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Il futuro della mente di Michio Kaku


The_Future_of_the_MindLa macchina del tempo esiste. E’ la mente. Può viaggiare nel passato e nel futuro. Prova ne sia tutta la produzione artistica, letteraria, cinematografica, fumettistica e di videogiochi continuamente realizzata. Esce oggi, acquistabile con il mensile Le scienze, l’edizione italiana di The Future of The Mind (Il futuro della mente) del fisico e divulgatore scientifico Michio Kaku. Un viaggio attraverso il tempo del cervello, della mente e della coscienza, per conoscere quanto sappiamo oggi e quanto sapremo negli anni a venire sulle nostre realtà interiori. Pur con qualche imperfezione ed eccesso di ottimismo nel futuro, il volume di Kaku è, come tutti gli altri suoi precedenti, di piacevole lettura, ricchissimo di informazioni, e stimolatore di idee.

Le neuroscienze? Sono ancora primitive

“Allo stato attuale, le neuroscienze sono ancora a uno stadio piuttosto primitivo: gli scienziati possono leggere e registrare pensieri elementari dal cervello di una persona viva, censire qualche ricordo, collegare il cervello a bracci meccanici, abilitare pazienti immobilizzati al controllo di macchine, silenziare specifiche regioni del cervello attraverso il magnetismo e identificare quelle responsabili dei disturbi mentali”.

“Nei prossimi decenni, tuttavia, il potere delle neuroscienze potrebbe diventare esplosivo: oggi la ricerca è sulla soglia di nuove scoperte scientifiche che, con ogni probabilità, ci lasceranno senza fiato. Un giorno potremmo controllare gli oggetti intorno a noi con la forza della nostra mente, downlodare i ricordi, curare le malattie mentali, potenziare la nostra intelligenza, comprendere il cervello neurone per neurone, crearne copie di backup e comunicare tra noi per via telepatica. Il mondo del futuro sarà il mondo della mente”.

Esagerazioni? Fantascienza? Fino ad un certo punto. Augurandoci che la famosa idea di progresso – scientifico, tecnologico, sociale – possa sempre proseguire in avanti.

Michio Kaku, come altri che scrivono e ricercano nel campo delle neuroscienze, è stato direttamente colpito dalla sofferenza di chi vede un proprio congiunto spegnersi giorno per giorno, dal punto di vista cognitivo, a causa dell’Alzheimer. E a maggior ragione si augura, da scienziato, che la ricerca medica possa giungere a interventi preventivi e curativi per malattie neurodegenerative così drammatiche.

“Nel corso degli anni, io stesso ho scoperto che molti tra i miei colleghi e amici hanno dovuto affrontare la malattia mentale nelle rispettive famiglie”.

La mamma di Michio Kaku colpita da Alzheimer

“Neanche la mia è stata risparmiata: parecchi anni fa mia madre è deceduta, dopo aver lottato a lungo contro l’Alzheimer. Fu straziante vederla perdere i suoi ricordi, fino al giorno in cui, guardandola negli occhi, capii che non sapeva chi io fossi. In lei ho visto estinguersi lentamente la fiamma di ciò che ci rende umani. Aveva faticato una vita per crescere la sua famiglia e, invece di godersi la vecchiaia, i ricordi più cari le venivano sottratti”.

Studiare il cervello è una delle avventure intellettuali più entusiasmanti. Tutti ce ne rendiamo conto. Ma lo è ancora di più se un giorno potremo consentire che un anziano possa vivere fino alla fine dei suoi giorni sulla terra con quello stesso cervello che gli ha permesso di invecchiare, svolgere la sua vita, crescere la sua famiglia, lavorare e interagire con i suoi affetti. Studiare il cervello e il sistema nervoso è ancora più appassionante se, oltre alle scoperte di cui tutti siamo curiosi, un giorno potremo dare una risposta terapeutica a tutti coloro che oggi hanno limitazioni e impedimenti dalla sclerosi multipla, dalla sclerosi laterale amiotrofica, e a causa di tutte le malattie croniche e invalidanti del sistema nervoso.

