• marzo: 2026
    L M M G V S D
     1
    2345678
    9101112131415
    16171819202122
    23242526272829
    3031  
  • Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

    Unisciti a 880 altri iscritti
  • Statistiche del Blog

    • 672.794 hits
  • Traduci

Mente e meccanica quantistica


Mi sono imbattuto recentemente in un paio di articoli molto interessanti pubblicati da Wired che descrivono come i sistemi biologici sfruttino i bizzarri principi della meccanica quantistica.

http://www.wired.com/wiredscience/2010/02/quantum-photosynthesis/

http://www.wired.com/wiredscience/2010/07/leafy-green-physics/

In sostanza i due articoli, purtroppo in lingua inglese, raccontano di un esperimento sul processo di fotosintesi condotto dal chimico Greg Engels all’Università del Colorado. Egli ha analizzato il processo con cui i complessi proteici FMO catturano l’energia solare (fotoni) sulla superficie di batteri foto sintetici per poi direzionarla verso le proteine che a loro volta la imbrigliano. Quello che Engels stava cercando erano segnali che le dinamiche quantistiche, e in particolare la coerenza quantistica, fossero coinvolte nel processo.

Continua a leggere

La sinfonia del cervello


Eccomi , al rientro da vacanze piene di sole e vento e luci dell’Egitto , con la testa piena di interessanti riflessioni dopo la lettura del nuovo entusiasmante libro di Elkhonon Goldberg neuroscienziato , ebreo lettone ,  scappato in modo rocambolesco dalla Russia negli anni ’60 ,  sul cervello e le sue meravigliose sinfonie. Già come medico ero convinto di come questo nostro organo , in fondo , sia l’unico su cui possiamo lavorare per ottimizzare le funzioni di tutto il nostro organismo ed ora dopo a lettura di questo libro ne sono sempre più convinto.

Gli spunti interessanti su cui riflettere sono molteplici ma sicuramente il più stimolante è l’interpretazione di questo ricercatore sul perchè abbiamo due emisferi cerebrali. La sua intuizione risale agli anni ’80 ed ora con gli studi sull’ imaging cerebrale ( PET – risonanza magnetica -magnetoelettroencefalografia  ecc. )  tutte le sue riflessioni  e pubblicazioni sono state confermate. In sostanza l’ emisfero destro , con una rete neurale più rarefatta , elabora tutte le novità  esperenziali e , se decide che potranno essere utili  al nostro agire nel mondo , le trasferisce all’emisfero sinistro…semplice no ? Quindi a destra entrano le novità ed a sinistra organizziamo  l’archivio.

Ma attenzione , nei lobi frontali rimangono solo alcune informazioni di tutto ciò che memorizziamo in quanto l’ informazione completa viene archiviata in numerose aree cerebrali costituendo una  serie di engrammi da recuperare al momento del bisogno.  Al momento opportuno quindi parte una password dal  lobo  frontale sinistro  che recupera l’engramma utile in quella circostanza. Si tratta della memoria di lavoro o memoria a breve termine ed è quella che ci consente ogni nostra azione quotidiana quale quella di prendere un calzino dal cassetto o di decidere in quale ristorante andare a cena con gli amici .

Il tutto avviene in tempo reale o è  atemporale e segue il principio della fisica quantistica ? A questo proposito verrà coinvolto in questo blog un giovane amico , Nicola Cappricci , libero studioso di questa materia al fine di sviluppare qualche informazione divulgativa su questo affascinante tema del tempo che , forse non tutti sanno , è una semplice convenzione e non rappresenta una variabile in fisica quantistica. Ritornando al nostro cervello  la demenza senile  , di conseguenza , non è altro che un decadimento dei lobi frontali  che non sono pù in grado di attivare la password per andare in archivio a recuperare l’ engramma utile in quel momento…..che beffa !  E viene a proposito la bella frase di Hilmann sulla vecchiaia quando scrive  ” La saggezza dell’oblio”  cioè , avendo ormai un archivio pieno  ci conviene , invecchiando , memorizzare solo ciò che sarà veramente utile ai fini dellla nostra sopravvivenza eliminando le informazioni superflue.

Auguri cari amici old , old , e non mollate perchè il cervello è un organo plastico e più ci lavorate meno invecchia ; ricordatevi inoltre di camminare almeno 30 minuti al giorno perchè camminando liberate dai muscoli un ormone  (BDNF ) che nutre  il Sistema nervoso centrale e periferico.

Cibi nel cervello. Intervista ad Alessandra Gorini


News: intervista ad Alessandra Gorini, psicologa e ricercatrice, primo nome nel lavoro sui correlati emotivi della Realtà Virtuale (RV) in pazienti con disturbo del comportamento alimentare (DCA), pubblicato da Annals of General Psychiatry.

  Alessandra Gorini,  34 anni, psicologa e ricercatrice, ha svolto la ricerca su “cibi virtuali ed emozioni” all’Istituto Auxologico di Milano. Attualmente collabora col Centro interdipartimentale di ricerca e intervento sui processi decisionali (IRIDe) dell’Università  di Milano, coordinato da Gabriella Pravettoni. Sì è laureata all’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano con una tesi sulla neuroimmagine funzionale svolta in collaborazione con Massimo Piattelli Palmarini presso l’Università dell’Arizona. Autrice di numerosi lavori scientifici, ha curato, assieme a Nicola Canessa, il volume che raccoglie le lezioni di Massimo Piattelli Palmarini Le scienze cognitive classiche: un panorama (Einaudi, 2008). Ma la cosa di cui va più fiera è il resoconto di una sua giornata a far da Cicerone per Milano al genio dei numeri e Nobel John Nash, in particolare a visitare il Cenacolo Vinciano (TuttoScienze, La Stampa, 30 aprile 2008 ). Dopo aver sentito il capo progetto Giuseppe Riva, rivolgiamo alcune domande anche ad Alessandra Gorini su presupposti e ricadute della ricerca “Assessment of the emotional responses produced by exposure to real food, virtual food and photographs of food in patients affected by eating disorders”.

