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Enzo Soresi: a proposito di zuccheri e salute


guarire-con-la-nuova-medicina-integrata-libro-1Sul supplemento del Corriere della Sera, Io Donna, del primo settembre 2018, in un breve articolo,  titolato  “Occhio all’indice glicemico” si legge che la guerra ai tumori si combatte e si vince a tavola: i cibi  ad alto indice glicemico, come pane e pasta non integrali, dolci, biscotti, alcol, aumentano di circa il 50% la probabilità di ammalarsi di tumore al colon ed alla vescica. Con Edoardo Rosati ed il coblogger Pierangelo Garzia,  nel libro edito da Sperling & Kupfer nel 2012 dal titolo Guarire con la nuova medicina integrata, avevamo affrontato, in un capitolo, il principio della glicazione e dell’importanza di una alimentazione il più possibile lontana dagli zuccheri per ridurre il principale fattore di rischio di tutte le malattie che è l’infiammazione.

Sulla  base di questo principio, sono in corso alcuni studi scientifici  che propongono l’assunzione di un farmaco antidiabetico, noto come metformina, la cui finalità è quella di ridurre la concentrazione di insulina proprio al fine di ridurre i fattori di rischio legati al carico di glucosio. Obbiettivo di questi studi, la cui risposta verrà data fra qualche anno, è quello di dimostrare che, con questo farmaco, unitamente ad una dieta di tipo mediterraneo si potrà vivere di più ed ammalarsi di meno. Approfitterò di questo blog per sviluppare meglio questo tema che da anni mi affascina per le sue enormi implicazioni in medicina.

Come clinico di fronte a pazienti asmatici o affetti da broncopatie croniche correlate al fumo o all’inquinamento, la prima cosa che consegno ai pazienti è una sintesi di una alimentazione antinfiammatoria, il più possibile lontana dagli zuccheri. Quindi la prima regola della nostra alimentazione sarà quella di abbandonare la via metabolica del glucosio per attivare quella a minor rischio del fruttosio. La dieta mediterranea di conseguenza, ricca di carboidrati,  non mi sembra oggi la migliore via da percorrere, a  parte quella dell’uso dell’olio di oliva, sempre più alimento da proporre in ogni tipo di alimentazione.

Quando mangiamo un piatto di 100 grammi di spaghetti, l’80% del loro peso è costituito da amido che,  nell’arco di circa 3 ore viene trasformato in zucchero . Questo carico di zuccheri induce un innalzamento della glicemia e questo comporta un immediata increzione di ormone insulina la cui finalità è quella di eliminare lo zucchero con una serie di strumenti che cosi si possono riassumere: 1° indurre nel fegato la produzione di scorta di glucosio (intorno ai 70 grammi ) 2° stimolare le cellule muscolari, in particolare alcuni tipi di fibre, note come fibre bianche, ad assimilare più zucchero possibile, 3° indurre il fegato a produrre Vldl (Very Low Density Lipoprotein) che poi diventeranno le LdL del cosiddetto colesterolo cattivo.

Quando qualche anno fa, giunto all’età di 73 anni, in sovrappeso, eseguii  per la prima volta il dosaggio  dell’insulina nel sangue, il valore che risultò fu di 21, cioè ai limiti massimi dei valori previsti (2-20). Ero quindi un perfetto modello di sindrome metabolica, sovrappeso, con ormone insulina elevato per contenere i valori della glicemia. Impostata da allora una alimentazione priva di carboidrati e zuccheri (mi concedo solo uno o due biccheri, di vino rosso) sono riuscito a riportare i valori di insulinemia ai limiti minimi riducendo i miei fattori di rischio anche a livello di colestorolemia, Ldl (colesterolo cattivo)  ed Hdl (colesterolo buono). Il trucco quindi è quello di tornare ad una alimentazione che segua la via del fruttosio come avveniva nei nostri antenati  prima che nascesse l’agricoltura.

