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Il cervello dei maschi. E quello delle femmine. Ovvero: misurate il livello di vasopressina ai vostri maschi


E’ un tema che intriga, da diversi anni. Le differenze tra cervello maschile e quello femminile. La rivista Mind (maggio/giugno) gli dedica copertina e lungo servizio in più parti, promettendo di far conoscere la “verità”  – o almeno quanto oggi è possibile sapere – su maschi e femmine dal punto di vista neurobiologico e neuropsicologico.

Altrettanto fa la rossa e fascinosa psichiatra dell’Università della California Louann Brizendine che, dopo aver stupito il mondo con il successo del suo Il cervello delle donne, torna all’attacco con Il cervello dei maschi (in uscita il 5 maggio da Rizzoli, pp. 330, 18 euro).

Le note di presentazione del volume in edizione italiana, fanno leva sulla possibilità di capire le motivazioni scientifiche della monogamia o poligamia del maschio. Suggerendo alle future compagne del maschio individuato di informarsi sulle abitudini sessuali del futuro suocero. E’ molto probabile, sostiene Brizendine, che il vostro compagno segua il medesimom andazzo da impenitente playboy del padre. Ma non per emulazione, bensì per ragioni strettamente neurobiologiche. La colpa è dei recettori della vasopressina.

Studi condotti dai neurobiologi dimostrerebbero che la tendenza alla monogamia dipende dai recettori della vasopressina (ormone rilasciato dall’ipotalamo implicato con l’attaccamento, e perciò anche definito, con l’ossitocina, “ormoni dell’amore”) presenti nel cervello. Dato che i geni recettori della vasopressina si tramettono di padre in figlio, care donne e ragazze, se mirate ad uomo fedele,  indagate sulle abitudini sessuali dei padri per sapere come si comporteranno i loro figli.

Oppure, se disponete di un laboratorio d’analisi ben attrezzato – magari siete una biologa o un medico – fate al vostro partner un dosaggio di vasopressina, prima di decidervi a mettervi definitivamente con lui. Poco passerà e, ne sono certo, qualche azienda di diagnostica metterà in vendita su internet un kit per misurare i livelli di vasopressina tra amanti. Vedo già la confezione con il logo (la molecola di vasopressina iscritta in un cuore) e lo slogan, urlato anche dai venditori tv: “Non chiedergli se è fedele: analizzalo!”.

Poco passerà e pure gli avvocati chiederanno dosaggi della vasopressina nelle cause di separazione e di divorzio.

Ci volevano le neuroscienze e la biochimica per capirlo? No di certo (“puttaniere come suo padre”, sospettano da sempre le donne senza far ricorso alle scoperte delle neuroscienze), però almeno ora avete una pezza d’appoggio scientifica per fondare i sospetti d’infedeltà del vostro uomo.

Sempre nelle note di presentazione del nuovo libro della Brizendine, si anticipa che il testo spiega alle donne come stimolare l’istinto paterno (bisogna lasciare il papà da solo con il bebé), come interpretare l’apparente indifferenza emotiva (di fronte alla sofferenza della compagna il partner non è freddo, sta concentrandosi per risolvere il problema e non ha tempo per l’empatia), come dialogare con un uomo e come capirlo prima, o invece, che lui capisca se stesso.

Semplificazioni? Categorizzazioni? Certo. Ogni volta che si vuole tracciare una linea di demarcazione tra abitudini, cognizioni e comportamenti dei maschi e delle femmine, anche a livello neuropsicologico, si rischia di generalizzare. E’ proprio vero, ad esempio, che il maschio taciturno, freddo e distaccato (in quanto maschio, di per se stesso un po’ autistico) si stia sempre “concentrando” per risolvere i problemi della sua donna? E non magari i propri (darsela a gambe o maltrattare), come la vita quotidiana e le notizie di cronaca spesso ci insegnano?

In ogni caso, le neuroscienze – pur con tutte le dovute riserve e valutazioni critiche di ricerche e risultati, a volte presentati in modo eccessivamente entusiastico – si stanno guadagnando un ruolo sempre più rilevante nel farci comprendere un po’ di più e un po’ meglio noi stessi. Anche nei rapporti con l’altro sesso.

