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Autoipnosi: una via per gestire lo stress


Giocare a golf con l’autoipnosi… La cosa che più mi colpiva in quel giocatore con cui, tempo  fa, stavo partecipando ad una gara di golf, era la sua estrema tranquillità ed i suoi movimenti molto pacati, sia negli spostamenti da una buca all’altra che nello sviluppo del suo gioco. Spesso capita, partecipando  ad una gara di golf,  che si svolge in un team di 4 persone,  di conoscere stress-autoipnosi-con-cd-audio-libro-64836nuovi giocatori e di valutarne quindi, in un percorso di 18 buche, che dura circa 5 ore, sia le capacità tecniche che la componente emozionale, vero pilastro di  questo complesso sport in cui il gesto tecnico non è mai risolto, se non si ha la fortuna di averlo acquisito da bambini. Finita la gara e interessato da questo giocatore dilettante, così rilassato, gli domandai di cosa si occupasse nella vita e la risposta fu molto eloquente: sono un medico psichiatra – rispose – ho lavorato all’ospedale Sacco di Milano per parecchi anni, fondando l’ambulatorio di medicina psicosomatica, ed ho scritto alcuni libri di cui uno sull’autoipnosi per combattere lo stress…ecco svelato il mistero! (Enzo Soresi)

Autoipnosi (post di Bruno Renzi, psichiatra) 

È possibile oggi vivere senza stress?

Sì, in determinate condizioni psicologiche, ambientali e stili di vita è possibile che  l’esistenza si possa svolgere senza stress, una sana vita rurale o monastica potrebbero essere un buon esempio.

Ma non è questo il caso di chi vive in contesti urbani concitati con ritmi di lavoro frenetici e stili di vita che continuamente violano elementari norme di benessere psicofisico.

Lo stress quindi è, per molti di noi, una condizione che è costantemente presente nel nostro quotidiano; “ corro da un impegno all’altro, rispetto i tempi tecnici del lavoro, rispondo alle aspettative del capo o del committente, devo mantenermi in forma, devo essere altamente competitivo-a, faccio tardi la notte, litigo con il mio compagno o con la mia migliore amica ed altro”, la lista potrebbe allungarsi, ma questi sono alcuni semplici eventi stressanti che si sommano ai miei abituali stati emotivi, alle mie insicurezze, al mio modo di percepire me stesso-a, gli altri ed il mondo; risultato, stress, tensione, disagio, disfunzioni di varia natura, ansia, lieve flessione dell’umore, disturbi che se prolungati nel tempo divengono patologia.

Gli studi sullo stress

Hans Selye inizia i suoi studi sullo stress intorno agli anni trenta e giunge alla descrizione ed alla definizione della Sindrome Generale da Adattamento (GAS), intendendo con essa una reazione biologica dell’organismo ad uno sforzo fisico o psichico intenso e prolungato; questa sindrome è alla base di numerosi disturbi psicofisiologici.

Gli eventi stressanti possono essere di varia natura, sforzi fisici, fattori avversi come freddo, caldo, fame, eccessi alimentari, fattori psicosociali, tratti di personalità, aspettative proprie ed altrui, alto livello di competitività, incapacità a fronteggiare piccoli e grandi problemi della vita quotidiana, abitudini, stili di vita e convinzioni interne disfunzionali.

In una condizione di stress abbiamo una risposta fisiologica articolata in tre fasi: una prima condizione di “allarme”, ciò che percepiamo come evento stressante attiva il sistema nervoso autonomo e l’asse ipotalamo-ipofisi surrene, l’intero organismo si attiva in una condizione di “allertness”, per cui siamo pronti all’azione e possiamo resistere in una condizione che richiede un’iperattivazione psicofisica.

Una seconda fase di resistenza; se le condizioni stressanti persistono nel tempo, l’organismo cerca di adattarsi ed è già a questo livello che possono insorgere aspetti disfunzionali. Infine una fase di esaurimento con manifestazione di danni organici a volte irreversibili.

Quindi cosa accade se io vivo in modo stressante, se forzo in modo eccessivo la mia capacità di adattamento psicofisico?