Quali sono i presupposti teorici di questo studio?

Ormai da circa 15 anni la realtà virtuale viene utilizzata per il trattamento di alcuni disturbi psichici (in particolare dei disturbi d’ansia). L’assunto teorico che ha portato all’utilizzo della realtà virtuale in sostituzione o in aggiunta ai trattamenti basati sull’esposizione in vivo è che essa sia in grado di provocare nel soggetto le stesse reazioni che provoca lo stimolo reale. Nonostante siano stati pubblicati vari studi controllati, e non, sugli effetti terapeutici della realtà virtuale, questo è sempre rimasto un assunto teorico, mai verificato sperimentalmente. L’idea che sta alla base di questo studio è di confrontare direttamente stimoli reali e stimoli virtuali in modo da verificare se effettivamente essi suscitino le stesse reazioni nel soggetto. Nessuno studio era stato condotto in precedenza al riguardo.   

Perché tanta risonanza per questa ricerca? Credo proprio che il motivo risieda nella semplicità del protocollo sperimentale e nella possibilità di estensione dei suoi risultati. Come ho accennato prima, questo studio dimostra sperimentalmente la veridicità dell’assunto teorico su cui si è basato l’ “approccio virtuale” fino ad oggi autorizzando, scientificamente, l’uso del virtuale al posto del reale. Rispetto alla possibilità di generalizzare i risultati vorrei sottolineare che la scelta di sviluppare un protocollo specifico per i pazienti affetti da disturbi alimentari è stata, in un certo senso, una scelta di comodo. Volevamo confrontare gli effetti di stimoli reali e virtuali in un campione di soggetti. Poiché l’esposizione al cibo provoca un aumento dell’ansia nei pazienti affetti da disturbi alimentari abbiamo deciso di utilizzare il protocollo descritto nello studio, ma avremmo anche potuto verificare l’ipotesi esponendo soggetti aracnofobici a ragni reali e virtuali, o pazienti con la fobia del volo ad un volo reale o ad una simulazione di volo (riporto questi due esempi perché sia per l’aracnofobia che per la fobia del volo sono stati utilizzati trattamenti virtuali che hanno effettivamente contribuito alla riduzione/risoluzione del disturbo). Naturalmente è stato tecnicamente più facile con il cibo perché è uno stimolo facilmente rappresentabile e testabile su una categoria piuttosto eterogenea di pazienti (non a caso il nostro studio include sia anoressiche che bulimiche). Inoltre, tralasciando per un attimo la patologia, questi risultati ci dimostrano che non dobbiamo stupirci se il 3D virtuale sta prendendo così piede: precipitare in un canyon virtuale, per esempio, ci farà trattenere il respiro “come se” fosse reale.   

Quali possono essere le ricadute pratiche? Ad esempio, potremmo dire che l’inflazione di trasmissioni tv e pubblicità su cibi e manicaretti hanno un  loro impatto “reale” sul nostro cervello? 

I risultati di questo studio mettono in luce il fatto che, se è vero che reale e virtuale inducono reazioni comparabili, è anche vero che l’effetto davanti ad una stimolazione reale o virtuale induce una risposta emotiva superiore a quella indotta dall’osservazione di un’immagine statica (una fotografia) dello stesso stimolo. Questo perché quello che conta è il livello di interattività che il soggetto ha in relazione allo stimolo stesso. Potremmo dire che il “guardare ma non toccare” è meno efficace del “guardare e sperimentare”. Ci dà meno “senso di presenza” e quindi una risposta emotiva inferiore.  Le ricadute di questo studio deriveranno dal fatto che cominciamo ad avere delle evidenze sperimentali che dimostrano che possiamo sostituire il reale al virtuale avendo un certo grado di certezza sul fatto che “uno vale l’altro”. Naturalmente mi riferisco a tutti quei contesti clinici in cui è necessario (o auspicabile) esporre i pazienti a stimolazioni controllate e graduali prima di esporli alle situazioni reali, ricche di imprevisti e di variabili esterne. Una volta che il paziente ha imparato ha controllare le proprie reazioni e a gestire le proprie ansie in ambiente virtuale trovo che sia assolutamente necessaria la buona vecchia esposizione in vivo in cui bisogna fare i conti con la ricchezza caotica (ed emozionante) della vita vera.

Nella foto: Il premio Nobel John Nash (il matematico interpretato da Russell Crowe nel film “A Beautiful Mind”) e Alessandra Gorini.   

Marco Margnelli come lo ricordo. Medico e ricercatore della coscienza


MarcoMargnelliOKSono trascorsi cinque anni dalla scomparsa di Marco Margnelli (Milano,1939-2005). Uno studioso che ha saputo anticipare molti degli interessi attuali delle neuroscienze e, soprattutto, relativi all’indagine neuropsicologica degli stati di coscienza. Si dichiarò sempre ateo, anzi agnostico, ma l’esperienza del sacro – incarnata e vissuta nel corpo di estatici e stigmatizzati – lo attrasse e lo coinvolse profondamente. Tutta la dimensione borderline, non in senso patologico, della mente (compresi quelli che vengono definiti fenomeni “paranormali”) erano per lui oggetto di attenzione ed indagine scientifica. E il suo interesse riguardo gli stigmatizzati era nell’ottica della medicina psicosomatica: se la mente è in grado di produrre simili lesioni nel corpo, forse riusciremo a scoprire anche come farle regredire. A beneficio dei pazienti con disturbi e alterazioni di carattere psicosomatico.