The Brain Revolution


E’ venerdì 23 aprile e sono al Tempio di Adriano a Roma dove si è tenuto un interessante convegno, in onore del 101° compleanno di Rita Levi Montalcini, sulle nuove frontiere della ricerca sul cervello. Promotrice del convegno è la giornalista Viviana Kasam che ha costituito l’associazione Brain Circle Italia

In una sala il neurobiologo prof. Pietro Calissano ha fatto il punto con alcuni ricercatori sulla scoperta, che risale al 1952, dell’ormone NGF da parte di Rita Levi Montalcini. Questa sostanza, di natura proteica, è stata estratta dal sarcoma del topo ed ha la caratteristica di superare la barriera emato-encefalica e quindi di penetrare nel cervello.  

La caratteristica dell’ NGF è quella di viaggiare sulle fibre nervose assonali e indurre trasformazioni del fenotipo cellulare. L’ NGF ha inoltre la proprietà di stimolare le cellule macrofagiche, note anche come cellule spazzino, che migrano per tutti i tessuti del nostro organismo eliminando virus, batteri, cellule neoplastiche ecc.  

Questa proteina ha inoltre  la capacità di stimolare le popolazioni linfocitarie.  Le prospettive terapeutiche dell’ NGF  per questo motivo sono molteplici interessando il campo delle malattie   nervose degenerative quali la SLA o l’Alzheimer  ed anche quello delle malattie  autoimmuni.

Contemporaneamente, in una seconda sala alcuni neuroscienziati hanno presentato affascinanti relazioni che spaziavano dalla robottistica alla possibilità di copiare il cervello con un sistema computerizzato.

Come medico e clinico sono rimasto colpito dalla relazione della prof. ssa  Hermona Soreq che ha spiegato perfettamente come la condizione di stress induca un cattivo controllo della liberazione di una proteina (acetilcolinesterasi) che inattiva l’acetilcolina. La mancata inattivazione dell’acetilcolina  favorisce processi infiammatori e malattie del sistema immunitario.

Nel mio libro Il cervello anarchico pubblicato dalla Utet nel 2005, ricostruivo alcuni casi clinici e li interpretavo in funzione delle emozioni positive o negative del paziente (effetto placebo ed effetto nocebo). Con la relazione della prof.ssa Soreq i casi clinici da me descritti sono ancora meglio interpretabili a conferma che mente e corpo rappresentano un tutto unitario.

Eyjafjallajökull: un anticipo di 2012? Ovvero: come diventare apocalittici


C’è già chi mette in relazione l’eruzione del vulcano islandese, con conseguenti ricadute sui trasporti e sulla vita degli umani, con l’avvicinarsi della fatidica, sfigata data: 21 dicembre 2012. Così come terremoti, alluvioni, frane, cambiamenti climatici, incidenti, attentati, crisi economiche e disgrazie varie che hanno colpito l’umanità negli ultimi tempi. Gli  apocalittici del 2012, novelli Nostradamus (ma almeno lui usava un linguaggio poetico e criptico), stanno già gongolando:  «Ecco, vedete, il 2012 si sta avvicinando!».

Usa espressioni apocalittiche, ad esempio, lo scrittore Gabriele Romagnoli su Repubblica di oggi: «Come un’oscura profezia che si autoavvera incombe sul pianeta un flagello che nessuna scienza maggiore o fede minore aveva saputo prevedere». Più divertente per come la mette il comico Maurizio Crozza: “I Maya hanno sbagliato, di due anni”.

