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In ricordo di Mauro Mancia


Oggi alla Casa della Cultura in Milano si è tenuta una giornata scientifica in onore del neurofisiologo, psicanalista prof. Mauro Mancia. Il saluto ai partecipanti lo ha dato da N.York il figlio Filippo con una intervista via web tenerissima e piena di ricordi del suo grande padre. Filippo è biologo molecolare, ricercatore alla Columbia University ed ha raccontato che lui bambino ha avuto la sua prima lezione di anatomia dal padre, nella casa di Panarea, attraverso la vivisezione di  una lucertola che era caduta nella bacinella d’acqua mentre Mancia si faceva la barba. I suoi dubbi sul padre scienziato li ebbe quando Mancia iniziò a pubblicare libri di psicanalisi ben lontani dalla neurofisiologia di cui era cattedrattico all’ Università di Milano.  Su questo piccolo conflitto decise di fare ricerca pura ma in realtà con il tempo si è reso conto di come il padre avesse affrontato con lo stesso rigore di scienziato entrambe le discipline. Fra i vari interventi di amici  psicanalisti, filosofi e ricercatori mi piace ricordare quello di Vittorio Gallese scopritore, assieme a Rizzolatti, dei neuroni a specchio. Gallese ha tenuto una relazione impeccabile per la chiarezza e la proprietà del suo linguaggio ed ha riassunto alcuni esperimenti appena conclusi con i suoi collaboratori all’Università di Parma. Il più interessante è quello che riguarda 5 coppie di gemelli in età fetale fra la 14.ma e la 18.ma settimana. Con uno studio sulla cinetica dell’arto superiore destro, attraverso gli ultrasuoni, i ricercatori hanno potuto osservare che il feto, posizionato alle spalle del fratellino, lo toccava sul dorso con una incidenza di gesti che sottintendeva la percezione dell’altro già in quell’età fetale. A conferma che la memoria implicita, tanto studiata da Mancia, inizia a formarsi così precocemente.

Mauro Mancia: il fisiologo dell’inconscio


 

Ho incontrato la prima volta Mauro Mancia molti anni fa, all’Istituto di Fisiologia umana seconda dell’Università di Milano, che egli dirigeva. Mi colpì a prima vista il suo mix di capelli neri e lunghi sulla nuca, da sessantottino, l’aspetto ieratico, longilineo, per niente italiano, e il parlare scandito, rigoroso, calmo, preciso. Ed era davvero singolare che fosse medico, fisiologo e psicoanalista. Lo incontrai per intervistarlo su una delle sue grandi passioni, probabilmente la maggiore della sua vita di studioso: sonno e sogno. In questo tema Mancia scorse, a ragione, uno dei problemi cardine per cercare di comprendere e chiarire il misterioso salto dalla mente al corpo, come diceva Freud. Stavo scrivendo una serie di articoli sul sogno dal punto di vista scientifico, e arrivai a Mancia su indicazione di Cesare Musatti, suo analista didatta.  «Vada a parlare col mio allievo Mauro Mancia – mi suggerì Musatti – ha molte cose interessanti da raccontarle al riguardo».

Dalla sua formazione in ambito medico, al corso di studi del suo insegnamento accademico fino alla psicoanalisi, fu conseguenza inevitabile per Mancia occuparsi di neurofisiologia e precorrere i tempi del grande interesse verso le neuroscienze. Va aggiunto che, in un primo tempo, Mauro Mancia avrebbe voluto fare lo psichiatra. Proposito che abbandonò per seguire il percorso della psicoanalisi freudiana, dopo l’esperienza delle prime guardie all’allora Ospedale psichiatrico milanese Paolo Pini di Affori, diretto dal padre della psichiatria italiana Carlo Lorenzo Cazzullo. Tra l’altro fu proprio Cazzullo, a quanto egli stesso mi raccontò, a sconsigliare Mancia di proseguire sulla via psichiatrica, in quanto troppo emotivamente coinvolto dai pazienti psichiatrici.

Ho a lungo frequentato anche Marco Margnelli, con Mancia entrambi neurofisiologi-sperimentatori su sonno e sogno (purtroppo allora si trovarono a svolgere tali ricerche registrando l’attività cerebrale dei gatti, cosa di cui Margnelli, e credo pure Mancia, si sarebbero successivamente pentiti)  seguendo l’insegnamento del grande Giuseppe Moruzzi. Fu una importante stagione della ricerca neurofisiologica italiana, che avrebbe dovuto dar luogo ad un altrettanto radioso avvenire per le neuroscienze nazionali. Cosa che invece non avvenne, o avvenne molto marginalmente. Uno dei motivi fu il solito di oggi: mancanza di fondi adeguati per la ricerca. Era al tramonto l’era dei laboratori di neurofisiologia composti fondamentalmente da elettroencefalografi (EEG) ed elettrodi – o meglio sopravvivevano, ma integrati con i nuovi e costosi programmi e apprecchiature computerizzati. Per non parlare dell’avvento della ricerca per neuroimmagini.

