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Psicologia e scienza della magia: intervista a Gustav Kuhn


GustavKuhnOKUna nuova categoria di studiosi avanza. Quella degli specialisti della mente che si occupano, e magari praticano professionalmente, anche la magia. Certo, bisogna vincere quella naturale resistenza e ritrosia che il termine “magia” suscita nella nostra cultura, come mi fa notare uno dei grandi maestri italiani dell’illusionismo e della prestigiazione, Aurelio Paviato. Magia viene ancora confusa con cartomanzia, con gente che dichiara di avere poteri sovrannaturali e paranormali. Mentre nei paesi di lingua inglese, “magic” e “magician”, definiscono la materia e la pratica professionale in questo campo. Del resto un altro termine usatissimo, “misdirection”, tradotto in italiano diventa “depistaggio”, che evoca trame spionistiche e criminali e, di conseguenza, viene utilizzato anche da noi senza tradurlo.

Le illusioni magiche per studiare la mente

Allo stesso modo tutta l’ampia messe di articoli scientifici che stanno uscendo sui rapporti tra psicologia, neuroscienze e magia, impiegano abitualmente questi termini. Entrati ormai a fare parte del lessico scientifico internazionale. Persino l’articolo più recente dello psicologo e illusionista britannico Gustav Kuhn, scritto con lo psicologo e informatico canadese Ronald A. Rensink, fa appello alla magia come strumento per studiare la mente (“A framework for using magic to study the mind”).

In definitiva, dato che la lingua inglese la fa da padrone a livello internazionale, soprattutto in campo scientifico, gli illusionisti, i prestigiatori e i mentalisti italiani dovrebbero non dico capitolare, ma fare un po’ di didattica pubblica per fare comprendere cosa sia la magia spettacolare, e oltretutto, in quanto maghi, oggi sono non solo gli antesignani della scienza, ma oggi pure dei collaboratori.

Abbiamo perciò rivolto a Gustav Kuhn (“psicologo e mago dell’Università di Durham, in Inghilterra”, come viene citato ne I trucchi della mente. Scienziati e illusionisti a confronto, Codice Edizioni) alcune domande per chiarirci come vede questo crescente interesse della scienza per la magia. Più altre questioni relative al suo percorso formativo, al mentalismo e alla cultura magica in generale.

Lei fa parte di una categoria, una volta impensabile: specialisti della mente, scienziati che sono pure maghi. Come interpreta questa tendenza?

Ho iniziato ad occuparmi di questa linea di ricerca nel 2003. In quel periodo la maggior parte degli scienziati riteneva che il legame tra magia e scienza fosse potenzialmente interessante, ma non riusciva a vedere come le due aree potessero essere direttamente collegate. Da allora noi, e altri, abbiamo pubblicato numerosi lavori scientifici in cui è stata impiegata la magia per studiare una vasta gamma di aree di conoscenza, dimostrando in tal modo che questo link è davvero possibile. Oggi il legame tra magia e scienza è molto più stabilito. Abbiamo definito paradigmi che possono essere utilizzati per studiare la magia scientificamente, ed è diventato accettabile usare la magia per studiare il cervello. Molti libri di testo di psicologia stanno utilizzando la magia per spiegare la psicologia cognitiva. Quindi la scienza della magia sta diventando parte della psicologia “mainstream”, e come tale ha attirato molti nuovi scienziati ad usarla nella loro ricerche. Inoltre, la magia è diventata molto popolare e ora ci sono molti maghi che hanno pure studiato psicologia, e sono stati ispirati a unire i loro due interessi.

Si dice spesso che i maghi sanno più sulla percezione degli psicologi: cosa ne pensa?

I maghi hanno molta esperienza nel manipolare la percezione della gente, e sono molto bene informati su come funzionano le tecniche. Tuttavia noi, come scienziati, siamo generalmente interessati ai meccanismi percettivi e di come il cervello risolve i problemi percettivi. I maghi non hanno necessariamente le risposte a queste domande. In altre parole, essi sanno che cosa funziona, ma non necessariamente perché funziona. Per questo riteniamo che solo la scienza della magia possa capire i reali meccanismi che sono coinvolti nella magia.

