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Mindfulness: alla ricerca della consapevolezza. Intervista allo psichiatra Alberto Chiesa


Mindfulness, un termine la cui eco risuona  sempre più nelle orecchie di psicologi e psichiatri. Ma anche del pubblico in generale. Chiunque abbia a che fare con temi relativi alla psicoterapia e alla salute mentale, non può non essersi imbattuto in quell’autentico fenomeno emergente e crescente dei nostri tempi che è la mindfulness.

Forse all’inizio avrà avuto un atteggiamento di sufficienza. Verso qualcosa che magari appariva in odore di new age, o dell’ennesima corrente di psicoterapia alla moda. Forse non ne avrà ben compreso la collocazione. Tra pratica soggettiva e applicazioni terapeutiche. Tra la meditazione per acquisire presenza e consapevolezza, e possibilità di applicazioni cliniche per ambiti di sofferenza che vanno dai più comuni disturbi psicoaffettivi, alla depressione, ma pure al dolore cronico o, addirittura, ai disturbi mentali gravi ospedalizzati.

Se poi aggiungiamo un ventaglio di possibilità di ricerca psicologica, supportate da neuroimaging e correlati neuropsicologici, l’ipotetico scettico verso la mindfluness si chiede cosa di perda a non occuparsene. La risposta non potrebbe essere più semplice e diretta: un professionista della salute mentale, sia esso psicologo che psichiatra, non può oggi non prendere in considerazione la mindfulness. E lo stesso discorso vale per educatori, insegnanti, assistenti sociali. Persone comunque interessate a come si possa portare aiuto e sostegno a se stessi e la prossimo.

Una domanda che sorge spontanea, in un’epoca di profonda crisi personale e sociale come l’attuale, è la seguente: se cominciassimo ad insegnare mindfulness nelle scuole, non ne trarrebbero beneficio le generazioni prossime e future?

I programmi di terapia basta sulla consapevolezza o MBCT (mindfulness-based cognitive therapy) raccolgono sempre più consensi, contributi, ricerche, pubblicazioni. Proprio in queste settimane è uscito, a cura dello psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Didonna, l’edizione italiana di un testo collettaneo già considerato un classico e punto di riferimento formativo, destinato a fare storia: Manuale clinico di mindfluness (Franco Angeli, nella collana diretta da Paolo Moderato).

Quarantassette autori, tra i più qualificati studiosi e praticanti della mindfulness, affrontano temi come la gestione della sofferenza nel mondo moderno, la neurobiologia della mindfluness, nonché una serie di problematiche psicologico-psichiatriche trattate con la mindfulness. Tra i quali, il rischio suicidario, il disturbo ossessivo-compulsivo, i disturbi alimentari, il disturbo borderline di personalità, lo stress e le sue conseguenze. E inoltre, ad esempio, definizioni e origini della mindfulness, la fenomenologia della mindfluness, interventi basati sulla mindfulness in oncologia.

Certo, volendo esercitare un po’ di senso critico, in questa fase di entusiasmo per la pratica mediata dalla meditazione buddhista, pare che dalla mindfulness possa trarre vantaggio ogni aspetto problematico della nostra vita psicoaffettiva. Ma è proprio così?

Mindfulness: ricchezza di dati scientifici e confusione

“Soprattutto in campo internazionale – scrive nella presentazione del “Manuale” Paolo Moderato -, ma recentemente anche in Italia, la letteratura scientifica e divulgativa che parla di mindfulness e di meditazione sta esplodendo creando ricchezza, ma anche confusione. Allo stesso modo, si moltiplicano i contesti in cui vengono offerte formazioni e occasioni di pratica. Ogni volta che si assiste a fenomeni di diffusione così rapidi ed esplosivi è importante che il singolo individuo si costruisca una visione critica personale, entrando direttamente nel merito della questione”.

Tempi inquieti portano con sé anche intuizioni e nuove soluzioni da adottare. Mindfluness ha  origini millenarie, nella meditazione buddhista. E applicazioni, sviluppi moderni in grado di aiutarci nel rapporto con noi stessi, i nostri simili e il mondo circostante. In modo più sano, sereno e consapevole. Forse il domani non sarà così tetro e privo di promesse, se gran parte della popolazione farà propri i principi educativi e i metodi applicativi che la mindfulness ci sta aiutando a scoprire e comprendere.

Uno dei principi base, su cui addestrasi è, tra l’altro: “noi non siamo i nostri pensieri”. Soprattutto quando sono fissi e negativi. Ruminanti e ossessivi. E la promessa della mindfulness è: possiamo liberarcene. Anzi, possiamo “liberarci”. Dalle pastoie di una vita fatta di ansie e angosce per raggiungere traguardi illusori. Conflitti e aggressività di rapporti malati. E una delle qualità mentali emergenti nella pratica della mindfulness è la compassione, in senso buddhista. Verso noi stessi, i nostri simili e ogni manifestazione vivente.

Cosa avrebbero da dare medici, scienziati, educatori, gente comune, politici, se praticassero regolarmente la mindfulness? E soprattutto se lo facessero psichiatri e psicologi, professionisti della salute mentale, oltre ai loro pazienti? Si genererebbe una condivisione di stati di coscienza adatti al benessere e alla guarigione, individuali e collettivi, oltre alla secolare condivisione di metodi e terminologia scientifici?

Il sogno e il desiderio di molti praticanti della meditazione del passato, che la sapienza orientale potesse incontrare ed essere d’aiuto alla scienza occidentale, in particolare quella che si occupa dei rapporti mente-corpo, si sono dunque realizzati con l’avvento dell’era della mindfulness?

Proprio per costruirci una visione personale ed entrare in modo più diretto nelle problematiche affrontate e sollevate dalla mindfulness, abbiamo rivolto alcuni di questi interrogativi allo psichiatra Alberto Chiesa. In un articolo pubblicato il mese scorso dalla rivista Mindfulness, Chiesa ha sollevato una questione centrale: se esista o meno, soprattutto tra gli addetti ai lavori, una condivisione del concetto di consapevolezza.

Se dovesse spiegare a un profano cos’è e su quali principi agisce la mindfulness?

Spiegare con precisione cosa sia la mindfulness è una questione particolarmente ardua per diverse ragioni. Innanzitutto perché il concetto originario di mindfulness è nato in Oriente oltre 2500 anni fa, quindi in una cultura e in un epoca storica molto diverse dalle nostre. In secondo luogo, perché nei secoli tale concetto è stato soggetto a numerosi arricchimenti e revisioni da parte della moltitudine di studiosi e praticanti che se ne sono occupati. Infine, va notato che il termine mindfulness è utilizzato soprattutto per indicare una particolare esperienza che si trova al di là della mente concettuale frequentemente enfatizzata nella cultura occidentale. È tipico dello Zen, una delle tradizioni di mindfulness più largamente diffuse sia in oriente che in occidente, sottolineare che quando si parla di mindfulness non bisogna fare confusione tra la luna e il dito che si usa per indicarla, cioè tra la mindfulness in se stessa e le parole che si usano per definirla.

