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Stabilire un contatto con le realtà extraterrestri: intervista a Alan Steinfeld


Non passa mese ormai, a volte settimana, senza che qualche personaggio delle “alte sfere” governative e militari statunitensi non faccia qualche ammissione sugli UFO. Ma che significato ha tutto ciò? Si tratta veramente dell’ammissione che gli UFO non solo esistono e che la loro provenienza sia di dichiarata provenienza extraterrestre? Certo che no. Si tratta tuttavia di un passaggio quantomeno rimarchevole, storico se vogliamo, per tutta la questione relativa al “mistero degli oggetti volanti non identificati”. Che, tra l’altro, oggi vengono preferibilmente definiti UAP (da “Unidentified Aerial Phenomenon”). Siamo dunque passati dalla visione della scienza ufficiale che preferiva identificare negli UFO dei fenomeni allucinatori, guardando magari ai testimoni come dei disturbati mentali o quantomeno dei creduloni, oppure che interpretava quali fenomeni naturali mal interpretati, alla attuale concezione di “fenomeno aereo di origine sconosciuta”.

La domanda immediatamente successiva che può sorgere alla persona comune però non può che essere: “Va bene, ma allora cosa sono? Se hanno apparenza solida, schizzano via a velocità formidabili, compiono acrobazie impensabili per i nostri mezzi aerei, scompaio di botto o si immergono improvvisamente nell’oceano, che natura hanno? E, soprattutto, quale origine hanno?”. Tutte domande ancora senza risposta. Almeno, senza risposta, per ci guarda a questo fenomeno con occhio e atteggiamento laico, addirittura critico. Anche se negarlo, appunto, non è più possibile.

Ma c’è  poi, invece, chi le riposte al mistero degli UFO non solo le ha, o ritiene di averle, ma è addirittura convinto della  loro origine aliena. Tra queste figure, apostole di una “nuova realtà”, una delle più interessanti è certamente Alan Steinfeld che ha di recente pubblicato con St. Martin’s Press un volume dal titolo Making Contact: Preparing for the New Realities of Extraterrestrial Existence (Stabilire un contatto. Prepararsi alle nuove realtà della esistenza extraterrestre). Steinfeld si definisce un “ricercatore della coscienza” e potrebbe essere visto come un classico rappresentante della New Age per la molteplicità dei suoi interessi nei campi della crescita enteriore, del potenziale umano, delle terapie naturali e, appunto, nello studio del fenomeno UFO.

Studioso, scrittore, produttore e regista televisivo Alan Steinfeld è regista e conduttore del programma televisivo in prima serata “New Realities” per la rete Time Warner di New York. Per oltre 20 anni ha portato al suo pubblico idee all’avanguardia nel campo della scienza, della salute e della spiritualità. Ha intervistato oltre 3.000 personaggi tra i più influenti su questi temi, e anche il suo libro Making Contact include testimonianze dirette di personaggi influenti coinvolti nel fenomeno UFO. Dodici milioni di persone hanno visto i suoi video “New Realities” sul suo omonimo canale YouTube e inoltre produce programmi radiofonici e podcast settimanali della serie “New Realities” per iTunes, BBSradio e KYAK-FM in Oregon.

Insomma, un personaggio certamente interessante da intervistare, come del resto mi è capitato di leggere sulla rivista “Skeptic” e di vedere nell’intervista su YouTube a cura dello “scettico”, nonché saggista e storico della scienza Michael Shermer. Ecco dunque la mia intervista, al lettore farsi una propria idea come rimarca in modo pacato ed equilibrato Alan Steinfeld, ed è pur sempre una testimonianza del tempo che stiamo vivendo.

Alan Steinfeld, qualcuno potrebbe chiedere e commentare: “Un altro libro sugli UFO?”. Quindi la prima domanda è: perché c’era bisogno di un altro libro sugli UFO e in che modo Making Contact differisce da tutti gli altri pubblicati fino ad oggi?

Naturalmente ci sono centinaia e probabilmente migliaia di libri sugli UFO già sul mercato, ma nessuno di loro ha la varietà di intuizioni che questo libro offre. Uno dei motivi per un nuovo libro in questo momento è perché l’intero fenomeno, inclusa l’ammissione da parte del governo degli Stati Uniti di un insabbiamento su questo fenomeno, e l’aumento degli avvistamenti in tutto il mondo con più testimoni che si fanno avanti, stanno contribuendo a fare emergere nuovi aspetti della storia. Questi fattori emergenti hanno creato la necessità per la popolazione mondiale di avere una preparazione istruita per ciò che indica il sottotitolo del libro: “le nuove realtà dell’esistenza extraterrestre”. La preparazione è quella di abituarsi all’idea che la vita sulla Terra non è uno scherzo della natura: la vita e la vita intelligente sono probabilmente diffuse al punto di essere una caratteristica abbondante in tutto il cosmo. Se riusciamo a prepararci con l’accettazione di questa possibilità, saremo più aperti ai benefici che il contatto porterà all’umanità.

