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Il futuro della mente di Michio Kaku


The_Future_of_the_MindLa macchina del tempo esiste. E’ la mente. Può viaggiare nel passato e nel futuro. Prova ne sia tutta la produzione artistica, letteraria, cinematografica, fumettistica e di videogiochi continuamente realizzata. Esce oggi, acquistabile con il mensile Le scienze, l’edizione italiana di The Future of The Mind (Il futuro della mente) del fisico e divulgatore scientifico Michio Kaku. Un viaggio attraverso il tempo del cervello, della mente e della coscienza, per conoscere quanto sappiamo oggi e quanto sapremo negli anni a venire sulle nostre realtà interiori. Pur con qualche imperfezione ed eccesso di ottimismo nel futuro, il volume di Kaku è, come tutti gli altri suoi precedenti, di piacevole lettura, ricchissimo di informazioni, e stimolatore di idee.

Le neuroscienze? Sono ancora primitive

“Allo stato attuale, le neuroscienze sono ancora a uno stadio piuttosto primitivo: gli scienziati possono leggere e registrare pensieri elementari dal cervello di una persona viva, censire qualche ricordo, collegare il cervello a bracci meccanici, abilitare pazienti immobilizzati al controllo di macchine, silenziare specifiche regioni del cervello attraverso il magnetismo e identificare quelle responsabili dei disturbi mentali”.

“Nei prossimi decenni, tuttavia, il potere delle neuroscienze potrebbe diventare esplosivo: oggi la ricerca è sulla soglia di nuove scoperte scientifiche che, con ogni probabilità, ci lasceranno senza fiato. Un giorno potremmo controllare gli oggetti intorno a noi con la forza della nostra mente, downlodare i ricordi, curare le malattie mentali, potenziare la nostra intelligenza, comprendere il cervello neurone per neurone, crearne copie di backup e comunicare tra noi per via telepatica. Il mondo del futuro sarà il mondo della mente”.

Esagerazioni? Fantascienza? Fino ad un certo punto. Augurandoci che la famosa idea di progresso – scientifico, tecnologico, sociale – possa sempre proseguire in avanti.

Michio Kaku, come altri che scrivono e ricercano nel campo delle neuroscienze, è stato direttamente colpito dalla sofferenza di chi vede un proprio congiunto spegnersi giorno per giorno, dal punto di vista cognitivo, a causa dell’Alzheimer. E a maggior ragione si augura, da scienziato, che la ricerca medica possa giungere a interventi preventivi e curativi per malattie neurodegenerative così drammatiche.

“Nel corso degli anni, io stesso ho scoperto che molti tra i miei colleghi e amici hanno dovuto affrontare la malattia mentale nelle rispettive famiglie”.

La mamma di Michio Kaku colpita da Alzheimer

“Neanche la mia è stata risparmiata: parecchi anni fa mia madre è deceduta, dopo aver lottato a lungo contro l’Alzheimer. Fu straziante vederla perdere i suoi ricordi, fino al giorno in cui, guardandola negli occhi, capii che non sapeva chi io fossi. In lei ho visto estinguersi lentamente la fiamma di ciò che ci rende umani. Aveva faticato una vita per crescere la sua famiglia e, invece di godersi la vecchiaia, i ricordi più cari le venivano sottratti”.

Studiare il cervello è una delle avventure intellettuali più entusiasmanti. Tutti ce ne rendiamo conto. Ma lo è ancora di più se un giorno potremo consentire che un anziano possa vivere fino alla fine dei suoi giorni sulla terra con quello stesso cervello che gli ha permesso di invecchiare, svolgere la sua vita, crescere la sua famiglia, lavorare e interagire con i suoi affetti. Studiare il cervello e il sistema nervoso è ancora più appassionante se, oltre alle scoperte di cui tutti siamo curiosi, un giorno potremo dare una risposta terapeutica a tutti coloro che oggi hanno limitazioni e impedimenti dalla sclerosi multipla, dalla sclerosi laterale amiotrofica, e a causa di tutte le malattie croniche e invalidanti del sistema nervoso.

