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Punire e criminalizzare chi diffonde false notizie sanitarie e sui vaccini?


Se lo chiede il British Medical Journal (BMJ). Il ragionamento è il seguente: chi diffonde false notizie sanitarie o getta cattiva luce sui vaccini, di fatto può indurre altri a prendere decisioni errate e persino fatali per la propria salute e per quella dei propri cari. Di conseguenza, sostengono alcuni, andrebbe “criminalizzato” o punito con sanzioni perlomeno pecuniarie. È giusto, è sbagliato?

Melinda C. Mills

Secondo Melinda C. Mills, professoressa di demografia e sociologia e direttrice del Leverhulme Center for Demographic Science di Oxford, è giusto. «Stiamo anche affrontando una “infodemia”, una sovrabbondanza di informazioni, sia reali che false», sottolinea Mills. «In condizioni incerte le persone fanno fatica a selezionare informazioni complesse e in evoluzione: il 25% degli americani dichiara di aver condiviso inconsapevolmente notizie false. La maggioranza (70-83%) degli americani e degli europei utilizza Internet per trovare informazioni sanitarie, spesso sui social media. Oltre il 65% dei contenuti di YouTube sui vaccini sembra scoraggiare il loro utilizzo, concentrandosi su autismo, reazioni avverse o contenuto di mercurio. E gli algoritmi di ricerca promuovono contenuti simili a quelli che gli utenti hanno guardato in precedenza, portando le persone in camere di disinformazione sempre più ristrette. Un recente studio del Regno Unito ha rilevato che gli utenti che si affidavano ai social media per le loro informazioni, in particolare YouTube, erano significativamente meno disposti a essere vaccinati».

Jonas Sivelä

In Francia, Germania, Malesia, Russia e Singapore sono state approvate leggi contro la diffusione di notizie false e la disinformazione sanitaria. A partire dal 2018, la Germania ha richiesto alle piattaforme di social media di rimuovere l’incitamento all’odio o le informazioni false entro 24 ore, minacciando multe massime fino a 50 milioni di euro. L’argomento a favore di tale legislazione, spiega il BMJ, è che potrebbe costringere le società di social media ad autoregolarsi e controllare i contenuti. I media tradizionali (giornali, TV, radio) sono considerati “editori”, essendo soggetti a regolamentazione. Le piattaforme di social media danno al pubblico una voce per scambiare informazioni e le fonti più comuni di informazioni sui vaccini sono spesso non esperti. Ma le società di social media sostengono di non essere editori e di avere una responsabilità minima nei confronti dei post pubblicati dagli utenti, sebbene abbiano accettato di adottare alcune decisioni editoriali e di controllo dei fatti.

Secondo Jonas Sivelä, ricercatore per il controllo delle malattie infettive e vaccinazioni dell’Istituto finlandese per la salute e il benessere (THL) di Helsinki, criminalizzare chi diffonde notizie false nell’ambito sanitario e sui vaccini è sbagliato. Il rischio è quello di creare una sorta di “martiri” e di conseguenza rinforzare l’atteggiamento e le scelte di tutti coloro che seguono quella linea di pensiero.

«Dovremmo essere cauti quando parliamo di cattiva informazione e disinformazione (misinformation e disinformation in originale)»,  sostiene Sivelä, «poiché c’è una differenza: la cattiva informazione è definita come “informazione errata o fuorviante”; disinformazione in quanto false informazioni diffuse deliberatamente allo scopo di influenzare l’opinione pubblica.  La differenza cruciale è l’intenzione di ingannare. Non prendere in considerazione o non rispondere alle preoccupazioni delle persone, e invece soffocare la discussione, si tradurrebbe solo in una maggiore mancanza di fiducia nel lungo periodo e in un aumento della disinformazione».

Qual è dunque la soluzione? Dice Sivelä : «La fiducia nelle autorità, nei governi e nel sistema sanitario è fondamentale quando si tratta di garantire un’elevata accettazione dei vaccini. L’unico modo per ridurre in maniera sostenibile la disinformazione sulla vaccinazione e per rafforzare la fiducia e l’accettazione del vaccino nel lungo periodo è aumentare la fiducia nelle istituzioni e nelle autorità nei diversi paesi».

In sostanza, così come ci siamo trovati impreparati nella gestione della pandemia sia dal punto di vista sanitario che sociale, così non eravamo preparati in quanto a corrette ed efficaci informazioni e comunicazioni alla popolazione nelle varie modalità. Si è di fatto creata una sorta di cacofonia di informazioni e pareri, una sovrabbondanza di informazioni a volte pure contraddittorie (la cosiddetta “infodemia”)  che ha portato alla confusione e al rifiuto delle evidenze da parte di una fetta consistente di popolazione. Persino tra il personale sanitario.

Così come non si improvvisa la gestione di una crisi, specie della complessità e delle proporzioni di quella generata dal Covid, una utile ed efficace comunicazione sanitaria non nasce dall’oggi al domani. Auguriamoci che questa crisi ci insegni anche a fare una costante, continua, efficace comunicazione sanitaria, senza dovere perciò ricorrere a punizioni e criminalizzazioni di sorta.

“Should spreading anti-vaccine misinformation be criminalised?”. BMJ 2021; 372 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.n272 (Published 17 February 2021)

Quando il cervello si sorprende: un’ulteriore dimostrazione scientifica dei meccanismi cerebrali implicati nell’illusionismo


Una recente ricerca nell’ambito delle neuroscienze conferma quanto i prestigiatori hanno scoperto da secoli grazie ai loro numeri di magia. Effetti magici che, oltre a costituire occasioni di spettacolo, rappresentano veri e propri test neuropsicologici che mettono alla prova le esperienze sensoriali, le attese e le capacità previsionali dello spettatore.

