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Amour, angosciarsi al cinema


AmourPerché infliggersi la visione estremamente realistica di una donna colpita da ictus con conseguente disabilità motorie, di parola, cognitive? Forse per mettersi alla prova: potrei, ce la farei ad affrontare una situazione del genere? Il marito, nel film, non se lo chiede. Sulla promessa fatta alla moglie di non riportarla più in ospedale in caso di nuovo attacco ictale. Lo fa e basta. Vedendo Amour mi sono posto il quesito non tanto sulla qualità, indubbia, del film e altrettanto degli interpreti, ma piuttosto perché uno si dovrebbe infliggere una visione così straziante. Al punto che lo scrittore e giornalista Paolo Pietroni che lo vedeva per la seconda volta, mi ha raccontato che diverse persone avevano abbandonato la sala già dal primo tempo.

La storia, per la regia di Michael Haneke, è quella di due vecchi coniugi interpretati dagli eccelsi Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva. Si svolge tutta tra le pareti di un ricco e ampio appartamento. Una signorile casa borghese di una volta. Con pianoforte, tappeti, suppellettili e librerie. Lei insegnante di musica, come il marito,  viene colpita da quello che un tempo veniva definito “attacco ischemico transitorio”. Nella tranquilla routine domestica, mentre sono entrambi seduti al tavolo di cucina, lei ha un’assenza. Un blackout. Un evento che da quel momento in poi cambierà radicalmente e drammaticamente la loro vita di coppia.

Operata alla carotide ostruita, ne subisce un ulteriore e più pesante ictus cerebrale che le causa una emiparesi. Da qui inizia il calvario. Domestico. Perché il marito, anche contro il parere della figlia, interpretata da Isabelle Huppert, si ostina tenacemente, con dialettica, dignità e logica stringenti, a tenere e seguire la moglie a casa. Che appena tornata dal primo ricovero in ospedale, aveva fatto promettere al marito di non riportarla mai più in ospedale. Qualsiasi cosa fosse di nuovo accaduta.

La visione del film è la visione di questo tragedia domestica. Di questa progressiva discesa agli inferi. Da una vecchiaia serena, fatta di piccole e abituali cose, di concerti seguiti assieme. Di piccoli pasti consumati in cucina. A una casa invasa dalla malattia. Dagli ausili sanitari. Dagli estranei. Dall’umiliazione di dover subire ciò che non si vorrebbe mai nella vita. E, più che questo amore coniugale, la volontà di mantenere fede al reciproco patto di solidarietà e assistenza. Fino alle estreme conseguenze.

Perché infliggersi un simile strazio? Nel senso di vedere, e per alcuni che l’hanno vissuta, immedesimarsi nella visione estremamente realistica delle conseguenze dell’ictus. Di un essere, di un corpo che progressivamente degenera e ci fa soffrire della sua sofferenza. Confrontarsi con la visione dei limiti della sofferenza umana. Della vecchiaia e della perdita di dignità del proprio corpo e del proprio essere. Anche a causa, magari, di operatori sanitari che dovrebbero dedicarsi a tutto tranne che ai malati, ai disabili e ai vecchi. Confrontarsi con la progressiva perdita di una vita degna di tale nome e del desiderio di farla finita con la sofferenza senza speranze e le umiliazioni continue. Tutto questo merita di essere visto al cinema?

Andare al cinema non soltanto per distrarsi. Per riflettere. Discutere. Immedesimarsi. Angosciarsi. Non fanno effetto decine di morti ammazzati nei thriller o negli horror, anche nei modi più efferati. Ma questo corpo cinematografico che si ammala, degrada, umilia, viaggia verso la fine, fa effetto, eccome. Perché i corpi di morti ammazzati dei film spettacolari non ci riguardano. Invece questo corpo ci riguarda. Non è cinema. E’ una finestra aperta sulla nostra vita. Sono i neuroni specchio che si attivano e ci fanno vivere quella sofferenza. Dallo schermo al nostro, di corpo.