Le risposte individuali allo stress

Nelle situazioni stressanti prolungate si possono avere delle risposte del tutto individuali, vale a dire che ogni individuo ha una sua peculiare risposta agli stressor in relazione alla sua struttura psicofisiologica; vi sono contesti di lavoro che possono essere fonte di ”allarme o preoccupazione” ed in tali circostanze alcuni individui hanno risposte del tutto normali, altri a secondo delle loro peculiari strutture psicofisiche possono percepire stati di tensione, ansia, disperazione o attacchi di panico che inibiscono delle risposte funzionali nel contesto affettivo, relazionale e lavorativo; risposte da stress che appartengono ad un ampissimo “spettro” che va dalla semplice disfunzione a carico di un apparato, ad esempio tachicardia, sudorazione, tremori, disfonia etc… sino a condizioni più complesse quali stati d’ansia, intensa paura, irritabilità, imbarazzo, difficoltà a concentrarsi.

Gli eventi stressanti attivano risposte fisiologiche, che in un primo momento hanno una funzione positiva, consentono una condizione di attivazione dell’organismo per affrontare la situazione stressante; questa condizione è indicata come eustress quando è di normale entità, prepararsi ad una gara ad un esame, affrontare il pubblico sono eventi che possono essere vissuti in una condizione di eustress.

Quindi una risposta fisiologica di breve durata non determina danni per la salute; la situazione cambia se la condizione di stress perdura nel tempo, ad esempio le condizioni di vita stressanti descritte precedentemente perdurando a lungo attivano risposte fisiologiche che divengono disfunzionali determinando patologie di varia natura in relazione alla struttura psichica ed alla costituzione dell’individuo.

Le risposte fisiologiche sono mediate dal sistema nervoso autonomo e dal sistema endocrino con variazioni a cascata mediate dalla produzione di adrenalina e noradrenalina e dal cortisolo.

In una condizione di stress, come già descritto, assisteremo ad un aumento della frequenza cardiaca, del ritmo respiratorio, della pressione arteriosa, della sudorazione, della motilità intestinale, della tensione muscolare e molte altre variazioni di parametri biologici e se queste variazioni sono prolungate per una condizione di costante stress si manifesteranno patologie correlate all’impossibilità di un adattamento prolungato.

Stress cronico, epigenetica e danni al Dna

Oggi la scienza dimostra che una condizione di stress prolungato può determinare con meccanismi epigenetici dei danni a livello del Dna che possono permanere nel tempo, generando quindi erronee sintesi proteiche e disfunzionalità nella espressione genica con conseguente danno cellulare e sistemico.

Al di là dell’esistenza di condizioni stressanti, ciò che ha un valore determinante è il vissuto personale di un evento, ossia la percezione e l’attribuzione di un certo significato ad un evento o ad un contesto.

È il mio vissuto personale che determina la mia risposta psicofisiologica, così ancora una volta ciò che per alcuni può essere stressante non lo è per altri ed in alcuni casi uno stress può essere fonte di eccitamento positivo e di piacere.

Anche una condizione di stress emozionale cronico legato all’incapacità di elaborare adeguatamente emozioni profonde, quali rabbia, lutto, delusione, può determinare nel tempo condizioni patologiche che alterano le performance relazionali e lavorative.

Ed allora come si può ridurre lo stress e migliorare le proprie performance lavorative e relazionali?

Esistono diverse metodologie o tecniche che consentono di ridurre lo stress, spesso alcune appartengono a tradizioni di conoscenza mistico-filosofiche orientali che prevedono un impegno intellettuale e motivazionale non indifferente; al di là di queste nella mia esperienza l’autoipnosi è più incisiva, nel lisare lo stress, rispetto alle normali tecniche di rilassamento o del training-autogeno.

L’autoipnosi può essere appresa con estrema facilità e può essere considerata una forma di igiene mentale; la pratica quotidiana consente di ritrovare e realizzare una condizione psicofisica ottimale che migliora notevolmente la nostra capacità di adattamento allo stress.

