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Mentre tu dormi il tuo corpo lavora


Che il sonno non sia soltanto una questione di riposo ma che invece svolga tutta una serie di funzioni conservative, riparative e persino rigenerative sul nostro corpo, è ormai un fatto assodato. Un buon sonno, il giusto numero di ore di sonno. Perché se invece il sonno è cattivo, scarso, insufficiente per un tempo protratto ci può essere l’effetto contrario. Alcune funzioni fondamentali del nostro corpo, come quella immunitaria e cardiaca, possono alterarsi fino al danno d’organo, accompagnandosi a un aumento generale dello stato infiammatorio. Proprio oggi è stato pubblicato uno studio interessante, seppure frutto di una ricerca non molto estesa, sul Journal of Experimental Medicine, finanziato dal National Institutes of Health statunitense che aggiunge ulteriori evidenze all’assunto che, alla luce delle scoperte che andavano accumulandosi, già anni fa avevo coniato: “Mentre tu dormi il tuo corpo lavora”. E lo fa per preservare il tuo corpo in salute.

Non sarà un caso, per varie alterazioni fisiologiche, che più si invecchia e maggiormente può accadere di non dormire bene per l’intera notte, con le conseguenze sulla salute dell’anziano che alla lunga intervengono.  

Già dalla introduzione del suddetto articolo gli autori elencano le varie ricerche recenti che hanno condotto alla seguenti considerazioni riguardo il ruolo protettivo del sonno sul nostro organismo, fino a livello cellulare: “Il sonno influenza profondamente le risposte immunitarie e infiammatorie, proteggendo dai disturbi immunitari associati all’età, comprese le malattie cardiovascolari, il cancro e le malattie neurodegenerative. Nonostante queste associazioni, più della metà degli adulti non dorme a sufficienza. Il sonno influisce su molti aspetti del sistema immunitario, comprese le risposte adattative, l’infiammazione e la sintesi di citochine e mediatori immunitari”.

E commentando gli stili di vita attuali non favorenti una corretta igiene del sonno, col giusto numero di ore di sonno, andando a letto sempre allo stesso orario, possibilmente prima di mezzanotte (paradossalmente molti medici, specie se si dividono tra clinica, ricerca e docenza universitaria, aggiornamento e redazione di articoli scientifici, sono i primi a negarsi un sonno sano): “L’interruzione cronica del sonno è pervasiva negli stili di vita moderni. L’interruzione del sonno comprende molte permutazioni tra cui, a titolo esemplificativo, frammentazione, restrizione, jet lag sociale, apnea ostruttiva del sonno (OSA) e insonnia, che aumentano sostanzialmente la suscettibilità alle malattie immuno-associate”.

Forse non saranno neppure qui un caso le molte morti tra medici e personale sanitario ospedaliero nella prima ondata pandemica da Covid, personale  soggetto a turni massacranti, con poche ore di riposo e di autentico sonno. Ricordate la foto, divenuta simbolo del malefico periodo, dell’infermiera stremata, addormentata riversa sulla tastiera del computer?

Un dato che emerge anche da questo studio è che il sonno riduce l’infiammazione e, al contrario, che l’interruzione del sonno aumenta l’infiammazione. Anche qui, sarà un caso che quando ci ammaliamo, ad esempio con una infezione respiratoria, avvertiamo un grande bisogno di dormire? Gli autori che hanno eseguito una batteria mirata di analisi del sangue nei soggetti esaminati, sia umani che murini, con sonno regolare o alterato, considerano una possibile funzione di “ricablaggio epigenetico” del sonno, ulteriormente da indagare.

Ricordiamo che l’epigenetica è la nuova scienza che indaga l’influenza dell’ambiente, esterno ed interno, sull’espressione dei nostri geni. Una nuova scienza che apre molte prospettive e fornisce chiavi di lettura di molti fenomeni biologici, in salute e in malattia, fino a non molti anni fa difficilmente interpretabili. Tra cui questa funzione protettiva del buon sonno. Nota a livello empirico, ma che rimaneva ancora da dimostrare con dati oggettivi.

“Quello che stiamo imparando è che il sonno modula la produzione di cellule che sono le protagoniste, i principali attori, dell’infiammazione”, ha affermato Filip K. Swirski, autore senior di questo studio e direttore del Cardiovascular Research Institute alla Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital di New York. “Un sonno buono e di qualità riduce il carico infiammatorio”.

Segnatevelo e ricordatevelo quando penserete che dormire è una perdita di tempo. Durante il sonno il nostro corpo fa cose, per la nostra salute, che non può fare durante la veglia. E da questo studio emerge pure che non è possibile recuperare gli effetti benefici del sonno dormendo di più quando possibile nel tentativo di compensare quanto non si fa dormendo regolarmente. Gli effetti del sonno alterato in modo protratto permangono a livello biologico, cellulare, accumulandosi perciò nel tempo.

