico”, preferendo, ad esempio, il concetto di “psiconeuroendocrinoimmunologia” (Pnei). Cosa ne pensa di questa disciplina?

Il termine psicosomatico può essere controverso e i disturbi psicosomatici vengono costantemente rinominati. I disturbi psicologici sono stigmatizzati e la ridenominazione è spesso un tentativo di affrontare lo stigma. Nuovi nomi spesso cercano di allontanarsi da cause e meccanismi che sono radicati nel comportamento e nella psiche, e invece enfatizzano i meccanismi fisiologici per i sintomi. Mentre capisco perché questo venga fatto, nello stesso tempo non mi trova d’accordo. Penso che tale approccio risolva il problema sbagliato. Ogni singola cosa che accade ai nostri corpi è “fisiologica”. Ma questo è il risultato finale di un problema psicosomatico, non la causa. Per esempio, se sono ansioso e il mio cuore accelera, il problema fisiologico è che il mio cuore batte troppo velocemente a causa di un rilascio di ormoni e un cambiamento nel mio sistema nervoso autonomo. Ma non ho problemi di cuore, e concentrarmi su quel cambiamento fisiologico distoglie l’attenzione dalla vera domanda. Cosa mi sta rendendo ansioso e come può essere trattato? Una spiegazione organica e un’etichetta che enfatizza la natura fisica del problema, spesso è meglio accolta dai pazienti. Il mondo è ancora molto critico nei confronti dei disturbi psicologici. Penso che dovremmo spendere le nostre energie per ridurre lo stigma e affrontare le incomprensioni su queste condizioni, piuttosto che cercare di trovare etichette più accettabili.

Concordo sul fatto che, come medici, al di là delle etichette, è necessario prima di tutto intervenire sulle sofferenze dei pazienti. Questo a livello clinico. Ma in termini di ricerca, non pensa che la Pnei possa essere un tentativo di ricerca sulle vie nervose e biomolecolari (sistema nervoso autonomo, sistema immunitario, sistema neuroendocrino ecc.) che innescano disturbi e alterazioni psicosomatiche? Alla fine, come neurologo, sarà d’accordo sul fatto che tutto ciò comunque riconduce al cervello e al sistema nervoso. Viceversa, non pensa che nel termine “psicosomatico” si corra  il rischio  di richiamare in vita vecchio dualismo mente-corpo?

Rimango con la risposta che le ho dato. Sì, tutto è fisiologico, ma non vedo alcun beneficio derivante dall’uso di termini confusi che enfatizzano il cambiamento fisiologico piuttosto che la causa del cambiamento fisiologico. Non ho mai sentito parlare di Pnei, è una terminologia che non utilizziamo nel Regno Unito. Mi sembra un modo di evitare del tutto la “mente”.

La vecchia psicosomatica parlava di “organi bersaglio” più predisposti ad essere alterati da disturbi psicosomatici: è ancora così?

Qualsiasi parte del corpo può essere influenzata da sintomi psicosomatici e ogni tipo di specialista medico vede questi disturbi. Organismi storicamente specifici come l’utero o la milza o lo stomaco sono stati implicati come parte della causa o più vulnerabili ai sintomi, ma in realtà questo è un disturbo di tutto il corpo. I sintomi sono vari, come la mancanza di respiro, dolori articolari, convulsioni, mal di testa, palpitazioni, eruzioni cutanee. I disturbi psicosomatici possono assumere forme molto diverse in persone diverse. Inviterei le persone a considerare l’enorme gamma delle loro risposte fisiche agli aspetti emotivi. Lacrime. Mani tremanti. Agitazione vocale. Arrossamento. Diarrea. Minzione frequente. Qualsiasi sintomo che una persona possa immaginare, ha trovato un corrispettivo in un disturbo psicosomatico in un certo momento storico.

Quali test biologici usa per diagnosticare i disturbi psicosomatici? Ad esempio, il dosaggio del cortisolo è utile? Le indagini con neuroimaging sono utili?

I test non sono molto utili nella diagnosi dei disturbi psicosomatici. La diagnosi è di tipo clinico basata su aspetti positivi nella storia clinica e su un modello tipico di sintomi per i disturbi psicosomatici. Spesso il più grande indizio per chi ha sintomi neurologici è che i sintomi sono “impossibili”, non hanno senso anatomico, cioè non si adattano all’anatomia del sistema nervoso. Di solito vengono effettuati alcuni test, solo per essere certi che non vi sia alcuna malattia organica sottostante. È importante che le persone capiscano che i disturbi psicosomatici non sono una “diagnosi di esclusione”, vale a dire una conclusione alla quale il medico arriva solo perché non riesce a trovare altre spiegazioni sulle scansioni. Se un medico vede un paziente con asma, diagnostica l’asma, perché i sintomi descritti dal paziente e le risultanze all’esame si adattano a questo disturbo. I disturbi psicosomatici sono diagnosticati allo stesso modo, perché il modello e così i sintomi e i risultati positivi indirizzano a tale diagnosi.