Carne, pesce, frutta, vegetali, con aggiunta di olio d’oliva. La via del fruttosio è quella seguita dai nostri antenati basata essenzialmente sul consumo di questo zucchero. Il giornalista Adriano Panzironi, in cui mi sono imbattuto durante gli zapping televisivi notturni, propone una piramide alimentare nel suo libro Vivere 120 anni  molto lontana da quella classica della dieta mediterranea ma che a mio avviso rientra in pieno nel principio di abbandonare la via della glicazione allo scopo di ridurre il più possibile l’infiammazioneMitocondrio nei nostri tessuti. Alla base della piramide troviamo carni e pesci  più olio d’oliva da assumere ad ogni pasto, poi verdure ed uova quindi una porzione di frutta fresca più frutta secca, quindi  formaggi stagionati ed alla fine vino rosso, cioccolato fondente e dolci in minima quantità. Una rivoluzione alimentare che cozza contro i vegetariani, i vegani e gli animalisti, ma che è da prendere in seria considerazione in un momento in cui l’obesità, nel mondo occidentale,  si sta rivelando come una vera e propria epidemia. Su queste basi però ricordiamoci che il nostro libro Mitocondrio mon amour (Utet) ne è un documento fondamentale, l’importanza di una attività fisica non stressogena ma adeguata, anch’essa entrata a buon diritto nei percorsi di  prevenzione dalle malattie infiammatorie e neoplastiche.

Enzo Soresi: a proposito di Lsd


Schultes_amazon_1940s_cropQualche tempo fa, su questo blog, avevo segnalato il libro della farmacologa, giornalista scientifica Agnese Codignola  su Lsd,  ipotizzando che,  questa sostanza, unitamente ad altre come ketamina o psillocibina, note come sostanze psichedeliche,  possa essere utilizzata in ambito psichiatrico,  sulla base di studi controllati, peraltro già in parte pubblicati. Sul supplemento del Corriere della sera, La Lettura (domenica 18 agosto 2018), è comparso un articolo dal titolo “Il rinascimento psichedelico”, in cui l’autore Vanni Santoni, cita una sequenza di libri su quest’argomento a conferma che qualcosa finalmente si sta muovendo in ambito psichiatrico sulla possibilità di utilizzare tali sostanze a fini terapeutici.

Nel mio libro Il cervello anarchico ed in modo più esaustivo nell’ultimo libro scritto con il coblogger Pierangelo Garzia,  “Mitocondrio mon amour” un intero  capitolo è dedicato allo sviluppo del cervello ed all’importanza che i primi anni di vita hanno nella costruzione di un cervello sano ed equilibrato. È proprio in questi anni,  infatti,  che a causa di prese in carico del neonato, inadeguate in senso affettivo o per contingenze ambientali,  si possono sviluppare le premesse biologiche per profondi disturbi della personalità che poi si manifestano in età adolescenziale. Dopo la pubblicazione del mio libro “Il cervello anarchico” in cui sviluppo il tema della Pnei e della importanza delle emozioni per la nostra salute, pur essendo un medico allopatico e specializzato in pneumologia ed oncologia  vengono a visita pazienti affetti dalle malattie più svariate in cui lo  stesso paziente giudica la sua patologia  come  conseguenza di  problematiche psicologiche o affettive.

Fra i casi più singolari ricordo  quello di una bella signora 50enne che,  venuta a visita per una bronchite catarrale che si trascinava da parecchio tempo, quando vide la mia terapia con un antibiotico ed un sedativo della  tosse mi disse: «caro dottore io non posso assumere farmaci, mia madre me lo ha vietato fin da bambina». Altri due casi singolari mi sono capitati poco tempo fa, il primo riguardava una donna affetta da fibromialgia (malattia a tutt’oggi non chiara nelle sue cause e caratterizzata da dolori importanti in più punti dell’organismo). La stessa paziente mi diede questa spiegazione:  «otto anni fa un mio giovane nipote è morto in un incidente ed io non l’ho pianto abbastanza», il dolore quindi, secondo la stessa paziente, era secondario ad una non adeguata liberazione  della sofferenza emotiva. Un altro singolare caso di fibromialgia riguardava una giovane filosofa che, dopo una relazione con un uomo più vecchio di lei di oltre 30anni,  quando lui decise, qualche anno prima, che sarebbe stato il compagno della sua vita  e si piazzò in casa sua, lei non ebbe il coraggio di ribellarsi ed ecco nascere come conseguenza di emozioni non liberate,   la fibromialgia.  Andando più a fondo con l’anamnesi, in realtà emerse che la stessa paziente in età adolescenziale aveva sofferto di anoressia-bulimia. Naturalmente entrambe le pazienti assumevano psicofarmaci e farmaci analgesici oltre a seguire un percorso di psicoterapia.