Perché il mentalismo, che utilizza anche vecchi trucchi, è oggi tanto di moda?

La magia genera un senso di meraviglia nello sperimentare l’impossibile, e come tale espande i limiti di ciò che crediamo essere possibile. La magia si è sempre occupata di temi che sono stati ai margini della nostra comprensione. Attualmente siamo affascinati dalla psicologia, e mentre abbiamo imparato molto su come funziona il cervello, ci sono ancora molte domande senza risposta. E ci sono un sacco di misteri su come funziona il cervello. Penso che le persone siano affascinate dal mentalismo perché permette loro di esplorare alcuni di questi misteri psicologici.

Quanto è importante una buona storia in una routine magica? Perché?

Una buona storia è molto importante. Permette al mago di accompagnare lo spettatore in un viaggio, creando un magico mondo di meraviglie. I maghi usano spesso la misdirection per evitare che il pubblico faccia attenzione al metodo utilizzato. La misdirection si basa sulla manipolazione dei pensieri e delle aspettative della gente, e una buona storia fornisce un valido strumento per farlo.

Qual è il mago del passato verso cui nutre maggiore ammirazione ? Perché? E oggi?

Tony Slydini è stato uno dei miei più grandi ispiratori, un vero maestro di misdirection. Molto di quello che so di misdirection viene dalla sua scuola di magia. Ci sono così tanti grandi maghi oggi che è difficile sceglierne uno. Tuttavia, se costretto a farlo, sceglierei Juan Tamariz, un fantastico mago spagnolo, che non è solo un brillante conoscitore di teorie magiche, ma anche uno dei più grandi performer.

Sta scrivendo un libro su questi argomenti?

Non al momento, ma ho intenzione di farlo nel prossimo futuro.

Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro dalla collaborazione tra scienziati e maghi?

Negli ultimi anni c’è stata un’esplosione di studi sulla scienza della magia e molti ricercatori stanno concentrando sempre più le loro ricerche in questo settore. Abbiamo un numero considerevole di ricercatori in questo campo che consentono un dibattito costruttivo e quindi un progresso della conoscenza. C’è anche un numero crescente di maghi interessati a questo sforzo che sono attivamente alla ricerca di collaborazioni con gli scienziati. In questa collaborazione, entrambe le parti possono beneficiare gli uni dagli altri. Gli scienziato possono incorporare l’esperienza del mondo reale dei maghi nella loro ricerca scientifica. E, come abbiamo indicato nel nostro recente articolo uscito su Frontiers, la magia può essere utilizzata per indagare una vasta gamma di principi psicologici. Ma pure i maghi possono beneficiare di tale collaborazione. La comprensione dei meccanismi coinvolti nella magia fornirà ai maghi nuove intuizioni e conoscenze su come migliorare i loro trucchi magici, o addirittura creare illusioni che sembravano impossibili.

Ronald A. Rensink, Gustav Kuhn, A framework for using magic to study the mind

Now you see it – now you don’t (servizio su Gustav Kuhn con video e intervista audio su BBC Radio 4 – Today)

Vedi anche:

Psicologia e scienza della magia

Psicologia e scienza della magia


GustavKuhnSembra una contraddizione in termini: la scienza della magia. Invece, se ci pensiamo, la magia, in senso illusionistico, è stata ed è una delle principali pratiche empiriche volte ad ingannare, sorprendere e manipolare la mente umana. Per fare questo, la magia ha dovuto inventarsi tutta una serie di accorgimenti, trucchi, forzature percettive, cognitive e comportamentali, che oggi risultano di massimo stimolo ed interesse tanto per la psicologia che per le neuroscienze.