Ho utilizzato l’autoipnosi in molti disturbi psicosomatici e con soggetti che desideravano avere una personale fonte di rigenerazione psicofisica per affrontare lo stress della vita quotidiana.

Diversi sono i benefici che si possono ottenere con una pratica quotidiana dell’autoipnosi di pochi minuti:

miglioramento della qualità del sonno

● recupero più veloce dopo uno sforzo fisico o intellettuale intenso

● riduzione progressiva del nervosismo

● maggiore resistenza all’ansia ed agli shock emotivi

● migliore resistenza alle malattie

poiché la stabilizzazione di uno stato di rilassamento riduce le disfunzioni da stress, attraverso la normalizzazione di tutti i parametri biologici correlati;  è sufficiente una pratica di 10 – 20 minuti mattino e sera per modificare in modo sostanziale le nostre risposte allo stress.

Voglio concludere con un’ultima indicazione: l’autoipnosi è la porta di ingresso verso stati di coscienza modificati che consentono un aumento delle nostre capacità di interazione e di relazione, una via principe agli stati più profondi della dimensione inconscia che consentono un potenziale processo di rinnovamento e progresso in ogni area della nostra esistenza.

 

False memorie: una indagine italiana


Memorie_OKOKMi capita, a volte, di chiedermi se un certo ricordo si riferisca a qualcosa di realmente avvenuto oppure no. Non si tratta di qualcosa di nitido, ben definito, inquadrabile nel tempo e nello spazio. Come può essere un luogo, un incontro, un avvenimento. Si tratta piuttosto di una sensazione. Uno stato emotivo. Tanto da chiedermi se quella sensazione si riferisca alla vita reale di tutti i giorni, oppure ad un sogno. E in quelle circostanze, se ci riflettiamo, ci rendiamo conto di quanto il confine tra “reale” e “onirico” sia alla fin fine, per il nostro cervello, qualcosa di labile. Di molto sfumato.

Del resto quando dormiamo e sogniamo, per il nostro cervello quella che viviamo nello stato onirico è la realtà. Così quando siamo svegli: ciò che viviamo e ciò che ci circonda, per il nostro cervello e per la nostra mente è quanto definiamo “realtà”. Cosa che poeti, artisti, filosofi, ma oggi pure scienziati, sottopongono a serrata discussione: cos’è davvero la realtà? E come differisce la memoria dei fatti cosiddetti reali, ciò realmente avvenuti, da quelli mai  accaduti? Quelli che vengono definiti “false memorie” o “falsi ricordi” (false memory).

La questione si fa ancora più spinosa attraverso le realtà alternative che siamo stati in grado di generare dall’avvento dell’arte, della letteratura, dei fumetti, degli spettacoli teatrali, del cinema, della radio e della televisione, e oggi della realtà virtuale. Oggi non pensiamo che un quadro o una scultura, tantomeno uno specchio, rappresentino altrettanti ingressi verso realtà alternative. Ma lo stesso non era per i cervelli di secoli fa. Proviamo a immaginare i nostri antenati che magari si trovarono per la prima volta difronte alla maestosità delle piramidi. E certamente le prime rappresentazioni grafiche sulle pareti della caverne, per gli uomini di milioni di anni fa, rappresentavano realtà alternative, di carattere magico o sacrale.

Oggi parliamo di realtà “virtuali” e “aumentate”. Ciò che sperimenta il nostro cervello, del resto, sia attraverso realtà tecnologicamente create, come il cinema, o attraverso sostanze psicoattive, come gli allucinogeni, è “reale”. I primi spettatori che videro venire loro incontro il treno del filmato dei fratelli Lumière fuggirono dalla sala in preda al panico. Altrettanto potremmo dire delle scenografie e degli spettacoli teatrali, degli artifici messi in campo dai maghi per ingannare i nostri sensi, le nostre percezioni, la nostra memoria, persino la nostra capacità di giudizio.

Ecco perché è interessante e importante studiare le false memorie: possono rivelarci aspetti fondamentali sul funzionamento non solo della memoria, ma pure della nostra mente in senso generale. Così come le false informazioni, ciò che oggi chiamiamo “fake news”, possono alla lunga modificare i nostri ricordi e di conseguenza le nostre scelte e le nostre decisioni.

