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Invecchiare in salute: intervista a Guido Kroemer, vincitore del premio “Lombardia è Ricerca” 2019


OLYMPUS DIGITAL CAMERAGuido Kroemer: è lui il vincitore del premio “Lombardia è Ricerca” di un milione di euro, di cui il 70 per cento verrà investito in ricerca in collaborazione con centri di eccellenza lombardi. Il tema di quest’anno è l’healthy ageing (invecchiamento in salute) e la cerimonia per la consegna del premio avverrà tra pochi giorni, venerdì 8 novembre al Teatro alla Scala di Milano. Ma perché Guido Kroemer? La risposta è nella mole delle sue ricerche scientifiche e delle sue pubblicazioni dedicati ai meccanismi biologici e molecolari che portano all’invecchiamento, con la sequela di conseguenze patologiche che ben sappiamo.

Una costante, quasi una ossessione nei lavori di Kroemer è il “fattore tempo”, tanto da fargli affermare: «Secondo me, il fattore di rischio più importante, sebbene trascurato, di tutte le principali malattie è il tempo. Di conseguenza, la ricerca sull’invecchiamento e la modulazione di questo parametro dovrebbe essere la massima priorità della ricerca biomedica».

A prima vista potrebbe sembrare una tautologia. Come potremmo infatti contrastare il fattore tempo? Imbarcandoci su una macchina del tempo a ritroso negli anni, per ringiovanire? In realtà, leggendo i lavori scientifici di Kroemer si comprende che egli intende riferirsi non tanto al fattore tempo in quanto entità fisica, ma bensì a ciò che lo scorrere del tempo produce sul nostro organismo, sui componenti delle nostre cellule. L’atro fenomeno a cui Kroemer ha dedicato e dedica la sua attenzione di scienziato nel campo biomolecolare dell’invecchiamento, è l’autofagia.

Orologi biologici e invecchiamento

Prendiamo un paio dei lavori scientifici più recenti che recano anche la sua firma. Il primo si intitola “Decelerazione dell’invecchiamento e degli orologi biologici mediante l’autofagia”. Ed ecco che otteniamo già un primo chiarimento. Non si sta parlando di eliminare il fattore tempo. Come mai si potrebbe? Ma bensì di “decelerare”, rallentare gli orologi biologici e, di conseguenza, l’invecchiamento. Ecco un secondo chiarimento. Che è sotto gli occhi di tutti.

C’è un tempo “esterno”  (i giorni, i mesi e gli anni che passano) e c’è un tempo “interno” (quello delle nostre cellule e dei nostri orologi biologici). Gli orologi biologici che ognuno di noi porta dentro di sé e che scandiscono il tempo, ma soprattutto la modalità della nostra vita, non battono tutti allo stesso modo. Avete presente quando diciamo: “Come sei invecchiato bene” oppure “Com’è invecchiato male?”. Il tempo non scorre in modo uguale per tutti. C’è un tempo fisico e c’è un tempo biologico. C’è soprattutto una età biologica che non è uguale per ciascuno di noi. I fattori che ci fanno invecchiare sono tanto esterni quanto interni e dipendono, come sappiamo, dalla genetica, ma pure dall’epigenetica (sani stili di vita, corretta nutrizione, movimento adeguato all’età, giuste ore di sonno, astenersi da  sostanze tossiche, gestione dello stress, spazi per il rilassamento e la meditazione, ambienti ecologicamente sani). Sull’autofagia, abbiate un attimo di pazienza, e ci faremo rispondere dallo stesso Guido Kroemer.

In questo lavoro a firma di Kroemer e del biochimico e biologo molecolare spagnolo Carlos Lopez-Otín (Departamento de Bioquímica y Biología Molecular, Facultad de Medicine, Instituto Universitario de Oncología del Principado de Asturias, Universidad de Oviedo, Oviedo, Spagna) si dice: «L’invecchiamento è il fattore di rischio più importante per la maggior parte delle patologie umane. Proponiamo il concetto che l’avanzamento dei tratti distintivi dell’invecchiamento è dettato da diversi distinti orologi biologici che possono essere rallentati dall’induzione dell’autofagia. Questa “dilatazione del tempo” ritarda la manifestazione dipendente dal tempo di più malattie».

Troppi carboidrati fanno male 

Il secondo recente lavoro a firma di Kroemer e di altri ricercatori (ne diamo gli estremi in bibliografia di questa pagina) è dedicato ai rapporti tra nutrizione e invecchiamento: “Carbotossicità: effetti nocivi dei carboidrati”. Anche qui troviamo un chiarimento, già dal titolo, sul fatto che ci possono essere un invecchiamento precoce e uno invece ritardato anche in funzione ci ciò che mangiamo. Del carburante, tossico o sano, che introduciamo nel nostro organismo e, di conseguenza, nelle nostre cellule.

Non dimentichiamo mai che cibi e bevande, alla fin fine, sono composti chimici che introduciamo nel nostro corpo. E in questo lavoro, in sintesi, si dice: «La nutrizione moderna è spesso caratterizzata dall’assunzione eccessiva di diversi tipi di carboidrati che vanno dai polisaccaridi digeribili agli zuccheri raffinati che mediano collettivamente effetti nocivi sulla salute umana, un fenomeno che chiamiamo “carbotossicità”. Prove epidemiologiche e sperimentali combinate con studi clinici di intervento sottolinea l’impatto negativo dell’assunzione eccessiva di carboidrati, nonché gli effetti benefici della riduzione dei carboidrati nella dieta. Discutiamo i meccanismi molecolari, cellulari e neuroendocrini che collegano l’assunzione esagerata di carboidrati alla malattia e l’invecchiamento accelerato mentre delineiamo strategie dietetiche e farmacologiche per combattere la carbotossicità».

