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The Master non ipnotizza, assonna


TheMaster_filmSi esce dalla visione di The Master con una domanda in testa: quindi? Cosa voleva significarci Paul Thomas Anderson con un film così sconclusionato, prolisso, soporifero più che ipnotico? Non dico non insegni, ma non mostra proprio nulla delle motivazioni psicologiche che legano assieme le persone all’interno di un culto pre-newage, infarcito di tecniche suggestive, filosofemi vitalistici, credenza nelle reincarnazione, regressioni alle “vite precedenti”.

Non dico non riveli proprio nulla, ma non mostra neppure il senso del legame tra “the master”  Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, il discepolo folle, tossico e violento. Bastano due grandi attori, due eccelse interpretazioni, per risolvere un film del genere? Nemmeno per sogno. Seymour Hoffman e Phoenix recitano da dio, ma nel vuoto cosmico. Basta qualche stravaganza sessuale, qualche nudo a casaccio, per farne un film d’autore? La frase più appropriata è quella del figlio del guru Hoffman, rivelatrice di tutto il film: “si inventa tutto, non significa nulla!”. La trama può riassumersi in una riga: due matti si incontrano, uno è un fallito psicolabile mentre l’altro fa della sua follia un culto, e ci fa su dei soldi. The End.

More & cuore: frutta e verdura rosso-blu proteggono il cuore delle donne dall’infarto


FragoleMirtilliOKFrutta, ma anche verdura rossa/blu (contenente antociani, famiglia dei flavonoidi, come mirtilli, fragole, melanzane, more, ribes nero) hanno un ruolo importante nel preservare donne giovani e di mezza età dal rischio di infarto del miocardio.

Lo dice uno studio (Nurses’ Health Study II, seconda parte dell’indagine sui fattori di rischio di varie malattie in migliaia di infermiere reclutate) pubblicato nell’ultimo numero di Circulation dell’American Heart Association che ha coinvolto 93.600 giovani donne per la durata massima di 18 anni, esaminando la relazione tra assunzione di sottoclassi di flavonoidi e rischio di infarto miocardico.

“Ad oggi, l’attenzione si è concentrata sui fattori di rischio per la malattia coronarica nelle persone anziane, e i fattori di rischio possono variare con l’età, soprattutto nelle donne. Abbiamo una conoscenza limitata dei fattori di rischio modificabili per evitare l’infarto del miocardio nelle donne giovani, in particolare in relazione alla dieta. I flavonoidi, composti bioattivi presenti negli alimenti e nelle bevande a base vegetale, esercitano i potenziali effetti benefici sulla funzione endoteliale e sulla pressione sanguigna a breve termine, ma sono sconosciuti gli effetti di assunzioni abituali sul rischio di infarto del miocardio nelle donne più giovani”.

Negli anni dello studio si è constatata una riduzione del 32% del rischio cardiovascolare, indipendente da altri fattori alimentari/stile di vita noti, come fumo, indice di massa corporea, consumo di frutta e verdura.

“Per correlare questi risultati ai fini della salute pubblica, abbiamo dimostrato che l’assunzione combinata delle fonti principali di antociani (fragole e mirtilli) si associa ad una riduzione del rischio di infarto miocardico. Questo studio suggerisce che consumi elevati di antociani possono ridurre il rischio di infarto miocardico nelle giovani donne. Sono necessari studi di intervento per valutare gli end point clinicamente rilevanti, e la prevenzione dovrebbe puntare ad aumentare l’assunzione di cibi ricchi di antociani”.

Lo studio valuta l’assunzione di ogni alimento (fragole, mirtilli) fino a 6 volte al giorno. Il ruolo cardioprotettivo, ma anche neuroprotettivo, delle antocianine è noto da tempo a livello empirico e sperimentale. StudioCirculationQuesto studio è importante per vastità, durata, campione esaminato e conclusioni. Altrettanto importanti, su cui riflettere, anche le conclusioni “a margine”. In cui si dice esplicitamente che “la nostra attuale conoscenza dei fattori di rischio modificabili per evitare l’infarto del miocardio nelle donne giovani e di mezza età è limitata, e l’impatto della dieta è in gran parte sconosciuto”.

