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Come costruire l’elisir di lunga vita. Intervista a Enzo Nisoli


Decine di articoli. Sia cartacei che online. E’ quanto ha scatenato una ricerca sugli aminoacidi a catena ramificata (in sigla BCAA, Branchedchain amino acids, in pratica leucina, isoleucina e valina) pubblicata dalla rivista scientifica Cell Metabolism. Aminoacidi che, tra l’altro, sono conosciuti, studiati e utlizzati da anni in vari ambiti (da quello sportivo a quello clinico, su pazienti con patologie debilitanti). Si tratta di uno studio multicentrico, realizzato sui ratti, condotto dall’Università di Milano, Pavia, Brescia e Istituto Auxologico di Milano.

In pratica da tale studio si evince che ratti a cui è stata somministrata acqua con una miscela dei tre suddetti aminoacidi, hanno amumentato la propria sopravvivenza del 12 per cento. I benefici si estendevano inoltre ad altri aspetti della vita dei topolini: maggiore coordinazione motoria e miglioramenti nella resistenza fisica. Per tale motivo si è immediatamente diffuso lo slogan che identifica tale miscela di aminoacidi come “elisir di lunga vita”. Cosa che ha fatto storcere il naso a più di un clinico. Ma, al di là degli slogan ad effetto, la ricerca è davvero interessante, aperta a ulteriori sviluppi. Abbiamo interpellato il coordinatore della ricerca, Enzo Nisoli, professore associato di farmacologia (dipartimento di farmacologia, chemioterapia e tossicologia medica, facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Milano e ricercatore dell’Istituto Auxologico Italiano).

Cosa aggiunge questa ricerca a quanto già si sapeva sulla funzione degli aminoacidi essenziali?

 Il risultato più eclatante è la dimostrazione che tali aminoacidi possono avere effetti sulla durata della vita media dei mammiferi. In particolare, si dimostra per la prima volta che l’estensione della sopravvivenza media si accompagna a un miglioramento dello stato di salute nei topi maschi. Non è tanto l’allungamento della vita massima che si vede con la supplementazione, quanto un allungamento della vita media che suggerisce proprio un miglioramento dei parametri metabolici dell’invecchiamento.

Come commenta certe critiche che già vi stanno muovendo (ad esempio: “no agli integratori, sì a carne e legumi”…)?

In maniera molto semplice. L’assunzione di proteine deve rientrare in una corretta dieta, secondo le percentuali stabilite dalle associazioni internazionali di nutrizione. Quindi, la dieta non può essere sbilanciata a favore delle proteine. La nostra supplementazione viene fatta su una dieta standard normale. Il secondo punto importante da sottolineare, è che l’assorbimento delle proteine implica la loro digestione con spesa di energia da parte dell’organismo. Per gli aminoacidi presenti nella miscela questa spesa non serve: vengono assorbiti direttamente nel tratto gastrointestinale (con un picco ematico tra 30 min e 2 ore). Questo fatto ha una rilevanza notevole proprio nei soggetti defedati (anziani o meno) in cui lo stato energetico globale è compromesso.

Ritenete vi sia già l’indicazione per suggerirne l’assunzione nell’uomo?

 Ci sono già diversi lavori pubblicati su riviste di settore che dimostrano, anche se in popolazioni numericamente limitate di soggetti, effetti positivi in pazienti anziani affetti da scompenso cardiaco, sarcopenia, diabete, BPCO, oltre che nel recupero dall’ictus e dal trauma cranico.

Nell’uomo, come vanno assunti tali integratori (esistono vari prodotti in commercio: compresse, bustine solubili) e in che dosaggio?

Esiste una miscela brevettata che si è dimostrata la più efficace nell’indurre mitocondriogenesi nei nostri modelli (Aminotrofic, ErreKappa. Dosaggio 4-8 g/die, bustine solubili).

Vi sono possono essere effetti collaterali (ad esempio a livello renale o epatico)?

Non si riscontrano effetti collaterali, né a livello epatico né a livello renale.

Come risponde alle critiche secondo cui tali ricerche vanno a profitto delle aziende produttrici di tali composti?

 Lo studio è stato sostenuto solo da finanziamenti istituzionali, dal Ministero, Miur, Comune di Milano, Università di Milano e, in parte, Università di Pavia. Abbiamo preso i parametri mitocondriali su miscele realizzate da noi, con singoli aminoacidi. Esistevano comunque già combinazioni diverse di utilizzo clinico, ad esempio – da noi indicata anche nel lavoro scientifico – quella del fisiologo spagnolo Gustavo Barja.