Mente, cervello & pelle: la sindrome di Morgellons. Intervista alla psicodermatologa Anna Graziella Burroni


AnnaGraziellaBurroniEcco un’altra parte del nostro corpo che ha dirette connessioni col nostro cervello: la pelle. E, in particolare, con la nostra psiche. Tanto che si è sentita la necessità di creare una disciplina nella disciplina: la psicodermatologia o dermatologia psicosomatica. Questo perché la pelle non è un semplice rivestimento del nostro corpo. Bensì nasce dalla stessa matrice del nostro sistema nervoso, l’ectoderma, e con esso mantiene sempre stretti rapporti di parentela. Con la psiche ha da sempre dialoghi più o meno inconsci. Metafore che sottolineano questo stretto rapporto. “Era verde di rabbia”. “Aveva la pelle fredda e sudaticcia dall’ansia”. “E’ questione di pelle”. “Non sto più nella pelle”.

La pelle è l’organo più esterno del nostro corpo. Secondo i dermatologi, il vero specchio della nostra anima. E sulla pelle spesso si concretizzano i problemi del nostro sistema nervoso. Dei tormenti che ci portiamo dentro. Che, appunto, devono trovare uno “sfogo” all’esterno. Da studi in campo psicologico e psichiatrico, non ci sarebbe disturbo o malattia della mente che non si manifesti anche con qualche alterazione a livello dermico. Dallo stress cronico, fino alle più serie malattie mentali. E’ come se la sofferenza interiore non avesse parole per esprimersi e, nel farlo, scegliesse il linguaggio della pelle. Fino a trovare espressioni insolite e strane, come la “sindrome di Morgellons”.

Descritta per la prima volta nel diciassettesimo secolo, quando Sir Thomas Browne, uno scrittore e medico inglese , definì “Morgellons” una condizione in cui apparivano strane e improvvise eruzioni pilifere sulla schiena dei bambini. Negli anni più recenti la Morgellons è diventata la cattiva coscienza della nostra era tecnologica. La cui causa è sempre da ricercarsi all’esterno di noi stessi. Nelle tossiche e inquinanti scie chimiche disperse nei cieli dagli aerei. Se non addirittura per intervento di malintenzionati Ufo e alieni. L’uso della rete e lo scambio internazionale di informazioni, in tempo reale, ha fatto il resto. Tanto da far scrivere ai medici, sulle riviste scientifiche di dermatologia psicosomatica, che la Morgellons è estremamente contagioso: si trasmette attraverso i media. E si manifesta con la sensazione di insetti che camminano sotto la pelle. Dermatiti pruriginose e lesioni da cui fuoriescono strani filamenti. Che di solito i pazienti raccolgono in barattoli o scatolette da portare con sé quando si fanno vedere da un dermatologo. Una testimonianza fisica, da analisi di laboratorio, di una sofferenza tutta interiore. Che deve trovare parole, espressioni, in un’era tecnologica, razionale, che però non sempre riesce a rispondere alle pressioni dell’irrazionale.

E forse non è un caso che la Morgellons, come idea di malattia autodiagnosticata, si diffonda in concomitanza storico-sociale con la diffusione di massa dei tatuaggi. La pelle, l’involucro più esterno del nostro corpo, l’interfaccia tra interno ed esterno, che non è mai superficie neutra. Deve comunicare sempre qualcosa. Con i capelli, la barba, il trucco, le ferite autoinferte, i tatuaggi, le malattie e le pseudomalattie dermatologiche, come la Morgellons. La pelle è la mappa della nostra psiche.

«A me la Morgellons ha sempre affascinato», racconta Anna Graziella Burroni, docente di psicodermatologia all’Università di Genova e presidente della Società italiana di dermatologia psicosomatica,  «e ne ho parlato in diversi congressi. E’ molto attuale per noi che ci occupiamo di questi argomenti. C’è un bellissimo lavoro, recentissimo, in cui l’hanno studiata con strumenti modernissimi, i microscopi confocali, senza però arrivare a nessuna certezza. A nessun dato che possa confermare trattarsi di una vera malattia dermatologica. Ma bensì il vecchio delirio di parassitosi che, passato di moda, è stato soppiantato da questo. Fino a quando non si arriverà  a qualcosa di concreto, per la formazione che ho, devo necessariamente vederla nell’ottica di una patologia legata ad un aspetto psichiatrico di delirio».

E quando un dermatologo si trova di fronte una persona che lamenta la Morgellons, che fa?