Gli studi sulle false memorie di Elizabeth Loftus

La psicologa statunitense Elizabeth Loftus, che ha condotto ampie ricerche sul tema ed è considerata una delle massime esperte del settore, dice: «Molte persone credono che la memoria funzioni come un dispositivo di registrazione. Ma decenni di ricerche hanno dimostrato che non è così. La memoria è costruita e ricostruita. È più simile a una pagina di Wikipedia – puoi cambiarla, ma lo possono fare anche altre persone». Vale a dire che puoi essere convinto di avere visto una certa cosa, di avere assistito ad un certo delitto, la cosiddetta “testimonianza oculare”. Ma i tuoi sensi possono averti ingannato. E così possono fare altre persone: indurti falsi ricordi, con varie tecniche, mostrandoti foto e filmati, ponendoti domande pilotate, in modo suggestivo.

Ci sono persone che affermano di essere state rapite dagli alieni. Di essere state portate a bordo di Ufo e sottoposte ad interventi chirurgici. Che prove abbiamo di ciò? Nessuna. Eppure sono stati scritti interi libri, persino da psichiatri e psicologi, sulle “abduction”, e sono stati pure girati film e documentari. L’aspetto paradossale è che il metodo per cercare la “prova” di questi presunti rapimenti alieni, in mancanza di prove oggettive, sia il più delle volte individuato nella cosiddetta “ipnosi regressiva”: fare tornare “indietro” con la memoria il soggetto ipnotizzato per fargli ricostruire e raccontare quanto avvenuto durante il presunto rapimento alieno. Ebbene: è ampiamente dimostrato che le tecniche ipnotiche siano strettamente imparentate con la suggestione, quindi quanto di più distante dalla possibilità di ricostruire attraverso di essa la “realtà oggettiva” di un evento tanto insolito come un rapimento alieno.

Siamo nel territorio della psicologia della testimonianza. Così drammaticamente incisivo in ambito giudiziario. Quanto credere, quanto fare affidamento su un singolo testimone, in mancanza di altre prove e di riscontri oggettivi? Spesso, come si è evidenziato nella ricerca sui falsi ricordi, il testimone non mente, ma comunque dice il falso. Influenzato dall’ambiente, dalle circostanze, dalle emozioni, dallo stress, dalle percezione distorte. In sostanza, mente in buona fede.

«È un problema che emerge spesso nei tribunali», spiega Elizabeth Loftus, «il che ci pone la questione di quale valore attribuire ai testimoni. In un sondaggio su 300 casi di condanna ingiusta, in cui una persona è stata poi scagionata da un crimine, tre quarti di loro erano stati incarcerati a causa di una memoria umana difettosa».

In occasione della Notte europea dei ricercatori, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano propone Open Night: a tu per tu con la ricerca, a cui parteciperanno anche gli esperti dell’Istituto Auxologico Italiano  che affronteranno il tema della memoria e della possibilità di manipolare i ricordi. Ricordare ciò che in realtà non è stato sperimentato, è una falsa memoria. Ma come si formano le memorie nel nostro cervello e in che modo vengono influenzate? Una questione legata alla validità delle testimonianze, come abbiamo detto, ma importante anche sul versante terapeutico, per manipolare i ricordi traumatici in positivo o per studiare farmaci che li “cancellino” selettivamente.

Due soli esempi cinematografici sulla complessità di indagare la memoria e la possibilità di manipolare o alterare i ricordi : i film di Michel Gondry “Se mi lasci ti cancello” con Jim Carrey e Kate Winslet e “Memento” di Christopher Nolan con Guy Pearce. E allora, data l’opportunità pubblica di parlare di memoria, false memorie e possibilità di “cancellare” i ricordi in modo selettivo, offerta da Open Night, abbiamo pensato di realizzare una indagine sul tema, la prima che sia mai stata effettuata in Italia sulla popolazione generale. Al link qui sotto troverete la pagina dedicata con la possibilità di compilare il questionario online nell’arco di pochi minuti. Renderemo in seguito pubblici i risultati.