Tenendo a mente tali considerazioni, posso provare a definire la mindfulness in parole semplici come l’atto di prestare attenzione allo scorrere dell’esperienza del momento presente, momento dopo momento, e in maniera non giudicante. Si tratta, in altre parole, del cercare di essere maggiormente presenti alle proprie sensazioni, così come ai propri pensieri ed emozioni, momento dopo momento, senza cercare di manipolarli, ma piuttosto permettendo loro semplicemente di essere e di seguire il loro corso naturale. Via via che questa capacità di essere presenti alle proprie sensazioni, pensieri ed emozioni, e alle continue relazioni che vi sono tra di essi, aumenta, il praticante sperimenta solitamente in maniera sempre più vivida come la mente concettuale e giudicante in cui solitamente siamo immersi (quella, per intenderci, in cui ci troviamo quando pianifichiamo, rimuginiamo, sogniamo) sia solo una rappresentazione, spesso molto inaccurata, della realtà che ci circonda, e non la realtà stessa, e di come esista uno stato in cui possiamo essere pienamente coscienti del fatto che non percepiamo mai il mondo “così com’è” ma continuamente filtrato dalle nostre rappresentazioni mentali.

A cosa è attribuibile questa crescente attenzione di interesse, clinico e scientifico, verso la mindfulness?

Ci sono tante ragioni che possono spiegare perché tanto la comunità clinica quanto quella scientifica si stiano occupando sempre più di mindfulness e lo stiano facendo proprio in questo periodo storico. Molto probabilmente questa improvvisa esplosione, infatti, non è casuale. Come sottolinea Kabat-Zinn, il fondatore del primo programma di mindfulness esplicitamente utilizzato per scopi clinici (la Mindfulness based Stress Reduction o MBSR), in diversi dei suoi scritti, è curioso notare il fatto che in un mondo che va sempre più veloce, che rende necessaria una sempre maggiore specializzazione a discapito della visione d’insieme, che vede nella produttività il cardine su cui reggersi, pratiche quali la mindfulness che invitano a rallentare, a prendere maggiore contatto con l’esperienza del momento presente e a notare la profonda interconnessione che lega le diverse aree del sapere e della vita suscitano sempre maggiore interesse. Probabilmente proprio perché il mondo sembra andare sempre più nella direzione opposta alla consapevolezza e sembra non tenere più conto dei ritmi insiti nella natura e nell’uomo stesso, l’utilizzo di pratiche volte a sviluppare la consapevolezza e a riappropriarsi del proprio spazio e dei propri ritmi appare quanto mai necessario. Altrimenti potrebbe arrivare il giorno in cui possiamo avere tutto ciò che vogliamo, ma non avere più né il tempo né la capacità di goderne.

Se a questo si aggiunge il fatto che la mindfulness sta attualmente colmando uno spazio precedentemente non contemplato dalla medicina tradizionale, quello dei pazienti per cui le cure non potrebbero, a detta dei medici, fare più nulla, ed il fatto che sta permettendo agli scienziati di tutto il mondo di investigare con crescente raffinatezza le più elevate funzioni cognitive dell’essere umano, inaccessibili nella maggior parte dei soggetti che non hanno un adeguato allenamento alla meditazione, si può ben comprendere come la diffusione della mindfulness possa essere non soltanto un fatto casuale, ma forse quasi inevitabile.

A dispetto del numero crescente di studi, applicazioni e pubblicazioni sulla mindfulness, nel suo lavoro lei lamenta la mancanza di una definizione univoca e condivisa di consapevolezza: a suo parere sarà mai possibile arrivarci?

È indubbio che gli studi sperimentali volti a valutare l’efficacia di interventi basati sulla mindfulness quali la già citata MBSR e la Mindfulness-based Cognitive Therapy, un approccio meditativo di gruppo che fonde i principi dell’MBSR con alcuni principi della terapia cognitivo-comportamentale, per una crescente varietà di condizioni mediche e psicologiche che spaziano dal dolore cronico allo stress da lavoro, dalla depressione ai disturbi d’ansia, siano cresciuti in maniera esponenziale negli ultimi tre decenni. L’utilizzo di design metodologici sempre più dettagliati sta permettendo inoltre di mostrare con sempre maggiore certezza come gli effetti legati alla pratica della mindfulness non siano legati solo a fattori “placebo” o aspecifici, come l’aspettattiva di un beneficio, il supporto del gruppo e l’attenzione da parte di una figura di riferimento, ma siano in buona parte legati alla pratica personale di meditazione e all’incremento della propria capacità di essere maggiormente presenti alle proprie sensazioni, pensieri ed emozioni in maniera non giudicante.

Sebbene tali risultati siano certamente utili e incoraggianti, non si può negare che la difficoltà di traslare nella cultura scientifica occidentale un concetto nato in una cultura così lontana da quella moderna abbia creato molta confusione sia tra i clinici che i ricercatori. A tal fine tanto nella mia recente pubblicazione quanto in una precedente pubblicazione dove mettevo a confronto i principali interventi oggi etichettati come “interventi basati sulla mindfulness” ho cercato di mostrare quanto grandi siano tanto la confusione che permea la ricerca scientifica che si occupa di mindfulness quanto le modalità con cui la mindfulness viene praticata e insegnata in diversi approcci che vengono tutti definiti come “pratiche di mindfulness”.

Come è già stato dimostrato in molti altri campi attualmente di grande interesse, come quelli della creatività, della saggezza e dell’intelligenza emotiva, ritengo che sarà molto improbabile raggiungere una definizione univoca di mindfulness che sia condivisa da tutta la comunità clinica e scientifica che se ne occupa. Tuttavia, a mio giudizio, questo non dovrebbe far demordere le persone attivamente coinvolte in questo campo.

Sebbene l’ideale di raggiungere una definizione di mindfulness accettata univocamente rimarrà con ogni probabilità un ideale, non dobbiamo dimenticare che gli ideali sono ideali proprio perché non possono essere raggiunti. Tuttavia è lo sforzo impiegato nel cercare di raggiungerli che costituisce il progresso scientifico.

Pertanto, per quanto le moderne definizioni di mindfulness e i questionari psicometrici volti a misurarla quantitativamente possano apparire, ad uno sguardo attento, molto limitati, essi dovrebbero essere visti come un primo ma estremamente importante passo nel comprendere e trattare la mindfulness in una modalità che sia comprensibile nel contesto delle moderne strutture teoriche psicologiche occidentali.

Com’è giunto alla mindfulness?

Principalmente attraverso due vie distinte. Se mi limito al solo lato professionale, posso affermare di essere giunto alla mindfulness attraverso un lungo percorso di riconoscimento dei pregi ma anche di alcuni limiti della moderna psichiatria e psicologia nel venire incontro alle esigenze di molti individui affetti da disturbi psicologici che diventano pertanto ad alto rischio di cronicizzazione.