«Mi è capitato il caso di una giovane donna», risponde Burroni, «con tutto il quadro tipico: fibromialgia, turbe del sonno, cadute di capelli, abbassamenti della vista. Il Morgellons non ha soltanto l’aspetto cutaneo: sono stati descritti fino a settantaquattro sintomi. In realtà le sue lesioni cutanee erano da grattamento e la solita scatolina che questi pazienti portano come prova dei “filamenti” usciti dal loro corpo, in realtà erano soltanto crosticine cutanee. Interpreto tutto ciò come la manifestazione di una grande sofferenza. Perché quando un paziente viene da me e porta un sintomo, mi vuole comunicare qualche cosa. E quindi, anche se il mio atteggiamento nei confronti della Morgellons è scettico, è assolutamente concreto verso la sofferenza della persona. Di conseguenza adotto una tecnica di grande ascolto per comprendere cosa può non andare nella vita di questa persona, tanto da portarla a sviluppare questo tipo di patologia. E l’aiuto che posso dare come psicodermatologa, partendo dalla cura della sintomatologia più esterna, per arrivare a curare le ragioni più profonde, anche col supporto di colleghi psichiatri e psicoterapeuti, ma sempre nel  momento maturato dal paziente».

Per saperne di più:  

Söderfeldt Y, Groß D, Information, consent and treatment of patients with morgellons disease: an ethical perspective, Am J Clin Dermatol. 2014 Apr.

Middelveen MJ, Mayne PJ, Kahn DG, Stricker RB, Characterization and evolution of dermal filaments from patients with Morgellons disease,Clin Cosmet Investig Dermatol, 2013.

Massimo Polidoro, Rivelazioni. Il libro dei segreti e dei complotti, Piemme, 2014. Capitolo “Malattie misteriose”.

Valerio Droga, Mente e corpo, cos’è la Psicodermatologia? Intervista ad Anna Graziella Burroni, presidente Sidep.

Pierangelo Garzia, introduzione a: Anna Zanardi, Psicosomatica della pelle, Tecniche Nuove, 2005. 

 

 

NDE, esperienze di premorte: Birk Engmann e Enrico Facco, due neurologi a confronto


2F617EEE5-B692-FB92-8D85EC21580B41E6Vita e morte. La curiosità, a volte l’angoscia di sapere se tutto finisca nei pochi decenni di questa esistenza terrena, oppure se l’esperienza cosciente, in qualche altra forma energetica, prosegua in qualche altra dimensione. E quei fenomeni che si collocano al “confine” tra vita e morte. Le esperienze di premorte (Near-death experiences, nella letteratura internazionale, in sigla Nde). Tolta la religione. Tolta la filosofia. Ci rimane la scienza ad indicare quel sottile confine tra la fine e l’inizio, se inizio c’è, di qualcosa di diverso dalla coscienza espressa dal cervello. E proprio perché il fenomeno delle Nde ha uno stretto legame con il cervello, non manca di interessare i neurologi. In questi mesi c’è un risveglio di interesse editoriale verso le Nde. Sono usciti diversi libri di larga diffusione, e ne abbiamo anche parlato di recente in un servizio del settimanale Oggi (In fin di vita comincia un’altra vita, post del 16 aprile 2014).

Esce ora in inglese, per i tipi delle edizioni mediche Springer (nel settore neuropsicologia), il libro Near-Death Experiences. Heavenly Insight or Human Illusion? del neurologo tedesco, nonché psichiatra e artista, Birk Engmann. Già ricercatore dell’Università di Lipsia e autore di alcuni articoli di neurologia, Engmann non è invece autore di alcuno studio specifico, né tantomeno ha pubblicato articoli sulle Nde, se si escludono due brevi comunicazioni in tedesco. Attualmente Engmann lavora come neurologo presso una clinica privata specializzata in riabilitazione ortopedica, psicosomatica e neurologica di Lipsia: la Fachklinikum Brandis.

Nel suo libro sulle Nde, Birk Engmann torna a sostenere la tesi di queste esperienze come frutto di disfunzioni cerebrali associate alle personali credenze culturali e religiose. A riprova, citando la famosa e la più amata opera dagli studiosi di Nde, vale a dire di l’Ascesa dei beati di Hieronymus Bosh (conservato a Palazzo Ducale di Venezia), Engmann ricorda che la medesima fa parte di un polittico di quattro pannelli comprendenti non soltanto il “tunnel di luce”, ma anche le altre “visioni dell’aldilà” (Paradiso Terrestre, Caduta dei dannati e Inferno). Di conseguenza, dice Engmann, non va analizzato solo il tunnel di luce, ma anche le altre rappresentazioni di Bosh, che riflettono le credenze religiose dell’epoca.