L’immagine che vedete in basso è un esempio di come il cervello ci inganna. I cerchietti rossi sembrano muoversi e sopraelevarsi rispetto allo sfondo nero. Uno dei settori di ricerca in rapido sviluppo, anche grazie alle conoscenze acquisite in neuroscienze, psicologia cognitiva, psicologia della percezione, nonché attraverso le tecniche di visualizzazione dell’attività del cervello (neuroimaging), è quella che studia in base a quali principi i trucchi magici funzionano da centinaia di anni. Uno degli scienziati più attivi in questo senso è lo psicologo, nonché mago professionista, Gustav Kuhn (Department of Psychology, Goldsmiths University of London). Ma il suo percorso professionale non è andato dalla psicologia verso la magia, bensì l’inverso. E’ stato proprio il fatto di essere mago professionista, diventando abile nel manipolare la percezione e le convinzioni degli spettatori, che ha spinto Kuhn a indagare i misteri della mente umana.

Per secoli e secoli i maghi hanno creato, inventato e perfezionato trucchi magici di successo. Adeguandosi e facendo uso delle tecnologie disponibili nelle varie epoche storiche. Oggi assistiamo all’affermazione non solo del mago che usa le conoscenze scientifiche e realizzazioni tecnologiche attuali, ma pure della figura dello scienziato-mago, come può essere Gustav Kuhn, CaroFaggiOKcoautore, tra l’altro tra i migliori lavori sperimentali in questo campo. Si tratta, se vogliamo, di un riavvicinamento tra magia e scienza, dove la magia dichiara però apertamente di utilizzare trucchi e inganni che sfruttano il modo di funzionare della mente e come il nostro cervello percepisce il mondo esterno. E’ convinzione corrente che i maghi professionisti sappiano di più riguardo certi meccanismi percettivi, oltre alla manipolazione delle convinzioni e le fallacie della memoria, di molti psicologi da laboratorio. Proprio perché la conoscenza del mago si realizza, si evolve e si perfeziona, per prove ed errori, sul campo, a contatto con i suoi simili. Non certo su cavie da laboratorio. La conoscenza del mago è stata per secoli empirica, oggi poggia e si avvale di solide basi scientifiche. Un altro esempio in questo senso è Carlo Faggi, mago professionista, tra i maggiori esperti mondiali, nonché inventore e creatore eccelso, di illusioni ottiche. E questo scambio tra magia e scienza sta diventando sempre più proficuo e interessante per ambo le parti.

«La magia –  dice Gustav Kuhn – è una delle forme d’arte più antiche, e per secoli prestigiatori hanno creato illusioni dell’impossibile, distorcendo la percezione e i pensieri. I progressi in psicologia e neuroscienze offrono nuove intuizioni sul perché le nostre menti sono così facilmente ingannate. Personalmente esploro alcuni dei meccanismi che sono coinvolti nella magia. La magia è più di un semplice inganno. La magia funziona perché i nostri limiti psicologici sono così contro-intuitivi al punto di essere maggiormente disposti ad accettare una interpretazione magica piuttosto che riconoscere tali limitazioni».

Presentando uno dei dei suoi corsi, tenuto alla fine dello scorso gennaio ed organizzato dalla Oxford University Psychology Society (The Science of Magic: Why Magic Works), Gustav Kuhn ha detto: «In questo corso esploreremo alcuni dei principi utilizzati dai maghi per falsare la vostra percezione. Ad esempio, vedremo come i maghi utilizzano la misdirection per manipolare la vostra attenzione, impedendovi, di conseguenza, di notare le cose, anche se potrebbero essere proprio CerchiMagicidavanti ai vostri occhi. In alternativa, i maghi possono manipolare le aspettative circa il mondo e quindi influenzare il modo di percepire gli oggetti. Possono anche farvi vedere cose che non sono necessariamente lì. A prima vista, la nostra predisposizione a essere ingannati dal gioco di prestigio potrebbe essere interpretato come una debolezza della mente umana. Tuttavia, contrariamente a questa credenza popolare, voglio dimostrare che questi “errori” rivelano la complessità della percezione visiva e sottolineano l’ingegnosità della mente umana».

Il mago allena per anni e anni, tutti i santi giorni, la sua mente, le sue mani, tutto il suo corpo, a fare cose che la gran parte di noi, abitualmente, non si sogna di fare. Proprio come un grande artista, un allenato sportivo di successo, il mago riesce a compiere prodigi che rivelano quanto la mente umana sia complessa e variegata. Più che la predisposizione all’inganno della nostra mente, la magia rivela che il nostro cervello si è evoluto per emozionarsi e sorprendersi. Che poi è la base delle sviluppo culturale in generale, e della ricerca scientifica in particolare. Per questo magia e scienza sono così vicine e, in fin dei conti, imparentate.