La ricerca attuale, in particolare, costituisce un elemento di grande importanza per quanti studiano gli aspetti neuropsicologici della magia. E difatti gli stessi ricercatori ne fanno menzione discutendo della loro ricerca che dimostra quanto la percezione è fortemente influenzata dalla storia dell’osservatore e dalle aspettative percettive. Inoltre, precisano sempre i ricercatori, la storia percettiva include anche gli effetti illusori. Ma entriamo nel dettaglio della ricerca e vediamo come la commentano i ricercatori. Pubblicato sula rivista scientifica Current Biology lo studio dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-In) e delle Università di Firenze e Pisa rivela come comunicano tra loro i meccanismi cerebrali tra aspettativa e sorpresa. Un dato fondamentale per quanti si occupino di ricerche scientifiche dell’illusionismo.

Un pool di ricercatori dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-In) e delle Università di Firenze e di Pisa hanno indagato i processi cerebrali che sottendono i meccanismi collegati tra aspettativa, illusione e sorpresa. Nello studio, pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology/Cell-press e intitolato “Perceptual history propagates down to early levels of sensory analysis”, Guido Marco Cicchini (Cnr-In), Alessandro Benedetto (Unipi) e David Burr (Unifi) hanno studiato in che modo il cervello genera le aspettative sul mondo che ci circonda. Lo studio muove da un fenomeno noto come dipendenza seriale in cui, per esempio quando il prestigiatore esegue un numero di illusionismo, gli osservatori tendono a confondere le proprietà degli oggetti che hanno di fronte (ad esempio il colore, l’orientamento, ecc.) con quelle di oggetti simili visti poco prima.

Gli autori della ricerca: Guido Marco Cicchini, Alessandro Benedetto e David Burr

“Questo fenomeno, da noi scoperto qualche anno fa, evidenzia che il cervello cerca costantemente di prevedere quello che accadrà attingendo dall’informazione più affidabile del futuro, ossia il passato prossimo delle nostre esperienze sensoriali”, osserva Burr. I ricercatori hanno generato una serie di stimoli visivi ordinari, inframezzati da stimoli illusori, ossia sollecitazioni che appaiono percettivamente diverse da come sono fisicamente. “Analizzando il comportamento dei soggetti in prossimità di questi stimoli illusori, abbiamo visto che il cervello per formare le sue previsioni utilizza uno scambio continuo e reciproco, in entrata ed uscita, di segnali neurali di livello più alto (cioè elaborati) con segnali più grezzi che sono recepiti dalle aree neuronali più prossime alla retina”.

“Che questi effetti di memoria fossero ubiqui nella percezione, ma il risultato è stato sorprendente. Ci aspettavamo di osservare meccanismi locali, circoscritti alle aree prime sensoriali, quelle della vista, oppure ad aree di alto livello, dedicate all’elaborazione della memoria. Invece i dati hanno mostrato che il fenomeno della dipendenza seriale nasce da un dialogo delle seconde con le prime, probabilmente utilizzando dei percorsi neurali di feedback”, afferma Cicchini. 

“Il cervello è un’intricata rete di neuroni interconnessi in cui si distinguono due grandi categorie. Le connessioni feedforward, che portano informazioni dalle prime aree sensoriali ai centri di elaborazioni più alti, e le connessioni rientranti (feedback) che fanno il percorso inverso”, conclude Alessandro Benedetto. “Mentre il ruolo delle connessioni feedforward è abbastanza chiaro, quello delle connessioni rientranti è stato finora oggetto di molte speculazioni”.

“Questo studio spiega che le previsioni sono un aspetto fondamentale del funzionamento cerebrale. Quando non si avverano emergono sensazioni di apprensione, spavento, sorpresa o meraviglia. Nei bambini spesso la sorpresa sfocia in allegria, ma in generale per l’adulto, che ha imparato le regolarità del mondo circostante, gli eventi imprevedibili sono pochi. Tranne quando si è di fronte al numero di un illusionista, che ci restituisce quel senso di meraviglia fondamentale per il funzionamento del nostro cervello”, conclude Cicchini.

Una domanda a Guido Marco Cicchini, ricercatore dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa e uno degli autori della ricerca

Dato che mi occupo a livello di studio e di pubblicazioni dei rapporti tra psicologia, neuroscienze e illusionismo, mi ha colpito il vostro accenno a questo. Immagino siate a conoscenza dei lavori di ricercatori soprattutto angloamericani, quali lo psicologo cognitivo e prestigiatore Gustav Kuhn: che ne pensate? Inoltre, il punto cardine dell’illusionismo, la “misdirection”, ha a che vedere con i risultati delle vostre ricerche? Infine, qualcuno di voi ha una esperienza diretta nel campo dell’illusionismo?

Conosco i lavori di Gustav Khun, di cui condivido tutto l’approccio e le conclusioni. Per quanto riguarda il nostro studio non ha troppo a che fare con la misdirection. Secondo la misdirection, è fondamentale portare l’attenzione dello spettatore verso un dettaglio/oggetto che a poco a che vedere con il procedimento che subirà il numero magico, così il prestidigitatore avrà più margine per realizzare il suo trucco.

Noi invece alludiamo al fatto che, durante la visione di uno spettacolo di magia (anche senza particolari trucchi che ci sviano), mettiamo in campo tutte le nostre conoscenze sugli oggetti e su quello che possono fare o fanno di solito. Una delle euristiche che usiamo più spesso è quella della continuità: quando qualcosa viene occultato temporaneamente, noi ci aspettiamo che comunque non sia successo nulla. Un’altra cosa per cui c’è un punto di contatto con l’illusionismo. Quando il trucco ha effetto siamo sorpresi perché le nostre aspettative di continuità vengono violate.