Riferimenti biblio: Cassidy A, Mukamal KJ, Liu L, Franz M, Eliassen AH, Rimm EB., High anthocyanin intake is associated with a reduced risk of myocardial infarction in young and middle-aged women, Circulation. 2013 Jan 15;127(2):188-96

Fat Change: Robert H. Lustig e l’amara verità sullo zucchero


LustigOKSegnatevi questo nome, ne risentirete parlare, appena i nostri giornalisti si accorgeranno del putiferio e del seguito che sta avendo e, soprattutto, quando il suo libro “Fat Chance” sarà pubblicato anche in Italia: Robert H. Lustig.

Lustig è endocrinologo pediatrico, professore di pediatria all’ Università della California di San Francisco, esperto di obesità infanto-adolescenziale.

Il suo saggio “Fat Chance” è una decisa presa di posizione contro lo zucchero, gli alimenti e le bevande zuccherate. Secondo Lustig la pandemia di sovrappeso e obesità nel mondo sono causate dallo zucchero e dell’alimentazione scorretta dell’ultimo secolo. Il suo indice è puntato in particolare sul fruttosio che definisce senza mezzi termini come una “tossina”, per l’accumulo di grasso che determina nel fegato.

Secondo Lustig lo zucchero delle nostre diete sbilanciate stimola la secrezione di insulina, da cui deriva uno stoccaggio di energia alimentare nelle cellule adipose. Alla lunga questo determina una alterazione sui segnali di fame-sazietà che giungono al cervello. L’ormone leptina dovrebbe segnalare al cervello di ridurre l’assunzione di cibo. Ma siccome il cervello delle persone obese ha sviluppato resistenza all’insulina e, di conseguenza, anche alla leptina, il messaggio di bloccare l’assunzione di cibo non arriva.

Questo di Lustig non è l’ennesimo libro su diete e obesità. E’ una denuncia e un invito a prendere provvedimenti urgenti e pratici a livello politico, economico e sociale. Anche se qualche soluzione pratica Lustig la fornisce: drastica riduzione dei consumi di zucchero, maggiore assunzione di alimenti che contengono elevate quantità di fibra alimentare – frutti interi piuttosto che succhi, per esempio – aumento dell’attività fisica.

Per la verità Lustig non è il primo ad indicare lo zucchero come una delle principali cause di molti dei nostri mali contemporanei. Ben prima di lui, anche se con minor credito scientifico e minori conoscenze rispetto ad oggi, ci fu lo scrittore a attivista americano William Dufty con il suo saggio Sugar Blues, diffuso e letto da milioni di persone in tutto il FAtChangeCovermondo dal 1975 ad oggi.

Sarà ascoltato Lustig? Ma, soprattutto, verranno messe in pratica le sue indicazioni? C’è da dubitarne, per i forti e diffusi interessi in gioco. Molto simili al commercio delle armi negli Stati Uniti. E qui, se vogliamo, stiamo parlando di “armi alimentari”. Intanto la campagna promossa da Michelle Obama, per la sensibilizzazione e la prevenzione dell’obesità, sta dando i primi risultati.

 

Il complotto dell’apocalisse


GoogleMayaOKVenerdì, 21 dicembre 2012 – The End per l’apocalisse, bye bye fine del mondo. La pacchia è finita. Nelle ultime settimane non ce l’ho fatta a tenere testa a tutto quanto appariva su giornali, fumetti, tv, libri, Rete, man mano che la data designata si avvicinava. Diciamo che mi è pure montata la noia. Ho iniziato a parlarne, ormai, più di un anno fa come di una “sindrome dell’apocalisse”. Ne ho discusso gli aspetti psicologici, antropologici, culturali.  Ho aggiunto quelli affaristici, di marketing.

