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L’eterno ritorno di Pinocchio. Intervista a Suzanne Stewart-Steinberg


La “profezia” di Suzanne Stewart-Steinberg si sta avverando. Ogni volta che l’Italia attraversa crisi di qualche tipo – economica, sociale, politica, ma soprattutto in rapporto al potere e all’autorità – Pinocchio ritorna. Una appresso all’altra due pubblicazioni, una economica e una letteraria, tornano a rinverdire il mito e la costanza di Pinocchio. Il Mondo di questa settimana dedica copertina e servizio interno a “Professione Pinocchio”. La Lettura, supplemento domenicale di cultura del Corriere, pubblica il lungo articolo di Paolo Di Stefano dal titolo “Studiamo Pinocchio, fa bene all’Italia”.

Docente di italianistica e letteratura comparata alla Brown University, Suzanne Stewart-Steinberg ha scritto un poderoso volume (L’effetto Pinocchio, Elliot) su come si è creata l’identità italiana nell’era moderna. O meglio, come questa identità sia da un certo punto di vista fittizia. Artefatta. Mobile. Caratterizzata da “scioltezza” e “movimento” irrefrenabili, magari senza meta e senza scopo ben definiti. Proprio come Pinocchio. Un burattino che presuppone un burattinaio. Ma che nel libro di Collodi è senza fili e si muove autonomamente. Quindi un robot? Un automa? Nessuno lo sa. Tutti coloro che hanno tentato di interpretare le innumerevoli letture che di Pinocchio è possibile fare, ci lasciano alla fine con un senso di incompiuto.

Per non parlare di coloro che vi vedono simbologie di vario tipo, esoterico e new age ante-litteram, persino di tipo massonico. Emilio Servadio che conobbi e frequentai, padre della psicoanalisi italiana, aveva raggiunto il 33 grado della gerarchia massonica, e successivamente si era posto “in sonno”. Quando lo incontrai nella sua casa-studio a Roma, ai Parioli, mi mostrò orgoglioso una delle prime copie a stampa del capolavoro immortale di Collodi, gelosamente custodita avvolta nel cellophane e chiusa in un armadio. Servadio dedicò diverse pagine all’interpretazione psicoanalitica di Pinocchio, vedendoci pure simbologie di carattere massonico.

Effetto Pinocchio 

«Ciò che ho definito “effetto Pinocchio” – scrive Stewart-Steinberg – è proprio questa strana commistione tra l’ansia per la potenziale vacuità del soggetto italiano (per il suo carattere inventivo e retorico, per la sua immaturità e persino per la sua natura inumana, da burattino) e la tendenza a interrogarsi in maniera approfondita sul legame sociale, in una società moderna, post-liberale. Pinocchio non è un bambino né un adulto, non è umano né inumano, non è un burattino tradizionale né un soggetto autonomo. Egli non appartiene nemmeno, evidentemente, alla tradizione illuministica occidentale, interessata agli automi, agli esperimenti con soggetti di tipo meccanico».

Questa natura ambigua, metamorfica, cangiante di Pinocchio, ne fa l’ideale rappresentazione dell’italianità. Anzi, dell’ “unico personaggio della letteratura italiana”, come lo ha definito Raffaele La Capria.

Suzanne Stewart-Steinberg che, oltre al suo settore di insegnamento e di ricerca, ha una formazione in sociologia e interessi che spaziano dalla storia socio-politica a quella della medicina e della psicoanalisi, è convinta che la fortuna eterna di pinocchio sia data dal fatto che il testo in sé non significhi proprio nulla. O meglio, sia in sostanza una favola in cui sono stati sparsi intuizioni geniali relative all’italianità, a come si è andata formando l’essere italiano in una nazione che non c’era. A quel monito “abbiamo fatto l’Italia , ora dobbiamo fare gli italiani”. Ma si sono mai “fatti”, poi, gli italiani? Quell’artificioso monito ha trovato realizzazione, o il farsi e il disfarsi degli italiani è proprio simile al farsi e disfarsi di un burattino?

Per questo motivo l’enciclopedico volume di Suzanne Stewart-Steinberg che affronta la “costruzione di una complessa modernità” negli anni 1861-1922, determinanti nella storia Italiana, passa in rassegna non solo i testi di letterati, storici, educatori, ma pure di filosofi, medici, psichiatri, antropologi e criminologi dell’epoca, come il tanto discusso e controverso, Cesare Lombroso. Un intero capitolo del volume è tra l’altro dedicato all’interesse  di Lombroso per il “continente oscuro” dell’animo criminale, ma pure per l’ipnotismo e lo spiritismo. Celebre il suo studio della medium dell’epoca Eusapia Palladino.

Insomma, Pinocchio viene preso da Stewart-Steinberg come pretesto per tentare di interpretare un complesso periodo storico antecedente l’avvento della cosiddetta modernità italiana, in cui si agitavano figure di pensatori, filosofi, medici, psichiatri, scienziati in bilico sul filo del rasoio del pensiero razionale e irrazionale, del sentirsi parte di una comunità nazionale e, allo stesso tempo, tenersene psicologicamente fuori, oppure oltre.