Di fatto non abbiamo esperienza di prima mano con l’illusionismo, ma potrebbe essere interessante riprodurre alcuni di questi effetti in laboratorio con stimoli grezzi al computer, tuttavia occorre fare attenzione, dato che una volta che si sa il trucco l’esperimento non viene più bene…

Guido Marco Cicchini, Alessandro Benedetto, David C. Burr, “Perceptual history propagates down to early levels of sensory analysis”. Current Biology, https://doi.org/10.1016/j.cub.2020.12.004

Vedi anche:

Psicologia e scienza della magia: intervista a Gustav Kuhn

La scienza della magia

Psicologo e mago: a lezione da Anthony Barnhart, in arte Magic Tony

Ingannando Houdini: intervista ad Alex Stone

La magia funziona perché la coscienza è imperfetta

Dynamo, il ragazzo che volle farsi mago. Motivazioni psicologiche della magia

Il piacere di raccontare: intervista a Leonardo Patrignani


Ci sono ancora ragazzi che leggono. Ci sono ancora ragazzi che amano leggere. E questa è una buona, un’ottima notizia. Finché ci saranno ragazzi a leggere, esisterà gente che vorrà scrivere per loro. Ci saranno scrittori che cercheranno di indirizzare la propria mente e la propria creatività verso qualcosa che possa appassionare, coinvolgere ed emozionare i ragazzi. Uno di questi narratori in grado di fare tutto ciò è Leonardo Patrignani. Uno dei rari scrittori italiani, soprattutto giovani, che hanno una vasta platea anche all’estero.

Leonardo Patrignani è comunque uno scrittore “totale”: le sue storie appassionano tanto i ragazzi che gli adulti. Ma intanto i ragazzi lo hanno premiato con i loro voti, facendo vincere a Patrignani il Bancarellino per il suo romanzo “Darkness” (DeA). Gli abbiamo fatto qualche domanda. Il fatto che la sua intervista compaia qui è anche motivata dal fatto che il suo prossimo romanzo avrà parecchio a che fare col cervello, la ricerca scientifica e le neuroscienze. Ma ovviamene non anticipiamo nulla per non rovinare la sorpresa. Anzi, per essere in sintonia coi tempi, per non “spoilerare”.

Darkness vince il Bancarellino: che ne dici?

Dico che è una splendida prima volta! Adoro questo premio perché la giuria è composta da centinaia di ragazzi delle scuole. Se sono riuscito a tenere loro compagnia, specie in questo matto 2020, trascinandoli altrove con la fantasia, be’, già quello dà senso all’intero lavoro. Poi arriva anche il riconoscimento, e allora… bingo!

Che tipo di romanzo è Darkness? Mi pare si discosti dai tuoi precedenti.

Sì, i precedenti erano catalogati come “young adult” e le dinamiche psicologiche si avvicinavano a quella linea di demarcazione con la prima età adulta. Qui abbiamo a che fare con protagonisti sui 13 anni, di conseguenza i processi cambiano. È il romanzo più “kinghiano” dei miei, con un presupposto narrativo all’apparenza paranormale, in verità metaforico. La mia Little Crow deve molto a Derry.

So bene che sei sempre “abbottonato” riguardo i tuoi lavori in corso, ma puoi dirci qualcosa sul tuo prossimo romanzo?

Dopo tanta narrativa per ragazzi più o meno grandi, sono alle prese con la partita adulta. Il mio prossimo romanzo sarà sempre di genere (fantascienza/fantamedicina/presente aumentato) ma non nasce come progetto per giovani lettori. Ho firmato con Mondadori, per la collana Oscar Fantastica. Ne vedremo delle belle… ma tu in realtà sai già tutto o quasi, e il pubblico scoprirà perché tra qualche tempo.

I tuoi romanzi sono molto “visuali”, anzi “filmici”: è un caso?

Direi di no, è un approccio alla narrazione che ho da sempre, forse innato. Negli ultimi anni poi mi sono buttato nello studio del linguaggio cinematografico, seguendo corsi di sceneggiatura, leggendo saggi imprescindibili e arrivando a mia volta a pubblicare insieme all’amico Francesco Trento un manualino per ragazzi sui meccanismi della narrativa (dal titolo “No Spoiler”). Quindi, se prima mi veniva naturale immaginare in prima battuta la scena, adesso una parte di me ragiona secondo schemi e modelli più tipici dello sceneggiatore che del romanziere, e non lo fa più per predisposizione ma per ovvia conseguenza delle diottrie perse nello studio di questi temi. È la curiosità che mi frega, ci posso fare poco!

Ci dici che anno è stato per te scrittore il 2020 con il Covid? Ti ha condizionato?

Nel 2020 credo di aver lavorato il triplo rispetto agli anni precedenti. Da alcuni anni mi occupo anche di scouting e sviluppo di progetti per l’agenzia letteraria PNLA, e da questo punto di vista l’anno in corso è stato il più impegnativo di tutti. Con grandi soddisfazioni, però. Una su tutte: la “mia” Emanuela Valentini, che ho seguito sin dalla prima scintilla creativa in affiancamento ed editing, ha esordito nel thriller con “Le Segnatrici” (Piemme), conquistando subito una serie di Paesi all’estero, un audiolibro Storytel tra i più ascoltati dell’estate, e un consenso unanime da parte di critica e pubblico. Certo, mi mancano (tantissimo!) le fiere del libro. Sono un’occasione ideale per incontrare i lettori, i colleghi, per uscire dal bunker casalingo della scrittura (che è una versione auto-imposta di lockdown in cui albergo da tempo)… insomma, mi auguro che il mondo torni normale quanto prima, perché c’è una gran vita sociale e culturale da vivere, là fuori!

Enzo Soresi: “Per me medico da 55 anni il Covid è una malattia come le altre”


Ospedale di Niguarda, 1968, influenza di Hong Kong, una pandemia che fece 22.000 morti ! In quegli anni ero assistente in Anatomia patologica e la prevalenza delle autopsie evidenziava come causa di morte le polmoniti batteriche. Il virus influenzale infatti induceva una severa caduta delle difese immunitarie ed i pazienti che morivano erano i più compromessi perché diabetici , cardiopatici, defedati o vecchi (allora la vecchiaia iniziava a 60 anni).  Al riscontro autoptico  i  polmoni si trovavano infarciti di sangue ed i lobi polmonari interessati dalla polmonite  potevano anche essere più di uno, in quel caso l’inadeguatezza della medicina era un uso degli antibiotici improprio cioè inadeguato, insufficiente.  Ricordo che nel 1970, mio padre, 67enne, colpito da infarto morì  dopo una quindicina di giorni  di polmonite fra lo sconcerto dei cardiologi .