 Le recenti scoperte sull’epigenetica, in particolare sulla relazione cervello-ambiente, sono utili per il trattamento di disturbi psicosomatici?

Mentre ci sono indubbiamente influenze genetiche, storiche e culturali sul modo in cui esprimiamo i sintomi psicosomatici, non penso che l’epigenetica sia molto utile quando si tratta di trattamento. Rendere le persone migliori dipende dall’aiutarli a visualizzare i sintomi in modo diverso nel qui e ora.

Le tecniche meditative come la mindfulness sono utili per gestire i disturbi psicosomatici, specialmente lo stress?

Certamente la meditazione e la mindfulness possono aiutare alcune persone con sintomi psicosomatici, ma ciò dipende molto dal tipo di sintomi e dalla ragione per cui si sono verificati. Alcuni sintomi e disabilità potrebbero essere peggiorati dal tipo di attenzione alla respirazione e alle sensazioni corporee che vengono consigliate con alcune tecniche meditative. Il trattamento deve essere personalizzato per l’individuo ed è meglio essere consigliato da uno psicologo che comprende questi disturbi.

In definitiva: i disturbi psicosomatici sono inevitabili per la natura umana o possiamo farne a meno?

I sintomi psicosomatici sono inevitabili, ma servono anche a uno scopo molto utile nelle nostre vite. Non sono solo dannosi. Sintomi come la dissociazione possono aiutare le persone a superare momenti traumatici. Offrono un “time out” quando le cose si fanno troppo gravose. Proteggono dal sovraccarico. Altri sintomi sono il modo in cui i nostri corpi ci dicono che non stiamo bene. Ci ricordano di badare meglio a noi stessi. Personalmente apprezzo i sintomi fisici che avverto se sono stressata, perché mi ricordano di riposare e di affrontare la fonte dello stress, piuttosto che ignorarlo. I sintomi psicosomatici sono inevitabili, ma se le persone imparano a riconoscere come il proprio corpo risponde allo stress, possono trarne beneficio.

Quali reazioni ha sollevato il suo libro tra i suoi colleghi neurologi?

Mi ha fatto molto piacere che i miei colleghi, neurologi e non neurologi, abbiano accolto molto bene il mio libro. Vedono pazienti con sintomi psicosomatici tutto il tempo ma, proprio come me, molti non hanno avuto alcuna formazione su come aiutare le persone con questi problemi. I miei colleghi medici hanno espresso gratitudine per aver avviato una discussione su questo problema.

 

“A caro prezzo”: un’analisi del libro di Carl Hart


(Post di Ludmilla Soresi, psicologa) Nei giorni scorsi sono entrata nella libreria Il Trittico (Milano, via S. Vittore 3) per ritirare un libro da donare. Il regalo è arrivato anche per me, grazie a un suggerimento di lettura lì ricevuto: “A caro prezzo. Droghe, a_caro_prezzo_01neuroscienze e pregiudizi sociali” (Neri Pozza, 2018) è il testo che ho incontrato tramite un rapido dialogo su un libro di A. Codignola di recente recensito in questo spazio da Enzo Soresi (“LSD. Da Albert Hofmann a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris: storia di una sostanza stupefacente”).

L’autore di “A caro prezzo” è Carl Hart, ricercatore statunitense, membro del National Advisory Council on Drug Abuse e professore di psicologia e Psichiatria alla Columbia University.

Carl Hart, come scritto nella sovraccoperta del suo libro, è un afroamericano cresciuto in uno dei peggiori sobborghi di Miami. Aveva solo dodici anni la prima volta che ha visto con i suoi occhi la scena di un omicidio “per questioni di droga” […].

Questo libro […] É il magnifico memoir di un giovane uomo che si è sottratto al suo destino di emarginazione e, ad un tempo, un prezioso contributo scientifico che mostra come l’isteria emotiva che aleggia intorno alle droghe illegali oscuri i veri problemi.

Il paradigma per il quale è la sostanza stupefacente stessa a produrre inevitabilmente “dipendenza”, e a interferire a tal punto con le funzioni vitali da indurre comportamenti autodistruttivi, si dimostra in queste pagine, alla luce di molteplici esperimenti scientifici, del tutto errato. La causa della “dipendenza”, che concerne il 10-25 per cento di coloro che entrano in contatto con le droghe, anche le più socialmente stigmatizzate come l’eroina e il crack, va ricercata non nella sostanza stessa, ma nelle condizioni della sua assunzione. Emarginazione, alienazione sociale, bisogni relazionali insoddisfatti, assenza di ogni altra possibile “ricompensa” sono le cause reali che conducono alla “dipendenza”. Ultimata la lettura di questo libro, carcere e leggi sempre più severe contro le droghe, assimilate a forze magiche, al “male assoluto”, si svelano perciò come le misure più erronee e irragionevoli possibili per cambiare davvero le cose nell’uso delle sostanze stupefacenti tra le fasce marginalizzate della popolazione.

