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Il mago con una mano sola


L’uso abile, sapiente, allenato delle mani e l’arte della misdirection (deviazione dell’attenzione, depistaggio) sono due fulcri della magia. Ma sarebbe possibile creare numeri magici, suggestioni, stupore con una sola mano? Qualcuno c’è riuscito. Ad esempio il mago argentino Héctor René Lavandera, nome d’arte René Lavand, aveva perso la mano destra in un incidente stradale all’età di nove anni ma, nonostante ciò, divenne un fenomeno nella magia ravvicinata (close-up magic). Provate a vedere qualche suo numero su YouTube e ve ne renderete conto. Esempio sublime di come con la volontà, lo studio, l’allenamento, la perseveranza e, ovviamente, un poco di talento, l’arte magica non è preclusa neppure in caso di deficit fisici.

Il mago contemporaneo che sta emulando l’arte di Lavand con una sola mano è l’americano di Los Angeles Chris Canfield. Quello che ha provocato l’assenza della mano destra di Canfield è una causa congenita, ma la particolarità della sua vita è che suo padre era un mago e, come racconta, “sono davvero cresciuto senza conoscere un mondo senza magia”. Il padre di Canfield si esercitava e sfoggiava trucchi con le carte e con le monete davanti a suo figlio. Arrivava a casa con attrezzature magiche che il giovane poteva usare e lo portò persino a vedere David Copperfield quando Canfield aveva nove anni.

Tutto ciò ha contribuito indirizzare la creatività e a sviluppare in Canfield la passione per l’arte magica nonostante la sua menomazione. Oltre che mago professionista Canfield è anche un dirigente di TraitWare, una piattaforma di semplificazione e sicurezza dell’autenticazione progettata per verificare l’identità dell’utente senza password.

Infine, venerdì scorso Canfield si è esibito con successo al “Penn and Teller: Fool Us”, un programma televisivo competitivo andato in onda per la prima volta nel 2011 sul network statunitense CW con i maghi Penn Jillette e Raymond Teller, programma che offre ai maghi la possibilità di esibirsi e ingannare il duo di fama mondiale. Se Penn e Teller non riescono a capire come funziona un trucco (essere mago, pure mondiale, non ti mette in condizione di capire al volo tutti i trucchi, specie quelli di nuova creazione), il mago dietro quel trucco vince un trofeo Fool Us e altri premi.

Alla ricerca delle radici umane perdute: il Nobel per la Medicina a Svante Pääbo


Paleogenomica. La nuova, affascinante scienza che non si limita a reperire e descrivere morfologicamente i reperti ossei del nostro antenati, ma ne ricostruisce la storia evolutiva, in particolare dall’analisi del DNA mitocondriale. E il pioniere assoluto di questa disciplina è lo svedese Svante Pääbo a cui è stato assegnato il premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina di quest’anno. Vincitore totale, unico, a differenza di anni precedenti il cui il più ambito premio per la carriera scientifica era diviso tra più vincitori.

Pääbo è descritto come una mente geniale, un entusiasta e un grande motivatore per chi lavora con lui. Se volete avere percezione di queste sue qualità, vi consiglio la lettura di L’uomo di Neanderthal. Alla ricerca dei genomi perduti (Einaudi). Ma cosa c’entra la paleogenomica con la medicina? C’entra eccome, conoscere la storia evolutiva di noi umani, sotto il profilo biologico, del nostro DNA antico, serve a capire non soltanto da dove arriviamo, ma anche da dove hanno avuto origine le patologie sotto il profilo genetico. E, perché no, in futuro tutto ciò contribuirà anche a individuare nuove terapie. Una volta sulle sale anatomiche delle università campeggiava la scritta in latino: “Qui i morti aiutano i vivi”. Oggi potremmo sostituirla con: “Qui i Neanderthal e gli altri ominidi estinti aiutano l’uomo moderno”.

KatherineBrunson, DavidReich. “The Promise of Paleogenomics Beyond Our Own Species”. Trends in Genetics, Volume 35, Issue 5, May 2019, Pages 319-329.