Parlando a livello più strettamente personale, ho iniziato ad avvicinarmi al mondo della meditazione e della mindfulness sin da quando, nei primi anni della facoltà di medicina, mi sono reso conto di quanto l’individuo in cerca di cure mediche e psicologiche non è solo una “macchina” che deve essere “riparata”, come alcuni modelli medici e psicologici riduzionisti tipici dei decenni passati hanno spesso enfatizzato.

Piuttosto gli individui affetti dalle più svariate forme di disagio fisico o psicologico, così come i professionisti della salute che se ne occupano, sono persone che vivono di speranze, di rappresentazioni che, consciamente o meno, modulano il proprio disagio o benessere attraverso le idee che se ne fanno e che, soprattutto, hanno bisogno di trovare un senso a quanto avviene in loro stessi e nel mondo che li circonda, e penso che il coltivare la mindfulness sia un eccellente modo per prendere contatto con il fluire di esperienze continuamente mutevoli che costituisce il nucleo essenziale dell’esperienza umana.

Come psichiatra e psicoterapeuta, a suo modo di vedere e in base alla sua esperienza, quali sono le migliori applicazioni cliniche?

Come ho già sottolineato in precedenza, gli interventi basati sulla mindfulness si stanno dimostrando efficaci, sia come approccio a sé stante che come trattamento aggiuntivo ad altre forme di terapia più convenzionali, per un’enorme varietà di condizioni mediche e psicologiche. Limitandomi alla mia esperienza come psichiatra e psicoterapeuta, nonché come istruttore di mindfulness e come ricercatore nel campo della mindfulness, le migliori applicazioni cliniche della mindfulness in campo psicologico riguardano innanzitutto la prevenzione delle ricadute e il trattamento di sintomi lievi e moderati in pazienti che soffrono di depressione maggiore, e il trattamento di numerosi disturbi d’ansia come il disturbo d’attacchi di panico, il disturbo d’ansia generalizzata e la fobia sociale.

Ritengo altresì che non si debba sottovalutare l’efficacia delle pratiche di mindfulness, in particolare dell’MBSR, nel campo della riduzione dello stress, un “effetto collaterale” della società moderna sempre più veloce, complessa e competitiva, e nella prevenzione del burn-out nelle figure professionali più a rischio di tale fenomeno come i professionisti della salute.

Secondo lei la mindfulness sarebbe la tanto agognata applicazione psicoterapeutica “perfetta”, nel senso di verificabile in base ai risultati ottenuti e ai correlati psicologici e neurobiologici, con gli strumenti della medicina basata sulle evidenze?

Se devo essere onesto, sono sempre restio nell’utilizzare termini come “perfetto” o “ideale” quando mantengo la mia veste di ricercatore. Certo non posso negare che, soprattutto nell’ultimo decennio, le ricerche volte a valutare gli effetti clinici e i meccanismi psicologici, neuropsicologici e neurobiologici che sottendono le pratiche di mindfulness hanno incontrato in misura sempre maggiore gli standard della medicina basata sulle evidenze.

Tuttavia, bisogna sottolineare che molte questioni critiche, come la pluralità di definizioni di mindfulness attualmente utilizzate, le significative differenze nelle modalità con cui diversi interventi basati sulla mindfulness insegnano e concettualizzano la mindfulness, senza dimenticare le importanti differenze a livello culturale e personale che esistono tra i partecipanti inclusi negli studi che valutano meditatori esperti con anni di esperienza e quelli inclusi nella maggioranza degli studi attualmente disponibili focalizzati sugli effetti della mindfulness nel breve termine, rendono difficile far supporre che la mindfulness sia la tanto agognata applicazione psicoterapeutica “perfetta”.

D’altro canto non si può negare che l’unione della capacità di descrivere in tempo reale e con estrema precisione i propri stati emotivi, fisici e cognitivi sviluppabile attraverso la pratica di lungo termine della mindfulness, e dello sviluppo di tecnologie sempre più avanzate, come si sta osservando, ad esempio, nel campo del neuro-imaging che sarà in grado in futuro di dare informazioni sempre più dettagliate sul funzionamento cerebrale a livello microscopico, potrà certamente costituire un grande passo in avanti nella possibilità di comprendere con esattezza cosa avviene nel cervello di chi pratica la mindfulness e degli influssi che tutto questo può avere sul sistema mente-corpo.

In sintesi, forse la mindfulness non può essere per ora l’agognata applicazione terapeutica perfetta, nel senso di verificabilità secondo i principi della medicina basata sulle evidenze ma ci si sta attivamente impegnando affinché possa diventare sempre più un prezioso strumento di comprensione del sistema mente-corpo investigabile secondo il paradigma scientifico moderno.

Chi è Alberto Chiesa

Medico, psichiatra, psicoterapeuta, istruttore di interventi basati sulla mindfulness (Mindfulness based Stress Reduction, MBSR e Mindfulness based Cognitive Therapy, MBCT).  Docente  presso  la  “Scuola  di  Psicoterapia  APC-SPC (Associaione di Psicologia Cognitiva – Scuola di Psicoterapia Cognitiva)”.  Dottorando  di ricerca in psicofarmacologia clinica presso l’università di Messina. Membro della European Clinical Neuropsychopharmacology association  (ECNP).  Autore di oltre 50  pubblicazioni  scientifiche,  molte  delle  quali  sul tema  della  mindfulness, e  del  libro Gli  interventi  basati  sulla  mindfulness:  cosa  sono, come agiscono, quando utilizzarli (Giovanni Fioriti Editore, 2011). Da anni pratica la meditazione Vipassana e Zen. Dal 2010 conduce gruppi di mindfulness, in particolar modo di MBCT per pazienti affetti da disturbi d’ansia e dell’umore e di MBSR per operatori della salute.

Riferimenti: 

Alberto Chiesa, The Difficulty of Defining Mindfulness: Current Thought and Critical Issues, Mindfulness, Volume 3/2012

E la storia di Ulisse continua…


A metà settembre uscirà da Sperling & Kupfer il libro dal titolo “Guarire con la nuova medicina integrata” scritto da me con la collaborazione di Pierangelo Garzia (coblogger) ed Edoardo Rosati. Il flusso narrativo, inserito in un discorso più generale sulla medicina integrata, riguarda la  storia di un mio giovane paziente a cui, nel novembre 2006, fu diagnosticato un tumore della pleura più noto come mesotelioma. Si tratta di una malattia molto aggressiva e dalla prognosi assai critica.

In ogni capitolo racconto tutto ciò che questo paziente ha dovuto affrontare per superare, almeno transitoriamente, la sua malattia. Chemioterapia, chirurgia radicale con asportazione del polmone e della pleura, radioterapia post chirurgica e successiva riabilitazione, ipertermia, vaccini biologici allestiti per lui in una Clinica tedesca, fitoterapia, alimentazione priva di proteine animali, lunghe sedute di psiconcologia secondo la scuola dei coniugi Simonthon.  Ed infine una nuova terapia con peptidi finalizzata a potenziare il più possibile il sistema immunitario.