Ecco,  leggendo il libro della Codignola,  si evince che gli studi controllati, in parte pubblicati ed in parte in corso su varie patologie analoghe a questi casi, sono numerosi ed aprono  la porta a possibilità terapeutiche interessanti  per la rapidità della soluzione e l’alta incidenza di guariti. Uno degli studi più significativi riguarda il Dpts  (disturbo post traumatico da stress)  pubblicato da Rick Doblin della Maps ( Multidisciplinary Association for Psychedelic studies) in cui 20 donne con Dpts cronico,  da stupro,  trattate con ecstasy ( Mdma) o placebo hanno avuto beneficio misurabile e duraturo nell’83 %  dei casi contro il 25% ottenuto nel  gruppo trattato con placebo. Un analogo studio su 107 pazienti ha portato in tre mesi con la somministrazione di Mdma a 61 casi di guarigioni stabili. Gli studi nella depressione grave con la somministrazione di LSD in sedute controllate in un percorso psicoterapeutico sono già numerosi e lo stesso si può dire  per quanto riguarda la terapia con psillocibina nelle dipendenze da alcol e fumo.

Lo scenario che si apre,  leggendo del rilancio di queste sostanze psichedeliche in studi controllati, supera le resistenze cha hanno portato, dopo il boom degli anni ’60, a considerare queste droghe come pericolosi allucinogeni utili solo per lo “sballo” che inducono.  Come clinico  mi auguro che i prossimi anni vedano nuove risorse terapeutiche, peraltro a bassi costi, se pensiamo ai costi delle  terapie protratte  con psicofarmaci, che finalmente liberino molti pazienti da sofferenze croniche di cui non sono responsabili. Il caso ha voluto che,  mentre scrivevo queste mie considerazioni sull’opportunità di sfruttare in psicoterapia sostanze  psichedeliche, incontrassi, in passeggiata con la sua compagna,  il prof. Claudio Mencacci, neuropsichiatra, capo dipartimento all’ospedale Fatebenefratelli di Milano ed alla mia domanda di  cosa ne pensasse di queste potenzialità terapeutiche con grande entusiasmi mi ha risposto che si stava attivando in questo senso e che addirittura la ketamina, come spray nasale,  fosse già stata approvata dalla Fda americana  per la sua immissione in commercio terapeutico.

Aggiunta di Pierangelo Garzia

Quanto scrive Enzo Soresi da clinico mi venne espresso molti anni fa dallo stesso scopritore dell’Lsd, Albert Hoffman, che ebbi occasione di intervistare: «L’Lsd ha enormi potenzialità terapeutiche, ma va utilizzato da mani esperte. In ambito terapeutico. Non dimentichiamo che allucinogeni come la psilocibina, l’Ololiuqui e altri, venivano utilizzati da secoli dagli sciamani, dagli uomini-medicina, in rituali e ambiti controllati, selezionati. Il problema di quello che ho definito “il mio bambino difficile” è stata la sua diffusione di massa, incontrollata, per uso ludico, dagli anni Sessanta in poi, relativi disastri personali e sociali e relativa messa al bando». Questo quanto mi disse Hofmann. E altrettanto mi disse, più o meno, Stanislav Grof, psichiatra che prima della messa al bando dell’Lsd lo impiegò con successo su molti suoi pazienti e anche come via di accesso all’inconscio personale e collettivo. Lo stesso mi disse più volte uno dei padri della psicoanalisi italiana, Emilio Servadio. Per non parlare dello psicofisiologio, clinico e ipnologo Marco Margnelli, con cui collaborai a stretto contatto per diversi anni, che partecipò a sessioni controllate con l’Ayahuasca. Oggi, passata la buriana della “cultura psichedelica”, ritorna l’intenzione, per la verità mai del tutto sopita in ambito scientifico, di proseguire la ricerca sugli allucinogeni e sulle sostanze psicoattive di origine vegetale. La vicenda della cannabis terapeutica ne è, del resto, una ulteriore conferma.

L’uomo dell’LSD: Albert Hofmann 

Emilio Servadio e gli stati di coscienza

Marco Margnelli come lo ricordo. Medico e ricercatore della coscienza

Il sacrificio del cervo sacro: il contagio della follia e dell’irrazionale


ilsacrificiodelcervosacro_manifesto-1-11.jpgUn film di Yorgos Lanthimos non è mai scontato. Banale. Strano, sì, certo. Strambo, per alcuni. Ma meno male che esistono ancora registi capaci di rischiare come Lanthimos. Con film che si ricordano, fanno pensare. Il cinema non è, non deve essere, solo intrattenimento, solo svago. Però ci devono ancora essere spettatori disposti a riflettere, pensare, grazie a un film. Per chi va al cinema per passare un paio d’ore senza pensieri, Il sacrificio del cervo sacro è decisamente sconsigliato. I pensieri non li toglie, li dà. E pure gli incubi.

