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NDE, esperienze di premorte: Birk Engmann e Enrico Facco, due neurologi a confronto


2F617EEE5-B692-FB92-8D85EC21580B41E6Vita e morte. La curiosità, a volte l’angoscia di sapere se tutto finisca nei pochi decenni di questa esistenza terrena, oppure se l’esperienza cosciente, in qualche altra forma energetica, prosegua in qualche altra dimensione. E quei fenomeni che si collocano al “confine” tra vita e morte. Le esperienze di premorte (Near-death experiences, nella letteratura internazionale, in sigla Nde). Tolta la religione. Tolta la filosofia. Ci rimane la scienza ad indicare quel sottile confine tra la fine e l’inizio, se inizio c’è, di qualcosa di diverso dalla coscienza espressa dal cervello. E proprio perché il fenomeno delle Nde ha uno stretto legame con il cervello, non manca di interessare i neurologi. In questi mesi c’è un risveglio di interesse editoriale verso le Nde. Sono usciti diversi libri di larga diffusione, e ne abbiamo anche parlato di recente in un servizio del settimanale Oggi (In fin di vita comincia un’altra vita, post del 16 aprile 2014).

Esce ora in inglese, per i tipi delle edizioni mediche Springer (nel settore neuropsicologia), il libro Near-Death Experiences. Heavenly Insight or Human Illusion? del neurologo tedesco, nonché psichiatra e artista, Birk Engmann. Già ricercatore dell’Università di Lipsia e autore di alcuni articoli di neurologia, Engmann non è invece autore di alcuno studio specifico, né tantomeno ha pubblicato articoli sulle Nde, se si escludono due brevi comunicazioni in tedesco. Attualmente Engmann lavora come neurologo presso una clinica privata specializzata in riabilitazione ortopedica, psicosomatica e neurologica di Lipsia: la Fachklinikum Brandis.

Nel suo libro sulle Nde, Birk Engmann torna a sostenere la tesi di queste esperienze come frutto di disfunzioni cerebrali associate alle personali credenze culturali e religiose. A riprova, citando la famosa e la più amata opera dagli studiosi di Nde, vale a dire di l’Ascesa dei beati di Hieronymus Bosh (conservato a Palazzo Ducale di Venezia), Engmann ricorda che la medesima fa parte di un polittico di quattro pannelli comprendenti non soltanto il “tunnel di luce”, ma anche le altre “visioni dell’aldilà” (Paradiso Terrestre, Caduta dei dannati e Inferno). Di conseguenza, dice Engmann, non va analizzato solo il tunnel di luce, ma anche le altre rappresentazioni di Bosh, che riflettono le credenze religiose dell’epoca.

Nel sul libro Engmann analizza le esperienze di Nde in varie culture. Notando come in paesi quali l’Uzbekistan, vi sia un intreccio di tradizione religiosa islamica, un lascito della religione tradizionale e settanta anni di ateismo di stato. Tali casi raccontavano di aver percepito luci, suoni, strane sensazioni ed esperienze fuori dal corpo. Ma erano del tutto assenti il tunnel di luce e la visione retrospettiva della vita (vedere i passaggi salienti della propria vita in un attimo, o visione panoramica della propria vita). Nel contempo, Engmann ammette che il campione di tali casi è troppo esiguo per poterne trarre conclusioni generali.

A questi casi, Engmann prende in esame uno studio del 2006 svolto nel suo paese, la Germania, che supporta maggiormente le sue tesi. Si tratta di uno studio che mette a confronto casi di Nde avvenuti nella Germania occidentale e in quella orientale. Nella Germania occidentale erano più frequenti i resoconti di esperienze fuori dal corpo, di visione della luce, e viaggi verso l’aldilà. Nella Germania orientale veniva riferita più spesso l’esperienza del tunnel. Così come le esperienze ed emozioni negative erano maggiormente riferite dalla popolazione orientale che da quella occidentale (e maggiormente comuni tra gli uomini rispetto alle donne). Ma anche qui, tutto ciò appare controverso, se analizzato alle luce delle tesi neuro-antropologiche di Engmann. Possiamo però convenire con Engmann che allo stato attuale non esista una comprensione di quanto avvenga agli estremi limiti delle coscienza cerebrale, né tantomeno esista una definizione coerente del significato di “quasi morte”.

“La moltitudine di punti di vista – scrive Engmann – e dei modelli che pretendono di fornire spiegazioni, già indica che la ricerca sulla premorte è qualcosa di simile a una passeggiata sul filo del rasoio tra teorie razionalmente spiegabili e la sfera della fede. Vi è urgente bisogno di una revisione critica, anzi, l’esame di quanto le scienze naturali possono gettare luce  su questa materia. Questo è l’obbiettivo principale del mio libro”.

Infine, un dato riferito da Engmann non è per nulla corretto, specialmente da quando i medici hanno preso conoscenza e coscienza delle Nde. Il fatto, sostiene Engmann, che i casi di Nde vengano riferiti molto tempo dopo, con una ricostruzione erronea della memoria. Non è vero, e chi studia abitualmente le Nde come Enrico Facco (neurologo, anestesiologo e ipnologo, professore dell’Università di Padova), lo sa bene. Rispetto al valore generale da attribuire ai vissuti delle Nde, perché di vere e proprie esperienze si tratta, e non di allucinazioni, ecco quanto scrive Enrico Facco nel suo trattato Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica (Edizioni Altravista).

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“Le ipotesi neurobiologiche dell’origine delle NDE sono di notevole interesse, ma allo stato attuale rimangono solo ipotesi senza alcuna dimostrazione, né possono spiegare in modo soddisfacente il loro impatto psicologico ed esistenziale, che si traduce spesso nell’elaborazione positiva di una nuova visione del mondo e dello stile di vita”.

Il trattato di Facco, frutto di conoscenze che spaziano in campo medico, religioso, filosofico e arrivano alle nuove acquisizioni della fisica quantistica, è a mio parere il miglior testo al mondo in grado di far riflettere in modo serio e profondo sulle esperienze Nde nel contesto di tutto ciò che ci è dato conoscere in questa dimensione esperenziale. Senza facili scorciatoie né conclusioni affrettate.

 Vedi anche: Hereafter. Sulla morte e il dopo

Mindfulness: alla ricerca della consapevolezza. Intervista allo psichiatra Alberto Chiesa


Mindfulness, un termine la cui eco risuona  sempre più nelle orecchie di psicologi e psichiatri. Ma anche del pubblico in generale. Chiunque abbia a che fare con temi relativi alla psicoterapia e alla salute mentale, non può non essersi imbattuto in quell’autentico fenomeno emergente e crescente dei nostri tempi che è la mindfulness.

Forse all’inizio avrà avuto un atteggiamento di sufficienza. Verso qualcosa che magari appariva in odore di new age, o dell’ennesima corrente di psicoterapia alla moda. Forse non ne avrà ben compreso la collocazione. Tra pratica soggettiva e applicazioni terapeutiche. Tra la meditazione per acquisire presenza e consapevolezza, e possibilità di applicazioni cliniche per ambiti di sofferenza che vanno dai più comuni disturbi psicoaffettivi, alla depressione, ma pure al dolore cronico o, addirittura, ai disturbi mentali gravi ospedalizzati.

