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La malattia psicosomatica


Sabato 5 giugno 2010  presso l’Ordine dei  Medici della provincia di Milano si è tenuto un convegno  dal titolo  Quando il corpo parla al posto della mente : la malattia psicosomatica . In sostanza dalle relazioni tenute dal prof. Carlo Tedesco e dalla  prof.ssa Francesca Neri Bertolini è emerso che la malattia psicosomatica si innesta nella vita neonatale entro i primi anni di vita. Eugenio Gandini ha descritto i primi stadi della formazione della cosiddetta “organizzazione mentale di base” che inizialmente consiste in un stato di non integrazione.

Se il successivo processo di integrazione sarà troppo minacciato da carenze ambientali che portino a stati di tensione intollerabili (angosce), il processo stesso faticherà a procedere e diventerà intollerabile qualunque esperienza che abbia a che fare con il “cambiamento”. Non potendosi scaricare all’ esterno , per l’immaturità del sistema neuromotorio , la tensione si scaricherà allora all’ interno, tendendo a modificare l’ omeostasi, producendo così nel primo periodo della vita risposte organiche dirette. Durante il lavoro psicanalitico il disturbo somatico  scompare, senza parlarne, quando il processo di integrazione del Sè rende pensabile l’angoscia ed inutile quindi la difesa psico – fisica. In sostanza, ha concluso il prof. Todesco, nelle sindromi psicofisiche della prima infanzia e forse in tutta la patologia psicosomatica, il corpo parla non  “per conto” della mente ma  “al posto” della mente, di una mente troppo immatura per possedere un linguaggio.

Si tratterà quindi da parte degli psicoterapeuti ed in generale dei clinici  attenti e preparati di aiutare  il paziente ad elaborare le angosce di base, senza lasciarsi tentare da pur soggettive prospettive di interpretazioni simboliche e relazionali del sintomo somatico. In sostanza si  ritorna al principio di tutto ciò che avviene nei primi anni di vita con la formazione della memoria implicita e con la possibilità di costruire una rete neurale non armonica. Secondo la prof.ssa Bertolini anche l’anoressia mentale va interpretata come una malattia psico somatica . “Quando le cose vanno abbastanza bene il paziente, scoprendo legami fra affetti e sintomi , si stupisce che i suoi sintomi siano portatori di significati fino ad allora privi di interesse per lui e si chiede cosa sia stato fino ad ora di lui o di lei.   In sostanza si chiede che cosa sia stato finora del suo sè , fino ad allora amputato del corpo  e scisso da esso”.

Questo passaggio fra l’ io del paziente che si chiede e il suo sè a cui il paziente chiede : dov’eri è importante perchè mette l’ accento sulla questione che la eventuale guarigione non è conquistata dall’ io , o dall’es o dal superio ma dal sè cioè da quella parte della struttura psichica che non coincide con nessuna delle parti della struttura e che tende a sintetizzarle. Si tratta della tendenza che ogni persona ha a integrare se stessa per sentire di esistere. E’ interessante che rinunciare a tenere dissociato dal sè il corpo sia un processo non facile : spesso finiti i sintomi propriamente anoressici il paziente si trova a vivere difficoltà , anzi vere e proprie angosce se integra nel sè il corpo e se integra il sè nel corpo. Talvolta il paziente sembra non voler guarire, ma il fatto è che guarire è faticoso e passa attraverso la possibilità che angosce di integrazione vengano sopportate ed elaborate.Conclude la  Bertolini : il processo di guarigione dalla anoressia mentale è lento e difficile non tanto per la gravità internistica della malattia ma per il dolore che comporta  l’ affrontare angosce per l’ integrazione.

Come clinico, le rflessioni sono molteplici in quanto la malattia psicosomatica è ridondante in ogni ambulatorio di medicina generale dal banale reflusso esofageo, all’ipocondria , all’asma, alla cefalea. Sempre il medico dovrebbe essere in grado di interpretare i sintomi in modo più ampio che dal  semplice elenco fatto  dal paziente ed intuire in che momento potebbe essere utile  una integrazione clinica con il neuropsichiatra o lo psicologo.

Certo non è semplice nella frenetica vita di oggi proporre una psicoterapia relazionale  però vale la pena, comunque, lanciare un messaggio che faccia riflettere il  paziente su più profonde interpretazioni del suo sintomo organico forse comunque lo metteremo in condizioni di meditare su se stesso e magari cambiare almeno stile di vita mettendosi a praticare, in alternativa alla psicanalisi,  trenta minuti al giorno di feet-walking.

Il problema delle sette. E dei loro adepti


Non è un problema di definizioni. Sette, psicosette, nuovi culti, nuovi movimenti religiosi, chiamiamoli come vogliamo. Il problema è un altro. Da decenni ormai si studiano i nuovi culti settari. Esistono autorevoli gruppi di studio, ricercatori di tutto rispetto, sia sul versante psicologico che psicosociale. Esistono guppi di sostegno, aiuto e autoaiuto. Specialisti, manuali e filmati di “deprogrammazione” della mente di chi aderisce alle sette. Internet mette a disposizione tonnellate di materiali, persino testimonianze di ex-adepti, per comprendere i rischi cui si va incontro nell’accostarsi a certi culti. E allora?

Ciò che manca è un approfondito e vasto studio sulla personalità e sulle motivazioni dei soggetti che aderiscono ai nuovi culti. Se casi come quello della cosiddetta “setta della porta accanto” del bresciano (definizione che tra l’altro presuppone che tutti in zona ne fossero a conoscenza e, nonostante ciò, è trascorso parecchio tempo prima che ne venisse segnalata la pericolosità) ancora si verificano, e hanno presa psicologica su centinaia di persone di ogni età, istruzione e ceto sociale, significa che conosciamo quasi nulla della psicologia degli adepti e, quindi, su come prevenire che si verifichino nuovamente casi come questi.

Non sappiamo quasi nulla della capacità di leadership dei capi carismatici di questi nuovi movimenti. Conosciamo le tecniche attraverso cui arrivano a reclutare e cancellare le capacità di autonomia decisionale dei propri adepti (quasi fossero in grado di creare un cortocircuito nei lobi frontali dei seguaci – questa area del cervello è quella che ci consente di avere una nostra capacità di scegliere e condurre la nostra vita), e io stesso ne scrissi diversi anni fa, parlando di seduttività che hanno i culti distruttivi sulla mente di certi soggetti. Ma la conoscenza di queste tecniche e la loro divulgazione (anche attraverso trasmissioni tv molto popolari e seguite come Striscia), non sono sufficienti a tenere alla larga le persone da simili trappole psichiche.