Del resto la “cura del sonno” è nota e praticata dalla notte dei tempi: basti pensare ai templi greci dedicati ad Asclepio, in cui, certo, era dato maggiore risalto al “sogno incubatorio”.  Sempre la terapia del sonno è stata a lungo praticata in ambito medico, anche in tempi recenti, in particolare in ambito psichiatrico, ma pure dalla medicina del sonno per ri-sincronizzare i ritmi sonno-veglia. Ancora, il coma farmacologico è utilizzato in ambito ospedaliero, in caso di gravi compromissioni fisiche, per preservare il cervello, riducendo il consumo metabolico e quello dell’ossigeno. Per non parlare dell’uso millenario delle sostanze psicoattive di derivazione naturale per indurre stati non ordinari della coscienza, molto simili al sogno. Insomma, da tutto ciò si evince che il nostro corpo ha una esigenza quotidiana di sonno, terapeutica in altri modi, per “spegnere”, o meglio “ridurre”, l’incessante, e a volte logorante, attività cosciente del cervello al fine di ristabilire una omeostasi organica.

Cameron S. McAlpine, Máté G. Kiss, Faris M. Zuraikat, David Cheek, Giulia Schiroli, Hajera Amatullah, Pacific Huynh, Mehreen Z. Bhatti, Lai-Ping Wong, Abi G. Yates, Wolfram C. Poller, John E. Mindur, Christopher T. Chan, Henrike Janssen, Jeffrey Downey, Sumnima Singh, Ruslan I. Sadreyev, Matthias Nahrendorf, Kate L. Jeffrey, David T. Scadden, Kamila Naxerova, Marie-Pierre St-Onge, Filip K. Swirski. Sleep exerts lasting effects on hematopoietic stem cell function and diversity. Journal of Experimental Medicine, 21 September 2022.

Vedi anche:

Mentre dormi il tuo corpo ti cura

Dormi che ti passa. Il sonno regola le emozioni

Sonno & salute

Sonno e sistema immunitario

Sonno ed emozioni. Intervista a Carolina Lombardi

Punire e criminalizzare chi diffonde false notizie sanitarie e sui vaccini?


Se lo chiede il British Medical Journal (BMJ). Il ragionamento è il seguente: chi diffonde false notizie sanitarie o getta cattiva luce sui vaccini, di fatto può indurre altri a prendere decisioni errate e persino fatali per la propria salute e per quella dei propri cari. Di conseguenza, sostengono alcuni, andrebbe “criminalizzato” o punito con sanzioni perlomeno pecuniarie. È giusto, è sbagliato?

Melinda C. Mills

Secondo Melinda C. Mills, professoressa di demografia e sociologia e direttrice del Leverhulme Center for Demographic Science di Oxford, è giusto. «Stiamo anche affrontando una “infodemia”, una sovrabbondanza di informazioni, sia reali che false», sottolinea Mills. «In condizioni incerte le persone fanno fatica a selezionare informazioni complesse e in evoluzione: il 25% degli americani dichiara di aver condiviso inconsapevolmente notizie false. La maggioranza (70-83%) degli americani e degli europei utilizza Internet per trovare informazioni sanitarie, spesso sui social media. Oltre il 65% dei contenuti di YouTube sui vaccini sembra scoraggiare il loro utilizzo, concentrandosi su autismo, reazioni avverse o contenuto di mercurio. E gli algoritmi di ricerca promuovono contenuti simili a quelli che gli utenti hanno guardato in precedenza, portando le persone in camere di disinformazione sempre più ristrette. Un recente studio del Regno Unito ha rilevato che gli utenti che si affidavano ai social media per le loro informazioni, in particolare YouTube, erano significativamente meno disposti a essere vaccinati».

Jonas Sivelä

In Francia, Germania, Malesia, Russia e Singapore sono state approvate leggi contro la diffusione di notizie false e la disinformazione sanitaria. A partire dal 2018, la Germania ha richiesto alle piattaforme di social media di rimuovere l’incitamento all’odio o le informazioni false entro 24 ore, minacciando multe massime fino a 50 milioni di euro. L’argomento a favore di tale legislazione, spiega il BMJ, è che potrebbe costringere le società di social media ad autoregolarsi e controllare i contenuti. I media tradizionali (giornali, TV, radio) sono considerati “editori”, essendo soggetti a regolamentazione. Le piattaforme di social media danno al pubblico una voce per scambiare informazioni e le fonti più comuni di informazioni sui vaccini sono spesso non esperti. Ma le società di social media sostengono di non essere editori e di avere una responsabilità minima nei confronti dei post pubblicati dagli utenti, sebbene abbiano accettato di adottare alcune decisioni editoriali e di controllo dei fatti.

Secondo Jonas Sivelä, ricercatore per il controllo delle malattie infettive e vaccinazioni dell’Istituto finlandese per la salute e il benessere (THL) di Helsinki, criminalizzare chi diffonde notizie false nell’ambito sanitario e sui vaccini è sbagliato. Il rischio è quello di creare una sorta di “martiri” e di conseguenza rinforzare l’atteggiamento e le scelte di tutti coloro che seguono quella linea di pensiero.

«Dovremmo essere cauti quando parliamo di cattiva informazione e disinformazione (misinformation e disinformation in originale)»,  sostiene Sivelä, «poiché c’è una differenza: la cattiva informazione è definita come “informazione errata o fuorviante”; disinformazione in quanto false informazioni diffuse deliberatamente allo scopo di influenzare l’opinione pubblica.  La differenza cruciale è l’intenzione di ingannare. Non prendere in considerazione o non rispondere alle preoccupazioni delle persone, e invece soffocare la discussione, si tradurrebbe solo in una maggiore mancanza di fiducia nel lungo periodo e in un aumento della disinformazione».