NDE, esperienze di premorte: Birk Engmann e Enrico Facco, due neurologi a confronto


2F617EEE5-B692-FB92-8D85EC21580B41E6Vita e morte. La curiosità, a volte l’angoscia di sapere se tutto finisca nei pochi decenni di questa esistenza terrena, oppure se l’esperienza cosciente, in qualche altra forma energetica, prosegua in qualche altra dimensione. E quei fenomeni che si collocano al “confine” tra vita e morte. Le esperienze di premorte (Near-death experiences, nella letteratura internazionale, in sigla Nde). Tolta la religione. Tolta la filosofia. Ci rimane la scienza ad indicare quel sottile confine tra la fine e l’inizio, se inizio c’è, di qualcosa di diverso dalla coscienza espressa dal cervello. E proprio perché il fenomeno delle Nde ha uno stretto legame con il cervello, non manca di interessare i neurologi. In questi mesi c’è un risveglio di interesse editoriale verso le Nde. Sono usciti diversi libri di larga diffusione, e ne abbiamo anche parlato di recente in un servizio del settimanale Oggi (In fin di vita comincia un’altra vita, post del 16 aprile 2014).

Esce ora in inglese, per i tipi delle edizioni mediche Springer (nel settore neuropsicologia), il libro Near-Death Experiences. Heavenly Insight or Human Illusion? del neurologo tedesco, nonché psichiatra e artista, Birk Engmann. Già ricercatore dell’Università di Lipsia e autore di alcuni articoli di neurologia, Engmann non è invece autore di alcuno studio specifico, né tantomeno ha pubblicato articoli sulle Nde, se si escludono due brevi comunicazioni in tedesco. Attualmente Engmann lavora come neurologo presso una clinica privata specializzata in riabilitazione ortopedica, psicosomatica e neurologica di Lipsia: la Fachklinikum Brandis.

Nel suo libro sulle Nde, Birk Engmann torna a sostenere la tesi di queste esperienze come frutto di disfunzioni cerebrali associate alle personali credenze culturali e religiose. A riprova, citando la famosa e la più amata opera dagli studiosi di Nde, vale a dire di l’Ascesa dei beati di Hieronymus Bosh (conservato a Palazzo Ducale di Venezia), Engmann ricorda che la medesima fa parte di un polittico di quattro pannelli comprendenti non soltanto il “tunnel di luce”, ma anche le altre “visioni dell’aldilà” (Paradiso Terrestre, Caduta dei dannati e Inferno). Di conseguenza, dice Engmann, non va analizzato solo il tunnel di luce, ma anche le altre rappresentazioni di Bosh, che riflettono le credenze religiose dell’epoca.

Nel sul libro Engmann analizza le esperienze di Nde in varie culture. Notando come in paesi quali l’Uzbekistan, vi sia un intreccio di tradizione religiosa islamica, un lascito della religione tradizionale e settanta anni di ateismo di stato. Tali casi raccontavano di aver percepito luci, suoni, strane sensazioni ed esperienze fuori dal corpo. Ma erano del tutto assenti il tunnel di luce e la visione retrospettiva della vita (vedere i passaggi salienti della propria vita in un attimo, o visione panoramica della propria vita). Nel contempo, Engmann ammette che il campione di tali casi è troppo esiguo per poterne trarre conclusioni generali.

A questi casi, Engmann prende in esame uno studio del 2006 svolto nel suo paese, la Germania, che supporta maggiormente le sue tesi. Si tratta di uno studio che mette a confronto casi di Nde avvenuti nella Germania occidentale e in quella orientale. Nella Germania occidentale erano più frequenti i resoconti di esperienze fuori dal corpo, di visione della luce, e viaggi verso l’aldilà. Nella Germania orientale veniva riferita più spesso l’esperienza del tunnel. Così come le esperienze ed emozioni negative erano maggiormente riferite dalla popolazione orientale che da quella occidentale (e maggiormente comuni tra gli uomini rispetto alle donne). Ma anche qui, tutto ciò appare controverso, se analizzato alle luce delle tesi neuro-antropologiche di Engmann. Possiamo però convenire con Engmann che allo stato attuale non esista una comprensione di quanto avvenga agli estremi limiti delle coscienza cerebrale, né tantomeno esista una definizione coerente del significato di “quasi morte”.