Nel protocollo terapeutico standard  dell’unità coronarica, la terapia antibiotica prevedeva amoxacillina un grammo endovena due volte al giorno quindi totalmente insufficiente per una polmonite lobare franca insorta in un paziente con infarto in atto. Quando  negli anni ’80  lavoravo   nel reparto di pneumologia il protocollo per le polmoniti prevedeva 2 grammi tre volte al giorno di cefalosporina + gentamicina 80 mgr per due, il tutto per via endovenosa, difficilmente con questa terapia perdevamo malati anche  se compromessi per altre malattie. Oggi le broncopolmoniti vengono in prevalenza trattate al domicilio dal medico di famiglia in genere con due antibiotici e la quota di pazienti che deve essere ricoverata per inadeguata terapia è minima e comunque quando il paziente viene ricoverato in ospedale il più delle volte guarisce  con una terapia  antibiotica di secondo livello.

Come medico con oltre 55 anni alle spalle di professione come specialista in pneumologia ed oncologia clinica  mi pare di rivivere con il Covid 19 la  stessa inadeguatezza terapeutica di quegli anni. Ciò che scatena   infatti questo virus è una polmonite infiammatoria ed una microembolia polmonare  sostenuta in prevalenza da una aggregazione delle piastrine. I due presidi terapeutici di conseguenza sono i farmaci  antiaggreganti ed il cortisone. Quando nel marzo scorso mi sono ammalato di questa forma virale , dopo 9 giorni di febbre a 39 gradi, avendo iniziato al domicilio la terapia con calcieparina sottocute a scopo antiaggregante  mi sono  ricoverato in ospedale e qui  dopo la prima endovenosa di 60 mgr di prednisone è avvenuto lo sfebbrameno ed in pochi giorni con un dosaggio di cortisone  progressivamente ridotto sono guarito senza  alcuna conseguenza, ho proseguito quindi il cortisone al domicilio per complessivi 15 giorni a dosi scalari fino a sospenderlo. A 7 mesi di distanza dall’inizio della malattia mi ritrovo con il test sierologico che conferma la elevata presenza di immunoglobuline. Quindi quale è la logica deduzione?

Primo, che di fronte a una forma virale di questo tipo  con febbre elevata è opportuno iniziare tempestivamente  enoxocalcieparina  sottocute alla dose di 1mgr per kgr  associata a prednisone  25 mgr al giorno da aumentare progressivamente anche a 100 mgr al giorno se non si ottiene lo sfebbramento.

Quali le controindicazioni? Le solite ben note i clinici e cioè diabete e gastropatie ben controllabili con adeguate terapie e chiaramente nessuna terapia antiaggregante se il paziente è già in terapia anticoagulante per problemi cardiovascolari.   

Con questo approccio si  eviterebbero la prevalenza dei ricoveri ospedalieri lasciando di conseguenza il posto ai pazienti più critici come avviene in  tutte le malattie infettive. In sostanza a distanza di circa 70anni stiamo commettendo gli stessi errori commessi con la pandemia influenzale di Hong Kong e cioè un inadeguato uso dei farmaci ed in particolare del cortisone. Per inciso di fronte ad una sindrome mediastinica sostenuta da un tumore polmonare con metastasi ai linfonodi , al fine di fare respirare il paziente  si arriva a dosaggi cortisonici molto più elevati  senza esitazioni.

I pazienti da me curati al domicilio con questo approccio  terapeutico sono ormai un certo numero ed in un solo caso ho dovuto ricorrere al ricovero del paziente  per un deficit di ossigeno ed anche in questo caso è stato sufficiente una degenza  in reparto con  una adeguata  assistenza senza necessità di ricorrere a terapia intensiva.

Per quanto riguarda poi i dubbi  che questo virus non inducesse la produzione di anticorpi , personalmente a distanza ormai di 8 mesi dalla malattia mi ritrovo  , come già detto , con un esame sierologico ricco di immunoglobuline G a conferma della mia buona risposta immunitaria nonostante sia un ottuagenario. Quale è la logica deduzione?

La  febbre elevata sottintende un contagio con  elevata carica virale ed  una conseguente attivazione dei linfociti B responsabili della produzione di anticorpi specifici , esattamente come avviene con qualsiasi virus influenzale.  

Intervista a Leonardo Mendolicchio, psichiatra: “Ho avuto il Covid. Ecco come ne ho affrontato le paure e cosa sta accadendo ora”


“Ci vogliono gli psichiatri”. Quante volte abbiamo sentito questa frase in questi giorni? In tempi in cui l’irrazionalità diffusa diventa non solo ogni giorno più evidente, ma soprattutto incide sulla nostra vita individuale e collettiva, e sempre più si fanno strada ansia, angoscia, frustrazione, malinconia e depressione, il richiamo agli specialisti della mente è d’obbligo. E del resto tutti noi abbiamo constatato come ad ogni livello, persino quello di certi “specialisti”, l’uso distorto delle parole e dei concetti, la negazione della realtà, l’incitamento a comportamenti individualistici ed egoistici, hanno portato e stanno portando a ciò che oggi stiamo tutti constatando. Dato che i problemi non svaniscono negandoli e, anzi,  la realtà presenta sempre il conto, magari pure con gli interessi.

Se da una parte questa estate poteva farci piacere sentirci ripetere che “il virus è morto”, “il virus non esiste più”, adesso è ora di tornare immediatamente, senza indugio alcuno, alla realtà. Il principio di realtà è quello che distingue il pensiero infantile da quello adulto. Fantasticare. Pensare a soluzioni magiche è gradevole. Ma entrambi gli stili di pensiero non vanno praticati troppo a lungo, meglio se mai, di fronte a un problema reale. E il Covid era ed è un problema reale. 

