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Processo alla memoria: il caso Gianni Golfera


Gianni Golfera è un mnemonista noto al grande pubblico, per le sue dimostrazioni di memorizzazione veloce, per i corsi che tiene in Italia e all’estero, per i servizi giornalistici e i libri usciti su di lui. E’ diventato molto noto prima dei trent’anni. A memoria, è il caso di dirlo, non vi sono precedenti nella storia italiana di personaggi divenuti così famosi grazie alle proprie performance di memoria. Ciò si verifica maggiormente all’estero, in particolare negli Stati Uniti, dove si svolgono anche gare tra i “campioni” di memoria. Gianni è un personaggio complesso, molto estroverso e compagnone, con i suoi momenti bui, in particolare dopo aver perduto tragicamente il padre Andrea, comandante di Canadair, quattro anni fa durante una eroica missione per contrastare i nefasti incendi estivi della nostra penisola. Ma è pure un romagnolo dall’indole reattiva, che non ama far pesare sul prossimo i propri problemi. In questi giorni si trova al centro di un attacco mediatico senza precedenti, anche se unilaterale, da far impallidire i più grandi ricercati internazionali dall’Fbi.

E’ singolare come dalla rubrica satirica tv Striscia, che accusava Gianni Golfera di aver barato con la memorizzazione delle carte nella trasmissione Il senso della vita condotta  da Bonolis, si sia poi passati a inferire che tutte le dimostrazioni di memorizzazione rapida di Gianni siano, in realtà, dei banali trucchi da apprendista prestigiatore. Da qui a sostenere che personaggi che gli hanno dato credito – tra cui Piero Angela e alcuni neuroscienziati che lo hanno studiato e visto all’opera – sono dei fessi tontoloni, il passo è stato breve. Chi lo afferma? Alcuni scialbi personaggi da basso avanspettacolo. E naturalmente i detrattori di Golfera presenti in Rete, a cui non par vero di poter immolare un giovane di successo sulla pira degli eretici.

E’ chiaro che attività cognitive superiori come la memoria possono essere simulate con trucchi e accorgimenti tecnologici (documentarsi nelle sessioni di esame, ad esempio). Così simile agli sfuggenti fenomeni Esp, da aver richiamato, in questo caso, pure l’attenzione del Cicap. Trovandosi nell’incomoda  posizione di dover sconfessare l’autorevole parere dello stesso ispiratore e padre fondatore del Cicap, Piero Angela, che ebbe ed intervistò Gianni a Superquark. Ma vale il solito discorso: la moneta falsa non dimostra che non esista quella vera.

Ebbene, Gianni penso agirà come reputa verso chi lo denigra così pesantemente. Ma la partita non si gioca con i mazzi di carte, i fonendoscopi o i cubi di Rubik. La questione è più estesa e complessa di quanto vogliano far apparire certi rozzi e meschini pressappochisti della “notizia”. Sono messe in dubbio le capacità ipermnesiche di Gianni. Sarebbe, secondo i detrattori, in realtà un tizio della stessa memoria di una Aplysia californica (il lumacone studiato a lungo dal premio Nobel Kandel). E come avrebbe avuto successo? Con i trucchi? Com’è che i suoi corsi hanno successo da 10 anni (Gianni ha iniziato a insegnare i suoi metodi di memoria a poco più di vent’anni)? Con l’abilità relazionale. Beh, perbacco, almeno la precoce intelligenza relazionale non gli viene negata!

Bene, sono colui che portò Gianni Golfera al San Raffaele di Milano, in prima battuta dal neuroscienziato Antonio Malgaroli. Malgaroli che avevo intervistato in passato sulle sue ricerche (la memoria del singolo neurone) e con cui ero in rapporti di amicizia, mi disse: “il caso di Gianni mi interessa, ma studio i singoli neuroni. Non credo Gianni sia d’accordo nel farsi prelevare neuroni dal cervello… Però mi piacerebbe far tenere una lezione a Golfera ai miei studenti di medicina, nel corso che sto tenendo sulla psicofisiologia della memoria, accompagnata da una dimostrazione delle sue capacità. E’ in grado di tenere una lezione?”. Lo era, e lo fece con successo. Parlò ovviamente delle tecniche di memorizzazione nella storia del pensiero umano e dei metodi da lui attualizzati, usati e insegnati.