Il generoso sito di Gustav Kuhn ricco di informazioni e materiali scientifici sulla scienza e psicologia della magia 

Il sito di Carlo Faggi (in arte Mago Fax) – in rete sono inoltre reperibili suoi filmati, lezioni, conferenze

Servizio di Voyager sulle illusioni ottiche (o “visive” come lui preferisce definirle) create da Carlo Faggi

Il primo e per ora unico testo tradotto in italiano su psicologia e neuroscienze della magia: I trucchi della mente (Codice Edizioni), recensito dallo psichiatra, saggista e studioso di illusionismo e psicologia dell’inganno Matteo Rampin 

Psicologia e parapsicologia: un destino comune sulla riproducibilità degli esperimenti?


Psychologists Chris French, Richard Wiseman and Chris Roe discuss the issues.Che sia oppure no una scienza, dato che i fenomeni paranormali risultano talmente elusivi ed inafferrabili, la parapsicologia ha gradualmente finito con l’essere la parente povera e reietta della psicologia. Fino ad essere ignorata o guardata con sospetto, se non con disprezzo, dagli psicologi sperimentali. Con tutto che nel passato fior di psicologi consegnati alla storia, come William James o Carl Gustav Jung, se ne sentissero attratti e se ne fossero attivamente occupati. Ma dagli ormai primordiali, e largamente contestati, esperimenti sull’Esp di Joseph Banks Rhine alla Duke University (Durham, North Carolina, Usa) fino alla residua cattedra universitaria di Edimburgo costituita con il lascito dello scrittore e saggista Arthur Koestler (Koestler Parapsychology Unit), la parapsicologia ha finito per sfrangiarsi, anche sotto i colpi impietosi e costanti dei critici. Smembrandosi così in mille brandelli, ora di interesse degli antropologi, ora di una ristretta compagine di psicologi e psichiatri, ora di truffatori e ciarlatani, ora di mentalisti e illusionisti che vi trovano, non a torto (vedi ad esempio il “metal bending” di Uri Geller, ma pure fenomeni Esp e spiritismo) spunti per inventarsi e perfezionare altrettanti trucchi spettacolari.

Ora però, un incontro tra lo psicologo scettico Chris French (studia tra l’altro la psicologia dell’insolito), l’iperattivo psicologo e illusionista, anch’egli scettico nei confronti del paranormale, Richard Wiseman e lo psicologo delle esperienze anomale nonché parapsicologo (è membro della più antica e seria associazione in questo campo, la Parapsychological Association) Chris Roe, si sono incontrati per dibattere un problema oggi comune tanto alla psicologia quanto alla parapsicologia: quello della riproducibilità. Diversi lavori in psicologia sperimentale, comparsi anche in riviste scientifiche di rilievo, sono infatti criticati tanto per le metodologie, quanto per le procedure seguite che per questioni relative alla replicabilità. Con conseguenti polemiche tra studiosi e crisi di sfiducia. Ciò che pareva un problema esclusivamente imputabile alla parapsicologia, la replicabilità degli esperimenti Esp, pare oggi essere condiviso, anche se in forma minore, dalla parente più nobile: la psicologia. Un discorso e un confronto che, forse su queste basi, è possibile riavviare.

Psychology and Parapsychology in Crisis (video del dibattito)

Koestler Parapsychology Unit (quest’anno celebra il 30° di attività e, tra le varie iniziative in programma, ha avviato un blog)

The Parapsychological Association

Mindcraft: alla scoperta dell’inconscio con Mike Jay


Mindcraft-L’inconscio prima dell’inconscio. Maghi. Folli. Criminali. Fachiri. Ipnotizzatori. Medium. Gli stati bizzarri e anomali della mente. Tutta la vasta gamma di popolazione che prima di Freud e Jung si è avventurata nei territori dell’inconscio non con i mezzi della psicoanalisi, ma con con quelli degli stati modificati e alterati di coscienza. Dove? Scritta e curata Mike Jay e promossa dalla Wellcome Collection di Londra (uno dei più straordinari spazi al mondo per poter vedere raccolte sulla storia della medicina, fin dai suoi trascorsi magici) potrete vedere Mindcraft senza volare a Londra, semplicemente sui vostri supporti digitali. Fa parte infatti delle mostre online, interattive, curate dalla Wellcome Collection, assieme a quelle residenziali presso la propria sede londinese.