Le pagine di Hart mi hanno fatto pensare ripetutamente ai concetti psicologici di equifinalità (da condizioni di partenza differenti, si può giungere a simili risultati) e multifinalità (da condizioni di partenza simili, si può giungere a esiti differenti), e all’approccio psicoterapeutico di Michael White, di recente scoperto nel corso di lezioni alla scuola di psicoterapia d’orientamento sistemico e socio-costruzionista che sto frequentando (Centro Panta Rei, Milano).

Secondo quanto un docente presso questa scuola, dott. Maurizio Frisina, ci ha descritto, sia del suo approccio alle dipendenze nell’ambulatorio in cui lavora in Belgio, sia dell’approccio narrativo dello psicoterapeuta australiano Michael White, nella dipendenza la sostanza assume una presenza, quasi come se si trattasse di una persona in piú nel sistema nel quale l’individuo vive.

La dipendenza rappresenta, secondo questo approccio, una risposta disfunzionale ma anche una buona domanda, nel senso che la psicoterapia si pone come spazio per sostenere e accompagnare il paziente nell’individuazione di un’altra soluzione, non disfunzionale.

Nella dipendenza, che occorre spesso in persone deluse dal punto di vista relazionale, il prodotto diventa la risposta a tutto, diviene oggetto di una relazione sostitutiva di tutte le altre.

Trovo interessante in questo approccio l’utilizzo del termine prodotto anziché sostanza. Prodotto rende l’idea di una risultante di un processo: al principio, la risposta che l’individuo trova nel prodotto risulta essere una relazione soddisfacente sostitutiva. E’ successivamente che, neppure a livello fisiologico, continuerà a essere una risposta utile. Ed è allora che il sistema (la persona) che si è strutturato attorno a questo sintomo entra in crisi, compromettendo, nei casi più gravi, il funzionamento nella vita quotidiana e nelle relazioni.

Per tornare alle pagine che ho trovato maggiormente interessanti, inclusi gli spunti in esse presenti per sottofondi musicali (Hart, da adolescente, lavorò come Dj e si esibì con rapper quali Run-DMC e Luther Campbell), riassumo qui alcuni dei temi e degli studi che ho preferito, che evidenziano l’importanza del linguaggio e del dialogo, delle emozioni, delle relazioni e l’utilità-necessità di non cadere nel riduzionismo.

Come scrive l’autore, molto di ciò che non ha funzionato nel nostro modo di affrontare il problema della droga è dovuto alla confusione operata tra cause ed effetti. Sono state attribuite al consumo di droga in quanto tale le conseguenze delle politiche antidroga, della povertà, del razzismo istituzionale e di altri fattori a prima vista non così evidenti. Una delle lezioni fondamentali della scienza è che l’esistenza di una correlazione o collegamento tra due fattori non implica necessariamente che uno sia causa dell’altro. Questo principio basilare, purtroppo, di rado è stato determinante per delineare le politiche pubbliche in materia di droga (p. 32).

Per quanto concerne il fattore linguistico, Hart riassume uno studio comparativo condotto da Todd Risley e Betty Hart (1995) che, seguendo bambini d’età compresa fra i 3 mesi e i 7 anni, appartenenti a 42 famiglie, prese in esame il numero di vocaboli sentiti dai figli di professionisti, di operai e di famiglie assistite dai servizi sociali, concentrandosi sul modo in cui i genitori si rivolgono ai loro figli.

Questo rientra fra i numerosi studi che hanno messo in luce l’esistenza di un incisivo impatto svolto dall’educazione dei genitori, dallo stile della comunicazione con i bambini e dal vocabolario sul primo apprendimento linguistico e sulla preparazione alla scuola.

Dunque, fattori meno evidenti come l’esposizione a un lessico ampio o limitato e la variabile degli stimoli e controstimoli linguistici possono avere sul futuro di un bambino un’incidenza più decisiva di altri fattori, quali le droghe (pp. 48-50).

[…] I risultati di studi recenti mostrano che i bambini con un background familiare di estrazione operaia (come quello di Hart) sviluppano una spiccata empatia; sono più abili nel decifrare le emozioni degli altri ed è più probabile che riescano a rispondervi con gentilezza (p. 50).

[…] nel corso dell’adolescenza, Hart, che aveva imparato presto a osservare e a fare molta attenzione prima di aprire bocca, si rese conto della forza che avrebbe potuto ricavare dal possedere una maggior competenza linguistica e si impegnò da allora per espandere il proprio vocabolario.