L’aula era stracolma di studenti, ricercatori, curiosi. Fu un pomeriggio entusiasmante. Non solo. L’allora direttore dell’ufficio stampa del San Raffaele, Gabriele Bertipaglia, mi prospettò  l’idea di invitare pure qualche giornalista. Parlai al telefono con Piero Colaprico, scrittore e giornalista di Repubblica. Colaprico, uomo diretto e non facile agli entusiasmi, mi chiese: “è il caso che venga o è la solita bufala di quelli che memorizzano elenchi del telefono?”. Gli risposi che valeva la pena vederlo all’opera e poi giudicare. Lo fece, e il risultato fu un’intera pagina su Repubblica con richiamo in prima dal titolo “Gianni, il ragazzo dalla memoria d’oro“. Da lì partì il “caso Golfera”.

Venne in seguito studiato dal team del neurologo e neuroscienziato del San Raffaele Stefano Cappa, che affidò i test su Gianni alla neuropsicologa Paola Ortelli (abituata di solito a testare, rivelò con un sorriso, i deficit di memoria, in particolare nell’Alzheimer). Ricordo che il test visuo-spaziale di Corsi fu talmente entusiasmante (20 tragitti nel senso indicato dallo sperimentatore e altrettanti all’incontrario) che Paola Ortelli ebbe un evidente moto di sorpresa. “Lo può rifare?”, chiese a Gianni. “Certo, rispose, ma se vuole glielo faccio pure al contrario”. E lo fece. Elencò gli incroci tra i vari cubetti nel senso indicato dallo sperimentatore, e pure in senso inverso. Ortelli ne fu talmente colpita da chiamare Cappa al telefono: “professore, quando può venga a vedere una cosa interessante”. Arrivò. E Gianni ripetè l’esperimento in un senso e pure in quello inverso. Cappa, molto pacato, si limitò a commentare: “interessante, ma mi interessa ancor più sapere come riesce a farlo”. “Semplice – rispose Gianni – nella mia mente, quando memorizzo, non esiste il prima e il dopo, ma soltanto il durante. Posso far andare avanti e indietro questo film mentale, e pure fermarlo dove voglio”.

Lo studio di Cappa e collaboratori su Gianni, compresa pure  una risonanza magnetica al cervello di Gianni eseguita  dal neuroradiologo Giuseppe Scotti, portò alla pubblicazione di un lavoro sul Brain Research Bulletin (2004 Jul 15;63(6):439-42, “Increased periodic arousal fluctuations during non-REM sleep are associated to superior memory”). Cappa accolse inoltre l’invito a scrivere un  capitoletto finale nel primo libro che, col giornalista medico-scientifico Edoardo Rosati, pubblicammo sui metodi di memorizzazione di Gianni: La  memoria emotiva (Sperling & Kupfer). Il libro contiene inoltre testimonianze di studiosi che, secondo i detrattori di Gianni, sarebbero altrettanti “tontoloni”: Franco Cardini e Piergiorgio Odifreddi. Da lì altri neurologi, medici, psicologi, giornalisti italiani e stranieri (compresa una troupe di National Geographic, in cui venne tra l’altro intervistato Malgaroli), professionisti di ogni settore, compresi operatori della pubblica sicurezza, lo hanno visto all’opera e si sono avvalsi dei suoi metodi per allenare quella capacità naturale che la nostra epoca rischia di atrofizzare, delegandola ai mezzi digitali: la memoria. Tutti allocchi?

