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Sonno & salute


Mistero per gli antichi, sempre più oggetto di ricerca scientifica per noi. Se in passato mancavano gli strumenti, sia concettuali che tecnologici, per indagare il sonno in tutte le sue componenti, oggi scandagliare il versante oscuro della nostra vita, diventa sempre più determinante per le scienze del cervello, oltre che per la medicina. La prospettiva che le ricerche sul sonno e sul sogno stanno di giorno in giorno rivelando, è di fatto ribaltata rispetto a quanto comunemente si pensa. Ben lungi dall’essere uno stato passivo del nostro corpo e, soprattutto, del nostro cervello, il sonno è un processo poderosamente attivo. Tanto da essere definito dai ricercatori un tipo “diverso” di veglia. Al punto di essere determinate per la buona qualità della nostra vita di veglia. Per le nostre attività cognitive più raffinate, in primo luogo la memoria. E, in generale, per consolidare e regolare, una marea di funzioni biologiche e psicosomatiche del corpo: dal sistema immunitario, all’attività cardiovascolare, a quella metabolica, allo stato  del nostro umore, solo per citarne alcune.

Ma scendendo dal macro al micro, il sonno ha addirittura un ruolo fondamentale nell’espressione genica e nella sintesi di determinate proteine. Da qui l’interesse sempre più crescente da parte della ricerca medica. Non c’è ospedale di moderna concezione, senza una unità dedicata alla medicina del sonno. Né laboratorio di neuroscienze che non includa ricerche sul sonno e sull’attività onirica.

Né troppo, né troppo poco. L’indicazione ricavata dalle conoscenze attuali sul buon sonno, sulla giusta quantità di ore da concedere al nostro corpo, è prima di tutto di tipo empirico. Un sonno di buona qualità è quello che ci fa svegliare bene al mattino, carichi di energie e voglia di affrontare la giornata. Senza particolari sensazioni di stanchezza, sbadigli, cali, nelle ore diurne (escludendo certi momenti di rallentamento naturale del nostro orologio biologico, come ad esempio dopo pranzo). E le conoscenze scientifiche, pur con differenze individuali, fissano la buona quantità di sonno in un ventaglio compreso tra sei e otto ore. Non bisognerebbe stabilizzarsi né al di sotto del limite inferiore, né oltre quello superiore.

Esiste una igiene del sonno. E Il libro del sonno di Peter Spork, che alterna il piglio della migliore saggistica con i consigli pratici per godere di un sonno sano (o, nel caso fosse patologico, per curarlo), ce ne illustra infiniti particolari. Ancora sconosciuti, o misconosciuti, alla gran parte di tutti noi. Igiene del sonno, significa prima di tutto rispettare ben determinate regole sia nell’addormentarsi che nel risvegliarsi. Regole empiriche note già ai nostri nonni, confermate dalla ricerca. Ad esempio, coricarsi e risvegliarsi sempre agli stessi orari.

Su grandi e importanti fenomeni come il sonno, che implicano la regolazione dei nostri orologi biologici interni, il cervello e il corpo tendono a funzionare per automatismi. Più favoriamo tali automatismi, meglio dormiamo e, soprattutto, ne traiamo beneficio. Ma come fare? La vita che oggi conduciamo, ci allontana sempre più spesso da una corretta funzione “automatica” dell’addormentarsi e risvegliarsi. Notti bianche, giornate di lavoro che non terminano mai, locali sempre aperti, televisione o intrattenimento su internet che ci portano ad utilizzare pure le ore notturne. Ben oltre il limite consentito dalla nostra biologia e fisiologia.

Ricorso dunque ad eccitanti, droghe o farmaci che possano tenerci svegli e vispi, forzando i limiti consentiti dalla natura. Con un costo pesante: la nostra salute, o la perdita immediata della nostra e altrui vita. Incidenti d’auto o sul lavoro, errori umani su voli aerei o gestione di impianti complessi, hanno spesso  alla base drammatici “colpi di sonno”. Crolli improvvisi, non controllabili dalla volontà né da alcun eccitante conosciuto, della vigilanza e delle prestazioni cognitive. La grande lezione di questo libro, frutto del lavoro certosino di un neurofisiologo tedesco, oltre che ottimo saggista scientifico, è: dormire il giusto, sempre, non è assolutamente tempo perso. Anzi.

