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La vita dopo Lost. Ovvero: la mente si nutre di racconti e misteri


Due giorni al termine dell’epica narrata da Lost. Più la scadenza si avvicina, e più i commentatori centrano l’attenzione sui contenuti mitologici, alchemici, spiritualistici, esoterici, occulti, massonici, numerologici, teosofici, archetipici del più originale e intrigante serial tv – ormai possiamo affermarlo a piena ragione – mai realizzato nella storia della scatola magica.

La tv rappresenta, per molti versi, il simulacro e l’altare a cui la nostra epoca immola vite e su cui costruisce molte credenze. Si discute più di quanto avviene in tv, anche nelle forme più involute e becere, che non di filosofia, religione, credenze, vita e morte o, comunque, interrogativi aperti ed eternamente insoluti della nostra esistenza. E proprio nel momento in cui internet insidia il potere massificante della dea tv, Lost riacciuffa e riporta alla scatola magica milioni di cervelli e di menti in tutto il mondo, con i meccanismi che sono proprio dei fondatori di nuove credenze o movimenti religiosi. Strutturare dogmi e renderli accettabili. Instillare la fede nella psiche dei lostdipendenti.

La genialità degli autori di Lost sta, tra le altre cose, nell’aver preso una banale trama di avventure esotiche (naufragio, in questo caso incidente aereo, soliti sopravvissuti dai caratteri e trascorsi variegati, isola misteriosa in cui perdersi, ritorno problematico alla civiltà) e shakerarli per bene con tutti i generi conosciuti della narrazione cinematografica e non. Ma ancor più, nell’aver introdotto nel cocktail componenti che funzionano da millenni: senso e gusto del mistero, aldiqua e aldilà, destino e libero arbitrio, varianti esistenziali, simbolismo, presenze salvifiche contrapposte e mescolate a quelle distruttive, ambigue e inquietanti.

E, ancora, qualche olivetta di fisica post-einsteiniana, mixata a filosofia oriental-buddhista e cultura spiritica: relatività del tempo e dello spazio (paradossi o loop temporali), provvisorietà di ogni esperienza terrena, rimescolamento delle categorie alto-basso, positivo-negativo, vita-morte, realtà-fantasia, vero-falso. Dalla cultura spiritica e teosofica deriva invece la dimensione ultraterrena di piano astrale, dove ricordi, fantasie o immaginazioni, possono strutturarsi in esperienze “reali” in modo estemporaneo, senza consequenzialità spazio-temporale.  E, appunto, l’isola più che un aldilà generico, assomiglia davvero al concetto di piano astrale, o ai piani di esistenza ultraterreni descritti nella letteratura spiritica e teosofica. Rimandi sono anche al concetto, sempre di matrice teosofica-antroposofica, del piano (archivio o campo) Akashico (in cui sarebbero “registrate”, e quindi recuperabili, tutte le vicende umane – molto simile all’etere tv in cui si dispiega Lost, se vogliamo).

A un episodio dalla conclusione, gli autori dicono che saranno svelati i misteri grandi, ma non quelli piccoli. E’ giusto. Ma ancora più saggio sarebbe non spiegare un bel nulla. Le narrazione leggendarie e le grandi epiche misteriche, raccontano, non spiegano. E se gli autori di Lost, fatte le debite proporzioni, possono essere assimilati agli autori dell’ Epopea di Gilgamesh – ma anche della Bhagavad Gita, l’Odissea, l’Isola del tesoro, Il signore delle mosche, Il mago di Oz o la narrativa di Allan Poe, Borges, ma pure Philip K. Dick (Ubik in particolare) e Stephen King – sono riusciti a ricreare la stessa passione che la mente umana ha sempre nutrito per questo tipo di intrecci, Lost dovrebbe rimanere una narrazione zeppa di misteri parzialmente o totalmente insoluti. Da che mondo è mondo, il fascino risiede in ciò che non trova spiegazione. Non in ciò che è completamente compreso.