“La moltitudine di punti di vista – scrive Engmann – e dei modelli che pretendono di fornire spiegazioni, già indica che la ricerca sulla premorte è qualcosa di simile a una passeggiata sul filo del rasoio tra teorie razionalmente spiegabili e la sfera della fede. Vi è urgente bisogno di una revisione critica, anzi, l’esame di quanto le scienze naturali possono gettare luce  su questa materia. Questo è l’obbiettivo principale del mio libro”.

Infine, un dato riferito da Engmann non è per nulla corretto, specialmente da quando i medici hanno preso conoscenza e coscienza delle Nde. Il fatto, sostiene Engmann, che i casi di Nde vengano riferiti molto tempo dopo, con una ricostruzione erronea della memoria. Non è vero, e chi studia abitualmente le Nde come Enrico Facco (neurologo, anestesiologo e ipnologo, professore dell’Università di Padova), lo sa bene. Rispetto al valore generale da attribuire ai vissuti delle Nde, perché di vere e proprie esperienze si tratta, e non di allucinazioni, ecco quanto scrive Enrico Facco nel suo trattato Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica (Edizioni Altravista).

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“Le ipotesi neurobiologiche dell’origine delle NDE sono di notevole interesse, ma allo stato attuale rimangono solo ipotesi senza alcuna dimostrazione, né possono spiegare in modo soddisfacente il loro impatto psicologico ed esistenziale, che si traduce spesso nell’elaborazione positiva di una nuova visione del mondo e dello stile di vita”.

Il trattato di Facco, frutto di conoscenze che spaziano in campo medico, religioso, filosofico e arrivano alle nuove acquisizioni della fisica quantistica, è a mio parere il miglior testo al mondo in grado di far riflettere in modo serio e profondo sulle esperienze Nde nel contesto di tutto ciò che ci è dato conoscere in questa dimensione esperenziale. Senza facili scorciatoie né conclusioni affrettate.

 Vedi anche: Hereafter. Sulla morte e il dopo

Mentre dormi il tuo corpo ti cura


RitmiCircadianiOKQuanto è importante il sonno. Quanto è fondamentale dormire bene. Lo dico da anni, e lo ribadisco ogni volta che una nuova ricerca lo conferma. Tanto da essermi inventato uno slogan: mentre dormi il tuo corpo lavora. Dovrebbe stamparselo su un cartello e rileggerselo ogni persona convinta che il sonno sia una perdita di tempo, che le ore di sonno si possono giocare a piacere, dedicandosi al altro – divertimenti, lavoro o semplicemente tv.

L’equivoco nasce dall’errata percezione che la nostra vita organica sia solo e unicamente legata alla veglia, allo stato cosciente, alla vigilanza. In realtà il nostro corpo non si esprime solo e unicamente nella veglia e nello stato vigile, svolge e sviluppa molte altre funzioni in altri stati di coscienza, naturali o indotti che siano, tra questi il sonno. Basterebbe riflettere su questo: vi fareste eseguire un intervento chirurgico importante e prolungato senza anestesia? Tutte le funzioni vitali del nostro corpo avvengono indipendentemente dalla nostra consapevolezza e dalla nostra volontà. Il nostro corpo ha una necessità naturale di seguire ritmi biologici regolati da milioni di anni, ad esempio dall’alternarsi luce-buio. Ritmi circadiani alterati dall’avvento della modernità, della luce artificiale e dalla possibilità di stare svegli 24 ore su 24.

Dormire le giuste ore di sonno e, soprattutto, un sonno di buona qualità, influisce su tutti gli aspetti vitali del nostro corpo. Dagli ormoni, ai geni, all’equilibrio psicofisiologico. Chi dorme poco e male, alla lunga si ammala. Chi è affetto da obesità rischia di dormire male, patendo di apnee notturne, ed entrando in un circolo vizioso in cui il dormire poco e male rafforza i meccanismi metabolici che sostengono l’obesità.