Il meccanismo per diventare apocalittici (profeti di sventure) è molto semplice. Soltanto, abbiate l’accortezza di collocare le vostre previsioni non molto in là nel tempo, se volete godere della notorietà  dei vostri vaticini. Se poi si riveleranno errati, non lo saranno mai del tutto. Dato che sulla Terra, disastri, cataclismi, crisi e, appunto, morti, sono all’ordine del giorno. Quindi:

1) scegliete una data a caso nei prossimi 5-10 anni, possibilmente ricavandola da un documento antico (il calendario Maya è ormai fuori gioco; cercate un papiro, il passo di un testo religioso, magari indiano o tibetano, ma va bene pure un criptico testo medievale, oppure un bassorilievo su una cattedrale gotica);

2) cominciate a elencare possibili sconvolgimenti da concentrare per quella data-periodo;

3) presentatevi come il cantore ufficiale di tale scoperta apocalittica;

4) iniziate a rilasciare interviste in cui sosterrete che il 2012 è una bufala (cercando di spiegarne le ragioni), mentre la vostra data-periodo corrisponde al vero (cercando di illustrarne i motivi, ma potete benissimo, anzi meglio, usare un linguaggio vago e aperto ad ogni interpretazione);

5) disseminate la Rete di frammenti di testi apocalittici, presunti indizi storici, immagini e documenti (pure inventati di sana pianta) relativi alla vostra “scoperta”: più se ne dibatte, anche polemicamente, meglio è per voi;

6) fidate nel fatto che gli umani sono sempre in attesa di qualcosa di brutto che dovrà accadere;

7) con la notorietà conquistata a colpi apocalittici, qualche editore potrebbe farsi avanti: preparatevi a scrivere un libro illustrato, a collaborare alla realizzazione di un dvd o ad un testo per Sanremo;

8) godetevi la popolarità ed i soldi che, per i prossimi 5-10 anni, tali previsioni apocalittiche vi avranno garantito.

In passato i profeti di sventure facevano, loro sì, una grama fine. Oggi il peggio che possa loro accadere è finire in televisione.

Vedi anche: 21 dicembre 2012 e il mondo, bene o male, continua…

La medicina non è una scienza


Sembra un titolo provocatorio alla luce delle continue scoperte in campo medico ma in realtà  che la medicina , come ha scritto Boncinelli , sia una scienza in progress …. è tutto da dimostrare. Giorgio Israel , docente di matematica all’Uniersità La Sapienza di Roma, nel suo libro Per una medicina umanistica (Lindau) rilancia l’idea di una medicina umanistica con qualche punta di polemica riguardo la caccia al  gene delle malattie parlando di inquisizione genetica. Secondo Israel il progresso della medicina, alla continua ricerca delle radici biochimiche, genetiche e molecolari della sofferenza umana, ha perso di vista il fatto fondamentale che la medicina esiste perché gli uomini si sentono malati e non perché qualcuno li dichiara tali in base alla alterazione di  determinati parametri quantitativi. Il medico deve confrontarsi con l’esperienza soggettiva del paziente e scoprire cosa è patologico per lui. La nozione di malattia, secondo Israel, deriva anzitutto dal vissuto degli uomini. Soltanto se si andrà in questa direzione il medico potrà aiutare a guarire o, più modestamente, a stare meglio.

Già il dr. Abraham Flexner scriveva nel 1925  “In America la medicina scientifica, giovane, vigorosa, positiva è oggi deplorevolmente deficitaria nel campo culturale e filosofico”. Egli rincarava la dose della sua prognosi riservata affermando : “La dimensione morale dell’educazione medica esige l’acquisizione di un bagaglio di qualità e valori al centro del quale stanno i bisogni del malato”. Scrive Giorgio Cosmacini nel suo libro La medicina non è una scienza  (Raffaello Cortina editore): ” Il nuovo non deve indurre in equivoci fra la tradizione antropologico-medica incarnata nel modo d’ essere medico “, da Ippocrate a oggi, e le basi scientifiche innovatrici necessarie, ma non sostitutive, del modello antropologico.

UFO e religione


«Gli scettici? Ormai sono una specie in via d’estinzione!». Lo afferma in questi giorni Roberto Pinotti, in vista del convegno internazionale sul tema UFO e vita extraterrestre che presiederà a San Marino (17 e 18 aprile), commentando recenti dati Ipsos secondo cui sarebbero più di un milione le persone nel mondo che credono all’esistenza degli oggetti volanti non identificati. «Se fosse una religione – aggiunge appunto Pinotti – sarebbe tra le più seguite al mondo». Speriamo che l’affermazione di Roberto Pinotti (segretario generale del Cun, Centro ufologico nazionale), non si trasformi in realtà. Atrimenti si avvererebbe pure quanto dicono gli ufonauti della vignetta: la religione è la cosa più pacifica della Terra, e si azzuffano pure su quella! 