Trovano quindi conferma le intuizioni cliniche dei Dioguardi, padre e figlio, sugli impieghi di aminoacidi?

Nicola Dioguardi sperimentò gli aminoacidi nel trattamento delle epatopatie tossiche, ma poi si vide che non avevano efficacia in quell’ambito. Esiste una miscela messa a punto negli anni ottanta dal figlio Francesco che, all’epoca, faceva culturismo. Ma non hanno alcun effetto neanche nel body-building. Si è poi visto che hanno effetti validi negli anziani defedati: l’intuizione era giusta. Funzionano sugli umani che vanno incontro alle malattie dell’invecchiamento. Con questo lavoro pubblicato da Cell Metabolism noi supportiamo l’intuizione dei Dioguardi e altri dal punto di vista, come dicono gli anglosassoni, “meccanicistico”, cioè abbiamo fornito un meccanismo molecolare per spiegare perché funzionano.

Lei li prende?

No, perché ho meno di 50 anni. Non ne vedo la necessità in chi ha meno di 50 anni, sano, e neppure più avanti negli anni, se è sano e sta bene. Vanno bene in soggetti che stanno iniziando ad invecchiare: diciamo intorno ai 60, 65 anni.

Allora non li suggerisce come prevenzione?

Al contrario, li vedo come prevenzione. Anche intorno ai 55-60 anni, però se debilitati da qualche patologia. Chiariamo un altro concetto importante, su cui spesso si fa confusione: si tratta di supplementazione, non di integrazione. Cioè vanno assunti oltre al cibo, non per integrare qualcosa che non viene assunto col cibo. Nell’anziano ha comunque una ulteriore indicazione, perché vediamo persone oltre gli 80, 85 anni che mangiano meno carne, o comunque si alimentano male.

Questi composti hanno un costo elevato?

No. Gli aminoacidi di per sé non hanno un costo elevato. Costa il processo di purificazione. E comunque il giusto costo è di un euro a dose.

Come siete arrivati a questa idea sperimentale?

Un po’ come Silvio Garattini arrivò agli omega 3 e 6 ragionando sulle sostanze che potessero essere utili in determinate disfunzioni o patologie. Oppure come si arrivò alla messa a punto di prodotti contenenti resveratrolo. Detto questo, io ritengo che vi siano miscele di aminoacidi che possano funzionare più di quella che abbiamo studiato.

Il nostro lavoro dimostra che gli aminoacidi intervengono nella mitocondriogenesi, cioè fanno mitocondri. Lo abbiamo provato “in vivo”: sulla cellula, sui topi e su campioni di muscolo.

Ora stiamo lavorando sull’obesità. Da lì, del resto, è partita la nostra ricerca: sul tema della restrizione calorica. E’ chiaro che una miscela che fa aumentare i mitocondri e fa aumentare la sopravvivenza, è interessante anche ai fini della restrizione calorica. Stiamo studiando questo aspetto: ne riparliamo tra un anno.

Perché si devono amare i bambini – Convegno a Milano, sabato 30 ottobre


Il ruolo dell’affettività materna nello sviluppo armonico del cervello infantile e sui comportamenti dell’adulto.

Milano, sabato 30 ottobre 2010 – Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2, angolo piazza Oberdan (MM1 e passante ferroviario: stazione Porta Venezia) – Il convegno è divulgativo, aperto a tutti – Ingresso gratuito ad esaurimento posti.

Finalità del convegno è quella di dimostrare che l’amore materno è essenziale per lo sviluppo del cervello  nei  primi anni di vita  del bambino ed in che modo le interazioni  precoci  fra  genitori, figli ed ambiente abbiano conseguenze determinanti e permanenti sullo sviluppo ed il comportamento dell’individuo. Negli ultimi anni , infatti, le nuove scoperte della neurobiologia hanno ridimensionato il valore del patrimonio genetico come condizionante in modo assoluto la costruzione di tutto il nostro organismo ed in particolare del cervello; questo, infatti, come struttura complessa, è frutto di una interazione fra determinismo e libertà.