Il giovane paziente, che nel libro si chiamerà Ulisse come l’eroe Acheo,  convive  con la sua malattia da quasi 5 anni con una buona qualità di vita favorita  dalla sua capacità emotiva di tollerare la convivenza con questo micidiale nemico (resilienza). Nell’epilogo del libro rimane aperto il finale in quanto Ulisse sta bene ma la malattia spinge e nonostante  tutto ciò che ci siamo inventati terapeuticamente, non molla la presa.       

Il prossimo passo, che ci auguriamo definitivo, sarà in una clinica specializzata ad Houston dove imposteranno una terapia mirata sulla base di uno studio genetico della sua malattia. Assieme stiamo preparando tutto il materiale richiesto per potere entrare in questo percorso terapeutico e presumibilmente in agosto Ulisse partirà per affrontare questa nuova terapia con la speranza di entrare nel gruppo dei pazienti responsivi.

Come vedete la lotta continua ed attraverso questo blog vi aggiornerò sull’andamento delle cure però, vi raccomando, tifate per la guarigione di Ulisse così come sto tifando io. La sua vittoria contro il male, in fondo, è la vittoria di ognuno di noi.

Un libro che ho letto con passione e amo molto è “L’imperatore del male” (Neri Pozza) dell’oncologo della Columbia University Siddharta Mukherjee, vincitore l’anno passato del premio Pulitzer. Proprio oggi Mukherjee parteciperà alla Milanesiana con un intervento dal titolo “Perfezione e imperfezione della ricerca”. In una intervista rilasciata qualche giorno fa a Paolo Betramin del Corriere, Mukherjee ha detto: “Di fronte al paziente, il medico avrebbe sempre il dovere di ammettere l’incertezza. Perché l’incertezza è la vera base della medicina”. Condivido. Oltre a una certezza per cui mi batto da tempo, anche attraverso l’associazione Octopus. Quando il giornalista chiede a Mukherjee di indicare i primi tre consigli per ridurre i rischi di cancro, questi risponde: “Smettere di fumare, smettere di fumare, smettere di fumare”. 

La resilienza nella mia esperienza di medico


Su Corriere Salute di domenica 17 giugno è comparso un lungo articolo sulla resilienza, un concetto che nasce dalla fisica ed indica la capacità di un materiale di resistere a deformazioni ed urti senza  spezzarsi. La parola col tempo ha  ampliato il suo campo di applicazione per cui si parla di resilienza nei tessuti ed in biologia. In altre parole è la capacità di ecosistemi e organismi di ripristinare le proprie condizioni di equilibrio dopo un intervento esterno. Nel caso del “malato” si tratta della capacità di assorbire un urto come la malattia, senza però frantumarsi.

Ricordo un caso clinico di tanti anni fa che ora, alla luce di questo concetto  di resilienza, posso interpretare meglio. Presso il reparto di pneumologia dell’Ospedale Ca’ Granda di Niguarda avevamo sviluppato un’area dedicata alla oncologia polmonare e, personalmente, avevo instituito un registro sui tumori della pleura, noti come mesoteliomi e correlati alle fibre di asbesto, in particolare all’Eternit. Questi tumori purtroppo hanno una evoluzione che difficilmente consente ai malati di sopravvivere per  lungo tempo in quanto le cure sono poco efficaci. Solo da pochi anni è comparso un farmaco noto come Alimta che ha dimostrato una buona   attività contro questa malattia.

Eravamo negli anni ’80 ed io feci diagnosi di mesotelioma ad un uomo di 55 anni, ex giocatore di hockey. La prima affermazione che egli espresse con decisione al momento della diagnosi fu la seguente: caro dottor Soresi io vivo solo con mia madre e le assicurò che non potrò morire prima di lei. Da quel momento passarono circa 8 anni in cui il paziente veniva a visita regolarmente e tutto il quadro clinico sembrava essersi cristallizzato.

Il tumore pleurico che, al  momento della diagnosi, era già di discrete dimensioni, rimase stazionario ed il paziente godeva di una buona qualitò di vita ed accudiva la vecchia madre con abnegazione.  Morta la madre la malattia in pochi mesi dilagò e l’ex giocatore di hockey morì nel mio reparto con grande serenità per avere portato a termine il suo compito.

Fra pochi mesi verrà pubblicato da Sperling & Kupfer un libro dal titolo “Guarire con la nuova medicina integrata” scritto da me in collaborazione con due giornalisti scientifici, Pierangelo Garzia ed Edoardo Rosati, ed il flusso narrativo sarà proprio correlato ad un giovane ammalato di tumore alla pleura che, grazie alla sua resilienza, convive con questa malattia, ben controllata da una serie  di cure integrate, ormai da parecchi anni. Grazie alla sua forza d’animo, come ha definito la resilienza la psicologa Anna Oliverio Ferraris, il giovane conduce una vita pressoché normale ed affronta con grande serenità e determinazione i vari momenti fortemente stressanti diagnostici e terapeutici della sua malattia. Personalmente lo considero un figlio adottivo e chiaramente tifo per la sua completa guarigione.

Epigenetica, ambiente e malattie. Intervista ad Andrea Fuso


Ci sono voluti più settant’anni  per far diventare di moda il termine “epigenetica” da quando, alla fine degli anni  trenta del secolo scorso, il biologo, genetista e paleontologo inglese Conrad Hal Waddington ne introdusse il termine. Scienza giovane e di grande fascino, l’epigenetica indaga quella parte della genetica che interessa l’espressione genica, altrimenti detta fenotipo. In termini molto semplici, il gene si esprime in un modo o in un altro, in salute o in malattia, in rapporto a molteplici fattori, che comprendono tutte le interazioni che il nostro organismo ha con l’ambiente interno ed esterno. L’ambiente esterno include i nostri stili di vita, l’alimentazione, le sostanze con cui veniamo a contatto, il tipo di attività lavorativa svolta e relativi rischi professionali, lo stress cronico, ad esempio.

I cambiamenti epigenetici non comportano variazioni nella sequenza di DNA ma, piuttosto, modificazioni negli istoni (proteine di base che si legano al DNA) che compongono la cromatina, e nella metilazione del DNA (appunto una modificazione epigenetica del DNA). Vale a dire, nel caso della cromatina, di uno dei regolatori principali dell’espressione genica, centrale nella fisiologia cellulare e implicata in molte malattie, compreso il cancro. Essendo l’epigenetica un processo secondo il quale, ad esempio, i fattori ambientali agirebbero nel medio-lungo termine sull’espressione genica, senza modificare la sequenza genetica sottostante, ciò spalancherebbe prospettive enormi nell’eterno problema relativo all’interazione ereditarietà e ambiente.