Molti studi stanno indagando i rapporti tra sonno e obesità, tra sonno e livelli di insulina e leptina, l’ormone della sazietà. Non è infatti un caso che chi si corica tardi, verso mezzanotte senta lo stimolo di mettersi a mangiare qualcosa: gli “spuntini di mezzanotte”. E se si cede a questa tentazione, alla lunga si alterano i ritmi circadiani di fame-sazietà, i livelli di insulina, con rischio di obesità e diabete. Lo sviluppo di diabete e obesità avviene per una serie di ragioni, si parla infatti di cause multifattoriali. Ma siccome contano i geni ma pure l’epigenetica, l’ambiente, gli stili di vita e, tra questi, il sonno è un  fattore che si rivela sempre più importante. E’ una delle ragioni per cui i lavoratori notturni, alla lunga, sono maggiormente a rischio di andare incontro a malattie metaboliche e cardiovascolari.

Il sonno non è solo importante, è terapeutico. Non c’è bisogno della scienza per sapere come ci sentiamo dopo una giusta e buona dormita. Il sonno è salutare. Su tutto il nostro metabolismo. Come mostrano studi recenti, la prova di nesso causale tra sonno e metabolismo è stato rilevato da studi di deprivazione del sonno, in volontari sani, in laboratori del sonno o nei loro normali ambienti.

Le ricerche sul sonno più recenti, svolte presso il Surrey Sleep Research Centre diretto da Derk-Jan Dijk (University of Surrey, Regno Unito) mostrano che una settimana di sonno ridotto è sufficiente per alterare l’attività di centinaia di geni umani. La ricerca ha monitorato l’attività di tutti i geni del genoma umano, e ha scoperto che il sonno insufficiente (meno di 6 ore a notte) influenza l’attività di oltre 700 dei nostri geni. Tra questi, vi sono geni  deputati a controllare l’infiammazione, l’immunità, e la risposta allo stress.

“La carenza di sonno – commentano i ricercatori inglesi – porta a una serie di conseguenze significative sulla salute, tra cui obesità, malattie cardiache e deficit cognitivo. Ma fino ad ora non erano scientificamente chiari come gli schemi di espressione genica vengano modificati dal sonno insufficiente. Questi modelli di ‘espressione genica’ possono fornire importanti indicazioni sui potenziali meccanismi molecolari che collegano il sonno e la salute generale”.

“Questa ricerca – dice  Derk-Jan Dijk – ci ha aiutato a comprendere gli effetti della mancanza di sonno sull’espressione genica. Ora che abbiamo identificato questi effetti,  si possono utilizzare queste informazioni per approfondire i legami tra l’espressione genica e la salute generale”.

Colin Smith, professore di genomica funzionale presso l’Università del Surrey, ha aggiunto: “L’interesse attuale del sonno DerkSurreyOKe dei ritmi circadiani come determinanti di salute e malattia è un settore vitale della ricerca. Combinando la nostra esperienza nel sonno e  la ‘genomica’ (lo studio della serie completa dei nostri geni), stiamo iniziando a fare scoperte che hanno un impatto sulla nostra comprensione e sul trattamento delle cattive condizioni di salute derivanti dalla mancanza di sonno.

Alla luce di tutto ciò, aggiungo un secondo slogan, a quello iniziale: mentre dormi il tuo corpo ti cura. E’ sufficiente per concedersi una buona e sana dormita?

Fonti:

LACK OF SLEEP ALTERS HUMAN GENE ACTIVITY

SURREY SLEEP RESEARCH CENTRE  

Robertson MD, Russell-Jones D, Umpleby AM, Dijk DJ., “Effects of three weeks of mild sleep restriction implemented in the home environment on multiple metabolic andendocrine markers in healthy young men”, Metabolism. 2013 Feb;62(2):204-11.

Nella foto: Derk-Jan Dijk, professore e ricercatore di fisiologia del sonno della University of Surrey.

A proposito di Tac ai polmoni dei fumatori


Qualche mese fa all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) si è tenuto un interessante convegno incentrato sullo studio COSMOS I dello IEO. Dopo 5 anni di screening su 5.000 fumatori con l’esecuzione di una TAC del torace senza contrasto, una volta all’anno,  sono stati diagnosticati 368 tumori polmonari prevalentemente di dimensioni inferiori ai 2 cm.Tutti i pazienti operati con questo tipo di tumore di piccole dimensioni sono risultati guariti dopo 5 anni di osservazione.

Personalmente, dimessomi dall’Opedale di Niguarda nel ’98,  dopo 30 anni di lotta come oncopneumologo contro il tumore polmonare – lotta ahimè triste per i risultati estremamente sconfortanti – se ora viene a visita da me un fumatore con una storia personale di 30 anni di fumo per 20 sigarette al giorno, lo convinco a farsi tempestivamente una TAC senza contrasto ai polmoni.

In circa 15 anni ho potuto diagnosticare 15 casi di tumori polmonari tutti di dimensione inferiore ai 2 cm e tutti i pazienti operati godono ottima salute da numerosi anni. Non solo, con la prima TAC  identifico perfettamente i danni da fumo quantificando il grado di enfisema ed osservando anno per anno il peggioramento di questa malattia.

In sostanza questo esame mi ha finalmente messo in condizione di sviluppare una diagnosi precoce di questa neoplasia da me soprannominata “LO SQUALO BIANCO” per la sua aggressività.

Recentemente lo IEO ha comunicato la partenza multicentrica dello studio COSMOS II su 10.000 fumatori da reclutare nei prossimi 5 anni  con l’esecuzione di una TAC annuale + un prelievo di sangue finalizzato a trovare un marker precoce di questa malattia nel sangue.

Da questo blog invito i fumatori ad aderire a questa iniziativa, peraltro gratuita e priva di rischi in quanto la TAC viene eseguita con basse dosi di radiazioni e già che ci sono li invito anche a buttare via le sigarette pensando che in fondo  “NON FUMARE E’ BELLO…”

La resilienza nella mia esperienza di medico


Su Corriere Salute di domenica 17 giugno è comparso un lungo articolo sulla resilienza, un concetto che nasce dalla fisica ed indica la capacità di un materiale di resistere a deformazioni ed urti senza  spezzarsi. La parola col tempo ha  ampliato il suo campo di applicazione per cui si parla di resilienza nei tessuti ed in biologia. In altre parole è la capacità di ecosistemi e organismi di ripristinare le proprie condizioni di equilibrio dopo un intervento esterno. Nel caso del “malato” si tratta della capacità di assorbire un urto come la malattia, senza però frantumarsi.

Ricordo un caso clinico di tanti anni fa che ora, alla luce di questo concetto  di resilienza, posso interpretare meglio. Presso il reparto di pneumologia dell’Ospedale Ca’ Granda di Niguarda avevamo sviluppato un’area dedicata alla oncologia polmonare e, personalmente, avevo instituito un registro sui tumori della pleura, noti come mesoteliomi e correlati alle fibre di asbesto, in particolare all’Eternit. Questi tumori purtroppo hanno una evoluzione che difficilmente consente ai malati di sopravvivere per  lungo tempo in quanto le cure sono poco efficaci. Solo da pochi anni è comparso un farmaco noto come Alimta che ha dimostrato una buona   attività contro questa malattia.

Eravamo negli anni ’80 ed io feci diagnosi di mesotelioma ad un uomo di 55 anni, ex giocatore di hockey. La prima affermazione che egli espresse con decisione al momento della diagnosi fu la seguente: caro dottor Soresi io vivo solo con mia madre e le assicurò che non potrò morire prima di lei. Da quel momento passarono circa 8 anni in cui il paziente veniva a visita regolarmente e tutto il quadro clinico sembrava essersi cristallizzato.

Il tumore pleurico che, al  momento della diagnosi, era già di discrete dimensioni, rimase stazionario ed il paziente godeva di una buona qualitò di vita ed accudiva la vecchia madre con abnegazione.  Morta la madre la malattia in pochi mesi dilagò e l’ex giocatore di hockey morì nel mio reparto con grande serenità per avere portato a termine il suo compito.

Fra pochi mesi verrà pubblicato da Sperling & Kupfer un libro dal titolo “Guarire con la nuova medicina integrata” scritto da me in collaborazione con due giornalisti scientifici, Pierangelo Garzia ed Edoardo Rosati, ed il flusso narrativo sarà proprio correlato ad un giovane ammalato di tumore alla pleura che, grazie alla sua resilienza, convive con questa malattia, ben controllata da una serie  di cure integrate, ormai da parecchi anni. Grazie alla sua forza d’animo, come ha definito la resilienza la psicologa Anna Oliverio Ferraris, il giovane conduce una vita pressoché normale ed affronta con grande serenità e determinazione i vari momenti fortemente stressanti diagnostici e terapeutici della sua malattia. Personalmente lo considero un figlio adottivo e chiaramente tifo per la sua completa guarigione.

Anoressia e corpo virtuale. Intervista allo psicologo Giuseppe Riva e allo psichiatra Santino Gaudio


Non vedersi come si è. Percepirsi più grassi, o più snelli, di come ci vedono gli altri, o di come ci riflette uno specchio. I disturbi, o alterazioni, dell’immagine corporea fanno parte del quadro che costituisce la sindrome dell’anoressia. Per decenni si è pensato a questo disturbo come a un meccanismo sostanzialmente psicologico. Una sorta di allucinazione di cui tuttavia non si aveva riscontro diagnostico. 

Il fenomeno, detto anche di dispercezione corporea, se ci pensiamo, è simile, anche se in misura minore e non patologica, a quello sperimentato da ognuno di noi. Ci “percepiamo” in un certo modo (più giovani, più magri, più alti o più bassi), salvo poi sorprenderci quando in un camerino di prova ci vediamo a figura intera riflessi in uno specchio, oppure rappresentati in una foto, o in una ripresa video, da una certa “angolazione”. A volte stentiamo a riconoscerci. Una persona mi raccontò che le accadeva a volte di pensare fra sé e sé, vedendosi riflesso in uno specchio: “Ma quella faccia invecchiata e imbolsita che somiglia tanto a mio padre anziano, sono io?”.

Si sa da tempo che soggetti anoressici hanno difficoltà a percepirsi così come sono, addirittura alcuni sostengono di “non vedersi” riflessi nello specchio. Ci si è a lungo interrogati se ciò fosse una sorta di allucinazione, oppure avesse una base reale, a livello di alterazione cerebrale. Di fatto, la definizione originaria di anoressia “nervosa” indica un coinvolgimento che non è semplicemente mentale, ama anche neurobiologico e neuropsicologico. Anche a fronte di tutte le alterazioni ormonali, metaboliche, osteoarticolari, comportamentali, che fanno seguito all’anoressia conclamata.

Oggi con le moderne tecniche neuroimaging, cioè di visualizzazione delle aree cerebrali, nonché dell’attività cerebrale, sta avanzando un nuovo filone di ricerca anche nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, in particolare per l’anoressia. 

Proprio in questi giorni due gruppi italiani hanno visto accettare i loro lavori nell’ambito dei riscontri cerebrali dell’alterazione dell’immagine corporea nei soggetti con anoressia da due pubblicazioni mediche internazionali: Medical Hypotheses e Biological Psychiatry. Scopo dello studio in corso di pubblicazione su Biological Psychiatry  è stato quello di esplorare la connettività funzionale delle reti coinvolte nella elaborazione visuospaziale e somatosensoriale nell’anoressia nervosa.

Ventinove soggetti affetti da anoressia nervosa, 16 donne in fase di recupero e 26 donne sane sono state sottoposte a risonanza magnetica funzionale (fMRI) e a valutazione neuropsicologica delle loro capacità visuo-spaziale utilizzando il Rey-Osterrieth Complex test. Entrambi i gruppi con anoressia nervosa hanno aree di connettività diminuita nella via visiva ventrale, l’area coinvolta nel riconoscimento di cosa vediamo. Altre alterazioni della percezione visiva e della memoria a lungo termine sembrano evidenziarsi nel gruppo conclamato di soggetti con anoressia nervosa, ma non nel gruppo in fase di recupero.

Questi  risultati preliminari sembrano indicare che l’anoressia nervosa mostra una specifica associazione con difficoltà visuo-spaziale e potrebbe quindi spiegare il fallimento del processo di integrazione delle informazioni percettive tra la via visiva e quella somatosensoriale che potrebbero essere alla base del disturbo dell’immagine del corpo.

Riguardo invece il lavoro pubblicato Medical Hypotheses, e sul senso generale da attribuire a questi studi, abbiamo intervistato i due autori: lo psicologo clinico Giuseppe Riva e lo psichiatra Santino Gaudio.