«La figura di Pinocchio –  spiega Stewart-Steinberg nel suo saggio – è una figura che guida me e anche l’Italia. Dalla sua invenzione e dal successo eccezionale del 1881, Pinocchio è sempre stato allo stesso tempo un ragazzo e un uomo (la sua età è stata oggetto di un intenso dibattito): ribelle laico ma anche Cristo moderno e popolare; burattino ma anche essere che agisce secondo la propria volontà. Pinocchio, come è noto, non ha fili: questo libro si occupa di tutti quei fili invisibili ai quali potrebbe essere attaccato».

Suzanne Stewart-Steinberg parla e scrive perfettamente l’italiano. Sono noti del resto gli stretti rapporti tra la Brown University e il mondo accademico italiano, in particolare l’Università di Bologna. Da “L’effetto Pinocchio” traspare questo amore ambivalente di Stewart-Steinberg per la cultura italiana e l’italianità.

Italiani e italianità mai completamente compiuti, sempre un po’ burattini e un po’ umani. Sempre un po’ autonomi, e sempre un po’ automi. Liberi nell’inventiva, nella creatività, nell’arte e nella fantasia, e succubi del potere e dell’autorità.

Senza voler entrare nel merito dell’aspetto storico e letterario del volume, ci interessa capire cosa intenda Suzanne Stewart-Steinberg con “effetto Pinocchio” e cosa abbia a che spartire con l’essere italiani, di ieri, ma pure di oggi. Di come corpo e psiche degli italiani – rigidi come un burattino di legno rispetto al potere, sciolti e flessibili per loro intima natura – siano diventati quello che sono.

Cosa significa “fare gli italiani” e cosa emerge dai testi originali che ha preso in esame per la sua ricerca?

Se l’obiettivo era quello di fare gli italiani, nelle mie letture dei testi dell’epoca e successivi,  ho rilevato grossomodo  due approcci al progetto. Da un lato, l’ unificazione e la formazione dell’identità è stata vista come un processo che doveva venire dall’alto.  Come un processo imposto dall’esterno su un popolo che non era (ancora) italiano, ma bensì una sorta di massa informe, o di una sostanza che ha richiesto un imprimatur da parte dei dirigenti della nuova nazione. Il processo di formazione nazionale era vista come un’operazione di intervento attivo da parte uno stato  per cui si era convenuto avesse una funzione largamente tutelare. L’accettazione, ma anche la critica di questo processo si riflette nella celebre frase di Antonio Gramsci secondo cui  il Risorgimento italiano era stato solo una rivoluzione passiva.

La seconda posizione, invece, ha sostenuto che la cosiddetta “italianità” ineriva tutti i soggetti del territorio, ma doveva però essere portata alla luce del sole. Valorizzata attraverso il processo di una vasta gamma di conoscenze interdisciplinari. Questa posizione è stata sostenuta da pensatori positivisti  e intellettuali che furono attivi in antropologia, criminologia, sociologia, pedagogia, nelle burocrazie giuridiche e amministrative, negli ospedali, nelle carceri e così via. La seconda posizione ha poi presentato un quadro molto diverso: si è ipotizzata la presenza di una nazione moderna  “in formazione”, che giaceva latente, ma tuttavia già esistente.

Tra i pensatori che riflettono queste posizioni, che analizzo nell’Effetto Pinocchio, vi sono lo stesso Carlo Collodi,  autore di Pinocchio, Cesare Lombroso e Maria Montessori. Credo che occorra stare attenti a non esagerare la distinzione tra questi due approcci. Primo, perché non sono stati quasi mai consapevolmente dichiarati. In secondo luogo, molti pensatori si sono trovati ad articolare una sorta di combinazione dei due.

Pinocchio è noto nel mondo per la trasposizione cinematografica che ne ha fatto Walt Disney. Questa versione animata secondo lei si discosta in modo importante dal testo originario di Collodi.

Pinocchio è nato nel 1881 in forma serializzata per una rivista destinata ai bambini. Suo padre, Carlo Collodi,  ha ideato un burattino di legno, le cui avventure lo portano via da scuola e verso la campagna toscana. Pinocchio passa  attraverso una serie di trasformazioni fisiche, tra cui un asino, ma poi, finalmente, alla fine della storia, si trasforma in un bambino vero. La storia è ovviamente conosciuto da tutti ma, purtroppo,  la maggior parte conosce la versione americana di Pinocchio,  quella che ne realizzò Walt Disney nel 1940.

Quella di Disney è una interpretazione molto forte del testo. Fatto ancora più importante è che fornisce un epilogo del racconto che si discosta in un dettaglio significativo dal testo. Il film d’animazione trasforma Pinocchio da burattino in un ragazzo. Il testo di Collodi, invece, è più cauto: il burattino viene lasciato in un angolo, mentre si crea un nuovo ragazzo. In altre parole, Disney sostituisce, Collodi spiazza. E’ una differenza importante, perché quella di Colllodi fa pensare al processo di modernizzazione e secolarizzazione in termini più complessi.

Perché sostiene che Pinocchio è un testo moderno e riflette la cultura italiana di un’epoca intessuta di spinta verso la modernizzazione culturale, sociale e politica?