Questionario su memoria, false memorie e manipolazione dei ricordi. Il questionario è stato appositamente realizzato da Barbara Poletti, neuropsicologa, responsabile Centro neuropsicologia, Federico Verde, neurologo, entrambi dell’UO di Neurologia dell’Auxologico San Luca di Milano e da Pierangelo Garzia, science writer e responsabile Ufficio Stampa dell’Auxologico.

Enzo Soresi: a proposito di zuccheri e salute


guarire-con-la-nuova-medicina-integrata-libro-1Sul supplemento del Corriere della Sera, Io Donna, del primo settembre 2018, in un breve articolo,  titolato  “Occhio all’indice glicemico” si legge che la guerra ai tumori si combatte e si vince a tavola: i cibi  ad alto indice glicemico, come pane e pasta non integrali, dolci, biscotti, alcol, aumentano di circa il 50% la probabilità di ammalarsi di tumore al colon ed alla vescica. Con Edoardo Rosati ed il coblogger Pierangelo Garzia,  nel libro edito da Sperling & Kupfer nel 2012 dal titolo Guarire con la nuova medicina integrata, avevamo affrontato, in un capitolo, il principio della glicazione e dell’importanza di una alimentazione il più possibile lontana dagli zuccheri per ridurre il principale fattore di rischio di tutte le malattie che è l’infiammazione.

Gli studi sulla metformina 

Sulla  base di questo principio, sono in corso alcuni studi scientifici  che propongono l’assunzione di un farmaco antidiabetico, noto come metformina, la cui finalità è quella di ridurre la concentrazione di insulina proprio al fine di ridurre i fattori di rischio legati al carico di glucosio. Obbiettivo di questi studi, la cui risposta verrà data fra qualche anno, è quello di dimostrare che, con questo farmaco, unitamente ad una dieta di tipo mediterraneo si potrà vivere di più ed ammalarsi di meno. Approfitterò di questo blog per sviluppare meglio questo tema che da anni mi affascina per le sue enormi implicazioni in medicina.

Come clinico di fronte a pazienti asmatici o affetti da broncopatie croniche correlate al fumo o all’inquinamento, la prima cosa che consegno ai pazienti è una sintesi di una alimentazione antinfiammatoria, il più possibile lontana dagli zuccheri. Quindi la prima regola della nostra alimentazione sarà quella di abbandonare la via metabolica del glucosio per attivare quella a minor rischio del fruttosio. La dieta mediterranea di conseguenza, ricca di carboidrati,  non mi sembra oggi la migliore via da percorrere, a  parte quella dell’uso dell’olio di oliva, sempre più alimento da proporre in ogni tipo di alimentazione.

Quando mangiamo un piatto di 100 grammi di spaghetti, l’80% del loro peso è costituito da amido che,  nell’arco di circa 3 ore viene trasformato in zucchero . Questo carico di zuccheri induce un innalzamento della glicemia e questo comporta un immediata increzione di ormone insulina la cui finalità è quella di eliminare lo zucchero con una serie di strumenti che cosi si possono riassumere: 1° indurre nel fegato la produzione di scorta di glucosio (intorno ai 70 grammi ) 2° stimolare le cellule muscolari, in particolare alcuni tipi di fibre, note come fibre bianche, ad assimilare più zucchero possibile, 3° indurre il fegato a produrre Vldl (Very Low Density Lipoprotein) che poi diventeranno le LdL del cosiddetto colesterolo cattivo.

Quando qualche anno fa, giunto all’età di 73 anni, in sovrappeso, eseguii  per la prima volta il dosaggio  dell’insulina nel sangue, il valore che risultò fu di 21, cioè ai limiti massimi dei valori previsti (2-20). Ero quindi un perfetto modello di sindrome metabolica, sovrappeso, con ormone insulina elevato per contenere i valori della glicemia. Impostata da allora una alimentazione priva di carboidrati e zuccheri (mi concedo solo uno o due biccheri, di vino rosso) sono riuscito a riportare i valori di insulinemia ai limiti minimi riducendo i miei fattori di rischio anche a livello di colestorolemia, Ldl (colesterolo cattivo)  ed Hdl (colesterolo buono). Il trucco quindi è quello di tornare ad una alimentazione che segua la via del fruttosio come avveniva nei nostri antenati  prima che nascesse l’agricoltura.