Il tema dell’isola è centrale e determinante. Isola come luogo a parte. Luogo dei misteri. Separato dal resto del mondo. Dove tutto può accadere. “Se esistono luoghi particolarmente amati dall’immaginario, questi sono le isole. Un’isola, infatti, al contrario del continente, sul quale il meraviglioso si trova sempre inserito in un insieme che ne ‘diluisce’ il fascino, costituisce  un universo chiuso, ripiegato su se stesso, al di fuori delle leggi comuni: dal punto di vista estetico, si avvicina al ‘genere’ del medaglione, in cui il ritratto viene inserito in una cornice cesellata apposta per lui, fatta su misura. L’isola è dunque, per sua natura, un luogo in cui il meraviglioso esiste di per se stesso, al di fuori delle leggi comuni e sottoposto a regole che gli si attagliano: è il luogo dell’arbitrario. L’essere normale che approda a un’isola non può mantenere intatti tutti i caratteri a lui peculiari, se decide di rimanervi: deve pertanto scegliere tra l’allontanarsene e il rivestire la nuova natura che essa gli impone”. Chissà se gli autori di Lost hanno mai letto questo brano. Scritto più di vent’anni prima dalla medievalista Claude Kappler (Demoni mostri e meraviglie alla fine del Medioevo).

Le tracce che portano a Lost sono disseminate in una miriade di riferimenti della cultura umana. L’atmosfera e la filosofia di Lost sono già presenti, ad esempio, nell’arte dei surrealisti e in particolare di Salvador Dalì – là dove compaiono gli ‘orologi molli’. Ognuno di noi si interroga sul senso dello scorrere del tempo, dell’essere e non essere, di chi fino a poco fa c’era e un attimo dopo non c’è più. Sulla possibilità che la nostra vita, o quella dei nostri cari, sarebbe potuta andare diversamente da come è andata.

Lost agisce e cattura come narrazione (per quanto assurda possa apparire: spostare un’isola non è certo come parcheggiare un’auto), l’ambientazione, i caratteri interpretati dagli attori. Ma ancor più per la capacità di evocare, risvegliare, stuzzicare in chi lo segue, il senso del mistero. Se, come narratore e filmmaker, azzecchi questa formula, hai vinto: perché da sempre la mente umana si nutre di narrazione e mistero. Come genere narrativo Lost si inscrive nel realismo magico (vedi anche la relativa voce italiana su Wikipedia: praticamente l’intero elenco di “aspetti comuni” del genere viene soddisfatto). Un genere che, se ben congegnato tra misteri e suspense, riscuote sempre successo.

“Life After Lost” è il titolo del servizio che James Poniewozik firma su Time di questa settimana (nelle pagine web è inoltre possibile trovare un godibilissimo ed efficace “ABC di Lost in 108 secondi”), in cui la serie viene giustamente definita “una storia complessa per tempi complessi”. La vita dopo Lost è quella dei creatori di storie leggendarie e misteriose. Che riescono a catturare le menti di milioni di persone. Agganciandole con una necessità mai sopita della mente umana: il senso del mistero. Tanto Dan Brown che gli autori di Lost ne hanno intercettato l’esigenza. Proprio in un’epoca che pareva ormai votata allo scientismo e all’oggettività. Un’epoca psicosociale che, al contrario, riscopre, se non il gusto, la tendenza a perdersi nell’inconsueto e nell’inverosimile.

La domanda finale è: la mente umana può credere a tutto? La risposta è sì. Non sempre e non dovunque, in ogni caso. Ma l’esperimento di massa messo a punto da Lost è perfettamente riuscito. Potremmo vederla come una applicazione della ‘social trance’, definizione e fenomenologia che trovano sempre più interesse e seguito in vari contesti.