Nella Foto: Antonio Malgaroli e Gianni Golfera in uno degli scatti che feci durante la lezione universitaria al San Raffaele (3 aprile 2002). A ridosso della parte, Andrea Bianchi che riprese l’intera sessione con una telecamera.

News: Lunedì 30 maggio alle 11, sul “caso Golfera”,  si terrà una conferenza stampa (giornalisti accreditati) a Roma, all’Hotel Leonardo Da Vinci, Via dei Gracchi 324. Oltre ai giornalisti italiani e stranieri, sono stati invitati a partecipare sia Striscia che il Cicap. Info e accrediti:  Ufficio Stampa Dora Carapellese dc@doracarapellese.it

News: A questo link fb le video-testimonianze diffuse nel corso della conferenza stampa.

Una medicina biologica personalizzata


Provate a entrare sul sito Biomodulation e cercate di immaginare una medicina basata su iniezioni di neuropeptidi (sostanze analoghe alle endorfine) che agendo sull’ ipotalamo correggono le cattive informazioni che il nostro organismo ha ricevuto per emozioni negative… Sembra l’ultimo   capitolo del mio libro Il cervello anarchico in cui racconto del network fra sistema immunitario, sistema neuro endocrino e sistema nervoso centrale. Spiego come alcuni casi clinici riletti alla luce delle emozioni o dello stress subito dal soggetto vadano interpretati in modo  diverso e, come in sostanza, la medicina allopatica attenda solo il danno già avvenuto  per poi affrontarlo con aggressività agendo contro la logica del nostro organismo.

Prendiamo l’ esempio della artrite reumatoide , malatta autoimmune, trattata a botte di cortisone ed immunosoppressori,  la filosofia di questa nuova medicina  è  quella di agire con i neuropetidi, costruiti ad hoc, sull’ipotalamo,  per modificare le informazioni negative che hanno portato il sistema immunitario a disconoscere il tessuto articolare.

Sarà vero tutto ciò ? Ve lodirò al mio ritorno da Praga dove parteciperò ad un workshop su queste tematiche  di cui il guru è il dr. John de Sepibus Smith, professore emerito dell’Università di Oxford. Ne fattempo ho inserito in questo percorso terapeutico 4 pazienti di cui 3 con tumore pleuropolmonare ed uno ,  appunto , con artrite reumatoide. Vi racconterò su questo blog passo per passo l’andamento delle cure ed i risultati  ottenuti. Nell’attesa vi raccomando fate prevenzione camminando almeno 30 mnuti al giorno ed alimentandovi con frutta, verdura, legumi, cereali, pesce e poca carne. Non dimenticate però un buon bicchiere di vino rosso ricco di resveratrolo.

Kick-Ass, o del cinema violento


 

Ho visto in anteprima nazionale, all’Odeon di Milano, il controverso Kick-Ass di Matthew Vaughn, brevemente introdotto da Piera Detassis (“a noi è piaciuto molto”), direttore del mensile di cinema Ciak che, assieme alla Eagle Pictures, aveva organizzato l’evento.

Controverso per la violenza spettacolare, acrobatica, grandguignolesca, tarantinesca, che percorre tutto il film e soprattutto per il fatto che per la prima volta una bambina di undici anni è addestrata dal padre (un Nicolas Cage in parte) a resistere alle pallottole spiaccicate sul giubbotto antiproiettile (citazione da Gomorra) e a fare stragi. Con ogni tipo di armi. Alla bambina-ragazzina il babbo vendicativo (non diremo perché per non togliere la sorpresa della storia) non regala Barbie, ma coltelli filippini e pistole di vario calibro.

E lei, Hit Girl (la soprendente e vera protagonista del film, Chloë Moretz, volto e mento irregolari, smorfie  e faccia gommosa, mobilissima alla Jim Carrey), già con una ricca filmografia alle spalle, nonostante la giovanissima età. E’ pur vero che già da tempo Chloë, nelle occasioni pubbliche, viene presentata al mondo agghindata e seduttiva come una ragazza o donna fatta, fornendo non pochi elementi di perplessità morale, ampiamente giustificati in questo caso.