Le neuroscienze hanno richiesto e richiedono pure oggi investimenti molto onerosi, cosa che né il CNR, per il quale Margnelli lavorava, né tantomeno l’Università potevano affrontare. Margnelli raccontava che certe cose occorrenti presso il suo ufficio, doveva addirittura acquistarle personalmente o portarsele da casa. Questo per dire che pure Mauro Mancia non ha potuto disporre di grandi mezzi per condurre i propri studi in neuroscienze. Il mezzo migliore sono stati il suo stesso cervello, il suo acume e l’aggiornamento costante che praticò da accademico e ricercatore, oltre ai collaboratori e allievi che ha saputo creare. La psicoanalisi fu un ulterire strumento intellettuale di cui poter disporre. E, anche attraverso Mancia, la psicoanalisi è uscita dai salottini e si è alzata dai divanetti, per entrare nei laboratori e nei protocolli di ricerca. In fondo, Freud e Jung erano medici. Freud preconizzò l’avvento e la fortuna delle neuroscienze e della neurofarmacologia.

Ho chiesto a Luca Imeri,  anch’egli docente al Dipartimento di Fisiologia umana II dell’Università di Milano, come allievo e continuatore degli studi di Mancia, quale ritiene sia il maggior contributo che egli abbia lasciato nella comprensione dei rapporti tra neuroscienze e psicoanalisi.

«Mi sembra che il tratto più caratteristico e importante della figura scientifica di Mancia – spiega Imeri – consista nel suo essere stato un neurofisiologo ed uno psicoanalista che ha praticato entrambe le discipline di prima mano. Mancia, l’attività dei neuroni cerebrali non solo l’ha studiata, ma l’ha registrata direttamente in laboratorio. E, insieme, per anni ha visto pazienti e supervisionato colleghi. Mi sento di dire che non credo siano in molti, non solo a livello italiano, ma internazionale, ad avere (o avere avuto) un percorso professionale così peculiare che ha fornito a Mancia un punto d’osservazione speciale e prezioso sulla relazione mente-corpo. Alla sua scomparsa nel 2007, ne ho scritto l’obituary per Sleep (la rivista di settore più importante a livello mondiale per chi si occupa professionalmente di studiare il sonno e curarne i disturbi), in cui è possibile trovare altri informazioni su Mancia, il suo contributo e qualche mia considerazione».

Ora Milano celebra giustamente e finalmente, a tre anni dalla scomparsa, il suo maestro con un incontro dal titolo  “Mauro Mancia. Una vita tra psicoanalisi e neuroscienze”. Ovvero: “Inconscio non rimosso, memoria, sogni. Studiosi italiani e stranieri si confrontano sui filoni principali delle ricerche di Mancia cercando i punti di contatto tra Psicoanalisi e Neuroscienze” (Sabato 20 marzo, Casa della Cultura, Via Borgogna 3, Milano, dalle 9.15 alle 16.30).

Le note di presentazione della giornata dicono:

Mauro Mancia (Fiuminata 1929 – Milano 2007) considerato uno dei padri delle neuroscienze in Italia è stato allievo di Cesare Musatti, ha dedicato la vita a discipline apparentemente parallele – le Neuroscienze e la Psicoanalisi. Convinto che le due dottrine fossero indispensabili per la conoscenza della mente umana, vide le contaminazioni più fertili nell’ambito della Memoria e del Sogno; senza mai trascurare le fondamentali differenze di metodi e strumenti usati per lo studio.

Studioso rigoroso e severo, ha creduto nell’alleanza tra Psicoanalisi e Neuroscienze creando le basi per gli odierni filoni di studio alla scoperta della mente umana: “Esse sono alleate” – affermava Mancia – “dal momento che è possibile considerare alcune funzioni della mente fondamentali per la Psicoanalisi, come quelle di inconscio radicate nelle funzioni della mente, care alle Neuroscienze, come la memoria. Anche nel sogno è possibile trovare delle forme di alleanza anche se il metodo di studio è diverso: le Neuroscienze si occupano della organizzazione neurofunzionale del sogno e dei trasmettitori coinvolti, mentre la Psicoanalisi è interessata al significato del sogno e alla sua integrazione con le esperienze affettive ed emozionali più precoci”. 