Pensiamo a come inizia Pinocchio: « C’era una volta…- Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No ragazzi, avete sbagliato: c’era una volta un pezzo di legno. »

Due cose vanno dette su Pinocchio, e sono cruciali. In primo luogo, il libro è allo stesso tempo fin troppo leggibile e profondamente illeggibile. Con questo intendo sostenere che nessun significato può essergli attribuito in modo definitivo. Può essere letto come un racconto morale secondo il quale il burattino cattivo impara la lezione e quindi, come ricompensa, guadagna la soggettività. In questo scenario, Pinocchio passa dall’influenza,  dalla direzione  data dall’esterno, all’autonomia. Ma il libro può anche essere letto così come appare, in cui Pinocchio è libero, corre selvaggio e viene catturato nella rete ideologica di obbedienza e di etica del lavoro e, accecato da tale cattura, non riconosce più i benefici guadagnati di recente dal proprio essere libero. La traiettoria di Pinocchio, in questa lettura, è dall’ autonomia  all’influenza. Influenza sia pur non riconosciuta,  in quanto le corde antiche della tradizione sono state tagliate a favore dei rapporti ideologici.

Entrambe le letture mi sembrano essere perfettamente legittime. Infatti, entrambi presuppongono la modernità del testo: o Pinocchio diventa un liberale, un soggetto consenziente, la cui prima essenza di legno viene sostituita con una soggettività moderna, o egli è colto in strutture ideologiche che sono indipendenti dalla sua volontà. In realtà, qualsiasi interpretazione può essere legata al testo, e questo spiega perché c’è un vera e propria “Pinocchio-interpretazione”, un infinito lavoro di interpretazione e riproduzione del testo originario. Nel 1900 Pinocchio era stata già tradotto in più di 200 lingue, in forme adattabili a ognuno, a tempi, circostanze e culture diverse. Pinocchio esiste nel testo letterario,  nei film, nei cartoni animati, nei teatri. Ci sono stati infiniti sequel al libro originale: ci sono stati Pinocchi fascisti, antifascisti, Pinocchi di ogni genere.

Quindi alla fine cosa concorre a realizzare ciò che lei chiama “effetto Pinocchio”?

Se se c’è una caratteristica fondamentale che descrive Pinocchio, allora è il fatto che è un burattino, ma non ha corde! Oppure, se è davvero un burattino, tali corde sono perlomeno invisibili.  Questo è un altro modo per dire che Pinocchio sembra essere guidato da un burattinaio, da un maestro che dirige o influenza le sue azioni, anche se sembra agire autonomamente. E ‘ lo stato paradossale di questo personaggio – quello che più e più volte è stato descritto come tipicamente italiano – che ho chiamato l’ “effetto Pinocchio”.

Ho citato l’inizio del testo di Collodi, la frase di apertura in cui un re viene sostituito da un fantoccio. Dobbiamo prendere molto seriamente tale sostituzione. Pinocchio, in questo senso, è per me un’allegoria della doppia natura della  soggettività italiana in formazione. L’effetto Pinocchio cerca di cogliere le complesse relazioni che esistono tra autonomia e influenza, e come tale descrive un processo storico, utilizzabile come concetto analitico per la comprensione di tale processo.

In estrema sintesi, l’effetto Pinocchio è la capacità di produrre una qualsiasi lettura del testo di Collodi. Tutti si vedono nel testo, tutti si trovano indirizzati al livello della loro fantasia, e questo portandoci dentro la loro storia personale: Totò, come Benigni, come tutti gli altri. Per questo, non esiste una “corretta” lettura di Pinocchio. Esistono solo letture del testo che riflettono i tempi e le questioni del lettore. In questo senso, “Pinocchio” è un testo vuoto, senza messaggio, oltre quello che i suoi lettori ne vogliono trarre. E’ una specie di schermo bianco su cui i suoi lettori proiettano tutte le loro fantasie. Ma questo è solo un inizio. La questione relativa all’effetto Pinocchio diventa  più  complicata nel momento in cui entrano in gioco le istituzioni: quelle statali e quelle del sapere.

Aggiornamento sulla terapia con peptidi


Un breve aggiornamento sulla terapia con i neuropeptidi nei casi da me personalmente seguiti: a tutt’oggi nessuna controindicazione alle iniezioni eseguite ogni 3 settimane dai circa 20 casi inseriti nei protocolli del dr. Jan Sula.

Il caso del tumore pleurico procede molto bene, ormai siamo a 5 anni di buona  sopravvivenza con minimi residui di malattia tumorale. Tutti gli altri casi oncologici procedono bene con terapie integrate che prevedono: chemioterapia – terapia con vischio sottocute – peptidi aspecifici – polioxidonium fiale da 6 mgr. 3 volte alla settimana.

Gli altri casi, nel complesso, hanno avuto tutti una buona risposta clinica. In particolare l’artrite reumatoide ha  avuto un abbassamento del marker di malattia con fattore reumatoide sceso da valori di 1.800 a 100. Interessante anche un caso di vitiligo la cui malattia è regredita di molto dopo il primo lotto di 15 fiale.

Medicina integrata, narcisismo e altre questioni umane: intervista alla psichiatra Antonella Ciaramella


Sempre più studi su come associare la medicina accademica a quella che un tempo veniva definita “alternativa”, mentre oggi si preferisce parlare di “complementare” o “integrata”. Sempre meno detrattori di approcci alla malattia che prevedano sostanze di sintesi, ma pure terapie “dolci”, fitoterapiche, trattamenti fisici o di medicina tradizionale, stili di vita salutari, per non parlare del cibo come medicina.