Problema che dipende, come abbiamo visto da vari fattori interconnessi e interdipendenti tra loro: individuali (le condizioni del nostro organismo), sociali (come rispondiamo e ci organizziamo collettivamente per affrontare il problema), sanitari (quali strutture e quali cure abbiamo a disposizione), economici (come subire meno danni possibili), ambientali (quanto le condizioni atmosferiche e l’inquinamento interagiscono o favoriscono). 

Il fatto che negli scorsi mesi il virus nelle nostre latitudini si sia riposato un attimo, o piuttosto abbia preferito andarsene in giro per il mondo a fare danni, che da noi abbia giocato a nascondino e fatto cucù di tanto in tanto, ha illuso. Il virus ora s’è stancato di giocare. S’è riposato un attimo ed è tornato in forze. E siccome la strada sarà lunga e accidentata, oltre agli strumenti di protezione fisica, ora ci occorrono anche modalità di resistenza mentale.

Allora sentiamoli questi psichiatri. Uno in particolare: Leonardo Mendolicchio, da sempre impegnato sul fronte dei disturbi alimentari, volto noto come commentatore spesso invitato a “Piazza Pulita” in onda su La7 anche per la sua capacità di analizzare i problemi sotto il profilo filosofico-antropologico, oltre che psicologico-psichiatrico. Mendolicchio oltretutto è reduce egli stesso da una infezione da Covid. Ecco quanto gli abbiamo chiesto e cosa ci ha risposto. 

Dottor Medolicchio come ha scoperto di essere positivo al Covid? Casualmente per un controllo? Ha avuto sintomi?

Da medico ho giurato a me stesso che sarei stato molto attento a sensazioni sospette onde evitare di spargere il virus a destra e a manca soprattutto esponendo i pazienti a rischi di infezione. Ad un primo sintomo banale (stanchezza) e ad un fastidio al naso ho deciso di farmi il tampone mettendomi in quarantena. Dopo un giorno l’esito positivo. Unico sintomo da lì in poi è stato la diminuzione, ma non scomparsa, del gusto e dell’ olfatto 

Come si è sentito a livello psicologico dopo averlo saputo? E nel decorso?

Devo dire che non ho avuto paura, con la morte personalmente ho fatto i conti durante il mio percorso di analisi personale. Il filosofo Montaigne diceva:  “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Saper morire ci libera di ogni soggezione e da ogni costrizione”. Nel pensare alla morte in diverse fasi della mia vita ho potuto consolidare la mia libertà. Per cui ho fatto la cosa più sensata ovvero non paralizzarmi cercando di capire se qualcuno poteva essermi di aiuto per affrontare il morbo e ho potuto avvalermi di un supporto di una cara amica infettivologa che da Pescara, alla luce della sua preziosa esperienza sul campo, mi ha prescritto una cura. Scienza ed affetti sono un cocktail prezioso. Ed eccomi qui dopo circa 10 giorni sereno e senza troppi affanni. 

Come sta ora?

Bene, ho riflettuto molto sull’invalidante perdita del gusto. Per me che sono un patito dell’oralità questo sintomo mi ha molto segnato. Il Covid davvero ti toglie molte cose soprattutto il piacere della compagnia, del contatto e anche del gusto. È una brutta bestia anche per questo. Sto bene ma sono sempre più turbato e desideroso di capire come ben orientarsi per affrontare  da medico, da psichiatra e da psicoanalista i prossimi mesi. 

Che consigli darebbe a chi riceve notizia di positività al Covid? E a chi sta male, ma comunque è curato a casa?

Non rimuovere le proprie angosce ma neanche restare paralizzati dal terrore. Non minimizzare facendosi aiutare dai medici e dal personale sanitario. Bisogna essere rapidi non sottovalutando alcun sintomo. Proteggersi per proteggere, vivere la quarantena e l’isolamento come un gesto di attenzione nei confronti di se stessi e del prossimo. Curarsi per curare. Il Covid separa ma ci insegna anche a pensare come i gesti personali possono sono essenziali anche per gli altri. 

Da psichiatra e psicoanalista come spiega il fatto che alla prima ondata medici e personale sanitario erano visti come “eroi”, mentre oggi il sentimento collettivo sembra quasi diametralmente opposto?

Purtroppo siamo passati dalla paura che spingeva ad affidarci agli altri, alla rabbia che ci sta paranoicizzando. I medici sono stati sovraesposti a tutto questo. In realtà la rabbia contro i medici e la medicina ha radici antiche di almeno 20 anni. Tutta la cultura antiscientista lo dimostra. Viviamo un tempo in cui la doxa (il proprio parere) vale più dell’espisteme (ciò che è dimostrabile). In questo scontro tra folklore e verità la violenza dell’ ignoranza tende a prendere il sopravvento. Questa rabbia va compresa cercando di capire perché la scienza ha lasciato cosi troppi margini sociali all’ignoranza.

Sempre nella sua veste professionale di specialista della mente e dei comportamenti, ma anche esperto di comunicazione, come imposterebbe una informazione pubblica che invogli davvero la gente, se non tutta ma almeno la maggioranza, a una maggiore cooperazione e consapevolezza per fronteggiare adeguatamente la pandemia? Anche in questo caso ritiene che le areee cerebrali, profonde, del piacere siano molto più potenti di quelle deputate alla decisione consapevole, che quindi richiedono più tempo e più interventi efficaci per essere “attivate”? 

Direi che parlare della pandemia servirà come serve sempre parlare delle cose che ci turbano. Lacan e la psicoanalisi ci hanno insegnato che contro il “non senso” dell’esistenza (come può essere una bislacca pandemia), l’unico strumento che abbiamo per calmare l’angoscia e’ la parola. Attenzione però, la parola funzionerà solo se e’ circolare, ovvero se collega le parti in dialogo. Se la parola diventa solo informazione ed ha un unico verso, perde l’effetto permeante del messaggio e funziona poco. Abbiamo fatta molta informazione sul Covid e troppo poco dialogo. Il dialogo attiva  sia la corteccia cerebrale che la parte più profonda del cervello.