Mauro Mancia è stato professore emerito di Fisiologia Umana all’Università degli Studi di Milano, presidente dell’ASSORN (Associazione per la Ricerca Neurofisiologica), presidente della SIRS (Società Italiana di Ricerca sul Sonno). Ha fondato il Centro Sperimentale di Ricerca del Sonno “G.Moruzzi” che ha diretto per alcuni anni. E’ stato membro ordinario con funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana e analista dell’International Psychoanalytical Association.

Ha pubblicato libri e diversi lavori sia scientifici come neurofisiologo sia teorico/clinici come psicoanalista.

Tra i suoi libri ricordiamo la sua ultima fatica,  Narcisismo, Il presente deformato dallo specchio appena pubblicata postuma da Bollati Boringhieri; Sonno & sogno (Laterza, 2006); Il sonno e la sua storia. Dall’antichità all’attualità (Marsilio, 2004); Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert, Bollati Boringhieri, 2004; Psicoanalisi e Neuroscienze, Springer, 2007.

A Milano si raccolgono amici, studiosi, allievi, per ricordare la sua straordinaria figura e per portare avanti i suoi filoni di ricerca. Tra i partecipanti: Vittorio Gallese che con Giacomo Rizzolatti e il gruppo di ricerca dell’Università di Parma sono famosi in tutto il mondo per avere scoperto i “neuroni specchio” e che approfondirà il tema Psicoanalisi e Neuroscienze.

Mauro Manica, psichiatra di Novara e membro SPI, recentemente insignito del Ticho award 2009 (premio per analisti che si siano distinti per il loro lavoro clinico e di ricerca) in occasione del Congresso Internazionale di Psicoanalisi di Chicago e Antonio Di Benedetto, psicoanalista che con lui condivideva le ricerche su musica e psicoanalisi.

Singolare davvero, aggiungo io, per quelle strane cose che la vita ci riserva, l’associazione tra Mauro Mancia e Mauro Manica: praticamente omonimi, se non fosse per quella “i” preposta o posposta, a seconda di chi ci si riferisca. Tanto che capita si pensi ad un errore di battuta, confondendo Mancia per Manica, e viceversa. Davvero uno scherzo freudiano (della serie “motti e giochi di parole”) o uno scambio di personalità alla Pessoa, che avrebbero certamente divertito un raffinato e ironico pensatore come Mauro Mancia.

 

Complotti, cospirazioni e altri misteri. Ovvero: come diventare complottologi in poche lezioni


Mi hanno sempre affascinato le teorie del complotto. Mi sono ritrovato a leggere, se non per intero, buona parte dei volumoni che i complottisti (coloro che scorgono complotti in ogni dove), soprattutto di matrice americana, amano scrivere a piene mani. Mentre leggo, mi ritrovo a fantasticare come se leggessi un buon romanzo, giallo, thriller o di fantascienza. Ad un certo punto mi sono chiesto: perché leggo sta’ roba? Cos’è che mi intriga in tutto ciò? Alcune di queste cose sono palesamente assurde, deliranti, anche se frammischiate a fatti realmente avvenuti (per dire, la “cosa” caduta a Roswell, piuttosto che la misteriosa scomparsa di certe persone).

Pensandoci un po’, ne ho concluso che è lo stile narrativo delle teorie del complotto a sedurre la mente di chi se ne appassiona. Il limite sta nel non far diventare il complottismo un sistema di credenze. Una fede spuria dei nostri tempi incasinati. Quando la maggioranza della gente non sa dare spiegazione o trovare soluzione di un fatto avvenuto, il complottista può affermare convito il suo primo e principale comandamento: «Io so cosa e come è avvenuto!». Questo è anche uno dei motivi per cui leader di sette, guru e santoni di moderne fedi apocalittiche o paratecnologiche, infarciscono i propri sermoni e testi di teorie complottiste. Come dire: diventa mio seguace, e ti metterò a parte di segreti che i più non conoscono, né lontanamente sospettano. Non solo: ti metterò in condizione di non essere succube dei complotti che i governi e i poteri occulti stanno ordendo contro le masse. Quindi: conoscendo i complotti in atto e come fronteggiarli, farai parte di una élite di sapienti, resistenti alla manipolazione e al controllo mentale.