Ma ora è venuto il momento di lasciare la parola a Guido Kroemer.

Professor Kroemer, come spiegherebbe il fenomeno dell’autofagia a chi non ne sa nulla? Perché è così importante?

Il nostro organismo è composto da cellule. Ogni cellula è come una città con le sue infrastrutture. Ovviamente si devono collezionare le spazzature per il loro riciclaggio. Ma perché una città possa sopravvivere a lungo termine, da una parte si devono distruggere le case e le strade vecchie, dall’altra occorre ricavarne gli elementi utili e utilizzarli per costruire degli edifici e delle vie nuovi. L’autofagia permette la demolizione selettiva delle strutture cellulari disfunzionali o condannate, per il loro riciclaggio e ricostruzione posteriori. È un meccanismo di mantenimento e anche di ringiovanimento cellulare.

Cosa significa nella pratica quotidiana attenersi a una “restrizione calorica”? Quali patologie ne risentono positivamente? In quali età è indicata? Quali pregi e difetti avete riscontrato?

La restrizione calorica consiste nella riduzione delle calorie assunte, senza malnutrizione, cioè senza privazione di micro-nutrimenti essenziali (vitamine e oligo-elementi). È stata studiata soprattutto negli animali di laboratorio, in particolate nel  topo. Si sa che la restrizione calorica e una strategia per aumentare la longevità del topo e per ritardare l’avvenimento della maggior parte delle patologie, il cancro, i problemi cardiovascolari, le malattie neuro-degenerative, tra le altre.

Per l’essere umano sappiamo che l’obesità accelera l’invecchiamento e di conseguenza precipita la manifestazione delle malattie oncologiche, cardiovascolari e degenerative. È una evidenza epidemiologica. Però in quanto alle raccomandazioni dietetiche, la mia prima parola è “cautela”. Sono biologo molecolare e cellulare. Lavoro con animali di laboratorio. Non ho fatto nessun esperimento sugli umani, ossia uno studio clinico. Posso dare soltanto dei consigli di “buon senso”. È ovvio che si deve evitare l’obesità, soprattutto l’assunzione di troppi carboidrati (zucchero, pane, pasta, patate) e di cibi industriali ultra-processati e ricchi in acidi grassi trans, che inibiscono l’autofagia, quel fenomeno di ringiovanimento cellulare che studio. Al contrario dobbiamo favorire i comportamenti che possano indurre l’autofagia: un regime equilibrato senza eccessi calorici, variato, senza zucchero aggiunto, senza dolci, ma fare invece uso di verdura, legumi e frutta. Una buona abitudine sarebbe aumentare il tempo fra i pasti, saltare la colazione, magari anche il pranzo, evitare gli snack e le merendine, praticare una attività fisica moderata è frequente di almeno 30 minuti al giorno, non fumare. E diciamo addio allo stereotipo della nonna che rimpinza i nipoti… Per eccellere nel campo della salute e della longevità non si deve eccedere.

Tutto ciò è utile per la prevenzione, ma non si applica alle malattie già conclamate. Il malato deve seguire i consiglio del suo medico invece di auto-medicarsi e di seguire delle diete miracolose trovate su internet. Ogni caso è differente e ci sono delle condizioni in cui la restrizione calorica può essere pericolosa.

Che ruolo hanno i mitocondri sul nostro stato di salute e sui processi di invecchiamento?

I mitocondri sono gli organelli che producono l’energia cellulare. Funzionano come delle centrali termoelettriche e la loro efficacia si riduce con il tempo, con un effetto diretto sul nostro rendimento fisico. Perlopiù i mitocondri vecchi hanno la tendenza a disintegrarsi, inquinando l’ambiente cellulare e causando delle reazioni infiammatorie e perfino la morte cellulare, contribuendo al declino degli organi. I mitocondri devono riciclarsi mediante l’autofagia per mantenere la loro funzione e per evitare la loro decomposizione.

A che punto siamo con le conoscenze epigenetiche? Che percentuale alla genetica e quanto all’epigenetica nella salute e nella malattia?

Certo, esistono delle malattie geneticamente trasmesse dai genitori alla loro discendenza, le malattie genetiche acquistate attraverso delle mutazione precoci, le predisposizioni ereditarie che aumentano il rischio di ammalarsi… Ma nella stragrande maggioranza dei casi, la salute si mantiene o si perde in funzione dell’ambiente in cui viviamo, in funzione della nostra igiene di vita.

Se oggi possiamo “rallentare” l’invecchiamento, qualcuno sostiene che arriveremo a “invertire”, se non “azzerare”, l’orologio biologico dell’invecchiamento: lei che ne pensa?

Nella letteratura scientifica ci sono dei casi rapportati d’inversione del processo del invecchiamento mediante l’eliminazione delle cellule senescenti o la riprogrammazione delle cellule verso uno stato staminale. Ma non sappiamo ancora si questi procedimenti altamente sperimentali, sviluppati dal topo, potranno applicarsi nell’uomo. Per me, la speculazione sull’annientamento dell’invecchiamento rimane fantascienza.Healthy_Ageing _NEUROBIOBLOG.jpg

Un commento sul premio “Lombardia è Ricerca” che sta per ricevere

Sono molto contento, anzi lusingato di ricevere questo premio, forse quello più importante in Italia, perlomeno dal punto di vista economico. È un premio che ricompensa il lavoro sull’invecchiamento in salute – healthy ageing. E precisamente questo è il campo che mi affascina di più.