Qual è dunque la soluzione? Dice Sivelä : «La fiducia nelle autorità, nei governi e nel sistema sanitario è fondamentale quando si tratta di garantire un’elevata accettazione dei vaccini. L’unico modo per ridurre in maniera sostenibile la disinformazione sulla vaccinazione e per rafforzare la fiducia e l’accettazione del vaccino nel lungo periodo è aumentare la fiducia nelle istituzioni e nelle autorità nei diversi paesi».

In sostanza, così come ci siamo trovati impreparati nella gestione della pandemia sia dal punto di vista sanitario che sociale, così non eravamo preparati in quanto a corrette ed efficaci informazioni e comunicazioni alla popolazione nelle varie modalità. Si è di fatto creata una sorta di cacofonia di informazioni e pareri, una sovrabbondanza di informazioni a volte pure contraddittorie (la cosiddetta “infodemia”)  che ha portato alla confusione e al rifiuto delle evidenze da parte di una fetta consistente di popolazione. Persino tra il personale sanitario.

Così come non si improvvisa la gestione di una crisi, specie della complessità e delle proporzioni di quella generata dal Covid, una utile ed efficace comunicazione sanitaria non nasce dall’oggi al domani. Auguriamoci che questa crisi ci insegni anche a fare una costante, continua, efficace comunicazione sanitaria, senza dovere perciò ricorrere a punizioni e criminalizzazioni di sorta.

“Should spreading anti-vaccine misinformation be criminalised?”. BMJ 2021; 372 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.n272 (Published 17 February 2021)

Enzo Soresi intervista Alberto Beretta: “sarà assolutamente consigliabile vaccinarsi contro l’influenza” e molto altro su Covid-19, immunità e salute


valerioberetta_neurobioblogPerché hai affermato in un tuo intervento su facebook di qualche tempo fa che non è opportuno stimolare il sistema immunitario adattativo in quanto potrebbe peggiorare la risposta al COVID-19? In un momento in cui tutti si impegnano a potenziarlo con vari tipi di integratori mi sembra una affermazione controtendenza. 

Oggi sappiamo che La COVID-19 è una malattia infiammatoria acuta causata dal virus SARS-CoV-2. Sappiamo anche che il virus, quando infetta le cellule, riesce in brevissimo tempo a spegnere completamente la risposta dell’immunità innata (in modo particolare gli interferoni di tipo I e III) e attivare tutte le citochine e chemochine infiammatorie in un colpo solo. Il risultato è che la cellula chiama su di sé le cellule dell’immunità chiamata Th1 (prima i linfociti, poi i monociti-macrofagi e via dicendo). Il risultato è una reazione infiammatoria che può arrivare fino alla cosiddetta “tempesta citochinica”, spesso mortale per il paziente. E che, nei pazienti che sopravvivono, lascia delle sequele molto gravi. Il lavoro recente del gruppo di Andrea Cossarizza pubblicato su Nature Communications dimostra che tutte le sottopopolazioni linfocitarie T, anche quelle che in una risposta immunitaria normale si bilanciano fra di loro in modo molto preciso, sono contemporaneamente attivate. Il risultato è un caos immunologico da iper-attivazione. Una iper-attivazione che è tanto più potente quanto più il sistema immune del soggetto è stato precedentemente stimolato e si trova in uno stato di attivazione-esaurimento cronico. Non a caso gli anziani sono più suscettibili alla COVID-19. E’ ormai accertato che il sistema immune dell’anziano soffre di una condizione chiamata inflamm-aging (letteralmente infiammazione-invecchiamento) caratterizzata dalla coesistenza di due fenomeni apparentemente contradditori: da una parte il sistema immune è iper-attivato e dall’altra è incapace a reagire in modo appropriato. Una condizione favorita anche da stili di vita scorretti come la sedentarietà e le diete ipercaloriche, peraltro osservata anche nei pazienti COVID giovani. In questo contesto, l’impiego di integratori nutrizionali con attività immunostimolanti (estratti di papaya, echinacea e altri) potrebbe rivelarsi controproducente. Molti di questi immunostimolanti sono di fatto degli attivatori policlonali della risposta T. Proprio quello che non vuoi avere quando incontri il SARS-CoV-2. D’altra parte che senso ha stimolare il sistema immunitario in una malattia per la quale, l’unico farmaco con confermata efficacia è un cortisonico?

Questo non vuol dire che dal mondo delle sostanze naturali non possa emergere una risposta al problema. Nel caso specifico, a mio parere, l’impiego della curcuma come anti-infiammatorio potrebbe rivelarsi utile. Ma mancano sperimentazioni adeguate. E bisogna fare attenzione al prodotto che contiene la curcuma. Solo pochi integratori hanno una curcuma che funziona correttamente perché è una molecola che ha una scarsa biodisponibilità. Un’altra molecola da tenere sotto osservazione è il resveratrolo che, oltre ad agire sui meccanismi infiammatori attivando le sirtuine, ha anche una attività anti-virale diretta (per lo meno in esperimenti in vitro). Anche per il resveratrolo il problema è la scarsa biodisponibilità. Ma esiste un’alternativa, la polidatina, che altro non è che resveratrolo dotato di un gruppo glucidico che gli permette di entrare nelle cellule. Stiamo però sempre parlando di ipotesi scientifiche che necessitano di validazioni cliniche.