Cosa aggiungono queste ricerche di neuroimaging a quando già si sapeva sull’anoressia? Quanti soggetti sono stati coinvolti e con quali caratteristiche?

Queste ricerche sottolineano la presenza di numerose alterazioni strutturali e funzionali nel cervello delle anoressiche. Una parte significativa di queste alterazioni è situata nelle aree cerebrali che regolano la trasformazione delle informazioni spaziali da allocentriche a egocentriche. Le ricerche discusse nell’articolo sono cinque, svolte tra il 2009 e il 2011 e hanno coinvolto circa un centinaio di pazienti anoressiche.

Cosa si intende per “blocco allocentrico” e quali sono le aree cerebrali interessate (e relative funzioni)?

Per blocco allocentrico si intende l’impossibilità di aggiornare l’informazione visuospaziale immagazzinata nella memoria a lungo termine relativa al proprio corpo con le nuove informazioni di tipo somatosensoriale che arrivano in tempo reale dal corpo. In pratica, anche se il soggetto modifica il proprio corpo con una dieta, le nuove percezioni sensoriali non sono in grado di modificare il ricordo del vecchio corpo immagazzinato in memoria. In pratica, un corpo virtuale, immagazzinato nella memoria a lungo termine, sostituisce la percezione diretta del corpo reale.

Secondo voi queste alterazioni funzionali sono la “causa” o la “conseguenza” del disturbo? Avete fatto indagini simili sui cervelli di gruppi campione?

Al momento non abbiamo dati sufficienti per affermare che è presente una predisposizione neurobiologica allo sviluppo dell’anoressia. Di certo non possiamo escluderlo e possiamo anche pensare che fattori ambientali, come la ricerca della bellezza imposta dalla nostra società, possano innescare il blocco allocentrico su giovani neurobiologicamente predisposte. Solo ulteriori ricerche ci consentiranno di dare una risposta definitiva a questo interrogativo.

Il protocollo prevede altri studi di questo genere, avete notizia di ricerche analoghe da parte di altri gruppi?

Questa settimana il gruppo di ricerca di Favaro e Santonastaso ha pubblicato uno studio simile su pazienti in cura e dopo la cura, evidenziando come le anoressiche ancora in cura non riescano ad integrare l’informazione visuospaziale
(memorizzata nella memoria a lungo termine) con quella somatosensoriale (tattile, propriocettiva, ecc.), cosa che non avviene quando guariscono.Questi dati sembrano confermare che il blocco allocentrico potrebbe essere una delle cause
del disturbo del disturbo alimentare. Da parta nostra stiamo programmando nuovi protocolli di ricerca che speriamo possano dare un contributo alla conoscenza e alla cura dell’anoressia.

Questo tipo di studi potranno secondo voi orientare e migliorare le terapie, in particolare quelle farmacologiche?

Sicuramente possono migliorare la terapia perché suggeriscono che rimuovendo il blocco allocentrico il soggetto diventa di nuovo in grado di percepire il proprio corpo reale. Al momento non sono però ancora chiare le cause del blocco. Comprendendo quelle dovrebbe essere possibile pensare a farmaci specifici.

Riferimenti:

Medical Hypotheses
Volume 79, Issue 1, July 2012, Pages 113–117
Allocentric lock in anorexia nervosa: New evidences from neuroimaging studies
Giuseppe Riva,Santino Gaudio,
Applied Technology for Neuro-Psychology Lab., Istituto Auxologico Italiano, Milan, Italy
Interactive Communication and Ergonomics of NEw Technologies Lab., Università Cattolica del Sacro Cuore, Milan, Italy
CIR – Center for Integrated Research, Diagnostic Imaging, Università Campus Bio-Medico, Rome, Italy

Biol Psychiatry. 2012 May 24. [Epub ahead of print]
Disruption of Visuospatial and Somatosensory Functional Connectivity in Anorexia Nervosa
Favaro A, Santonastaso P, Manara R, Bosello R, Bommarito G, Tenconi E, Di Salle F.
Psychiatric Clinic, Department of Neurosciences, University of Padova, Padova, Italy.