Evidentemente, il desiderio di trovare scorciatoie ai propri problemi e dilemmi, è molto più forte, ed agisce maggiormente in profondità, nella sfera psicoemotiva delle persone vittime dei nuovi culti, che non l’informazione e la prevenzione che si può attuare a livello razionale. Nel mio suddetto scritto, essendo concepito negli anni dell’esplosione del fenomeno Aids, facevo l’esempio di coloro – ed erano molti – che non prendevano le dovute cautele nei confronti del virus Hiv. Pur sapendo di avere comportamenti, o di frequentare partner, a rischio. Oggi si potrebbero fare molti altri esempi di scelte e comportamenti autolesivi o autodistruttivi.

Nell’adesione ad un nuovo culto, in cui la premessa sia la cancellazione della personalità e dell’autonomia dell’adepto, vi sono da valutare e considerare aspetti diversi, ma sicuramente quelli autolesivi e autodistruttivi sono presenti. Altrimenti non si lascerebbero sottrarre soldi, averi, né si sottoporrebbero a sevizie, maltrattamenti, vessazioni, umiliazioni.

Molte delle tecniche adottate da “santoni” e “santone” di sette e nuovi culti, soprattutto per far aderire nuovi adepti ed estorcere loro denari ed averi (una caretteristica diffusa è che non si accontentano mai, partono dai soldi ed arrivano ad arrogarsi proprietà di qualsiasi genere e natura), sono del resto comuni a quelle dei truffatori: far leva su paure e debolezze della gente (malattie, problemi di coppia, dissesti finanziari, lavoro), per offirre loro apparente sostegno, aiuto o, addirittura, soluzione dei problemi. Invece sono come il ragno che tesse una bella tela per farci finire in mezzo la preda: una volta dentro, finisci divorato. Ce n’è abbastanza per psicologi e psichiatri. Ma pure per educatori.

Marco Margnelli come lo ricordo. Medico e ricercatore della coscienza


MarcoMargnelliOKSono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Marco Margnelli (Milano,1939-2005). Uno studioso che ha saputo anticipare molti degli interessi attuali delle neuroscienze e, soprattutto, relativi all’indagine neuropsicologica degli stati di coscienza. Si dichiarò sempre ateo, anzi agnostico, ma l’esperienza del sacro – incarnata e vissuta nel corpo di estatici e stigmatizzati – lo attrasse e lo coinvolse profondamente. Tutta la dimensione borderline, non in senso patologico, della mente (compresi quelli che vengono definiti fenomeni “paranormali”) erano per lui oggetto di attenzione ed indagine scientifica. E il suo interesse riguardo gli stigmatizzati era nell’ottica della medicina psicosomatica: se la mente è in grado di produrre simili lesioni nel corpo, forse riusciremo a scoprire anche come farle regredire. A beneficio dei pazienti con disturbi e alterazioni di carattere psicosomatico.

Definiva tutta la storia dell’indagine del paranormale come “archivi dell’illusione”, nel senso che quanti studiavano tali fenomeni, focalizzavano la propria attenzione sul fenomeno più che sulla psiche e l’organismo di chi “viveva” tale fenomenologia. A Margnelli interessava invece l’approccio neuropsicologico e antropologico al cervello e al corpo di estatici, mistici, sensitivi, guaritori. Di tutta quella popolazione ignorata e trascurata dalla scienza, da cui, forse, c’era da apprendere qualcosa sulla natura della coscienza e, in particolare, dei rapporti mente-corpo. Se tali individui sostengono di vivere certe esperienze – era il suo parere – vediamo come, in che modo e in base a quali correllati neuropsicologici ciò si verifica.

Marco Margnelli aveva due anime: quella del ricercatore e quella del clinico. Svolgeva l’attività di medico di famiglia, di psicoterapeuta, ma non smetteva mai di pensare e agire come ricercatore. Era nato ricercatore, come neurofisiologo in seno all’Università di Milano e al Cnr (fece studi su sonno e fase Rem con un nome storico delle neuroscienze, Giuseppe Moruzzi). Il fatto di essere poi uscito dall’Università e aver fatto il medico di base, non sminuì le sue capacità di ricercatore. Anzi, secondo me le allargò e completò. Sarebbe finito a svolgere il lavoro di ricercatore di laboratorio, mentre così Margnelli fece pure ricerche sul campo. Adottò metodi da medico-antropologo.

Ugualmente avvenne con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico di base, ipnologo, psicoterapeuta e ricercatore. Margnelli e Gagliardi crearono a Milano il Centro studi e ricerche e sulla psicofisiologia degli stati di coscienza che da piccolo consesso locale di appassionati e studiosi degli stati di coscienza, divenne in pochi anni noto in Italia e all’estero, producendo ricerche, pubblicazioni e prendendo parte a convegni italiani e stranieri. I grandi filoni del Centro furono gli studi sui sensitivi, guaritori, estatici, stigmatizzati. In quegli anni, Ottanta e Novanta, Margnelli e Gagliardi divennero i grandi esperti di questo tipo di fenomenologia, consultati, invitati a convegni, e intervistati a più riprese.

Gli studi sui veggenti di Medjugorje di Margnelli e Gagliardi hanno costituito un modello di studio medico-antropologico. Così come per gli stigmatizzati, indagine che seguiva sostanzialmente tre fasi: raccolta della testimonianza del soggetto e di quanti lo seguivano (accoliti o medici che fossero); raccolta dei dati psicologici e clinici del soggetto (avvalendosi di test psicoproiettivi, dell’inventario multifasico di personalità Minnesota e di analisi di laboratorio); verifica strumentale della veridicità del soggetto (impiegando, ad esempio, il lie detector, la cosidddetta “macchina della verità”, e l’elettroencefalografo). Giorgio Gagliardi, vicepresidente del Centro, in quegli anni divenne tra l’altro un grande esperto di lie detector, tanto da essere interpellato in ambito medico-legale e invitato come consulente in svariate trasmissioni televisive.