Ma perché questo accostamento di Pinotti alla religione? Proprio lui che ha sempre difeso a spada tratta il fenomeno ufologico come degno di considerazione e indagine scientifica? E’ vero però che gli UFO sono elusivi, evasivi, contraddittori. Ci sono e non ci sono. Vanno e vengono. Sono più simili ai fantasmi (anche se più presenti, e non solo al buio) che non alle cose reali di questo mondo. Giocano a nascondino con la nostra psiche. Se fosse un esperimento di massa da parte di psicologi e neuroscienziati alieni, per studiare le nostre reazioni, sarebbe perfetto. Mettiamoci pure i cerchi nel grano, e abbiamo anche le macchie di Rorschach per studiare intere masse terricole da parte di psicologi e psichiatri alieni. Se fossi uno psicologo alieno, mi sarei inventato i crop circles come test proiettivo di massa. Infatti, interpretazioni, discussioni e diatribe ormai si sprecano. Anche tra scienziati.

In effetti gli UFO, sono però più cose che “si vedono in cielo”, come diceva Carl Gustav Jung. E fanno riflettere in terra. Sul nostro destino di umani. Sul nostro rapporto col cosmo e con esseri di altri pianeti. Su come ci dovremmo rapportare con etnie aliene (il che è buffo, perché abbiamo difficoltà a rapportarci persino col nostro vicino di casa, per non dire con l’immigrato). Sulla possibilità che civiltà aliene stiano visitando il nostro pianeta da molti anni (forse millenni), ma stanno alla larga dal contatto di massa con i terrestri per una serie di ragioni pratiche. Quali?

Non interferire col nostro ciclo evolutivo. Cioè non procurarci uno shock emotivo-cultuarle da cui non ci riprenderemmo più. Un contatto da parte di una civiltà più evoluta (magari di millenni), rispetto a una più involuta è, in verità, sempre un’imposizione. E dunque si traduce in sudditanza da parte di quest’ultima. Ancora, i governi sarebbero a conoscenza della verità sugli UFO e gli alieni, ma non la rivelerebbero alle masse. Anche qui per una serie di motivi. Rischio di perdita di potere e influenza sulle masse, da parte della politica attuale. Rischio di crisi sociali tra quanti rimarebbero disorientati dall’apprendere che gli alieni sono tra noi. Quindi, da parte degli alieni ufonauti, vige il diktat di studiarci, osservarci, prendere isolati e sporadici contatti (quasi sempre con persone semplici, un po’ come le apparizioni mariane), ma evitando il contatto di massa, per evitare eventuali conflitti – che si risolverebbero in definitiva a nostro danno –  data la nostra natura aggressiva, violenta e distruttiva.

Nonostante tutto ciò, c’è chi sostiene che il 2010 possa  essere l’anno del contatto (ispirandosi al famoso film di fantascienza tratto dal romanzo di Arthur C. Clarke). Come Roberto Pinotti, studioso del fenomeno UFO, che ha fatto di tale studio e della sua divulgazione nonché accettazione negli ambienti politici e culturali, una vera e propria ragione di vita. Pinotti, autore di numerosi libri in tema e direttore della rivista UFO Magazine, è convinto della realtà di veicoli alieni transitanti nei nostri cieli (o atterranti nei nostri campi). Egli stesso ha probabilmente avuto incontri ravvicinati col fenomeno, anche se, giustamente, si guarda bene dal gridarlo ai quattro venti. E’ altresì convinto che, invece, il vento dell’atteggiamento verso il fenomeno UFO, da parte dei centri di potere e di influenza collettiva, stia cambiando. In che senso?  