Psicologi, educatori, neuroeticisti, se lo vedranno, andranno a nozze con questo film irriverente, che si fa un baffo (quello che si incolla sulla faccia Nicolas Cage) del “politicamente corretto”. La bambina-ragazzina seduttiva, addestrata alla vendetta e alla violenza, anche se per giusta causa. Una sorta di David in gonnella che sconfigge il Golia del male contemporaneo, incarnato da brutti e rozzi ceffi, anche in giacca e cravatta, di ogni risma, dediti al delitto e al crimine efferato. Il sentimento liberatorio, catartico, che non si può fare a meno di provare, nel parteggiare per i ragazzi che sconfiggono i cattivi, il male, la crudeltà, che infestano le nostre vite e le nostre città, assieme alle paure e alle angosce che percorrono le nostre membra.

 Ragazzi, più un adulto (un simil-batman, Big Daddy-Nicolas Cage), malamente mascherati da supereroi dei fumetti, ma che tali non sono, e dunque subiscono aggressioni e traumi devastanti come qualsiasi mortale. Perciò ci identifichiamo e parteggiamo per loro, dall’inizio alla fine. E tutti quelli che, la maggior parte di noi, guardano dalla finestra, o addirittura filmano col cellulare la violenza, senza muovere un dito per prestare aiuto al malcapitato di turno. All’esortazione “chiama una pattuglia della polizia”, un gruppo di ragazzi preferisce attivare la videocamera del palmare per riprendere l’aggressione e postarla sul social network, piuttosto che usarlo per chiamare le forze dell’ordine. C’è gran parte della nostra vita attuale, e virtuale, in questo film. Il rapporto che abbiamo con gli altri, ad esempio, mediato e filtrato, da questo mezzo: il web.

 E’ un bel film, pieno di sorprese, citazioni intelligenti da altri film, ci si diverte ed emoziona molto, colonna sonora energetica e trascinante, e non c’è un attimo di noia dall’inizio alla fine. Una storia con elementi risaputi (lotta tra bene e male, una mafia newyorkese potente e ridicola, poliziotti buoni e poliziotti corrotti, cattivi veramente crudeli e truci), ma costruita alla perfezione, con qualche lievissimo e perdonabile cedimento. Ulteriore dimostrazione che, con gli stessi elementi narrativi, si possono costruire infinite storie. Dipende da chi combina gli elementi e dalla genialità nel trarne qualcosa di completamente rinnovato. Fotografia entusiasmante, personaggi con facce e tipologia antropologica scelti con minuzia scientifica. Farà discutere anche da noi, come è avvenuto Oltreoceano e come sta accadendo da tempo in Rete. E avrà molti fan tra i giovani, anche da noi. E nel fatidico 2012, uscirà pure il seguito.

E se alla fine vi chiedete perché il cervello è attratto da simili cose, riflettete un attimo sull’ultima volta che vi siete fermati a curiosare gli effetti di un incidente stradale, o quando quei due si sono azzuffati e insultati in luogo pubblico, con un capannello di gente intorno. O magari sul successo televisivo e voyeuristico del parlare fino all’ossessione di crimini irrisolti.

Hereafter. Sulla morte e il dopo


Viviamo nell’era del corpo. Cosa non si farebbe per il corpo. Per mantenerlo sano. Efficiente. Tonico. Scattante. Eternamente bello e giovane. Se è il caso, ricorrendo pure a qualche sortilegio. Del tipo di quello immaginato da Oscar Wilde nel suo profetico Ritratto di Dorian Gray. Ma prima o poi lo dobbiamo lasciare. Anche se rimuoviamo costantemente il pensiero della morte. Anche se ci confrontiamo con la tetra regina del mondo solo in occasione della perdita di qualcuno che ci è caro. Così è, almeno il Occidente. Tutti votati alla materia, al profitto e alla competizione.