Questa storia dell’apocalisse Maya verrà illustrata nei corsi universitari e nei master. Ne faranno tesi di laurea e ricerche. Su come una idea balzana abbia potuto influenzare così tanto e così a lungo a livello planetario. Le paure fanno e faranno sempre vendere. Soprattutto se ammantate di mistero. Questa è la lezione.

Ma la pacchia ora è finita. Non è finito il mondo, ma è finita la goduria per tutti coloro che ci hanno marciato sulla fine del mondo 21 dicembre 2012. Le trombe del giudizio universale non hanno suonato. Casomai risuonano in tutto il globo le pernacchie verso tutti i cultori e promotori della fine imminente. I cavalieri dell’apocalisse non sono arrivati. E’ arrivata una bella giornata di sole e ora passeranno decenni e decenni prima che qualcun altro si inventi un’altra panzana apocalittica di tale portata. Semmai sarà ancora possibile. Dato che la Rete lascia tracce imperiture e le generazioni a venire saranno autorizzate a farci grosse e grasse risate, sull’apocalisse Maya.

L’esperimento collettivo comunque è riuscito. Ora sarà la volta dei complottisti. Ci racconteranno, con dovizia di particolari, che si tratta di un esperimento messo in piedi dai servizi segreti, dagli illuminati, dal gruppo Bildelberg, dal Vaticano, dai massoni, dagli extraterrestri, dalle banche, da tutto ciò che potete supporre e immaginare di turpe e oscuro, per condizionare la mente e i comportamenti della gente a livello globale. E saranno altri libri, altri articoli, altri dibattiti tv, altri documentari, altre vuote e insulse chiacchiere. Questa volta sul “complotto dell’apocalisse”. Questa volta sull’ “esperimento apocalisse”. Fidatevi, questo accadrà. Davvero.

Amour, angosciarsi al cinema


AmourPerché infliggersi la visione estremamente realistica di una donna colpita da ictus con conseguente disabilità motorie, di parola, cognitive? Forse per mettersi alla prova: potrei, ce la farei ad affrontare una situazione del genere? Il marito, nel film, non se lo chiede. Sulla promessa fatta alla moglie di non riportarla più in ospedale in caso di nuovo attacco ictale. Lo fa e basta. Vedendo Amour mi sono posto il quesito non tanto sulla qualità, indubbia, del film e altrettanto degli interpreti, ma piuttosto perché uno si dovrebbe infliggere una visione così straziante. Al punto che lo scrittore e giornalista Paolo Pietroni che lo vedeva per la seconda volta, mi ha raccontato che diverse persone avevano abbandonato la sala già dal primo tempo.

La storia, per la regia di Michael Haneke, è quella di due vecchi coniugi interpretati dagli eccelsi Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva. Si svolge tutta tra le pareti di un ricco e ampio appartamento. Una signorile casa borghese di una volta. Con pianoforte, tappeti, suppellettili e librerie. Lei insegnante di musica, come il marito,  viene colpita da quello che un tempo veniva definito “attacco ischemico transitorio”. Nella tranquilla routine domestica, mentre sono entrambi seduti al tavolo di cucina, lei ha un’assenza. Un blackout. Un evento che da quel momento in poi cambierà radicalmente e drammaticamente la loro vita di coppia.

Operata alla carotide ostruita, ne subisce un ulteriore e più pesante ictus cerebrale che le causa una emiparesi. Da qui inizia il calvario. Domestico. Perché il marito, anche contro il parere della figlia, interpretata da Isabelle Huppert, si ostina tenacemente, con dialettica, dignità e logica stringenti, a tenere e seguire la moglie a casa. Che appena tornata dal primo ricovero in ospedale, aveva fatto promettere al marito di non riportarla mai più in ospedale. Qualsiasi cosa fosse di nuovo accaduta.