Dopo gli anni della congiura del silenzio e del discredito (negare la realtà del fenomeno e ridicolizzarne i testimoni e gli studiosi), si è passati alla strategia della confusione (dire e non dire, rivelare e celare, mescolare fenomeni e testimonianze reali con altri fasulli). Ora, sostiene Pinotti (che tra l’altro è sociologo), siamo entrati nella terza fase. Quella dei rivelatori (ex militari o ex rappresentanti dell’intelligence che parlano della realtà del fenomeno, anche se in forma spesso ambigua). Quella della preparazione al contatto attraverso film di grande produzione hollywoodiana e serie tv, oltre a libri, fumetti, articoli e, ovviamente, la massa di materiali di ogni genere e tipo su internet. Quella del disclosure, (è stato addirittura realizzato un sito internazionale per una “campagna mondiale di rivelazione sugli UFO”). Quella della messa in Rete, da parte dei rispettivi governi, degli archivi di casi secretati in passato e ora declassificati di avvistamenti e testimonianze UFO. Quella, addirittura, dell’esopolitica, cioè delle implicazioni politiche e sociali del contatto-rapporto con civilità extraterrestri.

Anche lo scrittore e filosofo Guido Ceronetti entra nella questione ufo-trascendenza con il suo nuovo romanzo In un amore felice. Ne parla Lorenzo Mondo su La Stampa (“Ufo nostro che sei nei cieli”), rifendendo che Ceronetti  nell’introduzione  chiarisce «che la spinta per comporre questo romanzo è stato il bisogno di Trascendenza, in lui assillante: “L’ufologia \ è nata dal tronco fulminato della morte di Dio e dal rinnegamento degli angeli”».

Insomma, anche se gli UFO non esistessero, esiste ed è crescente il desiderio ed il bisogno che esistano e vengano sulla Terra come messaggeri alieni. Ce n’è abbastanza per parecchi studi in ambito etno-antropologico, di storia delle religioni, e socio-psicologico.

Gli errori di Darwin secondo Massimo Piattelli Palmarini


News: Massimo Piattelli Palmarini presenta Gli errori di Darwin mercoledì 12 maggio 2010, ore 18,  alla Libreria Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano.

Intervista a Massimo Piattelli Palmarini sui contenuti del libro Gli errori di Darwin e le polemiche suscitate

A un secolo e mezzo dalla pubblicazione delle sue prime opere sull’evoluzione biologica, Darwin fa ancora notizia. Anzi, infiamma gli animi e scatena polemiche. L’ultima, in ordine di tempo, è motivata dall’imminente pubblicazione di Gli errori di Darwin (Feltrinelli), annunciata per il 21 aprile, dopo altrettante polemiche suscitate negli States dall’edizione originale. Il volume, che ha richiesto tre anni di lavoro, è scritto a quattro mani da due scienziati di livello internazionale.

Uno dei due autori, vanto italiano, è Massimo Piattelli Palmarini, docente di Scienze cognitive all’Università dell’Arizona, dopo una permanenza al Mit di Boston e successivamente al San Raffaele di Milano dove ha creato il dipartimento della sua disciplina. L’altro, Jerry Fodor, è anch’egli un’autorità nelle scienze cognitive, insegna filosofia del linguaggio alla Rutgers University del New Jersey. Ancor prima di uscire nel nostro Paese, il volume di Piattelli Palmarini e Fodor sta riempiendo le pagine culturali e scientifiche dei nostri giornali, con pepati botta e risposta tra scienziati che si occupano di queste tematiche.

Ho raggiunto Massimo Piattelli Palmarini a Venezia, durante una sua parentesi italiana,  per un ciclo di seminari universitari. Gli ho chiesto di spiegarci le ragioni di così tanto scalpore per aver controbattuto alcune presunte idee “errate” del darwinismo.

Professor Piattelli Palmarini, ci spiega perché queste reazioni, anche emotive, al libro che ha scritto con Jerry Fodor?

Ci sono varie spiegazioni. Una è che la selezione naturale, il darwinismo, combina le due spiegazioni centrali della nostra vita e della nostra psiche. Che sono la spiegazione di tipo meccanicistico e quella di tipo finalistico. La spiegazione di tipo meccanicistico è quella che applichiamo nella vita di tutti i giorni, nelle cose inanimate, le cose inorganiche. Le spiegazioni finalistiche le applichiamo nelle cose umane. Si spiega quanto è successo nelle vicende storiche e nelle biografie di certi personaggi ricostruendo i loro scopi, le loro intenzioni, i loro progetti. La selezione naturale mette assieme queste due forme fondamentali di spiegazione. Fornisce una spiegazione meccanicistica a qualcosa che sembrerebbe di tipo finalistico.