 Mentre i geni sono uguali in tutte le cellule, la storia di ogni singola cellula neuronale è fortemente individuale e condizionata dall’ambiente in cui si sviluppa, ambiente che, a sua volta, è in continuo divenire.  Ne consegue che ogni neurone viene a trovarsi in una situazione  sempre diversa dalla  precedente in quanto è sempre diverso il numero delle cellule presenti. La continua neurogenesi si traduce successivamente in una continua migrazione delle cellule neuronali che devono andare ad occupare il loro luogo definitivo attraverso una progressiva differenziazione. Parallelamente alla neurogenesi i neuroni vanno incontro ad un meccanismo di apoptosi o suicidio cellulare, anche questo condizionato dai segnali ambientali. Circa il 50 % delle cellule neuronali infatti deve essere eliminato per potere  costruire correttamente il cervello e questa costruzione si sviluppa dal secondo mese di gestazione fino al terzo anno di vita. Il destino di ogni neurone infine è condizionato da una migrazione,  dal centro verso la periferia,  anch’essa frutto di una interazione ambientale.         

Anche la costruzione delle sinapsi, attraverso gli assoni ed i dendriti, avviene secondo lo stesso principio  e quanto più l’ambiente sarà ricco di stimoli positivi e bene organizzati tanto più l’albero sinaptico produrrà connessioni omogenee e correttamente interagenti. I percorsi della memoria si sviluppano all’interno di questi primi anni di costruzione del cervello.

La prima a svilupparsi è  la memoria procedurale necessaria all’organizzazione motoria  ma nel contempo il bambino va incontro a importanti e significative esperienze affettive che ne costruiranno l’essenza della memoria implicita. Nella misura in cui le esperienze del bambino, fortemente cariche di emozioni e affetti , sono memorizzate,  nella  fase preverbale e simbolica si costruirà un nucleo inconscio della personalità  del bambino che ne condizionerà gli affetti , il comportamento e la personalità anche da adulto. Questo inconscio che si determina nei primi anni di vita non fa parte dell’inconscio rimosso  bene descritto da Sigmund Freud,  ma  rappresenta un contenitore  definito “memoria implicita” di cui nessuno di noi ha consapevolezza  e che  potrebbe essere la scatola nera che ci fa agire nel bene o nel male .                                                         

 Le prime due relazioni del Convegno svilupperanno il tema della costruzione anatomica  del cervello e della memoria implicita e la successiva tavola rotonda metterà in luce l’importanza dei primi anni di vita nello sviluppo dell’individuo.   Gillo Dorfles , medico  psichiatra e critico d’arte , quando uscì il libro del prof. Mauro Mancia  Sentire le parole che sviluppava il tema della memoria implicita  scrisse: “la creatività umana appare come un ri-creare collegato alla memoria implicita ( e quindi all’inconscio non rimosso) che non è passibile di ricordo ma può essere rappresentata nell’attività creativa e artistica”. Sue Gerhardt, psicoanalista infantile autrice del libro edito da Raffaello Cortina da cui prende il titolo il convegno, sviluppa il tema del disagio psichico correlato ai traumi  infantili e parla di cervello sociale dimostrando come lo sviluppo del cervello possa condizionare l’equilibrio emotivo futuro. Adolfo Ceretti, criminologo e co-autore con Lorenzo Natali del libro Cosmologie violente, affronta il tema del delinquente ricostruendone i percorsi mentali fin dalla prima infanzia.

 Finalità di questo convegno è quella di sviluppare un percorso educazionale che dia  consapevolezza alle future madri  ed a tutti coloro che entrano in relazione con i bambini nei primi anni di vita , sull’importanza della interazione tra l’ambiente e lo sviluppo  del cervello.

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 Spazio Oberdan  della provincia di Milano –  sabato 30 ottobre  2010 – ore 9/14

Programma

 Ore 9

 Moderatori :

Enzo Soresi primario em.di pneumologia – segretario di Octopus autore del libro Il cervello anarchico (UTET)

Flavio Allegri dirigente medico-violinista-consigliere di Octopus 

Pierangelo Garzia saggista medico-scientifico e responsabile  della comunicazione dell’Istituto Auxologico

 Saluto delle Autorità

Senatore Fabio Rizzi : medico chirurgo –anestesista  membro della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.

 Ore 9,30

 La costruzione del cervello:  prof. Alessandro Mauro  Direttore dell’UO di Neurologia e laboratorio di ricerche di Neurobiologia clinica dell’Istituto Auxologico di Piancavallo ( Verbania ).  Docente di Neurologia Dipartimento di neuroscienze Università di Torino.