Per chi è interessato alla storia della magia, del pensiero, delle religioni e della filosofia della scienza, il sito e la sede Magnetismolondinese della Wellcome Collection sono visite irrinunciabili. In “Mindcraft: a story of madness, murder and mental healing” potrete ritrovare tra gli altri, colui che, a torto o ragione (per alcuni un geniale pioniere, per altri un ciarlatano) ha anticipato il cammino dell’ipnosi, della psicoanalisi e della psicoterapia: il medico tedesco, famoso in mezza Europa tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, Franz Anton Mesmer con i suoi esperimenti di “magnetizzazione”, in pratica di suggestione ipnotica.

Mindcraft: a story of madness, murder and mental healing

Mindcraft explores a century of madness, murder and mental healing, from the arrival in Paris of Franz Anton Mesmer with his theories of ‘animal magnetism’ to the therapeutic power of hypnotism used by Freud.

Guardare e non vedere: la cecità attentiva in uno sketch dei Monty Python


CompletamenteDiversoE’ il caso di dirlo: e ora qualcosa di completamente diverso. Per gli amanti del gruppo di comici inglesi Monty Python si tratta del titolo di un famosissimo film a sketch del 1971(And Now for Something Completely Different). Per lo psicologo e illusionista Richard Wiseman (Psychology Department, University of Hertfordshire, Hatfield, Hertfordshire, UK) è anche l’assunto per parlare, in forma divertente, di un fenomeno che riguarda tutti noi, chi più, chi meno: la cecità attentiva (inattentional blindness). Sembra una contraddizione in termini, ma solo all’apparenza.

Come si può essere “attenti” e contemporaneamente “ciechi”? Se ci pensiamo, ci accade tutti i giorni. Guardiano, ma non vediamo. Non vediamo, né tantomeno ricordiamo, cose, oggetti, situazioni che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Spesso ogni momento. Senza guardare: descrivete il quadrante del vostro orologio. Oppure la prima schermata del vostro palmare. Oppure la targa della vostra automobile. Non è semplice, vero? Eppure quante volte li avrete visti, diciamo migliaia di volte? Altro esempio: quando parcheggiamo l’auto, magari stiamo telefonando o pensando ad altro, e quando è il momento di andarla a riprendere, non ricordiamo più dove l’abbiamo messa. Ancora peggio: i casi, fortunatamente rari, ma tragicamente accaduti, di bambini piccoli “dimenticati” in auto.

A maggior ragione, e questo fa parte strettamente del fenomeno definito “cecità attentiva”,  non cogliamo “qualcosa di completamente diverso” che entra nel nostro campo visivo e non c’entra nulla con l’insieme della storia che il nostro cervello si sta raccontando rispetto alla scena a cui stiamo assistendo. Uno degli esperimenti più noti e disarmanti, per chi ne è rimasto vittima la prima volta, è quello del gorilla (in altre versioni un orso, oppure una donna con l’ombrello) che transita e si batte il petto dietro un gruppo di ragazzi che si stanno passando una palla da basket. I ragazzi indossano magliette di diverso colore, bianche e nere, e al soggetto che guarda la scena viene chiesto di osservare e contare i passaggi tra la squadra dei neri (oppure dei bianchi).