Non c’è dubbio che l’idea di Darwin sia geniale e abbia conquistato gli scienziati. In fondo, se si guarda all’evoluzione biologica si nota questo emergere di forme sempre più complesse nel tempo. Il “match” che si verifica tra le forme e i tratti biologici degli ambienti in cui crescono. Tutto ciò suggeriva, tradizionalmente, qualcosa di finalistico. E con l’idea della sezione naturale si spiegherebbe questa parvenza di “disegno” in modo meccanicistico. Questa è una idea molto forte che ha conquistato molti, e non intendono abbandonarla.

Questo atteggiamento non assomiglia un po’ alla resistenza degli psicoanalisti quando, ad un certo punto, dovettero confrontarsi con le neuroscienze e con la psicofarmacologia? Certi saperi rischiano di costituirsi, da un certo punto di vista, come “chiese laiche”.

In un certo senso sì. Ma è accaduto in diversi ambiti, non solo per la psicoanalisi. E’ successo, ad esempio, pure per il marxismo. Quando una dottrina è ritenuta “forte”, si coagulano attorno ad essa consensi altrettanto resistenti al cambiamento, e si costituisce una sorta di credenza indiscutibile.

C’è quindi una valenza anche filosofica della teoria dell’evoluzione che incide molto in questo dibattito.

Certo. Perché si tratta di una spiegazione meccanicistica di fenomeni che avevano l’aria di essere finalistici. Non c’è dubbio che questa sia un’idea forte.

Qual è invece l’idea forte del libro che ha scritto con Fodor?

L’idea forte è che, ovviamente, l’evoluzione è un fatto. L’appartenenza nel tempo dell’evoluzione di specie simili ad antenati comuni anche questo è un fatto. Tutte le ricerche degli ultimi anni relative a ciò che tecnicamente viene definito “evo-devo” (cioè l’evoluzione biologica vista insieme allo sviluppo dell’embrione, dall’uovo fecondato fino all’adulto), ha mostrato che i geni sono sostanzialmente gli stessi. Dal moscerino della frutta fino a noi. I geni sono sempre i medesimi. L’evoluzione è un fatto. L’appartenenza delle specie l’una all’altra nella filogenesi, è anch’essa un fatto. Quello che noi contestiamo è che la selezione naturale sia il meccanismo che spieghi la comparsa di specie nuove e di tutte le forme biologiche esistenti. Questo è ciò che noi contestiamo.

Quindi contestate e lasciate un interrogativo aperto. Voi mettete sul piatto dei dubbi, delle perplessità riguardo la possibilità di spiegazione onnicomprensiva delle teorie darwiniane.

Sì, proprio così. Non pensiamo che la teoria universale della selezione naturale debba essere sostituita da un’altra e diversa teoria onnicomprensiva. I meccanismi sono molteplici, i livelli dei cambiamenti biologici nel tempo sono molteplici e quindi si tratta di un processo complesso, articolato, eterogeneo. Siamo ben lungi dall’aver scoperto tutti i fattori in gioco. Occorreranno molte altre ricerche, probabilmente per molti decenni.

In termini un po’ ironici, giocando sui vostri rispettivi doppi cognomi, Cavalli-Sforza ha esemplificato recentemente su “Repubblica” la questione dell’evoluzione culturale e l’adattamento alle necessità ed ai gusti della specie umana. Lasciando intendere tra le righe che lei e Fodor non siete dei genetisti e quindi non avete gli strumenti concettuali  per affrontare tali tematiche.

Sì, però Cavalli-Sforza parla di linguaggio e non è un linguista. I fenomeni linguistici che egli sottolinea sono assolutamente marginali. E’ lo stesso problema: Cavalli-Sforza parla di piccole modifiche cumulative che si verificano nel tempo, all’esterno della lingua. Da parte mia sottolineo invece che da cinquant’anni, da Chomsky in poi, viene riconosciuta l’importanza delle strutture interne della lingua. Quindi, lingue tra loro remote geograficamente e storicamente che hanno fatto le stesse scelte sintattiche. E nulla rende l’organizzazione sintattica del giapponese più funzionale nelle isole del Giappone, né quella dell’inglese più funzionale nelle isole britanniche. Non c’è questo tipo di funzionalità che spieghi alcunché. I vincoli e i fattori sono interni, non ambientali.