Definiva tutta la storia dell’indagine del paranormale come “archivi dell’illusione”, nel senso che quanti studiavano tali fenomeni, focalizzavano la propria attenzione sul fenomeno più che sulla psiche e l’organismo di chi “viveva” tale fenomenologia. A Margnelli interessava invece l’approccio neuropsicologico e antropologico al cervello e al corpo di estatici, mistici, sensitivi, guaritori. Di tutta quella popolazione ignorata e trascurata dalla scienza, da cui, forse, c’era da apprendere qualcosa sulla natura della coscienza e, in particolare, dei rapporti mente-corpo. Se tali individui sostengono di vivere certe esperienze – era il suo parere – vediamo come, in che modo e in base a quali correllati neuropsicologici ciò si verifica.

Marco Margnelli aveva due anime: quella del ricercatore e quella del clinico. Svolgeva l’attività di medico di famiglia, di psicoterapeuta, ma non smetteva mai di pensare e agire come ricercatore. Era nato ricercatore, come neurofisiologo in seno all’Università di Milano e al Cnr (fece studi su sonno e fase Rem con un nome storico delle neuroscienze, Giuseppe Moruzzi). Il fatto di essere poi uscito dall’Università e aver fatto il medico di base, non sminuì le sue capacità di ricercatore. Anzi, secondo me le allargò e completò. Sarebbe finito a svolgere il lavoro di ricercatore di laboratorio, mentre così Margnelli fece pure ricerche sul campo. Adottò metodi da medico-antropologo.

Ugualmente avvenne con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico di base, ipnologo, psicoterapeuta e ricercatore. Margnelli e Gagliardi crearono a Milano il Centro studi e ricerche e sulla psicofisiologia degli stati di coscienza che da piccolo consesso locale di appassionati e studiosi degli stati di coscienza, divenne in pochi anni noto in Italia e all’estero, producendo ricerche, pubblicazioni e prendendo parte a convegni italiani e stranieri. I grandi filoni del Centro furono gli studi sui sensitivi, guaritori, estatici, stigmatizzati. In quegli anni, Ottanta e Novanta, Margnelli e Gagliardi divennero i grandi esperti di questo tipo di fenomenologia, consultati, invitati a convegni, e intervistati a più riprese.

Gli studi sui veggenti di Medjugorje di Margnelli e Gagliardi hanno costituito un modello di studio medico-antropologico. Così come per gli stigmatizzati, indagine che seguiva sostanzialmente tre fasi: raccolta della testimonianza del soggetto e di quanti lo seguivano (accoliti o medici che fossero); raccolta dei dati psicologici e clinici del soggetto (avvalendosi di test psicoproiettivi, dell’inventario multifasico di personalità Minnesota e di analisi di laboratorio); verifica strumentale della veridicità del soggetto (impiegando, ad esempio, il lie detector, la cosidddetta “macchina della verità”, e l’elettroencefalografo). Giorgio Gagliardi, vicepresidente del Centro, in quegli anni divenne tra l’altro un grande esperto di lie detector, tanto da essere interpellato in ambito medico-legale e invitato come consulente in svariate trasmissioni televisive.

Ad alcuni tale approccio poteva apparire eccessivamente positivista e strumentale, tuttavia tale metodologia consentì di acquisire conoscenze scientifiche sui  veggenti e mistici che prima non esistevano. Chiarendo – ben prima di George Lapassade, entologo e psicosociologo francese, con diverse altre attitudini intellettuali, studioso della “transe” e degli stati modificati, con il quale Margnelli ebbe contatti e scambi –  il versante “naturale” della dissociazione. Compreso il fatto che  mistici e stigmatizzati non dovessero necessariamente essere classificati come “isterici”. Includere tali soggetti nell’ambito della fenomenologia isterica, secondo Margnelli era non soltanto riduttivo, ma non aggiungeva praticamente nulla alla comprensione della psicofisiologia dell’esperienza del sacro. George Lapassade ebbe comunque anch’egli un ruolo importante nell’introdurre a livello accademico lo studio degli stati di coscienza: ricordo la sua collaborazione col sociologo delle religioni Pietro Fumarola dell’Università di Lecce, e gli studi sugli stati di coscienza associati al fenomeno del “tarantismo”.

Marco Margnelli è sempre rimasto, di fondo, un ricercatore, un neurofisiologo. Non si separò mai dalla sua formazione accademica, pur occupandosi di temi che, all’inizio, ai suoi colleghi universitari, apparvero stravaganti: la trance ipnotica, l’estasi mistica, le droghe psicoattive, gli stigmatizzati, i sentitivi, i guaritori. L’idea di Margnelli era: se queste cose esistono e sono diffuse in varie epoche e culture umane, le dobbiamo studiare con i metodi della scienza. Non vi può essere una teoria globale della coscienza, se non cercando di comprendere gli stati “altri” del cervello e della mente. Il suo approccio fu un misto tra quello dell’antropologo e quello del medico, con una “ciliegina” del laboratorista.

Se poteva non faceva mai mancare riscontri sperimentali, persino analisi di laboratorio sui soggetti studiati, e ovviamente consenzienti. La prima fase era quella dell’antropologo: studiamo il soggetto nel suo ambiente. La seconda fase: se il soggetto è collaborativio, sottoponiamolo a tutta una serie di test e verifiche, che potevano andare dai test psicologici, agli inventari di personalità, al lie detector (la cosiddetta macchina della verità, ma più che altro per rilevare le reazioni psicofisiologiche), alle analisi bioumorali. Qualcuno ha utilizzato un ossimoro per definire questo tipo di approccio, che nella sua sinteticità rende abbastanza l’idea dell’atteggiamento di Margnelli riguardo i soggetti che si trovò ad analizzare e studiare: “empatia critica”.

Margnelli era indubbiamente poliedrico, dotato di molte altre attitudini e qualità, oltre a quella del ricercatore. Era un ottimo oratore. Apparentemente timido e riservato, si trasformava ogni volta che prendeva la parola in pubblico. Aveva un tono basso di voce, e non faceva alcuno sforzo, deliberatamente, per elevarlo. Difatti, era il pubblico a prestargli attenzione, e regolarmente veniva colpito per la sua padronaza dell’argomento, dalla lucidità e dalla precisione dei suoi termini. Sarebbe stato un valido docente universitario ma, per una serie di vicissitudini, si era trovato a fare il medico mutualista, l’ipnologo e lo psicoterapeuta. Salvo recuperare le sue qualità di docente in varie occasioni e, in particolare, nei corsi, molto apprezzati, che teneva presso l’Associazione medica italiana per lo studio dell’ ipnosi (Amisi) di Milano.