Almeno il 50% delle persone che guardano questo filmato, non vedono il gorilla (o la donna con l’ombrello). Da qui la considerazione che la nostra visione è fortemente condizionata dall’attenzione che prestiamo a un particolare piuttosto che ad un altro. Il tutto è ulteriormente amplificato dall’uso, ad esempio, degli smartphone. Dall’avvento dei primi cellulari, gli psicologi che studiano questo fenomeno si sono resi conto, anche attraverso appositi esperimenti, che la gente al cellulare è maggiormente distratta rispetto alla visione d’insieme. E non potrebbe essere altrimenti (da qui gli incidenti di chi guida col cellulare all’orecchio). Un esperimento famoso al riguardo, anche questo presente in rete, è quello del clown che passa in monociclo e la gente al cellulare manco se ne accorge. Per cui, più che mantelli e sostanze che ci renderebbero invisibili, basterebbe studiare come deviare l’attenzione da ciò che non si vuole mostrare. Vi ricorda qualcosa?

Sulla “cecità attentiva”, come per altre modalità funzionamento e di percezione della nostra mente, vanno a nozze maghi e mentalisti. Quello che a prima vista sembra magia, soprannaturale o paranormale, sono in realtà trucchi, a volte vecchi di decenni, se non di secoli, studiati per ingannare la nostra mente e la nostra percezione. Proprio di Richard Wiseman, che non a caso si occupa ed ha scritto un libro sul paranormale, circola in rete un filmato strabiliante, spesso utilizzato in corsi di formazione ed illusionismo. Wiseman è seduto ad un tavolo con a fianco una donna. Mostra un gioco di carte e vi chiede di cercare di cogliere il trucco. Mentre voi siete impegnati ad osservare le mani e le carte, nella scena cambia tutto: magliette, sfondo, tovaglia, colori, persona a fianco. Quando alla fine vi viene mostrato il filmato dei cambiamenti, tutti quelli che non li hanno colti, avvertono un misto di sorpresa e frustrazione.  Dicevo prima che su queste modalità della mente vanno a nozze maghi e mentalisti, ma se ci pensate, pure i truffatori.

Ma tornado all’inizio di questo discorso, lo psicologo e illusionista Richard Wiseman ha preso spunto da uno sketch dei MontyMonty Python per fornire un ulteriore esempio di “cecità attentiva”. In un articolo pubblicato da i-Perception con la collega Caroline Watt (Psychology Department, University of Edinburgh, Edinburgh, UK) descrive lo sketch “Ypres 1914, The Short Straw” oppure “Ypres 1914 – Abandoned” (episodio 12, dicembre 1970, dalla serie “Monty Python’s Flying Circus”) facendo notare che sono presenti sullo sfondo delle figure incongrue. Provate a fare un esperimento con tale filmato con un gruppo di persone, dicendo di seguire con attenzione la scena degli attori in primo piano (sarete facilitati dal fatto che è in inglese). Mostrando l’episodio, non tutti notano le figure inappropriate (almeno, non tutte quante le figure che non c’entrano nulla con la scena in primo piano). Però, occorre scovare l’episodio giusto in rete, non uno delle numerose repliche. Altrimenti le figure inappropriate non le vedrete davvero mai! Vi abbiamo aiutato pure in questo: qui di seguito il link esatto allo sketch dei favolosi e leggendari Monty Python. Buon esperimento, e buon divertimento.

Sketch dei Monty Python(si ringrazia Andrea Bianchi per avere scovato quello esatto)

Articolo di Richard Wiseman e Caroline Watt

Sull’esperimento del gorilla e altri esempi di cecità attentiva:

Simons, D. (2011). Another early study of inattentional blindness. Retrieved from
http://www.theinvisiblegorilla.com/

Simons, D. J., & Chabris, C. F. (1999). Gorillas in our midst: Sustained inattentional blindness for dynamic
events. Perception, 28, 1059–1074. doi:10.1068/p2952

Esperimento del clown in monociclo

Richard Wiseman e il suo “Colour Changing Card Trick” (alla rivelazione finale è presente pure una vecchia conoscenza della inattentional blindness )

Su Richard Wiseman vedi anche: 

Il paranormale di Richard Wiseman

59 Secondi. La scienza del cambiamento rapido applicata agli altri. Come Richard Wiseman ritrova e fa ritrovare i portafogli

A volte ritornano (medium). Neewsweek “Talking to the Dead: The Science of Necromancy”

Personalità, geni e sistema immunitario: gli estroversi sono più a rischio di infiammazione?