Sulla mia pagina facebook Immunologia Oggi ho affrontato questo argomento in varie occasioni.

Puoi spiegare ai nostri lettori in modo semplice la differenza fra immunità innata ed adattativa? Se il primo livello di difesa è l’immunità innata come possiamo potenziarla?

L’immunità “classica” come tutti la conosciamo, che noi immunologi chiamiamo “immunità acquisita o adattativa” ci permette con una semplice vaccinazione di essere immuni a un virus o un battere per molti anni. Oppure, di diventare immuni ad un virus dopo averlo incontrato e sviluppato o no la malattia. Può essere molto efficace (anche se nel caso del coronavirus ancora non lo sappiamo con certezza) ma richiede un certo tempo per entrare in funzione. Almeno 8-10 giorni. Questo perché le cellule che producono gli anticorpi, i linfociti B, hanno bisogno di tempo per proliferare e diventare abbastanza numerose da produrre una quantità sufficiente di anticorpi. Questo tipo di immunità è comparsa in un secondo tempo nel corso dell’evoluzione. E’stata preceduta da una altra forma di immunità, chiamata “innata” che rappresenta il primo livello di difesa contro i virus e altri patogeni. Si tratta di una linea di difesa pronta all’uso che non ha bisogno di tempo per organizzarsi come l’immunità acquisita. Le cellule che ne fanno parte sono di diversi tipi e producono vari tipi di molecole capaci di bloccare il virus. Non entro nei dettagli. Gli studi in corso per capire come funziona e come potenziarla sono numerosi. Ma ancora non sappiamo come misurarla. Sappiamo che ha un ruolo fondamentale contro il coronavirus ma non sappiamo esattamente con quale meccanismo e non possiamo dire ad una persona se è o non è naturalmente protetta dal virus. Per questo motivo non può essere presa in conto per valutare lo stato di “immunità di gregge” di una popolazione che può essere solo conferito da una copertura quasi totale della popolazione da parte dell’immunità conferita dagli anticorpi capaci di neutralizzare il virus.

L’ipotesi che emerge dagli studi in corso sui soggetti contagiati dal coronavirus è che il risultato  iniziale dell’infezione dipende in larga misura da un equilibrio fra il numero di copie virali che infetta la persona (la “carica virale”) e la forza della sua immunità innata. Poco virus e un buon livello di immunità innata uguale protezione (infezione asintomatica o semplicemente transitoria con controllo immediato del virus). Tanto virus e una debole immunità innata invece risulta in un mancato controllo del virus e, a questo punto, la palla passa all’immunità adattativa che però ha bisogno di 8-10 giorni per entrare in funzione. Nel frattempo il virus scende nelle vie respiratorie fino agli alveoli polmonari e causa quello che sappiamo. L’immunità innata è molto efficiente nei bambini ma molto carente negli anziani. La speranza è che un vaccino efficace possa accelerare l’entrata in funzione dell’immunità acquisita e sopperire alla mancata efficacia dell’immunità innata.

Da notare che negli ultimi anni si è fatta avanti una ipotesi molto interessante: quella di stimolare l’immunità innata e “allenarla” a essere più efficiente. La chiamiamo “trained immunity”, immunità allenata. E’ una ipotesi nata dall’osservazione che soggetti vaccinati con un determinato vaccino, come per esempio il BCG, risultano protetti contro malattie virali che con il vaccino non hanno nulla a che vedere. Nel caso specifico del coronavirus, un illustre collega americano, Robert Gallo, ha per esempio proposto di utilizzare, nell’attesa di avere un vaccino specifico, il vaccino della polio. Proposta che difficilmente verrà accolta. Ma sono in corso sperimentazioni per verificare se l’impiego del vaccino trivalente MPR (morbillo, parotite, rosolia) può “allenare” l’immunità innata. Nel caso specifico dell’MPR abbiamo una evidenza indiretta di efficacia: quella dell’epidemia scoppiata a bordo della portaerei americana Roosevelt, dove il 90% dei soggetti positivi al tampone erano asintomatici. Militari che avevano fatto il vaccino MPR. Gli autori della ricerca sull’MPR hanno anche avanzato l’ipotesi che il motivo per cui i bambini sono così resistenti al coronavirus è che sono tutti vaccinati con l’MPR. Siamo ovviamente nel campo delle ipotesi ma non così lontane da una possibile applicazione clinica.

Contro il bacillo di Koch è il macrofago che ingloba il batterio e lo costringe all’interno della necrosi caseosa in cui può sopravvivere mantenendo una immunità attiva . È possibile qualcosa di analogo contro il COVID-19 in prospettiva? 

Non credo si possano paragonare due patogeni così diversi. Purtroppo nel caso del SARS-CoV-2 il ruolo dei macrofagi sembra essere patogenetico e non protettivo. Questo perché il virus, quanto entra nella cellula non solo spegne i geni dell’immunità innata (interferoni) ma addirittura attiva tutti i geni delle citochine e chemochine infiammatorie con il risultato di scatenare la reazione infiammatoria. I macrofagi normalmente non sono infettabili dal SARS-CoV-2 ma sulla base dei risultati degli studi sierologici disponibili da pazienti COVID, SARS e MERS è emersa la possibilità che gli anticorpi prodotti nelle fasi molto precoci dell’infezione possano indurre la fagocitosi del virus da parte dei macrofagi alimentando la reazione infiammatoria.