In sala, domenica pomeriggio, oltre a me, c’erano quattro donne. Due se ne sono andate all’intervallo, inopportuno, del primo tempo. Intanto il titolo. Che rimanda alla tragedia greca. A un passato arcaico. Tribale. Rituale. Che però si svolge nella contemporaneità. Nell’oggi. Ma la follia, l’irrazionale, non hanno tempo né luogo. Si possono fare strada, inserire in ognuno di noi, come una iniezione. Entrano in vena, in circolo, come una droga. Devastando il corpo e lo spirito. La follia è contagiosa? Lo può essere, se trova un terreno fertile. Freud diceva che ci innamoriamo di chi riesce a fare uscire la nostra follia. Instillare l’irrazionale, la follia, in una mente apparentemente scientifica, razionale, cognitiva. Che in realtà è pronta ad essere preda dell’irrazionale. A farsi possedere il cervello arcaico dal demone della follia.

Il protagonista è un cardiochirurgo con tanto di fitta barba che lo fa stranamente assomigliare a Freud da giovane. Significherà qualcosa? Chissà. Sono molte le cose in questo film che ci suscitano e lasciano interrogativi. Una famiglia agiata. Entrambi i coniugi medici di successo. Una famiglia apparentemente normale. Con due figli, una ragazza, più grande, a cui arrivano le mestruazioni (hanno un senso nel racconto) e una ragazzino più piccolo. Fin da subito l’anello fragile della famiglia. La vittima designata. La vittima sacrificale del male che serpeggia, nascosto, sotterraneo, tra le mura domestiche. Apparentemente normale la famiglia, perché in realtà nel quieto e ripetitivo ménage familiare si nasconde, serpeggia, la follia. L’irrazionale sta scavando la sua trappola. La sua tomba.

Lo si intuisce dal rapporto tra Colin Farrell, cardiochirurgo, e Nicole Kidman, oftalmologa, moglie robotizzata. Lo si intuisce da una sessualità da “anestesia totale”. Mortifera. Meccanica. Perversa. Senza calore umano. Solo soddisfacimento dei sensi. Che non dà gioia. Lo si capisce da certi segreti inconfessabili detailed_picture.jpgdel protagonista. Che, nonostante operante in un ospedale modernissimo, ipertecnologico, finisce contagiato, coinvolto dalla follia di un ragazzo, l’irlandese Barry Keoghan, coprotagonista, bravissimo, dallo sguardo, dai dialoghi e dalle movenze inquietanti. Irritanti. Fastidiose. Disgustose (il clou quando mangia gli spaghetti prospettando alla Kidman la tragedia familiare annunciata). Quotidianità & orrore.

Bere superalcolici prima di operare un paziente al cuore. Il padre del ragazzo squinternato. Col rischio di sbagliare l’intervento e farlo fermare, il cuore, e con lui la vita. Il senso di colpa. La colpa da pagare. Quel “cuore aperto” con cui inizia il film. E se lo fermi, tu medico, tu cardiochirurgo, dovrai ripagare col sacrifico di un membro della tua famiglia. Attualizzando e inorridendo ai massimi livelli una già terribile “roulette russa” a cui ci aveva introdotti Il cacciatore di Michael Cimino. In una cultura che non conosce più il perdono, ma solo vendetta. Solo “cuore per cuore”. Vita per vita. Così il moderno, asettico, tecnologico e programmato mondo del medico, cardiochirurgo ospedaliero, diventa una realtà senza tempo. La follia, la devastazione, la crudeltà, irrompono. Il caos si fa strada. Sacrificando e travolgendo anche gli affetti più cari. Una metafora. Un horror psicologico. Apparentemente assurdo. Ma solo apparentemente. Riflettendoci, è proprio ciò che stiamo vivendo.

 

 

Intervista a Dean Buonomano: il tuo cervello è una macchina del tempo


Neurobioblog_IlTuoCervelloèUnaMacchinaDelTempo (2)Immaginata in decine di film, telefilm, serie tv, fumetti, videogiochi, racconti e romanzi di fantascienza. A partire da quel La macchina del tempo di H. G. Wells. E di quell’incantevole, suggestivo film, quello originario ispirato al romanzo di Wells, che avrò visto almeno una dozzina di volte, e ogni volta ne sono rapito, L’uomo che visse nel futuro del regista George Pal. Per non parlare della saga di Ritorno al futuro.