Un altro studio citato dall’autore inquadra alcune differenze esistenti fra famiglie con due differenti approcci genitoriali, definiti da Laureau “formazione intensa” (Laureau) e “realizzazione della crescita naturale”. Nel primo caso, si tratta di uno stile che non prevede punizioni corporali e che viene applicato quasi esclusivamente tramite interazioni verbali. L’idea di base è quella d’insegnare ai figli un ragionamento di ordine morale, non la semplice obbedienza. Nel secondo caso, lo stile prevede, purtroppo, anche punizioni corporali, ed è essenzialmente volto, tramite scarne interazioni verbali, ad addestrare all’obbedienza (p. 53).

L’importanza delle emozioni, della loro espressione e riconoscimento, si coglie in più pagine nel corso del testo. Per esempio al principio, quando l’autore racconta che sin dall’età di 6 anni iniziò a nascondere i propri sentimenti, debolezze e necessità, per sopravvivere nel contesto, familiare e allargato, nel quale è cresciuto. Questo era l’unico modo, allora, per ripararsi da ulteriori sofferenze, ma oggi Hart riconosce che tuttora sente nelle proprie relazioni gli “effetti collaterali” di questa reazione risalente all’infanzia (p. 38).

I seguenti passi del testo lo trascrivo come premessa al riassunto che Hart ci offre dell’“ipotesi dopaminergica”, inclusi gli studi che l’hanno sostenuta e ne hanno evidenziato le criticità.

“[…] La mia esperienza personale mostra come si possa diventare scienziati senza essere stati dei bambini con problemi di socialità. Diversamente da molti miei colleghi di laboratorio, io non me ne stavo chiuso in casa a fantasticare su ragazze inarrivabili […]. Non ero un fanatico della scienza, sempre e solo appiccicato ai miei libri, e nemmeno il classico imbranato che non riesce nemmeno a rivolgere la parola alla compagna di classe […] la mia esperienza illustra quanto sia problematico ridurre la complessità del comportamento umano a definizioni semplicistiche come “dipendenza” e al tentativo di incriminare specifici agenti chimici operanti nel cervello per spiegare le azioni di un individuo. Con questo approccio non si tiene nella giusta considerazione il contesto all’interno del quale si verifica il comportamento in esame. E, inoltre, si pone un’enfasi ingiustificata nell’individuare una spiegazione dal punto di vista cerebrale, laddove una comprensione approfondita del comportamento e del contesto risulterebbe molto più utile a livello esplicativo, nonché per un eventuale intervento sul comportamento stesso” (p. 96).

L’“ipotesi dopaminergica” trae le sue origini da un’osservazione accidentale di James Olds e Peter Milner presso i laboratori della McGill University a Montreal, nei primi anni Cinquanta. I due studiosi avevano sentito, durante una conferenza, che la rete cerebrale allora conosciuta come Sistema di Attivazione Reticolare (RAS), se stimolata elettricamente, avrebbe spinto il topo-cavia a ricordare meglio la via d’uscita da un labirinto. […] Olds e Milner studiarono a loro volta questo aspetto. Nel corso del loro esperimento con topi, posti in una scarola-labirinto, essi scoprirono di aver accidentalmente collocato gli elettrodi in modo tale che toccassero il Fascicolo Proencefalico Mediale (MFB). Si resero conto che la stimolazione di questa regione rendeva i topi curiosi e risvegliava il loro interesse nell’esplorare l’ambiente nel quale erano stati collocati. Anziché sollecitare manualmente il cervello dei roditori, decisero di porre leve all’interno delle gabbie, lasciando che fossero i roditori stessi ad autostimolarsi. […] alcuni di loro arrivarono ad azionare la leva fino a settecento volte in un’ora. […] in realtà, molte cavie non impararono ad autostimolarsi e non ci fu modo di addestrarle a farlo. Come per la dipendenza dalla droga, non si tratta di un fenomeno che si può comprendere se viene isolato dal resto dell’ambiente circostante […] e proprio come per la dipendenza dalla droga, il vero comportamento compulsivo si potè osservare esclusivamente a determinate condizioni. Con queste ricerche, Olds e Milner non hanno semplicemente individuato una regione cerebrale che, se stimolata, potenzia l’apprendimento, bensì hanno scoperto un qualche tipo di “punto della gioia” – e infatti quell’area del cervello – scrive Hart – divenne nota come centro nevralgico della “ricompensa” o del “piacere”. Negli anni Sessanta, altri ricercatori riscontrarono che il neurotrasmettitore più diffuso in questa regione è la dopamina e che l’MFB trasmette segnali tra le regioni che attualmente riteniamo coinvolte nei meccanismi di piacere e desiderio, come il nucleus accumbens. […]

Con il tempo, le informazioni acquisite sui neurotrasmettitori e sui recettori sono diventate sempre più ricche e complesse, ed esistono prove in continua espansione che gettano seri dubbi su questa visione semplicistica del meccanismo della ricompensa. Tuttavia, come scrive Hart, la teoria sul ruolo della dopamina nel meccanismo di ricompensa non è stata rivista e aggiornata (pp. 99-101). Per esempio, una ricerca cui Hart ha partecipato, volta a indagare gli effetti di nicotina e cocaina, e successivi studi che ne hanno confermati i risultati, hanno evidenziato che la dopamina non viene rilasciata solo in condizioni di piacere, ma anche in corrispondenza di esperienze cariche di tensione o inquietudine (pp. 103-104).