Se poi aggiungiamo un ventaglio di possibilità di ricerca psicologica, supportate da neuroimaging e correlati neuropsicologici, l’ipotetico scettico verso la mindfluness si chiede cosa di perda a non occuparsene. La risposta non potrebbe essere più semplice e diretta: un professionista della salute mentale, sia esso psicologo che psichiatra, non può oggi non prendere in considerazione la mindfulness. E lo stesso discorso vale per educatori, insegnanti, assistenti sociali. Persone comunque interessate a come si possa portare aiuto e sostegno a se stessi e la prossimo.

Una domanda che sorge spontanea, in un’epoca di profonda crisi personale e sociale come l’attuale, è la seguente: se cominciassimo ad insegnare mindfulness nelle scuole, non ne trarrebbero beneficio le generazioni prossime e future?

I programmi di terapia basta sulla consapevolezza o MBCT (mindfulness-based cognitive therapy) raccolgono sempre più consensi, contributi, ricerche, pubblicazioni. Proprio in queste settimane è uscito, a cura dello psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Didonna, l’edizione italiana di un testo collettaneo già considerato un classico e punto di riferimento formativo, destinato a fare storia: Manuale clinico di mindfluness (Franco Angeli, nella collana diretta da Paolo Moderato). Quarantassette autori, tra i più qualificati studiosi e praticanti della mindfulness, affrontano temi come la gestione della sofferenza nel mondo moderno, la neurobiologia della mindfluness, nonché una serie di problematiche psicologico-psichiatriche trattate con la mindfulness. Tra i quali, il rischio suicidario, il disturbo ossessivo-compulsivo, i disturbi alimentari, il disturbo borderline di personalità, lo stress e le sue conseguenze. E inoltre, ad esempio, definizioni e origini della mindfulness, la fenomenologia della mindfluness, interventi basati sulla mindfulness in oncologia.

Certo, volendo esercitare un po’ di senso critico, in questa fase di entusiasmo per la pratica mediata dalla meditazione buddhista, pare che dalla mindfulness possa trarre vantaggio ogni aspetto problematico della nostra vita psicoaffettiva. Ma è proprio così?

Mindfulness: ricchezza di dati scientifici e confusione

“Soprattutto in campo internazionale – scrive nella presentazione del “Manuale” Paolo Moderato -, ma recentemente anche in Italia, la letteratura scientifica e divulgativa che parla di mindfulness e di meditazione sta esplodendo creando ricchezza, ma anche confusione. Allo stesso modo, si moltiplicano i contesti in cui vengono offerte formazioni e occasioni di pratica. Ogni volta che si assiste a fenomeni di diffusione così rapidi ed esplosivi è importante che il singolo individuo si costruisca una visione critica personale, entrando direttamente nel merito della questione”.

Tempi inquieti portano con sé anche intuizioni e nuove soluzioni da adottare. Mindfluness ha  origini millenarie, nella meditazione buddhista. E applicazioni, sviluppi moderni in grado di aiutarci nel rapporto con noi stessi, i nostri simili e il mondo circostante. In modo più sano, sereno e consapevole. Forse il domani non sarà così tetro e privo di promesse, se gran parte della popolazione farà propri i principi educativi e i metodi applicativi che la mindfulness ci sta aiutando a scoprire e comprendere.

Uno dei principi base, su cui addestrasi è, tra l’altro: “noi non siamo i nostri pensieri”. Soprattutto quando sono fissi e negativi. Ruminanti e ossessivi. E la promessa della mindfulness è: possiamo liberarcene. Anzi, possiamo “liberarci”. Dalle pastoie di una vita fatta di ansie e angosce per raggiungere traguardi illusori. Conflitti e aggressività di rapporti malati. E una delle qualità mentali emergenti nella pratica della mindfulness è la compassione, in senso buddhista. Verso noi stessi, i nostri simili e ogni manifestazione vivente.

Cosa avrebbero da dare medici, scienziati, educatori, gente comune, politici, se praticassero regolarmente la mindfulness? E soprattutto se lo facessero psichiatri e psicologi, professionisti della salute mentale, oltre ai loro pazienti? Si genererebbe una condivisione di stati di coscienza adatti al benessere e alla guarigione, individuali e collettivi, oltre alla secolare condivisione di metodi e terminologia scientifici?

Il sogno e il desiderio di molti praticanti della meditazione del passato, che la sapienza orientale potesse incontrare ed essere d’aiuto alla scienza occidentale, in particolare quella che si occupa dei rapporti mente-corpo, si sono dunque realizzati con l’avvento dell’era della mindfulness?

Proprio per costruirci una visione personale ed entrare in modo più diretto nelle problematiche affrontate e sollevate dalla mindfulness, abbiamo rivolto alcuni di questi interrogativi allo psichiatra Alberto Chiesa. In un articolo pubblicato il mese scorso dalla rivista Mindfulness, Chiesa ha sollevato una questione centrale: se esista o meno, soprattutto tra gli addetti ai lavori, una condivisione del concetto di consapevolezza.

Se dovesse spiegare a un profano cos’è e su quali principi agisce la mindfulness?

Spiegare con precisione cosa sia la mindfulness è una questione particolarmente ardua per diverse ragioni. Innanzitutto perché il concetto originario di mindfulness è nato in Oriente oltre 2500 anni fa, quindi in una cultura e in un epoca storica molto diverse dalle nostre. In secondo luogo, perché nei secoli tale concetto è stato soggetto a numerosi arricchimenti e revisioni da parte della moltitudine di studiosi e praticanti che se ne sono occupati. Infine, va notato che il termine mindfulness è utilizzato soprattutto per indicare una particolare esperienza che si trova al di là della mente concettuale frequentemente enfatizzata nella cultura occidentale. È tipico dello Zen, una delle tradizioni di mindfulness più largamente diffuse sia in oriente che in occidente, sottolineare che quando si parla di mindfulness non bisogna fare confusione tra la luna e il dito che si usa per indicarla, cioè tra la mindfulness in se stessa e le parole che si usano per definirla.

Tenendo a mente tali considerazioni, posso provare a definire la mindfulness in parole semplici come l’atto di prestare attenzione allo scorrere dell’esperienza del momento presente, momento dopo momento, e in maniera non giudicante. Si tratta, in altre parole, del cercare di essere maggiormente presenti alle proprie sensazioni, così come ai propri pensieri ed emozioni, momento dopo momento, senza cercare di manipolarli, ma piuttosto permettendo loro semplicemente di essere e di seguire il loro corso naturale. Via via che questa capacità di essere presenti alle proprie sensazioni, pensieri ed emozioni, e alle continue relazioni che vi sono tra di essi, aumenta, il praticante sperimenta solitamente in maniera sempre più vivida come la mente concettuale e giudicante in cui solitamente siamo immersi (quella, per intenderci, in cui ci troviamo quando pianifichiamo, rimuginiamo, sogniamo) sia solo una rappresentazione, spesso molto inaccurata, della realtà che ci circonda, e non la realtà stessa, e di come esista uno stato in cui possiamo essere pienamente coscienti del fatto che non percepiamo mai il mondo “così com’è” ma continuamente filtrato dalle nostre rappresentazioni mentali.