Quanto contino non tanto i nostri geni, ma bensì, dunque, l’espressione dei nostri geni, in funzione delle molteplici stimolazioni, modificazioni e alterazioni indotte dall’ambiente. Quanto conti inoltre, ad esempio, la modifica dei nostri stili di vita, l’alimentazione, l’attività fisica, una terapia piuttosto che un’altra, nel modificare l’espressione genica. Ecco perché sempre più spesso, anche nella divulgazione più popolare, capiti di imbattersi nell’epigenetica in rapporto alle diete, all’invecchiamento, all’obesità, alle malattie mentali. Spesso il termine, o meglio in concetto, viene però impiegato a sproposito. Come a voler spiegare ogni meccanismo della nostra vita organica e di relazione all’ambiente – comprendente pure il rapporto con i nostri simili e i nostri comportamenti.

L’epigenetica assume, in questi casi, anche una sorta di valenza “positiva” e “liberatoria” rispetto al determinismo e alla “condanna” della genetica. In buona sostanza, dal messaggio che ne deriverebbe: non possiamo intervenire sui nostri geni (o almeno non del tutto e non ancora), ma sull’espressione genica, sì. Un anno fa Time ha dedicato al tema la copertina e un servizio, con titolo significativo: Why Your DNA Isn’t Your Destiny. Il messaggio è chiaro: il DNA non è il tuo destino, quindi puoi fare qualcosa per cambiare il tuo destino.

Ed ecco che l’epigenetica si è conquistata la ribalta in molteplici palcoscenici, compresi quelli dei guru della salute a buon mercato e tendenzialmente new age. Di pari passo sempre più lavori scientifici stanno uscendo sui rapporti tra epigenetica e malattie. Un poderoso Handbook of Epigenetics è uscito due anni fa a cura del biologo molecolare Trygve O. Tollefsbol (Comprehensive Diabetes Center, University of Alabama at Birmingham) e un nuovo volume, “Epigenetics in Human Disease” (Academic Press Elsevier), del medesimo curatore, sta per uscire proprio in questi giorni.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Andrea Fuso, autore del ventiseiesimo capitolo (Aging and Disease: The Epigenetic Bridge) dei ventisette che compongono il volume.

Cosa aggiunge l’epigenetica alla conoscenza che già abbiamo riguardo il ruolo dei geni nella nostra vita?

L’epigenetica aggiunge un grado di complessità. E la percezione che ciò che è scritto nei nostri geni non sia immutabile, nel corso della nostra vita, ma possa essere soggetto a modulazioni dinamiche. Siamo abituati a pensare alle differenze fra individui solo sulla base delle differenze del patrimonio genetico. Invece anche le modificazioni epigenetiche, che regolano l’espressione di tale patrimonio, contribuiscono in maniera fondamentale alla definizione del fenotipo. Questa capacità implica la conoscenza del fatto che due individui con un corredo genetico identico possano sviluppare fenotipi differenti grazie alle differenze del loro “epigenoma”; in questo senso sono esemplari gli studi condotti su gemelli monozigoti che dimostrano la presenza di una deriva epigenetica fra soggetti con lo stesso genotipo. Le modificazioni epigenetiche permettono di  modulare l’espressione di un gene, e quindi della proteina da questo codificata, di vari ordini di grandezza: da una regolazione di tipo tutto-o-nulla fino a modulazioni “fini”.

A mio avviso, bisognerebbe fare attenzione a non seguire la “moda” dell’epigenetica solo per motivi di opportunità, cioè parlare di epigenetica in un progetto o una pubblicazione scientifica solo per cavalcare l’onda dell’interesse che esiste oggi intorno a questo aspetto della ricerca biomedica. E forse bisognerebbe anche definire meglio quali debbano essere considerate come modificazioni epigenetiche (oltre alla metilazione del DNA e le modificazioni istoniche, per citare le principali) perché capita di vedere indicati come epigenetici dei pathways che in realtà con l’epigenetica hanno poco a che fare.

Che indicazioni può darci l’epigenetica riguardo lo sviluppo delle malattie? E riguardo il mantenimento o ripristino dello stato di salute?

Oggi sappiamo che alcune malattie hanno una base epigenetica, e per molte altre si stanno accumulando evidenze in tal senso. All’inizio degli anni 2000 solo 3 patologie erano considerate come indiscutibilmente legate all’epigenetica: la sindrome di Rett, la sindrome dell’X fragile e la sindrome ICF. Quello che è diventato evidente negli ultimi 10 anni è che la maggior parte delle malattie multifattoriali e caratterizzate da eziologia non-mendeliana sono o potrebbero essere indotte da alterazioni dell’epigenoma. Fra queste, sono in primo piano i tumori, le sindromi neurodegenerative e, in generale, le malattie associate all’invecchiamento.

Dobbiamo pensare che l’epigenoma (l’insieme delle modificazioni epigenetiche di un organismo) viene stabilito alla fine dello sviluppo embrionale e poi mantenuto, a fronte di alcune regolazioni, durante tutta la vita dell’individuo. Nel corso della vita adulta, l’epigenoma può essere soggetto a modificazioni “non normali” che causano cambiamenti nello stato di attivazione di un gene. Per prendere l’esempio dei tumori, l’ipometilazione di un oncogene o l’ipermetilazione di un gene oncosoppressore danno luogo all’attivazione del primo e al silenziamento del secondo, creando un disequilibrio che può tradursi nell’insorgenza tumorale.

Un aspetto interessante delle modificazioni epigenetiche è che, al contrario delle mutazioni genetiche, non coinvolgono la sequenza nucleotidica del DNA e sono, per loro natura, reversibili. Questo vuol dire che sono anche potenzialmente trattabili attraverso i cosiddetti “farmaci epigenetici”, come già accade proprio per alcuni tumori. In virtù di questo, conoscere meglio le modificazioni epigenetiche e poter capire che determinati stimoli sono in grado di alterarle può diventare il primo passo verso una sorta di prevenzione.

Che rapporti ci sono tra epigenetica e stili di vita?

Esiste un rapporto molto più stretto ed esteso di quanto si potrebbe pensare. Dobbiamo abituarci a considerare le modificazioni epigenetiche come dei veri e propri “mediatori” di un gran numero di stimoli ambientali. L’ambiente in cui viviamo può infatti provocare cambiamenti nel nostro organismo attraverso vari fattori: nutrizione, stile di vita, esercizio fisico, esposizione ad inquinanti, stress di diversa natura. Per moltissimi di questi fattori è stata dimostrato che i meccanismi attraverso cui provocano dei cambiamenti sull’organismo passano tramite modificazioni epigenetiche. In molti casi si sta evidenziando che tale effetto è espletato anche in presenza di esposizioni “moderate”.

Nel caso di alcuni inquinanti, ad esempio, si sta scoprendo che dosi al di sotto di quelle che sono considerate tossiche sulla base delle precedenti conoscenze (cioè dosi che non provocano l’insorgenza di patologie gravi ed evidenti nel medio-breve periodo) sono in realtà in grado di provocare cambiamenti epigenetici responsabili dell’insorgenza di patologie nel lungo termine. Un discorso analogo si può fare per squilibri nutrizionali moderati, in presenza di deficit o sovradosaggi di nutrienti insufficienti a generare patologie ad essi associate che però causano alterazioni delle modificazioni epigenetiche.