Ad alcuni tale approccio poteva apparire eccessivamente positivista e strumentale, tuttavia tale metodologia consentì di acquisire conoscenze scientifiche sui  veggenti e mistici che prima non esistevano. Chiarendo – ben prima di George Lapassade, entologo e psicosociologo francese, con diverse altre attitudini intellettuali, studioso della “transe” e degli stati modificati, con il quale Margnelli ebbe contatti e scambi –  il versante “naturale” della dissociazione. Compreso il fatto che  mistici e stigmatizzati non dovessero necessariamente essere classificati come “isterici”. Includere tali soggetti nell’ambito della fenomenologia isterica, secondo Margnelli era non soltanto riduttivo, ma non aggiungeva praticamente nulla alla comprensione della psicofisiologia dell’esperienza del sacro. George Lapassade ebbe comunque anch’egli un ruolo importante nell’introdurre a livello accademico lo studio degli stati di coscienza: ricordo la sua collaborazione col sociologo delle religioni Pietro Fumarola dell’Università di Lecce, e gli studi sugli stati di coscienza associati al fenomeno del “tarantismo”.

Marco Margnelli è sempre rimasto, di fondo, un ricercatore, un neurofisiologo. Non si separò mai dalla sua formazione accademica, pur occupandosi di temi che, all’inizio, ai suoi colleghi universitari, apparvero stravaganti: la trance ipnotica, l’estasi mistica, le droghe psicoattive, gli stigmatizzati, i sentitivi, i guaritori. L’idea di Margnelli era: se queste cose esistono e sono diffuse in varie epoche e culture umane, le dobbiamo studiare con i metodi della scienza. Non vi può essere una teoria globale della coscienza, se non cercando di comprendere gli stati “altri” del cervello e della mente. Il suo approccio fu un misto tra quello dell’antropologo e quello del medico, con una “ciliegina” del laboratorista.

Se poteva non faceva mai mancare riscontri sperimentali, persino analisi di laboratorio sui soggetti studiati, e ovviamente consenzienti. La prima fase era quella dell’antropologo: studiamo il soggetto nel suo ambiente. La seconda fase: se il soggetto è collaborativio, sottoponiamolo a tutta una serie di test e verifiche, che potevano andare dai test psicologici, agli inventari di personalità, al lie detector (la cosiddetta macchina della verità, ma più che altro per rilevare le reazioni psicofisiologiche), alle analisi bioumorali. Qualcuno ha utilizzato un ossimoro per definire questo tipo di approccio, che nella sua sinteticità rende abbastanza l’idea dell’atteggiamento di Margnelli riguardo i soggetti che si trovò ad analizzare e studiare: “empatia critica”.

Margnelli era indubbiamente poliedrico, dotato di molte altre attitudini e qualità, oltre a quella del ricercatore. Era un ottimo oratore. Apparentemente timido e riservato, si trasformava ogni volta che prendeva la parola in pubblico. Aveva un tono basso di voce, e non faceva alcuno sforzo, deliberatamente, per elevarlo. Difatti, era il pubblico a prestargli attenzione, e regolarmente veniva colpito per la sua padronaza dell’argomento, dalla lucidità e dalla precisione dei suoi termini. Sarebbe stato un valido docente universitario ma, per una serie di vicissitudini, si era trovato a fare il medico mutualista, l’ipnologo e lo psicoterapeuta. Salvo recuperare le sue qualità di docente in varie occasioni e, in particolare, nei corsi, molto apprezzati, che teneva presso l’Associazione medica italiana per lo studio dell’ ipnosi (Amisi) di Milano.

In ogni caso, si dichiarò e ritenne regolarmente uno “scienziato”. In questa ottica va vista la sua appassionata ricerca sugli stati di coscienza: non certamente l’hobby di un medico ex neurofisiologo Cnr, ma bensì il lavoro di uno studioso che, pur all’esterno dell’ambiente accademico, era riuscito a mantenere alta la propria professionalità, conoscenza della materia e capacità di utilizzare strumenti e standard della ricerca accettata e condivisa.

Disponeva di un’innata attitudine all’insegnamento, una straordinaria capacità di oratore, di coinvolgere il pubblico con relazioni o conferenze che abbinavano i suoi aneddoti di ricercatore, i puntuali riferimenti tratti dalla letteratura scientifica, intuizioni lessicali sue proprie.

C’era molto da imparare da Margnelli. Ed infatti, non sono mai mancati gruppi di persone, di ogni età, attorno a lui e attorno alla sua attività. Parecchi studiosi, ricercatori, ma anche studenti (sia di medicina, psicologia, filosofia o altro) che impostarono, ad esempio, la propria tesi di laurea sulle ricerche realizzate da Margnelli. Rimanendo magari in seguito nel suo ampio studio a fare praticantato, sia per la professione che per le ricerche sugli stati di coscienza. Aveva la capacità di dialogare con i giovani, cogliendo pure i suggerimenti e le indicazioni che da essi gli venivano.

Fu un ottimo divulgatore: oltre ai suoi libri, scrisse parecchi articoli per varie riviste di divulgazione scientifica. Collaborò ad esempio alla prima rivista italiana di divulgazione scientifica: “Sapere” di Giulio Maccacaro. E al progetto iniziale di “Riza Psicosomatica” di Morelli e Masaraki. Prese spesso parte a interviste televisive – ricordo le troupe tv nel suo studio – e a programmi tv, in particolare, fino all’ultimo, dopo essersi trasferito a Roma, alla serie “Miracoli” condotta da Pietro Vigorelli ed Elena Guarnirei su Rete 4.

Certo, nella sua ansia e consapevolezza di trovarsi su un fronte trascurato, se non ignorato fino a quel momento, dalla ricerca neuropsicologica italiana, a volte si faceva coinvolgere da attività non al livello della sua serietà professionale e preparazione scientifica, finendo con l’incarnare con eccessivo zelo il ruolo del pioniere. Ma il suo atteggiamento è sempre stato di apertura, collaborazione e anche di confronto critico. A sua volta, non lesinava puntualizzazioni e critiche, se era il caso. Ma, di base, non si negava se gli veniva proposta l’indagine di qualche nuovo soggetto, stigmatizzato, estatico, veggente, medium, sensitivo o guaritore che fosse.

Giorgio Gagliardi, in ogni caso, provvedeva a controbilanciare criticamente le volte in cui Margnelli, magari, si trovava ad essere troppo “benevolo” nella valutazioni relative a questo o quel soggetto. Il confronto con Gagliardi, come del resto con tutti coloro che facevano parte del Centro, era costante e continuo. Non mancavano le volte in cui le discussioni si protraevano per intere serate, fino a notte fonda.