Peccato che il seguace sfugge dalla padella del presunto controllo mentale delle masse, per finire nella sicura brace del complottista-guru. I complottisti hanno scoperto il rimescolamento e la contaminazione di generi narrativi prima dei filmmaker e romanzieri di professione – Dan Brown in testa. In una buona teoria del complotto (che io definisco “teoria bulimica del complotto”, nel senso che si può sempre rimpinzarla, aggiungere qualcosa di nuovo per rivivificarla e attualizzarla) ci possono stare: gli UFO, ovviamente gli alieni “grigi” (quelli che rapiscono e fanno esperimenti sulle persone), l’Area 51, un governo a caso ma meglio se USA, servizi segreti, persone scomparse in circostanze misteriose, attentati, massoneria, tecnologie avvenieristiche, un pizzico di Nikola Tesla pensiero, il progetto Haarp per il cambiamento del clima e il controllo della mente, capitali di dubbia provenienza, centri occulti di potere politico-economico-militare, quanto basta di religione e simbolismi arcani di vario genere e tipo.  Shakerate il tutto e servite caldo: il complotto bulimico è pronto da consumare. E ricordiamoci che c’è pure chi ha fatto e fa fortuna col complottismo. Un tantino meno se si diventa complottologo. In periodi di crisi e tempi grami, potrebbero comunque diventare entrambe professioni ambite.

Qualche regola per chi voglia diventare complottista o complottologo di professione. Una teoria del complotto deve rimanere tale in eterno. Quando un fatto entra nel groviglio delle interpretazioni complottistiche, smette di essere tale e si trasforma in fattoide. Diventando specchio riflettente di emozioni, ideologie, pregiudizi e contrasti che sussistono nelle moderne comunità umane. E la probabilità che tale fatto, o fatti, qualsiasi essi siano, vengano interpretati e spiegati in modo esaustivo per tutti, si riduce a zero. Da qui l’eterna vita a cui sono destinati gli eventi caduti nel groviglio delle teorie complottistiche. Siccome poi l’arte di far politica può comprendere, secondo alcuni, l’abilità nel mentire, distorcere e dissimulare, certi politici ricorrono alla teoria del complotto, o della macchinazione, ogni volta che si trovino nella necessità immediata di imbrogliare le carte. Se la teoria del complotto funziona nell’ avvolgere in una fitta cortina fumogena i fatti reali, l’opinione pubblica ne ricaverà una sensazione di confusione, distacco e, alla lunga, rigetto. La mente non ama le questioni troppo complesse, aggrovigliate, non chiare e intraducibili in spiegazioni causa-effetto: alla fine se ne allontanta, le rifiuta, le rimuove. Come se non fossero mai avvenute. Uno degli obbiettivi delle teorie del complotto è proprio quella di nascondere e allontanare l’opinione pubblica dalla realtà oggettiva, dai fatti reali, dalla comprensione di quanto è realmente accaduto – diffondendo magari testimonianze e documenti fasulli, per intorbidire ancor di più le acque.

Me ne sono occupato nell’inchiesta dal titolo “Complotti” pubblicato dal mensile “Mente&Cervello” a marzo 2010. Oltre alle mie personali considerazioni ho sentito studiosi della mente interessati al tema. Per quanti fossero interessati allo studio del complottismo dal punto di vista storico o psicosociale, segnalo inoltre il  Centre for Conspirancy Culture dell’Università di Winchester. Un dvd interessante, un po’ difficile da reperire, è Processo ai complotti. Indagini accattivanti e ricostruzioni
scientifiche per scoprire misteri mai risolti!
(Dolmen Home Video, 2005). Prodotto da Discovery Channel contiene cinque brevi documentari, su altrettanti casi, in cui vengono passati al vaglio un gruppo di teorie complottistiche. Gi esempi illustrati in questi video mostrano che messe alle strette di indagini storico-scientifiche, gran parte delle teorie complottistiche sono destinate a crollare. Il fatto è che, nella maggior parte dei casi (vedi crollo delle Torri Gemelle), ben pochi hanno voglia di mettersi a raccogliere documetazioni, testimonianze, analisi e contronalisi, per demolire una teoria del complotto. Inoltre, più tempo passa, più la teoria del complotto si fa bulimica, aggrovogliando sempre più le carte, e meno si trova gente disposta ad investire altrettanto tempo e denaro per sconfessarla. In pratica, più una teoria del complotto è variegata, ramificata, aggrovigliata, più ha successo ed è destinata a durare.