Esiste un marker indiretto per capire l’efficienza della immunità innata ?

Purtroppo non ancora. E’ la parte più importante che manca al nostro bagaglio diagnostico. Occorre tenere presente che l’immunità innata gioca un ruolo molto importante a livello delle mucose del naso e dell’orofaringe. Trovare un marker sistemico (per esempio nel sangue periferico) che ci indichi lo stato dell’immunità mucosale è una sfida seria.

Se l’infiammazione dell’organismo è alla base della nostra salute e’ giusto sviluppare uno stile di vita che la riduca e consenta di affrontare il COVID-19 con minor rischio?

Se, come dice Ilaria Capua, dobbiamo abituarci a convivere con questo virus (opinione che condivido) agire sui fattori che aumentano la morbidità del virus è l’unica cosa che possiamo fare per ridurre gli effetti di un eventuale contagio. L’infiammazione cronica asintomatica tipica del soggetto sedentario e sovrappeso è di certo un fattore di rischio. Il vantaggio che abbiamo su questo fronte è che sappiamo molto bene come misurarla, come prevenirla e come curarla. Per misurarla si utilizzano alcuni markers ematici come la PCR ad elevata sensibilità e la interleuchina IL-6, che sono molto sensibili a variazioni minime dello stato infiammatorio. Per prevenirla basta agire in modo serio e costante sugli stili di vita. Una dieta appropriata che riduca l’apporto calorico e sia sufficientemente ricca di “smart food” capaci di ridurre l’infiammazione è un tassello fondamentale. Personalmente consiglio a tutti di adottare alcune regole di digiuno intermittente, che non vuole necessariamente dire restare una settimana ogni tanto con un apporto calorico giornaliero sotto le 1.000 calorie. Si ottengono ottimi effetti con altri protocolli più facilmente praticabili. Senza parlare del ruolo sempre più importante del microbiota intestinale che può alimentare l’infiammazione sistemica quando ospita determinate specie batteriche. Anche qui la diagnostica ci viene in aiuto perché i sistemi di misurazione delle specie batteriche intestinali sono ormai disponibili a tutti. E non dimentichiamo l’esercizio fisico regolare. Tutti questi fattori contribuiscono sostanzialmente a ridurre l’infiammazione sistemica. Non solo questo. E’ molto importante allenare i muscoli della respirazione e la capacità polmonare con esercizi specifici. Non dimentichiamo che la COVID-12 colpisce duramente i polmoni e, nei convalescenti può lasciare deficit permanenti molto gravi. Un buon allenamento respiratorio può preparare il nostro organismo ad un eventuale infezione con il virus e aiutarci a passarla senza troppe conseguenze. Trovate molti dettagli e informazioni su questi aspetti nel mio sito SoLongevity.

Perché i soggetti obesi sono più a rischio ammalandosi di COVID-19 di pagare più danni ?

Mi ricollego alla domanda precedente. L’obesità, in modo particolare l’obesità viscerale, è un generatore di infiammazione cronica che a sua volta danneggia i tessuti e crea quello stato di inflamm-aging di cui ho parlato in precedenza. Questo è uno degli aspetti più studiati dagli immunologi negli ultimi anni, al punto che si parla oggi di una nuova area di ricerca: l’immuno-metabolismo. Dati acquisiti recentemente hanno dimostrato che nella tempesta citochinica che caratterizza la terza fase della malattia (quella più grave) due citochine giocano un ruolo importante: la IL-6 e la IL17. Entrambe le citochine sono coinvolte negli stati infiammatori tipici del soggetto obeso. Per tutte e due abbiamo farmaci efficaci in fase di sperimentazione. Ma non dobbiamo contare troppo sui farmaci. Meglio prevenire. Il modo migliore di prevenire è tenere sotto controllo il peso con diete e attività fisica. In Italia abbiamo moltissimi professionisti, medici e nutrizionisti, molto competenti in materia. Affidiamoci ai loro consigli.

Cosa pensi della corsa al vaccino scatenatasi nel mondo occidentale ?

Se devo essere sincero la stessa parola “corsa” mi spaventa. Di questo virus e di come il sistema immunitario lo tiene sotto controllo sappiamo ancora troppo poco per “correre” a sviluppare un vaccino. Un esempio su tutti. E’ di pochi giorni fa la notizia dei risultati della prima ricerca che ha posto la domanda: quanto tempo durano gli anticorpi nei soggetti dopo l’infezione? Il risultato è stato abbastanza sconcertante. Si parla di due, forse tre mesi. Fino a due settimane fa si parlava di uno o due anni facendo analogie con quanto osservato nei pazienti SARS e MERS. Ottimismo smentito dai fatti. Ora mi chiedo: quanto riuscirà un vaccino a indurre una risposta anticorpale protettiva che duri almeno un anno se il virus stesso non ci riesce? Una domanda che richiederà esperimenti di lunga durata e alla quale non si può rispondere “di corsa”. I vaccini attualmente in fase di sperimentazione utilizzano tre tecnologie differenti: vettori virali (per esempio il vaccino di Oxford), RNA (il vaccino della MODERNA), e proteine ricombinanti. Non prendo in considerazione le differenze tecnologiche. Tutti sono basati sull’induzione di anticorpi contro la proteina “spike” (quella che vedete come un funghetto sui pittogrammi del virus) che serve al virus per entrare nelle cellule. Non sappiamo ancora con che frequenza questa proteina muterà nei prossimi anni. Due mutazioni sono già state osservate, e non sono poche se si tiene in considerazione che l’epidemia è solo all’inizio. Questo non vuole dire che non avremo un vaccino. Sono già stati sperimentati con successo nei modelli animali vaccini che sfruttano sequenze conservate del virus per indurre una immunità a livello delle mucose. Penso che dovrebbero essere presi in considerazione. Ma qui entra in gioco il fattore tempo. I vaccini a base di spike sono già stati sviluppati per i due coronavirus precedenti e sono più facili da fare. Ma la fretta può indurci a prendere la strada sbagliata.