Chi è Guido Kroemer

Nato in Germania, di nazionalità austriaca e spagnola, Guido Kroemer è professore alla Facoltà di Medicina dell’Università di Paris Descartes, direttore del team di ricerca “Apoptosis, Cancer and Immunity” del French Medical Research Council (INSERM) e direttore del “Metabolomics and Cell Biology platforms of the Gustave Roussy Comprehensive Cancer Center”.

Due domande al prof. Peter Schwartz direttore del Centro per lo Studio e la cura delle aritmie cardiache di origine genetica dell’Istituto Auxologico Italiano di Milano e dal 2017 uno dei 15 top scientists italiani che compongono la Giuria del Premio “Lombardia è ricerca” di Regione Lombardia. 

Professor Schwartz, cosa significa “invecchiare in salute”? A che punto siamo con la ricerca sull’aging?

Per me vuol dire che nonostante il passare degli anni le cose cui si deve rinunciare sono poche e, se mai, più dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
La ricerca è un processo in divenire e le scoperte di Kromer stanno aprendo molte porte.

Quali ritiene siano i maggiori meriti scientifici di Kroemer, che avete premiato quest’anno?

Il suo merito maggiore è l’aver compreso, e dimostrato, che un processo fondamentale per rallentare l’invecchiamento come l’accelerazione dell’autofagia (l’auto-distruzione cellulare che accelera il ricambio) può essere attivata mediante riduzione dell’intake alimentare, soprattutto di carboidrati. L’importanza dell’autofagia, e le sue basi genetiche, avevano già portato al premio Nobel il ricercatore giapponese Yoshinori Ōsumi nel 2016

Giornata della Ricerca 2019 dedicata a Umberto Veronesi – Programma del premio “Lombardia è Ricerca”

Motivazione del premio internazionale “Lombardia è ricerca” 2019 a Guido Kroemer

Lavori citati

Lopez-Otín, C., Kroemer, G. Decelerating ageing and biological clocks by autophagy. Nat Rev Mol Cell Biol 20, 385–386 (2019) doi:10.1038/s41580-019-0149-8

Kroemer G, López-Otín C, Madeo F, de Cabo R. Carbotoxicity-Noxious Effects of Carbohydrates.Cell. 2018 Oct 18;175(3):605-614. doi: 10.1016/j.cell.2018.07.044.

La cura del freddo: intervista a Matteo Cerri


LaCuradelFreddo_NeurobioblogIbernazione. Vite sospese nel freddo. Ci vengono subito alla mente sequenze di film e telefilm di fantascienza, con quei corpi in viaggio verso mondi lontani sigillati dentro capsule ibernanti. In attesa di risvegliarsi da un sonno gelido. Un po’ come gli animali che vanno in letargo. Oppure, immagini reali ma sempre proiettate verso un futuro indefinito e per ora improbabile, di corpi malati, malmessi, destinati alla fine biologica, fattisi ibernare, dietro lauti compensi, nella speranza di essere risvegliati chissà quando e soprattutto come, nel momento in cui venissero scoperti rimedi e cure adeguati.

Questo per quanto riguarda il fantastico e il remoto probabile. La realtà è invece che la cura del freddo, la crioterapia, è già oggi una possibilità. Tanto che Matteo Cerri, medico e dottore di ricerca in neurofisiologia al Dipartimento di scienze biomediche e neuromotorie dell’Università di Bologna, le ha dedicato un intero libro: “La cura del freddo. Come uno spietato killer naturale può diventare una risorsa per il futuro” (Einaudi).

Se per l’uomo la vita è calore, la morte è associata al freddo. Corpo caldo. Corpo freddo. Ma è possibile una via di mezzo? Usare la giusta gradazione di freddo per stimolare reazioni diverse del nostro corpo? Sappiamo che il freddo può essere utile in certe manifestazioni dolorose. Potrebbe esserlo, ad esempio nella attività sportiva, per stimolare il metabolismo, oppure in condizioni patologiche come l’obesità, le malattie infiammatorie e reumatiche, magari in certi tipi di tumore? Tra i numerosi temi che Matteo Cerri tratta nel suo libro, sempre in forma avvincente e chiara, non manca il tema del cancro.

“L’imperatore del male”, come lo ha efficacemente definito in un famoso saggio l’oncologo Siddhartha Mukherjee, è stato studiato molto poco in rapporto al freddo, ci ricorda Cerri. Eppure, anche se in passato sono stati fatti tentativi in tale senso, senza ottenere l’eliminazione della forma tumorale, esponendole a temperature basse «le cellule neoplastiche diventano più sensibili all’azione dei farmaci chemioterapici durante questa fase». E siccome i tumori sviluppano resistenza ai farmaci, un po’ come accade nel rapporto tra batteri e antibiotici, «se il trattamento potesse essere condotto quando la replicazione cellulare non sta avvenendo, il rischio di insorgenza di cloni cellulari farmacoresistenti potrebbe diminuire di molto».

Insomma, il bel libro di MatteoMatteo_CERRI_Neurobioblog Cerri ci ha talmente  incuriosito e stimolato tutta una serie di riflessioni che abbiamo deciso di fargli qualche domanda.

Com’è nata l’idea di occuparti di “criofisiologia” e crioterapia?

Mi ha sempre appassionato il funzionamento del corpo umano. Ho iniziato la mia carriera di ricercatore dedicandomi alla termoregolazione, ossia alla capacità che abbiamo noi, come tutti i mammiferi, di mantenere la nostra temperatura corporea costante. Negli Stati Uniti lavoravo alla ricerca di un metodo per poter attivare la termoregolazione, ed in particolare la termogenesi, ossia la capacità di produrre più calore, come mezzo per aumentare il metabolismo e quindi far perdere peso alle persone obese. Questo principio è quello che ha poi portato allo sviluppo della crioterapia, ossia a sfruttare la risposta che l’organismo mette in moto quando esposto al freddo, come mezzo per migliorare una prestazione sportiva o, più semplicemente, il proprio benessere.