Non dimentichiamo infatti la cosa più importante, dal punto di vista psicologico: chi ha seguito Lost negli anni, dall’inizio alla fine, come ho scritto in precedenza, ha sospeso il giudizio (pur tentando di dare ragione dei molteplici misteri della vicenda). Facendo ciò, si è sottoposto una sorta di ipnosi di massa. Tra i cardini fondamentali per poter essere soggetti all’ipnosi, ci sono appunto i fenomeni psicologici della dissonanza e flessibilità cognitiva. Stati mentali che il lostomane non ha potuto fare a meno di frequentare. Alla grande.

News: lunedì 24 maggio, a partire dalle 16.30, sarà possibile vedere l’episodio conclusivo di Lost introdotto e commentato da Aldo Grasso (il critico tv e docente, convinto assertore di Lost come “capolavoro”) e Massimo Scaglioni (Università Cattolica, Milano).

Sognando con Malika Ayane


Ogni tanto tra i centomila canzonettari senza anima né un briciolo di creatività che il mercato italico ci propina continuamente, sorge una vera stella. E’ gioia autentica, uno struggimento dell’anima, una doccia di emozioni ascoltare Grovigli, l’ultimo album di quella voce vibrante che è Malika Ayane. Notevoli anche l’impasto musicale e il duetto con Paolo Conte. Ascoltate Sogna, oppure Chiamami adesso, socchiudete gli occhi, e sarete trasportati in altri luoghi della mente. Vi perderete nei grovigli dell’anima.

La relazione mente-corpo


Nell’ottobre 2005 usciva il mio libro Il cervello anarchico edito da Utet. Da allora, in modo assolutamente casuale, sono stato invitato a presentarlo in circa una cinquantina di posti in giro per l’Italia. L’invito in genere nasceva dalla iniziativa di  un lettore di varia estrazione culturale. Da Riza psicosomatica alla Biennale danza di Venezia, alla ASL psichiatrica vicino a Caserta, sempre ho trovato accoglienza affettuosa e consapevole sugli argomenti da me trattati nel libro. L’ultimo invito è di pochi giorni fa in occasione della settimana di neuroscienze organizzata dal comune di  Schio in sinergismo con i Lyons ed una libreria della cittadina.

Assieme a me era stato invitato Simone Goldstein, uno psicoterapeuta di cui io parlo nel libro per il lavoro di sinergismo a suo tempo fatto con lui sugli ammalati di tumore polmonare. Il nostro obbiettivo comune era quello di potenziare la chemio o radioterapia  da me impostata come oncopneumologo con la motivazione psichica indotta da Goldstein. E’ noto infatti da tempo  che il valore dell’approccio mentale non è qualcosa di astratto ma è traducibile in una concreta risposta biologica.

Questo tipo di approccio era già stato ampiamente sfruttato dai coniugi Simonton negli Stati Uniti.  Ma quando pochi anni fa il dr. Carl Simonton è venuto per un ciclo di conferenze in Europa, a Milano è stato assolutamente snobbato dai nostri oncologi istituzionali, e l’ Associazione che si occupava di organizzare il convegno ha fatto fatica a trovare una sede  adeguata. Eppure tutte le ultime scoperte della neuroimmunologia confermano l’ importanza del cervello  e dell’assetto psichico nella ottimizzazione delle risposte immunitarie. A maggior ragione durante i trattamenti  terapeutici oncologici, prevalentemente immunodepressivi, l’importanza di un supporto motivazionale verso la risposta attesa, analogamente alla aspettativa fideistica della guarigione quando si va a Lourdes, sarebbe senz’altro un ottimo adiuvante.