Infine, queste sono alcune delle pagine che ho trovato più significative nel comunicare quanto le relazioni interpersonali possano avere un impatto potente sullo stile di vita di un individuo:

“Le relazioni sociali vengono spesso viste esclusivamente in chiave di influenza negativa rispetto al consumo di droga. Tuttavia, ciò che non viene registrato è la complessità dei comportamenti di gruppo. Gli esseri umani hanno concertato da sempre dei meccanismi per determinare cosa è “noi” e cosa è “loro”, e il consumo di un determinato alimento o di una droga specifica è una maniera tipica per stabilirlo. I ragazzi più giovani sono particolarmente sensibili a questi segni di appartenenza e quindi, se il prezzo per far parte di un gruppo è l’assunzione di una droga, molti sono disposti a pagarlo. (p. 116)

“Il ruolo svolto dai fattori sociali è parte importante del fallimento dell’“ipotesi dopaminergica” o di altre visioni basate sulla pura biologia, come quelle proposte nei miei primi lavori, nel fornire una spiegazione significativa ai problemi della dipendenza. […] una forma patologica di consumo è in gran parte provocata da bisogni relazionali insoddisfatti, da condizioni di alienazione sociale e da difficoltà nel rapportarsi con gli altri. […] L’importanza del ruolo svolto dalle connessioni sociali rispetto all’uso patologico delle droghe è stata riconosciuta, in realtà, nei primi lavori scientifici sulla dopamina, se si sa dove cercare; ed è anche contemplata nei principi del comportamento individuati in origine da B.F. Skinner. In effetti, anche nel modello di dipendenza osservato nei topi – si tratta solo di modelli, visto che le cavie non possono riflettere la complessità del comportamento umano – è evidente che un’assunzione smodata di droga non origina semplicemente da un accesso illimitato alla sostanza” (pp. 117-118).

Ciò fu dimostrato nella serie di esperimenti “Rat Park”, condotta dallo psicologo canadese Bruce Alexander e dai suoi colleghi alla fine degli anni Settanta […]”. In breve, questi ricercatori riscontrarono che, “in determinate circostanze, le cavie in isolamento arrivavano ad assumere una dose di morfina venti volte maggiore rispetto ai loro simili che vivevano in comunità. Risultati dello stesso tenore sono stati attualmente riscontrati a proposito della cocaina e dell’anfetamina. […] esiste una marea di prove, raccolte sugli animali e sugli esseri umani, a dimostrazione del fatto che, a una determinata serie di condizioni, l’offerta di rinforzi alternativi comporta una diminuzione del consumo di droga” (pp. 118-119)

Concludo con una fra le citazioni in epigrafe, che accompagnano ogni capitolo del testo:

[Spero che] abbandonerete il bisogno di semplificare tutto […] per cominciare ad apprezzare il fatto che la vita è complessa (Morgan Scott Peck, psichiatra).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autoipnosi: una via per gestire lo stress


Giocare a golf con l’autoipnosi… La cosa che più mi colpiva in quel giocatore con cui, tempo  fa, stavo partecipando ad una gara di golf, era la sua estrema tranquillità ed i suoi movimenti molto pacati, sia negli spostamenti da una buca all’altra che nello sviluppo del suo gioco. Spesso capita, partecipando  ad una gara di golf,  che si svolge in un team di 4 persone,  di conoscere stress-autoipnosi-con-cd-audio-libro-64836nuovi giocatori e di valutarne quindi, in un percorso di 18 buche, che dura circa 5 ore, sia le capacità tecniche che la componente emozionale, vero pilastro di  questo complesso sport in cui il gesto tecnico non è mai risolto, se non si ha la fortuna di averlo acquisito da bambini. Finita la gara e interessato da questo giocatore dilettante, così rilassato, gli domandai di cosa si occupasse nella vita e la risposta fu molto eloquente: sono un medico psichiatra – rispose – ho lavorato all’ospedale Sacco di Milano per parecchi anni, fondando l’ambulatorio di medicina psicosomatica, ed ho scritto alcuni libri di cui uno sull’autoipnosi per combattere lo stress…ecco svelato il mistero! (Enzo Soresi)

Autoipnosi (post di Bruno Renzi, psichiatra) 

E’ possibile oggi vivere senza stress?

Si, in determinate condizioni psicologiche, ambientali e stili di vita è possibile che  l’esistenza si possa svolgere senza stress, una sana vita rurale o monastica potrebbero essere un buon esempio.

Ma non è questo il caso di chi vive in contesti urbani concitati con ritmi di lavoro frenetici e stili di vita che continuamente violano elementari norme di benessere psicofisico.