Mi sono poi interessato alla possibilità opposta, ossia quella di capire come faccia il cervello a regolare il metabolismo umano nella speranza di poterlo ridurre, inducendo quindi una condizioni come quella dell’ibernazione/torpore. L’ibernazione/torpore, conosciuta anche gergalmente come letargo, è una condizione che consente ad animali come l’orso, il criceto o lo scoiattoli, di entrare in una sorta di stand-by, rallentando lo scorrere del tempo biologico. Da lì, mi sono dedicato allo studio di alcuni aspetti della crionica, per capire come eventualmente spingere ancora più in là questo tipo di studi.

Pare stia per esplodere anche la noi la moda del cosiddetto “workout a freddo”, anche con palestre dedicate (quantomeno risparmiano sul riscaldamento): che ne pensi?

L’uso della crioterapia prima di una prestazione sportiva consente all’atleta una prestazione maggiore. Questo perché il nostro cervello è molto sensibile al calore, e quando si scalda oltre un certo limite a causa del lavoro fisico, ci blocca nel proseguire la nostra attività. Partendo da una temperatura più bassa, possiamo quindi compiere uno sforzo maggiore. Bisogna stare però attenti che i muscoli non si raffreddino troppo, perché anche il tessuto muscolare ha bisogno di una temperatura ottimale per funzionare al meglio.

L’ infiammazione, di cui parli anche nel tuo libro, è un’arma a doppio taglio: da una parte ci è indispensabile, dall’altra ci danneggia. In quali casi la crioterapia è utile ed efficace?

L’utilità della crioterapia nel trattamento di sintomatologie infiammatorie non è ancora chiaramente dimostrato. Ci sono però dei dati che rendono questa ipotesi ragionevole. Principalmente, l’azione anti-infiammatoria potrebbe essere causata dall’attivazione del sistema nervoso simpatico, fra le cui azione vi  è la soppressione della risposta infiammatoria. Se questo possa avere efficacia terapeutica in casi di sindromi infiammatorie conclamate è ancora dubbio; nella persona sana però, l’abbassamento dei normali indici infiammatori potrebbe portare a qualche giovamento nel lungo termine. Come già detto, però, l’efficacia clinica è ancora da dimostrare con certezza.

Nel tuo libro parli anche del ruolo dei mitocondri: quanto e come sono influenzati dalla “ipotermia terapeutica”?

I mitocondri sono la centrale termica ed energetica della cellula. Un recente ed affascinante esperimento ha mostrato che la loro temperatura durante il funzionamento è di circa 50°C. L’ipotermia terapeutica oggi viene usata per sfruttare la capacità del freddo di rallentare l’attività dei mitocondri, facendo loro produrre meno calore e meno energia. Poiché il freddo riduce anche il fabbisogno d’energia delle cellule, l’ipotermia terapeutica mira a proteggere i tessuti che si trovano in crisi di approvvigionamento di energie, come il cervello durante un arresto cardiaco.

Quali ulteriori sviluppi si prevedono, tecnologici e applicativi, per la crioterapia?

Esiste una branca nuova della farmacologia, che si chiama termofarmacologia, che studia come ingannare il cervello, facendogli credere che sia freddo (o caldo), per innescare le adeguate risposte fisiologiche senza necessariamente esporsi al freddo/caldo. Questo tipo di farmaci, che sono in gran parte per uso cutaneo, potrà essere associato a tute intelligenti, in grado di adattare la temperatura dei diversi distretti nel nostro corpo al fabbisogno del corpo. Questo tipo di equipaggiamento, consentirà prestazioni sportive e lavorative più prolungate senza perdere efficacia.

Più sai meno invecchi


EvoluzioneEtà_OKL’evoluzione ha portato anche a un allungamento dell’età umana. Più ci evolviamo, più viviamo. Hanno dunque un senso quei racconti di fantascienza in cui si parla di extraterrestri “vecchi” di centinaia di anni. In realtà, in base alle attuali conoscenze, un giorno ci si potrebbe persino dimenticare dell’invecchiamento e della vecchiaia. Sono in molti a sostenere che l’invecchiamento è un processo reversibile e persino “sradicabile”. Tema che Enzo Soresi e il sottoscritto affrontano in un libro di prossima pubblicazione dall’esplicito titolo “Come ringiovanire invecchiando” (Utet), ideale prosecuzione del precedente “Mitocondrio mon amour”.

Come mostra l’immagine qui riprodotta, tratta da “Nature Reviews Immunology”, la cui dida recita: “I nostri parenti primati più vicini, come scimpanzé e gorilla, vivono per circa 10-15 anni allo stato brado una volta raggiunta la maturità. Cinque milioni di anni di evoluzione hanno portato a un raddoppio dell’aspettativa di vita nelle tribù di cacciatori-raccoglitori come Ache e Hiwi, e questa durata della vita è rimasta negli umani moderni invariata fino al 18° secolo. Solo 250 anni dopo, a seguito del miglioramento dei servizi igienico-sanitari e dell’assistenza sanitaria, l’aspettativa di vita è raddoppiata di nuovo ma il nostro stile di vita moderno, più sedentario, è quindi disadattato rispetto alla nostra eredità genetica, con conseguenze per la salute nella vecchiaia”.

Per non compromettere l’evoluzione verso la longevità dobbiamo perciò agire su: alimentazione, attività fisica moderata ma costante, stili di vita, assunzione di farmaci o integratori antinvecchiamento, futuri interventi di riparazione genica. Tutto ciò ha un nome: conoscenza. La conoscenza non solo fa evolvere culturalmente e scientificamente, ma allunga e migliora anche la nostra vita.