Sono affascinato, anzi ossessionato dai viaggi nel tempo. Se davvero esistesse la macchina del tempo mi offrirei subito volontario. Anche a rischio di non fare mai più ritorno. Nel passato o nel futuro. Più facile si vada nel passato, che ha lasciato una traccia, sostengo alcuni. Va bene. Fatemi approdare ai tempi degli alchimisti. Fatemi girovagare tra alambicchi e atanor di trasmutatori di metalli. Fatemi incontrare Giordano Bruno. Dialogare con Cagliostro. Fatemi assistere alle sedute pubbliche di magnetismo di Mesmer. Fatemi vedere Leonardo al lavoro. Charlie Chaplin su set di un suo film. Fatemi ammaliare dal fascino di Cleopatra. Accidenti. Sto descrivendo tutte cose che sono sedimentate nella mia memoria. Mentre ne parlo quasi le vedo. Nutrito da libri. Film. Cose apprese da altri. Difatti è proprio questo il punto.

La macchina del tempo esiste già. Esiste da sempre. Dentro la nostra testa. Nel cranio. Immersa nel liquido cefalorachidiano. Sempre a disposizione. Di giorno e di notte. Anzi, proprio di notte parte di suo per viaggi fantastici. Incredibili. Non ne può fare a meno di viaggiare nel tempo. Ritorna a luoghi dell’infanzia. Rimescola ogni livello temporale. I vivi con i morti. La nostra mente. Il nostro cervello. Percorso ogni istante da microscopiche scariche elettriche. Inondato da flussi di neurotrasmettitori. La macchina del tempo dentro di noi, dentro la nostra testa, è sempre disponibile a viaggiare attraverso il tempo. Mentre ascoltiamo una canzone. Un brano musicale. Una sinfonia. Mentre ci troviamo in un luogo. Mentre sentiamo suoni e profumi immersi nella natura. Mentre visitiamo una mostra. Un museo. Un luogo della memoria, appunto. Per tornare col ricordo a un antico amore. Un viaggio che non scorderemo mai. Per anticipare le gioie e le preoccupazioni di un figlio. Un lavoro. Una impresa. Un progetto. Una performance di cui siamo protagonisti. Anticipando con il teatro mentale le reazioni del pubblico. Cosa ne sarà del nostro stato di salute? Oppure quello dei nostri cari? Quegli esami avranno buon esito? Per incontrare il nostro capo e discutere di problemi che ci riguardano. Per affrontare il nostro partner riguardo la nostra crisi. Cosa gli diremo? Come reagirà? Viaggiamo sempre con la mente. Nel passato e nel futuro.

Lo spiega anche Dean Buonomano, neuroscienziato dell’Ucla (Università della California, Los Angeles) nel suo libro Il tuo cervello è una macchina del tempo. Neuroscienze e fisica del tempo di prossima uscita da Bollati Boringhieri. Una buona notizia rispetto a quanto detto all’inizio. Secondo Buonomano il nostro cervello è una macchina del tempo che immagazzina informazioni. Ricordi. Nozioni. Ma per viaggiare nel futuro. Per progettare. Inventare. Anticipare. Altrimenti saremmo ancora nelle caverne. Mentre scrivevo questo post avevo di sottofondo Moon Zero, Relationships Between Innner & Outer Space. Un trip spazio-temporale, perfetto.

Buonomano, perché definisce il cervello come una “macchina del tempo”?

In un certo senso, la funzione principale del cervello è predire il futuro. Non immagazziniamo ricordi per rievocare il passato. La funzione dei nostri ricordi è di permetterci di prevedere e prepararci al futuro. Il cervello è anche una macchina del tempo nel senso che scandisce il tempo e ci permette di impegnarci nel viaggio mentale nel tempo.  Noi esseri umani siamo in grado di proiettarci nel futuro per aiutarci a decidere come agire al meglio nel presente. Per raggiungere i nostri obiettivi futuri.

Come possiamo usare al meglio il cervello come “macchina del tempo”? In altre parole, usare il cervello come “anticipatore e programmatore” del presente e del futuro invece di rimanere ancorati al passato?

Come esseri umani siamo unici nella misura in cui siamo in grado di pensare e prepararci per il futuro. Ma ciò non significa che siamo particolarmente bravi a farlo. In effetti, molti problemi personali e sociali sono il risultato della nostra miopia temporale, come non risparmiare abbastanza per la pensione o non affrontare il cambiamento climatico. Ma fortunatamente la pratica e lo sforzo ci possono perfezionare in questo senso. Riflessione, pianificazione e pazienza ci aiutano a prendere decisioni migliori a lungo termine. Inoltre, immaginando e visualizzando dove vogliamo essere in futuro, aiuta. Quindi visualizzare i risultati dello studio o risparmiare denaro oggi, può aiutare a impegnarci in quelle attività.