Lo stress quindi è, per molti di noi, una condizione che è costantemente presente nel nostro quotidiano; “ corro da un impegno all’altro, rispetto i tempi tecnici del lavoro, rispondo alle aspettative del capo o del committente, devo mantenermi in forma, devo essere altamente competitivo-a, faccio tardi la notte, litigo con il mio compagno o con la mia migliore amica ed altro”, la lista potrebbe allungarsi, ma questi sono alcuni semplici eventi stressanti che si sommano ai miei abituali stati emotivi, alle mie insicurezze, al mio modo di percepire me stesso-a, gli altri ed il mondo; risultato, stress, tensione, disagio, disfunzioni di varia natura, ansia, lieve flessione dell’umore, disturbi che se prolungati nel tempo divengono patologia.

Hans Selye inizia i suoi studi sullo stress intorno agli anni trenta e giunge alla descrizione ed alla definizione della Sindrome Generale da Adattamento (GAS), intendendo con essa una reazione biologica dell’organismo ad uno sforzo fisico o psichico intenso e prolungato; questa sindrome è alla base di numerosi disturbi psicofisiologici.

Gli eventi stressanti possono essere di varia natura, sforzi fisici, fattori avversi come freddo, caldo, fame, eccessi alimentari, fattori psicosociali, tratti di personalità, aspettative proprie ed altrui, alto livello di competitività, incapacità a fronteggiare piccoli e grandi problemi della vita quotidiana, abitudini, stili di vita e convinzioni interne disfunzionali.

In una condizione di stress abbiamo una risposta fisiologica articolata in tre fasi: una prima condizione di “allarme”, ciò che percepiamo come evento stressante attiva il sistema nervoso autonomo e l’asse ipotalamo-ipofisi surrene, l’intero organismo si attiva in una condizione di “allertness”, per cui siamo pronti all’azione e possiamo resistere in una condizione che richiede un’iperattivazione psicofisica.

Una seconda fase di resistenza; se le condizioni stressanti persistono nel tempo, l’organismo cerca di adattarsi ed è già a questo livello che possono insorgere aspetti disfunzionali. Infine una fase di esaurimento con manifestazione di danni organici a volte irreversibili.

Quindi cosa accade se io vivo in modo stressante, se forzo in modo eccessivo la mia capacità di adattamento psicofisico?

Nelle situazioni stressanti prolungate si possono avere delle risposte del tutto individuali, vale a dire che ogni individuo ha una sua peculiare risposta agli stressor in relazione alla sua struttura psicofisiologica; vi sono contesti di lavoro che possono essere fonte di ”allarme o preoccupazione” ed in tali circostanze alcuni individui hanno risposte del tutto normali, altri a secondo delle loro peculiari strutture psicofisiche possono percepire stati di tensione, ansia, disperazione o attacchi di panico che inibiscono delle risposte funzionali nel contesto affettivo, relazionale e lavorativo; risposte da stress che appartengono ad un ampissimo “spettro” che va dalla semplice disfunzione a carico di un apparato, ad esempio tachicardia, sudorazione, tremori, disfonia etc… sino a condizioni più complesse quali stati d’ansia, intensa paura, irritabilità, imbarazzo, difficoltà a concentrarsi.

Gli eventi stressanti attivano risposte fisiologiche, che in un primo momento hanno una funzione positiva, consentono una condizione di attivazione dell’organismo per affrontare la situazione stressante; questa condizione è indicata come eustress quando è di normale entità, prepararsi ad una gara ad un esame, affrontare il pubblico sono eventi che possono essere vissuti in una condizione di eustress.

Quindi una risposta fisiologica di breve durata non determina danni per la salute; la situazione cambia se la condizione di stress perdura nel tempo, ad esempio le condizioni di vita stressanti descritte precedentemente perdurando a lungo attivano risposte fisiologiche che divengono disfunzionali determinando patologie di varia natura in relazione alla struttura psichica ed alla costituzione dell’individuo.

Le risposte fisiologiche sono mediate dal sistema nervoso autonomo e dal sistema endocrino con variazioni a cascata mediate dalla produzione di adrenalina e noradrenalina e dal cortisolo.

In una condizione di stress, come già descritto, assisteremo ad un aumento della frequenza cardiaca, del ritmo respiratorio, della pressione arteriosa, della sudorazione, della motilità intestinale, della tensione muscolare e molte altre variazioni di parametri biologici e se queste variazioni sono prolungate per una condizione di costante stress si manifesteranno patologie correlate all’impossibilità di un adattamento prolungato.

Oggi la scienza dimostra che una condizione di stress prolungato può determinare con meccanismi epigenetici dei danni a livello del Dna che possono permanere nel tempo, generando quindi erronee sintesi proteiche e disfunzionalità nella espressione genica con conseguente danno cellulare e sistemico.

Al di là dell’esistenza di condizioni stressanti, ciò che ha un valore determinante è il vissuto personale di un evento, ossia la percezione e l’attribuzione di un certo significato ad un evento o ad un contesto.