L’esempio secondo me più eclatante viene però da studi condotti sugli effetti di stress comportamentali: si è dimostrato che far crescere animali da laboratorio in condizioni di “arricchimento ambientale” (la semplice presenza di oggetti e giochi nella gabbia) provoca l’attivazione di un gene, il BDNF, responsabile della maturazione neuronale e questo proprio tramite l’alterazione di meccanismi epigenetici. Trovo personalmente stupefacente che una differenza ambientale apparentemente così banale, e comunque in assenza di qualsiasi contatto con agenti chimico-fisici esterni, possa provocare una tale conseguenza.

L’epigenetica potrà indirizzare le terapie in modo più mirato ed efficace?

A mio avviso, più che indirizzare le terapie in modo più mirato, potrà dare vita a nuove forme di terapia. Il concetto di indirizzare le terapie mi sembra richiami alla mente più che altro una certa idea di “personalizzazione” della terapia sulla base del genotipo individuale. Nel caso dell’epigenetica, non so se si può parlare di “epigenotipo”, per il semplice fatto, sopra spiegato, che dobbiamo considerare l’epigenoma di un individuo come un carattere dinamico. Se esiste un epigenotipo individuale, magari legato ai diversi momenti della vita, ancora non lo sappiamo.

Mi sento invece abbastanza sicuro del fatto che presto l’uso di farmaci epigenetici si allargherà ad altri ambiti della medicina e della prevenzione. E in questa ottica mi sembrano di grande rilevanza gli studi volti a trovare delle correlazioni fra la nutrizione, lo stile di vita e l’epigenetica, perché configurano interventi, sia preventivi sia terapeutici, che non richiedono necessariamente l’assunzione di farmaci esogeni o di sintesi.

In quali settori delle neuroscienze vede un’utilità maggiore dell’epigenetica?

Al momento mi sembra che i settori più promettenti siano quelli relativi alle patologie psichiatriche, alle malattie neurodegenerative associate all’invecchiamento e alle patologie neurologiche dello sviluppo.

Per quanto riguarda queste ultime, oltre alle già citate sindromi di Rett e dell’X fragile, c’è da aggiungere la possibilità che l’epigenetica giochi un ruolo fondamentale nell’autismo; inoltre, stanno emergendo dati interessanti che collegherebbero deficit nutrizionali durante la gravidanza all’insorgenza  di forme di ritardo mentale più o meno accentuato. Ad esempio è noto che il deficit di folato durante la gravidanza causa difetti di sviluppo del tubo neurale con gravi conseguenze sullo stato del feto; le nuove scoperte in campo epigenetico stressano la possibilità che pur senza arrivare a deficit veri e propri, scostamenti dal range ottimale di folato possano essere alla base di alterazioni dello sviluppo neuronale.

Anche per quanto riguarda le patologie psichiatriche, prima fra tutte la schizofrenia, si stanno accumulando evidenze che indicano una causa nelle alterazioni epigenetiche cui alcuni soggetti vanno incontro nel periodo perinatale e della prima infanzia. Tali alterazioni, modificando l’espressione di geni chiave della maturazione neuronale, possono causare disturbi psichiatrici che diventano evidenti in età più adulta.

Infine, esistono dati già molto significativi che associano patologie neurodegenerative tipiche dell’invecchiamento, quali l’Alzheimer e il Parkinson, a cause epigenetiche. Per queste patologia sono già stati individuati alcuni geni target che mostrano una deriva epigenetica nei soggetti malati. Anche in questi casi si sta facendo strada la teoria che alcune modificazioni epigenetiche avvengano nelle primissime fasi della vita, rimanendo “dormienti” fino a che l’attivazione di pathways molecolari legati all’invecchiamento o l’esposizione ad altri fattori scatenanti non ne induce la manifestazione dando origine alla patologia.

Cosa si aspetta nel prossimo futuro dagli studi e ricerche in epigenetica?

Le ricerche nel campo dell’epigenetica stanno facendo degli enormi passi in avanti in questi ultimi anni, grazie anche al rinnovato interesse che si è creato intorno a queste tematiche da quando si è cominciato a capire che le modificazioni epigenetiche possono avere un ruolo in molte patologie. Pertanto mi aspetto innanzitutto che si crei un circolo virtuoso in questo senso, con le nuove scoperte che facciano da volano a sviluppare nuove ricerche. L’avanzamento tecnico permetterà inoltre di studiare sempre più in dettaglio le modificazioni epigenetiche e magari di identificarne di nuove (ad esempio sta emergendo il ruolo dell’idrossimetilazione del DNA (fino a poco fa praticamente sconosciuta).

Mi auguro che le ricerche vadano di pari passo in due sensi: quello delle analisi cosiddette “genome-wide”, in cui si studiano le differenze su un grandissimo numero di siti, e quello delle analisi sequenza-specifiche, in cui si studia nel dettaglio il pattern epigenetico di un gene e i suoi cambiamenti. Se così non avvenisse, la grossa spinta che hanno oggi le analisi su larga scala rischierebbe di rimanere sterile in quanto identificare un sito di modulazione epigenetica associato ad un gene non è sufficiente a dare informazioni funzionali.

Infine, mi aspetto che, grazie ai chiarimenti sul ruolo dell’epigenetica nelle patologie, venga considerato e studiato l’utilizzo di terapie (farmacologiche, nutrizionali o perfino “comportamentali”) mirate a ristabilire o mantenere il pattern epigenetico non-patogenico.

Chi è Andrea Fuso

Ricercatore a contratto presso La Sapienza Università di Roma, Andrea Fuso conduce la sua attività di ricerca con il dipartimento di Psicologia, sezione di Neuroscienze e il dipartimento di Chirurgia “P. Valdoni”.

E’ laureato Scienze biologiche alla Sapienza Università di Roma nel 1997 ed ha acquisito il dottorato in Enzimologia all’Università degli studi de L’Aquila nel 2001. E’ docente in corsi post-laurea presso la Sapienza Università di Roma. E’
autore di oltre 30 articoli scientifici pubblicati in riviste internazionali.

Il suo principale interesse di ricerca è incentrato sullo studio del cosiddetto “one-carbon metabolism”, o ciclo dell’omocisteina, sul ruolo della S-adenosilmetionina e sulle reazioni di metilazione, con particolare interesse per i meccanismi di metilazione del DNA in relazione alla regolazione dell’espressione genica. Nel campo delle scienze di base, studia le dinamiche dei pattern di metilazione/demetilazione del DNA ed il ruolo della metilazione “non-CpG”. A livello applicativo, studia principalmente il ruolo dell’epigenetica, della nutrizione e del ciclo dell’omocisteina nelle forme di Alzheimer sporadico (LOAD: Late Onset Alzheimer’s Disease) ed i meccanismi di metilazione del DNA nel differenziamento muscolare. Altre aree di interesse della sua ricerca riguardano il ruolo del ciclo dell’omocisteina e delle reazioni di metilazione in modelli sperimentali di sindrome di Rett, autismo, neurosviluppo e cancro.