Le piace la fantascienza? Pensa che il cinema, l’arte e la letteratura siano manifestazioni della capacità del cervello di “viaggiare nel tempo”?

Ho sempre amato libri e film sui viaggi nel tempo e gli inevitabili paradossi che emergono dalla possibilità di cambiare il passato. Mi affascina anche il fatto che sebbene il concetto di viaggio nel tempo oggi sia ovunque nelle arti, non esisteva fino alla fine del XIX secolo. Era come se fosse una nozione così assurda che nessuno nemmeno ne considerava la possibilità, nemmeno nella finzione.

Cosa pensa dei “falsi ricordi”? I ricordi, il “passato” del nostro cervello può essere manipolato? A che punto siamo con la ricerca e i farmaci che promettono di “cancellare” selettivamente i ricordi traumatici?

La maggior parte dei ricordi sono ricostruzioni del passato, piuttosto che rappresentazioni accurate di ciò che è realmente accaduto, quindi i falsi ricordi sono molto naturali e tutti ne abbiamo alcuni. Ci sono farmaci e trattamenti che possono causare l’amnesia e quindi in un certo senso è possibile “cancellare” alcuni ricordi. Ma la nozione di cancellare ricordi specifici e mirati, come il ricordo di una singola persona che hai conosciuto, rimane una possibilità remota.

Nel suo libro precedente Brain Bugs: How the Brain’s Flaws Shape Our Lives parla del cervello come il sistema più complesso dell’universo conosciuto, ma pure imperfetto. È per queste imperfezioni del nostro cervello che siamo ingannati e imbrogliati dagli truffatori e manipolatori, ma anche divertiti dai trucchi dei maghi?

Sì, e penso che la magia sia un ottimo esempio. I maghi sfruttano intuitivamente alcuni dei nostri “bachi cerebrali”. Ad esempio, se dicono abracadabra e il coniglio scompare dal cappello, tendiamo a credere che quelle parole abbiano fatto scomparire il coniglio. Pensiamo che la relazione di causa ed effetto più probabile sia quella più vicina nel tempo. Quindi, un baco del cervello comporta che non siamo molto bravi a capire le IMG_7003sCropped.jpgrelazioni di causa ed effetto separate da mesi o anni. Consideri che se le sigarette causassero il cancro in pochi giorni, le sigarette non avrebbero mai ucciso milioni di persone.

Oggi è di moda introdurre la “fisica quantistica” per parlare di certe stranezze e misteri del cervello. Cosa ne pensa?

La meccanica quantistica e la natura della coscienza sono due dei più grandi misteri della scienza. E a volte le persone hanno la tendenza a pensare, o sperare, che un mistero è la risposta a un altro. Cioè, che in qualche modo la misteriosa natura della fisica quantistica contenga le risposte al mistero della coscienza. Ma ci sono poche prove che questo possa essere il caso. Quindi, a mio parere, è improbabile che le domande fondamentali nelle neuroscienze si basino comunque su fenomeni quantistici, come ad esempio l’entanglement.

Buonomano Lab

UCLA Brain Research Institute

Your Brain Is a Time Machine: The Neuroscience and Physics of Time

Un cervellino Neanderthal? Me lo faccio in laboratorio. Con gli organoidi


MUOTRISegnatevi questo termine, di cui sentirete parlare sempre più spesso, che non è un insulto: organoidi. Gli organoidi sono “similorgani”, “miniorgani” prodotti in laboratorio che simulano la struttura e il funzionamento dell’organo reale. Si possono praticamente realizzare organoidi di qualsiasi organo umano. Compreso il cervello. Immaginatevi le possibilità di ricerca. Tra l’altro gli organoidi permetterebbero di superare l’antico problema etico della sperimentazione animale.

Bene, le possibilità di ricerca sono talmente tante, non solo in medicina, che una tecnica combinatoria (Dna antico, editing genomico Crispr e organoidi ricavati da cellule staminali) sta permettendo a due gruppi di ricerca di includere geni di Neanderthal in cellule staminali. Arrivando di fatto a coltivare in vitro “minicervelli” di Neanderthal.

Questi studi non sono ancora stati pubblicati, ma se ne ha notizia attraverso fonti autorevoli come la rivista Science. “Nessuno di questi lavori è stato pubblicato”, scrive Jon Cohen su Science, “ma Alysson Muotri, un genetista della University of California, San Diego (Ucsd) School of Medicine, questo mese ha descritto per la prima volta gli organoidi di Neanderthal ottenuti dal suo gruppo in una conferenza Ucsd intitolata Imagination and Human Evolution”.