Tornando alle letture, una veramente divertente (oltreché documentata e splendidamente disegnata) è il volume a fumetti Il grande libro delle cospirazioni (Magic Press, 2001). Sulla stessa linea (affontare il complottismo con un po’ di sana ironia), consiglio di seguire le uscite di Paranoia, la rivista del lettore cospirazionista. Sempre in tema di complotti a fumetti, si annuncia la serie ideata da Giuseppe Di Bernardo, edita da Star Comics, che dovrebbe uscire a partire da marzo 2011 (intitolata “The Secret” e sottotitolata, giustamente, “La verità è dentro di te”, la massima del complottista, praticamente). Il complottismo è diventato cultura pop. Anzi, dovremmo considerare che il complottismo è solo pop: la storia di chi non scrive la storia. E se ne deve inventare una, se non credibile, almeno affascinante. Il proliferare inarrestabile e virale delle teorie complottiste, grazie soprattutto alla velocità di scambio e diffusione offerti dalla rete, non ha mancato di coinvolgere persino il sito del governo USA (oggi, gennaio 2015, mentre aggiorno questo post, il sito governativo USA dedicato al complottismo è svanito dalla rete, divenendo così, manco a dirlo, ulteriore pappa per complottisti) che aveva realizzato una sezione interamente dedicata alla disinformazione, nonché ad educare la gente nel non credere a quelli che vengono definiti miti e leggende metropolitane del nostro tempo. Per comodità di consultazione, le teorie complottiste erano suddivise graficamente per macrocategorie: 11 settembre, militari, relative alla sanità, all’economia e così via. Non mancava neppure un questionario di gradimento e suggerimenti, che si materializzava non appena giungete al sito governativo per la prima volta. Tanto per alimentare qualche ulteriore teoria del complotto, riguardo il sito governativo dei complotti. Infatti, smontare il pensiero complottista con argomenti razionali è impresa vana: è certo che pure questi ultimi saranno inglobati nelle teorie cospirazioniste.

Riguardo la diffusione e il successo in rete delle teorie complottiste e cospirazioniste, lo psichiatra e studioso di psicologia dell’inganno Matteo Rampin (di cui sta per uscire un suo nuovo, corposo volume sulla “fraudologia“, ovvero sulla psicologia della truffa) mi spiega: «La Rete potenzia tutto questo, perché incoraggia alla superficialità di analisi, inibisce la critica (anche a causa del soverchiante numero di informazioni), raccoglie e convoglia dati in modo indiscriminato, propaga notizie innescando una ripetizione che è in se stessa persuasiva (una cosa ripetuta molte volte diventa “vera”), sfruttando il meccanismo dell’ipse dixit (una cosa è vera se la dice la televisione, o se la dice il Web), ed è un terreno fertile per tutte le tecniche di distorsione della verità messe a disposizione dal linguaggio».

Sonno & salute


Mistero per gli antichi, sempre più oggetto di ricerca scientifica per noi. Se in passato mancavano gli strumenti, sia concettuali che tecnologici, per indagare il sonno in tutte le sue componenti, oggi scandagliare il versante oscuro della nostra vita, diventa sempre più determinante per le scienze del cervello, oltre che per la medicina. La prospettiva che le ricerche sul sonno e sul sogno stanno di giorno in giorno rivelando, è di fatto ribaltata rispetto a quanto comunemente si pensa. Ben lungi dall’essere uno stato passivo del nostro corpo e, soprattutto, del nostro cervello, il sonno è un processo poderosamente attivo. Tanto da essere definito dai ricercatori un tipo “diverso” di veglia. Al punto di essere determinate per la buona qualità della nostra vita di veglia. Per le nostre attività cognitive più raffinate, in primo luogo la memoria. E, in generale, per consolidare e regolare, una marea di funzioni biologiche e psicosomatiche del corpo: dal sistema immunitario, all’attività cardiovascolare, a quella metabolica, allo stato  del nostro umore, solo per citarne alcune.

Ma scendendo dal macro al micro, il sonno ha addirittura un ruolo fondamentale nell’espressione genica e nella sintesi di determinate proteine. Da qui l’interesse sempre più crescente da parte della ricerca medica. Non c’è ospedale di moderna concezione, senza una unità dedicata alla medicina del sonno. Né laboratorio di neuroscienze che non includa ricerche sul sonno e sull’attività onirica.