 Ore 10 ,15                                                              

 La memoria implicita: video-proiezione di una relazione tenuta nell’ottobre 2006

dal prof. Mauro Mancia (1929-2007) professore emerito di neurofisiologia e psicoanalista. Integrata e commentata dal prof. Luca Imeri : Professore associato. di Fisiologia Umana 2° – Facoltà di Medicina e Chirurgia – Università degli Studi di Milano ed allievo del prof. Mauro Mancia.

ore 11

Tavola rotonda:  moderatori  prof. Umberto Galimberti ordinario di Filosofia della Storia e di Psicologia dinamica. Università di Venezia. Psicolog -analista  dr. Claudio Verusio primario oncologo ospedale di Saronno psicologo–analista presidente di OCTOPUS

 Sue Gerhardt psicoanalista co- fondatrice  dell’Oxford Parent Infant Project autrice del libro Perché dobbiamo amare i bambini,  Raffaello Cortina Editore (l’intervento della dr.ssa Gerhardt sarà video registrato e presentato con i sottotitoli in italiano )

Gillo Dorfles  critico d’arte-medico- psichiatra

 Adolfo Ceretti  professore ordinario di criminologia Facoltà di Giurisprudenza – Università degli Studi di Milano Bicocca-  Autore del libro Cosmologie violente, Raffaello Cortina Editore

 Ore 13

 Musica e memoria implicita: Guglielmo Campione  medico psichiatra –psicoterapeuta, musicista.

 Ore 13,15

 Presentazione de Il grembo armonico a cura di Filippo Massara – docente di   musicoterapia presso la scuola di musica della Città di  Monza e Flavio Allegri medico, violinista. Tutto  l’intervento verrà videoregistrato dalla Fondazione videoscienza ed elaborato come DVD educazionale che potrà essere distribuito dall’eventuale sponsor).

 

Mente e meccanica quantistica


Mi sono imbattuto recentemente in un paio di articoli molto interessanti pubblicati da Wired che descrivono come i sistemi biologici sfruttino i bizzarri principi della meccanica quantistica.

http://www.wired.com/wiredscience/2010/02/quantum-photosynthesis/

http://www.wired.com/wiredscience/2010/07/leafy-green-physics/

In sostanza i due articoli, purtroppo in lingua inglese, raccontano di un esperimento sul processo di fotosintesi condotto dal chimico Greg Engels all’Università del Colorado. Egli ha analizzato il processo con cui i complessi proteici FMO catturano l’energia solare (fotoni) sulla superficie di batteri foto sintetici per poi direzionarla verso le proteine che a loro volta la imbrigliano. Quello che Engels stava cercando erano segnali che le dinamiche quantistiche, e in particolare la coerenza quantistica, fossero coinvolte nel processo.

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La sinfonia del cervello


Eccomi , al rientro da vacanze piene di sole e vento e luci dell’Egitto , con la testa piena di interessanti riflessioni dopo la lettura del nuovo entusiasmante libro di Elkhonon Goldberg neuroscienziato , ebreo lettone ,  scappato in modo rocambolesco dalla Russia negli anni ’60 ,  sul cervello e le sue meravigliose sinfonie. Già come medico ero convinto di come questo nostro organo , in fondo , sia l’unico su cui possiamo lavorare per ottimizzare le funzioni di tutto il nostro organismo ed ora dopo a lettura di questo libro ne sono sempre più convinto.

Gli spunti interessanti su cui riflettere sono molteplici ma sicuramente il più stimolante è l’interpretazione di questo ricercatore sul perchè abbiamo due emisferi cerebrali. La sua intuizione risale agli anni ’80 ed ora con gli studi sull’ imaging cerebrale ( PET – risonanza magnetica -magnetoelettroencefalografia  ecc. )  tutte le sue riflessioni  e pubblicazioni sono state confermate. In sostanza l’ emisfero destro , con una rete neurale più rarefatta , elabora tutte le novità  esperenziali e , se decide che potranno essere utili  al nostro agire nel mondo , le trasferisce all’emisfero sinistro…semplice no ? Quindi a destra entrano le novità ed a sinistra organizziamo  l’archivio.