Ho incontrato Marco Margnelli – che  conoscevo già per i suoi libri e per le sue ricerche –  alla fine degli anni Ottanta. Frequentandolo poi quotidianamente nella prima metà degli anni Novanta. Se devo richiamare alla mente una sua immagine, lo vedo nel suo studio medico, alla sua scrivania cosparsa e ricolma degli oggetti più svariati, comprese le immancabili sigarette e la pipa per i momenti di raccoglimento e riflessione. Il suo amore per la razionalità, coniugata però all’intuizione del momento, i suoi commenti sempre precisi e illuminanti, a volte sagaci, magari accompagnati dalla sua risata un po’ roca, da fumatore, tutta particolare. Anche quando ci riuniva a casa sua, a Milano, nei pressi dell’Arena, per parlare di progetti, mentre cucinava il suo piatto forte, derivato dalle ascendenze valtellinesi della sua famiglia d’origine: i pizzoccheri. Mentre il suo amato gatto ci sopportava con aria sorniona.

Lo rivedo nel suo studio medico. Alle sue spalle la libreria, con una parte dei suoi libri, appunti, protocolli di ricerca e faldoni di documentazione per i suoi articoli e libri. Di quello studio in via Villoresi 5 a Milano, zona Navigli, che fu precedentemente di suo padre, anch’egli medico. Su un lato della stanza, alla destra di Margnelli, l’ampio divano ricoperto da  un pesante telo di velluto rosso e nero, su cui faceva distendere i pazienti per le sedute di psicoterapia ed ipnosi.

E l’eterno via vai di gente. Al mattino e nella fascia serale i pazienti mutualistici. Nel pomeriggio i pazienti privati che seguiva da internista e psicoterapeuta.

Il telefono che, per un motivo o per l’altro, squillava ininterrottamente. Specie quando organizzavamo incontri, convegni, conferenze. Oppure per la visita, anche estemporanea, di studiosi in transito per Milano. Anche perché lo studio medico di Margnelli era pure sede del Centro studi e ricerche sulla fenomenologia degli stati di coscienza, denominazione chilometrica per dire che, in quella sede, ma anche sul campo, ci si occupava di ricerche inerenti gli stati modificati di coscienza.

Tanto quelli indotti in modo “naturale” (sonno e sogno, ipnosi, estasi, trance, meditazione), che quelli indotti da sostanze psicoattive. Riguardo alle ricerche sul campo, in altri luoghi presso i quali di volta in volta Margnelli veniva invitato, vi fu ad esempio una sperimentazione controllata, a cui egli prese parte con altri psicoterapeuti ed “entronauti”. Era una delle prime volte che un gruppo di ricercatori italiani – psicologi, psichiatri, psicoterapeuti – sperimentavano su se stessi gli effetti dell’ayahuasca, la cosiddetta “liana della morte” o “telepatina”. Si tratta di una pianta (liana) amazzonica da cui viene ricavata una bevanda che induce esperienze allucinogene e dissociative.

Ricordo che Margnelli ne ebbe, al momento, pesanti vissuti emozionali. Raccontò in seguito che era stato come se si fossero aperti i rubinetti di tutta la sofferenza che si portava dentro. In quegli anni, attraverso Margnelli e la Società italiana per lo studio degli stati di coscienza (Sissc), che egli presiedeva, ebbi pure modo di incontrare ed intervistare, nel corso di un convegno a Rovereto, Albert Hofmann, il chimico farmaceutico (ex Sandoz) scopritore dell’Lsd, in seguito studioso e autore di vari saggi sul ruolo delle sostanze psicoattive nelle culture umane. L’intervista venne pubblicata sul primo numero della rivista Altrove della Sissc, che Margnelli ideò e battezzò con lo psicoanalista Gilberto Camilla, succeduto in seguito alla direzione, e il ristretto gruppo dirigente dell’associazione. Di quel gruppo facevano parte giovani ricercatori di grande preparazione e intelligenza , tra cui ricordo, solo per citarne alcuni, Giorgio Samorini, etnobotanico e studioso di storia, cultura e scienza delle sostanze psicoattive, Antonio Bianchi, medico anestesista e tossicologo, Guglielmo Campione, da allora fraterno amico col quale all’epoca, da entusiasti nonché improvvidi, tentammo di varare una pubblicazione periodica in tema, studioso di musica e stati di coscienza, psichiatra, psicoterapeuta e saggista. Furono gli anni in cui Margnelli venne riconosciuto come maestro e pioniere indiscusso di questi studi in Italia, ed egli era giustamente orgoglioso e motivato ad intraprendere nuovi iniziative culturali, ricerche, incontri. Ma anche fuori dai confini nazionali, Margnelli venne riconosciuto come un indagatore qualificato sugli stati di coscienza correlati alla veggenza mistica, da ricercatori del mondo cattolico come Andreas Resch, teologo e psicologo dell’Istituto per la scienza di confine di Innsbruck.

Il Centro studi diretto da Margnelli a Milano, presso il suo studio, era un porto di mare. Svolgevamo incontri serali, in genere a metà settimana, in un clima cameratesco. Si apprendevano sempre nuove cose e, nel medesimo tempo, ci si divertiva. Lo scambio e il confronto con studiosi di varia formazione e discipline, accomunati dalla ricerca sugli stati di coscienza, a volte molto vivace, era sempre una esperienza stimolante. Transitavano studiosi e personaggi di tutti i generi, anche dall’estero, alcuni francamente stravaganti e bizzarri. Il divano nello studio di Margnelli, su cui si stendevano i pazienti in analisi o in seduta ipnotica, capitava divenisse un improvvisato giaciglio per chi, compreso il sottoscritto, faceva tardi dopo le riunioni e non poteva rientrare in treno alla propria dimora, fuori Milano.

Marco aveva momenti di grande convivialità, ad esempio quando, a fine giornata, gradiva trattenersi al bar di via Villoresi, davanti a una “birretta”. Continuando a parlare degli argomenti che lo appassionavano. Oppure la sera, quando si faceva tardi, al ristorante di fronte allo studio. Parlando di progetti di ricerca, ma pure di come finanziare, magari, un ciclo di conferenze pubbliche o una nuova pubblicazione. Altre volte quando ci invitava a casa sua, nei pressi dell’Arena, per cucinare gli amati pizzoccheri, rimembranza delle sue origini valtellinesi.