E’ il mio vissuto personale che determina la mia risposta psicofisiologica, così ancora una volta ciò che per alcuni può essere stressante non lo è per altri ed in alcuni casi uno stress può essere fonte di eccitamento positivo e di piacere.

Anche una condizione di stress emozionale cronico legato all’incapacità di elaborare adeguatamente emozioni profonde, quali rabbia, lutto, delusione, può determinare nel tempo condizioni patologiche che alterano le performance relazionali e lavorative.

Ed allora come si può ridurre lo stress e migliorare le proprie performance lavorative e relazionali?

Esistono diverse metodologie o tecniche che consentono di ridurre lo stress, spesso alcune appartengono a tradizioni di conoscenza mistico-filosofiche orientali che prevedono un impegno intellettuale e motivazionale non indifferente; al di là di queste nella mia esperienza l’autoipnosi è più incisiva, nel lisare lo stress, rispetto alle normali tecniche di rilassamento o del training-autogeno.

L’autoipnosi può essere appresa con estrema facilità e può essere considerata una forma di igiene mentale; la pratica quotidiana consente di ritrovare e realizzare una condizione psicofisica ottimale che migliora notevolmente la nostra capacità di adattamento allo stress.

Ho utilizzato l’autoipnosi in molti disturbi psicosomatici e con soggetti che desideravano avere una personale fonte di rigenerazione psicofisica per affrontare lo stress della vita quotidiana.

Diversi sono i benefici che si possono ottenere con una pratica quotidiana dell’autoipnosi di pochi minuti:

Miglioramento della qualità del sonno,

recupero più veloce dopo uno sforzo fisico o intellettuale intenso,

riduzione progressiva del nervosismo,

maggiore resistenza all’ansia ed agli shock emotivi,

migliore resistenza alle malattie,

poiché la stabilizzazione di uno stato di rilassamento riduce le disfunzioni da stress, attraverso la normalizzazione di tutti i parametri biologici correlati;  è sufficiente una pratica di 10 – 20 minuti mattino e sera per modificare in modo sostanziale le nostre risposte allo stress.

Voglio concludere con un’ultima indicazione; l’autoipnosi è la porta di ingresso verso stati di coscienza modificati che consentono un aumento delle nostre capacità di interazione e di relazione, una via principe agli stati più profondi della dimensione inconscia che consentono un potenziale processo di rinnovamento e progresso in ogni area della nostra esistenza.

 

False memorie: una indagine italiana


Memorie_OKOKMi capita, a volte, di chiedermi se un certo ricordo si riferisca a qualcosa di realmente avvenuto oppure no. Non si tratta di qualcosa di nitido, ben definito, inquadrabile nel tempo e nello spazio. Come può essere un luogo, un incontro, un avvenimento. Si tratta piuttosto di una sensazione. Uno stato emotivo. Tanto da chiedermi se quella sensazione si riferisca alla vita reale di tutti i giorni, oppure ad un sogno. E in quelle circostanze, se ci riflettiamo, ci rendiamo conto di quanto il confine tra “reale” e “onirico” sia alla fin fine, per il nostro cervello, qualcosa di labile. Di molto sfumato.

Del resto quando dormiamo e sogniamo, per il nostro cervello quella che viviamo nello stato onirico è la realtà. Così quando siamo svegli: ciò che viviamo e ciò che ci circonda, per il nostro cervello e per la nostra mente è quanto definiamo “realtà”. Cosa che poeti, artisti, filosofi, ma oggi pure scienziati, sottopongono a serrata discussione: cos’è davvero la realtà? E come differisce la memoria dei fatti cosiddetti reali, ciò realmente avvenuti, da quelli mai  accaduti? Quelli che vengono definiti “false memorie” o “falsi ricordi” (false memory).

La questione si fa ancora più spinosa attraverso le realtà alternative che siamo stati in grado di generare dall’avvento dell’arte, della letteratura, dei fumetti, degli spettacoli teatrali, del cinema, della radio e della televisione, e oggi della realtà virtuale. Oggi non pensiamo che un quadro o una scultura, tantomeno uno specchio, rappresentino altrettanti ingressi verso realtà alternative. Ma lo stesso non era per i cervelli di secoli fa. Proviamo a immaginare i nostri antenati che magari si trovarono per la prima volta difronte alla maestosità delle piramidi. E certamente le prime rappresentazioni grafiche sulle pareti della caverne, per gli uomini di milioni di anni fa, rappresentavano realtà alternative, di carattere magico o sacrale.

Oggi parliamo di realtà “virtuali” e “aumentate”. Ciò che sperimenta il nostro cervello, del resto, sia attraverso realtà tecnologicamente create, come il cinema, o attraverso sostanze psicoattive, come gli allucinogeni, è “reale”. I primi spettatori che videro venire loro incontro il treno del filmato dei fratelli Lumière fuggirono dalla sala in preda al panico. Altrettanto potremmo dire delle scenografie e degli spettacoli teatrali, degli artifici messi in campo dai maghi per ingannare i nostri sensi, le nostre percezioni, la nostra memoria, persino la nostra capacità di giudizio.