Voi siete per una teoria che comprenda anche questi aspetti.

Una teoria che enfatizza molto le strutture “interne”. E i cambiamenti endogeni delle strutture interne, sia nel campo della linguistica che della biologia. L’organizzazione interna dei geni: come possano riorganizzarsi. Come la fisica e la chimica – con componenti di autorganizzazione – organizzano e strutturano in parte gli esseri viventi. Noi enfatizziamo questa componente interna.

Il neo-darwinismo è una dottrina “esterna”: è l’ambiente che filtra e plasma le strutture e i fenomeni biologici. C’è anche quello, però non è una componente così importante. E’ molto più importante la componente interna.

A quale corrente “revisionista” del darwinismo vi rifate, perciò?

Steve Gould e Richard Lewontin sono stati dei pionieri, importantissimi. Ma oggi vi sono, oltre ai revisionisti, anche dei biologi che vanno oltre, che considerano la sintesi moderna (cioè il neo-darwinismo, la fusione di genetica e evoluzionismo darwiniano) decisamente superata. Per esempio Eugene Koonin, Carl Woese, Lynn Margulis, Gabriel Dover, Stuart Newman, Leonard Kruglyak e altri. Siamo dalla loro parte e li citiamo nel libro.

Lei ha lavorato anche all’interno di strutture, come il San Raffaele, in cui le sarà capitato di dibattere con colleghi dell’area medica. Cosa pensa delle teorie darwiniane applicate alla medicina e alla psicologia?

La medicina darwiniana è una sciocchezza. Dello stesso genere dell’ “estetica darwiniana” e dell’ ”etica darwiniana”. Applicazioni senza senso del darwinismo. Una piccola corrente senza importanza. Non vedo il clinico o il chirurgo che quando fanno le diagnosi o eseguono un intervento si rifanno alla teoria darwiniana. Non è il caso. Mi sembra un aspetto decisamente marginale destinato a scomparire. Nelle scienze cognitive, c’è invece la psicologia evoluzionistica che ha centri di ricerca che sono appunto il bersaglio della nostra critica. Infatti nel libro c’è una appendice con svariate citazioni tratte da questi psicologi evoluzionisti i quali sostengono che “tutto cambia, tutto diventa chiaro quando si applica la teoria dell’evoluzione” e così via. Secondo noi è sbagliatissimo.

Le cosiddetta “sacra triade” di studiosi (Dennett, Dawkins e Pinker) oggetto delle vostre critice, secondo Cavalli-Sforza non sarebbe poi così “sacra”, ovvero non così autorevole nelle ricerche relative all’evoluzione biologica. Quindi non meritevole di così tanta attenzione.

Sono comunque studiosi di queste problematiche con cattedre prestigiose, che fanno anche divulgazione. Sono studiosi qualificati e influenti, considerati dei maestri. Mi fa piacere che Cavalli-Sforza ed altri dicano: non state a preoccuparvi di loro dal punto di vista scientifico. Benissimo. Ma non è che non siano autori ininfluenti e di nessun interesse. Sono personaggi con posizioni accademiche ben consolidate. Sono anche autori di prestigio.

A chi è venuta l’idea di questo libro? A lei, a Fodor, ad entrambi parlando di questi temi?