La visione del film è la visione di questo tragedia domestica. Di questa progressiva discesa agli inferi. Da una vecchiaia serena, fatta di piccole e abituali cose, di concerti seguiti assieme. Di piccoli pasti consumati in cucina. A una casa invasa dalla malattia. Dagli ausili sanitari. Dagli estranei. Dall’umiliazione di dover subire ciò che non si vorrebbe mai nella vita. E, più che questo amore coniugale, la volontà di mantenere fede al reciproco patto di solidarietà e assistenza. Fino alle estreme conseguenze.

Perché infliggersi un simile strazio? Nel senso di vedere, e per alcuni che l’hanno vissuta, immedesimarsi nella visione estremamente realistica delle conseguenze dell’ictus. Di un essere, di un corpo che progressivamente degenera e ci fa soffrire della sua sofferenza. Confrontarsi con la visione dei limiti della sofferenza umana. Della vecchiaia e della perdita di dignità del proprio corpo e del proprio essere. Anche a causa, magari, di operatori sanitari che dovrebbero dedicarsi a tutto tranne che ai malati, ai disabili e ai vecchi. Confrontarsi con la progressiva perdita di una vita degna di tale nome e del desiderio di farla finita con la sofferenza senza speranze e le umiliazioni continue. Tutto questo merita di essere visto al cinema?

Andare al cinema non soltanto per distrarsi. Per riflettere. Discutere. Immedesimarsi. Angosciarsi. Non fanno effetto decine di morti ammazzati nei thriller o negli horror, anche nei modi più efferati. Ma questo corpo cinematografico che si ammala, degrada, umilia, viaggia verso la fine, fa effetto, eccome. Perché i corpi di morti ammazzati dei film spettacolari non ci riguardano. Invece questo corpo ci riguarda. Non è cinema. E’ una finestra aperta sulla nostra vita. Sono i neuroni specchio che si attivano e ci fanno vivere quella sofferenza. Dallo schermo al nostro, di corpo.

Sei velcro o teflon? Come reagisci allo stress può essere predittivo del tuo stato di salute tra 10 anni


DavidAlmeida

A seconda che i problemi quotidiani, e stress conseguente, ti restino attaccati addosso come il “velcro”, oppure ti scivolino via come se tu fossi fatto di “teflon”, le ricerche più recenti sul comportamento umano, stanno stabilendo di cosa è più probabile ti ammalerai da qui a dieci anni. I tipi “velcro” e “teflon”sono un’efficace sintesi di David M. Almeida del Department of Human Development and Family Studies, Pennsylvania University. 

Lo studio, pubblicato sull’ultimo numero di “Annals of Behavioral Medicine” (Affective Reactivity to Daily Stressors and Long-Term Risk of Reporting a Chronic Physical Health Condition) indica che le modalità con le quali persone rispondono a fattori stressogeni nella loro vita quotidiana è predittivo di future malattie croniche.

Lo studio nazionale MIDUS (Midlife in the United States) intendeva indagare se una accresciuta reattività emotiva a fattori di stress quotidiano potesse essere associato al rischio a lungo termine di riportare una condizione cronica di alterazione della salute fisica. E’ stato preso in esame un campione di 435 adulti che, a metà degli anni 1990 e di nuovo 10 anni dopo, ha riferito fattori di stress quotidiani, la reattività a questi fattori di stress, e lo stato di salute fisica. 

 L’ipotesi di lavoro che l’accresciuta reattività affettiva si accompagnasse a una risposta fisiologica e, nel lungo termine, a una maggiore probabilità di manifestare una malattia cronica, ha trovato una evidenza nei risultati del campione preso in esame. 

Commento nostro: l’evidenza riguardo la correlazione tra risposta allo stress, stress cronico e malattie anche serie, nota da sempre a livello empirico, sta trovando continue conferme anche sul piano scientifico. La notizia buona, dato che ci troviamo nell’ambito della medicina predittiva, dunque della prevenzione, è che si può apprendere la regolazione emotiva e, soprattutto, gli esseri umani possono imparare tecniche di rilassamento e di meditazione adeguate alla vita occidentale. Questo è uno dei motivi, ad esempio, per cui la mindfulness sta avendo sempre più seguito, sia per i risultati pratici che per le conferme cliniche.