Andate a vedere Hereafter. E’ un film straordinario. Meglio di un trattato sulla psicologia della perdita, del distacco e del lutto (ma due riferimenti bibliografici vanno comunque suggeriti: Attaccamento e perdita dello psichiatra e psicoanalista inglese John Bowlby e L’esperienza del distacco della psicologa junghiana Verena Kast). La sceneggiatura – avvincente, incalzante, mai pedante nonostante la tematica, a tratti persino lieve e divertente – è di Peter Morgan (autore tra l’altro di una serie di storie per altrettanti film di notevole presa: L’ultimo Re di Scozia, Frost/Nixon, Il maledetto United, I due presidenti e, per la tv, Longford).

Il film affronta le controversie riguardo la perdita, il lutto e il dopo vita, passando in rassegna i dubbi di ognuno, i soggetti, più fasulli che autentici, che si dicono in grado di creare un contatto, dietro compenso, con le entità dei trapassati. E, ancora, le visioni di coloro che si dicono “andati e tornati” nell’altra dimesione. Testimonianze che iniziarono ad essere divulgate, al di fuori dell’ambiente scientifico, verso la fine degli anni Settanta, in particolare con il libro La vita oltre la vita del medico e filosofo statunitense Raymond Moody (13 milioni di copie in tutto il mondo, segno di una esigenza psicologica di risposte non solo religiose alla questione del dopo vita).

Nel capolavoro di Clint Eastwood, vengono tra l’altro accennati riferimenti a personaggi come la psichiatra e psicotanatologa Elisabeth Kübler Ross (un volume su tutti La morte e il morire, in cui traccia e descrive, per la prima volta, le cinque fasi psicologiche attraverso cui transita il malato terminale). Elisabeth Kübler Ross nella seconda parte della sua vita professionale e di ricerca si è professata decisamente pro “aldilà”, supportando le sue convinzioni con gli studi sulle esperienze “pre-mortali” o in “prossimità della morte” (NDE, near-death experiences).

Cosa accade dunque alla nostra mente, alla nostra coscienza dopo la morte del cervello? “Si spegne tutto, come spegnere la luce, e fine. Il buio totale, il vuoto totale”, dice un personaggio del film. Oppure?

Perché abbiamo un tale terrore della morte? Nostra, e dei nostri cari? Quell’angoscia di morte che poi è alla base di molti disturbi mentali, gli attacchi di panico in primo luogo. Clint Eastwood ce ne mostra il lato straziante. La morte improvvisa, incidentale, inaspettata. E il trauma che ne segue. Il vuoto che rimane. Ce ne mostra lo sgomento e le lacrime silenziose. Quel sordo dolore che prende il petto e lacera la mente e le carni. Ci mostra la ricerca che alcuni attuano, non attraverso la fede, ma passando per i mille imbroglioni “psichici” a pagamento. Dai circoli spiritici,  ai falsi medium, alle presunte voci dall’aldilà. Nella disperata speranza di ristabilire un qualsiasi contatto, anche illusorio, con l’affetto perduto. Una carrellata che, in modo più grottesco, ci aveva già mostrato Federico Fellini, grande esperto di tematiche paranormali e amico del sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol.

E poi, sempre in Hereafter, una splendida figura di sensitivo suo malgrado, recalcitrante, molto verosimile, anche nelle sue percezioni e visioni extrasensoriali, interpretata da Matt Damon. L’idea che percorre il film è che un cervello vittima di traumi o alterazioni, sia in qualche caso in grado di sintonizzarsi su altre realtà, non comunemente percepibili da nostri sensi ordinari.