Checklist Manifesto. Le liste anti-errore


Gli elenchi, le liste di controllo sono utili a tutti. Sia che si vada a fare la spesa (“accidenti, ho scordato la carta igienica!”), sia che si piloti un aereo, oppure si debbano seguire una serie di priorità nell’esecuzione di determinati lavori o nel controllo di un impianto tecnico. Mettere a punto una lista di cose da fare è decisamente meglio, e soprattutto più efficace, che non rendersi conto a posteriori di aver scordato qualche passaggio. La lista codificata struttura il pensiero. Dà ordine alle nostre azioni. Limita le dimenticanze, a volte anche gravi e irrimediabili. Inoltre, per loro stessa natura, le liste sono perfezionabili. Anche se, ovviamente, non dovrebbero occupare decine e decine di pagine di questionario. Ancora più efficaci, comunque, se vengono gestite da personale “specializzato” nell’eseguire i controlli attraverso le checklist. A maggior ragione se avete a che fare con la pelle della gente, ad esempio da sottoporre ad un intervento chirurgico.

Sono episodi da cronacaccia. Quelli che si beccano l’appellativo di “malasanità”. Errori che sembrano assurdi, inconcepibili per la gente. Operato alla gamba sbagliata (o altra parte del corpo). Dimenticati garze e pinze chirurgiche nell’addome. E via suturando. Come è possibile?, si domanda la gente. E’ possibile. Tutte le volte in cui gli interventi si susseguono a ritmo serrato. Ogni volta che la stanchezza e lo stress (o altri fattori contingenti) fanno perdere lucidità e attenzione. Ogni volta che routine, atti ripetuti, automatismi, interruzioni impreviste, distrazioni, fanno calare una cortina fumogena sui comportamenti, il rischio di errore è dietro l’angolo.

Così come l’incidente o, addirittura, il disastro, se dai nostri comportamenti possono derivarne conseguenze. Come nel caso di controllo e gestione di attrezzature e impianti complessi (si tratti di centrale nucleare, aeroporto o blocco operatorio). Ogni volta, appunto, che non vi siano persone dedicate a verificare, a controllare che tutto sia stato fatto nel verso giusto (e i ferri chirurgici siano di nuovo tutti lì nelle vaschette).

Ne è oltremodo convinto il chirurgo e scrittore statunitense Atul Gawande, autore di The Checklist Manifesto, già un bestseller in America. Evidentemente Gawande ha intercettato una necessità: in un mondo sempre più veloce e complesso, la mente umana ha bisogno di qualche regola per rallentare un attimo e riflettere su quanto va facendo. Anche perché Gawande, come nei precedenti libri (un paio editi anche da noi, Salvo complicazioni da Fusi Orari e Con cura da Einaudi, scritti benissimo), parte dalla sua esperienza di chirurgo per affrontare temi molto più ampi della nostra vita quotidiana. Un esempio di come la cultura medica, e la riflessione sulla medesima, possa estendersi a molti altri aspetti della nostra esistenza. Quando si ha a che fare col sottile confine che divide la vita dalla morte, ogni altro argomento risulta consequenziale.

Il tema dell’efficacia delle checklist di sicurezza – come evitare e limitare l’errore medico, fonte di molti guai prima di tutto per il paziente, ma anche per le conseguenze legali ed economiche per medici ed ospedali – è molto dibattuto nella comunità chirurgica internazionale. Sia sulle principali riviste mediche (vedi ad esempio JAMA) che  in una miriade di siti e, addirittura, attraverso filmati “didattici” su YouTube.

Tenete d’occhio The Checklist Manifesto (uscirà, ne sono certo, anche da noi). E soprattutto il giovane e brillante chirurgo Atul Gawande. Time della scorsa settimana lo include tra le 100 persone attualmente più influenti al mondo (basti vedere citazioni e discussioni, pro e contro, che ha suscitato sulla letteratura medica internazionale, ma anche economica). Uno scienziato della checklist, finito in una checklist.

* Vedi anche i materiali su “come si usa la checklist in sala operatoria” nel sito del Ministero Salute: testi, video. Intervista ad Atul Gawande sull’importanza delle checklist .

News –  E’ trascorso più di un anno, ma la “profezia” si è avverata: il libro è uscito anche da noi (Checklist, pubblicato da Einaudi, come il precedente Con cura).