In ogni caso, si dichiarò e ritenne regolarmente uno “scienziato”. In questa ottica va vista la sua appassionata ricerca sugli stati di coscienza: non certamente l’hobby di un medico ex neurofisiologo Cnr, ma bensì il lavoro di uno studioso che, pur all’esterno dell’ambiente accademico, era riuscito a mantenere alta la propria professionalità, conoscenza della materia e capacità di utilizzare strumenti e standard della ricerca accettata e condivisa.

Disponeva di un’innata attitudine all’insegnamento, una straordinaria capacità di oratore, di coinvolgere il pubblico con relazioni o conferenze che abbinavano i suoi aneddoti di ricercatore, i puntuali riferimenti tratti dalla letteratura scientifica, intuizioni lessicali sue proprie.

C’era molto da imparare da Margnelli. Ed infatti, non sono mai mancati gruppi di persone, di ogni età, attorno a lui e attorno alla sua attività. Parecchi studiosi, ricercatori, ma anche studenti (sia di medicina, psicologia, filosofia o altro) che impostarono, ad esempio, la propria tesi di laurea sulle ricerche realizzate da Margnelli. Rimanendo magari in seguito nel suo ampio studio a fare praticantato, sia per la professione che per le ricerche sugli stati di coscienza. Aveva la capacità di dialogare con i giovani, cogliendo pure i suggerimenti e le indicazioni che da essi gli venivano.

Fu un ottimo divulgatore: oltre ai suoi libri, scrisse parecchi articoli per varie riviste di divulgazione scientifica. Collaborò ad esempio alla prima rivista italiana di divulgazione scientifica: “Sapere” di Giulio Maccacaro. E al progetto iniziale di “Riza Psicosomatica” di Morelli e Masaraki. Prese spesso parte a interviste televisive – ricordo le troupe tv nel suo studio – e a programmi tv, in particolare, fino all’ultimo, dopo essersi trasferito a Roma, alla serie “Miracoli” condotta da Pietro Vigorelli ed Elena Guarnirei su Rete 4.

Certo, nella sua ansia e consapevolezza di trovarsi su un fronte trascurato, se non ignorato fino a quel momento, dalla ricerca neuropsicologica italiana, a volte si faceva coinvolgere da attività non al livello della sua serietà professionale e preparazione scientifica, finendo con l’incarnare con eccessivo zelo il ruolo del pioniere. Ma il suo atteggiamento è sempre stato di apertura, collaborazione e anche di confronto critico. A sua volta, non lesinava puntualizzazioni e critiche, se era il caso. Ma, di base, non si negava se gli veniva proposta l’indagine di qualche nuovo soggetto, stigmatizzato, estatico, veggente, medium, sensitivo o guaritore che fosse.

Giorgio Gagliardi, in ogni caso, provvedeva a controbilanciare criticamente le volte in cui Margnelli, magari, si trovava ad essere troppo “benevolo” nella valutazioni relative a questo o quel soggetto. Il confronto con Gagliardi, come del resto con tutti coloro che facevano parte del Centro, era costante e continuo. Non mancavano le volte in cui le discussioni si protraevano per intere serate, fino a notte fonda.

Ho incontrato Marco Margnelli – che  conoscevo già per i suoi libri e per le sue ricerche –  alla fine degli anni Ottanta. Frequentandolo poi quotidianamente nella prima metà degli anni Novanta. Se devo richiamare alla mente una sua immagine, lo vedo nel suo studio medico, alla sua scrivania cosparsa e ricolma degli oggetti più svariati, comprese le immancabili sigarette e la pipa per i momenti di raccoglimento e riflessione. Il suo amore per la razionalità, coniugata però all’intuizione del momento, i suoi commenti sempre precisi e illuminanti, a volte sagaci, magari accompagnati dalla sua risata un po’ roca, da fumatore, tutta particolare. Anche quando ci riuniva a casa sua, a Milano, nei pressi dell’Arena, per parlare di progetti, mentre cucinava il suo piatto forte, derivato dalle ascendenze valtellinesi della sua famiglia d’origine: i pizzoccheri. Mentre il suo amato gatto ci sopportava con aria sorniona.

Lo rivedo nel suo studio medico. Alle sue spalle la libreria, con una parte dei suoi libri, appunti, protocolli di ricerca e faldoni di documentazione per i suoi articoli e libri. Di quello studio in via Villoresi 5 a Milano, zona Navigli, che fu precedentemente di suo padre, anch’egli medico. Su un lato della stanza, alla destra di Margnelli, l’ampio divano ricoperto da  un pesante telo di velluto rosso e nero, su cui faceva distendere i pazienti per le sedute di psicoterapia ed ipnosi.

E l’eterno via vai di gente. Al mattino e nella fascia serale i pazienti mutualistici. Nel pomeriggio i pazienti privati che seguiva da internista e psicoterapeuta.

Il telefono che, per un motivo o per l’altro, squillava ininterrottamente. Specie quando organizzavamo incontri, convegni, conferenze. Oppure per la visita, anche estemporanea, di studiosi in transito per Milano. Anche perché lo studio medico di Margnelli era pure sede del Centro studi e ricerche sulla fenomenologia degli stati di coscienza, denominazione chilometrica per dire che, in quella sede, ma anche sul campo, ci si occupava di ricerche inerenti gli stati modificati di coscienza.