Can physical activity ameliorate immunosenescence and thereby reduce age-related multi-morbidity?, Duggal NA, Niemiro G, Harridge SDR, Simpson RJ, Lord JM, Nat Rev Immunol. 2019 Jun 7.

Smartphone, social media & mente distratta: intervista a Larry D. Rosen


DistractedMind_LibroViviamo nell’era della distrazione. Gente che va fuori strada con l’auto per messaggiare o farsi selfie. Con conseguenze tragiche per sé e per il prossimo. Negli Stati Uniti l’uso dello smartphone durante la guida provoca 1,6 milioni di incidenti ogni anno. E quasi 390.000 feriti si verificano ogni anno a causa di incidenti causati da messaggi di testo durante la guida. Rispondere a un messaggio distoglie l’attenzione per circa cinque secondi. E viaggiando a 55 chilometri orari, c’è abbastanza tempo per percorrere la lunghezza di un campo di calcio. Il nostro paese non è da meno, tanto da non costituire più notizia, tranne che nei casi più gravi e tragici: l’uso dello smartphone è il primo indiziato di distrazione alla guida.

Distratti dalla tecnologia 

Siamo distratti dalla tecnologia. Vogliamo esserlo. Fanno ridere, certo, quelle immagini in cui gruppi di persone, giovani o meno, se ne stanno tutti con gli occhi incollati allo schermo dello smartphone. Sono buffe, certo, le persone incolonnate che camminano come zombie tutte con il loro apparecchio in mano. Irritano, certo, quei nostri simili che a una cena, una riunione conviviale o di lavoro, invece di guardarti e interagire con te, seguitano a smanettare con il loro aggeggio. Il fatto è che la distrazione è naturale. Proprio così. Tant’è che da bambini, a scuola o a casa, che ci dicevano? “Stai attento!”.

La distrazione è naturale per il nostro cervello, rilassante, riposante, e ogni tecnologia, mezzo o spettacolo, che la inneschi, che la agevoli, è benvoluto e ben accolto dal nostro cervello. Lo smartphone è la distrazione perfetta per il nostro cervello. A buon titolo possiamo definirla la distrazione diabolica. È sempre a portata di mano. A ogni ora del giorno e della notte. Consente un sacco di funzioni piacevoli, ludiche. Stimola in modo potente il nostro narcisismo. Ci mette in contatto con una miriade di nostri simili, reali o virtuali. Soprattutto, attira e cattura costantemente la nostra attenzione con musichette, suoni, faccine, icone, colori, app, studiati apposta per renderci schiavi del mezzo. Stimola e richiede risposte tempestive, immediate. Ci induce a comportamenti di tradimento virtuale: quante coppie si sfasciano, anche malamente, solo per qualche messaggio o foto, trovati sullo smartphone? Si susseguono, ormai, film, sceneggiati, monologhi e recite teatrali, romanzi e racconti in tema di tradimento digitale.

La distrazione è naturale, l’attenzione è appresa

La distrazione è naturale. Mentre l’attenzione è una conquista evolutiva. L’attenzione non è regalata. La consapevolezza va guidata, allenata, mantenuta. C’è voluto uno sforzo evolutivo per conquistare l’attenzione. Mentre essere distratti non richiede alcun impegno, alcuno sforzo. Lo sei e basta. La mente distratta è di natura. Il controllo cognitivo, la cosiddetta “concentrazione”, è una progressiva conquista di tipo evolutivo. È il controllo cognitivo che ci ha permesso di non starcene spaparanzati in una caverna in attesa degli eventi, ma bensì uscirne e nell’arco di milioni di anni giungere dove siamo arrivati. E ora?

Oggi ci siamo costruiti con le nostre mani una nuova caverna, una caverna tecnologica, in cui gradiamo  rifugiarci e sollazzarci ogni giorno, per molte ore al giorno. Si tratta dunque di una regressione per il nostro cervello? Secondo alcuni detrattori assoluti dello smartphone, dei social, annessi e connessi, la risposta è decisamente affermativa. Poi ci sono quelli che “dipende dall’uso che se ne fa”. Ma le dipendenze da tecnologia portatile aumentano. Specie tra i giovani. Specie tra i più fragili e più soggetti a cascare nelle trappole della modernità.

Sommersi dalle notizie 

Aggiungiamo alla distrazione ludica il fatto che siamo bombardati da notizie. Sommersi da informazioni. Viviamo in un’epoca, oltre che di distrazione, di bulimia, di obesità di informazioni. Tanto da potere tracciare un parallelo tra ricerca di cibo e ricerca di informazioni. Le strutture cerebrali che sostengono questi due tipi di ricerche sono le medesime.

Ecco quanto scrivono i neuroscienziati Adam Gazzaley e Larry D. Rosen: “Continuiamo ad essere creature che cercano informazioni: e dunque quei comportamenti che massimizzano l’accumulo di informazioni ci appaiono – almeno da questo punto di vista – ottimali. Questa idea è corroborata dalla scoperta che i meccanismi molecolari e fisiologici, originariamente sviluppatisi nel cervello per sostenere la ricerca di cibo per la sopravvivenza, si sono oggi sviluppati nei primati fino ad includere la ricerca di informazioni. I dati a sostegno di questa asserzione provengono principalmente dall’osservazione che il sistema dopaminergico, cruciale per qualunque processo di gratificazione, giuoca un ruolo chiave sia nel comportamento basilare di ricerca del nutrimento dei bassi vertebrati sia nei comportamenti cognitivi di più alto ordine delle scimmie e degli umani, che non hanno spesso nessun legame con la semplice sopravvivenza. Si è dimostrato che il ruolo del sistema delle dopamine ha, nei primati, un rapporto diretto con il comportamento diretto di ricerca delle informazioni”.