Insomma, si va avverando ciò che un medico, pioniere di tale approccio nel nostro paese, Luigi Oreste Speciani, sosteneva qualche decennio fa: “Non esiste una medicina ufficiale e una alternativa. Esiste una sola medicina: quella che fa stare bene”.

Ed ecco convegni internazionali, riviste di taglio scientifico che regolarmente pubblicano studi in questo settore. Per non parlare dell’editoria, soprattutto divulgativa, sempre più cospicua. E di manifestazioni, fiere, esposizioni, produzioni industriali che hanno visto incrementare negli anni il proprio profitto. C’è infatti, indubbiamente, anche un aspetto commerciale. L’esigenza di comprendere quanto sia veramente efficace e valida la medicina integrata, e quando di moda o illusione. Come sempre, il problema non è tanto della medicina intergrata in sé, quanto di chi se ne fa promotore, utilizzatore presso i propri pazienti. In qualsiasi campo della medicina è fondamentale rivolgersi ai professionisti giusti. A maggior ragione in un campo “selvaggio” come quello della medicina integrata.

Abbiamo rivolto alcune domande sul tema ad un medico, la psichiatra e psicoterapeuta Antonella Ciaramella, già docente universitaria, tra l’altro, di medicina psicosomatica e del dolore, esperta di ipnosi medica, che a Pisa dirige, con lo psicologo Stefano Rossi, un centro di medicina integrata.

L’Istituto Gift (Gestalt Institute for Therapy), questo il nome del centro pisano di medicina integrata, i cui responsabili sono Stefano Rossi (psicologo, psicoterapeuta della Gestalt) e Antonella Ciaramella (medico, psichiatra, psicoterapeuta ad orientamento psicosomatico), vede nel proprio organico due medici, otto psicologi, un osteopata, un tecnico della riabilitazione, un musicoterapeuta, accomunati dalla stessa prospettiva di approccio alla persona sofferente.

Antonella Ciaramella organizza infine una giornata di studio sul narcisismo: le abbiamo chiesto, in coda all’intervista sulla medicina integrata, di parlarci anche di questo.

Perché ritiene utile e valido l’impiego della medicina integrata?

Nonostante le sempre più sofisticate tecniche di imaging, i complessi test sierici di valutazione del sistema endocrino-immunitario, i nuovi interventi terapeutici, si evidenzia ancora una certa discrepanza tra risorse e costi degli interventi sanitari tradizionali ed efficacia degli stessi. Così in tempi recenti l’ambito medico si arricchisce di nuove conoscenze ed è soggetto a continue trasformazioni. L’approccio clinico al paziente, fino a poco tempo fa centrato unicamente sulla Evidence based medicine (cioè basata sulle evidenze ricavate da studi clinici controllati), cambia prospettiva divenendo una medicina centrata sulla persona in cui le aspettative dei medici includono la soggettività di risposta ad un trattamento convenzionale in una prospettiva cosiddetta biopsicosociale o “integrata”.

Il medico, con questa prospettiva, inizia a valutare in maniera significativa le differenze soggettive di una manifestazione clinica e, in condizioni di patologia cronica, l’influenza delle risposte psicologiche e di adattamento comportamentale (coping) ai trattamenti medici.

In che modo la medicina integrata, e in particolare il centro che lei dirige con Stefano Rossi, affronta le problematiche dei pazienti?

La medicina integrata complementare promuove la guarigione ed il benessere mediante l’applicazione di programmi di assistenza sanitaria in cui il paziente viene trattato come una persona completa e rispettato come individuo. Nell’ottica della medicina integrata complementare il raggiungimento dello stato ottimale di salute ha come presupposto il potenziamento delle risorse individuali (empowerment).

In collegamento con laboratori specializzati del Sistema Sanitario Nazionale le persone che afferiscono all’Istituto Gift vengono incluse in percorsi personalizzati di tipo diagnostico (esami di laboratorio, radiologici, neurofisiologici, valutazioni psicofisiche) e di riabilitazione. Il tutor che segue il soggetto in tutto l’iter diagnostico-terapeutico rappresenta il “coaching per l’empowerment” individuale.

Le malattie croniche scarsamente controllate dai comuni trattamenti (es. diabete, ipertensione, patologie gastrointestinali, dolore cronico, patologie oncologiche etc) ma anche le malattie psicosomatiche (es. ulcera gastrica, asma, colite ulcerosa, eczemi, fibromialgia, dermatiti, allergie, etc.), le sindromi funzionali (tic, acufeni, colon irritabile, sindromi motorie disfunzionali etc.) ed i disusturbi psicopatologici e di personalità sono i principali motivi di accesso all’Istituto.

Colloqui psicoeducazionali, musicoterapia, tecniche di meditazione, psicoterapia, mirror therapy, riabilitazione mediante tecniche di bioginnastica, psicomotricità, shiatzu, trattamenti medici ed ipnosi sono gli interventi terapeutici che possono essere applicati individualmente o in gruppo.

