• gennaio: 2026
    L M M G V S D
     1234
    567891011
    12131415161718
    19202122232425
    262728293031  
  • Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

    Unisciti a 874 altri iscritti
  • Statistiche del Blog

    • 670.758 hits
  • Traduci

Come e quanto è stato visto Neurobioblog nel 2014


I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 24.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 9 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Alfred Binet, l’illusionismo e il cinema


Webdocumentaire Alfred Binet-page-001Alfred Binet (1857–1911) è stato un vero genio della psicologia scientifica. Allievo di Jean-Martin Charcot alla Salpêtrière, inventò i test d’intelligenza. Fu un precursore in molti campi e praticamente si interessò, anche con esperimenti originali, di parecchi degli attuali settori di indagine della psicologia e delle neuroscienze: ipnosi, memoria, false memorie, apprendimento, emozioni, coscienza normale e alterata, aspetti psicologici del cinema e della fotografia, inganno e illusione. Questi ultimi campi di ricerca, ingaggiando e studiando, tra l’altro, cinque maghi tra i migliori di Francia dei suoi tempi. Figlio di un medico e di una artista, ereditò e mise a frutto la genetica familiare in un miscuglio originale di creatività e scienza.

Praticamente misconosciuto in Italia (non esiste una sola biografia su di lui), pur potendolo considerare anche un pochino italiano: nasce infatti a Nizza quando faceva ancora parte del Regno di Sardegna con il nome di Alfredo Binetti. Per chi volesse colmare la lacuna, ecco un ottimo e recente webdocumentario francese dal titolo Alfred Binet. Naissance de la psychologie scientifique. Ideato e scritto da Alexander Klein e Philip Thomine (che è anche il regista), sotto la direzione scientifica di Bernard Andrieu, questo webdocumentario ripercorre la vita e l’opera dello psicologo francese attraverso documenti d’archivio e interventi di specialisti di storia della psicologia e della pedagogia.

Unicamente umano: commento a Giorgio Vallortigara


TomaselloCon il titolo “Prima si coopera, poi si parla” il professore di neuroscienze dell’Università di Trento Giorgio Vallortigara ha recensito su Domenica24 il libro dell’antropologo evolutivo Michael Tomasello intitolato Unicamente umano. Storia naturale del pensiero (il Mulino). Io stesso nelle mie conferenze spiegavo, avendolo ripetutamente letto, che ciò che ci differenzia dalle scimmie è lo sviluppo dei lobi frontali, detti anche lobi culturali.

Secondo ciò che fino ad ora sembrava evidente  lo sviluppo dei lobi frontali e di conseguenza della nostra cultura andava attribuito al linguaggio essendo in fondo il pensiero costruito su questa nostra  capacità. Recentemente,  inoltre, a convalida di queste interpretazioni è stato dimostrato che il linguaggio è naturale conseguenza della nostra gestualità. Fino ad oggi, riferisce Vallortigara, l’individuazione di qualcosa che rende unico il nostro sistema nervoso rispetto a quello degli altri animali è risultato  difficile.Varie ipotesi si sono succedute, in particolare che i nostri due emisferi avrebbero una asimmetria di funzioni con le due parti intente  a svolgere compiti differenti, come molto bene aveva spiegato negli anni ’80 Elkhomon Goldberg nel suo libro L’anima del cervello (Utet).

In realtà l’asimmetria di funzioni è stata dimostrata anche in alcuni animali ed è presente addirittura in un nematode vermiforme, lungo 1 mm e dotato di solo 300 neuroni. L’idea poi che i lobi frontali siano evoluti a dismisura è stata recentemente fatta a pezzi da ricercatori come Robert Barton dell’Università di Durham. In sostanza le dimensioni del nostro cervello sono coerenti con quelle di un primate della nostra grandezza! Povero sapiens, che brutta notizia da digerire. Qualche anno fa, venne dato grande valore alla scoperta,  rivalorizzata, che fossero i neuroni  scoperti da  Von Economo (1929),  cellule nervose di tipo fusiforme, il vero movente del nostro essere sapienti. In realtà questi neuroni, oltre a essere presenti nelle grandi scimmie, sono stati trovati anche nelle balene, negli elefanti  ed addirittura negli ippopotami pigmei, oltre che nelle piccole scimmie. Insomma, cosa allora ci distingue dagli animali e cosa in particolare ci ha fatto evolvere ? La risposta di Tomasello (condirettore dell’Istituto MaxPlanck per l’antropologia evoluzionistica di Lipsia ) è semplice: nell’homo sapiens è “l’intenzionalità condivisa” il motore evoluzionistico.