Marco amava la compagnia, quanto la solitudine. Alternava momenti di grande allegria e battute salaci, ad altri in cui si manifestava la sua vena maliconica, introversa. Accettava sempre di incontrarsi e scambiare qualche chiacchiera, specialmente all’ora di pranzo e cena, oppure per un caffé nei baretti di via Villoresi, appena fuori lo studio medico. Quella era una zona adorabile, sui Navigli. Una Milano dei tempi andati, un clima di quartiere, in cui tutti conoscevano tutti, figuriamoci “il dottore”.

In ogni caso, appena entravi in studio, capivi subito, dalla sua espressione e dal suo rispondere a monosillabi, se Marco aveva voglia di chiacchierare, oppure era immerso nella scrittura di qualche lavoro scientifico, di qualche nuovo articolo o libro. Aveva una grande capacità di concentrazione ed estrema lucidità mentale. Ti sorprendeva sempre, a volte con intuizioni fulminanti e precise, altre per la sua semplicità e, talvolta, ingenuità quasi infantile, nei rapporti umani.

L’intensa attività del Centro diretto da Margnelli culminò con il convegno internazionale “Le dimensioni della coscienza”, tenutosi a Firenze nel 1992, nel corso del quale si affrontarono per la prima volta in termini multidisciplinari (vi furono relazioni sul versante storico, antropologico, persino criminologico, oltre che psicologico e psichiatrico) il tema della coscienza e delle sue modificazioni, sia in senso “naturale” che patologico. Al convegno fiorentino, per una serie di fortunate coincidenze, dati i mezzi economici limitati, parteciparono studiosi del livello di Kenneth Ring, psicologo dell’Università del Connecticut tra i maggiori e seri studio delle esperienze di premorte (Nde).

Un’altra tappa importante fu la realizzazione del volume collettaneo “La fenomenologia della coscienza normale e alterata” (Theta Pubblicazioni, Milano 1994) che, in pratica, stampammo in proprio, riuscendo perciò con molta difficoltà a distribuirlo soprattutto alle librerie di Milano. E’ infatti un volume attualmente introvabile. Il volume si apriva con il capitolo dal titolo “Cos’è uno stato di coscienza” in cui Margnelli illustrava il tema rifacendosi ad un modello che lo aveva conquistato da almeno vent’anni e lo aveva in seguito indotto a dedicarsi assiduamente all’argomento: la mappa degli stati di coscienza dello psichiatra americano Roland Fischer (il lavoro originale venne pubblicato sulla prestigiosa rivista Science nel 1971 col titolo “A Cartography of the Ecstatic and Meditative States”).

Era un lavoratore tenace ed esigente, amava la precisione del ricercatore metodico, a cui era stato addestrato, e nutriva con molta passione ciò che faceva.

Come psicoterapeuta era più sul versante di Freud (lo ammirava come scienziato e come scrittore, e al quale, negli anni, scherzandoci su, cercò anche di assomigliare fisicamente, facendosi crescere la barba), che non su quello di Jung. Margnelli era attratto dall’insolito, ma il suo sforzo era quello di spiegarlo con la mentalità, gli strumenti razionali e la tecnologia di indagine psicofisiologica che le limitate risorse personali e del Centro gli potevano consentire. Per sua stessa ammissione, tra il serio e l’ironico, negli ultimi anni della sua vita si era fatto crescere la barba, per assomigliare ancor più al padre della psicoanalisi. E, al pari di Freud, era un forte fumatore.

Importanti anche i rapporti di Margnelli col mondo della cultura e dell’arte (non secondario, in questo, il fatto che fosse sposato con la scrittrice Benedetta Cascella, figlia dello scultore e pittore Pietro Cascella), i suoi contatti con la storica Fondazione per l’Arte Contemporanea Mudima di Milano e il protocollo di ricerca che impostò su “stati di coscienza e creatività”, coinvolgendo un gruppo di artisti, scrittori e musicisti professionisti, tra i quali il jazzista e compositore Gaetano Liguori. Margnelli ebbe importanti contatti e scambi intellettuali con parecchi rappresentanti del mondo artistico di quegli anni, ad esempio l’artista psichedelico Matteo Guarnaccia, oppure l’artista-etnofotografo, nonché insegnante Watsu, Italo Bertolasi. Ma anche con giornalisti e scrittori, come Lina Sotis, Viviana Kasam, Franco Bolelli, Gianni De Martino. Solo per citarne alcune, tra le tante figure che Margnelli ha incontrato, frequentato e con le quali ha collaborato.

Era in grado di coinvolgere il pubblico con un eloquio brillante, colto, che mescolava la sua esperienza universitaria e in seno al Cnr, la sua vasta cultura scientifica e generale, il suo intuito per il nuovo, la sua capacità di sintesi (anche lessicale; riusciva sempre a trovare definizioni sintetiche, creative ed efficaci per fenomeni complessi). Conservò sempre la capacità di sintesi, di andare al sodo (non amava molto le divagazioni né i lunghi giri di parole) che ebbe modo di affinare anche durante una sua permanenza come ricercatore al Karl Ludwig Institut fur Physiologie dell’Università di Lipsia, prima, e negli Stati Uniti (Università del North Carolina), in seguito.

Margnelli fu anche un ottimo divulgatore: scrisse parecchi articoli per riviste di divulgazione scientifica, in cui riusciva a coniugare un ottimo stile, con l’aggancio a teorie che riteneva fondanti (ad esempio la cartografia della coscienza di Roland Fischer, che non mancava mai di citare), le sue ricerche e intuizioni lessicali.

Quella con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico, psicoterapeuta, ipnologo e docente dell’Amisi, è stata una collaborazione importante per Margnelli. Con Gagliardi condivise molte ricerche e pubblicazioni, ad esempio, sugli stigmatizzati (o pseudo tali, come ebbero modo di accertare, in certi casi fraudolenti), e in particolare sui veggenti di Medjugorie. Su questi ultimi, ritenuti veritieri proprio per la gamma di manifestazioni neuropsicologiche accertate, venne istituita una commisione di studio da parte dell’Università di Milano, di cui, tra gli altri, fecero parte Margnelli e il farmacologo Maurizio Santini.

Vennero ritenuti veritieri le “trance estatiche” e i potenziali evocati registrati nei veggenti, ma ovviamente Margnelli non si espresse mai riguardo la natura di quanto “percepito” dai medesimi.