Si rimprovera all’approccio della medicina integrata di essere “costosa” (trattamenti, prodotti, specialisti, sedute ecc.), non alla portata di tutte le tasche. In definitiva: la medicina integrata è soltanto per chi se la può permettere, oppure vede la possibilità di impiego e utilizzo anche, ad esempio, nelle strutture pubbliche?

Obiezione assolutamente legittima! Tuttavia vorrei dire che i pazienti che seguiamo non sono più ricchi di altri, ma investono in maniera diversa le proprie risorse economiche. Essi  hanno un background culturale diverso rispetto a coloro che continuano a rivolgersi alla medicina tradizionale. Quando parlo di cultura,  non voglio dire migliore o peggiore, voglio dire diversa.

Niente da togliere alla medicina tradizionale, che è importante ed essenziale, ma quando si parla di integrazione si parla di prendere in considerazioni variabili che possono influenzare il nostro stato di salute e che normalmente sono considerate marginali nella medicina tradizionale. Ad esempio si  pensi alla comunicazione di una diagnosi di cancro! Non da molto tempo lo psicologo è entrato a far parte dell’équipe in un reparto di oncologia. Anche il Ssn prevede dei ticket e, specie in alcune condizioni, gli accessi dei pazienti alle strutture pubbliche sono numerose, con un certo costo totale, senza trovare risoluzione. Un punto di vista diverso, anche culturale, può permettere di affrontare la malattia in un altro modo.

Quindi, quando mi si dice se la medicina integrata è alla portata di tutti, rispondo che è alla portata di chi lo vuole. 

Vorrei aggiungere che la regione Toscana è una delle più sensibili al problema e l’umanizzazione fa parte dei valori descritti nel piano sanitario regionale 2008-2010.

 Riferimenti bibliografici

Jozien Bensing. Bridging The gap. The separate worlds of evidence-based medicine and patient-centered medicine. Patient Education and Counseling 39 (2000) 17–25

Butterworth SW. Influencing patient adherence to treatment guidelines. J Manag, Care Pharm. 2008 Jul;14(6 Suppl B):21-4.

Seminario di studio sul disturbo narcisistico

Il 24 marzo a Pisa, l’Istituto Gift (Gestalt Institute for Therapy) promuoverà un convegno dal titolo: “Il disturbo Narcisistico. Evoluzione della diagnosi e modelli di intervento in psicoterapia” il cui scopo è quello di far incontrare esperti nella comune ricerca di quel confine tra normalità e patologia legata al concetto di disturbo narcisistico.

Parteciperanno relatori di fama nazionale ed internazionale come Antonio Puleggio, psicologo,  autore del libro “Identità di sabbia. Disturbi evolutivi nell’epoca del narcisismo”. Paolo Migone psichiatra, condirettore della rivista “Psicoterapia e scienze umane”. Arianna Luperini, psicologa, membro della Società psicoanalitica italiana. Sandra Vannoni presidente dell’Ordine degli psicologi della Toscana. Pietro Pietrini, neuroscienziato e ordinario all’Università di Pisa, membro dell’editorial board di “NeuroImage, Experimental Biology and Medicine”.

Insieme ai propri ospiti, i due responsabili dell’Istituto Gift, Stefano Rossi, psicologo didatta della Fondazione Italiana Gestalt e Antonella Ciaramella, psichiatra, membro della Icpm (International College of Psychosomatic Medicine) e della Società italiana di ipnosi (Sii) cercheranno di dimostrare l’appropriatezza dell’esclusione, così come prospettata nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm V), di tale quadro clinico dai disturbi mentali.

 Ci illustra scopi, contenuti e finalità del convegno che terrete sul narcisismo?

Nella nostra attività psicoterapeutica ci troviamo a confrontarci quotidianamente con un problema di sofferenza legata al disturbo narcisistico.

La progressiva evanescenza dei contatti reali e dei valori sociali condivisi, la riduzione della capacità empatica di mettersi “nei panni dell’altro” hanno creato il presupposto per rendere normale ciò che fino ad ora veniva considerato patologico: il disturbo narcisistico.

Nel libro “The narcissism epidemic: living in the age of entitlement” JM Twenge e WK Campbell (2010) esaminano l’ampia ed inarrestabile diffusione nella nostra cultura del narcisismo tanto che per tale motivo verrà eliminato nella prossima edizione del “The Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Dsm V)”.

Questi due autori annoverano tra le difficoltà discriminative di narcisismo fisiologico e patologico: a) la discrepanza tra l’alta frequenza nella diagnosi di disturbo narcisistico di personalità in ambito clinico e la scarsa prevalenza riscontrata in studi epidemiologici; b) l’ attenzione, nella attuale classificazione del Dsm IV, rivolta a schemi esterni di funzionamento interpersonale e sociale a discapito della complessità interna e della sofferenza individuale; c) la bassa validità discriminante del costrutto; d) la scarsa stabilità nel tempo del disturbo, criterio necessario per identificare un disturbo di personalità (comportamento maladattivo persistente).

Ha ancora senso dunque parlare di disturbo narcisistico? Questo quadro clinico è ormai diluito in una normalità che ha incorporato i modi narcisistici di essere nel mondo?

 Per quanto riguarda i contenuti,  al convegno parteciperanno relatori con diverso background scientifico.

I modelli culturali narcisitici e le sue influenze sulle relazioni significative verranno trattati nella relazione introduttiva di A. Puleggio psicoterapeuta sistemico relazionale. Gli aspetti narcisistici della professione dello psicoterapeuta verranno esaminati da S. Vannoni (presidente dell’albo della regione Toscana degli psicologi). Il narcisismo fisiologico nel normale decorso dello sviluppo sessuale sarà discusso dalla psicoanalista A. Luperini. La storia del concetto di narcisismo verrà illustrata da P.Migone, psichiatra, psicoteraputa. Le basi neurobiologiche della psicopatologia del disturbo narcisistico verranno illustrate da P. Pietrini professore ordinario Medicina e chirurgia di Pisa. L’evoluzione della diagnosi, i criteri diagnostici e gli strumenti di valutazione verranno illustrati dalla sottoscritta. Le tecniche psicoterapeutiche nel trattamento del disturbo narcisistico verranno illustrate da M. Menditto, presidente della fondazione Italiana di Gestalt.

Per quanto concerne le finalità del convegno, è la disamina del concetto di narcisismo fisiologico e patologico, fornendone una migliore identificazione. Il convegno, inoltre, è preliminare al relativo corso di approfondimento teorico esperenziale in cui verranno esposti alcuni modelli di intervento psicoterapeutico.

Il mito narra che Narciso era un giovane di rara bellezza e amato dalle ninfe, ma le ricambiava con cinica indifferenza. La dea Nemesi lo punì per la sua insensibilità e durezza d’animo. Lo fece innamorare della sua immagine riflessa in un lago: per abbracciarla, Narciso si tuffò e annegò. Sul lago crebbe un fiore col capo chino, che da lui prese il nome (Ovidio, Metamorphoseon libri XV).

La nostra cultura è strutturata sul bisogno di successo, visibilità, in cui l’immagine e l’apparenza rappresentano i valori più importanti. Il bisogno di piacere e di farsi amare non è mai soddisfatto. E così come Narciso, gli esseri umani dell’era contemporanea sono insensibili e diprezzano chi li richambia in ammirazione ed amore in quanto mai appagati. A livello culturale il Narciso può essere inteso come una “perdita di valori umani”. Viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili.

Una società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere rivela la sua insensibilità, per le esigenze umane. La cultura del narcisismo lascia gli individui, a livello profondo, con un senso di vuoto, incertezza, insoddisfazione cronica, latente depressione (il fiore con il capo chino).

Il disturbo narcisistico è dal 1980 (Dsm o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) definito come un disturbo di personalità le cui caratteristiche principali sono: a) grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), b) necessità di ammirazione, c) mancanza di empatia.

Parliamo di soggetti che generalmente si rivolgono ad uno psicoterapeuta per la profonda sofferenza individuale che non è mai apparente. La progressiva evanescenza dei contatti reali e dei valori sociali condivisi, la riduzione della capacità empatica di mettersi “nei panni dell’altro”, hanno creato il presupposto per rendere normale ciò che fino ad ora veniva considerato patologico: il disturbo narcisistico. Le caratteristiche comportamentali dei soggetti con questo disturbo rendono difficile il confine con la normalità dell’individuo contemporaneo, tanto che nella nuova classificazione del Dsm non verrà più classificato come tale.

Ha ancora senso dunque parlare di disturbo narcisistico? Questo quadro clinico è ormai diluito in una normalità che ha incorporato i modi narcisistici di essere nel mondo? E se i paradigmi del quadro clinico, come quelli della società, sembrano essere reciprocamente mutati, come si è modificato il relativo fare terapeutico?

“Perché non esiste la pillola magica anti-obesità e l’obesità non è questione di volontà”. Antonio Liuzzi risponde a Repubblica


Articolo a tutta pagina sulle pagine scientifiche di Repubblica di giovedì 1 marzo: “Dieta. Se una pillola ordina al cervello di perdere peso”. Chiusa del pezzo a firma dell’inviato da New York Angelo Aquaro: “Domanda: ma se tutto dipende dal cervello, non basterebbe un po’ più di volontà? Assolutamente sì. Peccato che il grasso, in tutti noi, è solo lì che non cola”.

Chissà perché quando si parla di obesità, si tende a semplificare. E a ridicolizzare. Per quanto si faccia per diffondere corrette informazioni, allestire incontri pubblici (ad esempio quello recente del Comitato Italiano per i diritti delle persone affette da obesità e disturbi alimentari dedicato giustappunto allo “stigma” dell’obesità), pubblicare volumi in tema già sei anni fa (Sesto rapporto sull’obesità in Italia. Cervello e obesità: neurobiologia e neurofarmacologia), niente da fare. Per quanto ci si sforzi di far capire che l’obesità è una malattia e non quindi una colpa o una questione di volontà (quantomeno non solo e non semplicemente), le vecchie convinzioni resistono. E si fa tra l’altro confusione tra sovrappeso, obesità grave e obesità complicata. Soprattutto non si dice  che l’obesità non è un monolite, ma ne esistono varie forme.

Sentiamo allora  cosa risponde Antonio Liuzzi, endocrinologo ospedaliero e ricercatore che da quindici anni combatte la sua strenua battaglia non solo per capire cosa sia l’obesità sul piano scientifico, cosa si possa fare per curarla, ma pure come si possa far comprendere a giornalisti e grande pubblico di cosa si tratti veramente.