Le informazioni sono per il cervello come il cibo per il palato 

Avete presente quando, salendo o scendendo da un mezzo pubblico, oppure bloccato in piedi in mezzo alla strada, un nostro simile sta smanettando, con sguardo ebete, con il suo smartphone? Oppure, appunto, lo fa al semaforo? O mentre guida. E ci viene da pensare: neanche fosse una questione di necessità immediata, una questione di vita o di morte. Ma il fatto è proprio questo: “non hanno alcun legame con la semplice sopravvivenza”. E il fatto che tutto ciò abbia invece a che fare con le vie neurali della gratificazione, dunque esista un parallelo tra cibo e ricerca di informazioni, rende ragione anche di quel fenomeno non a caso definito di “binge watching”, di visione compulsiva e ininterrotta, in una unica sessione, di intere stagioni di serie tv, fenomeno non a caso in analogia, anche lessicale, con quello del “binge eating”, disturbo da alimentazione incontrollata.

Le basi cerebrali della gratificazione che sostengono la dipendenza da smartphone e da informazioni, come è detto, sono le medesime della ricerca di cibo. Ecco perché sarà pressoché impossibile modificare il processo verso la distrazione di massa. Per chi può e chi sa, come sempre, l’unico antidoto possibile è la conoscenza e l’applicazione della medesima.

Il brano sopra citato è tratto da un volume fondamentale per comprendere, dal punto di vista neuropsicologico, quanto ci sta accadendo: Distracted mind. Cervelli antichi in un mondo ipertecnologizzato (Franco Angeli). Ne sono autori Adam Gazzaley (insegna nei dipartimenti di neurologia, fisiologia e psichiatria della University of California, San Francisco, dove ha fondato e diretto il Neuroscience Imaging Center, il Neuroscape Lab e il Gazzaley Lab) e Larry D. Rosen (professore emerito di psicologia alla California State University, Dominguez Hills). Abbiamo rivolto alcune domande sulla mente distratta dalla tecnologia e sulle sue conseguenze a uno dei due autori: Larry D. Rosen.

Leggendo il vostro libro ne consegue che la “mente distratta” sia una caratteristica Larry_D_Rosen_DistractedMindinnata del nostro cervello e che le nuove tecnologie hanno aumentato questa caratteristica naturale, esasperandola. È così?

Come specie abbiamo sempre bisogno di tenere conto dei potenziali rischi e del fatto che la discrezionalità è una necessità. La tecnologia in questo caso ha prodotto qualcosa più di un problema acuto. Per fare moltissimi clienti, la maggior parte delle aziende tecnologiche e gli sviluppatori di app stanno utilizzando tecniche psicologiche per attirare la nostra attenzione e mantenere i nostri occhi incollati sul loro prodotto. Questo ha causato molto dell’utilizzo problematico dello smartphone che stiamo vedendo. Inoltre, i social media sono diventati un grande “obbligo sociale”, con la maggior parte dei giovani che mostrano una presenza attiva su molti di essi e avvertono il bisogno di controllarli di continuo.

Quali principali contromisure dovremmo adottare per evitare di essere troppo distratti?

Le persone hanno prima bisogno di capire come e perché sono distratte. Un modo è utilizzare un’app che mostri la durata delle nostre potenziali distrazioni. Con queste informazioni è possibile valutare e rendersi conto quanto spesso controlliamo il nostro smartphone (circa 70 o più volte in media) e cosa sta causando questo comportamento. Su queste informazioni è possible valutare quanto tempo sia dedicato allo smartphone e come sia distribuito durante il giorno, di conseguenza quanto parte di questo tempo è “produttiva” e quanta invece dedicata all’interazione sociale o al divertimento. Da qui capire se è importante apportare alcuni cambiamenti.

Se i social media ti stanno chiamando a controllare troppo spesso il tuo smartphone, blocca tutte le notifiche e trasforma le icone in una cartella (ancora meglio se le trasferisci in più cartelle e poi le passi in una cartella) e poi sposti quella cartella nell’ultima schermata della home page. Se non funziona questo sistema (per avere meno distrazioni), allora rimuovi tutte le password dei social media in modo che ogni volta dovrai reinserire la password. Ci sono molti altri modi per porsi al riparo dalle distrazioni prodotte dallo smartphone: elenchiamo una serie di scelte negli ultimi due capitoli del nostro libro.

Nel corso dei secoli l’uomo ha realizzato la necessità di non essere distratto, ricorrendo alla concentrazione, alla meditazione, alla gestione del tempo. Oggi questo è ancora utile o assediati dalle nuove tecnologie dovremmo adottare qualcos’altro? Se la risposta è sì, cosa dovremmo fare?

Ci sono molti modi per migliorare il nostro focus e le capacità di attenzione. La meditazione sembra essere uno dei metodi migliori, in quanto aiuta la permanenza nel presente senza avvertire il bisogno di controllare spesso qualcosa fuiori di noi. Al livello sottostante, dobbiamo comprendere cosa guida il nostro comportamento e in seguito effettuare modifiche su tale “driver comportamentale”. Abbiamo costruito un modello comportamentale con scarse funzionalità (poca decisionalità, impulsività, multitasking), noia e ansia (particolarmente associate al controllo costante dello smartphone, fenomeni oggi definiti come FOMO – acronimo di “fear of missing out” “paura di essere tagliati fuori” – e nomofobia – “no mobile fobia” (la paura di rimanere senza connessione mobile in rete). La comprensione di ciò che guida il nostro comportamento ci aiuta a trovare la “cura”.

La mente distratta è un vantaggio per alcune categorie di persone: maghi, truffatori. Ad esempio, la cecità attenzionale viene ampiamente sfruttata nei trucchi magici: cosa ne pensa della ricerca psicologica in questo settore?