Importanti per le ricerche condotte su estatici e veggenti, furono l’impiego dell’elettroencefalografo, di cui Margnelli era grande esperto, e del lie detector (la cosiddetta “macchina della verità”). Tali strumenti vennero impiegati da Margnelli e Gagliardi per testare non solo l’attendibilità di veggenti o sensitivi che venivano studiati, ma anche i correlati psicofiologici che, ad esempio, si accompagnavano agli stati modificati di coscienza. Non mancavano, inoltre, ricerche che comprendessero analisi di laboratorio su prelievi bioumorali dei soggetti studiati, con il loro consenso, nel puro stile del ricercatore con formazione e impostazione neuropsicologica, ma pure clinica.

Margnelli ha pure fornito una dimensione scientifica alla “cultura psichedelica” degli anni Sessanta. Traendo da quei movimenti anticipatori della New Age, il meglio che si potesse ricavare: uno studio più completo della natura umana e, in FenomenologiaCoscienza002particolare della coscienza, nelle sue varie espressioni e manifestazioni.

Come medico, fu tra i primi ad utilizzare un approccio olistico, anche nelle cure che somministrava ai suoi pazienti: la medicina di sintesi, ma anche l’omeopatia, l’ipnosi e il biofeedback, ad esempio. Era sempre aperto alle soluzioni terapeutiche, da qualsiasi ambito arrivassero, senza idee preconcette. Si riservava la facoltà di valutarne i reali benefici per i suoi pazienti, a volte pure per se stesso, prima di negare o sposare un determinato approccio terapeutico, apparentemente non ortodosso. Credeva e sosteneva fortemente la possibilità di un approccio “integrato” della medicina e delle terapie.

Quel suo essere ateo, positivista e, al tempo stesso, attratto dal mistero delle religioni e della coscienza, tanto da fare della “scienza degli stati di coscienza” l’interesse preminente della sua vita di ricercatore, ne ha fatto un personaggio dell’era moderna. Con tutte le sue contraddizioni: affascinante, appassionato, controverso, degno di essere studiato e commentato ancora a lungo. Sempre alla ricerca di un “altrove”, in cui ora dimora.

Serve ancora la psicoanalisi? Ovvero: l’inconscio costa


Ho conosciuto, frequentato e intervistato grandi psicoanalisti, addirittura “padri” della disciplina nel nostro paese, come Cesare Musatti ed Emilio Servadio. Ed altri della generazione successiva, come Mauro Mancia, e pure critici nei confronti dell’establishment psicoanalitico, come Elvio Fachinelli. L’impressione che ne ho ricavato è stata di trovarmi di fronte a personaggi di grande intelligenza, sensibilità, preparazione, apertura mentale. Intenzionati ad esplorare non soltanto il disagio metale, ma pure le infinite variazioni che cultura, creatività, espressione artistica, offrono alla comprensione della psiche umana. Ma tuttavia consapevoli di rappresentare una disciplina che si propone come chiave di intepretazione della psiche, della personalità e dell’agire umano, costantemente in divenire.

Ho conosciuto persino demolitori della psicoanalisi, come Hans Eysenck, uno dei fondatori della psicologia comportamentale che, ai gloriosi lunedì letterari che un tempo si svolgevano al Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, tenne una conferenza dal titolo fin troppo esplicito: “declino e caduta dell’impero freudiano”. Eysenck che era tra l’altro dotato di fine umorismo british, negava totalmente l’esistenza di ciò che viene  definito “inconscio”. Quando gli chiesi: “E allora i sogni?”. Mi rispose con un sorriso tra l’ironico e il sarcastico: “Non hanno alcun significato”.

Ho incontrato pure James Hillman e concordo in parte con lui: cento anni di psicoanalisi e il mondo va sempre peggio. In parte, perché forse, senza psicoanalisi, sarebbe andato ulteriormente peggio.

La psicologia comportamentale è stata una “deriva” necessaria del secolo scorso. Aveva necessità e urgenza di affrancarsi dall’influenza della filosofia (non dimetichiamo che in passato non vi era alcuna differenza tra psicologia e filosofia). Doveva diventare pienamente scientifica e sperimentale. Accantonando, per un certo periodo, tutto ciò che era reame “interiore”. Questa scissione schizoide – oggi possiamo storicamente affermarlo – è stata in parte compensata dalla psicoanalisi freudiana. Ma anch’essa si trovò nella necessità di affermarsi sul piano rigorosamente scientifico, per quanto fosse possibile e, soprattutto, plausibile. C’era, come ebbe più volte ad affermare Freud, sempre il rischio che gli psicoanalisti fossero scambiati per studiosi di fenomeni “occulti” (interessi che del resto spopolavano tra gruppi di accademici e scienziati di fine Ottocento, inizi Novecento).

Il rigore della psicoanalisi feudiana, tuttavia, generò una ulteriore messa al bando di tutti quei fenomeni psichici che le teorie di Freud non erano in grado di interprerare. Da qui la scissione con Jung e la nascita di una ulteriore disciplina: la psicologia del profondo (o analitica). Di scissione in scissione o, se preferiamo, di moltiplicazione in moltiplicazione, siamo oggi giunti a svariate centinaia di diversi indirizzi psicoterapici (ne erano stati censiti più di 300 nei soli Stati Uniti, che incrementano di giorno in giorno – vale dunque la pena di attenersi alla regola: esistono tanti indirizzi psicoterapici quanti sono gli psicoterapeuti). Una ulteriore necessità storica è stata quella di voler legare la psicoanalisi alle scoperte delle neuroscienze – molto mitigata, per difficoltà oggettive, in questi ultimi anni. Penso che ricercare l’inconscio nel cervello, per certi versi sia simile a volerci scovare l’anima.

Trovo ulteriore conferma di quanto dico – progressivo distanziamento dall’entusiasmo iniziale sui rapporti tra psicoanalisi e neuroscienze –  dal XV Congresso nazionale della Società psicoanalitica italiana (Spi) che si conclude oggi a Taormina (Esplorazioni dell’inconscio: prospettive cliniche). Dal programma si desume un interesse preminente per gli aspetti più clinici e culturali della psicoanalisi, che non per le presunte dimostrazioni nell’ambito delle neuroscienze. Questi ultimi percorsi, mi pare di capire, hanno rischiato una ulteriore deriva della psicoanalisi: nel tentare di rintracciare i correlati neurologici dell’inconscio, si finisce magari col trascurare le ramificate e cangianti dinamiche del medesimo.