Perché è così complesso mettere a punto una terapia farmacologica per l’obesità?

Le cause dell’accumulo di tessuto adiposo che porta all’obesità sono molteplici: tra queste forse la più importante è la alterazione dei meccanismi che controllano la introduzione delle calorie attraverso gli alimenti in rapporto armonico con la  spesa energetica. Se il nostro cervello non è in grado di mantenere in equilibrio il sistema e introduce più calorie del necessario, le scorte di tessuto adiposo aumentano e si diviene obesi. I meccanismi che nel sistema nervoso centrale e periferico intervengono in questi processi sono straordinariamente complessi e possono essere modificati da fattori genetici, ormonali, ambientali. In particolare numerosi sistemi di neurotrasmissione sono implicati e gli studi con la risonanza magnetica funzionale hanno messo in evidenza sostanziali differenze di attivazione o di repressione dei vari centri nervosi tra il normopeso e l’obeso. Da questa premessa derivano due conseguenze sostanziali. Prima, una terapia efficace e causale della maggior parte dei pazienti obesi non può che essere farmacologica. Seconda, proprio la molteplicità dei meccanismi coinvolti rende difficile il trovare una sola “pillola” efficace per tutti i casi.

Quali caratteristiche dovrebbe avere la pillola per l’obesità? Il farmaco che verrà rimesso in  commercio in America non era stato bandito in precedenza ?

C’è da sottolineare appunto che questa mitica medicina dovrà essere efficace per periodi indeterminati: nessuna persona seria direbbe che un farmaco per combattere l’ipertensione non può essere considerato efficace perché alla sospensione la pressione torna a salire. Ma l’argomento che il farmaco  non è efficace perché alla sospensione il peso risale, è stato usato largamente per i vari farmaci antiobesità sperimentati negli ultimi anni. Recentemente gli esperti della Food and Drug Administration americana (Fda)  hanno raccomandato, dopo un precedente parere negativo, la messa in commercio di un farmaco: il Qnexa che è l’associazione di due molecole, la fentermina ed il topiramato.

La Fda pare aver finalmente compreso che, viste le gravi conseguenze dell’obesità, si deve accettare che il farmaco possa avere effetti collaterali e sia quindi messo in commercio se questi sono contenuti in limiti tollerabili, attentamente monitorati. Soprattutto, il farmaco va autorizzato per pazienti con elevato  rischio di sviluppare complicanze. Nonostante il parere favorevole  del comitato, peraltro con due voti  contrari, sono stati  fortemente raccomandati attenti studi post-marketing di sorveglianza soprattutto in relazione a possibili effetti cardiovascolari. Gli effetti di stimolo sul sistema nervoso centrale e cardiocircolatorio dei derivati anfetaminici, quali appunto la fentermina sono ben noti. Il topiramato è un farmaco usato nella terapia della epilessia e della cefalea che possiede un rilevante effetto di riduzione dell’appetito. Gli effetti collaterali della molecola derivabili dalla scheda tecnica, sono numerosi basterà ricordare quelli a livello psichiatrico: aggressività, agitazione, depressione, insonnia.

Qual è in definitiva il suo parere sul farmaco in questione? E su come è stata diffusa la notizia al grande pubblico, ha qualcosa da commentare?

Gli effetti della nuova associazione sono stati studiati in alcuni studi clinici di buon  livello che ne hanno dimostrato la efficacia in termini di perdita di peso con effetti collaterali accettabili. Lo studio di maggior durata, 108 settimane,  ha dimostrato in particolare una riduzione della ipertensione ed un miglioramento di parametri metabolici in poco più di cento pazienti con effetti collaterali non differenti dal placebo. La buona tolleranza della associazione può essere attribuita alla bassa dose dei due farmaci rispetto a quelle in uso quando somministrati da soli.

La disponibilità del Qnexa, questo il nome commerciale del preparato, è quindi un evento favorevole anche da un punto di vista culturale nel panorama terapeutico dell’obesità. Tuttavia, la scarsa numerosità dei soggetti trattati e soprattutto la breve durata dei trattamenti impongono una ovvia cautela. 

Esplosioni di enfatico entusiasmo come quelle comparse sulla stampa  (“Abbiamo impiegato l’ultimo secolo per abbattere quella barriera che l’evoluzione ci aveva regalato: il grasso. L’attesa è finita arriva la pillola che ci renderà più leggeri. Addio obesità. L’annuncio è più che storico. Il mondo (sic!) aveva bisogno di questa attesissima pasticca dimagrante”) sono un esempio di cattiva informazione e vanno evitate.

La strada per combattere efficacemente l’obesità è questa ma la via è ancora lunga: gli obesi non sono colpevoli della loro condizione ma sono pazienti che vanno individualmente aiutati tenendo conto delle varie cause che possono aver determinato l’aumento di peso. Sicuramente il controllo della assunzione di cibo è fondamentale e la sua patologia va ricondotta, come si è detto, ad alterazioni di meccanismo neuroendocrini.  Se alla domanda: “ma se tutto dipende dal cervello non basterebbe un po’ più di volontà (badate solo un po’ più)?” rispondiamo “assolutamente sì”, non abbiamo capito nulla del complesso problema delle cause della cosiddetta epidemia dell’obesità. Qualcuno si sentirebbe di proporre come cura della depressione l’esortazione: coraggio che la vita è bella?