Né troppo, né troppo poco. L’indicazione ricavata dalle conoscenze attuali sul buon sonno, sulla giusta quantità di ore da concedere al nostro corpo, è prima di tutto di tipo empirico. Un sonno di buona qualità è quello che ci fa svegliare bene al mattino, carichi di energie e voglia di affrontare la giornata. Senza particolari sensazioni di stanchezza, sbadigli, cali, nelle ore diurne (escludendo certi momenti di rallentamento naturale del nostro orologio biologico, come ad esempio dopo pranzo). E le conoscenze scientifiche, pur con differenze individuali, fissano la buona quantità di sonno in un ventaglio compreso tra sei e otto ore. Non bisognerebbe stabilizzarsi né al di sotto del limite inferiore, né oltre quello superiore.

Esiste una igiene del sonno. E Il libro del sonno di Peter Spork, che alterna il piglio della migliore saggistica con i consigli pratici per godere di un sonno sano (o, nel caso fosse patologico, per curarlo), ce ne illustra infiniti particolari. Ancora sconosciuti, o misconosciuti, alla gran parte di tutti noi. Igiene del sonno, significa prima di tutto rispettare ben determinate regole sia nell’addormentarsi che nel risvegliarsi. Regole empiriche note già ai nostri nonni, confermate dalla ricerca. Ad esempio, coricarsi e risvegliarsi sempre agli stessi orari.

Su grandi e importanti fenomeni come il sonno, che implicano la regolazione dei nostri orologi biologici interni, il cervello e il corpo tendono a funzionare per automatismi. Più favoriamo tali automatismi, meglio dormiamo e, soprattutto, ne traiamo beneficio. Ma come fare? La vita che oggi conduciamo, ci allontana sempre più spesso da una corretta funzione “automatica” dell’addormentarsi e risvegliarsi. Notti bianche, giornate di lavoro che non terminano mai, locali sempre aperti, televisione o intrattenimento su internet che ci portano ad utilizzare pure le ore notturne. Ben oltre il limite consentito dalla nostra biologia e fisiologia.

Ricorso dunque ad eccitanti, droghe o farmaci che possano tenerci svegli e vispi, forzando i limiti consentiti dalla natura. Con un costo pesante: la nostra salute, o la perdita immediata della nostra e altrui vita. Incidenti d’auto o sul lavoro, errori umani su voli aerei o gestione di impianti complessi, hanno spesso  alla base drammatici “colpi di sonno”. Crolli improvvisi, non controllabili dalla volontà né da alcun eccitante conosciuto, della vigilanza e delle prestazioni cognitive. La grande lezione di questo libro, frutto del lavoro certosino di un neurofisiologo tedesco, oltre che ottimo saggista scientifico, è: dormire il giusto, sempre, non è assolutamente tempo perso. Anzi.

Si aggiungono sempre nuove evidenze su quanto il sonno contribuisca al nostro stato di salute. Salvo, è ovvio, fare attenzione se abbiamo cambiamenti importanti (troppo in più o troppo in meno, rispetto alle nostre abitudini), che possono essere indice di qualcosa che non va sia nella nostra psiche che nel nostro corpo. Il sonno è indice di disturbi, alterazioni e malattie che ci colpiscono. Non a caso la medicina del sonno, nonché le scienze che si dedicano allo studio del sonno, stanno registrando sempre più successi. Un dato recente, contrariamente a quanto si riteneva in passato, registra ad esempio che si può “recuperare” il sonno perduto. Non solo. Da ricerche recenti pare addirittura si possa accumulare, “mettere da parte” il sonno per quando ne avremo più bisogno. Non sbaglierebbe dunque chi dorme un po’ di più in vacanza o durante i weekend per crearsi un piccolo conto corrente di sonno da spendere in periodi di magra.

Inoltre, vi sarebbero differenze tra la necessità di sonno degli uomini rispetto a quella delle donne. Secondo Jim Horne, direttore dello Sleep Research Centre della Loughborough University (GB) le donne avrebbero bisogno in media ogni notte di 20 minuti  di riposo in più degli uomini.  «Una delle maggiori funzioni del sonno è quello di permettere al cervello di recuperare e autoripararsi – spiega Horne, autore del libro Sleepfaring: A Journey through the science of Sleep. Durante il sonno profondo la corteccia, la parte del cervello responsabile di memoria e linguaggio, si scollega dai sensi e va in modalità ‘recupero’. Più la mente viene usata durante il giorno, più ha bisogno di riposo la notte e, di conseguenza, si ha necessità di dormire». Le donne tendono a una modalità multitasking, a fare più cose alla volta, alla flessibilità. In questo modo, aggiunge Horne, usano di più il cervello rispetto agli uomini. Pertanto hanno più bisogno di sonno.