Un altro motivo per un nuovo libro come questo è rendersi conto che nessuno ha una piena comprensione di questo argomento molto complesso. Allo stesso modo, la nostra consapevolezza del fenomeno si sta evolvendo, così come il fenomeno stesso. Ad esempio, alle persone negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso capitava di vedere velivoli a forma di disco, poi negli anni ’60 a forma di sigaro. Negli anni ’90 la gente vedeva triangoli e oggetti a forma di V. Ora stiamo vedendo piramidi volanti e oggetti a forma di tic-tac. Quindi, la domanda è: queste forme si stanno evolvendo a nostro beneficio o perché l’intelligenza dietro di esse sta aggiornando le proprie apparecchiature? Non lo sappiamo, a questo punto. Quello che possiamo dire è che questa non è una situazione statica.

Inoltre, ciò che viene modificato è la nostra terminologia, che implica una messa a punto della consapevolezza cosciente. Quelli che una volta erano chiamati UFO (oggetti volanti non identificati) ora vengono chiamati formalmente UAP (fenomeni aerei inspiegabili), quindi siamo sostanzialmente passati da oggetto a fenomeno. Il che ha portato anche i migliori ricercatori a rimescolare le proprie idee, per rivalutare il loro atteggiamento rispetto a tale situazione. Con tutto ciò, ho ritenuto che l’unico modo per dare una giusta panoramica dell’intersezione attuale del fenomeno con la nostra vita quotidiana, fosse quello di comporre un libro che esamini una varietà di fatti e interpretazioni a partire dai “dadi e bulloni” (cioè l’aspetto materiale del fenomeno) per spostarsi poi più in profondità, negli effetti sottili della mente di coloro che interagiscono con queste cose. Presentando l’intera gamma del fenomeno i lettori possono giungere alla loro conclusione, che ritengo valida quanto qualsiasi cosa proveniente dai livelli ufficiali di governo.

Stiamo vivendo un momento storico particolare per il fenomeno UFO: le dichiarazioni riguardanti gli UFO come fenomeno “reale” si susseguono ora a ritmo serrato. Quasi nessuno ora pensa di chiamarli “allucinazioni” o “fenomeni naturali” male interpretati. Tuttavia, non ci sono ancora dichiarazioni ufficiali sulla loro presunta “natura extraterrestre”. Come interpreta tutto questo, e pensa che gli UFO saranno mai ufficialmente dichiarati di “origine extraterrestre”?

Come disse il filosofo Arthur Schopenhauer: “La verità passa attraverso tre fasi. Prima viene negata. Quindi viene ridicolizzata. Alla fine è accettata come ovvia”. Stiamo uscendo dalla fase del ridicolo e stiamo andando verso l’accettazione globale. Ma sembra che “i poteri forti” ritengano ancora che non siamo pronti per conoscere tutta la verità. Così ci stanno dando delle briciole, solo per stuzzicare il nostro appetito. Personalmente penso che tutto dovrebbe essere mostrato e reso disponibile. Tutti i corpi e i recuperi che sono rinchiusi da qualche parte dovrebbero essere mostrati in modo che il mondo possa vedere cosa e qual è la verità. Ma come la maggior parte delle verità dopo anni di bugie e smentite, ne esce un pasto a piccoli bocconi. Ma sì, finalmente, ora abbiamo il Pentagono che dice: “Gli UFO sono reali”. Ma non c’è stata alcuna menzione (almeno pubblicamente) della parola che inizia per “a”: “alieni” – che equivale a  domandarsi chi sta volando o sta costruendo questi oggetti.

Questo è il motivo per cui penso che “prendere contatto” debba diventare un movimento sociale, come tutti i grandi movimenti di emancipazione del 20° secolo. Ma questa volta ciò di cui abbiamo bisogno è andare oltre le classificazioni sociali, verso un cambiamento radicale nella nostra coscienza. La liberazione di questa verità impegna una causalità più profonda nella natura stessa di chi e cosa sono gli esseri umani. Questa espansione della consapevolezza sembra essere una delle ragioni principali per cui chi ha il controllo esita a dire: “La realtà non è ciò che pensavamo. La vita non è un’anomalia. L’universo sembra essere pieno di vita e di intelligenza superiore, e dobbiamo essere consapevoli di una maggiore cosmologia”.

Questa non è niente di meno che una rivoluzione copernicana, e guarda in che guai persone come Galileo si trovarono quando sfidarono la visione ufficiale della realtà. Beh, non credo che ci siamo evoluti molto da quei tempi, ma almeno abbiamo Internet dove è più difficile sopprimere nuove rivelazioni. Tuttavia, ci vorrà uno sforzo da parte di tutti per abbandonare il vecchio pensiero su noi stessi, sul nostro posto nell’universo e scoprire uno spettro più ampio di possibilità. Gli UFO e le successive rivelazioni ET cambieranno tutto ciò che sappiamo sulla nostra storia, biologia, religione e, naturalmente, la nostra comprensione della fisica.

Di che tipo sono state sono state le sue esperienze con il fenomeno UFO? Cioè, sono state solo di natura psicologica, come conseguenza della meditazione e della modificazione dello stato di coscienza, o di altra natura? Ci può spiegare?

I miei momenti di contatto più essenziali sono avvenuti in stati di sogno. Intendo dire mentre dormivo e sognavo, ma non erano il tipo di sogni che sarebbero successivamente svaniti al mattino. Qualcosa di distinto in loro è rimasto nella mia mente per decenni. In realtà, queste esperienze erano più simili a stati di consapevolezza ludici. Questo non significa che non abbia avuto i miei avvistamenti alla luce del giorno. Ne ho avuti alcuni, ma il vero contatto (se possiamo dire reale) mi è accaduto quando alcuni esseri si sono avvicinati a me in altri livelli di consapevolezza. Penso che quelli siano i regni in cui essi abitano. Da queste esperienze, sento che per interagire con questi altri esseri alle loro condizioni dobbiamo diventare più lucidi negli stati alterati di coscienza.

Nel mio libro c’è una storia raccontata dalla ricercatrice Linda Moulton Howe su un whistleblower (rivelatore) militare che la avvicinò segretamente per raccontarle che gli fu ordinato dal suo ufficiale superiore di avere un incontro faccia a faccia con un “alieno grigio” catturato dal governo. Quando questo militare guardò negli occhi la creatura ebbe una travolgente sensazione viscerale, come se sette filmati, tutti in una volta, con colori, suoni e sensazioni tattili, venissero “scaricati” di botto nella sua mente. Tanto che lo stesso militare aggiunse di essere svenuto per il travolgente impatto sensoriale. Gli stimoli erano troppi da gestire. Questo potrebbe essere ciò che ognuno di noi potrebbe affrontare con un contatto completo. Ma penso che queste creature intendano renderci le cose più facili riguardo la loro realtà, non presentandosi di colpo, ma andando e venendo a scatti. Quindi, quando ci adattiamo alla loro presenza e alle loro frequenze vibrazionali, saremo più aperti all’impatto sensoriale multidimensionale. Forse è per questo che ci stanno preparando anche attraverso gli ambienti multiformi dei social media digitali.

Tempo fa scrissi un articolo sulle conseguenze psicologiche e sociali dell’annuncio ufficiale di una ipotetica “presenza extraterrestre sul nostro pianeta”. Considerando che non tutta l’umanità ha le stesse caratteristiche sociali e culturali per accogliere una notizia di questo genere, cosa accadrebbe secondo lei se ciò avvenisse davvero?

Per coloro che hanno un senso della storia e di uno scopo, l’annuncio ufficiale che non siamo soli nell’universo sarà un punto di svolta nella civiltà umana. Ma poi di nuovo, quando diciamo civiltà, la maggior parte delle persone in Europa occidentale e in America non considera il resto del mondo così civilizzato come lo sono loro. In verità, le culture indigene del Nord e del Sud America e quelle dell’Africa o degli aborigeni australiani conoscono e accolgono visitatori da altri mondi da molto tempo. Siamo solo noi che siamo stati investiti da una visione cartesiana, newtoniana e meccanicistica della vita che sembra avere il momento più difficile nel riconoscere una maggiore ecologia della vita cosmica. Ma questo atteggiamento che siamo i depositari della conoscenza deve cambiare. Dobbiamo affrontare i fallimenti del nostro paradigma scientistico basato secondo cui  la vita è un’anomalia in un universo senza vita. Tuttavia, se possiamo integrare l’approccio intuitivo del cervello destro al mondo, combinandolo con la razionalità e la logica del cervello sinistro, potremmo scoprire che l’universo è davvero pieno di vita, spirito, coscienza ascendente, e che può essere formulato da una scienza più vasta per comprenderlo. Penso che la fisica quantistica sia un inizio in quella direzione.

In questo senso devo citare, come faccio nel mio libro, il grande poeta tedesco Rilke dalle sue Lettere a un giovane poeta, laddove si discute dell’irrazionalità della paura che può provenire da esseri sconosciuti. Rilke scrive: “Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza con tutta l’ampiezza che si può raggiungere; tutto, anche l’inaudito, deve essere possibile in essa. Questo, in fondo, è l’unico coraggio che ci viene richiesto: essere coraggiosi verso lo stranissimo, lo stupefacentissimo e l’inspiegabilissimo in cui possiamo incappare. Che le persone siano state codarde rispetto a questo, ha provocato danni innumerevoli alla vita; le esperienze che si denominano ‘apparizioni’, l’intero cosiddetto ‘mondo spirituale’, la morte e tutte queste cose a noi così vicine sono state così tanto respinte dalla vita per mano del rifiuto quotidiano che i sensi con cui possiamo afferrarle sono devitalizzati”. In altre parole, incontrando “l’altro” possiamo abbracciare più qualità della nostra maggiore umanità che è rimasta sopita a causa del dominio della civiltà occidentale.

È prevista un’edizione italiana di “Making Contact”?

Spero che esca in italiano e in molte altre lingue, perché questo fenomeno è un evento planetario. La venuta, o meglio il riconoscimento che abbiamo visitatori da altri mondi, può creare un risveglio mondiale in tutti i campi della vita umana. Quindi sento che ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento non è solo il riconoscimento delle meraviglie nel cielo, ma come possiamo unirci come un unico pianeta per salvare il nostro ambiente e costruire una nuova civiltà su scala globale, rispettando il senso di sovranità e tradizione del pianeta Terra,

In altre parole, abbiamo bisogno di unirci come una sola umanità, che forse è davvero tutto ciò che riguarda il contatto. Perché la separazione sembra essere alla base della crisi che minaccia tutti su questo prezioso pianeta blu. Penso che gli ET siano qui per svegliarci a questa consapevolezza della nostra natura comune. Che siamo italiani, americani o cinesi, facciamo parte di un’unica umanità. In questo senso, cito nell’epilogo del libro ciò che ho chiesto al biologo Bruce Lipton riguardo alla prossima fase della nostra evoluzione. Nella mia intervista per New Realities, visibile su YouTube, Lipton mi ha risposto: “Il nostro prossimo livello di evoluzione è riconoscere che siamo tutti cellule di una comunità più ampia riunita per condividere la consapevolezza, al fine di creare un organismo vivente chiamato umanità. Non siamo esseri umani finché non creiamo l’umanità. Questo avviene quando riconosciamo che siamo tutti cellule dello stesso organismo vivente e lavoriamo in modo coerente, allora l’umanità è completa. Quando l’umanità è completa, la Terra come organismo completa la sua evoluzione. Diventa una Gaia vivente, che respira, che pulsa.  Quando ci riuniremo in un’unità, con una voce che ci permetterà di parlare come Uno, che ci permetterà di parlare con gli altri”. Quindi entrare in contatto è un lavoro interiore. Si tratta di prendere contatto con noi stessi, l’un con l’altro e con la Terra che a quel punto risulterà in contatto con “gli altri” cosmici.

Vedi anche:

UFO: la cultura che ci cambiò la vita

Evoluzione e relazione


(Post di Valentina Guzzardo) Cosa nutre la relazione e può tenerla in vita? Una domanda più che mai urgente in tempi di zone rosse e sirene d’ambulanza. Apos l’ha colta e, con un evento corale, ha risposto: lo stare insieme, il corredo ormonale, la biologia, la cultura, unico vero trampolino di rilancio umano e professionale. Un tempo di pensiero che ha nutrito un nuovo modo di agire e di percepire: quella che ci appare come separazione non è che una soglia, una membrana: lo spazio dove esiste possibilità di incontro e scambio. Questo campo di relazione è il punto di contatto sempre possibile.


Un senso nuovo

E’ quello emerso – tra sapere, mistero e sentire – durante le tavole rotonde del 46° Convegno Nazionale Apos, dove in qualità di moderatrice ho dialogato con il Prof. Enzo Soresi, il fisioterapista Ivan Martani, il Dott. Flavio Allegri e gli operatori Shiatsu Aldo Ricciotti e Alfredo D’Angelo (tutti ‘portavoce’ della più ampia mente collettiva in azione contemporaneamente: ad assistere c’erano quattrocento persone!). Interlocutori capaci di volare alto: scelti per la loro unione tra scientificità e umanità. “Siamo in gioco come esseri umani – ha detto Ricciotti – perché qualunque tecnica origina da noi”. Un dialogo che ridefinisce o piuttosto modella in modo nuovo, avveniristico, il ruolo e i compiti di medici e operatori del benessere. Un approccio integrato non più ovviabile nell’ottica di una Pnei (Psiconeuroendocrinoimmunologia) accomunata allo Shiatsu da una visione sistemica.

Riconoscersi umani

Cos’è una relazione dal punto di vista umanistico, somatico e neuroscientifico? Ciò che la identifica è la sua essenza: alla base della relazione c’è l’ascolto col cuore. “Relazione è la capacità di riconoscersi nell’altro come essere umano, riconoscere le emozioni, emozionarsi per le emozioni che trasmette”, risponde Allegri, dirigente della Pneumologia dell’Istituto dei Tumori di Milano, che tra un paziente e l’altro, tutte le volte che è possibile, si prende una decina di minuti d’intimità, raccoglimento, silenzio per riepilogare tra sé la storia della persona che sta per incontrare e farla sentire riconosciuta, appunto. La relazione, inoltre, ci permette di essere consapevoli che c’è qualcosa di più grande di noi a partire da noi, dall’accoglienza, primo ‘timbro’ di ogni rapporto umano, sotteso a quello terapeutico. “La disponibilità dell’altro ad aprirsi e sentirsi accolto è data dal fatto che vede in te qualcuno che può capire il suo dolore”, riflette Martani. “Se non ti riconosce come essere umano, è difficile possa farlo come terapeuta, ti delega eventualmente la parte tecnica, ma non tutto il resto”.

Accogliere

E senza empatia non può esserci effetto placebo. “La parola dell’accoglienza nutre la relazione perciò la relazione apre la porta e una parola detta prima di presentare una proposta di cura fa la differenza”, focalizza Enzo Soresi. “Per la stessa ragione non ho mai comunicato una prognosi infausta a nessuno. E’ un atto di potente presunzione e aggressività”, mentre la relazione è quella particolare interazione sociale che ci fa sentire in un posto sicuro. Toccare l’altro (manualmente o visivamente) presuppone un patto tra corpi che riconoscono una situazione di tranquillità. Neuroscienze e Teoria Polivagale confermano ciò che è vero da sempre a livello intuitivo: non posso costruire una relazione se ritengo l’altro pericoloso. Ad esempio, in tempi di pandemia, se mi sembra troppo vicino e quindi non mi fa sentire a mio agio.

La lettura delle emozioni

Ognuna di esse ha una funzione biologica e di sopravvivenza e per esprimersi deve trovare le giuste condizioni: i bodyworker possono fare molto per assicurare la fluidità della comunicazione interna attraverso il lavoro corporeo che rilascia betaendorfine.

“Le betaendorfine sono l’asse portante del nostro benessere”, spiega Soresi. “Intervengono nei concetti di fame, emozioni, dolore, cure materne, comportamenti sessuali, ricompensa alla cognizione. In senso più ampio, controllano stress e omeostasi. Le emozioni bloccate non sono altro che i recettori degli oppiacei che non sono stati ben stimolati al momento giusto. Tutta la periferia delle radici spinali è piena di recettori. Più si lavora bene su di essi, più tutto trova armonia anche a livello centrale perché il cervello è sempre frutto di ciò che avviene in periferia: il cervello si costruisce in funzione di azioni neuromotorie, di percezioni, del sentire. L’importanza di attivare il sistema dei recettori in periferia è aiutare la mente agendo sul corpo. Lavorare sul mondo biologico per ridare un senso diverso all’essere al mondo”.

I robot non risuonano

La reciprocità nutre la relazione, che è a doppio senso: mentre tocco sono toccato, da qui l’importanza di stare in ascolto di sé mentre si accoglie. Attraverso l’altro sento me e dichiarare ciò che provo – anche la mia fragilità, insicurezza o difficoltà – fa emergere un’ulteriore porta d’entrata relazionale. E’ proprio la componente umana, il coinvolgimento, a differenziare la relazione dalla semplice interazione gestita da un robot o programmabile da pc. E poi la relazione ti lascia diverso, ti cambia. Recuperando un aspetto di Neuroetica: l’ultimo step del ‘movimento empatico’ è proprio la trasformazione del Sé. Non siamo più 1+1, ma il prodotto di questo incontro, con proprietà differenti. In una semplice interazione questo non avviene, è qualcosa di puramente meccanico. “Essere sistema, insieme partecipante di parti costantemente interagenti, apre possibilità di cambiamenti che altrimenti non sarebbero possibili – medita D’Angelo – Ha a che vedere con la moltiplicazione, la dimensione in cui la trasformazione può avere luogo. Questo ha a che fare col sacro. Tutto ciò grazie alle emozioni, al risuonare come diapason.

Entanglement

“Lavorare sulla percezione, sul sentire, è come sistemare bene qualsiasi impianto hi-fi. Trovare la sintonia giusta, questo conta. Nel momento in cui ti sintonizzi entri nella neuromodulazione e ridai vita a tutto il sistema delle endorfine”, sintetizza Soresi, che chiude: “E’ la stessa fisica quantistica (un gioco di relazione tra onda e particelle), se ben compresa, a offrire una nuova visione, dove a un mondo fatto di cose materiali si sostituisce un mondo fatto di relazioni, di connessioni, che si rispondono in un inesauribile gioco di specchi, senza toccarsi. La chiave è dunque la relazione intesa come entanglement (intreccio, trama comunicante che condivide informazioni telepaticamente anche a grande distanza): tanto più mi sintonizzo, tanto più tutto si armonizza”.
E’ un meccanismo cosmico che agisce a tutti i livelli, anche in noi, a livello concreto, molecolare. Questa sintonizzazione è data dalla centratura della persona, tenendo presente che il centro non è uno, ma è una relazione tra centri, che però non deve essere autoreferenziale. Relazione è rischio (di perdere l’equilibrio personale per guadagnarne uno nuovo, che è quello della relazione), ma anche necessità per un essere vivente per perpetrare la sopravvivenza. La relazione va nutrita perché esistiamo insieme. Offrendo spazio, prendendo spazio, in vibrazione.

Conclusioni

Un dialogo a più voci in cui sono stati citati Susan Sontag, Carlo Rovelli, Emily Dickinson, Marcel Proust, Oliver Sacks, Chandra Livia Candiani, John Cage. Arte, letteratura, musica, fisica: non si può parlare dell’essere umano, e della relazione, senza integrare tutte queste forme di espressione.
“Il periodo Covid è interessante dal punto di vista culturale”, ha concluso Soresi. “Anche se manca una relazione ‘normale’ c’è un input culturale potentissimo in tutti i campi, ed è questo che porta l’uomo a evolversi, da sempre. La cultura è la premessa alla base di ogni crescita, usiamo questo tempo di limitato contatto fisico per evolvere le nostre relazioni e volare (più) alto”. Usiamo il cervello sempre meglio nella sua funzione essenziale: sentire sensazioni ed emozioni! Ci aiuterà a pensare con maggiore chiarezza, e anche a prendere decisioni!

Dormi poco? Potresti rischiare la demenza


Tra gli strenui sostenitori delle poche ore di sonno per non rubare tempo alla vita, dovrebbe serpeggiare almeno un momento di riflessione: un ulteriore studio sugli svantaggi del dormire poco pubblicato ieri da “Nature Communications” mostra come il rischio di demenza sarebbe più alto, dal 20 al 40%, nei dormitori brevi, la cui durata del sonno è inferiore o uguale a sei ore a notte a partire dai 50 anni, rispetto a chi ha notti “normali” di sonno di circa 7 ore . È stato osservato anche un aumento del 30% del rischio di demenza nelle persone di età compresa tra 50 e 70 anni che hanno costantemente una breve durata del sonno, indipendentemente dai loro possibili problemi cardiovascolari, metabolici o di salute mentale che sono fattori di rischio per la demenza. Questo studio ha coinvolto quasi 8.000 adulti britannici che sono stati seguiti per più di 25 anni.

Vedi anche:

Troppo sonno e Alzheimer

Sonno ed emozioni. Intervista a Carolina Lombardi

Dormi che ti passa. Il sonno regola le emozioni

Sonno & salute

Sonno e sistema immunitario

Mentre dormi il tuo corpo ti cura

Nutrizione e cancro: quali evidenze?


Con un commento finale a cura della dott.ssa Cecilia Invitti, endocrinologa, diabetologa, ricercatrice, responsabile del Servizio Lifestyle Medicine e direttore del Laboratorio di Ricerca in Medicina Preventiva, entrambi di Auxologico, coautrice di Dietasalute. L’alimentazione per dimagrire, prevenire, restare in forma (Sperling & Kupfer).

Se ne parla ormai da decenni, ma la medicina ufficiale stenta ancora a riconoscerne il ruolo. Con la giustificazione che mancano tuttora prove scientifiche evidenti e incontrovertibili ma, soprattutto, condivisibili nei protocolli per il trattamento dei vari tipi di tumore. In mancanza di questo, il campo è lasciato alle libere scorribande di guru della sana nutrizione, libri divulgativi, incontri e lezioni per prevenire e curare il cancro con la nutrizione. Non c’è dubbio che il tema sia non solo affascinante, ma addirittura intrigante per ognuno di noi. Mangiare è un atto quotidiano. E del resto abbiamo evidenza quanto il cibo, ciò che introduciamo nel nostro corpo più volte al giorno, possa in effetti, nel corso degli anni, condurre ad alterazioni del nostro metabolismo fino alla malattia. Sappiamo come sovrappeso, obesità, sindrome metabolica e diabete abbiano un ruolo nella genesi di patologie che interessano vari organi, distretti e funzioni del nostro organismo. E sappiamo che fare maggiore attenzione a quanto mangiamo, limitando l’eccesso di carboidrati e zuccheri, possa mantenerci in migliore salute più a lungo, o a recuperare uno stato di salute, associando ciò a una regolare a adeguata attività fisica. Ancora, sappiamo come l’infiammazione possa essere favorita da una cattiva alimentazione e come lo stato infiammatorio possa creare un terreno favorevole allo sviluppo e al mantenimento di molte malattie. Quindi perché non può esserci un legame tra nutrizione e cancro?

In effetti nessuno lo nega, e anzi sempre più medici sono orientati a impostare diete adeguate non solo per combattere il cancro, ma anche per aiutare i pazienti a sopportare le terapie oncologiche, sia radio che chemioterapiche. Prova ne sia, solo per fare un esempio, il pluridecennale impegno dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano nel campo della alimentazione e nutrizione in oncologia che prevede anche tutta una serie di pubblicazioni e decaloghi ad uso dei pazienti. Sulla questione entra oggi in campo la rivista Science con un lungo articolo a firma di Jocelyn Kaiser in cui vengono affrontate anche le esperienze italiane e di ricercatori italiani operanti all’estero tra cui, in particolare, quella di Valter Longo e la sua “dieta mima-digiuno”.

Dieta chetogenica e cancro

Vicky Makker è una oncologa del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York e quando gli capita una paziente con cancro dell’endometrio che si è diffuso o recidivo, sa che le prospettive non sono buone. Anche dopo radioterapia e trattamenti farmacologici, la maggior parte delle donne con malattia avanzata muore entro 5 anni. Makker avrebbe una pallottola da sparare, l’inibitore della fosfatidilinositolo 3-chinasi (PI3K), farmaco utilizzato in questo e in altri tipi di cancro, spesso però senza successo. Ora però Makker sta tentando di rendere le cellule tumorali più vulnerabili al farmaco sottoponendo i pazienti a una dieta chetogenica (regime a basso contenuto di carboidrati sostituiti in genere da carne, formaggio, uova e verdure) in base agli studi sul metabolismo cellulare e a prove di laboratorio in cui sembra che una dieta chetogenica può contrastare la resistenza dei tumori a questo tipo farmaci. Anche se la stessa Makker ammette che tutto ciò è molto al di fuori del pensiero clinico tradizionale. Tra i molti commenti in merito, quella della ricercatrice oncologica britannica Karen Vousden del Francis Crick Institute di Londra: “”C’è una grande industria in questo settore, ma non si basa su una reale comprensione di quello che sta succedendo in una cellula tumorale”.

Per questo motivo le ricerche sulle correlazioni tra cancro e nutrizione hanno avviato tutta una serie di studi laboratoristici per rendere le prove più solide. Soprattutto c’è bisogno di capire, come illustra bene l’articolo odierno di “Science”, quali componenti della nostra nutrizione possono favorire o inibire una efficace terapia dei vari tipi di tumore. Siccome ciò di cui nutriamo è alla fin fine chimica, amminoacidi, ormoni, molecole, occorre scoprire e capire quali di questi eliminare o rafforzare per curare, e magari, per prevenire alcune forme tumorali. Possiamo perciò dire che la dieta chetogenica, se la intendiamo come parte della terapia oncologica, sia indicata per tutti i tipi di tumore? Ancora non è dato sapere. Anzi, taluni ricercatori avvisano che  una dieta chetogenica potrebbe ritorcersi contro e alimentare la crescita di tumori che amano i grassi, come quelli del seno e della prostata e altri con determinate mutazioni. In alcune ricerche si è poi scoperto che la dieta chetogenica ha stimolato la crescita del tumore nei topi con leucemia. In un recente studio, i ricercatori hanno scoperto che, contrariamente al pensiero prevalente, i tumori del glioblastoma possono aggirare la carenza di glucosio nutrendosi di corpi chetonici. Per sfruttare in sicurezza una dieta chetogenica come trattamento, “è necessario capire veramente come e dove funziona”, dice l’oncologo Matthew Vander Heiden del Koch Institute for Integrative Cancer Research presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT).

Dieta mima-digiuno e cancro

Ideata da Valter Longo, professore di Biogerontologia e Direttore dell’Istituto sulla Longevità a USC (University of Southern California) – Davis School of Gerontology di Los Angeles e direttore del programma di ricerca di Longevità e Cancro presso l’Istituto di Oncologia Molecolare IFOM di Milano, la dieta mima-digiuno ha da una parte attirato l’attenzione del pubblico a livello mondiale, anche per l’efficace campagna di marketing utilizzata, ma anche l’attenzione nonché le critiche di molti medici. Non mancano anche in questo caso gli studi e le pubblicazioni scientifici. Ma hanno dimostrato in modo definitivo che la dieta mima-digiuno sia efficace sia nel prevenire che nella terapia del cancro? Le prove di Longo si basano soprattutto su sperimentazioni animali, su topi, rare sono invece le sperimentazioni protratte su malati di tumore, anche per scarsa adesione al rigido regime alimentare. La teoria alla base della dieta mima-digiungo è quella secondo cui le cellule tumorali si “nutrono” di glucosio e dato che il digiuno abbassa i livelli di glucosio nel sangue, questo sì che le cellule sane si adattino in modo protettivo e “affama” le cellule tumorali che devono crescere. Il digiuno riduce anche la produzione nel corpo di ormoni, come l’insulina, che possono guidare la crescita del tumore. Entrambi gli effetti possono rendere le cellule tumorali più suscettibili alla chemioterapia. Per rafforzare le prove a favore della sua dieta mima-digiuno Longo e il suo  team hanno presentato domanda al National Cancer Institute degli Stati Uniti per una sovvenzione di 12 milioni di dollari per eseguire uno studio clinico su 460 pazienti in 11 ospedali con una dieta che imita il digiuno e chemioterapia per il cancro al seno.

Il futuro delle ricerche su nutrizione e cancro

Come abbiamo detto all’inizio e come fa comprendere l’articolo pubblicato oggi da “Science”, le evidenze riguardo le correlazioni tra nutrizione e cancro fino ad oggi si sono limitate ad osservazioni aneddotiche, casistiche di singoli clinici e ricercatori in campo nutrizionale, non su un solido apparto di studi condotti da più centri sanitari mondiali sui pazienti oncologici, come la ricerca biomedica richiede. Al di là del fascino suscitato in tutti noi da questo tipo di argomenti, dato che investono la vita quotidiana nostra e dei nostri cari, il cammino è ancora lungo per ottenere chiarezza sulle possibilità di applicazione nei vari casi oncologici. Come dice Jocelyn Kaiser a conclusione del suo articolo, sulla scorta di quanto affermano altri ricercatori attenti a questo settore: «il campo della dieta antitumorale impiegherà anni per passare da “incursioni frammentarie” a una chiara comprensione dei pro e dei contro di ciascuna dieta. Anche stabilire che una dieta specifica funziona abbastanza bene da diventare parte delle cure cliniche di routine richiederà tempo. Ma combattere il cancro con la dieta non è più un’idea marginale. Il campo è all’inizio di una nuova era in cui le persone prenderanno davvero in seria considerazione la dieta. I tempi sono maturi».

Abbiamo chiesto un commento all’articolo di Science di cui si parla qui a Cecilia Invitti, endocrinologa, diabetologa, ricercatrice, responsabile del Servizio Lifestyle Medicine e direttore del Laboratorio di Ricerca in Medicina Preventiva, entrambi di Auxologico, coautrice di Dietasalute. L’alimentazione per dimagrire, prevenire, restare in forma (Sperling & Kupfer).

Articolo molto interessante che tratta il tema dell’associazione di diete specifiche per ridurre la crescita tumorale o potenziare l’effetto di farmaci antitumorali e della radioterapia.

Le diete proposte (chetogenica per ridurre salita di insulina che è fattore di crescita, ipoproteiche  per ridurre apporto di aminoacidi che nutrono le cellule tumorali o digiuno breve prima della chemioterapia) si sono dimostrate efficaci nel topo, ma:

a)    l’efficacia delle diverse diete dipende dal tipo di tumore e dalle mutazioni di questo (non si può consigliare la stessa dieta ad un cancro della mammella ed ad uno del colon), quindi prima di consigliarle è necessario approfondire i meccanismi con cui i nutrienti stimolano la crescita di specifiche cellule tumorali. I tumori infatti sono in grado di aggirare le carenze di un nutriente imparando ad utilizzarne un altro (per es. il glioblastoma che usa i corpi chetonici quando non ha glucosio a disposizione) o sintetizzandolo da soli.

b)   adottare una dieta carente di nutrienti potrebbe essere difficile da sostenere da pazienti tumorali defedati o perché non palatabile.  Per questo motivo si stanno studiando diete specifiche per il tipo di tumore palatabili, da consegnare ai pazienti. Qui nasce il problema dei costi da sostenere.

Dovremo aspettare i risultati degli studi clinici in corso nell’uomo che valuteranno:

a)    effetto del semidigiuno prima della chemioterapia in pazienti con ca mammella

b)   effetto di pasti precostituiti ipoglucidici in pazienti con cancro dell’endometrio e mutazione che aumenta la PI3K che favorisce la crescita tumorale

c)    effetto della dieta chetogenica sulle risposta alla chemioterapia in pazienti con ca pancreas

d)   effetto di frullati privo di specifici aminoacidi su risposta alla chemioterapia

Nel complesso penso che ci sia un razionale per cercare di migliorare la prognosi di pazienti tumorali con la dieta, ma fino a quando non ne sapremo di più, il consiglio per questi pazienti resta quello di ridurre drasticamente gli zuccheri semplici e consumare prevalentemente  le proteine di origine vegetale.

Aggiornamento:

La cosa entusiasmante è che sempre più spesso, ormai, compaiono lavori di ricerca sul ruolo della nutrizione nella salute e nella malattia. Di un paio di due giorni fa è il lavoro dal titolo “Processed foods drive intestinal barrier permeability and microvascular diseases” pubblicato da Science Advances che nella parte finale dedicata alla discussione dice: “È diventato sempre più evidente che la moderna dieta occidentale, composta da alimenti trasformati ricchi di grassi, zuccheri e sale, contribuisce in modo significativo alla problematica dell’obesità, che manifesta anche una vasta gamma di patologie degli organi interni, come la steatosi epatica non alcolica, alcuni tipi di cancro, diabete di tipo 2 e malattie macro e microvascolari correlate. Lo stile di vita di una parte sostanziale delle popolazioni dei paesi sviluppati è caratterizzato da un’elevata assunzione di cibi pronti come cereali per la colazione, biscotti e snack, che sono stati sottoposti a trattamento termico elevato. La trasformazione alimentare altera la struttura chimica dei prodotti alimentari e, in tal modo, aumenta la shelf-life (“vita di scaffale”), l’appetibilità e le proprietà sensoriali, migliorando intrinsecamente gusto e potenzialmente stimolando i centri di ricompensa del cervello, che porta a eccesso di cibo. Sebbene i produttori possano tentare di limitare il contenuto di grassi, zuccheri e sale di questi prodotti per soddisfare le linee guida per un’alimentazione sana, questi alimenti sono spesso fonti ricche di AGE (prodotti finali della glicazione avanzata). Qui, abbiamo stabilito che la componente AGE degli alimenti trasformati è un mediatore del rischio di malattie microvascolari”.

Il fantasma di Galileo


È il titolo di una stupenda biografia di Galileo, fresca di stampa dalla Oxford University Press, sottotitolo: “In un dipinto dimenticato della guerra civile inglese”.  L’ha scritto con mano felice lo storico della scienza statunitense John Lewis Heilbron. E siccome gli occhi e l’olfatto dei ricercatori, pure di quelli in campo storico, percepiscono cose che sfuggono ai comuni mortali, una decina di anni fa, in una casa di campagna, Heilbron si imbatté in un dipinto misconosciuto risalente al 1643-44, periodo della guerra civile inglese.

Il dipinto ritrae  un giovane studente e il suo tutore, che tiene una mano su un globo. In primo piano c’è un libro aperto e si tratta nientemeno del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” di Galileo, il trattato “maledetto” bollato come eretico e inserito dalla Chiesa nell’indice dei libri proibiti. Il libro venne dato alle stame nel 1632 e Galileo morì dieci anni dopo, nel 1642. Secondo Heilbron in questo dipinto ci sarebbe il primo riferimento iconografico a Galileo. Ecco perché il “fantasma di Galileo” che aleggerebbe nel dipinto, pronto a manifestarsi in tutta la sua potenza di pensiero negli anni e nei secoli successivi.

Covid-19: una speranza dalla clofazimina?


La clofazimina è un farmaco solitamente usato per curare la lebbra. È un battericida che si lega al DNA del micobatterio della lebbra esercitando una lenta azione battericida (è stato impiegato, in via sperimentale anche nell’Aids per curare le infezioni da micobatterio avio). La clofazimina esercita pure proprietà antinfiammatorie. Tra tutti i farmaci “off-label” (cioè impiegati per altre malattie) che da un anno a questa parte si stanno sperimentando per curare l’infezione da Covid, la clofazimina sembra essere tra i più promettenti come riferisce oggi la rivista scientifica Nature con un articolo dal titolo “La clofazimina inibisce ampiamente i coronavirus incluso SARS-CoV-2”.

Attenzione però. Siccome la notizia inizia già ad essere ripresa, al momento dalla stampa straniera, si tratta di un lavoro preliminare, non ancora sottoposto a revisione, come avverte la stessa Nature in una nota introduttiva. E tra l’altro la clofazimina può avere effetti collaterali di non poco conto.  Inoltre la molecola è stata sperimentata su criceti in un “modello di patogenesi SARS-CoV-2”.  Comunque sia, come si dice nel lavoro preliminare pubblicato oggi:  “la somministrazione profilattica o terapeutica di clofazimina ha ridotto significativamente la carica virale nel polmone e la diffusione virale nelle feci e ha anche mitigato l’infiammazione associata all’infezione virale. L’applicazione combinatoria di clofazimina e remdesivir ha mostrato una sinergia antivirale in vitro e in vivo e una limitata diffusione virale del tratto respiratorio superiore. Poiché la clofazimina è biodisponibile per via orale e ha un costo di produzione relativamente basso, è un candidato clinico attraente per il trattamento ambulatoriale e la terapia combinatoria a base di remdesivir per i pazienti COVID-19 ospedalizzati, in particolare nei paesi in via di sviluppo”.