Lo stesso Alysson Muotri, considerato un pioniere ORGANOIDE.jpgnella sperimentazione biologica senza animali, ha dichiarato: “Stiamo cercando di ricreare la mente Neanderthal”. Interessantissimo. Ma magari Muotri la troverebbe ugualmente già bell’e fatta in giro per il pianeta.

Nelle foto: Alysson Muotri; gli organoidi cerebrali sviluppati dal laboratorio di Alysson Muotri da cellule staminali umane che avevano un gene dello sviluppo modificato nella versione posseduta dai Neanderthal (J.COHEN/SCIENCE).

Enzo Soresi: io e l’Lsd


LSDAnni ’60, Fondazione Carlo Erba, in pieno centro di Milano, io, giovane studente di medicina che aveva scoperto, da poco, la potenza delle anfetamine per studiare con maggiore concentrazione e resa  l’esame di anatomia, assisto, affascinato,  ad una conferenza di Emilio Servadio (uno dei padri della psicoanalisti italiana) che, con grande sicurezza ed enfasi, spiega come sia possibile, somministrando Lsd,  risolvere in poche sedute patologie psichiatriche destinate ad essere curate (si fa per dire) con anni di psicoanalisi.

Dal libro di Agnese Codignola, LSD, edito di recente da UTET,  riporto questo stralcio, tratto dalla introduzione

“In sintesi, ciò che sta emergendo è che esistono sostanze fra le quali soprattutto  l’Lsd  e la psilocibina capaci di innescare una profonda riorganizzazione delle connessioni fra cellule nervose; queste cellule, una volta superato lo shock, sembrano tornare ad un livello simile a quello del cervello del neonato (secondo una delle spiegazioni fornite da  Carhart- Harris) per poi ripartire da un substrato diverso e ripristinare il funzionamento classico con declinazioni inedite.

“Ciò che determinano è insomma una “Ego dissolution” come l’ha chiamata per primo Albert Hofmann: una dissoluzione dell’Io sofferente seguita da una rinascita, che, ben lungi dall’essere solo una continuazione della psicoanalisi con altri mezzi (ma è anche quello tra l’altro) potrebbe fornire nuovi strumenti terapeutici e scardinare diverse certezze della neurologia e delle neuroscienze. Le possibilità e le prospettive che si stanno aprendo sono enormi.  A patto che lo stigma culturale ancora vitalissimo, per quanto ormai ridicolmente vetusto, non renda il Rinascimento impossibile, chiudendo ancora una volta le porte della percezione e facendo ripiombare questi studi nel più oscuro Medioevo”.

A distanza di oltre 50 anni, da quella conferenza, mi ritrovo a scoprire come sarebbe possibile, con due sostanze peraltro poco costose, affrontare e risolvere patologie psichiatriche complesse e spesso irrisolvibili apportatrici di profonde sofferenze per chi le vive e per i loro famigliari. Poco tempo fa ricordo di avere letto di  uno studio scientifico, condotto negli Stati Uniti,  in cui in solo 4 settimane 80 fumatori si sono allontanati dal fumo con l’assunzione di psilocibina a dosi refratte.

Con il coblogger Pierangelo  Garzia e con l’editore ci impegneremo ad approfondire queste potenzialità terapeutiche riportando su questo blog studi clinici  in atto con questi tipi di sostanze, definite psichedeliche.  E il blog sarà aperto a tutti coloro interessati a queste tematiche.

Aggiunta di Pierangelo Garzia

Emilio Servadio, citato sopra dall’amico e coblogger Enzo Soresi, è stato uno dei padri fondatori della psicoanalisi italiana. Era allievo di Edoardo Weiss, a sua volta diretto allievo di Freud. Servadio è stato anticipatore in molti settori, tra cui quello degli stati modificati di coscienza. Quando ancora l’Lsd non era stato bandito e poteva essere usato nel setting terapeutico, Servadio lo impiegò anche con personaggi illustri del mondo del cinema, come Gillo Pontecorvo e Federico Fellini. A quanto mi raccontò lo stesso Servadio con cui sono stato in contatto per anni, e del quale conservo un nutrito carteggio, fu in quel periodo che entrambi i grandi registi realizzarono, rispettivamente, due loro film ritenuti “visionari”: La battaglia di Algeri (Pontecorvo) e Giulietta degli spiriti (Fellini). Essendomi occupato a lungo di stati modificati di coscienza (in Neurobioblog è tra l’altro presente un lungo ricordo di un altro mio maestro in questo campo, il neurofisiologo e ipnologo Marco Margnelli) ho pure avuto modo di incontrare e intervistare, assieme all’amico gionalista scientifico Edoardo Rosati, lo scopritore dell’Lsd, Albert Hofmann. Qui di seguito due miei testi ripresi in rete relativi a Servadio e Hofmann.