Perché è opportuno vaccinarsi contro l’influenza nel prossimo autunno?

Per una serie di motivi. Tutti serissimi. L’influenza si manifesta con sintomi molto simili, almeno nelle fasi iniziali, a quelli della COVID-19. Un’eventuale co-infezione con i due virus o anche una prima influenza seguita dall’infezione con il coronavirus dopo qualche settimana possono creare serie difficoltà nelle decisioni su come diagnosticarle o come curarle (facilmente immaginabili). Un esempio su tutti: mal di gola e febbre, chiamo il medico, probabile influenza, ma non si può escludere COVID, forse per sospetti contatti o comportamenti a rischio. Cosa fa il medico? I nostri laboratori di virologia saranno abbastanza attrezzati per fare tamponi a tutti i sintomatici quando i sintomi non ci indicheranno con chiarezza se abbiamo a che fare con una banale influenza o con una COVID-19? Se non siamo risusciti a diagnosticare l’infezione da coronavirus in un periodo, quello di marzo-aprile 2020, in cui l’epidemia di influenza era già quasi terminata, come possiamo immaginare di riuscirci nell’eventualità che le due epidemie esplodano contemporaneamente?. Corriamo il rischio di lasciare progredire l’infezione da coronavirus quando sappiamo tutti che un intervento terapeutico tempestivo può salvarci la vita.

Non solo, sappiamo che il virus dell’influenza induce nelle cellule del polmone un aumento del recettore per il coronavirus. E’ dunque molto probabile che l’influenza aggravi l’andamento della COVID.19. Credo che a breve avremo dati epidemiologici chiari su questo soggetto.
Terzo ma non meno importante motivo. Mi ricollego a quanto detto prima. Il ruolo degli stati infiammatori cronici nella patogenesi della COVID-19. L’influenza è una delle cause più comuni di infiammazione sistemica in stagione invernale. Una influenza presa a novembre può scatenare un processo flogistico sistemico, che, soprattutto nel soggetto anziano, si può protrarre per settimane e predisporlo ad una risposta infiammatoria esagerata al contatto con il SARS-CoV-2.

Per tutti questi motivi sarà assolutamente consigliabile vaccinarsi contro l’influenza.

Alberto Beretta è un medico ricercatore immunologo. Ha svolto le sue prime ricerche all’Istituto Karolinska di Stoccolma, dove ha conseguito il suo dottorato di ricerca, e all’Istituto Pasteur di Parigi dove ha collaborato con il gruppo di ricerca che ha scoperto il virus HIV. E’ stato poi responsabile di una unità di ricerca su HIV all’Ospedale San Raffaele di Milano. Da due anni ha fondato, con un gruppo di colleghi medici e ricercatori, una iniziativa per promuovere l’invecchiamento in salute facendo leva sulle nuove ricerche sulla longevità e sui meccanismi che portano il sistema immune del soggetto anziano a non essere più competente a rispondere alle aggressioni virali.

Personalità, geni e sistema immunitario: gli estroversi sono più a rischio di infiammazione?


ConnessioniVarie scuole di pensiero, sia occidentali che soprattutto orientali, sostengono da sempre che il nostro carattere e la nostra personalità hanno una influenza diretta sul nostro stato di salute. La psicologia, a sua volta, ha negli anni delineato una serie di tipologie psicologiche maggiormente soggette ad atteggiamenti e comportamenti deleteri o salutari. Non vi è dubbio che in certe tipologie di personalità vi sia una maggiore propensione allo stress, a non valutare il rischio di certe situazioni, scelte e comportamenti, ad assumere regolarmente sostanze nocive, a non seguire una regolarità nei pasti e nel sonno, ad alimentarsi in maniera scorretta e ad avere stili di vita non salutari. Tutto ciò, con l’andare del tempo, non può che tradursi in danni sull’organismo.

Ben diverso però discutere di come il modello dei tratti di personalità “Big Five” (estroversione, nevrosi, piacevolezza, coscienziosità e apertura all’esperienza) abbia una diretta correlazione con i sistemi biologici del nostro corpo e, di conseguenza, con lo stato di salute o di malattia. La domanda che viene da porsi è: c’è una relazione tra la nostra personalità e il nostro sistema immunitario, che non siano genericamente i derivati comportamentali di stress, disturbi dell’umore, atteggiamenti e comportamenti dannosi?