Ma attenzione , nei lobi frontali rimangono solo alcune informazioni di tutto ciò che memorizziamo in quanto l’ informazione completa viene archiviata in numerose aree cerebrali costituendo una  serie di engrammi da recuperare al momento del bisogno.  Al momento opportuno quindi parte una password dal  lobo  frontale sinistro  che recupera l’engramma utile in quella circostanza. Si tratta della memoria di lavoro o memoria a breve termine ed è quella che ci consente ogni nostra azione quotidiana quale quella di prendere un calzino dal cassetto o di decidere in quale ristorante andare a cena con gli amici .

Il tutto avviene in tempo reale o è  atemporale e segue il principio della fisica quantistica ? A questo proposito verrà coinvolto in questo blog un giovane amico , Nicola Cappricci , libero studioso di questa materia al fine di sviluppare qualche informazione divulgativa su questo affascinante tema del tempo che , forse non tutti sanno , è una semplice convenzione e non rappresenta una variabile in fisica quantistica. Ritornando al nostro cervello  la demenza senile  , di conseguenza , non è altro che un decadimento dei lobi frontali  che non sono pù in grado di attivare la password per andare in archivio a recuperare l’ engramma utile in quel momento…..che beffa !  E viene a proposito la bella frase di Hilmann sulla vecchiaia quando scrive  ” La saggezza dell’oblio”  cioè , avendo ormai un archivio pieno  ci conviene , invecchiando , memorizzare solo ciò che sarà veramente utile ai fini dellla nostra sopravvivenza eliminando le informazioni superflue.

Auguri cari amici old , old , e non mollate perchè il cervello è un organo plastico e più ci lavorate meno invecchia ; ricordatevi inoltre di camminare almeno 30 minuti al giorno perchè camminando liberate dai muscoli un ormone  (BDNF ) che nutre  il Sistema nervoso centrale e periferico.

La morale dei bambini


Sulla rivista Internazionale (9/15 luglio) è comparso un interessante articolo redatto da Paul Bloom su una serie di studi fatti da vari ricercatori sulla morale dei bambini (“La morale dei bambini”, tratto da The New York Times Magazine). In sintesi se ne deduce che i bambini possiedono alcuni fondamenti morali: la capacità e la propensione a giudicare le azioni degli altri, un certo senso di giustizia, una reazione istintiva all’altruismo ed alla cattiveria.

Indipendentemente da quanto siamo intelligenti, se non partissimo con questo apparato di base, non saremmo altro che agenti amorali che perseguono brutalmente il loro interesse personale. Ma le capacità che abbiamo da bambini sono molto limitate. Sono le riflessioni razionali che fanno di una moralità veramente universale ed altruistica  il modello al quale la nostra specie può aspirare.

La moralità in sostanza è una sintesi di biologia e cultura, di innato, scoperto ed inventato…e non è  causata, come ha scritto Dinesh D’Souza, dalla “voce di dio nella nostra anima” .

Cibi nel cervello. Intervista ad Alessandra Gorini


News: intervista ad Alessandra Gorini, psicologa e ricercatrice, primo nome nel lavoro sui correlati emotivi della Realtà Virtuale (RV) in pazienti con disturbo del comportamento alimentare (DCA), pubblicato da Annals of General Psychiatry.

  Alessandra Gorini,  34 anni, psicologa e ricercatrice, ha svolto la ricerca su “cibi virtuali ed emozioni” all’Istituto Auxologico di Milano. Attualmente collabora col Centro interdipartimentale di ricerca e intervento sui processi decisionali (IRIDe) dell’Università  di Milano, coordinato da Gabriella Pravettoni. Sì è laureata all’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano con una tesi sulla neuroimmagine funzionale svolta in collaborazione con Massimo Piattelli Palmarini presso l’Università dell’Arizona. Autrice di numerosi lavori scientifici, ha curato, assieme a Nicola Canessa, il volume che raccoglie le lezioni di Massimo Piattelli Palmarini Le scienze cognitive classiche: un panorama (Einaudi, 2008). Ma la cosa di cui va più fiera è il resoconto di una sua giornata a far da Cicerone per Milano al genio dei numeri e Nobel John Nash, in particolare a visitare il Cenacolo Vinciano (TuttoScienze, La Stampa, 30 aprile 2008 ). Dopo aver sentito il capo progetto Giuseppe Riva, rivolgiamo alcune domande anche ad Alessandra Gorini su presupposti e ricadute della ricerca “Assessment of the emotional responses produced by exposure to real food, virtual food and photographs of food in patients affected by eating disorders”.

Quali sono i presupposti teorici di questo studio?