Ecco perché è interessante e importante studiare le false memorie: possono rivelarci aspetti fondamentali sul funzionamento non solo della memoria, ma pure della nostra mente in senso generale. Così come le false informazioni, ciò che oggi chiamiamo “fake news”, possono alla lunga modificare i nostri ricordi e di conseguenza le nostre scelte e le nostre decisioni.

La psicologa statunitense Elizabeth Loftus, che ha condotto ampie ricerche sul tema ed è considerata una delle massime esperte del settore, dice: «Molte persone credono che la memoria funzioni come un dispositivo di registrazione. Ma decenni di ricerche hanno dimostrato che non è così. La memoria è costruita e ricostruita. È più simile a una pagina di Wikipedia – puoi cambiarla, ma lo possono fare anche altre persone». Vale a dire che puoi essere convinto di avere visto una certa cosa, di avere assistito ad un certo delitto, la cosiddetta “testimonianza oculare”. Ma i tuoi sensi possono averti ingannato. E così possono fare altre persone: indurti falsi ricordi, con varie tecniche, mostrandoti foto e filmati, ponendoti domande pilotate, in modo suggestivo.

Ci sono persone che affermano di essere state rapite dagli alieni. Di essere state portate a bordo di Ufo e sottoposte ad interventi chirurgici. Che prove abbiamo di ciò? Nessuna. Eppure sono stati scritti interi libri, persino da psichiatri e psicologi, sulle “abduction”, e sono stati pure girati film e documentari. L’aspetto paradossale è che il metodo per cercare la “prova” di questi presunti rapimenti alieni, in mancanza di prove oggettive, sia il più delle volte individuato nella cosiddetta “ipnosi regressiva”: fare tornare “indietro” con la memoria il soggetto ipnotizzato per fargli ricostruire e raccontare quanto avvenuto durante il presunto rapimento alieno. Ebbene: è ampiamente dimostrato che le tecniche ipnotiche siano strettamente imparentate con la suggestione, quindi quanto di più distante dalla possibilità di ricostruire attraverso di essa la “realtà oggettiva” di un evento tanto insolito come un rapimento alieno.

Siamo nel territorio della psicologia della testimonianza. Così drammaticamente incisivo in ambito giudiziario. Quanto credere, quanto fare affidamento su un singolo testimone, in mancanza di altre prove e di riscontri oggettivi? Spesso, come si è evidenziato nella ricerca sui falsi ricordi, il testimone non mente, ma comunque dice il falso. Influenzato dall’ambiente, dalle circostanze, dalle emozioni, dallo stress, dalle percezione distorte. In sostanza, mente in buona fede.

«È un problema che emerge spesso nei tribunali», spiega Elizabeth Loftus, «il che ci pone la questione di quale valore attribuire ai testimoni. In un sondaggio su 300 casi di condanna ingiusta, in cui una persona è stata poi scagionata da un crimine, tre quarti di loro erano stati incarcerati a causa di una memoria umana difettosa».

In occasione della Notte europea dei ricercatori, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano propone Open Night: a tu per tu con la ricerca, a cui parteciperanno anche gli esperti dell’Istituto Auxologico Italiano  che affronteranno il tema della memoria e della possibilità di manipolare i ricordi. Ricordare ciò che in realtà non è stato sperimentato, è una falsa memoria. Ma come si formano le memorie nel nostro cervello e in che modo vengono influenzate? Una questione legata alla validità delle testimonianze, come abbiamo detto, ma importante anche sul versante terapeutico, per manipolare i ricordi traumatici in positivo o per studiare farmaci che li “cancellino” selettivamente.

Due soli esempi cinematografici sulla complessità di indagare la memoria e la possibilità di manipolare o alterare i ricordi : i film di Michel Gondry “Se mi lasci ti cancello” con Jim Carrey e Kate Winslet e “Memento” di Christopher Nolan con Guy Pearce. E allora, data l’opportunità pubblica di parlare di memoria, false memorie e possibilità di “cancellare” i ricordi in modo selettivo, offerta da Open Night, abbiamo pensato di realizzare una indagine sul tema, la prima che sia mai stata effettuata in Italia sulla popolazione generale. Al link qui sotto troverete la pagina dedicata con la possibilità di compilare il questionario online nell’arco di pochi minuti. Renderemo in seguito pubblici i risultati.

Questionario su memoria, false memorie e manipolazione dei ricordi. Il questionario è stato appositamente realizzato da Barbara Poletti, neuropsicologa, responsabile Centro neuropsicologia, Federico Verde, neurologo, entrambi dell’UO di Neurologia dell’Auxologico San Luca di Milano e da Pierangelo Garzia, science writer e responsabile Ufficio Stampa dell’Auxologico.