Ultrasuoni per il cervello. Ictus e nuove terapie


Colpisce l’organo più importante e prezioso del nostro corpo: il cervello. Interrompendo spesso improvvisamente e bruscamente la vita di relazione  o professionale che si era svolta fino ad un attimo prima. Alterando tutto ciò che sarà della vita un attimo dopo. Lasciando una sequela di sofferenza e disabilità, sia in chi ne è colpito che nei familiari che se ne fanno carico. E successivamente un lungo periodo da dedicare alla riabilitazione e al recupero psicofisico. Con enormi costi per la collettività. E’ questo in sintesi il conto che l’ictus presenta alla società. Ecco perché la ricerca medica è sempre più impegnata nel cercare di individuare le cause di base, genetiche e familiari, oltre che negli stili di vita, che possano predisporre, nell’arco della vita, ad andare incontro all’ictus. L’ictus cerebrale rappresenta, infatti, ancora una delle principali cause di morte e la principale causa di disabilità, nonostante i progressi realizzati nel campo della prevenzione e della cura.

Ad oggi complessivamente in Italia ci sono oltre 950mila persone colpite da ictus, di cui 300mila con una disabilità che ne riduce l’autonomia. A questi si aggiungono circa 200mila nuovi casi ogni anno che sono destinati ad aumentare nei prossimi a causa dell’invecchiamento della popolazione. Infatti l’ictus è una malattia la cui prevalenza aumenta con l’aumentare dell’età: il 75% degli ictus colpisce i soggetti di età superiore ai 65 anni. Inoltre, l’incidenza è più alta negli uomini rispetto alle donne.

L’ictus cerebrale rimane la seconda causa di morte nelle donne e la terza negli uomini in Europa, nonostante i progressi fatti nel decennio scorso abbiano ridotto la mortalità, grazie all’introduzione delle stroke unit (reparti specializzati per la cura dell’ictus) e alla prevenzione con il controllo dei maggiori fattori di rischio. L’ictus, o “stroke” dalla terminologia anglofona sempre più diffusa pure da noi, è la principale causa di disabilità, la seconda causa di demenza e la terza causa di morte in Italia. Ogni giorno in Italia vengono colpite da ictus 500 persone. E di esse 170 muoiono entro un anno e altrettante sono costrette a vivere per sempre con una grave disabilità fisica o un importante deficit cognitivo. Oltre a prevenire gli attacchi cerebrovascolari (agendo sui fattori di rischio modificabili, primo fra tutti l’ipertensione), in caso di ictus è determinante l’intervento tempestivo e coordinato di strutture e personale dedicati: le cosiddette “stroke unit”, non ancora presenti e diffuse in tutto il nostro Paese.

La ricerca per prevenire e curare l’ictus prosegue a ritmo serrato, come documentato periodicamente anche dal Rapporto sull’ictus (il Pensiero Scientifico). E proprio oggi giunge una notizia (Lauren Gravitz su Technology Review) che potrebbe aprire nuove prospettive nel trattamento dell’ictus ischemico. Un dispositivo a ultrasuoni progettato per produrre onde sonore molto focalizzate potrebbe essere usato per trattare gli ictus causati dalla formazione di coaguli di sangue nel cervello, senza intervento chirurgico o uso di farmaci. Finora  il sistema è stato testato soltanto in laboratorio, ma i ricercatori mirano a iniziare il trattamento di pazienti selezionati entro la fine del 2011. Da parte degli specialisti, neurologi e radiologi, vi sono ancora pareri discordi (legati ad esempio ad un possibile riscaldamento del tessuto cerebrale), ma la tecnica, una volta perfezionata, potrebbe risultare interessante.

L’apparecchiatura genera ultrasuoni concentrati ad alta intensità (HIFU) , già utilizzati per trattare altre patologie (ad esempio i fibromi uterini o certe forme tumorali). In questo caso, si tratta di una sorta di casco rivestito con più di 1.000 trasduttori ad ultrasuoni. Ognuno può essere focalizzato singolarmente per inviare un fascio nel cervello di chi la indossa il casco. I fasci di ultrasuoni convergono su un punto di quattro millimetri di larghezza, in modo da colpire un coagulo che ostacola il flusso di sangue in un’arteria  e dissolverlo in meno di un minuto. La tecnologia è sviluppata dall’azienda israeliana InSightec. Thilo Hoelscher, neuroradiologo dell’Università di California a San Diego, ne ha iniziato la sperimentazione. I problemi maggiori riguarderanno l’individuazione esatta del coagulo per poter indirizzare il fascio di ultrasuoni in modo mirato. I ricercatori della Università di Charlottesville, in Virginia, stanno lavorando per combinare HIFU e angiografia con risonanza magnetica (angio-RM) per individuare con precisione i coaguli.