Nel sul libro Engmann analizza le esperienze di Nde in varie culture. Notando come in paesi quali l’Uzbekistan, vi sia un intreccio di tradizione religiosa islamica, un lascito della religione tradizionale e settanta anni di ateismo di stato. Tali casi raccontavano di aver percepito luci, suoni, strane sensazioni ed esperienze fuori dal corpo. Ma erano del tutto assenti il tunnel di luce e la visione retrospettiva della vita (vedere i passaggi salienti della propria vita in un attimo, o visione panoramica della propria vita). Nel contempo, Engmann ammette che il campione di tali casi è troppo esiguo per poterne trarre conclusioni generali.

A questi casi, Engmann prende in esame uno studio del 2006 svolto nel suo paese, la Germania, che supporta maggiormente le sue tesi. Si tratta di uno studio che mette a confronto casi di Nde avvenuti nella Germania occidentale e in quella orientale. Nella Germania occidentale erano più frequenti i resoconti di esperienze fuori dal corpo, di visione della luce, e viaggi verso l’aldilà. Nella Germania orientale veniva riferita più spesso l’esperienza del tunnel. Così come le esperienze ed emozioni negative erano maggiormente riferite dalla popolazione orientale che da quella occidentale (e maggiormente comuni tra gli uomini rispetto alle donne). Ma anche qui, tutto ciò appare controverso, se analizzato alle luce delle tesi neuro-antropologiche di Engmann. Possiamo però convenire con Engmann che allo stato attuale non esista una comprensione di quanto avvenga agli estremi limiti delle coscienza cerebrale, né tantomeno esista una definizione coerente del significato di “quasi morte”.

“La moltitudine di punti di vista – scrive Engmann – e dei modelli che pretendono di fornire spiegazioni, già indica che la ricerca sulla premorte è qualcosa di simile a una passeggiata sul filo del rasoio tra teorie razionalmente spiegabili e la sfera della fede. Vi è urgente bisogno di una revisione critica, anzi, l’esame di quanto le scienze naturali possono gettare luce  su questa materia. Questo è l’obbiettivo principale del mio libro”.

Infine, un dato riferito da Engmann non è per nulla corretto, specialmente da quando i medici hanno preso conoscenza e coscienza delle Nde. Il fatto, sostiene Engmann, che i casi di Nde vengano riferiti molto tempo dopo, con una ricostruzione erronea della memoria. Non è vero, e chi studia abitualmente le Nde come Enrico Facco (neurologo, anestesiologo e ipnologo, professore dell’Università di Padova), lo sa bene. Rispetto al valore generale da attribuire ai vissuti delle Nde, perché di vere e proprie esperienze si tratta, e non di allucinazioni, ecco quanto scrive Enrico Facco nel suo trattato Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica (Edizioni Altravista).

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“Le ipotesi neurobiologiche dell’origine delle NDE sono di notevole interesse, ma allo stato attuale rimangono solo ipotesi senza alcuna dimostrazione, né possono spiegare in modo soddisfacente il loro impatto psicologico ed esistenziale, che si traduce spesso nell’elaborazione positiva di una nuova visione del mondo e dello stile di vita”.

Il trattato di Facco, frutto di conoscenze che spaziano in campo medico, religioso, filosofico e arrivano alle nuove acquisizioni della fisica quantistica, è a mio parere il miglior testo al mondo in grado di far riflettere in modo serio e profondo sulle esperienze Nde nel contesto di tutto ciò che ci è dato conoscere in questa dimensione esperenziale. Senza facili scorciatoie né conclusioni affrettate.

 Vedi anche: Hereafter. Sulla morte e il dopo

Gillo Dorfles, il cervello, l’arte e la follia


GilloDorefles Ciò che stupisce di Gillo Dorfles è la sua lucidità  nonostante l’età raggiunta di 101 anni!  Già nel 2005 mentre scrivevo il mio libro “Il cervello anarchico” Dorfles fece un intervento sulla terza pagina del Corriere della Sera in cui ipotizzava che l’atto creativo dell’artista potesse nascere da  una pulsione della  memoria implicita, intendendosi per questa il  periodo comprendente gli ultimi 6 mesi di vita fetale ed i  primi due anni di vita neonatale. E’ questa la fase della nostra vita in cui il cervello si costruisce, e tutta la costruzione è interattiva con l’ambiente esterno.

