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Enzo Soresi: “Come ho sconfitto il mio Covid-19”


Soresi_Neurobioblog_Niguarda“Sai Pier, mi sono beccato il virus…”. Con queste parole l’amico e maestro Enzo Soresi mi annunciava di essere entrato pure lui nel percorso ad ostacoli dell’infezione da Covid-19. Stentavo a crederci. Qualche giorno prima Soresi mi aveva detto che avrebbe voluto essere in “prima linea”. Lo sconsigliammo. Aveva già fatto tanto per i suoi pazienti. In tutta la sua lunga e appassionata vita di medico. E continuava a farlo.

Dall’inizio della pandemia lo chiamavano ad ogni giorno e ora della settimana per chiedergli indicazioni terapeutiche. Ne avevamo parlato a lungo. “Enzo, tu che ne hai viste tante, che ne hai ascoltate tante anche da tuo padre, ti saresti aspettato una cosa del genere?”. “No”, mi aveva risposto, “con una tale rapidità di diffusione mondiale e gravità di sintomi, proprio no”. E Soresi stesso aveva scritto in quei giorni sull’argomento un post letto da decine di migliaia di persone.

Poi la decisione, saggia, ammirevole, come uomo e soprattutto come medico, di affidarsi alle cure dei colleghi, dopo un primo tentativo di curarsi da sé a casa. Giorni in cui non l’ho potuto sentire. Ogni tanto qualche rapido e breve messaggio. Le informazioni via via rassicuranti che mi arrivavano dai figli Nicolò e Ludmilla. Le chiamate dagli amici comuni per chiedermi coma stava. Lunghi giorni di attesa.

Poi, proprio, in concidenza della Pasqua, la rinascita di Enzo Soresi. Ci abbiamo scherzato. Il labirinto era stato percorso e ne era uscito.

Ora lo confesso pubblicamente: sono un inguaribile finalista. Ero convinto che anche questa volta Enzo ce l’avrebbe fatta. Come in altri momenti difficili della sua vita. Narrati anche nei suoi libri. Sono finalista e mi ripetevo mentalmente: “Enzo ha incrociato pure questo momento tragico ma pure storico della medicina, non può non raccontacelo dall’interno, come solo lui è capace di fare”. E mi pareva di sentire la sua tipica e contagiosa risata: “Pier, affanculo pure il coronavirus!”. Così è stato. Ed ecco il suo racconto. (PG)

La sensazione di ammalarmi mi arrivò con un senso di fastidio alle spalle, poi febbre aggressiva sui 38 e 7 a poussée, remittente a piccole dosi di tachipirina. Senso di spossatezza ma nessuna fatica respiratoria con saturazione di ossigeno intorno al 97%.

Immediatamente parto con il protocollo di plaquenil 200 mgr tre volte al giorno più trozocina 300 mgr al giorno per tre giorni. Con questo trattamento per telefono fra il 20 ed il 27 marzo avevo trattato tre pazienti. Giunto al sesto giorno e spossato su invito di due cari amici e colleghi, ex Piazza di Niguarda, vengo avviato per ricovero al San Gerardo di Monza dove dopo 8 ore di pronto soccorso mi viene proposto ricovero per iniziale infezione polmonare (o infiammazione?) in Covid 19 positivo.

Trasferito in geriatria degenza, rimango in parcheggio 48 ore con ossigeno endonasale ed alcun programma terapeutico. Il venerdì mattina su attivazione del collega, amico, ex Pneumologia Piazza Niguarda, Sergio Harari, direttore dell’Unità operativa di pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, vengo trasferito in malattie infettive ed inizia uno stretto monitoraggio su emogasanalisi arteriosa, parametri infiammatori ed infettivi.

Già da una settimana su mia iniziativa avevo iniziato calcieparina 4.000 unità die a scopo preventivo sul rischio di microembolie polmonari che la cascata di citochine flogogene indotta dal virus può scatenare. Da domenica 30 inizio urbason 60 mgr più terapia antibiotica. Immediatamente cambia lo scenario clinico, dopo 48 ore riducono i flussi di ossigeno con ventimask Venturi. In 7 giorni passo da un rischio elevato di insufficienza renale e polmonite interstiziale alla norma con respirazione spontanea.

La terapia antibiotica viene sospesa in quinta giornata. Domenica di Pasqua dimissione con programma terapeutico domiciliare di prednisone 25 mgr die perv7 giorni poi 12,5 mgr die per altri 7. Diuretici e clexane per altri 7 giorni.

Ora al domicilio in quarantena fino al tampone fra una decina di giorni.

Per inciso al mio ingresso in malattie infettive una paziente nella mia stanza di 67 anni entrata trenta giorni prima con insufficienza respiratoria, embolie polmonari multiple, dopo 2 settimane di subintensiva era in ottimo recupero e verrà dimessa “guarita” nei prossimi giorni.

Considerazioni personali: iniziando il cortisone in terza giornata avrei sicuramente evitato il ricovero e le sue conseguenze.

Su tutta questa mia esperienza un senso di ammirazione va a tutti i collaboratori del reparto malattie infettive del San Gerardo di Monza, ognuno con le sue competenze ma il cui risultato finale è la perfetta gestione del paziente e la elevata possibilità di guarirlo anche in situazioni cliniche più complesse delle mie. Un grazie particolare all’amico oncologo Paolo Bidoli, capo dipartimento dell’area della struttura complessa del San Gerardo per come mi è stato vicino con affetto e sensibilità.