Tanto quelli indotti in modo “naturale” (sonno e sogno, ipnosi, estasi, trance, meditazione), che quelli indotti da sostanze psicoattive. Riguardo alle ricerche sul campo, in altri luoghi presso i quali di volta in volta Margnelli veniva invitato, vi fu ad esempio una sperimentazione controllata, a cui egli prese parte con altri psicoterapeuti ed “entronauti”. Era una delle prime volte che un gruppo di ricercatori italiani – psicologi, psichiatri, psicoterapeuti – sperimentavano su se stessi gli effetti dell’ayahuasca, la cosiddetta “liana della morte” o “telepatina”. Si tratta di una pianta (liana) amazzonica da cui viene ricavata una bevanda che induce esperienze allucinogene e dissociative.

Ricordo che Margnelli ne ebbe, al momento, pesanti vissuti emozionali. Raccontò in seguito che era stato come se si fossero aperti i rubinetti di tutta la sofferenza che si portava dentro. In quegli anni, attraverso Margnelli e la Società italiana per lo studio degli stati di coscienza (Sissc), che egli presiedeva, ebbi pure modo di incontrare ed intervistare, nel corso di un convegno a Rovereto, Albert Hofmann, il chimico farmaceutico (ex Sandoz) scopritore dell’Lsd, in seguito studioso e autore di vari saggi sul ruolo delle sostanze psicoattive nelle culture umane. L’intervista venne pubblicata sul primo numero della rivista Altrove della Sissc, che Margnelli ideò e battezzò con lo psicoanalista Gilberto Camilla, succeduto in seguito alla direzione, e il ristretto gruppo dirigente dell’associazione. Di quel gruppo facevano parte giovani ricercatori di grande preparazione e intelligenza , tra cui ricordo, solo per citarne alcuni, Giorgio Samorini, etnobotanico e studioso di storia, cultura e scienza delle sostanze psicoattive, Antonio Bianchi, medico anestesista e tossicologo, Guglielmo Campione, da allora fraterno amico col quale all’epoca, da entusiasti nonché improvvidi, tentammo di varare una pubblicazione periodica in tema, studioso di musica e stati di coscienza, psichiatra, psicoterapeuta e saggista. Furono gli anni in cui Margnelli venne riconosciuto come maestro e pioniere indiscusso di questi studi in Italia, ed egli era giustamente orgoglioso e motivato ad intraprendere nuovi iniziative culturali, ricerche, incontri. Ma anche fuori dai confini nazionali, Margnelli venne riconosciuto come un indagatore qualificato sugli stati di coscienza correlati alla veggenza mistica, da ricercatori del mondo cattolico come Andreas Resch, teologo e psicologo dell’Istituto per la scienza di confine di Innsbruck.

Il Centro studi diretto da Margnelli a Milano, presso il suo studio, era un porto di mare. Svolgevamo incontri serali, in genere a metà settimana, in un clima cameratesco. Si apprendevano sempre nuove cose e, nel medesimo tempo, ci si divertiva. Lo scambio e il confronto con studiosi di varia formazione e discipline, accomunati dalla ricerca sugli stati di coscienza, a volte molto vivace, era sempre una esperienza stimolante. Transitavano studiosi e personaggi di tutti i generi, anche dall’estero, alcuni francamente stravaganti e bizzarri. Il divano nello studio di Margnelli, su cui si stendevano i pazienti in analisi o in seduta ipnotica, capitava divenisse un improvvisato giaciglio per chi, compreso il sottoscritto, faceva tardi dopo le riunioni e non poteva rientrare in treno alla propria dimora, fuori Milano.

Marco aveva momenti di grande convivialità, ad esempio quando, a fine giornata, gradiva trattenersi al bar di via Villoresi, davanti a una “birretta”. Continuando a parlare degli argomenti che lo appassionavano. Oppure la sera, quando si faceva tardi, al ristorante di fronte allo studio. Parlando di progetti di ricerca, ma pure di come finanziare, magari, un ciclo di conferenze pubbliche o una nuova pubblicazione. Altre volte quando ci invitava a casa sua, nei pressi dell’Arena, per cucinare gli amati pizzoccheri, rimembranza delle sue origini valtellinesi.

Marco amava la compagnia, quanto la solitudine. Alternava momenti di grande allegria e battute salaci, ad altri in cui si manifestava la sua vena maliconica, introversa. Accettava sempre di incontrarsi e scambiare qualche chiacchiera, specialmente all’ora di pranzo e cena, oppure per un caffé nei baretti di via Villoresi, appena fuori lo studio medico. Quella era una zona adorabile, sui Navigli. Una Milano dei tempi andati, un clima di quartiere, in cui tutti conoscevano tutti, figuriamoci “il dottore”.

In ogni caso, appena entravi in studio, capivi subito, dalla sua espressione e dal suo rispondere a monosillabi, se Marco aveva voglia di chiacchierare, oppure era immerso nella scrittura di qualche lavoro scientifico, di qualche nuovo articolo o libro. Aveva una grande capacità di concentrazione ed estrema lucidità mentale. Ti sorprendeva sempre, a volte con intuizioni fulminanti e precise, altre per la sua semplicità e, talvolta, ingenuità quasi infantile, nei rapporti umani.

L’intensa attività del Centro diretto da Margnelli culminò con il convegno internazionale “Le dimensioni della coscienza”, tenutosi a Firenze nel 1992, nel corso del quale si affrontarono per la prima volta in termini multidisciplinari (vi furono relazioni sul versante storico, antropologico, persino criminologico, oltre che psicologico e psichiatrico) il tema della coscienza e delle sue modificazioni, sia in senso “naturale” che patologico. Al convegno fiorentino, per una serie di fortunate coincidenze, dati i mezzi economici limitati, parteciparono studiosi del livello di Kenneth Ring, psicologo dell’Università del Connecticut tra i maggiori e seri studio delle esperienze di premorte (Nde).