Se la migrazione neuronale o la mielinizzazone, o la costruzione delle sinapsi, avviene  in modo scorretto possono nascere i primi guai nel senso di malattie congenite o  pensieri ossessivi che ci accompagneranno per tutta la vita.  E’ recente, a questo proposito, la scoperta di una proteina definita JAB1 che istruisce le cellule di Schwann sul come e quando debbano proliferare maturare e formare la guaina mielinica stessa. JAB1 agisce regolando i livelli di un’altra molecola chiamata p27. L’eccessivo aumento della p27 impedisce alle cellule di Schwann di proliferare e maturare in modo adeguato. Le neuropatie ereditarie con difetti di mielinizzazione associate a distrofia muscolare congenita possono essere conseguenza di questa cattiva interazione fra JAB1 e p27. E’ questo un piccolo esempio di ciò che può avvenire durante la costruzione del nostro sistema nervoso centrale e periferico.

Il 20 dicembre 2012 Gillo Dorfles ha pubblicato un articolo che riprende il tema della memoria implicita con il titolo “Se l’artista è tentato dall’albero della follia”. L’articolo recensisce un  libro di Louis A. Sass dal titolo “Follia e modernità”. L’autore è un medico psichiatra che si occupa di malati schizofrenici o psicotici  borderline. Secondo Dorfles la nostra può essere considerata una età storica dissociata non solo per la presenza di casi patologici ma in un certo senso come testimonianza della “psicosi” di cui spesso la nostra società è affetta.

Il critico prende lo spunto da questo libro di Sass  che costituisce una messa a punto dei rapporti effettivi apparenti tra schizofrenia e alcune forme creative come la letteratura o la pittura quando si realizzano da parte di letterati come Musil, Sartre, Breton, o di artisti come De Chirico, Modigliani, Klee,  sia per la particolare personalità di questi autori che per i personaggi o le opere da loro concepiti.

L’opera di Sass è un ampio tentativo di tracciare una analogia tra la vera e propria follia e le varie forme impersonate o citate dagli artisti considerati. Scrive   Dorfles “è fin troppo semplicistico individuare nelle diverse opere pittoriche SassOKe letterarie una ‘vena di pazzia’ senza che questa abbia nulla a che fare con una autentica schizofrenia ma è assai facile individuare in ogni creazione artistica quella anomalia della norma che può essere classificata come patologica da chi non possiede le dovute conoscenze scientifiche.

L’autore in fondo giustifica con la sua analisi il problema di alcune esperienze psicotiche come inerenti alla condizione normale dell’uomo e per svelare alcuni rapporti tra linguaggio letterario e artistico  e linguaggio schizofrenico. Quello che risulta importante, secondo Dorfles, è distinguere fra il livello di anomalia psichica e la carica creativa di un artista, in maniera da non creare quegli spiacevoli compromessi che portano a dare un giudizio estetico ad una effettiva anomalia, mentre quelle che sono le sollecitazioni fantastiche di una mente creativa presentano quasi sempre un elemento simbolico e metaforico che ha la meglio sulla nuda realtà esistentiva.

Il labirinto consapevole


LabirintiFranco Maria Ricci ha segnato la mia formazione. E’ stato un editore coraggioso e illuminato, con un gusto per il bello in editoria e nella cultura difficilmente emulabili. Oggi, praticamente impossibile. Ha pubblicato riviste, ma è riduttivo definirle tali, come FMR e Kos a cui mi sono abbeverato. E la collana di libri curata da Borges, il vertice del fantastico dell’ultimo secolo, a cui una mente attratta dalla molteplicità, complessità e multidimensionalità dell’esistenza deve ogni tanto fare ritorno. Quantomeno per tirare una boccata, vitale, di ossigeno.

Sapevo che da anni Franco Maria Ricci, su ispirazione di Borges, stava lavorando alla realizzazione di un labirinto. Anzi, data la natura esclusiva e originale di Franco Maria Ricci, “il” labirinto. Nel senso che una volta ultimato sarà il labirinto percorribile più grande del mondo. Composto da corridoi di piante di bambù, si estende per tre chilometri. Nel contempo, esce il volume Labirinti, sempre di Franco Maria Ricci.