Emilio Servadio e gli stati di coscienza 

L’uomo dell’Lsd: Albert Hofmann

 

Enzo Soresi parla di “La speranza è un farmaco” di Fabrizio Benedetti


SperanzaFarmacoScrive Ivan Cavicchi  nel suo libro Medicina della complessità: “tutto il territorio entro cui la medicina si muove va rivisitato… è importante abbracciare la complessità dei sistemi…entro cui quest’arte si muove. Vanno affrontate nuove mappe che delineino l’intervento del medico e le regioni su cui intervenire”.

Negli anni ’70 quando dimettevo da Niguarda un paziente guarito  dalla polmonite, di nascosto gli  prescrivevo fialette di entogemina, uno dei primi probiotici che io ricordi, intuendo che la terapia antibiotica protratta avesse in parte alterato la flora intestinale. Oggi con la scoperta del microbiota  intestinale a cui è dedicato un capitolo nel libro  Mitocondrio mon amour scritto con il coblogger ed amico Pierangelo Garzia  la prescrizione di prebiotici e probiotici è diventata una necessità alla luce dei miliardi di germi con cui conviviamo ed il cui genoma è 100 volte superiore al nostro.

Gli articoli scientifici pubblicati nel  2016 su questo argomento sono stati oltre 15.00 e si è arrivati ad imputare ad un microbiota non adeguato malattie come la sclerosi multipla od il Parkinson.  Per assurdo un paziente depresso o stressato in cura con psicofarmaci potrà guarire in un tempo non lontano con trapianto di feci con microbiota adeguato , come già avviene per il morbo di Crohn. Ma, le novità che stanno sovvertendo la medicina sono in continua espansione  e la lettura dell’ultimo libro di Fabrizio Benedetti, neurofisiologo e neuroscienziato dell’Università di Torino,  mi ha ancora di più convinto di come la biologia stia sovvertendo la medicina.

Benedetti è la massima autorità per quanto riguarda l’effetto placebo e nel suo ultimo libro La speranza è un farmaco scrive che oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole sono vere e proprie armi che modificano il cervello ed il corpo di chi soffre, esse attivano le stesse vie biochimiche dei farmaci come la morfina o l’aspirina. Ma in realtà, da un punto di vista evolutivo, afferma Benedetti , sono nate prima le parole e poi i farmaci che seguono le stesse vie biochimiche impostate dalle parole e dalla relazione.

Fra i casi clinici che il neuroscienziato racconta nel suo libro,  il più singolare è quello di una paziente sofferente di un forte dolore toracico a cui venne somministrata acqua distillata come sostanza placebo mentre Benedetti le spiegava che si trattava di morfina. In realtà la paziente non ebbe alcuna riduzione del dolore e  quindi nessuna risposta all’effetto placebo… Successivamente  il prof somministrò morfina sempre parlando alla paziente e spiegandole che il dolore sarebbe scomparso. In  questo caso il dolore sparì. Infine il prof continuò a parlare alla paziente senza dirle che un computer le stava iniettando morfina ed in questo caso il dolore rimase invariato. Questo specifico esperimento scientifico in cui la morfina, iniettata all’insaputa della paziente non ha ottenuto alcuna risposta terapeutica,  conferma come sia importante da parte del medico, quando prescrive un farmaco, spiegare bene al paziente il significato di ciò che prescrive inducendo nel paziente una adeguata aspettativa terapeutica. Purtroppo è in antitesi con questa procedura, nella medicina scientifica, il bugiardino allegato al farmaco che induce, al contrario, nel paziente, l’effetto nocebo.

A questo proposito ricordo un caso assai singolare che mi è capitato; si trattava di un paziente assai sensibile ed a cui ero stato sempre  attento a non prescrivere psicofarmaci per la sua ansia in quanto prevedevo me li avrebbe rifiutati. Finito al pronto soccorso di un ospedale milanese per un dolore toracico ribelle il collega oltre a normali analgesici , vedendo il paziente assai agitato,  prescrisse una compressa da 20 mgr di paroxetina,  sul cui bugiardino le controindicazoni sono numerose. Assunta mezza compressa il paziente finì al pronto soccorso con colica addominale confermando come l’effetto nocebo nella medicina scientifica sia una realtà forse maggiore dell’effetto placebo.