A differenza degli scimpanzè,  che in una serie di esperimenti hanno dimostrato di sapere leggere la mente dell’altro, e cioè il comportamento di colui che hanno di fronte, nell’umano avviene un meccanismo di intenzionalità condivisa, in altri termini di cooperazione opportunistica. La cognizione sociale dei primati  non umani si è evoluta fondamentalmente nel contesto della competizione per le risorse del gruppo (cibo, partner  sessuali, ecc). L’idea di Tomasello è che gli esseri umani posseggano  una forma di pensiero unica, l’intenzionalità condivisa, che sarebbe sorta in relazione ad adattamenti volti a risolvere problemi di coordinamento  sociale, che emergono quando gli individui cercano di collaborare con gli altri anziché competere.

La complessità delle capacità cognitive degli esseri umani potrebbe essereil risultato della complessità della loro vita di relazione. In tal caso, scrive Vallortigara, lo scenario evolutivo dovrebbe implicare la selezione delle capacità cognitive in qualche altro dominio e la sua successiva estensione nell’ambito dei problemi sociali. A conferma di ciò il fatto che i bambini di età prescolare sono nettamente più evoluti delle scimmie nella soluzione  di problemi che riguardano la sfera sociale mentre sono sovrapponibili alle scimmie nella risoluzione di problemi fisici. E’ plausibile perciò, secondo  Tomasello,  che pressioni ecologiche, quali il venir meno della necessità di procurarsi il cibo individualmente e la concorrenza esercitata da altri gruppi, abbiano agito sullo sviluppo delle relazioni sociali di Homo sapiens favorendo l’evoluzione di modi di vivere fondamentalmente più cooperativi (accudimento dei piccoli, raccolta del cibo, difesa cooperativa del gruppo, forme cooperative di insegnamento e comunicazione) che richiedevano abilità cognitive fondate sull’intenzionalità congiunta .

Il linguaggio quindi, scrive ancora nella sua recensione Vallortigara, pure molto importante, sarebbe entrato in gioco successivamente   grazie agli adattamenti preesistenti per l’intenzionalità congiunta. Sarebbero  pertanto questi  presupposti dell’ interazione sociale e della  intenzionalità condivisa  ad avere  favorito processi che hanno successivamente reso possibili  linguaggio, scrittura e cultura. Insomma, se  questa ipotesi fosse fondata, non ci sarebbero sostanziali differenze dal punto di vista evolutivo fra il cervello umano e quello delle  scimmie o degli  ominidi che ci hanno preceduto ma, sulle comuni basi anatomico  funzionali, l’evoluzione del sapiens sarebbe da ascrivere semplicemente ad una maggiore capacità collaborativa in fondo innescata da un logico opportunismo  per una migliore sopravvivenza della specie.

In fondo, se questa ipotesi venisse confermata, e  l’autorevolezza di Tomasello la rende molto veritiera, ancora minore sarebbe, dal punto di vista evolutivo, il balzo in avanti dell’homo sapiens rispetto agli altri animali, e forse dovremmo guardare con maggiore rispetto alcune specie animali. Come ad esempio gli elefanti, la cui capacità di aggregazione, rispetto  individuale, amore per i piccoli, dignità nell’affrontare la morte, lutto per i defunti, è sicuramente maggiore di quanto faccia l’Homo sapiens.

Vedi anche: 

A che gioco giochiamo noi primati. Intervista a Dario Maestripieri

Archeologia della mente: intervista a Jaak Panksepp

Enzo Soresi: “Come sono giunto ad occuparmi di Pnei e fisiologia delle emozioni”