Ormai da circa 15 anni la realtà virtuale viene utilizzata per il trattamento di alcuni disturbi psichici (in particolare dei disturbi d’ansia). L’assunto teorico che ha portato all’utilizzo della realtà virtuale in sostituzione o in aggiunta ai trattamenti basati sull’esposizione in vivo è che essa sia in grado di provocare nel soggetto le stesse reazioni che provoca lo stimolo reale. Nonostante siano stati pubblicati vari studi controllati, e non, sugli effetti terapeutici della realtà virtuale, questo è sempre rimasto un assunto teorico, mai verificato sperimentalmente. L’idea che sta alla base di questo studio è di confrontare direttamente stimoli reali e stimoli virtuali in modo da verificare se effettivamente essi suscitino le stesse reazioni nel soggetto. Nessuno studio era stato condotto in precedenza al riguardo.   

Perché tanta risonanza per questa ricerca? Credo proprio che il motivo risieda nella semplicità del protocollo sperimentale e nella possibilità di estensione dei suoi risultati. Come ho accennato prima, questo studio dimostra sperimentalmente la veridicità dell’assunto teorico su cui si è basato l’ “approccio virtuale” fino ad oggi autorizzando, scientificamente, l’uso del virtuale al posto del reale. Rispetto alla possibilità di generalizzare i risultati vorrei sottolineare che la scelta di sviluppare un protocollo specifico per i pazienti affetti da disturbi alimentari è stata, in un certo senso, una scelta di comodo. Volevamo confrontare gli effetti di stimoli reali e virtuali in un campione di soggetti. Poiché l’esposizione al cibo provoca un aumento dell’ansia nei pazienti affetti da disturbi alimentari abbiamo deciso di utilizzare il protocollo descritto nello studio, ma avremmo anche potuto verificare l’ipotesi esponendo soggetti aracnofobici a ragni reali e virtuali, o pazienti con la fobia del volo ad un volo reale o ad una simulazione di volo (riporto questi due esempi perché sia per l’aracnofobia che per la fobia del volo sono stati utilizzati trattamenti virtuali che hanno effettivamente contribuito alla riduzione/risoluzione del disturbo). Naturalmente è stato tecnicamente più facile con il cibo perché è uno stimolo facilmente rappresentabile e testabile su una categoria piuttosto eterogenea di pazienti (non a caso il nostro studio include sia anoressiche che bulimiche). Inoltre, tralasciando per un attimo la patologia, questi risultati ci dimostrano che non dobbiamo stupirci se il 3D virtuale sta prendendo così piede: precipitare in un canyon virtuale, per esempio, ci farà trattenere il respiro “come se” fosse reale.   

Quali possono essere le ricadute pratiche? Ad esempio, potremmo dire che l’inflazione di trasmissioni tv e pubblicità su cibi e manicaretti hanno un  loro impatto “reale” sul nostro cervello? 

I risultati di questo studio mettono in luce il fatto che, se è vero che reale e virtuale inducono reazioni comparabili, è anche vero che l’effetto davanti ad una stimolazione reale o virtuale induce una risposta emotiva superiore a quella indotta dall’osservazione di un’immagine statica (una fotografia) dello stesso stimolo. Questo perché quello che conta è il livello di interattività che il soggetto ha in relazione allo stimolo stesso. Potremmo dire che il “guardare ma non toccare” è meno efficace del “guardare e sperimentare”. Ci dà meno “senso di presenza” e quindi una risposta emotiva inferiore.  Le ricadute di questo studio deriveranno dal fatto che cominciamo ad avere delle evidenze sperimentali che dimostrano che possiamo sostituire il reale al virtuale avendo un certo grado di certezza sul fatto che “uno vale l’altro”. Naturalmente mi riferisco a tutti quei contesti clinici in cui è necessario (o auspicabile) esporre i pazienti a stimolazioni controllate e graduali prima di esporli alle situazioni reali, ricche di imprevisti e di variabili esterne. Una volta che il paziente ha imparato ha controllare le proprie reazioni e a gestire le proprie ansie in ambiente virtuale trovo che sia assolutamente necessaria la buona vecchia esposizione in vivo in cui bisogna fare i conti con la ricchezza caotica (ed emozionante) della vita vera.

Nella foto: Il premio Nobel John Nash (il matematico interpretato da Russell Crowe nel film “A Beautiful Mind”) e Alessandra Gorini.