 

Addio a Carlo Lorenzo Cazzullo, psichiatra


Se ne è andato ieri a 95 anni Carlo Lorenzo Cazzullo, nella sua Milano. Era nato a Gallarate (Varese) il 30 gennaio 1915

Ora tutti parleranno del “padre della psichiatria italiana”. E in effetti lo era, essendo riuscito a separare la neurologia dalla psichiatria attraverso una legge che, dopo molte peripezie e anticamere, si vide approvare, lui democristiano, anche dai comunisti (aveva curato, da par suo, il figlio di un parlamentare del PC e questi gli fu riconoscente). E successivamente a creare, in pratica, tutte le cattedre e gli istituti di psichiatria esistenti in Italia.

Memorabili le sue lezioni e i suoi seminari all’Istituto di psichiatria, da egli fondato nel 1959, e all’Ospedale psichiatrico Paolo Pini, quartiere milanese di Affori (solo “Affori” per Cazzullo), a cui, negli anni Sessanta e Settanta, oltre agli studenti e specializzandi, poteva accadere partecipassero anche giornalisti come Giampaolo Pansa. O, come egli stesso rammentava divertito, un vigile urbano “appassionato di psichiatria”. Erano gli anni dell’antipsichiatria, di Basaglia, e Cazzullo seguiva invece una via psichiatrica più cauta, conscia delle difficoltà che la disciplina avrebbe dovuto ancora affrontare. Sia sul piano scientifico che clinico.

Erano gli anni in cui arrivò una delegazione di psichiatri dalla Cina comunista (c’è una bella foto di Cazzullo che parla ai colleghi del celeste impero, tutti riuniti attorno ad un tavolone). Oppure studiosi diventati di culto, come lo psicoanalista Michael Balint. Per tutta la vita Cazzullo è stato un entusiasta, pur con momenti di stanchezza e malinconia. Da cui però sapeva riprendersi, grazie al suo grande amore per la psichiatria, la neurologia e, in seguito, le neuroscienze. Ma anche per la cultura in generale, specialmente quella classica, storica e filosofica. E per la musica. Sempre attento e vigile sulle nuove scoperte in campo scientifico e medico, non soltanto psichiatrico. Sempre pronto ad ascoltare persone di ogni età, anche giovanissime. Sempre rapido nell’apprendere qualcosa di nuovo.

Ho avuto la fortuna di frequentare la sua casa e l’ampio studio ricolmo di libri e onorificenze,  all’ultimo piano di Piazza Duse 1 a Milano, in coincidenza della fermata metrò di Palestro, percorrendo l’arco proprio di fronte al museo di Storia naturale. Lo incontrai a lungo, raccogliendo ore e ore di registrazione, difficoltosamente trascritte, e copie di documenti, per ricavarne una biografia. Ai due lati del vasto, elegante e raffinato appartamento vecchio stile, con bellissime balconate, vi erano i due studi: il suo e quello della moglie, la neuropsichiatra infantile Adriana Guareschi Cazzullo.

Con quella sua voce particolare, riconoscibilissima, quel suo modo di essere burbero e dolce, Cazzullo era unico. Anzi, “il Cazzullo”, come amava definirsi con un sorrisino ironico. Adorava l’ironia sottile e la battuta fulminante. Anche ultraottantenne non risparmiava giudizi e critiche, sempre motivate, ma lapidarie. Era un uomo, oltre che uno scienziato della psiche, generoso, irruento, creativo, coraggioso, energico, preparatissimo. Non da tutti amato, certo, ma come accade a coloro che hanno carattere e fanno storia.

Un anno mi mostrò sconfortato una lettera della Società italiana di neurologia in cui gli veniva negata l’associazione onoraria. Una nota di un amico neurologo aggiungeva che ne era molto dispiaciuto, ma la votazione era andata così. “E’ una vita che pago la quota – commentò Cazzullo – alla soglia dei novant’anni e dopo tutto quello che ho fatto, ho semplicemente chiesto che mi riconoscessero come socio onorario. Pazienza”.