SoresiEnzoDal 1968 al 1998, per 30 anni, presso la Divisione di pneumologia dell’ospedale Ca’ Granda di Niguarda mi sono impegnato nella diagnosi e nella terapia dei tumori polmonari. In particolare, uno di questi, noto come microcitoma o Small Cell  Lung Cancer, di struttura neuroendocrina, sembrava essere negli anni ’70 un tumore guaribile con la chemio e radio terapia. Purtroppo,  proprio le caratteristiche neuroendocrine che rendevano questo tipo di tumore  molto sensibile alle terapie, nello stesso tempo, ne favorivano la diffusione metastatica ed alla fine era sempre il tumore a vincere la sua battaglia. Dimessomi dall’Ospedale nel ’98,  fu proprio la riflessione su questo tipo di tumore e sulla sua struttura  neuroendocrina a stimolarmi  a scrivere un particolare libro dal titolo Il cervello anarchico edito dalla Utet nel 2005 e giunto oggi alla quarta  ristampa con De Agostini. In questo libro sviluppo la relazione fra sistema neuroendocrino, sistema immunitario e strutture mesolimbiche del cervello cioè le strutture emozionali. Su queste basi è nata, negli Stati Uniti, negli anni ’60, una nuova scienza definita Pnei (Psico Neuro Endocrino Immunologia) di cui il vero  fondatore può essere considerato l’immunologo Edwin Blalock.

Si deve infatti a questo scienziato, fra le tante scoperte, quella che i globuli bianchi linfociti, quando producono anticorpi contro un determinato antigene (blastizzazione) liberano nel sangue, nel contempo, tutti  gli ormoni ipofisari.  Nel mio libro racconto numerosi casi clinici spiegando come l’effetto placebo e l’effetto nocebo siano strettamente correlati  allo stato emozionale del’individuo e quindi come  anche le malattie possano essere  collegate all’assetto psichico del soggetto come peraltro già il filosofo Antifonte  aveva ipotizzato circa 300 anni prima di Cristo lasciando questa massima : “è  il cervello che dirige il corpo verso la salute o  le malattie così come verso tutto il resto”.

La Pnei chiarisce molto bene  il rapporto fra stress e sistema immunitario ed ha consentito di mettere in rilievo il contributo dello stress nell’abbattimento delle difese immunitarie dell’organismo e quindi nell’instaurarsi di condizioni di maggiore vulnerabilità  con un aumento della probabilità di sviluppare malattie anche gravi (1).  La fisiologia dello stress implica l’attivazione dell’asse ipotalamo –ipofisi-surrene che, a sua volta, aumenta la produzione di neurotrasmettitori e ormoni quali adrenalina, noradrenalina e cortisolo.  Le cellule immunitarie, di conseguenza, possono essere marcatamente alterate dall’esposizione cronica allo stress attraverso la eccessiva stimolazione dei  recettori di membrana per i glicocorticoidi.

Nel 2010, dopo la lettura di un libro di una psicanalista di Oxford, Sue Gerhardt,  dal titolo Perché dobbiamo amare i bambini  (Raffaello Cortina), ho organizzato un convegno in cui vari esperti hanno spiegato ciò che questa collega aveva intuito e cioè che il disagio psichico dei bambini, già nei primi anni di vita, vada correlato alla costruzione del cervello che avviene negli ultimi sei mesi di vita fetale e nei primi due anni di vita neonatale. In questa  periodo  si costruiscono oltre ai programmi motori  anche i programmi emozionali, in modo interattivo con l’ambiente, ed è per questo motivo  che la malattia psicosomatica, come da sempre sostenuto dagli psicoanalisti, ha le radici  biologiche in questa fase neonatale.

Sulla base di questi concetti nel 2012 con la collaborazione di due giornalisti scientifici, Pierangelo Garzia ed Edoardo Rosati, abbiamo pubblicato un libro dal titolo Guarire con la nuova medicina integrata (Sperling & Kupfer) in cui si spiega, in particolare in oncologia, l’importanza di  sfruttare le medicine complementari per meglio sostenere l’impatto con la tossicità delle terapie antitumorali  e l’importanza dell’assetto psichico nel sapere affrontare con la adeguata  “resilienza” l’impatto con PNEI_OKla malattia. La resilienza è chiaramente collegata alla costruzione del cervello dei primi anni di vita ma la si può comunque ottimizzare con il supporto di tutti coloro che stanno vicino al malato con affetto e abnegazione. La resilienza in sostanza è la capacità di tollerare uno stress protratto senza che l’equilibrio biologico venga alterato in modo irreversibile. L’influenza che emozioni e credenze consolidate sul proprio sé e nel rapporto con il mondo possono esercitare nella reazione alla malattia , determinano effetti misurabili sulla capacità del corpo di guarire, diminuendo le probabilità di recidiva rafforzando il sistema immunitario nei confronti dei processi cancerogeni (2).