Un’altra tappa importante fu la realizzazione del volume collettaneo “La fenomenologia della coscienza normale e alterata” (Theta Pubblicazioni, Milano 1994) che, in pratica, stampammo in proprio, riuscendo perciò con molta difficoltà a distribuirlo soprattutto alle librerie di Milano. E’ infatti un volume attualmente introvabile. Il volume si apriva con il capitolo dal titolo “Cos’è uno stato di coscienza” in cui Margnelli illustrava il tema rifacendosi ad un modello che lo aveva conquistato da almeno vent’anni e lo aveva in seguito indotto a dedicarsi assiduamente all’argomento: la mappa degli stati di coscienza dello psichiatra americano Roland Fischer (il lavoro originale venne pubblicato sulla prestigiosa rivista Science nel 1971 col titolo “A Cartography of the Ecstatic and Meditative States”).

Era un lavoratore tenace ed esigente, amava la precisione del ricercatore metodico, a cui era stato addestrato, e nutriva con molta passione ciò che faceva.

Come psicoterapeuta era più sul versante di Freud (lo ammirava come scienziato e come scrittore, e al quale, negli anni, scherzandoci su, cercò anche di assomigliare fisicamente, facendosi crescere la barba), che non su quello di Jung. Margnelli era attratto dall’insolito, ma il suo sforzo era quello di spiegarlo con la mentalità, gli strumenti razionali e la tecnologia di indagine psicofisiologica che le limitate risorse personali e del Centro gli potevano consentire. Per sua stessa ammissione, tra il serio e l’ironico, negli ultimi anni della sua vita si era fatto crescere la barba, per assomigliare ancor più al padre della psicoanalisi. E, al pari di Freud, era un forte fumatore.

Importanti anche i rapporti di Margnelli col mondo della cultura e dell’arte (non secondario, in questo, il fatto che fosse sposato con la scrittrice Benedetta Cascella, figlia dello scultore e pittore Pietro Cascella), i suoi contatti con la storica Fondazione per l’Arte Contemporanea Mudima di Milano e il protocollo di ricerca che impostò su “stati di coscienza e creatività”, coinvolgendo un gruppo di artisti, scrittori e musicisti professionisti, tra i quali il jazzista e compositore Gaetano Liguori. Margnelli ebbe importanti contatti e scambi intellettuali con parecchi rappresentanti del mondo artistico di quegli anni, ad esempio l’artista psichedelico Matteo Guarnaccia, oppure l’artista-etnofotografo, nonché insegnante Watsu, Italo Bertolasi. Ma anche con giornalisti e scrittori, come Lina Sotis, Viviana Kasam, Franco Bolelli, Gianni De Martino. Solo per citarne alcune, tra le tante figure che Margnelli ha incontrato, frequentato e con le quali ha collaborato.

Era in grado di coinvolgere il pubblico con un eloquio brillante, colto, che mescolava la sua esperienza universitaria e in seno al Cnr, la sua vasta cultura scientifica e generale, il suo intuito per il nuovo, la sua capacità di sintesi (anche lessicale; riusciva sempre a trovare definizioni sintetiche, creative ed efficaci per fenomeni complessi). Conservò sempre la capacità di sintesi, di andare al sodo (non amava molto le divagazioni né i lunghi giri di parole) che ebbe modo di affinare anche durante una sua permanenza come ricercatore al Karl Ludwig Institut fur Physiologie dell’Università di Lipsia, prima, e negli Stati Uniti (Università del North Carolina), in seguito.

Margnelli fu anche un ottimo divulgatore: scrisse parecchi articoli per riviste di divulgazione scientifica, in cui riusciva a coniugare un ottimo stile, con l’aggancio a teorie che riteneva fondanti (ad esempio la cartografia della coscienza di Roland Fischer, che non mancava mai di citare), le sue ricerche e intuizioni lessicali.

Quella con Giorgio Gagliardi, anch’egli medico, psicoterapeuta, ipnologo e docente dell’Amisi, è stata una collaborazione importante per Margnelli. Con Gagliardi condivise molte ricerche e pubblicazioni, ad esempio, sugli stigmatizzati (o pseudo tali, come ebbero modo di accertare, in certi casi fraudolenti), e in particolare sui veggenti di Medjugorie. Su questi ultimi, ritenuti veritieri proprio per la gamma di manifestazioni neuropsicologiche accertate, venne istituita una commisione di studio da parte dell’Università di Milano, di cui, tra gli altri, fecero parte Margnelli e il farmacologo Maurizio Santini.

Vennero ritenuti veritieri le “trance estatiche” e i potenziali evocati registrati nei veggenti, ma ovviamente Margnelli non si espresse mai riguardo la natura di quanto “percepito” dai medesimi.

Importanti per le ricerche condotte su estatici e veggenti, furono l’impiego dell’elettroencefalografo, di cui Margnelli era grande esperto, e del lie detector (la cosiddetta “macchina della verità”). Tali strumenti vennero impiegati da Margnelli e Gagliardi per testare non solo l’attendibilità di veggenti o sensitivi che venivano studiati, ma anche i correlati psicofiologici che, ad esempio, si accompagnavano agli stati modificati di coscienza. Non mancavano, inoltre, ricerche che comprendessero analisi di laboratorio su prelievi bioumorali dei soggetti studiati, con il loro consenso, nel puro stile del ricercatore con formazione e impostazione neuropsicologica, ma pure clinica.

Margnelli ha pure fornito una dimensione scientifica alla “cultura psichedelica” degli anni Sessanta. Traendo da quei movimenti anticipatori della New Age, il meglio che si potesse ricavare: uno studio più completo della natura umana e, in FenomenologiaCoscienza002particolare della coscienza, nelle sue varie espressioni e manifestazioni.

Come medico, fu tra i primi ad utilizzare un approccio olistico, anche nelle cure che somministrava ai suoi pazienti: la medicina di sintesi, ma anche l’omeopatia, l’ipnosi e il biofeedback, ad esempio. Era sempre aperto alle soluzioni terapeutiche, da qualsiasi ambito arrivassero, senza idee preconcette. Si riservava la facoltà di valutarne i reali benefici per i suoi pazienti, a volte pure per se stesso, prima di negare o sposare un determinato approccio terapeutico, apparentemente non ortodosso. Credeva e sosteneva fortemente la possibilità di un approccio “integrato” della medicina e delle terapie.