Il ricordo dell’arte


Che vi siano rapporti tra l’arte e la memoria è scontato. Persino chi raffigura un paesaggio, oppure un oggetto, in modo pressoché “fotografico”, introduce contenuti suoi propri, della sua memoria. Quanto è immagazzinato all’interno della nostra memoria (anzi, delle nostre memorie, essendo definitivamente tramontato il concetto di una memoria unitaria), interferisce e agisce con quanto realizziamo sul piano creativo e artistico.  In certe espressioni artistiche il contenuto mnesico soverchia la percezione del mondo esterno, sostituindosi quasi completamente. Ciò che ho nella mente e nel corpo (la memoria del corpo) è quanto raffiguro nella mia espressività artistica. E il confine tra realtà esterna e realtà interna, nell’artista, è qualcosa di molto precario. Così tra memorie reali e memorie concettuali.

Basti pensare al caso, studiato dal neuroscienziato e scrittore Oliver Sacks, di Franco Magnani, definito “un artista della memoria”. Nel senso che riproduceva Pontito, il paese natale sulle colline toscane, soltanto attraverso i ricordi che ne aveva. Ma riusciva a farlo nel minimo dettaglio, attingendo alla propria memoria dei luoghi e degli edifici che aveva immagazzinato nel proprio cervello in maniera veramente fotografica. E lo faceva dipingendo dagli Stati Uniti, dove si era trasferito giovanissimo.

«Questa, dunque, non era un’esibizione di memoria ” pura “», osserva Oliver Sacks (Un antropologo su Marte, 1995), «ma di una memoria asservita a un unico motivo dominante: il ricordo del paese della sua infanzia. Adesso mi rendevo conto che non era solo un esercizio di memoria, ma anche di nostalgia – e non solo un esercizio, ma una compulsione e un’arte».

Tutto ciò mi è tornato alla mente, visitando la mostra di Sonja Quarone (Se ti ricordi bene, Cavallerizza del Castello di Vigevano, 30 gennaio-14 febbraio 2010). I suoi lavori sono pezzi di memoria. In senso fisico. Sono ricordi, angosce, incubi, ma anche lamenti, sogni, desideri, emozioni, urla, ironia, pianti e risate che si materializzano. Ho scambiato qualche battuta con Sonja Quarone, che è artista autentica, aperta al dialogo e al coinvolgimento con la gente che vede e reagisce alle sue opere. Ho fatto presente che uno psicoanalista ci andrebbe a nozze, con quanto realizza. Sorridendo, mi ha confessato che durante una esposizione la chiamò al telefono uno psichiatra francese, dicendole tutto trafelato: «Ho visto le sue opere. Devo incontrarla il più presto possibile: lei è in pericolo!». Ha fatto sorridere pure me.

Sonja aggiunge invece che questa mescolanza di ricordi, foto e oggetti che le appartengono – sia come mondi interni che esterni – materializzati fuori da sé, partoriti sarebbe giusto dire (molti oggetti sono bambolotti amniotici, effetto ottenuto avvolgendoli di resina, ricorda molto il lavoro dei ceroplasti di secoli addietro), rappresentano una distanza dal sé, un qualcosa che, anche rivisto, “mi dà calma”. Forme di vita che si fondono, amalgamano con cose, oggetti dei più vari, pezzi di fotografie. Forme di vita protoplasmica. Vite che si sfaldano, spezzettano e, contemporaneamente, si ricompongono sotto altre modalità. Altre possibilità. Una foto fissa e contemporanemente uccide un momento ben preciso. Un trancio di foto ricomposto da Sonja Quarone riprende, invece, vita. Con la sua creatività, Sonja Quarone resuscita, ridona nuova esistenza a foto e oggetti dismessi, altrimenti destinati alla discarica. I rifiuti-rifiutati (anche nel senso di ricordi, e pure gli oggetti equivalgono a ricordi) diventano arte. Non si butta nulla: tutto ritorna nel ciclo vitale. Anche ciò che è morto.

La formazione di Sonja è nell’ambito dell’arte concettuale. Con quanto realizza, dimostra che la memoria non è soltanto delle idee, dei pensieri e dei concetti, ma pure, soprattutto, del corpo. Per questo, i suoi lavori suscitano emozioni e reazioni fisiche contrastanti. E dopo, fanno discutere.