Aggiornamenti – Paolo Marzullo, endocrinologo e ricercatore dell’Auxologico intervistato da Marta Buonadonna sul farmaco anti-obesità introdotto in USA (lorcaselina, nome commerciale Belviq) e che sarà in sperimentazione in Italia (“Nuova pillola anti-obesità approvata negli Usa”, Panorama.it). 

 

Interstress: intervista ad Andrea Gaggioli


Una nuova categoria di psicologi sta avanzando nell’approccio alle problematiche psichiche dei nostri tempi. Sono gli psicologi digitali. Hanno messo da parte lettini e poltroncine degli analisti classici, per sfruttare le nuove tecnologie informatiche. Usano tablet, smartphone, pc. Sviluppano assieme agli informatici programmi di realtà virtuale, applicazioni per i vari strumenti digitali di cui facciamo uso e che ci seguono fedelmente ogni giorno. E’ l’altra faccia della medaglia delle nuove tecnologie. Gli stessi mezzi da cui ci facciamo stressare, inseguire, raggiungere ad ogni ora del giorno e della notte, possono essere utilizzati per alleviare lo stress.  Uno di questi psicologi di nuova generazione, votato a utilizzare sul versante positivo le nuove tecnologie, è Andrea Gaggioli. Gaggioli si sta ad esempio occupando del progetto Interstress.

 In cosa consiste il progetto Interstress?

 Le persone spesso non si rendono conto dei sintomi dello stress e intervengono troppo tardi per porvi rimedio. Questo perché non è facile decodificare il “linguaggio del corpo”. Per rispondere a questo bisogno, stiamo sviluppando il progetto Interstress. Si tratta di un progetto finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del Settimo programma quadro della ricerca, che si pone l’obiettivo di sviluppare e testare tecnologie avanzate per la valutazione e la gestione dello stress psicologico, mediante l’uso di biosensori indossabili, smartphone e strumenti tipici dell’analisi comportamentale. Il team internazionale è costituito da psicologi, ingegneri e informatici esperti nell’analisi dei biosegnali.

In cosa consiste e quali funzioni avrà la app? Quando si renderà disponibile?

La “suite” di applicazioni mobili Interstress sarà fruibile su smartphone e tablet (prima su piattaforma Android, quindi su iOS – iPhone/iPad) e sarà caratterizzata da due funzionalità principali: detezione automatica delle situazioni di stress psicologico in situazioni di vita quotidiana (es. in mobilità, sul lavoro, ecc) attraverso sensori wireless indossabili che misurano il battito cardiaco e la respirazione (simili a quelli già in commercio per il fitness); sistema di allerta e supporto motivazionale per migliorare la capacità della persona di gestire efficacemente i sintomi dello stress. I principali benefici sono: la possibilità di monitorare in modo non invasivo lo stress e prevenire i rischi ad esso correlati; valutazione obiettiva dello stress in situazioni di vita quotidiana grazie a biosensori che consentono di misurare i correlati fisiologici dello stress; “personal digital trainer” per aiutare la persona a diventare maggiormente consapevole delle situazioni stressogene e sviluppare adeguate abilità per fronteggiarle. Le app sono in una fase avanzate di prototipazione e l’avvio dei test di laboratorio è previsto per marzo 2012, mentre la prima release pubblica del prototipo è prevista per fine settembre 2012, in occasione del convegno internazionale Cybertherapy 2012, sulle applicazioni delle nuove tecnologie nella terapia, che si svolgerà a Brussels.

Andrea Gaggioli, coordinatore del progetto Interstress, è ricercatore presso l’Istituto Auxologico Italiano, dove fa parte del team di ricerca di Giuseppe Riva, e presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, dove svolge anche attività di docente. Il suo principale interesse di ricerca riguarda la Tecnologia Positiva, ovvero lo studio delle applicazioni delle tecnologie emergenti al benessere psicologico.

Info:

www.interstress.eu 

www.positivetechnology.info 

Filmato full hd sul progetto Interstress

Mangia che ti passa di Filippo Ongaro


Questo libro, scritto da un medico che ha convissuto un po’ di anni con gli astronauti, è complementare a The China Study nel senso che dà una spiegazione chiara della nutrigenomica e di come il cibo possa costruire il nostro organismo modulando l’espressione del gene. In fondo entrambi i libri puntano sulla importanza di 1°)  eliminare le proteine del latte  2° ) rallentare il processo di glicazione  3° ) integrare acidi grassi omega 3 omega 6  4° ) puntare sulla restrizione calorica. In sintesi: mangiare cibi integrali e cereali, ridurre le proteine animali eliminando le carni rosse, caricarsi di verdura poco cotta o cruda, frutta di tutti i colori, olio d’oliva, noci, cioccolato e vino rosso. In fondo con questa alimentazione si sviluppa una vera medicina preventiva . Sembra tutto così semplice ma in realtà anche il cibo entra nella spirale della dipendenza come il fumo, l’alcool, il gioco ecc. Anche in questo caso però il medico di famiglia ci può provare.

 * Vedi anche: Cibo e cervello: intervista a Filippo Ongaro