Ciò è testimoniato nella storia delle credenze e del pensiero umano. Nelle pratiche di alterazione della coscienza, attraverso la trance, con o senza uso di sostanze psicotrope. E, nell’ultimo secolo, dagli studi  senza speranza intrapresi dallo spiritismo, dalla ricerca psichica e, infine, dalla parapsicologia. Studi che non hanno portato a certezze gobalmente condivisibili – e come potrebbe essere altrimenti? Tutto in definitiva avviene, sempre e comunque, “hereafter”. Nell’aldiqua, appunto. Quando il bambino chiede dove vadano le entità dopo che è stato stabilito un contatto con esse, il sensitivo risponde di non saperlo. “Ma come, hai fatto tante sedute e ancora non lo sai?”. “No, non lo so”. E il mistero rimane. E ognuno resta con l’alternarsi delle proprie credenze, dubbi, speranze, negazioni, sofferenze.

“A gran parte di noi ripugna pensare alla propria morte. Passiamo la maggior parte della vita ad accumulare beni o a fare innumerevoli progetti, come se dovessimo vivere all’infinito” (Dalai Lama).

Il nostro tempo nega semplicemente la morte, e con ciò la base ideologica dell’esistenza. Anziché percepire la morte, la sofferenza, il dolore come le spinte più forti della vita, come la base della sovranità umana, l’individuo è portato o costretto a rimuovere il sentimento della morte come uno ‘scandalo’. Qui sta la causa dell’appiattimento di quasi ogni altra esperienza, dell’inquietudine che pervade oggi tutta l’esistenza” (Erich Fromm).

Grande notizia per i fumatori


Cari fumatori da 10 anni, ai miei pazienti, fumatori da oltre 30 anni, di 20 sigarette al giorno io chiedo annualmente la Tac del torace senza mezzo di contrasto ed in questi anni ho potuto letteralmente salvare la vita ad oltre 10 fumatori a cui ho diagnosticato assieme al mio amico radiologo Claudio Bonfioli un tumore polmonare sempre di dimensioni inferiori ai 2 cm.  e quindi guaribile con un intervento limitato.

Purtroppo gli screening  su questo argomento in corso  in tutto il mondo non sembravano convalidare questo mio ottimismo ed anzi avanzavano preoccupazioni sull’eccesso di falsi positivi o altro. FINALMENTE IL NCI (National Cancer Institute) ha pubblicato i risultati definitivi su oltre 53.000 fumatori seguiti per 8 anni dimostrando una riduzione della mortalità del 20% superiore addirittura ai risultati  ottenuti con lo screening sul cancro della mammella a conferma di ciò che io e Bonfioli ritenevamo essere lapalissiano!

E QUINDI CARI FUMATORI  SE AVETE  SULLE  SPALLE  OLTRE  30 ANNI  DI  FUMO CON 20 SIGARETTE AL GIORNO O L’EQUIVALENTE (20 anni con 30 sigarette al giorno o 40 anni con 15….). FATEVI  SUBITO UNA TAC A SPIRALE  E  SE IL VOSTRO MEDICO NON VE LA VUOLE PRESCRIVERE  CON  LA  ASL  PER MOTIVI DI BUDGET FATEVELA PRESCRIVERE PRIVATAMENTE  MAGARI  RISPARMIANDO  SUI  SOLDI  DELLE  SIGARETTE.

Per rinforzare la memoria


Pochi giorni fa ho avuto un piacevole colloquio con il prof. Luca Imeri, neuroimmunologo ed allievo del prof. Mauro Mancia, che da anni studia la relazione fra sonno e sitema immunitario e già in questo blog avevo spiegato dell’importanza di un buon sonno ristoratore come attivatore delle nostre difese  biologiche dalle infezioni. Una ulteriore intrigante novità è invece quella che se noi studiamo qualcosa a memoria o impariamo una certa tecnica sportiva e prima di addormentarci la ripassiamo nella nostra mente il ricordo si rinforza dormendoci sopra. Semplice no? Vi farò sapere fra qualche settimana se con questa tecnica avrò migliorato le mie performance golfistiche.