E’ venuta a tutti e due. Io presentai quattro anni fa quella che ora costituisce la “parte prima” del libro alla  City University of New York. E Fodor, con il quale siamo intimi amici da decenni, mi esortò a scriverne, perché le riteneva cose importanti. Mi invitò a ripetere la mia conferenza il giorno dopo ai suoi studenti alla Rutgers University. E insistè che dovevo pubblicarla. Io ribattei che non c’era nulla da scrivere, perché si trattava di dati e scoperte già pubblicate sulle riviste scientifiche. Fodor insistè, dicendo che però era importante riunirle tutte assieme, spiegarle in modo accessibile e discuterle criticamente. Abbinando e integrando queste scoperte della biologia con un’analisi concettuale critica rigorosa delle idee centrali del neo-darwinismo. Così è nata l’idea di scrivere questo libro. Ci siamo divisi i compiti: la prima parte l’ho scritta io e la seconda Fodor. Poi ovviamente ognuno ha letto la parte dell’altro, aggiungendo e integrando la rispettiva divisione del lavoro. Abbiamo impiegato circa tre anni a completarlo, ovviamente alternando questo lavoro agli altri impegni.

Avete seguito anche l’ottima regola, soprattutto americana, di sottoporre i capitoli ad altri esperti, in corso d’opera?

Sì, e un lettore molto importante è stato il grande biologo e genetista Richard Lewontin. Ha suggerito vari cambiamenti che abbiamo adottato. Il suo contributo è stato determinante. Importante anche la critica benevola, ma serrata, di Gabriel Dover e quella amichevole, ma molto dissenziente, di Charles Randy Gallistel, eccellente amico personale sia di Fodor che mio, un critico spietato e micidiale del comportamentismo (che noi citiamo nel nostro libro), ma assai restio a criticare il neo-darwinismo. Altri lettori sono stati filosofi, biologi e altri colleghi che ci hanno fornito suggerimenti e critiche.

Restando su Lewontin, com’è stato che qualcuno abbia avuto l’idea di fare una “petizione” contro di lei? Lewontin, come lei ha detto, l’ha informata di questa curiosa iniziativa.

Sì, è partita dal genetista Giorgio Bertorelle, il quale si vide rispondere da Lewontin “I urge you to desist” (La invito caldamente a desistere). Ma lui ha insistito e, pur senza la firma di Lewontin, ha fatto circolare la petizione e  sostiene che i più prestigiosi evoluzionisti hanno firmato un manifesto contro di me. Un manifesto di condanna contro le mie idee, mi sembra una cosa da inquisizione.

Detto in senso ironico: non è uno dei motivi che l’hanno indotta a tornarsene negli Stati Uniti, dopo la parentesi al San Raffaele di Milano? Metti caso che mi brucino come Giordano Bruno, avrà pensato.

No, ero già in America. E neppure in America sono teneri su certe cose. Sono tornato negli Stati Uniti per tornare a fare lo studioso e non soltanto l’organizzatore.

Si attende altre reazioni dall’uscita del libro nel nostro Paese?

Penso di sì. Appena il libro comincerà a circolare ed essere letto, vi saranno certamente altre reazioni.

Vi farà però piacere: in fondo riapre un dibattito su questioni un po’ ferme tra religione e laicismo.

Noi ovviamente non abbiamo nulla da dire sulla religione. E’ bene che la scienza non dica nulla sulla religione, e viceversa. Sono due settori distinti.

Anche se in Rete, alcuni pensatori religiosi, cominciano ad annoverarvi tra i loro “paladini”.

Lo so, ma cosa possiamo farci? L’importante è che non ci considerino parte di loro. Né che facciano credere ai lettori che stiamo dalla loro parte. E questo per ora non lo fanno. Anzi, sottolineano: questi sono due atei e perfino (sottolineano il perfino) loro criticano il darwinismo. Il che è vero. Quindi, ne facciano l’uso che credono. Qualcuno anzi ci aveva avvertito: non scrivete queste cose perché poi saranno strumentalizzate. Ma noi abbiamo scritto ciò che ci sembra giusto e vero. E poi sull’uso che ne verrà fatto, sarà quel che sarà.

* Su VideoScienza parte dell’audio della conversazione con Piattelli Palmarini.

* Leggi anche una delle più interessanti e pacate repliche a firma del genetista Mauro Mandrioli (Università di Modena e Reggio Emilia, Dipartimento di Biologia animale) su Pikaia (il portale dell’evoluzione diretto dal filosofo della scienza Telmo Pievani).

* La simpatica e divertente intervista a Piattelli Palmarini di Serena Dandini e Dario Vergassola a Parla con me (1 giugno 2010).