Si aggiungono sempre nuove evidenze su quanto il sonno contribuisca al nostro stato di salute. Salvo, è ovvio, fare attenzione se abbiamo cambiamenti importanti (troppo in più o troppo in meno, rispetto alle nostre abitudini), che possono essere indice di qualcosa che non va sia nella nostra psiche che nel nostro corpo. Il sonno è indice di disturbi, alterazioni e malattie che ci colpiscono. Non a caso la medicina del sonno, nonché le scienze che si dedicano allo studio del sonno, stanno registrando sempre più successi. Un dato recente, contrariamente a quanto si riteneva in passato, registra ad esempio che si può “recuperare” il sonno perduto. Non solo. Da ricerche recenti pare addirittura si possa accumulare, “mettere da parte” il sonno per quando ne avremo più bisogno. Non sbaglierebbe dunque chi dorme un po’ di più in vacanza o durante i weekend per crearsi un piccolo conto corrente di sonno da spendere in periodi di magra.

Inoltre, vi sarebbero differenze tra la necessità di sonno degli uomini rispetto a quella delle donne. Secondo Jim Horne, direttore dello Sleep Research Centre della Loughborough University (GB) le donne avrebbero bisogno in media ogni notte di 20 minuti  di riposo in più degli uomini.  «Una delle maggiori funzioni del sonno è quello di permettere al cervello di recuperare e autoripararsi – spiega Horne, autore del libro Sleepfaring: A Journey through the science of Sleep. Durante il sonno profondo la corteccia, la parte del cervello responsabile di memoria e linguaggio, si scollega dai sensi e va in modalità ‘recupero’. Più la mente viene usata durante il giorno, più ha bisogno di riposo la notte e, di conseguenza, si ha necessità di dormire». Le donne tendono a una modalità multitasking, a fare più cose alla volta, alla flessibilità. In questo modo, aggiunge Horne, usano di più il cervello rispetto agli uomini. Pertanto hanno più bisogno di sonno.

Sonno e sistema immunitario


Dal dott. Luca Imeri, neuroimmunologo ed allievo del prof. Mauro Mancia,  ho ricevuto un interessante articolo che correla il sonno al sistema immunitario. In sostanza si evince che dormire poco e male è fonte di una serie di inconvenienti e favorisce malattie infettive in quanto il sistema immunitario viene bombardato da citochine e neurotrasmettitori  che riducono le capacità di reazione del sistema immuntario.  Dormire poco inoltre favorisce l’obesità per un meccanismo di stimolo che nasce dal tessuto adiposo. Gli adipociti infatti riducono la liberazione di leptina e questo porta come conseguenza ad una aumentata liberazione di grelina e questo meccanismo stimola l’appetito… Dormire poco inoltre favorisce rischi cardiovascolari ed ipertensione arteriosa. Anche le malattie infettive inoltre inducono un cattivo sonno e la febbre invece andrebbe interpretata come un meccanismo adattativo favorevole  e non dovrebbe essere controllata da farmaci antipiretici. Se poi consideriamo che, durante la febbre, nelle infezioni virali, i linfociti oltre a produrre anticorpi liberano ormoni ipofisari fra cui il GH o ormone della crescita, l ‘ invito ai genitori è quello  di lasciare dormire in pace i bambini  con la febbre durante una influenza, in quanto la natura ha già provveduto al meglio nel nostro interesse con perfetti meccanismi adattativi.