1. Biondi M. Psiconeuroimmunologia , in Pancheri P. , Cassano G. Trattato italiano di psichiatria, Masson, Milano ,1992

2. Faretta E. Trauma e malattia. L’EMDR in psiconcologia,  Mimesis

Gli specchi, la psiche e l’inconscio


IoSpecchioUn bell’articolo di Giovanni B. Caputo, ricercatore del DIPSUM (Dipartimento Scienze dell’Uomo), Università Urbino, sull’influenza che da sempre lo specchio ha sulla psiche e sull’inconscio. Con una attenzione a come Jung ha trattato il tema dello specchio nel suo Psicologia e Alchimia.

Caputo si sta dedicando da tempo agli aspetti percettivi e psicologici di come vediamo noi stessi riflessi (e non a caso “riflettere” vale tanto per la nostra immagine specchiata, quanto per il pensare su noi stessi), proponendo indagini sperimentali in condizioni particolari di illuminazione e riflesso di sé nello specchio. Come dice Caputo “gli specchi sono stati studiati dalla psicologia cognitiva per comprendere l’auto-riconoscimento, l’auto-identità, e la coscienza di sé. Inoltre, la rilevanza degli specchi nella spiritualità, nella magia e nell’arte, suggeriscono che gli specchi possono essere simboli di contenuti inconsci”.

In questo lavoro, ad esempio, ipotizza che il riflesso di sé in condizioni di luce bassa, potrebbe consentire l’emergere e l’integrazione di contenuti inconsci. Metodica che richiama, se vogliamo, l’uso magico e divinatorio dello specchio e delle superfici riflettenti presso maghi e veggenti dei secoli passati. Che quasi sempre utilizzavano tali mezzi divinatori e di veggenza nella semioscurità, o alla luce tremolante e fioca di una candela. Tipo Nostradamus e la sua ciotola d’acqua per profetizzare il futuro.

Caputo, Giovanni B., Archetypal-Imaging and Mirror-Gazing, Behavioral Sciences (2076-328X);Mar2014, Vol. 4 Issue 1, 1-13.

Dynamo, il ragazzo che volle farsi mago. Motivazioni psicologiche della magia


DynamoCosa spinge una persona, fin da bambino, a intraprendere un percorso artistico? La psicoanalisi delle scelte professionali, delle attitudini, mi diceva Emilio Servadio, uno dei padri della psicoanalisi italiana, è apparentemente una delle più facili da concettualizzare in termini banali. Ma complessa se ci si spinge un po’ più a fondo nelle vite e nei percorsi delle persone. Sappiamo ad esempio che il pensiero magico è un percorso nella costruzione della nostra modalità di pensiero. Che non ci abbandona mai del tutto. Che in certi individui è maggiormente presente e operante più che in altri. Che può avere derive preoccupanti e parapataologiche, o francamente disturbate o devianti. Ma il pensiero magico, può anche essere la base creativa su cui impostare il proprio percorso e successo artistico. Lo può essere per professionisti delle arti visive. Per i registi. Gli scrittori. Per i poeti e i musicisti. E a maggior ragione per i maghi, per gli illusionisti. E a chi si rivolge il mago, l’illusionista? Non lo fa forse verso un pubblico che ha conservato dentro di sé una traccia di quel pensiero magico infantile? Di quella capacità di sorprendersi, stupirsi, emozionarsi di fronte a qualcosa di insolito? Uno psicoanalista come lo psichiatra  americano Bernard C. Meyer ha tra l’altro tentato di interpretare, con gli strumenti freudiani, la vita e le gesta del mago più famoso della storia (non il “più grande”, per i professionisti del settore): Harry Houdini, al secolo Ehrich Weisz, al quale dedicò un suo saggio biografico (Houdini. Una mente in catene) Ho visto Dynamo, al secolo Steven Frayne. L’ho visto in occasione dell’intervista che gli ha fatto Fabio Fazio negli studi Rai di via Mecenate a Milano, per la puntata di “Che tempo che fa” che andrà in onda stasera su RaiTre. Avevo letto la sua autobiografia Dynamo. Niente è impossibile, uscita l’anno passato da Vallardi. Ho visto le sue “magie impossibili” in tv e in rete. Visto anche i filmati di coloro che smontando, spiegano e dissacrano i trucchi scenici di questo mago britannico, classe 1982, originario di Bradford.