ConnessioniVarie scuole di pensiero, sia occidentali che soprattutto orientali, sostengono da sempre che il nostro carattere e la nostra personalità hanno una influenza diretta sul nostro stato di salute. La psicologia, a sua volta, ha negli anni delineato una serie di tipologie psicologiche maggiormente soggette ad atteggiamenti e comportamenti deleteri o salutari. Non vi è dubbio che in certe tipologie di personalità vi sia una maggiore propensione allo stress, a non valutare il rischio di certe situazioni, scelte e comportamenti, ad assumere regolarmente sostanze nocive, a non seguire una regolarità nei pasti e nel sonno, ad alimentarsi in maniera scorretta e ad avere stili di vita non salutari. Tutto ciò, con l’andare del tempo, non può che tradursi in danni sull’organismo.

Ben diverso però discutere di come il modello dei tratti di personalità “Big Five” (estroversione, nevrosi, piacevolezza, coscienziosità e apertura all’esperienza) abbia una diretta correlazione con i sistemi biologici del nostro corpo e, di conseguenza, con lo stato di salute o di malattia. La domanda che viene da porsi è: c’è una relazione tra la nostra personalità e il nostro sistema immunitario, che non siano genericamente i derivati comportamentali di stress, disturbi dell’umore, atteggiamenti e comportamenti dannosi?

Una recente ricerca guidata da Steve Cole (professore di medicina, psichiatria e scienze comportamentali, nonché psiconeuroimmunologo della University of California di Los Angeles – UCLA) ha cercato di rispondere a questa domanda, trovando indicazioni che una relazione tra personalità e maggiori o minori difese immunitari sembra esserci. E sicuramente si tratta di una promettente via da seguire per capire come certe persone siano più soggette ad ammalarsi, e come di conseguenza sia possibile rafforzarle attraverso terapie e stili di vita adeguati.

Dato per assunto che il sistema immunitario ha una stretta relazione con il nostro sistema nervoso (basti pensare a quanto indotto dall’influenza, con il rilascio di citochine da parte delle cellule immunitarie che sembrano attraversare la barriera ematoencefalica interferendo con l’attività dei neuroni, oppure alla tendenza ad essere letargici e ritirarsi in risposta alle infezioni), questo filone di ricerca suggerisce che vi sia una “risposta immunitaria comportamentale” caratteristica per i vari tipi di personalità. Se vogliamo, è anche un nuovo percorso di ricerca che potremmo definire “epigenetica psicologica”, psicologia epigenetica, oppure epigenetica della personalità.

“Secondo questo approccio teorico – dicono gli autori della ricerca – gli individui che hanno relativamente deboli risposte biologiche di tipo immunitario, si ipotizza mostrino risposte immunitario-comportomentali più forti, come evitare gli estranei (ad esempio, introversione), ridotto comportamento esplorativo (cioè bassa apertura all’esperienza), e un maggiore comportamento danno-evitante (cioè coscienziosità)”.

Così come una fisiologia di tipo “allostatico” (che cioè deve continuamente trovare un adattamento rispetto all’ambiente e alle molteplici situazioni) suggerisce che  le difese biologiche di tipo immunitario possano essere up-regolate nei soggetti che “soffrono di estese esposizioni al pericolo o allo stress, e potrebbero quindi sperimentare un elevato rischio di lesioni o infezioni, oppure negli individui altamente socievoli che affrontano una maggiore esposizione alle malattie trasmissibili”.

Dobbiamo inoltre considerare la personalità attuale di ognuno di noi come il frutto di un processo evolutivo durato milioni di anni. Dei quali, neppure un secolo fa si moriva per le infezioni più banali. Di conseguenza, la personalità degli umani si è strutturata, primariamente, nello sforzo di combattere le malattie. Un carattere estroverso può ad esempio essere maggiormente portato a praticare attività fisica e ad essere più robusto nell’età giovanile.

L’altro lato della medaglia è che l’infiammazione sostenuta nell’arco della vita, può aprire le porte a una serie di malattie metaboliche, cardiovascolari e oncologiche. Da qui, anche se è complesso cambiare la personalità di ognuno di noi, la possibilità di studiare interventi mirati sia terapeutici che di stili di vita per porre argine all’attivazione genica pro-infiammatoria di taluni soggetti.