Nella prima fase tutti a ripetersi il mantra “andrà tutto bene”, mentre ora si fanno strada la sfiducia e lo sconforto. Meglio il cosiddetto “pensiero positivo” o il “principio di realtà”? 

Sperare è fondamentale, il principio di realtà, come ci insegna Freud, è però l’unico strumento che un essere umano adulto può mettere in campo per superare il dolore e per costruire un domani meno pericoloso e sofferente. 

L’ inganno dell’ottimismo serve a parare il colpo, il dato di realtà è necessario per costruire il futuro. 

Chi è Leonardo Mendolicchio

Leonardo Mendolicchio, medico psichiatra psicoanalista lacaniano, membro ordinario della Scuola Lacaniana di psicoanalisi, e della Associazione mondiale di psicoanalisi. Dal gennaio 2013 all’agosto 2020 Direttore sanitario di Villa Miralago, la più grande comunità terapeutica in Italia per i disturbi alimentari (anoressia, bulimia, ortoressia, vigoressia e disturbo da alimentazione incontrollata) e obesità. Nello stesso periodo Direttore scientifico della “Rete Ananke”, costituita da 19 ambulatori presenti sul territorio nazionale che si occupano dei disturbi alimentari e delle forme di disagio contemporaneo. Presidente e ideatore di “Food For Mind Clinical and research innovation hub for eating disorder” (www.foodmind.it), attualmente lavora all’Auxologico di Piancavallo sempre nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare.

Autore di diversi saggi sui temi che riguardano i vari aspetti dell’essere umano, tra cui “Bisogna pur mangiare” (Lindau) e “Prima di aprire bocca” (Guerini), a breve uscirà un suo nuovo saggio, una lettura attenta e sincera dei disturbi  alimentari per genitori e docenti, da Rizzoli. Ha partecipato a varie puntate di “Piazza Pulita” su La7 come ospite intervistato su diversi temi che riguardavano il food, il corpo, il ruolo dell’immagine nella società, la psicologia delle masse, il tema della razzismo e dell’integrazione. E’ stato ospite, inoltre, di diverse trasmissioni radiofoniche su Radio Due, Radio Vaticana e in alcuni servizi tel Tg di Tv2000.

Il cervello elettrico: intervista a Simone Rossi


Sono gli elettricisti del cervello. Detto senza irriverenza. Ma loro percorrono un settore di studi che fino a non molti anni fa era praticamente sconosciuto, non solo al pubblico profano, ma pure ai medici. Certo, tutti i medici sanno che il cervello ha una attività elettrica, oltre che biochimica, e che tale attività può essere registrata da una apparecchiatura che traccia un elettroencefalogramma, in sigla, meglio praticabile, EEG. In pratica il cervello ha vari “ritmi”, dalla veglia al sonno profondo (e a quello con sogni), contraddistinti da altrettanti differenti tracciati, che possono essere registrati dall’EEG. Un tempo con pennino scrivente su lunghi rotoli di carta, oggi invece i tracciati sono leggibili sul monitor di un computer e comodamente archiviabili. Con tutti i vantaggi che ne derivano sia in termini di confronto clinico, sia in termini di ricerca. Anche perché i tracciati della attività elettrica del cervello possono modificarsi nel tempo nelle varie età della vita, ma anche a seguito di patologie e traumi che possono interessare la materia cerebrale.

Cosicché ci fu chi, nel secolo scorso, cominciò a chiedersi se questa attività elettrica del cervello fosse non solo correlata a patologie neurologiche (come ad esempio il Parkinson con i suoi tremori o l’epilessia), ma pure psichiatriche (come ad esempio  la depressione e i disturbi dell’umore). Da questo a passare all’intuizione che l’elettricità potesse essere utile alla cura del cervello, il passo fu breve. Peraltro l’elettricità, come si ricorderà, ridona la vita al patchwork anatomico creato dal dottor Frankenstein, idea mediata dai vari esperimenti sulla “elettricità animale” di Luigi Galvani e seguaci, e persino dagli esperimenti proto-psicoterapeutici di Franz Anton Mesmer.

Ricordo che Carlo Lorenzo Cazzullo, il padre della psichiatria italiana, nei lunghi incontri con lui durante i quali registravo delle interviste ai fini di una sua biografia, un giorno estrasse un volume dalla sua ricca biblioteca e mi mostrò la prima edizione del testo dello psichiatra Ugo Cerletti, ideatore dell’elettroshock o, intermini clinici, della “terapia elettroconvulsivante”. In buona sostanza, un scossone elettrico al cervello, usato soprattutto per le gravi forme di depressione a rischio suicidario, e per gli stati ipomaniacali. Ci vollero decenni per comprendere, dal punto di vista scientifico, gli effetti di tali correnti applicate all’esterno del cranio verso l’elettrochimica del cervello. E per constatarne gli effetti su varie capacità cognitive, ad esempio sulla memoria.

Parallelamente al progressivo perfezionamento della terapia elettroconvulsivante e soprattutto dell’avvento della neuro e psicofarmacologia, la medicina iniziò a percorrere anche la strada della cosiddetta “psicochirurgia”. Intervenire sul cervello per modificarne la struttura anatomica ai fini del trattamento di disturbi psichiatrici. Gli appassionati di cinema ricorderanno, al riguardo, il capolavoro diretto da Miloš Forman, tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey, con uno strepitoso e indimenticabile Jack Nicholson: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.

Questo libro appena pubblicato da Raffaello Cortina con l’esplicito titolo “Il cervello elettrico. Le sfide della neuromodolazione” di Simone Rossi (insegna neurofisiologia all’Università degli Studi di Siena. È past-president della Società italiana di psicofisiologia e neuroscienze cognitive e attuale segretario della Società italiana di neurofisiologia clinica. Esperto internazionale di studi funzionali sul cervello e di neuromodulazione non invasiva, ha inventato, con un amico ingegnere, dispositivi robotici indossabili per migliorare la qualità della vita dei malati di Parkinson, dei pazienti con paralisi della mano e di quelli che soffrono di acufeni), parla tanto della storia, anche con accenni remotissimi, di quanto è stato fatto per intervenire sulla funzionalità del cervello, sia a scopo terapeutico che di ricerca, tanto, soprattutto di quanto si sta facendo oggi e si farà nei prossimi anni in questo affascinante campo di studi e di applicazioni.