Che l’inconscio non sia fisso e inamovibile come quello concepito da Freud, lo conferma anche Stefano Bolognini, psichiatra, psicoanalista e presidente della Spi. Nell’intervista che ha rilasciato a Egle Santolini (“Nell’era dell’uomo catamarano”, La Stampa, 28 maggio 2010) afferma riguardo i pazienti che giungono in analisi: «Sempre più spesso, invece che i classici sintomi nevrotici, con i tradizionali comportamenti ossessivi o ansiosi, ci troviamo a fare i conti con un dolore sordo, poco strutturato, indefinito. Il fatto è che è l’inconscio ad essere mutato».

Ma, mi domando: se l’inconscio muta, ha ancora senso chiamarlo inconscio? E l’inconscio cambia, sicuramente, anche a seguito della crisi economica e sociale che ci attanaglia. Non auspico certo una “psicoanalisi popolare”, per mettere in analisi e “curare” l’intera società, come capitò di sentir dire in passato (e comunque uno psichiatra come Ronald Laing può oggi essere considerato profetico, per come seppe intuire e descrivere i guai mentali che avrebbe prodotto un certo tipo di cultura sociale e industriale).

Un trattamento psicoanalitico, un tempo distribuito su cinque volte la settimana, oggi viene “ridotto” a tre o quattro. I costi? Dai 40 agli 80 euro, a seduta. Avere un inconscio, costa. In tutti i sensi. Non passerà molto e qualcuno proporrà che, in tempi di crisi e siccome muta, conviene abolirlo. Oppure applicare una pesante tassa sull’inconscio. Per legge.

Il cervello religioso


Quando lavoravo con Marco Margnelli (ricercatore del Cnr in neurofisiologia, medico, psicoterapeuta e pioniere nello studio degli stati modificati di coscienza) abbiamo atteso a lungo la realizzazione di un volume come questo (Neuropsicologia dell’esperienza religiosa, Astrolabio, pp. 476, 38 euro). Ci furono soprattutto i testi di Margnelli appunto, gli studi e le pubblicazioni di Riccardo Venturini, medico anch’egli, ordinario di psicofisiologia clinica e maestro di meditazione buddhista mahayana (con un’ulteriore laurea in filosofia). Un percorso di studi e interessi più unici che rari, soprattutto nel panorama culturale e scientifico italiano. Di Venturini è tra l’altro la prima edizione italiana di Daniel Goleman – successivamente divenuto celebre col suo testo sull’intelligenza emotiva e susseguenti – con un volumetto sulle varie esperienze di meditazione (Esperienze orientali di meditazione. Manuale di psicologia degli stati alterati di coscienza e delle tecniche di meditazione, Savelli, 1982; oggi introvabile).

 Questo di Franco Fabbro è un volume poderoso che, appunto, mancava e di cui si avvertiva l’esigenza. Soltanto un personaggio formato in campo medico, con specializzazione e quindi solide conoscenze in ambito neurologico, oltre che psicologico, associate a motivazioni proprie per la ricerca interiore, avrebbe potuto realizzare. Costituisce una summa di informazioni e conoscenze per tutti coloro che siano interessati allo studio delle esperienze religiose, del misticismo, dell’estasi,  insomma della modificazioni (endogene ed esogene) degli stati di coscienza, ma pure della malattia – quale esperienza irrinunciabile della condizione umana. Nelle prospettiva della neuropsicologia e delle neuroscienze.

Come è riuscito a dire nella prefazione lo scrittore friulano e amico dell’autore, Carlo Sgorlon (scomparso il giorno di Natale dello scorso anno, anch’egli era residente ad Udine dove insegna Fabbro): «Credo che pochi come Franco Fabbro conoscano lo strumento della nostra conoscenza, di cui ognuno è convinto essere l’organo più perfetto e misterioso di cui il miracolo della vita ci ha dotati. Se la vita, la natura, anzi tutto l’Universo, con i suoi miliardi di galassie, sono misteri da tutti i versanti, il cervello dell’homo sapiens è il mistero dei misteri. Le nozioni che Fabbro ci fornisce su di esso e sulle sue parti (la corteccia, il corpo calloso, l’ippocampo, il lobo occipitale, quello frontale, quelli temporali) sono una fonte di meraviglia senza fine».

Anche questo rapporto di amicizia e scambio, arricchimento culturale, tra un neuroscienziato e un grande scrittore come Sgorlon, ma pure con il poeta Pierluigi Cappello, denota la volontà di Franco Fabbro di non voler cercare le sue risposte esistenziali in un’unica direzione. In questa chiave di lettura, trova una possibile interpretazione il senso di passione “rinascimentale”, fortemente umanistica, oltre che scientifica, che le dense pagine di questo volume trasmettono al lettore. Si comprende che il tentativo è anche quello di produrre una sintesi, riannodare un matrimonio, tra cultura scientifica e cultura umanistica (si veda ad esempio il capitolo sull’epilessia estatica di Dostoevskij). Non è semplice, ma Fabbro ci prova.

Vi è profuso un lavoro davvero notevole per portare il lettore a condividere con l’autore le conoscenze fino ad oggi accumulate sulla conoscenza del cervello, le funzioni dei neurotrasmettitori, gli effetti delle sostanze psicoattive e la loro influenza nella genesi di certi movimenti religiosi, la natura di sonno e sogni, lo sciamanesimo e molto altro. Accanto a quanto hanno evidenziato le tecniche di visualizzazione del cervello (neuroimmagine) e i vari percorsi dell’indagine neuropsicologica, psicopatologica e, in generale, delle neuroscienze.

Franco Fabbro è un neuroscienziato “spiritualista” e, perciò, fuorimoda, fuori dal paradigma scientifico condiviso? Per sua stessa ammissione non nega il suo forte coinvolgimento, fin da bambino, con l’educazione e le esperienze religiose. Ha il coraggio di dichiarare pubblicamente il suo profondo interesse per gli stati di confine della mente e della  coscienza. La sua decisione di fare medicina e neurologia, come Fabbro ci racconta nell’introduzione, è susseguente alle sue motivazioni, di carattere esistenziale e filosofico, di occuparsi delle grandi questioni della vita umana. Anzi, di primo acchito, si iscrisse a filosofia e, contemporaneamente, venne accolto al seminario di teologia di Udine.