A cosa è attribuibile questa crescente attenzione di interesse, clinico e scientifico, verso la mindfulness?

Ci sono tante ragioni che possono spiegare perché tanto la comunità clinica quanto quella scientifica si stiano occupando sempre più di mindfulness e lo stiano facendo proprio in questo periodo storico. Molto probabilmente questa improvvisa esplosione, infatti, non è casuale. Come sottolinea Kabat-Zinn, il fondatore del primo programma di mindfulness esplicitamente utilizzato per scopi clinici (la Mindfulness based Stress Reduction o MBSR), in diversi dei suoi scritti, è curioso notare il fatto che in un mondo che va sempre più veloce, che rende necessaria una sempre maggiore specializzazione a discapito della visione d’insieme, che vede nella produttività il cardine su cui reggersi, pratiche quali la mindfulness che invitano a rallentare, a prendere maggiore contatto con l’esperienza del momento presente e a notare la profonda interconnessione che lega le diverse aree del sapere e della vita suscitano sempre maggiore interesse. Probabilmente proprio perché il mondo sembra andare sempre più nella direzione opposta alla consapevolezza e sembra non tenere più conto dei ritmi insiti nella natura e nell’uomo stesso, l’utilizzo di pratiche volte a sviluppare la consapevolezza e a riappropriarsi del proprio spazio e dei propri ritmi appare quanto mai necessario. Altrimenti potrebbe arrivare il giorno in cui possiamo avere tutto ciò che vogliamo, ma non avere più né il tempo né la capacità di goderne.

Se a questo si aggiunge il fatto che la mindfulness sta attualmente colmando uno spazio precedentemente non contemplato dalla medicina tradizionale, quello dei pazienti per cui le cure non potrebbero, a detta dei medici, fare più nulla, ed il fatto che sta permettendo agli scienziati di tutto il mondo di investigare con crescente raffinatezza le più elevate funzioni cognitive dell’essere umano, inaccessibili nella maggior parte dei soggetti che non hanno un adeguato allenamento alla meditazione, si può ben comprendere come la diffusione della mindfulness possa essere non soltanto un fatto casuale, ma forse quasi inevitabile.

A dispetto del numero crescente di studi, applicazioni e pubblicazioni sulla mindfulness, nel suo lavoro lei lamenta la mancanza di una definizione univoca e condivisa di consapevolezza: a suo parere sarà mai possibile arrivarci?

È indubbio che gli studi sperimentali volti a valutare l’efficacia di interventi basati sulla mindfulness quali la già citata MBSR e la Mindfulness-based Cognitive Therapy, un approccio meditativo di gruppo che fonde i principi dell’MBSR con alcuni principi della terapia cognitivo-comportamentale, per una crescente varietà di condizioni mediche e psicologiche che spaziano dal dolore cronico allo stress da lavoro, dalla depressione ai disturbi d’ansia, siano cresciuti in maniera esponenziale negli ultimi tre decenni. L’utilizzo di design metodologici sempre più dettagliati sta permettendo inoltre di mostrare con sempre maggiore certezza come gli effetti legati alla pratica della mindfulness non siano legati solo a fattori “placebo” o aspecifici, come l’aspettattiva di un beneficio, il supporto del gruppo e l’attenzione da parte di una figura di riferimento, ma siano in buona parte legati alla pratica personale di meditazione e all’incremento della propria capacità di essere maggiormente presenti alle proprie sensazioni, pensieri ed emozioni in maniera non giudicante.

Sebbene tali risultati siano certamente utili e incoraggianti, non si può negare che la difficoltà di traslare nella cultura scientifica occidentale un concetto nato in una cultura così lontana da quella moderna abbia creato molta confusione sia tra i clinici che i ricercatori. A tal fine tanto nella mia recente pubblicazione quanto in una precedente pubblicazione dove mettevo a confronto i principali interventi oggi etichettati come “interventi basati sulla mindfulness” ho cercato di mostrare quanto grandi siano tanto la confusione che permea la ricerca scientifica che si occupa di mindfulness quanto le modalità con cui la mindfulness viene praticata e insegnata in diversi approcci che vengono tutti definiti come “pratiche di mindfulness”.

Come è già stato dimostrato in molti altri campi attualmente di grande interesse, come quelli della creatività, della saggezza e dell’intelligenza emotiva, ritengo che sarà molto improbabile raggiungere una definizione univoca di mindfulness che sia condivisa da tutta la comunità clinica e scientifica che se ne occupa. Tuttavia, a mio giudizio, questo non dovrebbe far demordere le persone attivamente coinvolte in questo campo.

Sebbene l’ideale di raggiungere una definizione di mindfulness accettata univocamente rimarrà con ogni probabilità un ideale, non dobbiamo dimenticare che gli ideali sono ideali proprio perché non possono essere raggiunti. Tuttavia è lo sforzo impiegato nel cercare di raggiungerli che costituisce il progresso scientifico.

Pertanto, per quanto le moderne definizioni di mindfulness e i questionari psicometrici volti a misurarla quantitativamente possano apparire, ad uno sguardo attento, molto limitati, essi dovrebbero essere visti come un primo ma estremamente importante passo nel comprendere e trattare la mindfulness in una modalità che sia comprensibile nel contesto delle moderne strutture teoriche psicologiche occidentali.

Com’è giunto alla mindfulness?

Principalmente attraverso due vie distinte. Se mi limito al solo lato professionale, posso affermare di essere giunto alla mindfulness attraverso un lungo percorso di riconoscimento dei pregi ma anche di alcuni limiti della moderna psichiatria e psicologia nel venire incontro alle esigenze di molti individui affetti da disturbi psicologici che diventano pertanto ad alto rischio di cronicizzazione.

Parlando a livello più strettamente personale, ho iniziato ad avvicinarmi al mondo della meditazione e della mindfulness sin da quando, nei primi anni della facoltà di medicina, mi sono reso conto di quanto l’individuo in cerca di cure mediche e psicologiche non è solo una “macchina” che deve essere “riparata”, come alcuni modelli medici e psicologici riduzionisti tipici dei decenni passati hanno spesso enfatizzato.

Piuttosto gli individui affetti dalle più svariate forme di disagio fisico o psicologico, così come i professionisti della salute che se ne occupano, sono persone che vivono di speranze, di rappresentazioni che, consciamente o meno, modulano il proprio disagio o benessere attraverso le idee che se ne fanno e che, soprattutto, hanno bisogno di trovare un senso a quanto avviene in loro stessi e nel mondo che li circonda, e penso che il coltivare la mindfulness sia un eccellente modo per prendere contatto con il fluire di esperienze continuamente mutevoli che costituisce il nucleo essenziale dell’esperienza umana.

Come psichiatra e psicoterapeuta, a suo modo di vedere e in base alla sua esperienza, quali sono le migliori applicazioni cliniche?

Come ho già sottolineato in precedenza, gli interventi basati sulla mindfulness si stanno dimostrando efficaci, sia come approccio a sé stante che come trattamento aggiuntivo ad altre forme di terapia più convenzionali, per un’enorme varietà di condizioni mediche e psicologiche. Limitandomi alla mia esperienza come psichiatra e psicoterapeuta, nonché come istruttore di mindfulness e come ricercatore nel campo della mindfulness, le migliori applicazioni cliniche della mindfulness in campo psicologico riguardano innanzitutto la prevenzione delle ricadute e il trattamento di sintomi lievi e moderati in pazienti che soffrono di depressione maggiore, e il trattamento di numerosi disturbi d’ansia come il disturbo d’attacchi di panico, il disturbo d’ansia generalizzata e la fobia sociale.

Ritengo altresì che non si debba sottovalutare l’efficacia delle pratiche di mindfulness, in particolare dell’MBSR, nel campo della riduzione dello stress, un “effetto collaterale” della società moderna sempre più veloce, complessa e competitiva, e nella prevenzione del burn-out nelle figure professionali più a rischio di tale fenomeno come i professionisti della salute.

Secondo lei la mindfulness sarebbe la tanto agognata applicazione psicoterapeutica “perfetta”, nel senso di verificabile in base ai risultati ottenuti e ai correlati psicologici e neurobiologici, con gli strumenti della medicina basata sulle evidenze?

Se devo essere onesto, sono sempre restio nell’utilizzare termini come “perfetto” o “ideale” quando mantengo la mia veste di ricercatore. Certo non posso negare che, soprattutto nell’ultimo decennio, le ricerche volte a valutare gli effetti clinici e i meccanismi psicologici, neuropsicologici e neurobiologici che sottendono le pratiche di mindfulness hanno incontrato in misura sempre maggiore gli standard della medicina basata sulle evidenze.

Tuttavia, bisogna sottolineare che molte questioni critiche, come la pluralità di definizioni di mindfulness attualmente utilizzate, le significative differenze nelle modalità con cui diversi interventi basati sulla mindfulness insegnano e concettualizzano la mindfulness, senza dimenticare le importanti differenze a livello culturale e personale che esistono tra i partecipanti inclusi negli studi che valutano meditatori esperti con anni di esperienza e quelli inclusi nella maggioranza degli studi attualmente disponibili focalizzati sugli effetti della mindfulness nel breve termine, rendono difficile far supporre che la mindfulness sia la tanto agognata applicazione psicoterapeutica “perfetta”.

D’altro canto non si può negare che l’unione della capacità di descrivere in tempo reale e con estrema precisione i propri stati emotivi, fisici e cognitivi sviluppabile attraverso la pratica di lungo termine della mindfulness, e dello sviluppo di tecnologie sempre più avanzate, come si sta osservando, ad esempio, nel campo del neuro-imaging che sarà in grado in futuro di dare informazioni sempre più dettagliate sul funzionamento cerebrale a livello microscopico, potrà certamente costituire un grande passo in avanti nella possibilità di comprendere con esattezza cosa avviene nel cervello di chi pratica la mindfulness e degli influssi che tutto questo può avere sul sistema mente-corpo.

In sintesi, forse la mindfulness non può essere per ora l’agognata applicazione terapeutica perfetta, nel senso di verificabilità secondo i principi della medicina basata sulle evidenze ma ci si sta attivamente impegnando affinché possa diventare sempre più un prezioso strumento di comprensione del sistema mente-corpo investigabile secondo il paradigma scientifico moderno.

Chi è Alberto Chiesa

Medico, psichiatra, psicoterapeuta, istruttore di interventi basati sulla mindfulness (Mindfulness based Stress Reduction, MBSR e Mindfulness based Cognitive Therapy, MBCT).  Docente  presso  la  “Scuola  di  Psicoterapia  APC-SPC (Associaione di Psicologia Cognitiva – Scuola di Psicoterapia Cognitiva)”.  Dottorando  di ricerca in psicofarmacologia clinica presso l’università di Messina. Membro della European Clinical Neuropsychopharmacology association  (ECNP).  Autore di oltre 50  pubblicazioni  scientifiche,  molte  delle  quali  sul tema  della  mindfulness, e  del  libro Gli  interventi  basati  sulla  mindfulness:  cosa  sono, come agiscono, quando utilizzarli (Giovanni Fioriti Editore, 2011). Da anni pratica la meditazione Vipassana e Zen. Dal 2010 conduce gruppi di mindfulness, in particolar modo di MBCT per pazienti affetti da disturbi d’ansia e dell’umore e di MBSR per operatori della salute.

Riferimenti: 

Alberto Chiesa, The Difficulty of Defining Mindfulness: Current Thought and Critical Issues, Mindfulness, Volume 3/2012

Marco Margnelli come lo ricordo. Medico e ricercatore della coscienza


MarcoMargnelliOKSono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Marco Margnelli (Milano,1939-2005). Uno studioso che ha saputo anticipare molti degli interessi attuali delle neuroscienze e, soprattutto, relativi all’indagine neuropsicologica degli stati di coscienza. Si dichiarò sempre ateo, anzi agnostico, ma l’esperienza del sacro – incarnata e vissuta nel corpo di estatici e stigmatizzati – lo attrasse e lo coinvolse profondamente. Tutta la dimensione borderline, non in senso patologico, della mente (compresi quelli che vengono definiti fenomeni “paranormali”) erano per lui oggetto di attenzione ed indagine scientifica. E il suo interesse riguardo gli stigmatizzati era nell’ottica della medicina psicosomatica: se la mente è in grado di produrre simili lesioni nel corpo, forse riusciremo a scoprire anche come farle regredire. A beneficio dei pazienti con disturbi e alterazioni di carattere psicosomatico.

Definiva tutta la storia dell’indagine del paranormale come “archivi dell’illusione”, nel senso che quanti studiavano tali fenomeni, focalizzavano la propria attenzione sul fenomeno più che sulla psiche e l’organismo di chi “viveva” tale fenomenologia. A Margnelli interessava invece l’approccio neuropsicologico e antropologico al cervello e al corpo di estatici, mistici, sensitivi, guaritori. Di tutta quella popolazione ignorata e trascurata dalla scienza, da cui, forse, c’era da apprendere qualcosa sulla natura della coscienza e, in particolare, dei rapporti mente-corpo. Se tali individui sostengono di vivere certe esperienze – era il suo parere – vediamo come, in che modo e in base a quali correllati neuropsicologici ciò si verifica.

Marco Margnelli aveva due anime: quella del ricercatore e quella del clinico. Svolgeva l’attività di medico di famiglia, di psicoterapeuta, ma non smetteva mai di pensare e agire come ricercatore. Era nato ricercatore, come neurofisiologo in seno all’Università di Milano e al Cnr (fece studi su sonno e fase Rem con un nome storico delle neuroscienze, Giuseppe Moruzzi). Il fatto di essere poi uscito dall’Università e aver fatto il medico di base, non sminuì le sue capacità di ricercatore. Anzi, secondo me le allargò e completò. Sarebbe finito a svolgere il lavoro di ricercatore di laboratorio, mentre così Margnelli fece pure ricerche sul campo. Adottò metodi da medico-antropologo.

Ugualmente avvenne con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico di base, ipnologo, psicoterapeuta e ricercatore. Margnelli e Gagliardi crearono a Milano il Centro studi e ricerche e sulla psicofisiologia degli stati di coscienza che da piccolo consesso locale di appassionati e studiosi degli stati di coscienza, divenne in pochi anni noto in Italia e all’estero, producendo ricerche, pubblicazioni e prendendo parte a convegni italiani e stranieri. I grandi filoni del Centro furono gli studi sui sensitivi, guaritori, estatici, stigmatizzati. In quegli anni, Ottanta e Novanta, Margnelli e Gagliardi divennero i grandi esperti di questo tipo di fenomenologia, consultati, invitati a convegni, e intervistati a più riprese.

Gli studi sui veggenti di Medjugorje di Margnelli e Gagliardi hanno costituito un modello di studio medico-antropologico. Così come per gli stigmatizzati, indagine che seguiva sostanzialmente tre fasi: raccolta della testimonianza del soggetto e di quanti lo seguivano (accoliti o medici che fossero); raccolta dei dati psicologici e clinici del soggetto (avvalendosi di test psicoproiettivi, dell’inventario multifasico di personalità Minnesota e di analisi di laboratorio); verifica strumentale della veridicità del soggetto (impiegando, ad esempio, il lie detector, la cosidddetta “macchina della verità”, e l’elettroencefalografo). Giorgio Gagliardi, vicepresidente del Centro, in quegli anni divenne tra l’altro un grande esperto di lie detector, tanto da essere interpellato in ambito medico-legale e invitato come consulente in svariate trasmissioni televisive.

Ad alcuni tale approccio poteva apparire eccessivamente positivista e strumentale, tuttavia tale metodologia consentì di acquisire conoscenze scientifiche sui  veggenti e mistici che prima non esistevano. Chiarendo – ben prima di George Lapassade, entologo e psicosociologo francese, con diverse altre attitudini intellettuali, studioso della “transe” e degli stati modificati, con il quale Margnelli ebbe contatti e scambi –  il versante “naturale” della dissociazione. Compreso il fatto che  mistici e stigmatizzati non dovessero necessariamente essere classificati come “isterici”. Includere tali soggetti nell’ambito della fenomenologia isterica, secondo Margnelli era non soltanto riduttivo, ma non aggiungeva praticamente nulla alla comprensione della psicofisiologia dell’esperienza del sacro. George Lapassade ebbe comunque anch’egli un ruolo importante nell’introdurre a livello accademico lo studio degli stati di coscienza: ricordo la sua collaborazione col sociologo delle religioni Pietro Fumarola dell’Università di Lecce, e gli studi sugli stati di coscienza associati al fenomeno del “tarantismo”.

Marco Margnelli è sempre rimasto, di fondo, un ricercatore, un neurofisiologo. Non si separò mai dalla sua formazione accademica, pur occupandosi di temi che, all’inizio, ai suoi colleghi universitari, apparvero stravaganti: la trance ipnotica, l’estasi mistica, le droghe psicoattive, gli stigmatizzati, i sentitivi, i guaritori. L’idea di Margnelli era: se queste cose esistono e sono diffuse in varie epoche e culture umane, le dobbiamo studiare con i metodi della scienza. Non vi può essere una teoria globale della coscienza, se non cercando di comprendere gli stati “altri” del cervello e della mente. Il suo approccio fu un misto tra quello dell’antropologo e quello del medico, con una “ciliegina” del laboratorista.

Se poteva non faceva mai mancare riscontri sperimentali, persino analisi di laboratorio sui soggetti studiati, e ovviamente consenzienti. La prima fase era quella dell’antropologo: studiamo il soggetto nel suo ambiente. La seconda fase: se il soggetto è collaborativio, sottoponiamolo a tutta una serie di test e verifiche, che potevano andare dai test psicologici, agli inventari di personalità, al lie detector (la cosiddetta macchina della verità, ma più che altro per rilevare le reazioni psicofisiologiche), alle analisi bioumorali. Qualcuno ha utilizzato un ossimoro per definire questo tipo di approccio, che nella sua sinteticità rende abbastanza l’idea dell’atteggiamento di Margnelli riguardo i soggetti che si trovò ad analizzare e studiare: “empatia critica”.

Margnelli era indubbiamente poliedrico, dotato di molte altre attitudini e qualità, oltre a quella del ricercatore. Era un ottimo oratore. Apparentemente timido e riservato, si trasformava ogni volta che prendeva la parola in pubblico. Aveva un tono basso di voce, e non faceva alcuno sforzo, deliberatamente, per elevarlo. Difatti, era il pubblico a prestargli attenzione, e regolarmente veniva colpito per la sua padronaza dell’argomento, dalla lucidità e dalla precisione dei suoi termini. Sarebbe stato un valido docente universitario ma, per una serie di vicissitudini, si era trovato a fare il medico mutualista, l’ipnologo e lo psicoterapeuta. Salvo recuperare le sue qualità di docente in varie occasioni e, in particolare, nei corsi, molto apprezzati, che teneva presso l’Associazione medica italiana per lo studio dell’ ipnosi (Amisi) di Milano.

In ogni caso, si dichiarò e ritenne regolarmente uno “scienziato”. In questa ottica va vista la sua appassionata ricerca sugli stati di coscienza: non certamente l’hobby di un medico ex neurofisiologo Cnr, ma bensì il lavoro di uno studioso che, pur all’esterno dell’ambiente accademico, era riuscito a mantenere alta la propria professionalità, conoscenza della materia e capacità di utilizzare strumenti e standard della ricerca accettata e condivisa.

Disponeva di un’innata attitudine all’insegnamento, una straordinaria capacità di oratore, di coinvolgere il pubblico con relazioni o conferenze che abbinavano i suoi aneddoti di ricercatore, i puntuali riferimenti tratti dalla letteratura scientifica, intuizioni lessicali sue proprie.

C’era molto da imparare da Margnelli. Ed infatti, non sono mai mancati gruppi di persone, di ogni età, attorno a lui e attorno alla sua attività. Parecchi studiosi, ricercatori, ma anche studenti (sia di medicina, psicologia, filosofia o altro) che impostarono, ad esempio, la propria tesi di laurea sulle ricerche realizzate da Margnelli. Rimanendo magari in seguito nel suo ampio studio a fare praticantato, sia per la professione che per le ricerche sugli stati di coscienza. Aveva la capacità di dialogare con i giovani, cogliendo pure i suggerimenti e le indicazioni che da essi gli venivano.

Fu un ottimo divulgatore: oltre ai suoi libri, scrisse parecchi articoli per varie riviste di divulgazione scientifica. Collaborò ad esempio alla prima rivista italiana di divulgazione scientifica: “Sapere” di Giulio Maccacaro. E al progetto iniziale di “Riza Psicosomatica” di Morelli e Masaraki. Prese spesso parte a interviste televisive – ricordo le troupe tv nel suo studio – e a programmi tv, in particolare, fino all’ultimo, dopo essersi trasferito a Roma, alla serie “Miracoli” condotta da Pietro Vigorelli ed Elena Guarnirei su Rete 4.

Certo, nella sua ansia e consapevolezza di trovarsi su un fronte trascurato, se non ignorato fino a quel momento, dalla ricerca neuropsicologica italiana, a volte si faceva coinvolgere da attività non al livello della sua serietà professionale e preparazione scientifica, finendo con l’incarnare con eccessivo zelo il ruolo del pioniere. Ma il suo atteggiamento è sempre stato di apertura, collaborazione e anche di confronto critico. A sua volta, non lesinava puntualizzazioni e critiche, se era il caso. Ma, di base, non si negava se gli veniva proposta l’indagine di qualche nuovo soggetto, stigmatizzato, estatico, veggente, medium, sensitivo o guaritore che fosse.

Giorgio Gagliardi, in ogni caso, provvedeva a controbilanciare criticamente le volte in cui Margnelli, magari, si trovava ad essere troppo “benevolo” nella valutazioni relative a questo o quel soggetto. Il confronto con Gagliardi, come del resto con tutti coloro che facevano parte del Centro, era costante e continuo. Non mancavano le volte in cui le discussioni si protraevano per intere serate, fino a notte fonda.

Ho incontrato Marco Margnelli – che  conoscevo già per i suoi libri e per le sue ricerche –  alla fine degli anni Ottanta. Frequentandolo poi quotidianamente nella prima metà degli anni Novanta. Se devo richiamare alla mente una sua immagine, lo vedo nel suo studio medico, alla sua scrivania cosparsa e ricolma degli oggetti più svariati, comprese le immancabili sigarette e la pipa per i momenti di raccoglimento e riflessione. Il suo amore per la razionalità, coniugata però all’intuizione del momento, i suoi commenti sempre precisi e illuminanti, a volte sagaci, magari accompagnati dalla sua risata un po’ roca, da fumatore, tutta particolare. Anche quando ci riuniva a casa sua, a Milano, nei pressi dell’Arena, per parlare di progetti, mentre cucinava il suo piatto forte, derivato dalle ascendenze valtellinesi della sua famiglia d’origine: i pizzoccheri. Mentre il suo amato gatto ci sopportava con aria sorniona.

Lo rivedo nel suo studio medico. Alle sue spalle la libreria, con una parte dei suoi libri, appunti, protocolli di ricerca e faldoni di documentazione per i suoi articoli e libri. Di quello studio in via Villoresi 5 a Milano, zona Navigli, che fu precedentemente di suo padre, anch’egli medico. Su un lato della stanza, alla destra di Margnelli, l’ampio divano ricoperto da  un pesante telo di velluto rosso e nero, su cui faceva distendere i pazienti per le sedute di psicoterapia ed ipnosi.

E l’eterno via vai di gente. Al mattino e nella fascia serale i pazienti mutualistici. Nel pomeriggio i pazienti privati che seguiva da internista e psicoterapeuta.

Il telefono che, per un motivo o per l’altro, squillava ininterrottamente. Specie quando organizzavamo incontri, convegni, conferenze. Oppure per la visita, anche estemporanea, di studiosi in transito per Milano. Anche perché lo studio medico di Margnelli era pure sede del Centro studi e ricerche sulla fenomenologia degli stati di coscienza, denominazione chilometrica per dire che, in quella sede, ma anche sul campo, ci si occupava di ricerche inerenti gli stati modificati di coscienza.

Tanto quelli indotti in modo “naturale” (sonno e sogno, ipnosi, estasi, trance, meditazione), che quelli indotti da sostanze psicoattive. Riguardo alle ricerche sul campo, in altri luoghi presso i quali di volta in volta Margnelli veniva invitato, vi fu ad esempio una sperimentazione controllata, a cui egli prese parte con altri psicoterapeuti ed “entronauti”. Era una delle prime volte che un gruppo di ricercatori italiani – psicologi, psichiatri, psicoterapeuti – sperimentavano su se stessi gli effetti dell’ayahuasca, la cosiddetta “liana della morte” o “telepatina”. Si tratta di una pianta (liana) amazzonica da cui viene ricavata una bevanda che induce esperienze allucinogene e dissociative.

Ricordo che Margnelli ne ebbe, al momento, pesanti vissuti emozionali. Raccontò in seguito che era stato come se si fossero aperti i rubinetti di tutta la sofferenza che si portava dentro. In quegli anni, attraverso Margnelli e la Società italiana per lo studio degli stati di coscienza (Sissc), che egli presiedeva, ebbi pure modo di incontrare ed intervistare, nel corso di un convegno a Rovereto, Albert Hofmann, il chimico farmaceutico (ex Sandoz) scopritore dell’Lsd, in seguito studioso e autore di vari saggi sul ruolo delle sostanze psicoattive nelle culture umane. L’intervista venne pubblicata sul primo numero della rivista Altrove della Sissc, che Margnelli ideò e battezzò con lo psicoanalista Gilberto Camilla, succeduto in seguito alla direzione, e il ristretto gruppo dirigente dell’associazione. Di quel gruppo facevano parte giovani ricercatori di grande preparazione e intelligenza , tra cui ricordo, solo per citarne alcuni, Giorgio Samorini, etnobotanico e studioso di storia, cultura e scienza delle sostanze psicoattive, Antonio Bianchi, medico anestesista e tossicologo, Guglielmo Campione, da allora fraterno amico col quale all’epoca, da entusiasti nonché improvvidi, tentammo di varare una pubblicazione periodica in tema, studioso di musica e stati di coscienza, psichiatra, psicoterapeuta e saggista. Furono gli anni in cui Margnelli venne riconosciuto come maestro e pioniere indiscusso di questi studi in Italia, ed egli era giustamente orgoglioso e motivato ad intraprendere nuovi iniziative culturali, ricerche, incontri. Ma anche fuori dai confini nazionali, Margnelli venne riconosciuto come un indagatore qualificato sugli stati di coscienza correlati alla veggenza mistica, da ricercatori del mondo cattolico come Andreas Resch, teologo e psicologo dell’Istituto per la scienza di confine di Innsbruck.

Il Centro studi diretto da Margnelli a Milano, presso il suo studio, era un porto di mare. Svolgevamo incontri serali, in genere a metà settimana, in un clima cameratesco. Si apprendevano sempre nuove cose e, nel medesimo tempo, ci si divertiva. Lo scambio e il confronto con studiosi di varia formazione e discipline, accomunati dalla ricerca sugli stati di coscienza, a volte molto vivace, era sempre una esperienza stimolante. Transitavano studiosi e personaggi di tutti i generi, anche dall’estero, alcuni francamente stravaganti e bizzarri. Il divano nello studio di Margnelli, su cui si stendevano i pazienti in analisi o in seduta ipnotica, capitava divenisse un improvvisato giaciglio per chi, compreso il sottoscritto, faceva tardi dopo le riunioni e non poteva rientrare in treno alla propria dimora, fuori Milano.

Marco aveva momenti di grande convivialità, ad esempio quando, a fine giornata, gradiva trattenersi al bar di via Villoresi, davanti a una “birretta”. Continuando a parlare degli argomenti che lo appassionavano. Oppure la sera, quando si faceva tardi, al ristorante di fronte allo studio. Parlando di progetti di ricerca, ma pure di come finanziare, magari, un ciclo di conferenze pubbliche o una nuova pubblicazione. Altre volte quando ci invitava a casa sua, nei pressi dell’Arena, per cucinare gli amati pizzoccheri, rimembranza delle sue origini valtellinesi.

Marco amava la compagnia, quanto la solitudine. Alternava momenti di grande allegria e battute salaci, ad altri in cui si manifestava la sua vena maliconica, introversa. Accettava sempre di incontrarsi e scambiare qualche chiacchiera, specialmente all’ora di pranzo e cena, oppure per un caffé nei baretti di via Villoresi, appena fuori lo studio medico. Quella era una zona adorabile, sui Navigli. Una Milano dei tempi andati, un clima di quartiere, in cui tutti conoscevano tutti, figuriamoci “il dottore”.

In ogni caso, appena entravi in studio, capivi subito, dalla sua espressione e dal suo rispondere a monosillabi, se Marco aveva voglia di chiacchierare, oppure era immerso nella scrittura di qualche lavoro scientifico, di qualche nuovo articolo o libro. Aveva una grande capacità di concentrazione ed estrema lucidità mentale. Ti sorprendeva sempre, a volte con intuizioni fulminanti e precise, altre per la sua semplicità e, talvolta, ingenuità quasi infantile, nei rapporti umani.

L’intensa attività del Centro diretto da Margnelli culminò con il convegno internazionale “Le dimensioni della coscienza”, tenutosi a Firenze nel 1992, nel corso del quale si affrontarono per la prima volta in termini multidisciplinari (vi furono relazioni sul versante storico, antropologico, persino criminologico, oltre che psicologico e psichiatrico) il tema della coscienza e delle sue modificazioni, sia in senso “naturale” che patologico. Al convegno fiorentino, per una serie di fortunate coincidenze, dati i mezzi economici limitati, parteciparono studiosi del livello di Kenneth Ring, psicologo dell’Università del Connecticut tra i maggiori e seri studio delle esperienze di premorte (Nde).

Un’altra tappa importante fu la realizzazione del volume collettaneo “La fenomenologia della coscienza normale e alterata” (Theta Pubblicazioni, Milano 1994) che, in pratica, stampammo in proprio, riuscendo perciò con molta difficoltà a distribuirlo soprattutto alle librerie di Milano. E’ infatti un volume attualmente introvabile. Il volume si apriva con il capitolo dal titolo “Cos’è uno stato di coscienza” in cui Margnelli illustrava il tema rifacendosi ad un modello che lo aveva conquistato da almeno vent’anni e lo aveva in seguito indotto a dedicarsi assiduamente all’argomento: la mappa degli stati di coscienza dello psichiatra americano Roland Fischer (il lavoro originale venne pubblicato sulla prestigiosa rivista Science nel 1971 col titolo “A Cartography of the Ecstatic and Meditative States”).

Era un lavoratore tenace ed esigente, amava la precisione del ricercatore metodico, a cui era stato addestrato, e nutriva con molta passione ciò che faceva.

Come psicoterapeuta era più sul versante di Freud (lo ammirava come scienziato e come scrittore, e al quale, negli anni, scherzandoci su, cercò anche di assomigliare fisicamente, facendosi crescere la barba), che non su quello di Jung. Margnelli era attratto dall’insolito, ma il suo sforzo era quello di spiegarlo con la mentalità, gli strumenti razionali e la tecnologia di indagine psicofisiologica che le limitate risorse personali e del Centro gli potevano consentire. Per sua stessa ammissione, tra il serio e l’ironico, negli ultimi anni della sua vita si era fatto crescere la barba, per assomigliare ancor più al padre della psicoanalisi. E, al pari di Freud, era un forte fumatore.

Importanti anche i rapporti di Margnelli col mondo della cultura e dell’arte (non secondario, in questo, il fatto che fosse sposato con la scrittrice Benedetta Cascella, figlia dello scultore e pittore Pietro Cascella), i suoi contatti con la storica Fondazione per l’Arte Contemporanea Mudima di Milano e il protocollo di ricerca che impostò su “stati di coscienza e creatività”, coinvolgendo un gruppo di artisti, scrittori e musicisti professionisti, tra i quali il jazzista e compositore Gaetano Liguori. Margnelli ebbe importanti contatti e scambi intellettuali con parecchi rappresentanti del mondo artistico di quegli anni, ad esempio l’artista psichedelico Matteo Guarnaccia, oppure l’artista-etnofotografo, nonché insegnante Watsu, Italo Bertolasi. Ma anche con giornalisti e scrittori, come Lina Sotis, Viviana Kasam, Franco Bolelli, Gianni De Martino. Solo per citarne alcune, tra le tante figure che Margnelli ha incontrato, frequentato e con le quali ha collaborato.

Era in grado di coinvolgere il pubblico con un eloquio brillante, colto, che mescolava la sua esperienza universitaria e in seno al Cnr, la sua vasta cultura scientifica e generale, il suo intuito per il nuovo, la sua capacità di sintesi (anche lessicale; riusciva sempre a trovare definizioni sintetiche, creative ed efficaci per fenomeni complessi). Conservò sempre la capacità di sintesi, di andare al sodo (non amava molto le divagazioni né i lunghi giri di parole) che ebbe modo di affinare anche durante una sua permanenza come ricercatore al Karl Ludwig Institut fur Physiologie dell’Università di Lipsia, prima, e negli Stati Uniti (Università del North Carolina), in seguito.

Margnelli fu anche un ottimo divulgatore: scrisse parecchi articoli per riviste di divulgazione scientifica, in cui riusciva a coniugare un ottimo stile, con l’aggancio a teorie che riteneva fondanti (ad esempio la cartografia della coscienza di Roland Fischer, che non mancava mai di citare), le sue ricerche e intuizioni lessicali.

Quella con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico, psicoterapeuta, ipnologo e docente dell’Amisi, è stata una collaborazione importante per Margnelli. Con Gagliardi condivise molte ricerche e pubblicazioni, ad esempio, sugli stigmatizzati (o pseudo tali, come ebbero modo di accertare, in certi casi fraudolenti), e in particolare sui veggenti di Medjugorie. Su questi ultimi, ritenuti veritieri proprio per la gamma di manifestazioni neuropsicologiche accertate, venne istituita una commisione di studio da parte dell’Università di Milano, di cui, tra gli altri, fecero parte Margnelli e il farmacologo Maurizio Santini.

Vennero ritenuti veritieri le “trance estatiche” e i potenziali evocati registrati nei veggenti, ma ovviamente Margnelli non si espresse mai riguardo la natura di quanto “percepito” dai medesimi.

Importanti per le ricerche condotte su estatici e veggenti, furono l’impiego dell’elettroencefalografo, di cui Margnelli era grande esperto, e del lie detector (la cosiddetta “macchina della verità”). Tali strumenti vennero impiegati da Margnelli e Gagliardi per testare non solo l’attendibilità di veggenti o sensitivi che venivano studiati, ma anche i correlati psicofiologici che, ad esempio, si accompagnavano agli stati modificati di coscienza. Non mancavano, inoltre, ricerche che comprendessero analisi di laboratorio su prelievi bioumorali dei soggetti studiati, con il loro consenso, nel puro stile del ricercatore con formazione e impostazione neuropsicologica, ma pure clinica.

Margnelli ha pure fornito una dimensione scientifica alla “cultura psichedelica” degli anni Sessanta. Traendo da quei movimenti anticipatori della New Age, il meglio che si potesse ricavare: uno studio più completo della natura umana e, in FenomenologiaCoscienza002particolare della coscienza, nelle sue varie espressioni e manifestazioni.