Una recente ricerca guidata da Steve Cole (professore di medicina, psichiatria e scienze comportamentali, nonché psiconeuroimmunologo della University of California di Los Angeles – UCLA) ha cercato di rispondere a questa domanda, trovando indicazioni che una relazione tra personalità e maggiori o minori difese immunitari sembra esserci. E sicuramente si tratta di una promettente via da seguire per capire come certe persone siano più soggette ad ammalarsi, e come di conseguenza sia possibile rafforzarle attraverso terapie e stili di vita adeguati.

Dato per assunto che il sistema immunitario ha una stretta relazione con il nostro sistema nervoso (basti pensare a quanto indotto dall’influenza, con il rilascio di citochine da parte delle cellule immunitarie che sembrano attraversare la barriera ematoencefalica interferendo con l’attività dei neuroni, oppure alla tendenza ad essere letargici e ritirarsi in risposta alle infezioni), questo filone di ricerca suggerisce che vi sia una “risposta immunitaria comportamentale” caratteristica per i vari tipi di personalità. Se vogliamo, è anche un nuovo percorso di ricerca che potremmo definire “epigenetica psicologica”, psicologia epigenetica, oppure epigenetica della personalità.

“Secondo questo approccio teorico – dicono gli autori della ricerca – gli individui che hanno relativamente deboli risposte biologiche di tipo immunitario, si ipotizza mostrino risposte immunitario-comportomentali più forti, come evitare gli estranei (ad esempio, introversione), ridotto comportamento esplorativo (cioè bassa apertura all’esperienza), e un maggiore comportamento danno-evitante (cioè coscienziosità)”.

Così come una fisiologia di tipo “allostatico” (che cioè deve continuamente trovare un adattamento rispetto all’ambiente e alle molteplici situazioni) suggerisce che  le difese biologiche di tipo immunitario possano essere up-regolate nei soggetti che “soffrono di estese esposizioni al pericolo o allo stress, e potrebbero quindi sperimentare un elevato rischio di lesioni o infezioni, oppure negli individui altamente socievoli che affrontano una maggiore esposizione alle malattie trasmissibili”.

Dobbiamo inoltre considerare la personalità attuale di ognuno di noi come il frutto di un processo evolutivo durato milioni di anni. Dei quali, neppure un secolo fa si moriva per le infezioni più banali. Di conseguenza, la personalità degli umani si è strutturata, primariamente, nello sforzo di combattere le malattie. Un carattere estroverso può ad esempio essere maggiormente portato a praticare attività fisica e ad essere più robusto nell’età giovanile.

L’altro lato della medaglia è che l’infiammazione sostenuta nell’arco della vita, può aprire le porte a una serie di malattie metaboliche, cardiovascolari e oncologiche. Da qui, anche se è complesso cambiare la personalità di ognuno di noi, la possibilità di studiare interventi mirati sia terapeutici che di stili di vita per porre argine all’attivazione genica pro-infiammatoria di taluni soggetti.

Fin qui gli studiosi dei collegamenti tra personalità e salute hanno elaborato una nutrita messe di interpretazioni teoriche, lasciando tuttavia poco definiti i meccanismi biologici che mediano tali rapporti. La nuova ricerca di cui parliamo (Kavita Vedhara, professore di psicologia della salute, Università di Nottingham, Regno Unito), ha invece preso in esame 121 studenti sani ai quali è stato fatto compilare un questionario di personalità per valutare i cosiddetti tratti “Big Five”. Agli studenti è stato inoltre chiesto di altri comportamenti e sili di vita, come fumare, bere, esercizio fisico o meno, che potrebbero essere associati ad alcuni tipi di personalità.  Agli studenti è stato poi prelevato un campo di 5 ml di sangue periferico ai fini di una analisi dell’espressione genica. E’ stata quindi valuta l’attività di 19 geni coinvolti nella risposta infiammatoria, così come dei geni coinvolti nella produzione di anticorpi e di difese contro le infezioni virali.

Quello che è emerso è, a prima vista, sorprendente. Anche tenendo conto dell’analisi del comportamento, come ad esempio il consumo di alcol, in media i geni che innescano l’infiammazione sono per il 17 per cento più attivi negli estroversi che negli introversi. Mentre negli studenti che avevano un punteggio alto per la coscienziosità, l’attivazione dei geni pro-infiammatori è risultata inferiore del 16 per cento rispetto ai soggetti meno coscienziosi. Negli altri geni del sistema immunitario non sono emerse altre differenze evidenti.

Ma ciò, come si diceva, è sorprendente soltanto in apparenza. E’ ad esempio risaputo che fattori come lo stress, specie se protratto o addirittura cronico, può aumentare l’attività dei geni infiammatori. Cosicché le persone maggiormente coscienziose potrebbero avere minore stato infiammatorio perché si prendono maggiore cura di se stessi rispetto agli estroversi, con conseguenti meno probabilità di infortunarsi o attorniarsi di persone malate che potrebbero passare i germi.

Diciamo che per il tratto immuno-comportamentale della tipologia “coscienzioso” potremmo riadattare la definizione di “gene egoista”.  Ben pochi di essi forse farebbero i medici, i volontari in soccorso di persone disagiate, né tantomeno andrebbero a curare i malati di Ebola. Viceversa però, c’è chi considera che seppure l’estroverso abbia una maggiore attivazione dei geni pro-infiammatori, sia tuttavia più portato ad avere atteggiamenti altruistici, e la felicità che deriva dal portare aiuto e dall’avere uno scopo nella vita, è dimostrato possa ridurre l’infiammazione. Morale: se vuoi essereCoverOK altruista, sappi che c’è un prezzo da pagare (in senso immunitario), ma ne ricaverai pure benefici.