Anoressia e corpo virtuale. Intervista allo psicologo Giuseppe Riva e allo psichiatra Santino Gaudio


Non vedersi come si è. Percepirsi più grassi, o più snelli, di come ci vedono gli altri, o di come ci riflette uno specchio. I disturbi, o alterazioni, dell’immagine corporea fanno parte del quadro che costituisce la sindrome dell’anoressia. Per decenni si è pensato a questo disturbo come a un meccanismo sostanzialmente psicologico. Una sorta di allucinazione di cui tuttavia non si aveva riscontro diagnostico. 

Il fenomeno, detto anche di dispercezione corporea, se ci pensiamo, è simile, anche se in misura minore e non patologica, a quello sperimentato da ognuno di noi. Ci “percepiamo” in un certo modo (più giovani, più magri, più alti o più bassi), salvo poi sorprenderci quando in un camerino di prova ci vediamo a figura intera riflessi in uno specchio, oppure rappresentati in una foto, o in una ripresa video, da una certa “angolazione”. A volte stentiamo a riconoscerci. Una persona mi raccontò che le accadeva a volte di pensare fra sé e sé, vedendosi riflesso in uno specchio: “Ma quella faccia invecchiata e imbolsita che somiglia tanto a mio padre anziano, sono io?”.

Si sa da tempo che soggetti anoressici hanno difficoltà a percepirsi così come sono, addirittura alcuni sostengono di “non vedersi” riflessi nello specchio. Ci si è a lungo interrogati se ciò fosse una sorta di allucinazione, oppure avesse una base reale, a livello di alterazione cerebrale. Di fatto, la definizione originaria di anoressia “nervosa” indica un coinvolgimento che non è semplicemente mentale, ama anche neurobiologico e neuropsicologico. Anche a fronte di tutte le alterazioni ormonali, metaboliche, osteoarticolari, comportamentali, che fanno seguito all’anoressia conclamata.

Oggi con le moderne tecniche neuroimaging, cioè di visualizzazione delle aree cerebrali, nonché dell’attività cerebrale, sta avanzando un nuovo filone di ricerca anche nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, in particolare per l’anoressia. 

Proprio in questi giorni due gruppi italiani hanno visto accettare i loro lavori nell’ambito dei riscontri cerebrali dell’alterazione dell’immagine corporea nei soggetti con anoressia da due pubblicazioni mediche internazionali: Medical Hypotheses e Biological Psychiatry. Scopo dello studio in corso di pubblicazione su Biological Psychiatry  è stato quello di esplorare la connettività funzionale delle reti coinvolte nella elaborazione visuospaziale e somatosensoriale nell’anoressia nervosa.

Ventinove soggetti affetti da anoressia nervosa, 16 donne in fase di recupero e 26 donne sane sono state sottoposte a risonanza magnetica funzionale (fMRI) e a valutazione neuropsicologica delle loro capacità visuo-spaziale utilizzando il Rey-Osterrieth Complex test. Entrambi i gruppi con anoressia nervosa hanno aree di connettività diminuita nella via visiva ventrale, l’area coinvolta nel riconoscimento di cosa vediamo. Altre alterazioni della percezione visiva e della memoria a lungo termine sembrano evidenziarsi nel gruppo conclamato di soggetti con anoressia nervosa, ma non nel gruppo in fase di recupero.

Questi  risultati preliminari sembrano indicare che l’anoressia nervosa mostra una specifica associazione con difficoltà visuo-spaziale e potrebbe quindi spiegare il fallimento del processo di integrazione delle informazioni percettive tra la via visiva e quella somatosensoriale che potrebbero essere alla base del disturbo dell’immagine del corpo.

Riguardo invece il lavoro pubblicato Medical Hypotheses, e sul senso generale da attribuire a questi studi, abbiamo intervistato i due autori: lo psicologo clinico Giuseppe Riva e lo psichiatra Santino Gaudio.

Cosa aggiungono queste ricerche di neuroimaging a quando già si sapeva sull’anoressia? Quanti soggetti sono stati coinvolti e con quali caratteristiche?

Queste ricerche sottolineano la presenza di numerose alterazioni strutturali e funzionali nel cervello delle anoressiche. Una parte significativa di queste alterazioni è situata nelle aree cerebrali che regolano la trasformazione delle informazioni spaziali da allocentriche a egocentriche. Le ricerche discusse nell’articolo sono cinque, svolte tra il 2009 e il 2011 e hanno coinvolto circa un centinaio di pazienti anoressiche.

Cosa si intende per “blocco allocentrico” e quali sono le aree cerebrali interessate (e relative funzioni)?

Per blocco allocentrico si intende l’impossibilità di aggiornare l’informazione visuospaziale immagazzinata nella memoria a lungo termine relativa al proprio corpo con le nuove informazioni di tipo somatosensoriale che arrivano in tempo reale dal corpo. In pratica, anche se il soggetto modifica il proprio corpo con una dieta, le nuove percezioni sensoriali non sono in grado di modificare il ricordo del vecchio corpo immagazzinato in memoria. In pratica, un corpo virtuale, immagazzinato nella memoria a lungo termine, sostituisce la percezione diretta del corpo reale.

Secondo voi queste alterazioni funzionali sono la “causa” o la “conseguenza” del disturbo? Avete fatto indagini simili sui cervelli di gruppi campione?

Al momento non abbiamo dati sufficienti per affermare che è presente una predisposizione neurobiologica allo sviluppo dell’anoressia. Di certo non possiamo escluderlo e possiamo anche pensare che fattori ambientali, come la ricerca della bellezza imposta dalla nostra società, possano innescare il blocco allocentrico su giovani neurobiologicamente predisposte. Solo ulteriori ricerche ci consentiranno di dare una risposta definitiva a questo interrogativo.

Il protocollo prevede altri studi di questo genere, avete notizia di ricerche analoghe da parte di altri gruppi?

Questa settimana il gruppo di ricerca di Favaro e Santonastaso ha pubblicato uno studio simile su pazienti in cura e dopo la cura, evidenziando come le anoressiche ancora in cura non riescano ad integrare l’informazione visuospaziale
(memorizzata nella memoria a lungo termine) con quella somatosensoriale (tattile, propriocettiva, ecc.), cosa che non avviene quando guariscono.Questi dati sembrano confermare che il blocco allocentrico potrebbe essere una delle cause
del disturbo del disturbo alimentare. Da parta nostra stiamo programmando nuovi protocolli di ricerca che speriamo possano dare un contributo alla conoscenza e alla cura dell’anoressia.

Questo tipo di studi potranno secondo voi orientare e migliorare le terapie, in particolare quelle farmacologiche?