Non molti medici oggi, se non dopo aver raggiunto alcuni traguardi della propria carriera,  ammettono ciò che intimamente sperimentano: essersi accostati alla medicina e alla pratica clinica, anche, a volte soprattutto, per cercare una risposta ai grandi interrogativi sul senso del vivere, soffrire, morire.

La sua “vita a doppio binario”, come Fabbro stesso la definisce nell’introduzione, ne fa invece un ricercatore unico nell’orizzonte attuale, degno della massima attenzione e considerazione. Il rischio è quando uno studioso imbocchi una via a senso unico (troppo materialista o troppo spiritualista), perdendo di obbiettività e rigore scientifico – trovandosi a dire e fare di tutto per dimostrare le proprie tesi. In Franco Fabbro, mi pare, sia invece mantenuto un sano equilibrio tra le sue “due vite parallele”. E una onestà intellettuale nel renderci partecipi del suo percorso nel giungere a maturare simili interessi, studi e riflessioni.

«Non ho mai indagato – scrive Fabbro nelle note autobiografiche introduttive – che  cosa pensassero veramente i miei colleghi neurologi e neurofisiologi di queste mie ‘scorribande’ in ambiti considerati proibiti. Sospetto che allora, e forse anche oggi, provassero nei miei confronti dei sentimenti ambivalenti. Non si poteva dire che ero uno sprovveduto, perché ero in grado di pensare e realizzare ricerche scientifiche ‘standard’ (che stavano cioè all’interno del paradigma scientifico comunemente accettato e condiviso). D’altra parte manifestavo delle pericolose propensioni verso argomenti che venivano considerati con sospetto. Tuttavia l’interesse verso tematiche religiose e spirituali fino ad ora non si è mai manifestato in maniera troppo esplicita. La capacità di percorrere due vite parallele, tenendo a bada i miei interessi filosofici e spirituali, mi ha permesso di completare la mia carriera accademica».

Più che un libro, questo è un vero e proprio trattato, ricchissimo di riferimenti e adeguate illustrazioni scientifiche. Ed è ancora più intessate per la partecipazione appassionata all’argomento, oltre alla capacità di autoanalisi, di cui l’autore ci rende partecipi. Da tutto ciò, e anche dalle pubblicazioni precedenti, si comprende molto bene che Franco Fabbro (neurologo e ordinario di neuropsichiatria infantile all’Università di Udine) è senza dubbio uno dei più preparati e originali studiosi di queste tematiche.

Questo testo è destinato a diventare un classico della materia. Un volume che, una volta tanto, merita di essere tradotto e diffuso pure all’estero. L’unica pecca (tuttavia rimediabile in ulteriori edizioni) per un volume così denso e ricco di informazioni? Non disporre di un indice analitico.

Intervista a Franco Fabbro all’interno del programma “Le Storie”(Raitre, 2/12/2011) condotta da Corrado Augias.

Il volo del diavolo


Ho finito di leggere il libro di Simone Goldstein ed Anna Condorelli, due  psicoterapeuti che da anni si occupano di pazienti affetti da neoplasie e li aiutano ad affrontare il difficile percorso delle cure , notoriamente aggressive , che questi pazienti devono affrontare. Il loro intervento è basato sul ridare un senso alla relazione con se stessi e con la malattia evitando di farli manipolare dal terapeuta. Ho collaborato anni fa con Goldstein aprrezzandone l’ intelligenza ed il carisma del suo intervento e recentemente l’ho reincontrato in un convegno a Schio dove ho presentato il mio libro  Il cervello anarchico.

Il loro libro è una ristampa e la sua lettura mi ha messo in difficoltà proprio in relazione al mio comportamento di terapeuta che per anni ha affrontato la difficile tematica del tumore polmonare cercando di proteggere il malato dalla conoscenza della sua malattia e della sua prognosi infausta, quod vitam , aiutato in questo dai parenti che tenacemente si sono sempre opposti a chè il malato conoscesse la propria diagnosi. Proprio su questa manipolazione i due autori sono convinti , in base alla loro esperienza , che è molto meglio per il paziente conoscere la verità in quanto questa conoscenza consentirebbe di attivare quelle risorse e quella speranza che altrimenti non verrebbero  espresse. Il tema è assai complesso ed io rimango dell’ idea che di fronte ad una malattia mortale , a breve termine , sia difficile per il malato tollerarne la conoscenza anche se , in realtà , tutto il procedere terapautico e sintomatico sono da soli espressione di un percorso inequivocabile. Scrivono gli autori : come ben documentato dagli studi sull’effetto  “placebo”, in certe occasioni è una determinata modalità tecnica – comunicativa a fornire potenza e credibilità alla sostanza presentata come farmaco. L’impatto terapeutico , allora , viene prodotto dalla forma che assume la relazione , la quale , per essere efficace , deve assolutamente manifestarsi come espressione congrua di un sistema di convinzioni condivise tra i partecipanti. Queste convinzioni dicono più o meno così : ” quello che sta succedendo in questa interazione produce salute “.

La speranza , scrivono ancora gli autori , in sostanza è la rappresentazione di uno svolgimento positivo per se , futuro , che si alimenta della consapevolezza dei processi attuali e dell’ attenzione alle proprie risorse. Nella speranza non c’è una sottovalutazione del rischio , al contrario c’ è una grande considerazione di questo : la persona ammalata grave che manifesta speranza sa che può perdere la partita , ma non gioca a vincere in un senso solo , sa che questa è una delle possibilità , e non l’ unica. Al contrario di una persona che vive nell’ illusione, la persona che vive nella speranza , accetta la propria situazione e si rende disponile al cambiamento , a lasciare che l’esperienza scorra e che si modifichi , e a considerare le diverse manifestazioni dell’ esistenza come segnali che indichino la  strada  da seguire.           

 Una persona ammalata che non nutre speranza non ha accettato la condizione in cui si trova e ciò   la porta a perdere la gestione dei propri processi . Come può un individuo accettare la propria condizione se quello che fanno attorno a lui , dai familiari ai medici agli amici è tentare di togliergli la possibilità di farsi responsabile di sè , innanzitutto distorcendo la realtà attraverso una manipolazione macchinosa delle informazioni ? Come vedete cari amici  il ragionamento dei due autori non fa una piega ed io mi cospargo il capo di cenere per i miei 30 anni di manipolazioni a fin di bene vissuti con i miei malati nel desiderio di proteggerli dall’ angoscia di morte che inevitabilmente quel tipo di malattia induce.