Settore che avanzerà sempre più a ritmo sostenuto mano a mano che le tecnologie si perfezionano e sempre più si miniaturizzano: le cosiddette “nanotecnologie”. Che ci portano e ci porteranno sempre più ad applicazioni da fantascienza. Questo libro, che è anche una biografia intellettuale dell’autore, parla in modo godibilissimo, persino umoristico, del cervello elettrico, della attività elettrica del cervello. Di come registrarla, come modularla, come stimolarla, come intervenire per trattare malattie neurologiche e psichiatriche. Questo libro mi ha talmente appassionato che ho deciso di contattare subito Simone Rossi e intervistarlo. Ecco le sue risposte.

Il suo libro è anche una autobiografia intellettuale: quanto hanno influito le sue esperienze personali nella scelta di questo settore di ricerca?

Credo che abbiano influito abbastanza, magari a livello inconscio, nella scelta del tipo di ricerca che ho intrapreso. Questo si può evincere dal prologo del libro. Però, non sono mai andato in analisi per capire fino a che punto (ammesso che funzioni in questo senso, l’analisi). In sostanza, credo che la curiosità in generale abbia prevalso, instillata anche da letture illuminanti fatte al momento giusto della vita, quando si deve scegliere che cosa fare da grandi: lo studio di come funziona il cervello è uno dei campi in cui la curiosità trova più spazio in assoluto, no?

Ci vuole spiegare brevemente cosa si intende per  “neuromodulazione” e perché è così importante oggi?

La neuromodulazione è l’applicazione invasiva o non invasiva di deboli correnti elettriche a zone ben definite del cervello o del midollo spinale. Alcuni includono anche il neurofeedback fra le metodiche di neuromodulazione, perché anche con questo approccio si può modificare l’attività cerebrale, anche se non c’è nessuna stimolazione elettrica.

Quindi, con la neuromodulazione è possibile interagire con l’attività elettrica dei neuroni, modificandola transitoriamente per scopi di ricerca sulle funzioni cerebrali, o più a lungo termine per ottenere un beneficio terapeutico in alcune patologie neurologiche e psichiatriche non curabili con i soli farmaci. C’è bisogno di divulgare questa conoscenza, perché il campo “neuromodulazione” è in crescita esponenziale e rappresenterà un presidio terapeutico/riabilitativo sempre più rilevante nei prossimi anni.

Il progetto Neuralink di Elon Musk rientra in questa categoria? Cosa ne pensa di tale progetto? 

Sì certo, rientra in questa categoria, fra le metodiche invasive. Che ne penso? Bene, se penso all’evoluzione tecnologica per cercare di aiutare i tetraplegici a muoversi, sfruttando nuovi tipi di impianti cerebrali tecnologicamente avanzatissimi. Bene, se penso anche a quanti ricercatori sta dando la possibilità di esprimersi. Ho qualche dubbio sul fatto che un chip impiantato nel cervello sia utile, in un futuro, dal difendersi “dall’attacco delle intelligenze artificiali”: mi sembra un pensiero fondamentalmente paranoico, oppure dettato da esigenze di puro marketing (le due cose non si escludono).

Quali sono i settori terapeutici che maggiormente beneficiano della neuromodulazione? E cosa è ragionevolmente possibile fare con la stimolazione del cervello oggi? Cosa sarà possibile fare in futuro?

Rispondo insieme a queste due domande, distinguendo fra le metodiche invasive (cioè che richiedono un intervento chirurgico per il posizionamento degli elettrodi intracerebrali e del generatore di impulsi collegato) e quelle non invasive.

Le prime, come la stimolazione cerebrale profonda (o DBS), è ormai divenuta il gold standard del trattamento del Parkinson in stadio avanzato e del tremore invalidante, anche se non tutti i pazienti la possono fare. E’ utilizzata anche nell’epilessia farmacoresistente, nelle distonie gravi, nel disturbo ossessivo-compulsivo, nella depressione, nelle gravi emicranie, e vi sono alcuni studi pilota in corso per la Malattia di Alzheimer.

Per quanto riguarda quelle non invasive, la rTMS è approvata ufficialmente per il trattamento della depressione farmacoresistente e del disturbo ossessivo-compulsivo, anch’esso resistente ai farmaci. La medicina basata sull’evidenza ha posizionato in classe A (cioè, efficace decisamente) la rTMS per il trattamento delle seguenti condizioni cliniche: i) depressione farmacoresistente, utilizzando come bersaglio della stimolazione, effettuata ad alta frequenza, la corteccia dorsolaterale prefrontale (DLPFC) di sinistra; ii) dolore neuropatico cronico, applicando le stimolazione -sempre ad alta frequenza- sull’area motoria primaria controlaterale alla parte del corpo interessata dalla sintomatologia dolorosa; iii) recupero della funzionalità della mano nelle fasi post-acute che seguono un ictus cerebrale, utilizzando una stimolazione inibitoria, a bassa frequenza, dell’area motoria primaria dell’emisfero non colpito. Evidenze di efficacia probabile (classe B) si riscontrano in numerose altre condizioni neurologiche o psichiatriche, quali la Malattia di Parkinson (sia per il disturbo motorio che per i sintomi depressivi che spesso si associano a questa patologia), la sintomatologia dolorosa connessa alle sindromi fibromialgiche, per i disturbi motori agli arti inferiori in pazienti con sclerosi multipla, nel disturbo post-traumatico da stress e nel recupero del linguaggio nelle afasie post stroke.