Quel suo essere ateo, positivista e, al tempo stesso, attratto dal mistero delle religioni e della coscienza, tanto da fare della “scienza degli stati di coscienza” l’interesse preminente della sua vita di ricercatore, ne ha fatto un personaggio dell’era moderna. Con tutte le sue contraddizioni: affascinante, appassionato, controverso, degno di essere studiato e commentato ancora a lungo. Sempre alla ricerca di un “altrove”, in cui ora dimora.

Il cervello religioso


Quando lavoravo con Marco Margnelli (ricercatore del Cnr in neurofisiologia, medico, psicoterapeuta e pioniere nello studio degli stati modificati di coscienza) abbiamo atteso a lungo la realizzazione di un volume come questo (Neuropsicologia dell’esperienza religiosa, Astrolabio, pp. 476, 38 euro). Ci furono soprattutto i testi di Margnelli appunto, gli studi e le pubblicazioni di Riccardo Venturini, medico anch’egli, ordinario di psicofisiologia clinica e maestro di meditazione buddhista mahayana (con un’ulteriore laurea in filosofia). Un percorso di studi e interessi più unici che rari, soprattutto nel panorama culturale e scientifico italiano. Di Venturini è tra l’altro la prima edizione italiana di Daniel Goleman – successivamente divenuto celebre col suo testo sull’intelligenza emotiva e susseguenti – con un volumetto sulle varie esperienze di meditazione (Esperienze orientali di meditazione. Manuale di psicologia degli stati alterati di coscienza e delle tecniche di meditazione, Savelli, 1982; oggi introvabile).

 Questo di Franco Fabbro è un volume poderoso che, appunto, mancava e di cui si avvertiva l’esigenza. Soltanto un personaggio formato in campo medico, con specializzazione e quindi solide conoscenze in ambito neurologico, oltre che psicologico, associate a motivazioni proprie per la ricerca interiore, avrebbe potuto realizzare. Costituisce una summa di informazioni e conoscenze per tutti coloro che siano interessati allo studio delle esperienze religiose, del misticismo, dell’estasi,  insomma della modificazioni (endogene ed esogene) degli stati di coscienza, ma pure della malattia – quale esperienza irrinunciabile della condizione umana. Nelle prospettiva della neuropsicologia e delle neuroscienze.

Come è riuscito a dire nella prefazione lo scrittore friulano e amico dell’autore, Carlo Sgorlon (scomparso il giorno di Natale dello scorso anno, anch’egli era residente ad Udine dove insegna Fabbro): «Credo che pochi come Franco Fabbro conoscano lo strumento della nostra conoscenza, di cui ognuno è convinto essere l’organo più perfetto e misterioso di cui il miracolo della vita ci ha dotati. Se la vita, la natura, anzi tutto l’Universo, con i suoi miliardi di galassie, sono misteri da tutti i versanti, il cervello dell’homo sapiens è il mistero dei misteri. Le nozioni che Fabbro ci fornisce su di esso e sulle sue parti (la corteccia, il corpo calloso, l’ippocampo, il lobo occipitale, quello frontale, quelli temporali) sono una fonte di meraviglia senza fine».

Anche questo rapporto di amicizia e scambio, arricchimento culturale, tra un neuroscienziato e un grande scrittore come Sgorlon, ma pure con il poeta Pierluigi Cappello, denota la volontà di Franco Fabbro di non voler cercare le sue risposte esistenziali in un’unica direzione. In questa chiave di lettura, trova una possibile interpretazione il senso di passione “rinascimentale”, fortemente umanistica, oltre che scientifica, che le dense pagine di questo volume trasmettono al lettore. Si comprende che il tentativo è anche quello di produrre una sintesi, riannodare un matrimonio, tra cultura scientifica e cultura umanistica (si veda ad esempio il capitolo sull’epilessia estatica di Dostoevskij). Non è semplice, ma Fabbro ci prova.

Vi è profuso un lavoro davvero notevole per portare il lettore a condividere con l’autore le conoscenze fino ad oggi accumulate sulla conoscenza del cervello, le funzioni dei neurotrasmettitori, gli effetti delle sostanze psicoattive e la loro influenza nella genesi di certi movimenti religiosi, la natura di sonno e sogni, lo sciamanesimo e molto altro. Accanto a quanto hanno evidenziato le tecniche di visualizzazione del cervello (neuroimmagine) e i vari percorsi dell’indagine neuropsicologica, psicopatologica e, in generale, delle neuroscienze.

Franco Fabbro è un neuroscienziato “spiritualista” e, perciò, fuorimoda, fuori dal paradigma scientifico condiviso? Per sua stessa ammissione non nega il suo forte coinvolgimento, fin da bambino, con l’educazione e le esperienze religiose. Ha il coraggio di dichiarare pubblicamente il suo profondo interesse per gli stati di confine della mente e della  coscienza. La sua decisione di fare medicina e neurologia, come Fabbro ci racconta nell’introduzione, è susseguente alle sue motivazioni, di carattere esistenziale e filosofico, di occuparsi delle grandi questioni della vita umana. Anzi, di primo acchito, si iscrisse a filosofia e, contemporaneamente, venne accolto al seminario di teologia di Udine.

Non molti medici oggi, se non dopo aver raggiunto alcuni traguardi della propria carriera,  ammettono ciò che intimamente sperimentano: essersi accostati alla medicina e alla pratica clinica, anche, a volte soprattutto, per cercare una risposta ai grandi interrogativi sul senso del vivere, soffrire, morire.