Fin qui gli studiosi dei collegamenti tra personalità e salute hanno elaborato una nutrita messe di interpretazioni teoriche, lasciando tuttavia poco definiti i meccanismi biologici che mediano tali rapporti. La nuova ricerca di cui parliamo (Kavita Vedhara, professore di psicologia della salute, Università di Nottingham, Regno Unito), ha invece preso in esame 121 studenti sani ai quali è stato fatto compilare un questionario di personalità per valutare i cosiddetti tratti “Big Five”. Agli studenti è stato inoltre chiesto di altri comportamenti e sili di vita, come fumare, bere, esercizio fisico o meno, che potrebbero essere associati ad alcuni tipi di personalità.  Agli studenti è stato poi prelevato un campo di 5 ml di sangue periferico ai fini di una analisi dell’espressione genica. E’ stata quindi valuta l’attività di 19 geni coinvolti nella risposta infiammatoria, così come dei geni coinvolti nella produzione di anticorpi e di difese contro le infezioni virali.

Quello che è emerso è, a prima vista, sorprendente. Anche tenendo conto dell’analisi del comportamento, come ad esempio il consumo di alcol, in media i geni che innescano l’infiammazione sono per il 17 per cento più attivi negli estroversi che negli introversi. Mentre negli studenti che avevano un punteggio alto per la coscienziosità, l’attivazione dei geni pro-infiammatori è risultata inferiore del 16 per cento rispetto ai soggetti meno coscienziosi. Negli altri geni del sistema immunitario non sono emerse altre differenze evidenti.

Ma ciò, come si diceva, è sorprendente soltanto in apparenza. E’ ad esempio risaputo che fattori come lo stress, specie se protratto o addirittura cronico, può aumentare l’attività dei geni infiammatori. Cosicché le persone maggiormente coscienziose potrebbero avere minore stato infiammatorio perché si prendono maggiore cura di se stessi rispetto agli estroversi, con conseguenti meno probabilità di infortunarsi o attorniarsi di persone malate che potrebbero passare i germi.

Diciamo che per il tratto immuno-comportamentale della tipologia “coscienzioso” potremmo riadattare la definizione di “gene egoista”.  Ben pochi di essi forse farebbero i medici, i volontari in soccorso di persone disagiate, né tantomeno andrebbero a curare i malati di Ebola. Viceversa però, c’è chi considera che seppure l’estroverso abbia una maggiore attivazione dei geni pro-infiammatori, sia tuttavia più portato ad avere atteggiamenti altruistici, e la felicità che deriva dal portare aiuto e dall’avere uno scopo nella vita, è dimostrato possa ridurre l’infiammazione. Morale: se vuoi essereCoverOK altruista, sappi che c’è un prezzo da pagare (in senso immunitario), ma ne ricaverai pure benefici.

Tutto ciò è molto affascinante e apre una infinità di considerazioni, di cui siamo soltanto all’inizio. Il sogno della vecchia medicina psicosomatica sta gradualmente diventando realtà grazie alle scoperte della psiconeuroimmunologia. Conviene per ora moderarsi nelle speculazioni intellettualistiche concludendo con gli autori di questo lavoro: “sebbene i meccanismi biologici di queste associazioni restano da definire in ricerche future, i dati presentati possono gettare nuova luce sulle associazioni epidemiologiche a lungo osservate tra la personalità, la salute fisica e la longevità umana”.

Kavita Vedhara, Sana Gill,Lameese Eldesouky,Bruce K. Campbell, Jesusa M.G. Arevalo, Jeffrey Ma,Steven W. Cole, Personality and gene expression: Do individual differences exist in the leukocyte transcriptome?, Psychoneuroendocrinology (2015) 52, 72—82

Linda Geddes, Do you have a healthy personality?, New Scientist 3005, 24 January 2015, 10-11.

Vedi anche:

Epigenetica, ambiente e malattie. Intervista ad Andrea Fuso

David Perlmutter: epigenetica, scelte di vita, salute e longevità