Il tema del labirinto ha aspetti comuni con le neuroscienze. Tanto da rivelarsi sempre più, il labirinto, una estensione e una rappresentazione simbolica della nostra natura psichica e del travagliato percorso che ognuno di noi affronta nell’arco della vita.

La mente è un labirinto. Non fosse che per l’organo da cui è espressa, il cervello. Diecimila sinapsi per neurone moltiplicate per cento miliardi di neuroni, in grado di contenere tutto ciò che  lo scibile umano ha prodotto, dalle pitture rupestri del paleolitico fino all’iPad.

Ai primi anatomisti, le originarie preparazioni di tessuto nervoso, colorate col metodo inventato da Camillo Golgi (premio Nobel con Ramón y Cajal per la scoperta del neurone), apparvero al microscopio di una complessità inestricabile. Immagini frattali simili ad altre in natura, composte da curve e spirali che si ripetono all’infinito, sia nel micro che nel macro dei tessuti nervosi. Il cervello è un percorso immenso e tortuoso, un labirinto composto da prolungamenti ramificati, dentriti, assoni e vesciole sinaptiche, di cui ora si sta cercando di ricostruire il modello. In un chilo e mezzo di tessuto biologico sono contenuti trilioni di sinapsi e oltre mille chilometri di reti nervose intrecciate tra loro.

“Il vasto e complicato diagramma di connessioni che unisce le cellule nervose”, afferma il neurobiologo Jeff Lichtman dell’Università di Harvard,è poco compreso, in parte perché a differenza di altri apparati che hanno un’organizzazione cellulare singola ripetuta più e più volte, ogni pezzo del circuito cerebrale sembra diverso dagli altri”.

Studiare il cervello cercando di venire a capo della sua complessità, richiede anche senso estetico, oltre che conoscenze scientifiche. Lichtman coniuga le conoscenze sul cervello con quelle dell’informatica. E’ l’ideatore del Brainbow, una metodologia che consente di colorare i singoli neuroni del cervello, attivando al loro interno proteine fluorescenti, in una gamma di circa 90 sfumature diverse. Questo metodo consente di studiare in un modo accurato i campi neurali, dal percorso di vita di un singolo neurone alle modalità di connessione tra più neuroni. Dando così vita alla “connettomica”, una nuova disciplina che si propone di mappare la complessa moltitudine di circuiti neurali che raccoglie, processa e archivia l’informazione nel sistema nervoso.

All’interno dell’ “Human Brain Project” i neuroscienziati sono riusciti a ricostruirne una parte con simulazioni informatiche, corrispondente a circa 10.000 neuroni con altrettante connessioni. Una inezia al confronto del telaio magico della nostra coscienza. Fisici, matematici, bioingegneri e neuroscienziati che lavorano al progetto di un “cervello virtuale” si giustificano dicendo che l’evoluzione del cervello umano ha impiegato qualche milione di anni per essere ciò che oggi conosciamo, mentre in qualche decennio siamo riusciti ad ottenere un modello iniziale.

E’ presumibile che grazie alla velocità con la quale si evolvono i sistemi infornatici – la cosiddetta “legge di Moore” – sarà in futuro possibile avere a disposizione un supercomputer, un vero cervello artificiale, simile a quello umano, da studiare in ogni suo aspetto. Henry Markram, direttore del progetto Blue Brain all’EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), sta appunto lavorando da quasi un ventennio alla “ingegnerizzazione”, “modelizzazione” della neurocorteccia umana (la parte più alta ed voluta dell’encefalo).

Ricreare per intero il modello “funzionale” del cervello umano, simularne il funzionamento, vorrebbe dire mettere in rete cento miliardi di computer collegati per la cifra astronomica dei rispettivi collegamenti nervosi. Ma il tentativo, più modesto e attuabile, è quello di realizzare programmi che, con meno macchine e maggiori potenze di calcolo, siano in grado di simulare l’attività complessiva del cervello. Ciò è ottenuto creando algoritmi matematici che simulano il funzionamento dei neuroni e delle reti neuronali. Già oggi vi sono simulazioni delle comunicazioni esistenti tra i vari neuroni, mappe neuronali animate corrispondenti all’estensione dell’intera foresta Amazzonica. Questi modelli replicano il funzionamento dei veri neuroni all’interno del tessuto cerebrale. Di questo passo, si punta alla replicazione dell’intero cervello reale, compresi i circuiti che fanno circolare il sangue.