Steven è ancora oggi un giovane uomo magro, gracilino (“peso 65 chili”), affetto fin dalla nascita da una grave forma del morbo di Crohn. Cresciuto nel quartiere popolare di Delph Hill, il padre spesso in galera e lui vittima dei bulli. “Mi gettavano nei cassonetti della spazzatura, oppure in una specie di diga, e io non sapevo nuotare. Ho sempre sognato di poter camminare sulle acque, e l’ho fatto sul Tamigi..”. Steven, il ragazzo che volle farsi Dynamo, è un esempio vivente di resilienza. Questo mi interessa. Uno che avrebbe potuto diventare uno sbandato, un depresso, un soggetto da cure psicologico-psichiatriche. Invece si è riscattato grazie alla creatività, all’illusionismo, alla magia. E che la sua autobiografia, scritta poco più che trentenne, abbia come sottotitolo “niente è impossibile”, la dice lunga per uno psicologo e per uno psicoanalista. Pensando a un ragazzo che ha avuto una serie di traumi e di difficoltà, familiari, personali e di salute, non di poco conto. E’ bravo in quella che viene chiamata close-up o micromagia, con le carte, e lo si vedrà domani da Fazio. E’ spiritoso, simpatico. Coinvolgente. Viene criticato dai maghi classici perché, dicono, usa trucchi cinematografici e pubblico finto. Anche qui, come per Houdini, al contrario di come lo presenterà Fabio Fazio, non è “il più grande mago al mondo”, ma uno dei più noti. Per la grande capacità di utilizzare, oltre alla tv, i nuovi mezzi di comunicazione (Youtube e i social, soprattutto), di avvalersi un un gruppo di collaboratori, tra cui altri maghi, con i quali inventarsi continuamente nuovi trucchi e nuove performance di grande impatto mediatico. Un po’ come le botteghe degli artisti consociati di secoli addietro, dove nascevano e si sviluppavano talenti alla luce dei maestri. Che poi, nel caso della “bottega artistica di Dynamo”, siano grandi trucchi derivati anche dalla costruzione di effetti speciali, ispirati al cinema, come la sua “levitazione” sul grattacielo più alto di Londra, lo Shard London Bridge, tutto ciò comunque accresce la sua popolarità, se non la sua fama. In un’era in cui, più sei visto, più sei cliccato, e più hai successo. Vero o falso sia quanto fai.

Intervistato da Fazio, che prende la questione delle critiche ai suoi trucchi un po’ alla larga per non irritare l’ospite venerato, Dynamo risponde da uomo di spettacolo che ormai ha ampiamente superato questo genere di affronti (figurasi, l’aveva già fatto con i bulli di strada): “Il pubblico si divide in due categorie: quelli che si godono lo spettacolo e quelli che sono sempre pronti a scovare i miei trucchi. A me vanno bene anche questi: parlano comunque di me e vengono a vedere i miei spettacoli…”. Ma la magia è, anche se dichiarato e spettacolare, un grande inganno. Esiste un limite al grande inganno? Esiste un’etica dell’inganno? Una morale del trucco? Maghi del presente e del passato – come Giordano Bruno, Cagliostro, Mesmer, Rol – hanno spesso suscitato grande ammirazione, ma pure grandi invidie, critiche, dissacrazioni.

E’ il destino del grande mago: osannato da una parte, immolato dall’altra. E ci sarebbe pure da che riflettere, ragionare, sul fatto che gli illusionisti di oggi, complessivamente preferiscano chiamarsi “maghi”. Non interrompendo alla fine quella linea temporale – e non ne fanno mistero, anzi ne parlano diffusamente nelle loro storie dell’illusionismo – che li riconduce agli sciamani, maghi, alchimisti, magnetizzatori, ipnotisti, medium e sensitivi del passato. Una linea temporale che risale la notte dei tempi, che percorre tutto quel pensiero magico che fa parte della nostra natura di umani. Di ogni tempo e di ogni paese. Che ci consente ancora di provare, ogni tanto, un benefico senso della meraviglia. Se non altro. C’è una filosofia per tutto, ma ne manca una dell’illusionismo. Forse sarebbe il momento di inventarla. E casi come quello di Dynamo, invogliano a farlo. Intanto si stanno facendo strada la psicologia e le neuroscienze dell’illusionismo e della magia.
Vedi anche: