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Placebome: si chiariscono gli aspetti genetici e neurofisiologici dell’effetto placebo


CervelloPlaceboCome funziona l’effetto placebo? Com’è che una sostanza inerte, o una pratica terapeutica, su certe persone ha un effetto benefico, mentre su altre meno o addirittura nullo? Già da qualche anno sono noti gli studi sulla genetica dell’effetto placebo da parte del gruppo guidato da Kathryn T. Hall (Program in Placebo Studies, Beth Israel Deaconess Medical Center, Harvard Medical School, Boston, USA). Fino ad oggi sono stati scoperti 11 geni implicati nella risposta al placebo e in relazione ai neurotrasmettitori interessati dal fenomeno. Con effetti a monte o a valle della dopamina e delle funzioni oppioidi, a seconda della malattia o disturbo da trattare.

Si è quindi compreso, oltre che empiricamente, che l’effetto placebo non è uguale per tutti ma è invece un fenomeno individuale. Da qui l’idea che in futuro si possa utilizzare l’effetto placebo personalizzato, definito in inglese “placebome” (gli effetti genomici del placebo). Anche se tutto ciò è ancora agli inizi, si evidenzia che il placebo non è semplicemente un fenomeno psicologico, ma bensì ha profonde radici genetiche e neurofisiologiche. E, volendo allargare il discorso, troverebbero spiegazione tutti quei trattamenti magici, suggestivi, ipnotici che nell’arco dei secoli hanno condotto l’umanità fino alla medicina e ai trattamenti terapeutici dei nostri giorni.

Kathryn T. Hall, Joseph Loscalzo, Ted J. Kaptchuk1, Genetics and the placebo effect: the placebome, Trends Mol Med. 2015 Mar 25. 

Placebo Effect Plus Genetics: The placebome

Vedi anche:

Si fa presto a dire placebo

L’aereo schiantato, la sindrome di Sansone e il rischio di vivere


GigerenzerMentre tutti i media dibattono su perché e come sia potuta avvenire una sciagura come quella dell’aereo tedesco andatosi a schiantare per quella che sarebbe corretto far rientrare nella “sindrome di Sansone” del pilota (“muoia Sansone e tutti i Filistei”), nessuno che mi sia capitato di leggere o sentire, ha approfondito il vero tema della questione: la cultura e la conoscenza del rischio. Nessuno che abbia detto a chiare lettere l’unica, vera realtà della vita e, in specie, di quella complessa, zeppa di variabili e articolata come quella dell’era tecnologica: la certezza non esiste.

In aggiunta, ogni aspetto della nostra vita, tanto in casa quanto fuori, tanto muovendoci nel nostro paese quanto viaggiando, tanto facendo qualcosa che non facendola, siamo costantemente esposti a qualche forma di rischio. Il solo fatto di essere vivi, diceva qualcuno, comporta un certo rischio. Pure se ci sediamo a tavola per pranzare con le cose che più ci piacciono, oppure se ogni giorno trascorriamo ore seduti davanti alla tv o al computer, peggio, se seguitiamo ad accenderci una sigaretta ogni volta che ne sentiamo il desiderio, ci esponiamo a rischi crescenti. Tutto sta a stabilire se il rischio che corriamo è “relativo”, e in quale percentuale, oppure “assoluto”.

A maggior ragione se la nostra vita di passeggeri di un aereo è totalmente affidata alle mani e al cervello – possibilmente sano – di chi quell’aereo lo pilota. Ma sapendo di correre questo rischio volando in aereo, scegliamo di non usare mai più questo mezzo di trasporto? Magari scegliendone altri? E’ altamente probabile che per i prossimi mesi una parte di persone, proprio a seguito del suddetto tragico incidente auto ed eterodistruttivo, sceglierà di non volare in aereo. In particolare, utilizzando quella compagnia area.

La stessa cosa accadde all’indomani degli attacchi terroristici aerei alle torri gemelle del World Trade Center dell’11 settembre 2001: nei primi tre mesi successivi i viaggi in auto sulle  strade interstatali, quelle cioè dove si fanno i viaggi più lunghi, aumentò del cinque per cento. «L’aumento dei viaggi in auto ebbe conseguenze gravi. Prima dell’attacco il numero degli incidenti di macchina mortali era assai vicino alla media dei cinque anni precedenti viceversa, questo numero restò sopra la media in ciascuno dei dodici mesi successivi all’11 settembre – e superò anche, quasi sempre, tutti i dati dei cinque anni precedenti. Si stima che complessivamente circa milleseicento americani abbiano perso la vita sulle strade per avere deciso di evitare il rischio di volare».

Queste e tante altre istruttive informazioni e ricerche psicologiche sulla cultura del rischio e su come fare scelte avvedute sulla base della conoscenza di esso, è possibile leggerle nel volume Imparare a rischiare. Come prendere decisioni giuste di Gerd Gigerenzer, direttore del Center for Adaptive Behavior and Cognition del Max Planck Institute di Berlino, uscito in questi giorni da Raffaello Cortina Editore. Gigerenzer, del quale sono usciti altri libri in italiano, ad esempio su come numeri e statistiche di solito vengono presentati a  livello pubblico, alla fine ci ingannino, sostiene giustamente che non impariamo a conoscere il rischio in tutti i suoi aspetti. In sostanza, non siamo “alfabetizzati al rischio”, ad iniziare dalle scuole inferiori e per tutto il percorso scolastico superiore e specialistico. Apprendere a valutare il rischio è tanto, e spesso maggiormente importante, dell’apprendimento culturale e scientifico, oppure dell’imparare ad usare questa o quella tecnologia.

«Nel XXI secolo la velocità mozzafiato dell’innovazione tecnologica renderà l’alfabetizzazione al rischio altrettanto indispensabile del leggere e scrivere nei secoli passati. Chi non l’avrà metterà a rischio la salute e il denaro, oppure potrà essere manipolato fino a riempirsi di speranze e paure irreali. E se qualcuno pensa che i fondamenti dell’alfabetizzazione al rischio vengano già insegnati – be’, in quasi tutti i licei e le facoltà di legge e di medicina un simile insegnamento lo cercherebbe invano. E il risultato è che siamo quasi tutti analfabeti al rischio».

Occorre imparare a conoscere e a gestire il rischio, ci spiega Gigerenzer, e lui, oltre a scriverne, lo fa ogni volta che viene chiamato ad insegnarlo in ogni parte del mondo, anche  davanti a servizi d’informazione internazionali e centrali antiterrorismo di tutto il mondo. Ciò permetterà, dopo un attacco terroristico, un incidente, un atto di follia, un dato che ci colpisce emozionalmente e influisce sulla nostra vita, che ognuno di noi da un rischio scampato in un singolo frangente locale e storico, diventi in seguito vittima di un altro fattore, costantemente presente ed attivo: il nostro cervello.

Mani e cervello: incrociamo le dita per sentire meno dolore


ManoCervelloC’è una profonda ragione neuropsicologica per la quale ingannare e distrarre il cervello ci fa sentire meglio, o addirittura bene. Il farlo – attraverso ciò che ci piace, coltivando forme artistiche, praticando attività fisica, assistendo a spettacoli – è esperienza comune, è in grado di distoglierci e lenire il dolore fisico. Ancora più evidente la possibilità di ingannare il cervello, persino riguardo le sensazioni dolorose, attraverso le profonde e ramificate connessioni che il nostro sistema nervoso centrale e periferico intrattengono con le nostre mani. Che poi sono il principale strumento attraverso il quale interagiamo e agiamo sul mondo esterno. Con le quali conosciamo, trasmettiamo affetto, emozioni, ma pure sofferenza e dolore. Con le quali comunichiamo, persino quando non conosciamo una lingua.

Una recente ricerca, in cui compaiono due ricercatrici italiane (Angela Marotta ed Elisa Raffaella Ferrè dell’Institute of Cognitive Neuroscience, University College London, Londra), renderebbe forse ragione del perché incrociare le dita venga tradizionalmente considerato, in molte culture, benaugurante. Questo studio, in corso di pubblicazione su Current Biology, mostra che, incrociando le dita, inganniamo il cervello e la percezione del dolore, anche cronico, viene in taluni casi diminuita.

La ricerca si estende anche ad altre stimolazioni della mano, calde e fredde, e su come le percezioni della mano possano “interferire” con quelle dolorose del CurrentBiologycervello. Se rammentiamo la rappresentazione dell’homunculus somatesensoriale, ricorderemo l’estensione dedicata alla mano nel nostro cervello. E, anche in base a questa ricerca, abbiamo ragioni per riflettere sul perché, quando una persona è affranta o dolorante, ci venga istintivo prenderle la mano, tenerla tra le nostre, e accarezzarla dolcemente.

Angela Marotta, Elisa Raffaella Ferrè, Patrick Haggard, Transforming the Thermal Grill Effect by Crossing the Fingers, Current Biology (Available online 26 March 2015)

Hannah Devlin, Crossing your fingers might reduce pain, says study, The Guardian, 26 March 2015

Quegli specchi dei neuroni


BrainGolfCome golfista, dopo la scoperta dei neuroni specchio, avevo finalmente capito perché il mio movimento di golf potesse migliorare semplicemente guardando alla televisione i giocatori professionisti. Capita spesso, infatti, che io cambi movimento copiando alcuni giocatori la cui azione mi pare più consona alla mia. E’ questo il motivo per cui sono un mediocre giocatore in quanto mi manca la ripetitività dell’azione e tendo a modificarla mimando alcuni professionisti .

In questo ero confortato dal fatto di avere un sistema neuroni specchio estremamente attivo e vivace. Ma ahimé già sul Domenicale del Sole24Ore (15 febbraio 2015) era comparso un pezzo critico di Gregory Hickock che, in un suo recente libro dal titolo Il mito dei neuroni specchio, metteva in dubbio l’esistenza di questo sistema neuronale pur non negandone del  tutto l’esistenza. Essendo questo ricercatore uno psicologo cognitivista e Rizzolatti lo scopritore dei neuroni specchio, lo contestava dicendo che le sue argomentazioni erano  frutto di scoperte del secolo scorso. Dimentico, come scrive Bruno Zanotti, segretario nazionale della società  si neuroscienze ospedaliere, che anche le ricerche del critico Hickock sono frutto del secolo scorso.

Secondo Paolo B. Pascolo, ordinario di Bioingegneria industriale all’Università di Udine, le misurazioni di Rizzolatti su come “sparano “ i neuroni specchio non sono riproducibili e sono frutto di un approccio falsificazionista. In sostanza , secondo Pascolo, l’esistenza dei neuroni specchio non è stata dimostrata in quanto si tratterebbe di normali risposte neuronali ed anzi sarebbe addirittura  patologico che  non ci fosse questo tipo di risposta da parte delle cellule neuronali.

La correlazione fra attività neuronale ed il significato di questa specifica attività è ben altra cosa. Secondo Pascolo un Hickok cop._saggisistema neurologico che genera effetto specchio non ha bisogno di una specificità neuronale. A tutt’oggi, peraltro, non esiste una dimostrazione istologica dei neuroni specchio per cui il libro di Hickok ha il pregio di avere aperto una discussione in un campo in cui non si dovrebbe  essere fideisti ma pragmaticamente dubitativi.

Personalmente  continuerò a credere nel sistema neuroni specchio in quanto, come golfista, dotato di grande capacità imitativa , ne ho tutta la convenienza. Da sei mesi inoltre ho un movimento ripetitivo riproducibile che mi sta dando grandi soddisfazioni, sicuramente frutto di un sistema neuronale, che se non è a specchio, è comunque frutto di una  particolare specificità operativa  nata evidentemente su un’area neuromotoria di recente costruzione. In un prossimo saggio sul quale, con il coblogger Pierangelo Garzia, stiamo lavorando, riporterò le più  recenti scoperte scientifiche confermanti il principio di plasticità cerebrale che consente, a qualsiasi  età, di costruire nuove connessioni sinaptiche finalizzate a ciò che di nuovo stiamo apprendendo, sia che si tratti di uno sport, di una lingua o di uno strumento musicale.

Emozioni, cuore e cervello (terza parte)


BrokenQuando a una persona diciamo “non ti arrabbiare, ti fa male al cuore!”, oggi siamo sostenuti non soltanto dalle constatazioni popolari, ma pure dalla ricerca. Un recente studio australiano rileva che un attacco di rabbia, ma pure un intenso stato d’ansia, in soggetti con occlusione coronarica, possono mettere a rischio di infarto fino a due ore successive all’evento emotivo acuto. Le forti emozioni, soprattutto rabbia e attacchi d’ansia, dicono gli autori di questa ricerca, si accompagnano a una biochimica che dal cervello, attraverso il sistema nervoso periferico, può influenzare direttamente il cuore.

Al punto tale da potersi definire l’evento emotivo acuto come un “trigger” che innesca la reazione cardiaca avversa. Questa la notizia negativa. Quella positiva: possiamo educare la nostra mente e i nostri comportamenti, soprattutto se soffriamo di cuore. Possiamo agire a posteriori, quanto prima possibile, anche farmacologicamente, nel malaugurato caso di un litigio, una potente arrabbiatura, soprattutto in famiglia o al lavoro. Circostanze in cui, dicono i ricercatori, sono stati rilevati gli attacchi emozionali più violenti e deleteri (“mi sentivo molto arrabbiato, il corpo era teso, stringevo i denti ed i pugni”). Ecco che allora, quando si profila una violenta litigata tra partner, o tra colleghi di lavoro, e uno dei due gira i tacchi e se ne allontana, a prima vista può apparire una fuga, ma dal punto di vista di cuore e cervello, la manifestazione di un istinto di sopravvivenza.

E’ come se il cuore e le vie di diffusione del sangue, valvole cardiache e arterie, si restringessero sotto l’influsso delle emozioni distruttive. In particolare della rabbia e di quelle emozioni che, protratte nel tempo, la generano: gelosia, ostilità, rancore, collera. Ancora una volta gli assunti popolari avevano colto nel segno: “hai il cuore di pietra”, “il tuo cuore è chiuso”, “hai un cuore nero”. E oggi la scienza è sempre più sulla via non solo di dimostrarlo, ma anche di proporre rimedi. Magari mediandoli dalle sempiterne tecniche di meditazione orientali, come la respirazione lenta, già suggerita da numerosi cardiologi ai propri pazienti ipertesi e cardiopatici. Tutto ciò si riconduce a un concetto che è clinico, ma suona pure poetico: “coerenza cardiaca” o “coerenza psicofisiologica”.

E’ quando mente e corpo sono in armonia, ci sentiamo in pace con noi stessi, il cuore ha un battito regolare, neanche lo avvertiamo. Se registrassimo l’attività elettrica del cervello con un encefalogramma, le onde cerebrali sarebbero alfa e beta. Condizione per cui, spiegano gli studiosi, l’attività cerebrale si sicronizza con il ciclo cardiaco. Insomma, cuore e cervello suonano assieme la stessa armonia. Le cose si invertono quando siamo preda di emozioni distruttive. La coerenza psicofisiologica salta, e il cuore ne risente. Se le emozioni negative sono croniche e protratte troppo a lungo nel tempo, i rischi per il cuore aumentano. Senza bisogno di tanti strumenti di controllo, ognuno di noi sa che in preda alla rabbia non si sta bene. C’è una sensazione di tensione muscolare. Il cuore batte più forte. Ci sentiamo il volto infuocato.

Tutto ciò corrisponde ad alterazioni psicofisiologiche: aumentano ritmo respiratorio, frequenza cardiaca e tensione arteriosa. E fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, tutta una serie di studi epidemiologici hanno mostrato un rischio più alto di incidenti cardiovascolari nelle persone abitualmente colleriche. Una esplosione di collera non solo può guastare irrimediabilmente i rapporti, ma anche le fibre del nostro corpo. Ed ecco che i cardiologi hanno cominciato a suggerire ai loro pazienti: “cerchi di non prendersela, di non arrabbiarsi troppo”. Non è possibile eliminarla del tutto: la collera è una reazione primordiale, iscritta nel nostre cellule. Però tra reprimere la rabbia e lasciarla esplodere in modo incontrollato, esiste una sana via di mezzo. E’ utile allenarsi: tante piccole prove di collera per arrivare, quando necessita, a non esserne accecati. E lasciando così cuore e cervello un po’ più freddini, ma “coerenti”.

Da secoli il pensiero buddista indica le emozioni distruttive (rabbia, odio, ostilità) come ostacolo non solo all’evoluzione della coscienza personale e delle relazioni umane, ma anche deleterie per la salute del nostro corpo. Alla base di un buon rapporto con noi stessi e gli altri il buddismo indica la necessità di un addestramento mentale per padroneggiare l’espressione e l’intensità delle emozioni tossiche. Le varie scuole di psicoterapia prima e le neuroscienze poi – nonché cardiologia e medicina internistica sul ruolo delle emozioni distruttive nella genesi delle cardiopatie ischemiche -, non fanno che confermare certi assunti del percorso buddista. Tanto che dall’incontro tra il Dalai Lama, massima autorità del buddismo tibetano, e un gruppo di neuroscienziati, più di vent’anni fa, nacque il Mind and Life Institute con lo scopo di mettere a confronto, durante una serie di incontri annuali, scoperte empiriche della pratica buddista e acquisizioni della ricerca sui rapporti mente-cervello.

Non c’è dubbio che, alla lunga, medicina e psicologia abbiano tenuto conto pure di certi Triggering of acute coronary_OKstudi, un tempo considerati più affini alla new age che non alla scienza. Dalle pratiche di meditazione e dalla respirazione yoga sono emerse alcune “applicazioni” pratiche, consone alla vita di noi occidentali. La respirazione lenta, ad esempio, viene spesso suggerita dai cardiologi per ridurre l’impatto delle emozioni negative (angoscia e collera) su cuore e sistema  cardiovascolare. Consiste nel respirare in modo superficiale e lento, due volte al giorno per due settimane, finché ci si abitua alla pratica. Dieci minuti di respirazione addominale  lenta (impiegando almeno tre secondi per inspirare e almeno sei per espirare). Lo scopo finale è quello di adottare, appena sorge una emozione dirompente o uno stato di tensione, una respirazione lenta e superficiale (in particolare una espirazione lenta, come se si avesse davanti alla bocca una candela che deve restare accesa). Con impegno e costanza nella pratica, sembra che i risultati siano garantiti.

Buckley T, Hoo SY, Fethney J, Shaw E, Hanson PS, Tofler GH, Triggering of acute coronary occlusion by episodes of anger, Eur Heart J Acute Cardiovasc Care. 2015 Feb 23.

Episodes of intense anger associated with high risk of heart attack within the next two hours

Emozioni, cuore e cervello (seconda parte)


CuoreCervelloOK«Un altro caso utile per dimostrare quanto lo stress possa compromettere il buon funzionamento del cuore – ricorda Gianfranco Parati – ci viene dalla registrazione di pressione effettuata nelle 24 ore su un lavoratore impegnato tutti i giorni a guidare il tram nel traffico di Milano. Una persona giovane, 39 anni, senza malattie cardiovascolari. Aveva una pressione abbastanza elevata durante il turno lavorativo pomeridiano, mentre si abbassava una volta terminato il turno. Rientrava a casa con valori di poco superiori alla norma, ma si normalizzava per tutto il sonno notturno. Il mattino successivo la pressione schizzava di nuovo a livelli altissimi. Cioè quando ricominciava il turno di lavoro in cui il traffico cittadino è più caotico: dalle 7 alle 13».

Appena si metteva alla guida, la pressione del giovane tramviere saliva in maniera impressionante, molto più che al pomeriggio, raggiungendo valori superiori ai 200 di massima. Che questo dipendesse dallo stress lavorativo e dal particolare impegno che la guida del veicolo rappresentava per questa persona, è stato dimostrato dalla ripetizione del tracciato nello stesso soggetto, durante una giornata in cui non era previsto un turno mattutino. E in quest’ultimo tracciato si constatò che la mattina senza la guida del mezzo, la pressione era decisamente più bassa, simile a quella  osservata durante il turno pomeridiano.

«In simili condizioni, un approccio terapeutico volto a proteggere il paziente – prosegue Parati – non può limitarsi soltanto alla scelta del farmaco che dovrebbe, fra l’altro, occuparsi di controllare una pressione molto diversa, in diversi momenti della giornata.  Quindi avendo bisogno di una modulazione della terapia, di dosi diverse nell’arco della giornata. L’intervento terapeutico deve associarsi alla correzione degli stili di vita e dei turni di lavoro della persona a rischio. Cercando di evitare una esposizione ad eventi stressanti che non riesce a gestire e sono potenzialmente pericolosi».