A quel punto emergerebbe l’autocoscienza? Quella che gli scienziati chiamano “singolarità tecnologica”: la consapevolezza delle macchine. Secondo la predizione del matematico Alan Turing, il giorno in cui ci mettessimo a conversare con una macchina nascosta, senza sapere che di apparecchiatura artificiale si tratta, e non rileveremmo alcuna differenza dal conversare con un umano, a quel punto la macchina avrà superato il “test di Turing”: potrà considerarsi autocosciente. Ma fino a quel giorno, dovremo ancora pensare che dal labirintico substrato nervoso del nostro cervello emerge l’autoconsapevolezza, il mistero della coscienza. E’ parere dei neuroscienziato e della maggior parte dei neurofilosifi che la coscienza emerga dall’intricata rete di connessioni nervose. La complessità semplificherebbe se stessa facendo emergere la coscienza. Pochi miliardi di neuroni e relative reti neuronali, fanno la differenza tra noi e gli scimpanzé.

Anche anatomicamente, con le sue circonvoluzioni, il cervello assomiglia ad un labirinto. E l’immagine del labirinto è spesso utilizzata per rappresentare quanto abbiamo all’interno del cranio. Un dedalo di connessioni nervose, pensieri, sensazioni, emozioni, ricordi, processi cognitivi. Un appartato straordinario e delicatissimo. In grado di funzionare anche oltre il secolo di vita, oppure di danneggiarsi improvvisamente e irrimediabilmente. Capace di esprimere le più alte vette del pensiero umano, come di quello più aberrante, crudele e distruttivo. In grado di concepire mondi lontani e inesistenti, ideare invenzioni, progettare edifici, comporre poesie e musiche, concepire bellezze artistiche, trovare modi per curare i propri simili,  oppure decadere a seguito di traumi, insulti vascolari come l’ictus o degenerazioni nervose come l’Alzheimer.

La sfida per gli scienziati sta nel decifrare questo tortuoso e immenso percorso fatto di neuroni, sinapsi, reazioni elettro e biochimiche, cercando al contempo di comprendere come si originano le malattie neurodegenerative. Così da poterle diagnosticare per tempo, prevenirle se possibile, curarle quando ormai si manifestano. Oggi è possibile introdursi attraverso il dedalo di aree e percorsi nervosi grazie alle tecniche di visualizzazione (imaging cerebrale).

Apparecchiature radiologiche come la risonanza magnetica funzionale (fRm) o la tomografia a emissione di positroni (Pet) che, collegate a pc e attraverso software dedicati, ricostruiscono l’immagine del cervello e del sistema nervoso in funzione. Tutto ciò, fino a pochi decenni anni fa, non era neppure lontanamente immaginabile. Gli scienziati del cervello dovevano accontentarsi di studiare l’organo della consapevolezza soltanto a seguito di autopsia, durante interventi di neurochiurgia come iniziò a fare Wilder Penfield, oppure dedurne le alterazioni in un soggetto vivente colpito da malattia o vittima di un trauma cranico, limitarsi a visualizzarlo sommariamente attraverso i raggi X o registrarne le funzionalità per mezzo dell’elettroencefalografia (Eeg).

I neuroradiologi, pochi rispetto all’esigenza e molto ambiti, sono le Arianne del nostro tempo, in grado di introdursi nei meandri del cervello grazie all’imaging cerebrale, stilando diagnosi e tracciando mappe della funzionalità cerebrale. Per anni nei giornali hanno fatto notizia la visualizzazione di questa o quell’area dedicate alle più varie attività cognitive. Tanto da vedere coniate espressioni come “neuroeconomia” e “neuroestetica”.

Non c’è dubbio che  viviamo in piena neurocultura: il cervello fa notizia, con l’aspettativa, o magari l’illusione, che attraverso lo studio di esso si possa comprendere noi stessi, e magari migliorare la nostra vita e il rapporto con gli altri. Secondo altri studiosi del cervello, al contrario, saremmo i promotori di una vera e propria “neuromania”: non MenteLabirintotutto e non sempre dei comportamenti umani è comprensibile attraverso lo studio funzionale del cervello.