Che cosa aveva fatto di tanto sconvolgente Cazzullo? Ci aveva messo vent’anni per separare le due discipline: la neurologia dalla psichiatria. Prima esisteva solo la neuropsichiatria. Ma una volta laureatosi con Besta a Milano e recatosi appena terminata la guerra, nel 1946, come ricercatore in neurofisiologia, grazie a una borsa,  al Rockefeller Institute for Medical Research di New York, studiosi del calibro di R. Lorente de Nò e A. Ferraro, oltre al premio Nobel Herbert Gasser, lo convinsero che era giunto il momento, anche per l’Italia, di far percorrere differenti strade accademiche e scientifiche a due discipline così complesse e vaste, pur con evidenti punti di contatto e sovrapposizione, come la neurologia e la psichiatria.

Ed è così che Cazzullo inizia la sua lunga e tribolata, ma anche entusiasmante, avventura per far nascere la psichiatria italiana.  Formando intere generazioni di psichiatri. Oltre a tracciare percorsi di ricerca e intervento clinico, come ad esempio quello attualissimo della riabilitazione psichiatrica, assolutamente innovativi. Ma, come la psicoanalisi ci insegna, Cazzullo era conscio di rappresentare, nel bene e nel male, la figura paterna. Per alcuni versi da temere, rispettare, ma anche rimuovere. Finché ha potuto Cazzullo ha rappresentato l’autorità e l’autorevolezza nelle sessioni nazionali e internazionali di psichiatria. Ma al di là di questo, ritengo, soprattutto un esempio di serietà professionale, rettitudine, coerenza e dedizione al lavoro con cui confrontarsi.

La vita di Cazzullo è un film. A New York incontrò Don Luigi Sturzo, rifugiato, e Arturo Toscanini. Da entrambi venne ricevuto per la raccolta fondi che il giovane Cazzullo stava facendo per far avanzare la neuropsichiatria italiana. Sempre a New York, con i fondi raccolti acquistò uno dei primi elettroencefalografi da inviare al Besta di Milano (chissà se in qualche scantinato c’è ancora: sarebbe ottimo per una mostra rievocativa). Ci aveva messo un mese, in nave, per raggiungere la Grande Mela. E trovò ospitalità in una trattoria con annessa camera gestita da italiani a Little Italy. Toscanini accettò di dare un contributo economico solo a patto che Cazzullo, nell’arco di una settimana, riuscisse a raccogliere una certa cifra. Il giovane Cazzullo riuscì ovviamente nell’impresa, e Toscanini aggiunse la sua parte.

E’ già un film la vita di Cazzullo. Mi tornano alla mente le immagini che sapeva evocare con i suoi appassionati racconti. Lui all’Ospedale militare di Milano che riesce a salvare un buon numero di ricoverati dalla deportazione in campo di concentramento. Cazzullo aveva fatto ragioneria, prima di iscriversi a medicina, e aveva studiato, bene, il tedesco. Questo gli permise di cogliere una telefonata in cui il comandante tedesco – con il quale aveva contatti in qualità di ufficiale medico – diceva ai suoi che l’indomani avrebbero fatto un rastrellamento all’Ospedale militare. Cazzullo si precipitò all’ospedale e convinse ad andarsene quanti più poté (non tutti avevano ancora la consapevolezza di cosa volesse dire “campo di concentramento”, alcuni pensavano di poter andare a lavorare in Germania e quindi stare meglio).

“Il giorno dopo – mi raccontò Cazzullo – arrivò il comandante con le camionette. Entrò nei reparti e li trovò semivuoti. Vestito di tutto punto, con la divisa, il berretto con la visiera e gli stivali, si voltò verso di me e mi lanciò uno sguardo che mi gelò il sangue. Carlo sei morto, ho pensato. Invece, si voltò verso i suoi e urlando Schnell Schnell!, se ne andarono”.