Facile a dirlo. Meno ad evitarli, gli eventi stressanti e pesanti per la nostra salute. La vita, la nostra in particolare, di genti inurbate del terzo millennio, è fitta di situazioni caotiche, conflittuali, potenzialmente ostili. Non siamo solo individui biologici, dicono gli specialisti della psiche. E neppure soltanto mentali. Ma bensì, soggetti tripartiti: bio-psico-sociali. Vale a dire che sul nostro organismo hanno influenza tanto le componenti biologiche, genetiche e molecolari, quanto quelle mentali che, ancora, quelle sociali, ambientali.

E’ esperienza comune che rapporti soddisfacenti tanto nella vita che nei confronti del partner e, in genere, nell’ambiente familiare, abbiano ripercussioni pure sulla nostra buona salute. Viceversa quando siamo rosi da dubbio, rancore, gelosia, odio, ostilità. Tutto ciò che, da sempre, il pensiero orientale, buddista in particolare, ha indicato come emozioni negative da estirpare, guarda caso, dal nostro cuore.

Dalle nostre parti, anziché santoni e guru, è più facile entrino in scena gli specialisti della mente. Psicologi, psichiatri e neuroscienziati. Tutti a cercare di dimostrare come un certo tipo di personalità (elencate con le lettere dell’alfabeto, A e D) siano più predisposte verso le malattie cardiovascolari e, in particolare, verso i fenomeni ischemici e la cardiopatia coronarica. Anche qui, tuttavia, non è nuovo il desiderio dell’uomo di riuscire ad associare certi tipi di personalità a specifiche patologie.

Già Ippocrate, il padre della medicina da cui il famoso giuramento di chi ne esercita la pratica, più di duemila anni fa, definì la relazione tra tipi di personalità, umore e salute in termini di combinazione tra bile nera e bile gialla. “Non roderti il fegato”, si dice ancora oggi per invitare a lasciare perdere le emozioni distruttive che logorano la mente e il corpo. Oppure: “ti prenderà un colpo”. Intendendo che il cuore si spezzerà di dolore, crepacuore, sotto l’influenza di stimoli negativi provenienti lungo il sistema nervoso autonomo e la cascata di altrettante molecole, dal nome altisonante (glucocorticoidi, catecolamine), legate da matrimonio indissolubile con lo stress, acuto e cronico.

«Credo che la psiche abbia una grandissima influenza sul corpo – afferma Bernard Lown uno dei più grandi cardiologi viventi nonché premio Nobel per la pace a seguito della  sua attività in favore della salute pubblica – e sul cuore in particolare. Questo rapporto è riconosciuto da sempre, tanto è vero che nel linguaggio comune troviamo frasi come “morì col cuore spezzato”, “il suo cuore era pieno fino a scoppiare”, “avere un peso sul cuore” e “ho il cuore in gola”. Una psiche disturbata può creare problemi al cuore, soprattutto attraverso lo stress. Anche gli esperimenti che ho condotto dimostrano questa relazione tra stress e disturbi cardiaci. Sono convinto che i problemi di almeno metà dei miei pazienti sono dovuti allo stress, non a motivi organici».

Enrico Molinari, ordinario di psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano, autore assieme a molti altri specialisti internazionali di un poderoso volume intitolato Mente & cuore. Clinica psicologica della malattia cardiaca (Springer), ne è Mente&CuoreOKconvinto quanto Bernard Lown: la nostra vita emotiva è indissolubilmente legata al cuore.

«Stati emotivi come la rabbia – sostiene Molinari – la paura e il risentimento possono essere fattori di rischio per le malattie cardiache. Infatti tali stati emotivi, oltre ad influenzare la comparsa del disturbo cardiaco, ne possono aggravare i sintomi, peggiorare la prognosi e ostacolare la guarigione. Conflitti interpersonali, umiliazioni in pubblico, minacce di separazione dal coniuge, lutti, insuccessi professionali, e a volte anche alcuni incubi, tutte queste sono situazioni che provocano tensione psicologica che si ripercuote sul cuore».

Sembra proprio che quanto è importante nella vita – affetti, lavoro, rapporti – abbia la propria contropartita non solo nel cervello, ma pure nel cuore. Del resto, una parola tuttora usata ma di cui abbiamo accantonato l’etimologia, “ricordare”, lega cuore e cervello in un unico monogramma. Deriva dal latino “cordis”, cuore appunto. Ricordiamo col cervello, certo. La scienza lo dimostra ogni giorno di più. Ma un po’, non sappiamo ancora quanto e come, anche col cuore.