Comunque sia, il labirinto che genera la consapevolezza ha, da sempre, non solo la pretesa di studiare se stesso, ma pure di comprendere se stesso. Ma è un labirinto, per quanto immenso e complesso, dotato di ordine, struttura, schema. E potremmo anche aggiungere che, nel momento in cui, tali strutture labirintiche ma ordinate “saltano”, abbiamo il disturbo e la malattia mentale. A volte i medici del cervello e della mente riescono a ripristinarne i percorsi, magari non gli stessi, ma ridonando autonomia all’individuo. A volte, no. Il labirinto è saltato, quella fitta rete di connessioni strutturate è perduta. Per lasciare il posto a una mente destrutturata, a comportamenti disadattivi. A un labirinto senza fine. Senza più ingresso e senza via d’uscita.

Giovedì 14 novembre 2013 ore 18 a Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Via Brera 28, verrà presentato il volume Labirinti di Franco Maria Ricci. 

Enzo Soresi: “Grazie ad un verme, siamo diventati Homo Sapiens”


file1370265425_20_longevitàVenerdi 20 settembre ho partecipato  al congresso della Fondazione Veronesi a Venezia, il tema era la longevità e gli spunti che ne ho tratto sono stati molteplici ed interessanti sia per uso personale che nell’interesse dei miei pazienti. Piena conferma, ahimé, da parte di molti ricercatori, della restrizione calorica (almeno 30 % di in meno di cibo) per ridurre le malattie ed aumentare la sopravvivenza. Due studi fondamentali, uno sui topi ed uno sulle scimmie, hanno confermato questa triste verità. In un mondo occidentale ricco di obesi e persone in sovrappeso, in cui le città d’arte sono diventate uno squallido mangificio,  la scienza ci dice  che meno si mangia (entro certi limiti) e più e meglio  si campa. Non solo, il segreto per evitare di ammalarsi è diventare vegetariano mangiando cibi di qualità. Questa osservazione deriva da uno studio randomizzato sulle scimmie in cui il gruppo che si nutriva di cibi vegetali naturali si ammalava meno di quello nutrito con cibi industriali, sempre vegetali.

Estremamente stimolante è stata , abbandonando il tema del cibo, la relazione del prof. Seth Grant, neuroscienziato dell’Università di Edimburgo, che ha spiegato l’importanza delle sinapsi nella evoluzione del cervello precisando che nel contatto sinaptico si possono liberare fino a 1000 tipi di sostanze proteiche che sono esattamente uguali a quelle liberate dalla prima cellula  in contatto con l’ambiente qualche milione di anni fa. Ha precisato poi che la nascita del sistema nervoso la si deve ad un doppio colpo di fortuna , analoga a quella di vincere per due volte consecutive ad una lotteria. Infatti, un nostro antenato, denominato PICAIA (un piccolo verme), nel suo processo evolutivo ha raddoppiato per due volte il suo genoma e questo ha fatto nascere le strutture nervose. Il prof Grant è fondatore del  programma G2C, un consorzio internazionale di ricerca e formazione per lo studio delle malattie cerebrali, in quanto le sue scoperte  hanno confermato l’importanza delle sinapsi  in queste patologie e la relazione fra geni, comportamento e malattie cerebrali.

Il prof. David Sweatt, neurobiologo dell’Università dell’Alabama, ha spiegato l’importanza della metilazione e della acetilazione nei meccanismi di formazione della memoria a breve e lungo termine confermando l’importanza della alimentazione nell’invecchiamento del cervello. Già qualche tempo fa su questo blog avevo spiegato l’importanza dei metili nella stabilizzazione del DNA.  Sweatt ha ricordato che le cellule neuronali, a differenza delle altre cellule, non si deteriorano con il passare degli anni mentre quella che si riduce progressivamente è la produzione di dopamina così importante per l’attività motoria ed il tono dell’umore. A questo proposito, sempre su questo blog, vi ho spiegato l’importanza della molecola adenosina metionina , scoperta da un italiano negli anni ’50, nel favorire la liberazione di questa sostanza in grado di stimolare la liberazione di dopamina ed ottimizzare la sensibilità all’insulina.

Grande rilievo  infine è stato dato dal prof.  Giovanni Scapagnini agli isocianati, contenuti in grande quantità nei mirtilli e nei lamponi, che per la loro caratteristica di idrosolubilità attraversano la barriera ematoencefalica sviluppando una importante protezione sul micro-circolo vascolare cerebrale ed in generale su tutto l’apparato cardiovascolare.

Logica conclusione di questo congresso:  stamane colazione con latte di soia, pane integrale  ed una tazza di yogurt magro con mirtilli (post di Enzo Soresi).