Un grazie quindi a tutti i colleghi ex Niguarda la cui rete mi ha sostenuto emotivamente. In fondo avevo appena pubblicato per Utet, con il coblogger Pierangelo Garzia e altri collaboratori, il volume “Come ringiovanire invecchiando” e mi sarebbe spiaciuto contraddire il titolo per colpa di questo coronastronzo…alla 19^ potenza!

Nella foto: Enzo Soresi, al centro, con il gruppo di “storici” colleghi di Piazza Niguarda, rivelatisi determinanti nel suo percorso di cura e guarigione dall’infezione da Covid-19.

Giuseppe Riva: “L’aiuto della rete e dei social nella pandemia da Coronavirus”


GiuseppeRIva_NeurobioblogCosa sarebbe accaduto se questa pandemia ci avesse colpiti quando non esistevano la rete, la posta elettronica, i social? Se non avessimo avuto la possibilità di scambiarci informazioni in tempo reale, possibili soluzioni ai problemi, possibili interventi terapeutici? Sarebbe stato tutto molto, ma molto peggio.

È vero che la rete, e in particolare i social, sono anche veicolo di informazioni fasulle, ingannevoli, fuorvianti, di fake news, ma sono contemporaneamente una straodinaria conquista umana in grado di venirci in soccorso in questo drammatico frangente storico. Possiamo lavorare a distanza. Possiamo dialogare e farci vedere a distanza. Possiamo fare consulti medici a distanza. Possiamo divertirci, leggere, vedere film senza limiti. Possiamo studiare e persino laurearci a distanza. Insomma, se usati nel modo corretto, Rete e social contribuiscono in modo determinante a farci superare l’attuale emergenza mondiale.

Ma come possiamo usare in modo sano e corretto rete e social, in questi momenti di ansia, angoscia e, a volte, persino isteria collettiva? Lo abbiamo chiesto a uno dei maggiori ricercatori mondiali in fatto di Rete, social, nuovi media e Realtà Virtuale: Giuseppe Riva, professore ordinario  di Psicologia generale e Psicologia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano e responsabile del Laboratorio di tecnologia applicata alla neuropsicologia dell’Auxologico di Milano, presidente dell’International Association of CyberPsychology, Training, and Rehabilitation.

Prof. Riva, quale aiuto  e quali problematiche ci possono dare la rete e i social in questo periodo?

Il principale elemento che la quarantena da Coronavirus ha messo in crisi è il senso di comunità. Come ha spiegato da tempo la psicologia sociale, il concetto di comunità è strettamente legato a quello di luogo: un ambito spaziale idealmente e materialmente delimitato. In parole più semplici le comunità nascono e si sviluppano nei luoghi. E in effetti, come hanno dimostrato recentemente i coniugi Moser, con una scoperta che gli ha portato a vincere il premio Nobel per la Medicina nel 2014, la nostra mente è in grado di riconoscere intuitivamente la presenza di luoghi fisici. Nel cervello sono presenti infatti diversi neuroni che sono in grado di riconoscere immediatamente sia i confini che ci circondano (place cells e grid cells), sia la posizione di altre persone al loro interno (social place cells).

Non solo. La memoria autobiografica, che unifica le nostre diverse esperienze di vita dandogli un senso, utilizza proprio i luoghi per costruire una storia comune con gli altri membri della comunità. Nel momento in cui, per la quarantena,  la possibilità di frequentare i luoghi scompare gli effetti psicologici sono due. Da una parte la nostra memoria autobiografica non si rinnova e la sensazione è quella di passare tante giornate sempre uguali. Dall’altra parte si indebolisce il senso di essere parte della stessa comunità. Non basta infatti parlare quotidianamente con le persone a noi vicine per ricostruire il senso di comunità perduto. Per farlo bisogna riuscire a fare qualcosa insieme. E in questo la rete e i social aiutano molto. Dai flash mob, che consentono di sentirsi parte di un gruppo più ampio che ha lo stesso obiettivo – non arrendersi all’isolamento del coronavirus nel rispetto delle regole che garantiscono la non diffusione del virus – riempiendo di contenuti la nostra memoria autobiografica, alla costruzione di “comunità di pratiche digitali”, gruppi di persone che utilizzano la rete per raggiungere insieme un obiettivo comune.

Come andrebbero usati la rete e i social in questo periodo? 

Come racconto nel mio volume sui “Nativi Digitali” uno dei paradossi dei social media è che possono essere utilizzati in due modi completamente diversi. Attivamente, come strumento espressivo in grado di sostenere le relazioni e di facilitare l’attività comune. Oppure, passivamente per la ricerca di informazioni sulla cronaca o sulle altre persone presenti nella nostra rete. Come ha spiegato David Ginsberg, direttore della ricerca di Facebook in un lungo articolo disponibile qui gli effetti psicologici di queste due modalità di utilizzo dei social media sono molto diversi. Se l’uso attivo dei social, come strumento espressivo e relazionale, fa bene alle persone, l’utilizzo passivo genera ansia e depressione.

Questo perché le persone tendono principalmente a cercare online informazioni che confermino il proprio punto di vista, rimanendo bloccati su un’unica e parziale visione del mondo. La situazione attuale può anche potenziare gli aspetti negativi dell’uso passivo. Infatti, le emozioni di paura e insicurezza che il Coronavirus genera possono essere ulteriormente aumentate da una ricerca compulsiva di informazioni sulla situazione. E questo genera un effetto contagio. Attraverso la condivisione delle informazioni più allarmanti o dei rimedi più improbabili, il rischio è quello di generare una vera e propria cortina fumogena sociale spesso basata su fake news che oltre a far perdere un sacco di tempo – cercando le ultime notizie sul coronavirus riuscire a telelavorare diventa impossibile – può aumentare il senso di isolamento e generare depressione.

Per questo le strategie efficaci di utilizzo dei social sono due. Da una parte limitare la ricerca di informazioni sul Coronavirus a specifici momenti della giornata, per esempio prima di pranzo o dopo cena. E poi cercare di utilizzare i social per fare insieme qualcosa. Non è necessario che sia qualcosa di significativo. Basta anche cantare insieme sul balcone una canzone alle 12, per ritornare a sentirsi parte di una comunità. E lo stesso vale per il telelavoro. Riuscire non solo a vedersi sull’ennesima Skype, ma usare la connessione per pianificare insieme un’attività comune consente di trasferire ai luoghi digitali il senso di comunità che prima avevamo costruito nei luoghi fisici.

In quest’ottica, per fare qualcosa insieme, segnalo il mio video su TikTok: all’interno dell’iniziativa della Cattolica di spiegare in modo divertente e leggero il Coronavirus.

Raffaele Mantegazza: “Questa umanità divisa in due e il dopo-Covid”


Raffaele MantegazzaNon saremo più quelli di prima. Nulla tornerà come prima. Al di là di questa retorica ossessiva che rischia pure di infastidire, è legittimo chiedersi se davvero questa esperienza collettiva che a pieno titolo possiamo considerare “storica”, potrà insegnarci qualcosa. Cosa potrà lasciarci a livello di crescita interiore e sociale.

Se è vero come è vero che le grandi epidemie hanno determinato e cambiato il corso della storia, la pandemia da coronavirus quale traccia storica ci lascerà? E il nostro sguazzare tra vero e falso, tra quasi vero e verosimile, ci insegnerà qualcosa per il futuro? E le dichiarazioni pubbliche di certi espertoni, di certi scienziati che all’inizio si prodigarono con sentenze apodittiche tipo: “questa epidemia ci coinvolgerà meno di zero!”, “le mascherine non devono essere usate, le devono usare solo gli ammalati”, “è una patologia banale, poco più di una influenza stagionale”, “colpisce solo gli anziani”.

Queste cose, specie nell’era della Rete, rimarranno. Anche in passato si sono scritti volumi sulle strampalate dichiarazioni dei cosiddetti “esperti”. Vedremo se  faremo tesoro in futuro della vicenda Covid-19, prima di esprimere panzane e soprattutto prima di avere studiato a fondo un problema complesso e intricato, nella sua evoluzione lungo un ragionevole lasso di tempo. Il termine epidemia, e ancora più pandemia, avrebbe quantomeno dovuto indurre alla prudenza quanti si occupano di fenomeni complessi, soprattutto di tipo sanitario: non si tratta di un fenomeno isolato o isolabile in laboratorio (ricordate il tripudio per avere “isolato il virus”?), ma bensì di un fenomeno dinamico, in continua evoluzione, con un sacco di variabili dipendenti e indipendenti.

Intanto abbiamo rivolto qualche domanda a Raffaele Mantegazza, docente di Scienze umane e pedagogiche al Dipartimento di Medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca, nonché raffnato scrittore e saggista. Il prof. Mantegazza, in questi giorni, ci ha pure fatto dono di un suo racconto fanta-sociologico sul dopo-Covid, rassegnatamente distopico, che, in accordo con lui, al momento preferiamo tenere da parte. Per le ragioni che potete immaginare.

Prof. Mantegazza cosa ci può insegnare questa esperienza “epocale”? Quali vantaggi ne possiamo ricavare anziché farci “annientare”?

Il metro di distanza che teniamo dalle persone quando usciamo per necessità c’è sempre stato; è quello che Edward Hall chiamava la distanza intima, quella specie di bolla trasparente che ognuno di noi ha attorno a sé, e che definisce lo spazio di intangibilità. In questo spazio finora entrava solo chi aveva il nostro permesso (amici, amanti, figli, medici ecc.) o, a parte i casi di necessità (la ressa sul tram) chi ci faceva violenza. Questa nostra intimità è stata debanalizzata dal virus: abbracciarci anche solo dopo avere segnato un goal, stringere la mano a un amico o un collega non sono più gesti scontati, ma hanno assunto una nuova rilevanza. Così come l’ha assunta il nostro rapporto con il tempo: chi sta in casa  ha tempo da passare, non necessariamente da riempire, ma da lasciar trascorrere apprezzando anche quello che sembrava il nostro peggiore nemico: la noia.

Il problema è che in questi giorni l’umanità è divisa in due: chi come me è forzato al riposo e alla meditazione e chi come te non solo deve lavorare ma ha un tempo sempre più pieno, stressante e logorante. Queste due umanità saranno chiamate a raccontarsi le loro esperienze dopo questi mesi, e dovranno farlo con grande tolleranza e rispetto reciproco

Si profilano vari scenari nel “dopo-Covid”: quale le sembra più plausibile?

Siamo sicuramente a un punto di svolta. Dipenderà molto da cosa vorremo farne di questa umanità piagata dal virus. Se sceglieremo di ignorare tutto, di ricominciare come se niente fosse accaduto (del resto non è stato così anche dopo Auschwitz, Hiroshima, Sarajevo, l’Aids?) temo sinceramente che le cose andranno molto male. Se capiremo invece che questi cambiamenti nel nostro modo di vivere la quotidianità possono farci riflettere sul fatto che i ritmi e i rapporti umani di “prima” erano insostenibili, allora davvero potremo costruire qualcosa di nuovo. Per istinto e per natura propendo per la seconda ipotesi, ma niente ci sarà regalato. Credo che la scuola avrà un ruolo strategico in questo passaggio, come ho cercato di dire in librettino che spero si riesca a pubblicare, “La scuola dopo il Coronavirus”.

In questo periodo di “confinamento forzato” nelle nostre case, molti raccontano di non riuscire a sfruttare il molto tempo disponibile: cosa consiglierebbe?

Di non pensarla in questo termine e di prenderla un po’  “come viene”; lasciamo che il tempo ci attraversi, non sfruttiamolo ma gustiamolo, poniamoci pochi obiettivi e diamoci qualche rito quotidiano ma lasciando anche spazi vuoti. Come mai persone che fino a due mesi fa dicevano “Non so cosa darei per avere un mese a casa, staccare tutto e riposare senza far niente” adesso sono i primi ad essere stressati dalla permanenza a casa? C’è qualcosa che non torna. Occorre capire che stiamo già cambiando come umanità, e cercare di fare in modo che sia per il meglio. 

Come sta vivendo questo periodo?

Sono molto preoccupato per le vittime e i contagiati ma anche per il futuro,ma devo dire che personalmente non mi manca la frenesia dei tempi pre-virus. Io ho sempre amato moltissimo il mio lavoro ma il contatto comunque quotidiano, anche se a distanza,  con gli studenti mi sta aiutando, anche perché questi ragazzi apprezzano molto la vicinanza e il fatto di poter parlare delle nostre ansie e delle nostre paure. E poi mi stanno aiutando i miei due figli, 13 e 11 anni, che stanno dimostrando, come tanti loro coetanei, una maturità e una serenità che ci deve esser da esempio; e i miei due gatti e il mio cane che mi guardano incuriositi e sembrano dire “dovete farcela anche per noi”.

Le fake news hanno un ruolo nel farci illudere di potere “gestire il problema” o sono assolutamente da bandire?

Capisco cosa intende dire, ma le fake news hanno un ruolo diverso dalle leggende metropolitane; queste si sono diffuse abitando quel regno tra realtà e fantasia, il “non è vero ma ci credo”, per cui permetterci di pensare che non siamo mai stati sulla Luna o che se ti addormentavi potervi risvegliarti senza un rene poteva essere di stimolo all’attività mitopioietica dell’uom. Adesso il canale di diffusione (la rete e soprattutto i social) cambia tutto: un conto è raccontare de visu una leggenda metropolitana, avendo davanti una persona della quale puoi leggere le reazioni a partire dal linguaggio del corpo e dei viso, altro è inoltrarla a 1000 contatti, soprattutto se questi non leggono nemmeno la fonte né primaria né secondaria. Il mezzo è il messaggio, come diceva Mc Luhan, e questo è ancora più vero nel regime che qualche intellettuale si ostina a chiamare della post-verità.

Giorgio Lambertenghi Delilier: “Il mio parere sul plasma da guariti nei malati Covid-19”


Neurobioblog_ Giorgio_LambertenghiCurare la sindrome da coronavirus. Tutti siamo nella spasmodica attesa che si trovi una cura valida. Un trattamento che salvi la vita alla gente. Nell’attesa che venga sviluppato un vaccino. Tra le molteplici proposte terapeutiche di cui di giorno in giorno, di ora in ora, si stanno inseguendo, in una mondiale corsa contro il tempo, c’è anche quella ricavata dal sangue dei pazienti guariti dall’infezione, il cosiddetto “plasma di convalescenza”. Di cosa si tratta?

La teoria che ne è alla base non è recente, anzi, risale a oltre 100 anni fa. «Si basa sul presupposto  secondo cui», spiega “The Scientist”, «un sopravvissuto ha sviluppato anticorpi nel corso della propria infezione, le donazioni di sangue a coloro che si sono recentemente ammalati darebbero un vantaggio al sistema immunitario dei riceventi, riducendo la gravità della malattia e aumentando la probabilità di sopravvivenza. Durante la pandemia di influenza spagnola del 1918, il tasso di mortalità è diminuito del 50% tra i pazienti che hanno ricevuto il trattamento da convalescente, secondo una meta-analisi delle cartelle cliniche disponibili in quel momento e pubblicata negli Annals of Internal Medicine nel 2006».

Teniamo però conto che 100 anni fa non avevano le possibilità terepeutiche di oggi. Non si  disponeva della rapidità di ricerca, dei mezzi tecnologici per sviluppare e per testare nuove terapie.  Dovevano sopperire con quello che c’era. E gli anticorpi dei guariti potevano essere una possibilità. Tuttavia l’impiego del plasma di convalescenza è anche oggi preso in considerazione, seppure in pazienti gravemente compromessi, in base a un protocollo di sperimentazione di emergenza.

Ma più che agli ammalati, secondo alcuni il plasma di convalescenza potrebbe essere utile per proteggere chi è sovraesposto al rischio di contagio, cioè a chi si prende cura dei malati di Covid-19. «I sostenitori del trattamento», riporta “The Scientist”, «hanno affermato che potrebbe essere molto utile per i medici e gli infermieri in prima linea, che devono affrontare esposizioni ripetute e la cui assenza dal lavoro influirebbe notevolmente sulla salute pubblica, oltre a coloro che lavorano nelle case di cura, prendendosi cura delle persone che sono più a rischio di sperimentare complicazioni letali dall’infezione».

Abbiamo chiesto di chiarirci  le ieee a un grande medico e ricercatore che si è occupato a lungo di problematiche ematologiche e ancora fornisce il suo prezioso contributo alla medicina interna: Giorgio Lambertenghi Deliliers, direttore dell’Unità operativa di Medicina generale dell’Auxologico Capitanio di Milano e, tra i moltepli incarici ospedalieri, scientifici e istituzionali rivestiti, già direttore del Dipartimento di ematologia e oncologia della FondazioneI Irccs Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e direttore del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Milano.

Prof. Lambertenghi il cosidetto “plasma dei guariti” può essere una opzione terapeutica, se non per tutti, per certi malati Covid-19? 

La somministrazione di plasma provenienti da donatori sani è raccomandata per i pazienti in condizioni critiche (shock settico, ipovolemico, cardiogeno ecc.), e quindi anche per i soggetti Covid-19 con gravi complicanze soprattutto cardiache.

Diverso è il razionale dell’uso del plasma proveniente da pazienti Covid-19 convalescenti e guariti, a scopo profilattico o terapeutico. L’ipotesi (ma è solo una ipotesi) è che questi concentrati siano ricchi di anticorpi specifici utili per eliminare il virus. La letteratura riferisce infatti una “possibile” efficacia dei plasmi di soggetti convalescenti in altre endemie del passato, come quella più recente dell’Ebola. Non si può peraltro escludere che questi risultati siano legati solo alla ricostituzione del volume circolante e non alla reazione anticorpale.

In conclusione la somministrazione di plasma di soggetti convalescenti a pazienti con malattia Covid-19 attiva non è da rifiutare a priori, ma deve essere praticata nell’ambito di una sperimentazione controllata (in accordo con i centri trasfusionali), per stabilire la dose da somministrare e soprattutto testare oltre la sua efficacia clinica anche soprattutto la sua sicurezza. Bisogna poi dimostrare con certezza che questi concentrati contengano una dose terapeutica di anticorpi specifici anti-Covid-19!

La terza considerazione è in relazione alla possibilità che nei pazienti Covid-19 (per definizione immunodepressi) la temperatura elevata e altre complicanze, soprattutto polmonari, siano sostenute da microrganismi concomitanti. Pertanto, in base all’esperienza ormai acquisita in altre condizioni di grave immunodepressione, sarebbe utile considerare l’infusione di immunoglobuline ad alte dosi, facilmente reperibili nel prontuario terapeutico. Il problema è il loro costo elevato, ma questo non deve diventare un problema quando si tratta di salvare una vita. Mi sono permesso di ricordare questa alternativa terapeutica anche sulla base della mia esperienza, positiva, nei pazienti leucemici con gravi infezioni, soprattutto polmonari.

 

 

Neurocovid: le manifestazioni neurologiche del Covid-19


VincenzoSilani_NEUROBIOBLOGL’infezione da Covid può dare anche manifestazioni neurologiche? Per Vincenzo Silani, professore ordinario di neurologia e direttore della scuola di specializzazione in neurologia dell’Università di Milano, direttore dell’Unità Operativa di Neurologia e Stroke Unit dell’Auxologico di Milano, non ci sono dubbi. Ciò che molti medici hanno già constatato sul campo è di fatto un interessamento neurologico del sistema nervoso centrale e periferico da parte dell’infezione da Covid. Tra le manifestazioni rilevate ci sono ad esempio alterazioni del gusto, dell’olfatto e della coscienza. In alcuni casi anche manifestazioni psicologiche e psichiatriche. C’è da chiedersi, secondo i neurologi, se l’infezione da Covid possa, in taluni casi, dare anche conseguenze neurologiche successive alla risoluzione della fase acuta dell’infezione. Emerge sempre di più il fatto che l’infezione da Covid non colpisca unicamente le vie respiratorie, di cui il polmone è il bersaglio primario e di più urgente e vitale risoluzione, ma, potenzialmente, l’organismo nel suo complesso.

La neuroinvasione del Covid 

Vincenzo Silani è tra i  sette superspecialisti nazionali interpellati per stilare un documento denominato “SIN – Covid 19” divulgato in queste ore dalla Società Italiana di Neurologia e scaricabile dal sito della Sin. Documento che elenca i vari passaggi, sulla base delle evidenze scientifiche e cliniche, che vanno dalle caratteristiche peculiari di questo virus, alle vie di ingresso del virus nel nostro organismo – una sorta di “Alien” che cerca di colonizzare e compromettere i vari distretti del nostro corpo. Ad esempio, la via ematogena, del circolo sanguigno, che potrebbe determinarne quello che gli stessi superspecialisti definiscono una “neuroinvasione” da parte del Covid e la conseguente variegata sintomatologia che depone a favore di un possibile coinvolgimeno delle vie nervose periferiche e centrali. 

Se da una parte il Covid è un virus di tipo respiratorio, tuttavia differisce dai comuni virus stagionali che provocano l’influenza: «Oltre ai comuni virus che infettano milioni di persone annualmente, causando patologie a prognosi benigna, ciclicamente emergono infezioni virali a carattere epidemico o pandemico quale conseguenza di trasmissione zoonotica (cioè attraverso animali). Tali infezioni coinvolgono virus Rna quali i coronavirus umani e l’influenza A, agenti che possono colpire organi e sistemi extra-respiratori, incluso il sistema nervoso».

Naso e intestino come vie di accesso Covid 

Ma quali sono le vie di ingresso del virus? Il fatto che ad esempio venga inalato dal naso o dalla bocca, non potrebbe portare direttamente dal naso al cervello, oppure transitare dall’intestino? Dalla letteratura scientifica si deduce che «l’interessamento del sistema nervoso centrale, periferico e muscolare è presente nei pazienti Covid-19 ed una attenta interpretazione dei medesimi auspicabile. In particolare, l’iposmia (diminuzione o assenza dell’olfatto) riportata suggerisce una via di infezione nasale con accesso diretto al sistema nervoso centrale. Questa via potrebbe essere alternativa alla via respiratoria e a quella intestinale e teoricamente potrebbe manifestarsi, come in alcuni casi di Sars-Cov, con sintomatologia prevalentemente neurologica».

Il ruolo del neurologo nella sindrome da Covid

Alla luce di tutto ciò  è fin troppo evidente il ruolo del neurologo nella gestione di ciò che forse, almeno in taluni casi, sarebbe più opportuno definire “sindrome da Covid-19” anziché un singolo evento patologico. Come sottolinea il documento congiunto della Sin: «Infine, poiché circa il 10% dei pazienti ospedalizzati necessita di assistenza in reparti di terapia intensiva, il monitoraggio neurologico deve essere volto anche a verificare l’insorgenza di problematiche neuro-periferiche a tipo “criticall illness neuro-myopathy”, ma anche quella di eventuali complicanze a distanza, post infettiva a tipo sindrome di Guillain-Barré. Ulteriore ruolo del neurologo è quello di collaborare con gli infettivologi nell’eventuale scelta delle terapie, in base alle importanti interazioni farmacologiche, quali ad esempio quelle tra anti-virali ed antiepilettici o anticoagulanti orali».

Il commento finale di Vincenzo Silani 

«Il documento Sin sancisce la consapevolezza della neurologia italiana per un aspetto sottostimato della infezione Covid-19, cioè il sistema nervoso centrale e periferico, compreso il muscolo scheletrico, con una rilevanza clinica potenzialmente sottostimata sia nella conduzione dell’acuto che nelle sequele successive alla infezione», ci dice Vincenzo Silani, coautore del documento, con mandato ufficiale della Sin (Società Italiana di Neurologia) ad una rapida consultazione in tempo reale, ci tiene a sottolineare per correttezza professionale e scientifica, del gruppo “Neurocovid-19” e in quanto segretario del Collegio dei professori ordinari di neurologia impegnati nel supporto della neurologia italiana alla lotta contro l’infezione da Covid-19.

Sin Società Italiana di Neurologia 

Enzo Soresi: “Le mie considerazioni sull’epidemia da coronavirus”


Enzo_SORESI_coronavirusEnzo Soresi, primario emerito di pneumologia dell’Ospedale Ca’ Granda – Niguarda di Milano, superati gli 80 anni e tuttora in attività, ne ha davverro viste tante nella sua lunga e intensa vita di medico. Ne ha raccontato a più riprese anche nei suoi libri. Gli abbiamo chiesto di dirci la sua sull’epidemia da coronovirus. Ecco la sua testimonianza.

Nel  1968 ho affrontato,  come assistente in  anatomia patologica presso l’Ospedale di Niguarda  l’epidemia della influenza denominata “Hong Kong” che fece circa 20.000 morti. Eravamo in tre assistenti  ed il carico di autopsie era di circa 15 ogni giorno. Le morti erano indotte, in prevalenza, da polmoniti batteriche che colpivano  pazienti  anziani,  affetti da bronco pneumopatie  croniche ostruttive (Bpco ) tipiche dei fumatori, da diabete, cardiopatie o semplicemente in  età avanzata. In quegli anni l’ospedale contava circa 2.500 letti e quindi in linea di massima si riuscì a sostenere l’impatto dei  ricoveri anche se evidentemente con difficoltà si salvavano i pazienti.  Il virus influenzale infatti induce una severa immunodepressione che favorisce in un secondo tempo la complicanza batterica polmonare con germi spesso resistenti agli antibiotici.

Quell’esperienza portò le case farmaceutiche ad investire sulla ricerca di nuove classi di antibiotici commercializzate poi negli anni successivi. Pur essendo, allora molto  giovane,  non ricordo un impatto sociale cosi devastante come sta avvenendo in questi giorni. La morte dei propri cari, in quell’anno, comunque ricoverati e curati, diventava ineluttabile ed accettata senza remore sulla efficienza  della sanità pubblica

Perché oggi è tutto così diverso? La pandemia in corso indotta da questo virus ha caratteristiche molto particolari che si possono così riassumere :

a ) elevata contagiosità al punto che si parla in Inghilterra di favorire l’immunità di gregge sacrificando una parte della popolazione. È il principio secondo cui la catena dell’infezione può essere interrotta quando un adeguato numero di persone avrà contratto il virus.  Nel caso del coronavirus si ipotizza il 66% della popolazione.

b ) insorgenza di polmoniti interstiziali ossia  complicanze polmonari sostenute da una liberazione di citochine flogogene  (alcuni tipi di interleuchine ed in particolare la IL6) nell’interstizio polmonare che il coronavirus induce. Quindi nessuna polmonite batterica da immunodepressione  ma una polmonite interstiziale che raramente viene indotta dai virus influenzali  stagionali e che invece in questo caso presenta  una relativa alta incidenza.  Questo tipo di polmonite, che non risponde a terapie antibiotiche di nessun tipo,  porta ad una progressiva insufficienza respiratoria che, se non supportata da adeguata ventilazione polmonare in area di rianimazione, porta all’exitus.

Ecco quindi l’impatto sociale completamente diverso rispetto al ’68

Il numero insufficiente dei letti di rianimazione sta portando ad una apparente morte per inadeguata assistenza sanitaria e quindi emotivamente, si suppone, che un nostro congiunto che poteva essere salvato muore per colpa di una mancata assistenza per mancanza di letti in unità intensive respiratorie.

Quindi di fronte ad una pandemia dove la quota di malati è relativamente bassa, si parla dell’1% dei contagiati, vi è un’elevata incidenza di morti per inadeguata assistenza? Dal Corriere del 15 marzo si riporta che su 156.000 casi positivi nel mondo ci sono a tutt’oggi 5.614 morti. Ma quanti di questi potevano essere salvati ?  Difficile rispondere ma sicuramente un elevato numero di questi deceduti era affetto da  patologie multiple  che non hanno consentito il recupero del paziente.  Ci tengo a precisare, inoltre, che, come pneumologo, in 50 anni di professione, le poche polmoniti interstiziali sostenute da un virus influenzale che mi sono capitate, nonostante  il tempestivo ricovero in unità intensiva sono tutte decedute e non si trattava in tutti i casi di pazienti anziani o defedati. Se ne deduce che la polmonite interstiziale di natura virale non è semplice da guarire.

Quali riflessioni?

Che se, con il senno di poi, i letti della rianimazione fossero stati adeguati, la morte, comunque ineluttabile,  sarebbe stata accettata  con più rassegnazione così come avvenne  nel ’68 .

Quali speranze?  

Una novità di questi giorni apre qualche speranza di possibile controllo della polmonite interstiziale e cioè un anticorpo monoclonale da anni somministrato, sottocute, ai pazienti affetti da artrite reumatoide,  malattia autoimmune scatenata dalla interleuchina 6 (IL6),  una delle citochine flogogene più  aggressive. Poiché nei pazienti che finiscono in rianimazione è proprio questa IL6 che porta alla insufficienza  respiratoria un uso tempestivo di  questo anticorpo, noto con il nome di Tocilizumab, potrebbe essere di possibile  aiuto. Le sperimentazioni sono in corso e  sembrano promettere bene.  La casa farmaceutica Roche si è resa disponibile a fornire il farmaco gratuitamente. Se questo trattamento risulterà efficace come è già  avvenuto, in qualche raro caso, in Cina ed a Napoli,  potrà  in prospettiva ridurre  il numero dei morti.

L’infiammazione

Nel mio ultimo libro, scritto con il coblogger Pierangelo Garzia e una squadra di specialisti, “Come ringiovanire invecchiando”, affrontiamo il capitolo della infiammazione come premessa  di tutte le malattie e racconto di un singolare caso clinico di una giovane paziente depressa in terapia con 4 farmaci antidepressivi per un tentato suicidio. Fra gli esami  ematologici, da me richiesti per valutare la sua condizione infiammatoria, c’erano la  IL6 e la proteina c reattiva,  entrambi risultati  a valori molto elevati. Usando l’anticorpo monoclonale Tocilizumab che  neutralizza l’IL6,  avrei potuto curare la sua depressione? Ma se questa donna di 56 anni contraesse il coronavirus partendo da una condizione infiammatoria così elevata sarebbe più esposta al rischio di una polmonite interstiziale ? Sicuramente sì ed ecco quindi come si potrebbero spiegare alcune morti in pazienti  relativamente giovani e senza fattori apparenti di rischio.

Come ridurre l’infiammazione?

In primis alimentazione povera di carboidrati, per assurdo la dieta chetogenica, tanto demonizzata sta diventando la dieta di maggiore prevenzione  contro le malattie .

Digiuno intermittente cioè  fare passare da 14 a 16 ore fra un pasto e l’altro almeno un paio di volte alla settimana questo ridà vita al sistema immunitario ed elimina i mitocondri danneggiati.

Attività fisica moderata, se non potete uscire organizzatevi in casa oppure fate 2 piani di scale (in salita) 4 volte al giorno, equivalgono a circa 8.000 passi.

Come integratori vit. C meglio da masticare 500 mgr due volte al giorno, glutatione, coenzima Q10, probiotici ed infine il mitico Kaloba, fitofarmaco che attiva il macrofago cioè la cellula dell’immunità innata in grado di neutralizzare virus e batteri.

Ma l’inquinamento gioca qualche ruolo nella diffusione di questo virus?

A questa domanda mi risponde Roberto Boffi, amico e collega dell’Istituto dei Tumori che da anni lotta contro vari tipi di inquinamento oltre che quello da fumo di sigarette: “Caro Enzo, secondo i risultati dei campionamenti effettuati a Wuhan dai nostri colleghi ed amici cinesi ed americani, il virus si  aggrega ai PM (poveri sottili) e più ce ne sono più diventano carriers di SARS – CoV-2 . In teoria, se non ci fosse inquinamento dovrebbe diminuire sicuramente pure la trasmissione.  Importante è però considerare che non sappiamo ancora per quanto tempo rimane attivo il virus nel PM”.  Va inoltre tenuto presente, aggiungo io,  che l’inquinamento induce infiammazione cronica  nelle mucose delle vie respiratorie e rappresenta quindi un fattore di rischio aumentato per le complicanze polmonari  indotte dal virus.

Concludo con una metafora calzante appena letta sul  sito  di Brain Circle e scritta da Massimiliano Sassoli de’ Bianchi, docente presso  il  Center Leo Apostel for Interdisciplinary Studies (CLEA) della Vrije Universiteit di Bruxelles:  “il coronavirus è un hacker  creato dalla natura per mostrare la vulnerabilità del nostro sistema prima che collassi completamente”.

 

 

 

 

 

Enzo Soresi: studiare mitocondrio e infiammazione per la nostra salute


MitocondrioMonAmourUn mese fa si è tenuta presso l’hotel Michelangelo di Milano una giornata scientifica dedicata al tema del mitocondrio. Quando con il coblogger Pierangelo Garzia abbiamo scritto e pubblicato il libro “Mitocondrio mon amour”, edito dalla Utet, eravamo convinti dell’importanza che la conoscenza di questo batterio avrebbe avuto nella medicina contemporanea e questo convegno ha confermato le nostre previsioni.

Il convegno è stata organizzato, con grande professionalità,  da Giorgio Terziani che da oltre 20 anni si è impegnato, al fine di commercializzare il suo prodotto,  ormai storicizzato, noto come “Cellfood”,  a impostare ricerche scientifiche sulla funzione mitocondriale e sull’epigenetica.

La prima relazione è stata presentata dal sottoscritto  in collaborazione con Andrea Chellini, specialista del movimento ed è stata incentrata sulla importanza che la respirazione secondo Buteiko assume per la migliore ossigenazione della cellula. Il marker di questa  ventilazione è rappresentato dal livello di CO2 esalato misurato con un capnografo. La respirazione secondo Buteiko consiste nel ridurre l’iperventilazione che tutti noi, soggetti sani,  inconsapevolmente attuiamo. Questo comporta un lieve stato ipossiemico che ottimizza l’ossigeno cellulare. Tale risultato è confermato dalla recente scoperta della proteina HIf che è valsa  il premio Nobel a tre ricercatori nel 2019.

In condizioni di deficit di ossigeno questo sensore si attiva per ottimizzare l’ossigeno cellulare. Nelle relazioni successive si è affrontato il tema dell’infiammazione, anch’esso ampiamente sviluppato nel nostro ultimo libro “Come ringiovanire invecchiando” e si è confermata l’ importanza della restrizione calorica per eliminare i mitocondri danneggiati ed ottenere una riduzione del nostro stato di infiammazione.

Personalmente poi ho spiegato come il mitocondrio sia in condizione di adattarsi allo stress,  riuscendo a gestirlo entro certi limiti.  Interessante ed inquietante è stata la relazione del prof Burgio sui danni fetali da inquinamento inteso a tutto campo, sia per le polveri sottili che per  i campi elettromagnetici prodotti dagli smartphone. È stato rilevato negli ultimi anni un aumento del 35 % dei tumori rari infantili. Molti di questi danni sarebbero indotti da sostanze epigenotossiche placentari. Dalla relazione di Aloisantoni che ha bene spiegato il ruolo del macrofago nella infiammazione si è compresa l’importanza di una buona nutrizione del  mitocondrio con Vitamina C  (meglio se assorbita sotto la lingua ), carnitina, creatina, glutatione e naturalmente Cellfood.  Sempre per la buona salute del mitocondrio infine il dr. Burigana ha spiegatol’importanza del digiuno intermittente per rigenerare questo batterio, intendendosi un intervallo fra cena e colazione di almeno 14 ore se si segue una dieta mediterranea.