Per il futuro, non credo tanto che vi saranno delle nuove indicazioni (ormai queste metodiche sono state provate in moltissime condizioni) quanto invece potremo assistere a miglioramenti tecnologici che consentano una maggiore precisione di stimolazione, con meno effetti collaterali (soprattutto nel caso della DBS, la rTMS non ha infatti grandi effetti collaterali) ed una migliore personalizzazione dei parametri di intervento.

Alla luce delle sue ricerche, occorrerebbe introdurre questo tipo di conoscenze nell’ambito della formazione specialistica in neurologia e psichiatria? Quali vantaggi apporterebbero allo specialista? Oppure è pensabile un intero settore specialistico dedicato alla neuromodulazione? 

Senz’altro si, sarebbe utile e necessario. Stanno fiorendo molti Masters in questo senso, ma nelle scuole di specializzazione “tradizionali” la neuromodulazione è sempre un argomento di nicchia, e se ne parla solo se in un determinato centro formativo viene praticata.

La neuromodulazione non invasiva sta crescendo a vista d’occhio, soprattutto privatamente, visto che il Sistema Sanitario Nazionale è un po’ lento nel recepire questi avanzamenti scientifici. Sarebbe quindi fondamentale istituire dei corsi ad hoc da parte delle società scientifiche (e magari istruire i dirigenti sanitari, che spesso non sanno niente di queste cose). Poi, se la vogliamo vedere in un altro modo, quando diamo un farmaco che agisce sul sistema nervoso centrale, neuromoduliamo lo stesso l’efficacia delle sinapsi…quindi basterebbe allargare un po’ la visione del problema, eliminando le settorializzazioni. Secondo questa visione, non vedrei utile un settore specialistico a se stante a livello di formazione base: meglio integrare, anche fra neurologia e psichiatria.

Cosa si intende per “oscillopatia” e perché è così importante in campo neurologico e psichiatrico?

Il termine oscillopatia non è ancora molto familiare nella comunità neurologica e tantomeno in quella psichiatrica, nonostante che si aggiri nella letteratura specifica da circa una ventina di anni. Si riferisce al fatto che i nostri network neurali, per comunicare fra di loro, utilizzano una debole attività elettrica autoprodotta (quella che viene comunemente chiamata elettroencefalogramma) composta di segnali più o meno sinusoidali che hanno un periodo variabile di oscillazioni al secondo. Sappiamo ormai con certezza che queste oscillazioni elettriche variano in rapporto a stati fisiologici differenti (veglia, diverse fasi del sonno) ma anche a stati patologici (per esempio, nella morte cerebrale non si rileva attività oscillatoria).

Senza arrivare ad un caso così estremo, è ormai chiaro che alcune patologie, sia neurologiche che psichiatriche, sono accompagnate da variazioni loco-regionali di questi ritmi cerebrali, in aree o network abbastanza specifici. Per esempio, nella malattia di Parkinson prevale l’attività in banda beta (oscillazioni a circa 20 cicli/secondo) nelle regioni deputate al controllo del movimento, e la correzione -tramite neuromodulazione, ma anche farmacologica- di questa attività eccessiva può portare alla correzione dei sintomi motori. Un altro esempio classico di oscillopatia è l’epilessia, che è rappresenta da scariche elettriche anomale, che possono essere localizzate o diffuse: quando si trova la terapia adatta, questa attività elettrica patologica tende a scomparire. Anche in psichiatria cominciano ad emergere sindromi cliniche legate a disfunzioni di particolari ritmi cerebrali, su tutte la schizofrenia e il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività, meglio conosciuto come ADHD.

Oltre alle stimolazione delle memorie, a  che punto siamo con la “cancellazione” delle memorie traumatiche?

Questa è una bella domanda. Negli sudi sperimentali sull’animale sembra sia possibile cancellare le memorie traumatiche, grazie a studi basati sulll’optogenetica, una metodica che consente di vedere il funzionamento di singoli neuroni “in vivo”. Nell’uomo, siamo sempre un po’ indietro, perché non è per ora possibile applicare queste metodiche, e non è detto che i circuiti delle memorie del topolino funzionino esattamente allo stesso modo di quelli dell’uomo.

Diverse storie della scoperta di Hans Berger, inventore dell’EEG, riportano che egli era alla ricerca di una “dimostrazione scientifica della telepatia”. Lei parla nel suo libro di “sintonia emotiva tra cervelli” e un ricercatore come Miguel Nicolelis sta lavorando da anni al tentativo di una comunicazione “diretta” cervello-cervello. Sarà mai possibile una cosa del genere: cioè conoscere direttamente i contenuti di un altro cervello senza l’intermediazione della comunicazione linguistica o simbolica? 

Boh! Per ora non mi sembra che ci siano evidenze solide in questo senso. La mia opinione personale (non basata su argomentazioni scientifiche, che fondamentalmente non esistono al momento) è che sarebbe veramente triste conoscere i contenuti di un altro cervello senza l’intermediazione linguistica o simbolica. Credo che una gran parte del “succo della vita” scomparirebbe; e magari senza empatia, o senza la propensione a cercare di interpretare i messaggi trasmessi da chi ci sta davanti, poi diventiamo tutti anedonici e depressi. Pensiamo ad un incontro galante, dove a cena si sta zitti, confidando che tanto capiamo lo stesso…una tristezza infinita, direi.

Come immagina il “cervello del futuro”? Potenziato con microchip neurali o cosa?  

Spero proprio di no, se non per curare le malattie incurabili altrimenti. Confido invece in un cervello che ritorni pensante per conto proprio, e non per slogan politici mirati più a scatenare il sistema limbico (cioè  la rabbia, la violenza) che il ragionamento proprio della neocorteccia (analisi, pianificazione, scelte e conseguenze); un cervello che sia indirizzato verso il bene comune, la sostenibilità, l’ambiente e la giustizia sociale, senza necessità di chip o correnti dirette in qualche zona precisa per raggiungere questi obiettivi. Da un punto di vista evoluzionistico sarebbe l’unica salvezza per l’umanità. Altro che assalto delle intelligenze artificiali!