La cecità attenzionale è stata indagata in riferimento alla tecnologia: in una ricerca degli studenti che attraversavano una grande area aperta venivano affiancati da un ciclista che indossava un abbigliamento molto vistoso e quelli che erano impegnati con i loro smartphone non lo vedevano affatto.

Come si regola con la sua mente distratta? E con quella dei suoi figli?

Purtroppo non sono molto bravo nel regolare il mio comportamento. Ho realizzato il mio principale comportamento che consiste nello spegnere il mio smartphone e spostarlo in basso, vicino al mio letto, almeno un’ora prima di dormire. Ciò deriva da uno studio che abbiamo condotto sull’impatto della tecnologia durante la notte, in cui si dimostra come lo schermo acceso influisca sul nostro sonno naturale. I miei figli sono tutti cresciuti, per cui la tecnologia è più un vantaggio che un impegno. Quando erano ragazzi non erano ancora disponibili né smartphone né social media. I videogiochi sono stati un problema con mio figlio più giovane: abbiamo adottato  regole e limiti per limitarne l’utilizzo.

Come vede il futuro della nostra mente distratta? Saremo sempre più a rischio? Saremo anche costretti ad adottare soluzioni drastiche?

Sfortunatamente non penso che abbiamo ancora raggiunto il picco. I nostri dati del passato raffrontati al presente, soltanto dopo pochi anni, mostrano che i “millenial” stanno controllando più spesso i loro smartphone, anche se per brevi periodi, ma tuttavia spendendo mediamente cinque ore per settanta controlli al giorno. Abbiamo visto tale cambiamento come il peggiore degli ultimi tre anni e stiamo studiando come possiamo dotare i millenial di strategie per ridurre il loro tempo trascorso con lo smartphone, migliorando le loro relazioni con gli amici, familiari o altri.

 

 

 

 

Un pisano aveva già scoperto più di 200 anni fa la connessione cervello-sistema immunitario


Paolo_MascagniCome dice l’immuno-psichiatra (così si definisce) britannico Edward Bullmore nel suo recente libro pubblicato in italiano da Bollati Boringhieri La mente in fiamme. Un nuovo approccio alla depressione, è caduto il “muro di Berlino” della cosiddetta “barriera ematoencefalica”. È soprattutto caduta la convinzione che non vi siano rapporti tra cervello e sistema immunitario. Eppure bastava dare retta a questo bel nasone di oltre 200 anni fa, di fatto il padre della neuroimmunologia.

Paolo Mascagni, detto anche Giovanni Paolo Mascagni, nacque in un giorno anagraficamente imprecisato tra la fine di gennaio e i primi di febbraio 1755 a Pomarance, in provincia di Pisa. Insegnò anatomia umana a Siena quando aveva solo 22 anni e in seguito ha insegnato anatomia, fisiologia e chimica a Firenze. Nel 1787, a soli 9 anni dalla laurea, Mascagni pubblicò il Vasorum Lymphaticorum Corporis Humani Historia et Ichnographia (Storia e rappresentazione grafica dei vasi linfatici nel corpo umano).

E come si legge su “Nature Medicine” di ieri nell’articolo dedicato alla storia delle scoperte Paolo_Mascagni_DisegniAnatomicie dei dettagliati disegni anatomici di Mascagni (purtroppo con testi redatti in latino, che ne hanno occultato lo studio e la diffusione fino ai giorni nostri): «Il mito secondo il quale il sistema nervoso centrale non ha alcuna interazione con l’immunità periferica, in parte a causa della mancanza di vasi linfatici, non può più essere sostenuto. Poiché la descrizione contemporanea dei linfatici all’interno del Sistema Nervoso Centrale segna una pietra miliare nella storia della neurologia, dell’apprendimento e dello studio della storia della medicina. In particolare l’esplorazione diretta dei testi originali, aiuterà la comunità scientifica ad apprezzare ulteriormente le scoperte moderne e spianare la strada alle future scoperte biomediche».

Immagini tratte da: Vasorum Lymphaticorum Corporis Humani Historia et Ichnographia (1787). Wellcome Collection, London.

A (delayed) history of the brain lymphatic system
Stefano Sandrone,Daniel Moreno-Zambrano,Jonathan Kipnis & Jan van Gijn.
Nature Medicine 25, 538–540 (2019)

L’unghia di gatto (Uncaria tomentosa) graffia l’Alzheimer


UnghiaDiGattoL’Uncaria tomentosa (unghia di gatto), una pianta della foresta pluviale amazzonica, sarebbe in grado di rallentare il decadimento cognitivo e della memoria nell’anziano e, addirittura, di contrastare la formazione di “placche e grovigli” che sarebbero alla base dell’Alzheimer. Lo studio è stato pubblicato dai Scientific Reports della rivista “Nature” e informa inoltre che negli Stati Uniti è già disponibile un prodotto il cui nome commerciale è “Percepta”, contenente sia l’estratto vegetale titolato di Uncaria in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong.

Com’è noto, la principale teoria patogenetica riguardo invecchiamento cerebrale e  morbo di Alzheimer, seppure considerati oggi ad aziologia multifattoriale, insegna che sarebbero causati dall’accumulo di proteine ​​beta-amiloide contenenti “placche” e proteine ​​tau contenenti “grovigli” che contribuiscono ad accelerare la perdita di memoria e il declino cognitivo. In pratica, tali proteine, finirebbero col “soffocare” il tessuto cerebrale, “intrappolando” i neuroni e l’attività sinaptica e determinando alla fine l’aterazione irreversibile, fino ad oggi, del buon funzionamento del cervello.

Percepta: il prodotto vegetale contro il declino cognitivo 

Riguardo il prodotto già commercializzato negli USA con il nome di “Percepta”, si tratta di un nuovo integratore naturale a base vegetale che prende di mira le placche e i grovigli PerceptaCapsule.pngdel cervello. Al riguardo, gli autori dello studio scrivono: «Il prodotto Percepta contiene l’unghia di gatto in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong. Solo questi due principali ingredienti hanno causato una potente attività di inibizione e dissoluzione della “placca e groviglio” in numerosi studi preclinici. I risultati di numerosi studi preclinici con Percepta dimostrano che ha il potenziale per essere il primo nutraceutico sviluppato per target specifici nel ridurre/prevenire “placche e grovigli” cerebrali».

Una ulteriore dimostrazione di quanto il mondo vegetale, a cui evolutivamente siamo legati, abbia ancora da offrirci e svelarci per prevenire le malattie e curarle, anche nelle forme più gravi. E non resta che auguraci che “Percepta”, già presente nei siti americani di vendita online, possa essere importato e commercializzato pure in Italia. 

The Amazon rain forest plant Uncaria tomentosa (cat’s claw) and its specific proanthocyanidin constituents are potent inhibitors and reducers of both brain plaques and tangles. Snow AD, Castillo GM, Nguyen BP, Choi PY, Cummings JA, Cam J, Hu Q3, Lake T, Pan W, Kastin AJ, Kirschner DA, Wood SG, Rockenstein E, Masliah E1, Lorimer S1, Tanzi RE, Larsen L. Scientific Reports 9, Article number: 561 (2019) 

Enzo Soresi: la resilienza al convegno di Medicina Biointegrata di Roma


EnzoSoresi_MedicinaBiointegrataRomaConvegnoSabato 6 aprile prossimo si terrà a Roma il sesto congresso di “Medicina biointegrata” e la relazione che  mi è stata assegnata  riguarderà il tema della resilienza. Con il coblogger Pierangelo Garzia ed il giornalista  scientifico Edoardo Rosati, nel 2012 abbiamo pubblicato un libro dal titolo Guarire con la nuova medicina integrata edito da Sperling & Kupfer. Protagonista di questo libro era un mio paziente che a 36 anni si ammalò di tumore alla pleura con prognosi assai severa   di pochi anni di vita. Dopo chemioterapia, chirurgia radicale con asportazione di un polmone e radioterapia post operatoria, sapendo, per mia esperienza,  che la malattia prima o poi  sarebbe ritornata mi sono affiancato a lui sviluppando a 360° un percorso di medicina integrata tradotto poi nel libro prima citato.

Un caso esemplare di resilienza: il mio paziente “Ulisse” 

La cosa che mi colpì di questo giovane fu  proprio la sua “resilienza” cioè la capacità di convivere con una malattia a  prognosi infausta sviluppando  la sua attività lavorativa ad altissimo livello e mantenendo il suo rapporto con la famiglia sempre molto protettivo senza mai fare trapelare la sua angoscia di morte. È per questo motivo che nel libro lo abbiamo chiamato “Ulisse” come l’eroe Acheo.  Proprio pensando alla straordinaria capacità di Ulisse sono rimasto colpito da un articolo comparso sulla rivista “Internazionale” del 22-28 febbraio 2019, nell’area delle scienze, il cui titolo era “Vulnerabili e contenti”.

Le ricerche di Stephen Suomi sulle scimmie timide

Stephen Suomi è il primatologo che,  lavorando per oltre 50 anni, nel Maryland , sui macachi reso si era reso conto che alcuni di questi, già da piccoli, manifestavano timidezza e scarsa capacità di relazione diventando, da adulti,  molto simili ad uomini affetti da depressione. In psichiatria prevale l’opinione che alcune persone abbiano una predisposizione genetica per le malattie mentali. Ma perché questo avvenga e si trasformi in malattia è necessario che il soggetto affronti una  infanzia difficile che attiva appunto questi geni “vulnerabili”.

Suomi analizzò il DNA di questi macachi timidi ed evidenziò una mutazione genetica che, negli essere umani,  è associata alla depressione. Cercò la stessa mutazione in altri primati senza trovarne traccia. “Cosa rende gli essere umani e i macachi reso diversi da altre specie di primati? ”, si chiese Suomi.  All’improvviso la differenza gli saltò  agli occhi: “la eccezionale capacità di adattamento”. La maggior parte degli  scimpanzé o scimmie infatti, al di fuori del proprio habitat, non sopravvive. Gli esseri umani e i macachi reso, invece, hanno prosperato in una grande varietà di ambienti in tutto il pianeta. Di conseguenza Suomi ne ha dedotto che la straordinaria resilienza di queste due specie fosse associata ai geni della vulnerabilità.

I geni e i vantaggi della vulnerabilità 

Dopo questa ricerca molte altre prove sui vantaggi che i geni della vulnerabilità inducono sono state riportate dalla letteratura scientifica. In conclusione se n’è dedotto che, se i soggetti con questo fattore di rischio vengono allevati con amore ed adeguato accudimento, risulteranno  “vincenti” nella vita esattamente come Ulisse,  se invece rimangono orfani o vengono male accuditi esprimeranno la malattia.

La “resilienza” quindi, basata  su un handicap biologico  può produrre soggetti di successo e diventare quindi una potenzialità genetica vantaggiosa. Se allora riflettiamo sulle ipotesi di Daniel Dennet di un disegno intelligente nell’evoluzione, come da lui ribadito nel suo  libro Dai batteri a Bach,  alla luce di queste novità scientifiche, bisogna ancora una volta dare ragione a Darwin quando scrisse: la natura non fa progetti ma trova espedienti.