La sua “vita a doppio binario”, come Fabbro stesso la definisce nell’introduzione, ne fa invece un ricercatore unico nell’orizzonte attuale, degno della massima attenzione e considerazione. Il rischio è quando uno studioso imbocchi una via a senso unico (troppo materialista o troppo spiritualista), perdendo di obbiettività e rigore scientifico – trovandosi a dire e fare di tutto per dimostrare le proprie tesi. In Franco Fabbro, mi pare, sia invece mantenuto un sano equilibrio tra le sue “due vite parallele”. E una onestà intellettuale nel renderci partecipi del suo percorso nel giungere a maturare simili interessi, studi e riflessioni.

«Non ho mai indagato – scrive Fabbro nelle note autobiografiche introduttive – che  cosa pensassero veramente i miei colleghi neurologi e neurofisiologi di queste mie ‘scorribande’ in ambiti considerati proibiti. Sospetto che allora, e forse anche oggi, provassero nei miei confronti dei sentimenti ambivalenti. Non si poteva dire che ero uno sprovveduto, perché ero in grado di pensare e realizzare ricerche scientifiche ‘standard’ (che stavano cioè all’interno del paradigma scientifico comunemente accettato e condiviso). D’altra parte manifestavo delle pericolose propensioni verso argomenti che venivano considerati con sospetto. Tuttavia l’interesse verso tematiche religiose e spirituali fino ad ora non si è mai manifestato in maniera troppo esplicita. La capacità di percorrere due vite parallele, tenendo a bada i miei interessi filosofici e spirituali, mi ha permesso di completare la mia carriera accademica».

Più che un libro, questo è un vero e proprio trattato, ricchissimo di riferimenti e adeguate illustrazioni scientifiche. Ed è ancora più intessate per la partecipazione appassionata all’argomento, oltre alla capacità di autoanalisi, di cui l’autore ci rende partecipi. Da tutto ciò, e anche dalle pubblicazioni precedenti, si comprende molto bene che Franco Fabbro (neurologo e ordinario di neuropsichiatria infantile all’Università di Udine) è senza dubbio uno dei più preparati e originali studiosi di queste tematiche.

Questo testo è destinato a diventare un classico della materia. Un volume che, una volta tanto, merita di essere tradotto e diffuso pure all’estero. L’unica pecca (tuttavia rimediabile in ulteriori edizioni) per un volume così denso e ricco di informazioni? Non disporre di un indice analitico.

Intervista a Franco Fabbro all’interno del programma “Le Storie”(Raitre, 2/12/2011) condotta da Corrado Augias.

Il volo del diavolo


Ho finito di leggere il libro di Simone Goldstein ed Anna Condorelli, due  psicoterapeuti che da anni si occupano di pazienti affetti da neoplasie e li aiutano ad affrontare il difficile percorso delle cure , notoriamente aggressive , che questi pazienti devono affrontare. Il loro intervento è basato sul ridare un senso alla relazione con se stessi e con la malattia evitando di farli manipolare dal terapeuta. Ho collaborato anni fa con Goldstein aprrezzandone l’ intelligenza ed il carisma del suo intervento e recentemente l’ho reincontrato in un convegno a Schio dove ho presentato il mio libro  Il cervello anarchico.

Il loro libro è una ristampa e la sua lettura mi ha messo in difficoltà proprio in relazione al mio comportamento di terapeuta che per anni ha affrontato la difficile tematica del tumore polmonare cercando di proteggere il malato dalla conoscenza della sua malattia e della sua prognosi infausta, quod vitam , aiutato in questo dai parenti che tenacemente si sono sempre opposti a chè il malato conoscesse la propria diagnosi. Proprio su questa manipolazione i due autori sono convinti , in base alla loro esperienza , che è molto meglio per il paziente conoscere la verità in quanto questa conoscenza consentirebbe di attivare quelle risorse e quella speranza che altrimenti non verrebbero  espresse. Il tema è assai complesso ed io rimango dell’ idea che di fronte ad una malattia mortale , a breve termine , sia difficile per il malato tollerarne la conoscenza anche se , in realtà , tutto il procedere terapautico e sintomatico sono da soli espressione di un percorso inequivocabile. Scrivono gli autori : come ben documentato dagli studi sull’effetto  “placebo”, in certe occasioni è una determinata modalità tecnica – comunicativa a fornire potenza e credibilità alla sostanza presentata come farmaco. L’impatto terapeutico , allora , viene prodotto dalla forma che assume la relazione , la quale , per essere efficace , deve assolutamente manifestarsi come espressione congrua di un sistema di convinzioni condivise tra i partecipanti. Queste convinzioni dicono più o meno così : ” quello che sta succedendo in questa interazione produce salute “.

La speranza , scrivono ancora gli autori , in sostanza è la rappresentazione di uno svolgimento positivo per se , futuro , che si alimenta della consapevolezza dei processi attuali e dell’ attenzione alle proprie risorse. Nella speranza non c’è una sottovalutazione del rischio , al contrario c’ è una grande considerazione di questo : la persona ammalata grave che manifesta speranza sa che può perdere la partita , ma non gioca a vincere in un senso solo , sa che questa è una delle possibilità , e non l’ unica. Al contrario di una persona che vive nell’ illusione, la persona che vive nella speranza , accetta la propria situazione e si rende disponile al cambiamento , a lasciare che l’esperienza scorra e che si modifichi , e a considerare le diverse manifestazioni dell’ esistenza come segnali che indichino la  strada  da seguire.           

 Una persona ammalata che non nutre speranza non ha accettato la condizione in cui si trova e ciò   la porta a perdere la gestione dei propri processi . Come può un individuo accettare la propria condizione se quello che fanno attorno a lui , dai familiari ai medici agli amici è tentare di togliergli la possibilità di farsi responsabile di sè , innanzitutto distorcendo la realtà attraverso una manipolazione macchinosa delle informazioni ? Come vedete cari amici  il ragionamento dei due autori non fa una piega ed io mi cospargo il capo di cenere per i miei 30 anni di manipolazioni a fin di bene vissuti con i miei malati nel desiderio di proteggerli dall’ angoscia di morte che inevitabilmente quel tipo di malattia induce.