Sicuramente possono migliorare la terapia perché suggeriscono che rimuovendo il blocco allocentrico il soggetto diventa di nuovo in grado di percepire il proprio corpo reale. Al momento non sono però ancora chiare le cause del blocco. Comprendendo quelle dovrebbe essere possibile pensare a farmaci specifici.

Riferimenti:

Medical Hypotheses
Volume 79, Issue 1, July 2012, Pages 113–117
Allocentric lock in anorexia nervosa: New evidences from neuroimaging studies
Giuseppe Riva,Santino Gaudio,
Applied Technology for Neuro-Psychology Lab., Istituto Auxologico Italiano, Milan, Italy
Interactive Communication and Ergonomics of NEw Technologies Lab., Università Cattolica del Sacro Cuore, Milan, Italy
CIR – Center for Integrated Research, Diagnostic Imaging, Università Campus Bio-Medico, Rome, Italy

Biol Psychiatry. 2012 May 24. [Epub ahead of print]
Disruption of Visuospatial and Somatosensory Functional Connectivity in Anorexia Nervosa
Favaro A, Santonastaso P, Manara R, Bosello R, Bommarito G, Tenconi E, Di Salle F.
Psychiatric Clinic, Department of Neurosciences, University of Padova, Padova, Italy.

Riso in bianco? Preferirei di no. Intervista a Cecilia Invitti, edocrinologa e diabetologa


Niente dieta in bianco, per carita! E basta pure con le rassicuranti insalatone di riso bianco che ci fanno sentire a posto con la coscienza? Potrebbe essere questa la conclusione di una metanalisi, pubblicata da British Medical Journal, condotta su quattro lavori clinici riguardanti un totale di 13.284 casi  accertati di diabete di tipo 2 in una casistica complessiva 352.384 partecipanti, con periodi di follow-up compresi tra 4 e 22 anni. Sun Q , Hu EA , Pan A, Malik V (Department of Nutrition, Harvard School of Public Health, Boston,  USA) autori della metanalisi concludono che “un consumo più elevato di riso bianco è associato ad un aumento significativo del rischio di diabete di tipo 2, soprattutto nelle popolazioni asiatiche (cinese e giapponese)”.

In considerazione del fatto che il consumo a persona di riso bianco (raffinato) è molto diverso in Asia rispetto ai Paesi occidentali (in Cina la media è di 4 porzioni al giorno, mentre in Europa la media è di 5 porzioni a settimana), lo studio ha compreso una larga fascia di popolazione asiatica e occidentale per un adeguato numero di anni. E le valutazioni conclusive indicano un rischio maggiorato del 10% per ogni dose giornaliera in più di riso bianco. Cioè a dire: se proprio dovete, consumatene poco, e non più volte al giorno.

Vale la pena ricordare che le prime coltivazioni “addomesticate” di riso, di cui quello bianco è il più consumato al mondo, risalgono a 8000-9000 anni fa da parte delle popolazioni della valle dello Yangtze, in Cina. Esistono più 140.000 varietà di riso ma, alla base, è possibile distinguere tra riso raffinato (bianco) e riso integrale: il primo è sottoposto a lavorazione per privarlo dalle parti tegumentali (pula o lolla). Il riso bianco è però “incriminato” da tempo come alimento con alto indice glicemico (IG), indice che sempre più viene associato ad un rischio maggiore di ammalarsi di diabete 2. E mettere in relazione cibo e malattia (o, al contrario, cibo e salute) è un orientamento sempre più praticato, tanto dai medici quanto da ognuno di noi nella vita quotidiana. 

Dal punto di vista del rapporto causa-effetto, dose-risposta, essendo una questione riguardante molteplici variabili nell’ambito dell’epidemiologia nutrizionale, i commentatori dell’analisi riso bianco-diabete2 preferiscono essere cauti parlando di correlazione molto significativa. Nel suo editoriale Bruce Neal, senior director di BMJ, dice che seppure i risultati dello studio siano interessanti, ne derivano poche implicazioni immediate per medici, pazienti, o servizi sanitari pubblici, non in grado di sostenere un’azione su larga scala. Inoltre, come da formula cautelare, “ulteriori ricerche sono necessarie per sviluppare e dimostrare l’ipotesi di ricerca”. Sarà. Ma intanto, nell’attesa dei tempi della scienza, dato che passare dal riso bianco a quello integrale non è poi sto’ gran sacrificio, meglio non rischiare.

E proviamo ad approfondire ancora un po’ la questione con Cecilia Invitti, endocrinologa, diabetologa e ricercatrice dell’Auxologico di Milano.

Fino a non molti anni fa i medici, in certi casi, suggerivano una “dieta in bianco” per il decorso di certe malattie: sembra che il consiglio non sia più così valido…

Sì, meglio il cibo integrale.  Il riso integrale ha una superficie più larga è meno scindibile in molecole più piccole di zuccheri, fa aumentare meno la glicemia postprandiale. Questo è importante nel diabetico. Inoltre, i cibi integrali sono una sorta di “probiotico” che modifica la flora intestinale in senso benefico, in termini di infiammazione indotta nell’organismo.

Nel caso del riso, o della pasta, è quindi indicato consumare solo e unicamente il tipo integrale?

E’ consigliabile in particolare nel soggetto con alterazioni della tolleranza glucidica e nei soggetti con alvo tendenzialmente stitico, ma non bisogna estremizzare, basta preferire i carboidrati integrali.

Perché l’indice glicemico sta assumendo sempre maggiore importanza nella prevenzione delle malattie metaboliche, e secondo alcuni non solo in queste?

Perché l’assunzione di cibi a basso indice glicemico porta ad una minor stimolazione della produzione di insulina che è un ormone anabolizzante, quindi nel diabetico preserva la beta cellula pancreatica verso l’esaurimento. Nel non diabetico riduce la secrezione di un ormone che può aumentare la lipogenesi (accumulo di grasso).

L’industria alimentare, raccogliendo una maggiore consapevolezza e richiesta pubblica orientata al rapporto cibo-salute, si sta gradualmente spostando verso la produzione di cibi che non siano dannosi e addirittura “favoriscano” la salute: cosa si sentirebbe di suggerire in questo senso?

Personalmente sono favorevole alla manipolazione genetica del cibo (per esempio aumentando l’amilosio degli amidi si fa diventare il cibo meno viscoso, più fermentabile e quindi con minor indice glicemico). Fino a quando non capiremo la causa dell’esplosione dell’obesità questo è un mezzo per fermarla che vale la pena di esplorare. Nella sperimentazione ci sono dimostarzioni che questo tipo di manipolazione porta a miglioramento della glicemia, nell’uomo ancora no, anche se alcuni lavori dimostrano che migliora la sensibilità all’insulina.

Riferimenti:

BMJ. 2012 Mar 15;344:e1454. doi: 10.1136/bmj.e1454.
White rice consumption and risk of type 2 diabetes: meta-analysis and systematic review.
Hu EA, Pan A, Malik V, Sun Q.
SourceDepartment of Nutrition, Harvard School of Public Health, Boston, MA 02115, USA.