Ultrasuoni per il cervello. Ictus e nuove terapie


Colpisce l’organo più importante e prezioso del nostro corpo: il cervello. Interrompendo spesso improvvisamente e bruscamente la vita di relazione  o professionale che si era svolta fino ad un attimo prima. Alterando tutto ciò che sarà della vita un attimo dopo. Lasciando una sequela di sofferenza e disabilità, sia in chi ne è colpito che nei familiari che se ne fanno carico. E successivamente un lungo periodo da dedicare alla riabilitazione e al recupero psicofisico. Con enormi costi per la collettività. E’ questo in sintesi il conto che l’ictus presenta alla società. Ecco perché la ricerca medica è sempre più impegnata nel cercare di individuare le cause di base, genetiche e familiari, oltre che negli stili di vita, che possano predisporre, nell’arco della vita, ad andare incontro all’ictus. L’ictus cerebrale rappresenta, infatti, ancora una delle principali cause di morte e la principale causa di disabilità, nonostante i progressi realizzati nel campo della prevenzione e della cura.

Ad oggi complessivamente in Italia ci sono oltre 950mila persone colpite da ictus, di cui 300mila con una disabilità che ne riduce l’autonomia. A questi si aggiungono circa 200mila nuovi casi ogni anno che sono destinati ad aumentare nei prossimi a causa dell’invecchiamento della popolazione. Infatti l’ictus è una malattia la cui prevalenza aumenta con l’aumentare dell’età: il 75% degli ictus colpisce i soggetti di età superiore ai 65 anni. Inoltre, l’incidenza è più alta negli uomini rispetto alle donne.

L’ictus cerebrale rimane la seconda causa di morte nelle donne e la terza negli uomini in Europa, nonostante i progressi fatti nel decennio scorso abbiano ridotto la mortalità, grazie all’introduzione delle stroke unit (reparti specializzati per la cura dell’ictus) e alla prevenzione con il controllo dei maggiori fattori di rischio. L’ictus, o “stroke” dalla terminologia anglofona sempre più diffusa pure da noi, è la principale causa di disabilità, la seconda causa di demenza e la terza causa di morte in Italia. Ogni giorno in Italia vengono colpite da ictus 500 persone. E di esse 170 muoiono entro un anno e altrettante sono costrette a vivere per sempre con una grave disabilità fisica o un importante deficit cognitivo. Oltre a prevenire gli attacchi cerebrovascolari (agendo sui fattori di rischio modificabili, primo fra tutti l’ipertensione), in caso di ictus è determinante l’intervento tempestivo e coordinato di strutture e personale dedicati: le cosiddette “stroke unit”, non ancora presenti e diffuse in tutto il nostro Paese.

La ricerca per prevenire e curare l’ictus prosegue a ritmo serrato, come documentato periodicamente anche dal Rapporto sull’ictus (il Pensiero Scientifico). E proprio oggi giunge una notizia (Lauren Gravitz su Technology Review) che potrebbe aprire nuove prospettive nel trattamento dell’ictus ischemico. Un dispositivo a ultrasuoni progettato per produrre onde sonore molto focalizzate potrebbe essere usato per trattare gli ictus causati dalla formazione di coaguli di sangue nel cervello, senza intervento chirurgico o uso di farmaci. Finora  il sistema è stato testato soltanto in laboratorio, ma i ricercatori mirano a iniziare il trattamento di pazienti selezionati entro la fine del 2011. Da parte degli specialisti, neurologi e radiologi, vi sono ancora pareri discordi (legati ad esempio ad un possibile riscaldamento del tessuto cerebrale), ma la tecnica, una volta perfezionata, potrebbe risultare interessante.

L’apparecchiatura genera ultrasuoni concentrati ad alta intensità (HIFU) , già utilizzati per trattare altre patologie (ad esempio i fibromi uterini o certe forme tumorali). In questo caso, si tratta di una sorta di casco rivestito con più di 1.000 trasduttori ad ultrasuoni. Ognuno può essere focalizzato singolarmente per inviare un fascio nel cervello di chi la indossa il casco. I fasci di ultrasuoni convergono su un punto di quattro millimetri di larghezza, in modo da colpire un coagulo che ostacola il flusso di sangue in un’arteria  e dissolverlo in meno di un minuto. La tecnologia è sviluppata dall’azienda israeliana InSightec. Thilo Hoelscher, neuroradiologo dell’Università di California a San Diego, ne ha iniziato la sperimentazione. I problemi maggiori riguarderanno l’individuazione esatta del coagulo per poter indirizzare il fascio di ultrasuoni in modo mirato. I ricercatori della Università di Charlottesville, in Virginia, stanno lavorando per combinare HIFU e angiografia con risonanza magnetica (angio-RM) per individuare con precisione i coaguli.

Lost: mitologia, pseudoscienza, lostologia e lostopatia


Giunge a conclusione Lost dopo 5 anni di misteri, intrecci narrativi, riferimenti culturali, filosofici e religiosi di ogni genere. Morti e resurrezioni, viaggi avanti e indietro nello spazio e nel tempo. Fantascienza, thriller, horror. Sentimentale, avventuroso, drammatico, persino comico. Praticamente ogni genere narrativo è stato utilizzato e rimescolato per ottenere un serial che non ha eguali nella storia della tv. Lo spettatore regolare di Lost diventa un “credente” in Lost. Attende ogni nuova serie, ogni nuova puntata, con la medesima trepidazione con cui ci si accosta ad un rito. Ancora, oltre che lostologi, studiosi di Lost, si finisce pure un po’ lostopati. Malati di Lost.

La lostdipendenza si cura non solo con una nuova serie – ormai destinata a concludersi (salvo ripensamenti e film successivi) – ma anche attraverso la discussione con le migliaia e migliaia di lostopati sparsi per il mondo e raggiungibili grazie al web. Siccome tutte le categorie classiche sono sovvertite (effetto che precede la causa, tempo che scorre in modo non lineare ma circolare), chi segue Lost si immerge in una esperienza onirica, allucinatoria. In più, inizia a pensare a possibili intepretazioni di quanto seguito, strutturando nella propria mente l’equivalente di una pseudoscienza. Proprio come si tenterebbe di fare al risveglio, cercando di intepretare un sogno. Nel caso di Lost, un incubo.

L’astuzia narrativa e psicologica degli sceneggiatori (J.J. Abrams,  Damon Lindelof, Jeffrey Lieber, Carlton Cuse ) è stata quella di creare un sistema di credenze, dietro apparenti fatti, tali da costituire, in pratica, una fede. Lo spettatore viene progressivamente e sempre più spiazzato, fino ai limiti della credibilità narrativa. Per vedere e soprattutto seguire Lost occorre sospendere il giudizio. Abbandonarsi semplicemente e totalmente alle incongruenze della non-storia. Dove esistono sì personaggi, luoghi e fatti, ma all’interno di ciò che più di una storia è un mito. E come nella mitologia esseri umani interagiscono con esseri misteriosi e soprannaturali, cosi in Lost i protagonisti si rapportano a fenomeni, situazioni e presenze apparentemente soprannaturali. Più che una storia Lost è una atmosfera narrativa, molto simile alla scia di fumo nero che appare e scompare misteriosamente sull’altrettanto misteriosa isola sperduta nelle pieghe spazio-temporali.

Se le credenze religiose, se la mitologia funzionano da migliaia di anni, Lost, costruito sui medesimi principi, agisce sulla mente di quanti (e sono molti milioni nel mondo, con tanto di libri e siti dedicati alla “lostologia”, si veda ad esempio Lost University) lo seguono e vi si appassionano. Se la passione per il soprannaturale, il fantastico e il paranormale è così diffusa, Lost è costruito per tutti coloro che desiderano lasciarsi ammaliare dal mistero e, contemporaneamente, cercarne la soluzione, provare a formulare congetture, costruire ipotesi interpretative. Il trucco sta nel disseminare qua e là simboli esoterici, presenze e rimandi occulti. La mente di chi segue la narrazione sarà indotta a cercarne spiegazione, interpretazione e significato.

Il poster della stagione finale, qui riprodotto, rimanda ai vasti reami oscuri dell’inconscio. Su cui i personaggi, piccini piccini, intrepretano il loro ruolo. Un po’ come un iceberg, di cui la parte sommersa è molto più vasta rispetto a quella che emerge dalle acque. Lost pesca negli archetipi e ce li mostra. Ma non ce li spiega. Se li spiegasse completamente, non sarebbero più archetipi né, tantomeno, misteri. In questo sta la forza di Lost: mostrare e non spiegare. Mostrare e confondere. Potrebbe essere così, ma pure il contario. O in una infinità di altri modi. La fede si nutre e regge su tutte queste antinomie e contrasti.

Il “sommerso” oscuro di Lost è molto più di ciò che si percepisce. E, appunto, tutto ciò che abbiamo visto in cinque anni di episodi, non è mai ciò che appare. Esiste una realtà ordinaria e una più profonda. E Lost rappresenta un universo quantistico dove tutto è possibile e attuabile.

“Tutto sarà spiegato”, promettono gli autori per l’ultima stagione della serie. Ragionevolmente, per poter spiegare tutto quanto avvenuto in Lost, vi sono ben poche opzioni: o è la creazione fantastica di un’unica mente, oppure tutti i soggetti sono stati sottoposti ad un esperimento di immersione in un mondo allucinato, virtuale o, ancora, bisognerà ricorrere ad un espediente da universi paralleli.  Ma una mitologia o una credenza, se pienamente tali, non devono necessariamente trovare conclusione né, tantomeno, spiegazione. Sono tali, punto. Anche se una conclusione così aperta e problematica lascerebbe con l’amaro in bocca gran parte dei lostopati.

Ma c’è un’ultima opzione, la più lineare e semplice. Lost è quello che è: semplicemente un serial tv recitato da un gruppo di attori.

Comunque sia, Lost rimane unico. E diventerà negli anni ancor più serie di culto, sulla scia della mitica Ai confini della realtà – i cui titoli in bianco e nero vengono rievocati nei titoli di testa e di coda in Lost. Un tributo a Twilight Zone, titolo originale di Ai confini della realtà, che conteneva, all’interno di episodi però unici e autoconclusivi, già tutti gli elementi, espedienti e trucchi narrativi di Lost.

Il ricordo dell’arte


Che vi siano rapporti tra l’arte e la memoria è scontato. Persino chi raffigura un paesaggio, oppure un oggetto, in modo pressoché “fotografico”, introduce contenuti suoi propri, della sua memoria. Quanto è immagazzinato all’interno della nostra memoria (anzi, delle nostre memorie, essendo definitivamente tramontato il concetto di una memoria unitaria), interferisce e agisce con quanto realizziamo sul piano creativo e artistico.  In certe espressioni artistiche il contenuto mnesico soverchia la percezione del mondo esterno, sostituindosi quasi completamente. Ciò che ho nella mente e nel corpo (la memoria del corpo) è quanto raffiguro nella mia espressività artistica. E il confine tra realtà esterna e realtà interna, nell’artista, è qualcosa di molto precario. Così tra memorie reali e memorie concettuali.

Basti pensare al caso, studiato dal neuroscienziato e scrittore Oliver Sacks, di Franco Magnani, definito “un artista della memoria”. Nel senso che riproduceva Pontito, il paese natale sulle colline toscane, soltanto attraverso i ricordi che ne aveva. Ma riusciva a farlo nel minimo dettaglio, attingendo alla propria memoria dei luoghi e degli edifici che aveva immagazzinato nel proprio cervello in maniera veramente fotografica. E lo faceva dipingendo dagli Stati Uniti, dove si era trasferito giovanissimo.

«Questa, dunque, non era un’esibizione di memoria ” pura “», osserva Oliver Sacks (Un antropologo su Marte, 1995), «ma di una memoria asservita a un unico motivo dominante: il ricordo del paese della sua infanzia. Adesso mi rendevo conto che non era solo un esercizio di memoria, ma anche di nostalgia – e non solo un esercizio, ma una compulsione e un’arte».

Tutto ciò mi è tornato alla mente, visitando la mostra di Sonja Quarone (Se ti ricordi bene, Cavallerizza del Castello di Vigevano, 30 gennaio-14 febbraio 2010). I suoi lavori sono pezzi di memoria. In senso fisico. Sono ricordi, angosce, incubi, ma anche lamenti, sogni, desideri, emozioni, urla, ironia, pianti e risate che si materializzano. Ho scambiato qualche battuta con Sonja Quarone, che è artista autentica, aperta al dialogo e al coinvolgimento con la gente che vede e reagisce alle sue opere. Ho fatto presente che uno psicoanalista ci andrebbe a nozze, con quanto realizza. Sorridendo, mi ha confessato che durante una esposizione la chiamò al telefono uno psichiatra francese, dicendole tutto trafelato: «Ho visto le sue opere. Devo incontrarla il più presto possibile: lei è in pericolo!». Ha fatto sorridere pure me.

Sonja aggiunge invece che questa mescolanza di ricordi, foto e oggetti che le appartengono – sia come mondi interni che esterni – materializzati fuori da sé, partoriti sarebbe giusto dire (molti oggetti sono bambolotti amniotici, effetto ottenuto avvolgendoli di resina, ricorda molto il lavoro dei ceroplasti di secoli addietro), rappresentano una distanza dal sé, un qualcosa che, anche rivisto, “mi dà calma”. Forme di vita che si fondono, amalgamano con cose, oggetti dei più vari, pezzi di fotografie. Forme di vita protoplasmica. Vite che si sfaldano, spezzettano e, contemporaneamente, si ricompongono sotto altre modalità. Altre possibilità. Una foto fissa e contemporanemente uccide un momento ben preciso. Un trancio di foto ricomposto da Sonja Quarone riprende, invece, vita. Con la sua creatività, Sonja Quarone resuscita, ridona nuova esistenza a foto e oggetti dismessi, altrimenti destinati alla discarica. I rifiuti-rifiutati (anche nel senso di ricordi, e pure gli oggetti equivalgono a ricordi) diventano arte. Non si butta nulla: tutto ritorna nel ciclo vitale. Anche ciò che è morto.

La formazione di Sonja è nell’ambito dell’arte concettuale. Con quanto realizza, dimostra che la memoria non è soltanto delle idee, dei pensieri e dei concetti, ma pure, soprattutto, del corpo. Per questo, i suoi lavori suscitano emozioni e reazioni fisiche contrastanti. E dopo, fanno discutere.

Il potere delle prime carezze


E’  da tempo provato che l’ accarezzamento di neonati di ratto, 15 minuti al dì, per due settimane incrementa in permanenza l’ espressione dei recettori dell’ippocampo per i cortisonici (glucocorticoidi). Questo incremento potenzia la capacità  di controllo dello stress e migliora l’ adattamento dell’animale all’ ambiente. Recentemente un neuroendocrinologo canadese Michael J.Meaney ha  dimostrato che il comportamento materno  “ad elevato livello di cure della prole” induce un aumento dell’espressione dei geni che comandano la produzione di recettori per gli ormoni dello stress .

Dunque non è questione di trasmissione di geni  ma di selezione dell’espressione genica del neonato da parte di un comportamento materno. tutto ciò è confermato dal fatto che il meccanismo è potenzialmente reversibile. Infatti ,  se i piccoli di femmine a basso livello di cura vengono allevati ,  nella prima settimana, da altre ad elevato livello, questi, pur nati da madri poco  amorevoli diventano adulti “carezzoni”.  E’ su queste ed altre scoperte delle neuroscienze che Octopus associazione per la prevenzione dei danni biologici, ha in programma l’organizzazione di un convegno dal titolo ” Perchè si devono amare i bambini ” .