Come medico, fu tra i primi ad utilizzare un approccio olistico, anche nelle cure che somministrava ai suoi pazienti: la medicina di sintesi, ma anche l’omeopatia, l’ipnosi e il biofeedback, ad esempio. Era sempre aperto alle soluzioni terapeutiche, da qualsiasi ambito arrivassero, senza idee preconcette. Si riservava la facoltà di valutarne i reali benefici per i suoi pazienti, a volte pure per se stesso, prima di negare o sposare un determinato approccio terapeutico, apparentemente non ortodosso. Credeva e sosteneva fortemente la possibilità di un approccio “integrato” della medicina e delle terapie.

Quel suo essere ateo, positivista e, al tempo stesso, attratto dal mistero delle religioni e della coscienza, tanto da fare della “scienza degli stati di coscienza” l’interesse preminente della sua vita di ricercatore, ne ha fatto un personaggio dell’era moderna. Con tutte le sue contraddizioni: affascinante, appassionato, controverso, degno di essere studiato e commentato ancora a lungo. Sempre alla ricerca di un “altrove”, in cui ora dimora.

Avatar e stati di coscienza


Chi  ha  visto Avatar,  il nuovo film di James Cameron, non è rimasto indifferente. Tutt’altro. Quasi tutti i critici e recensori ne parlano come di una “esperienza”. E di questo, in effetti, si tratta. Più che il classico film visto tanto per distrarsi o divertirsi un paio d’ore. Anche se il piacere della visione non manca. Anzi.

La trama New Age ed ecologista, si basa sulla dicotomia natura-tecnologia, interessi materiali-vissuti spirituali. L’ottusità del potere e della  prepotenza dei singoli  rispetto alla vita comunitaria, il rapporto intimo, profondo, con l’ambiente naturale. Molti i riferimenti allo zen (“Non può essere riempita una tazza già colma”), allo sciamanesimo, allo spiritualismo, alla reincarnazione (o alla trasmigrazione dell’anima o meglio, della coscienza, qui tentata in modo scientifico e temporaneo, poi ottenuta stabilmente per via sciamanica – da cui il seguito del prossimo Avatar), alle esperienze fuori dal corpo (OBE, out of the body experience), al soprannaturale e al misticismo. Produttore esecutivo di Avatar è del resto Colin Wilson, studioso e profondo conoscitore di tutte le tematiche connesse al paranormale, autore di molti saggi su temi esoterici e parapsicologici, oltreché nell’ambito della fantascienza. Con Avatar, Wilson e Cameron hanno realizzato un vero e proprio compendio di temi esoterici e paranormali contrapposti alla scienza positivista. E ci hanno messo dentro temi da inconscio collettivo, come quello del “doppio” o della “grande madre”. Un film decisamente junghiano.

Il viaggio in un altrove generato dalla geniale mente di Cameron è assicurato. Si tratta di una anticipazione delle esperienze sensoriali di realtà virtuale che, da qui a qualche decennio, consentiranno di viaggiare in mondi, reali o immaginari, fantastici e perfetti in ogni particolare, totalmente creati dai computer. I sogni diventeranno sempre più parte della nostra realtà. Anzi, il confine tra onirico e reale sarà un concetto sempre più sfumato.

Cameron ha inseguito la realizzazione di questa storia in 3D per diversi anni, attendendo che la grafica computerizzata evolvesse al punto di poter realizzare un progetto così ricco e complesso.  Riuscendo ora a realizzare il film più costoso di tutta la storia del cinema. Ma pure destinato a diventare il più visto. Dando luogo ad una nuova saga fantascientifica.

Come riferisce Massimo Gaggi (Corriere della Sera, 30.01.10) Cameron ha atteso l’evoluzione delle nuove tecnologie, che gli hanno consentito di “perfezionare la cinematografia tridimensionale fino a realizzare sequenze flash nelle quali le immagini vengono proiettate alternativamente all’occhio destro e a quello sinistro ma a una velocità tale – 24 volte al secondo – dal dare allo spettatore la sensazione della simultaneità”.

James Cameron è ben addentro anche alle questioni neuropsicologiche attuali. Quando gli chiedono se nel suo lavoro relativo ad Avatar prevalga più l’arte o l’ingegneria, risponde che ha dovuto utilizzare “tutti e due i lobi del cervello, quello della creatività, indispensabile per emozionare gli spettatori, e quello della disciplina perché altrimenti sarebbe impossibile condurre in porto un film. Un’impresa nella quale centinaia di ingegneri e tecnici informatici hanno lavorato per due anni  e mezzo a creare immagini e sfondi prima che sul set arrivasse il primo attore. Che poi è stato costretto a recitare in una stanza vuota, su uno sfondo bianco”.

Sulla simbologia del film, Cameron risponde: “Il film contiene messaggi universali, è contro tutti i colonialismi, dall’impero romano alle conquiste spagnole, fino ai giorni nostri”. L’abilità e la furbizia del film è pure quella di evocare vari ricordi e immagini sedimentati nella nostra memoria. Dai nativi americani, agli Incas e ai Maya, ad esempio, con rispettivi morfologie, credenze e rituali. “Vuole trasmettere il suo messaggio attraverso le emozioni – prosegue Cameron. Usa idee semplici. Qualcuno dice semplicistiche. Io rispondo: no, viscerali”.

Cameron ha creato un mondo e un linguaggio. Su un altro pianeta. Da un’altra parte. E ci consente di visitarlo. Anzi, di entrarci dentro. Come avatar, appunto. Il termine, ormai in uso nella blogsfera come sinonimo di “personalità digitale”, deriva in effetti dal sanscrito, col significato di incarnazione, o meglio, discesa in terra  della divinità. Un po’ divinità lo siamo, quando ci muoviamo in un ambiente di realtà virtuale. E l’avatar di Cameron si muove e interagisce, con un altro suo sé, in un pianeta extraterrestre. Il pianeta Pandora, terra esotica situata nel sistema stellare di Alpha Centauri.

Cameron (non dimentichiamo che, oltre che regista e specialista in effetti speciali, è pure uomo di scienza, laureato in fisica) non ha lasciato nulla al caso, sia dal puno di vista tecnico che simbolico. Avatar, Pandora, Alpha Centauri: sono tutti lemmi che evocano nella nostra mente sensazioni, emozioni, ricordi. E il suo Avatar è una esperienza di modificazione dello stato di coscienza allo stato puro.

Il cinema concede al nostro cervello di vivere un lasso di tempo sganciato dalla realtà personale, per farsi catturare da quella narrata sullo schermo. Per questo il cinema è anche terapeutico.  Avatar è questo tipo di esperienza, onirica ma eccezionalmente reale, ai massimi livelli. C’è pure la possibilità di proseguire l’esperienza a casa nostra, attraverso una webcam, collegandosi a Pandorama.

Non sappiamo ancora se visitatori alieni giungano fin qui a bordo di misteriose quanto inafferrabili astronavi (per non parlare delle arzigogolate quanto flebili tracce nei campi di grano). Ma la nostra voglia di entrare in contatto con altri mondi e altre genti galattiche, in parte soddisfatta da una produzione fantascientifica sempre più evoluta e sofisticata, è certamente molto reale ed intensa.