Cazzullo tra l’altro aveva militato nelle fila partigiane di Giustizia e Libertà: da quei ricordi, a cui teneva molto, ricavò un volumetto pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2005 (Un medico per la libertà). Una volta, mi raccontò, dovette starsene nascosto all’interno di un altare. Un’altra scampò, oltre a quella dell’Ospedale militare, ad una esplosione. “Ho evitato la morte almeno due o tre volte”, commentava con un sorriso.

Grandissimo il suo amore per la famiglia e gli adorati nipoti. Centinaia le storie relative ai suoi pazienti, anche famosi, che ha seguito e curato nell’arco di una vita. Anche negli ultimi anni, finché ha potuto. Molti di loro si sono sentiti e si sentiranno orfani. Ad un paziente che gli avevo inviato, disse: “Lei non ha bisogno di farmaci. Esca di più e vada a ballare”. Lo congedò con una terapeutica pacca sulle spalle. E il paziente seguì, con successo, il suggerimento del professore. Dopo una vita trascorsa con pazienti psichiatrici, sapeva ben distinguere tra il paziente bisognoso di psicofarmaci e quello che si nega all’esistenza. Ma tutti – più volte ne sono stato testimone – lo potevano raggiungere  con una telefonata, a cui cercava sempre di rispondere e rassicurare.  Lo stesso Cazzullo, del resto, vedovo della prima giovane moglie e giovane padre, aveva ben conosciuto la notte oscura dell’anima. “Ne venni fuori – raccontava – quando gli americani mi invitarono a tenere un ciclo di lezioni negli Stati Uniti. Sulla depressione”.

E’ stato un maestro. Ha aperto molti fronti in psichiatria biologica e psicofarmacologia. Era nato scienziato e ricercatore, ed era diventato pure un ottimo clinico e un grande docente. Molto saggio. Mi risuonano nella mente alcune sue sollecitazioni. Tipo: “Perché non mi hai chiamato ieri?”. “Professore, pensavo di disturbarla”. “Non pensare, verifica!”

Aggiornamenti – Nel Dizionario delle Scienze psicologiche di Luciano Mecacci (Zanichelli, 2012) alla voce dedicata a Carlo Lorenzo Cazzullo si legge: “Seppure di orientamento biologico (fu tra i primi studiosi italiani della psichiatria di indirizzo pavloviano), ha contribuito a uno sviluppo della psichiatria italiana aperto alle nuove correnti psicoterapeutiche di impostazione clinica e relazionale”.

Il sogno di Astarte e quelli di Camilleri


Ho appena visto e soprattutto ascoltato in tv quel grande narratore che è Andrea Camilleri (Che tempo che fa). Raccontava alcuni suoi sogni in cui era al centro della scena e cantava in opere liriche al Bolschoi di Mosca e al Sidney Opera House, dove peraltro non ha mai messo piede. Ci si appassiona ai suoi racconti onirici come ai suoi libri. Come a qualsiasi suo altro racconto di vita. Il suo cervello è quello di un raccontatore di storie. Seguita a produrne sia da sveglio che da addormentato. Anche per Camilleri vale quello stupendo appellativo che gli indigeni di Upolu (Isole Samoa) diedero a Robert Louis Stevenson: “tusitala”, narratore di storie.

Stanotte, da parte mia, ho invece sognato di dialogare con una figura femminile, sullo sfondo di un luogo agreste. La donna davanti a me dice di essere “Astarte”. Chissà perché vado a ripescare dalle profondità della mia mente una figura mitologica del profondo passato umano. Nessun nesso con ciò che possa aver pensato, letto, visto o discusso – almeno consapevolmente – nei giorni immediatamente precedenti. E allora? Che abbia ragione Jung e qualche base per la sua teoria dell’inconscio collettivo, del riaffiorare di miti e memorie collettive, ci sia nell’esperienza comune? Mah.