Tutto ciò è molto affascinante e apre una infinità di considerazioni, di cui siamo soltanto all’inizio. Il sogno della vecchia medicina psicosomatica sta gradualmente diventando realtà grazie alle scoperte della psiconeuroimmunologia. Conviene per ora moderarsi nelle speculazioni intellettualistiche concludendo con gli autori di questo lavoro: “sebbene i meccanismi biologici di queste associazioni restano da definire in ricerche future, i dati presentati possono gettare nuova luce sulle associazioni epidemiologiche a lungo osservate tra la personalità, la salute fisica e la longevità umana”.

Kavita Vedhara, Sana Gill,Lameese Eldesouky,Bruce K. Campbell, Jesusa M.G. Arevalo, Jeffrey Ma,Steven W. Cole, Personality and gene expression: Do individual differences exist in the leukocyte transcriptome?, Psychoneuroendocrinology (2015) 52, 72—82

Linda Geddes, Do you have a healthy personality?, New Scientist 3005, 24 January 2015, 10-11.

Vedi anche:

Epigenetica, ambiente e malattie. Intervista ad Andrea Fuso

David Perlmutter: epigenetica, scelte di vita, salute e longevità

E la storia di Ulisse continua…


A metà settembre uscirà da Sperling & Kupfer il libro dal titolo “Guarire con la nuova medicina integrata” scritto da me con la collaborazione di Pierangelo Garzia (coblogger) ed Edoardo Rosati. Il flusso narrativo, inserito in un discorso più generale sulla medicina integrata, riguarda la  storia di un mio giovane paziente a cui, nel novembre 2006, fu diagnosticato un tumore della pleura più noto come mesotelioma. Si tratta di una malattia molto aggressiva e dalla prognosi assai critica.

In ogni capitolo racconto tutto ciò che questo paziente ha dovuto affrontare per superare, almeno transitoriamente, la sua malattia. Chemioterapia, chirurgia radicale con asportazione del polmone e della pleura, radioterapia post chirurgica e successiva riabilitazione, ipertermia, vaccini biologici allestiti per lui in una Clinica tedesca, fitoterapia, alimentazione priva di proteine animali, lunghe sedute di psiconcologia secondo la scuola dei coniugi Simonthon.  Ed infine una nuova terapia con peptidi finalizzata a potenziare il più possibile il sistema immunitario.

Il giovane paziente, che nel libro si chiamerà Ulisse come l’eroe Acheo,  convive  con la sua malattia da quasi 5 anni con una buona qualità di vita favorita  dalla sua capacità emotiva di tollerare la convivenza con questo micidiale nemico (resilienza). Nell’epilogo del libro rimane aperto il finale in quanto Ulisse sta bene ma la malattia spinge e nonostante  tutto ciò che ci siamo inventati terapeuticamente, non molla la presa.       

Il prossimo passo, che ci auguriamo definitivo, sarà in una clinica specializzata ad Houston dove imposteranno una terapia mirata sulla base di uno studio genetico della sua malattia. Assieme stiamo preparando tutto il materiale richiesto per potere entrare in questo percorso terapeutico e presumibilmente in agosto Ulisse partirà per affrontare questa nuova terapia con la speranza di entrare nel gruppo dei pazienti responsivi.

Come vedete la lotta continua ed attraverso questo blog vi aggiornerò sull’andamento delle cure però, vi raccomando, tifate per la guarigione di Ulisse così come sto tifando io. La sua vittoria contro il male, in fondo, è la vittoria di ognuno di noi.

Un libro che ho letto con passione e amo molto è “L’imperatore del male” (Neri Pozza) dell’oncologo della Columbia University Siddharta Mukherjee, vincitore l’anno passato del premio Pulitzer. Proprio oggi Mukherjee parteciperà alla Milanesiana con un intervento dal titolo “Perfezione e imperfezione della ricerca”. In una intervista rilasciata qualche giorno fa a Paolo Betramin del Corriere, Mukherjee ha detto: “Di fronte al paziente, il medico avrebbe sempre il dovere di ammettere l’incertezza. Perché l’incertezza è la vera base della medicina”. Condivido. Oltre a una certezza per cui mi batto da tempo, anche attraverso l’associazione Octopus. Quando il giornalista chiede a Mukherjee di indicare i primi tre consigli per ridurre i rischi di cancro, questi risponde: “Smettere di fumare, smettere di fumare, smettere di fumare”. 

Per rinforzare la memoria


Pochi giorni fa ho avuto un piacevole colloquio con il prof. Luca Imeri, neuroimmunologo ed allievo del prof. Mauro Mancia, che da anni studia la relazione fra sonno e sitema immunitario e già in questo blog avevo spiegato dell’importanza di un buon sonno ristoratore come attivatore delle nostre difese  biologiche dalle infezioni. Una ulteriore intrigante novità è invece quella che se noi studiamo qualcosa a memoria o impariamo una certa tecnica sportiva e prima di addormentarci la ripassiamo nella nostra mente il ricordo si rinforza dormendoci sopra. Semplice no? Vi farò sapere fra qualche settimana se con questa tecnica avrò migliorato le mie performance golfistiche.