Carne, pesce, frutta, vegetali, con aggiunta di olio d’oliva. La via del fruttosio è quella seguita dai nostri antenati basata essenzialmente sul consumo di questo zucchero. Il giornalista Adriano Panzironi, in cui mi sono imbattuto durante gli zapping televisivi notturni, propone una piramide alimentare nel suo libro Vivere 120 anni  molto lontana da quella classica della dieta mediterranea ma che a mio avviso rientra in pieno nel principio di abbandonare la via della glicazione allo scopo di ridurre il più possibile l’infiammazioneMitocondrio nei nostri tessuti. Alla base della piramide troviamo carni e pesci  più olio d’oliva da assumere ad ogni pasto, poi verdure ed uova quindi una porzione di frutta fresca più frutta secca, quindi  formaggi stagionati ed alla fine vino rosso, cioccolato fondente e dolci in minima quantità. Una rivoluzione alimentare che cozza contro i vegetariani, i vegani e gli animalisti, ma che è da prendere in seria considerazione in un momento in cui l’obesità, nel mondo occidentale,  si sta rivelando come una vera e propria epidemia. Su queste basi però ricordiamoci che il nostro libro Mitocondrio mon amour (Utet) ne è un documento fondamentale, l’importanza di una attività fisica non stressogena ma adeguata, anch’essa entrata a buon diritto nei percorsi di  prevenzione dalle malattie infiammatorie e neoplastiche.

Enzo Soresi: a proposito di Lsd


Schultes_amazon_1940s_cropQualche tempo fa, su questo blog, avevo segnalato il libro della farmacologa, giornalista scientifica Agnese Codignola su Lsd,  ipotizzando che,  questa sostanza, unitamente ad altre come ketamina o psillocibina, note come sostanze psichedeliche,  possa essere utilizzata in ambito psichiatrico,  sulla base di studi controllati, peraltro già in parte pubblicati. Sul supplemento del Corriere della sera, La Lettura (domenica 18 agosto 2018), è comparso un articolo dal titolo “Il rinascimento psichedelico”, in cui l’autore Vanni Santoni, cita una sequenza di libri su quest’argomento a conferma che qualcosa finalmente si sta muovendo in ambito psichiatrico sulla possibilità di utilizzare tali sostanze a fini terapeutici.

Nel mio libro Il cervello anarchico ed in modo più esaustivo nell’ultimo libro scritto con il coblogger Pierangelo Garzia,  Mitocondrio mon amour un intero  capitolo è dedicato allo sviluppo del cervello ed all’importanza che i primi anni di vita hanno nella costruzione di un cervello sano ed equilibrato. È proprio in questi anni,  infatti,  che a causa di prese in carico del neonato, inadeguate in senso affettivo o per contingenze ambientali,  si possono sviluppare le premesse biologiche per profondi disturbi della personalità che poi si manifestano in età adolescenziale. Dopo la pubblicazione del mio libro Il cervello anarchico in cui sviluppo il tema della Pnei e della importanza delle emozioni per la nostra salute, pur essendo un medico allopatico e specializzato in pneumologia ed oncologia  vengono a visita pazienti affetti dalle malattie più svariate in cui lo  stesso paziente giudica la sua patologia  come  conseguenza di  problematiche psicologiche o affettive.

Un mio caso clinico 

Fra i casi più singolari ricordo  quello di una bella signora 50enne che,  venuta a visita per una bronchite catarrale che si trascinava da parecchio tempo, quando vide la mia terapia con un antibiotico ed un sedativo della  tosse mi disse: «caro dottore io non posso assumere farmaci, mia madre me lo ha vietato fin da bambina». Altri due casi singolari mi sono capitati poco tempo fa, il primo riguardava una donna affetta da fibromialgia (malattia a tutt’oggi non chiara nelle sue cause e caratterizzata da dolori importanti in più punti dell’organismo). La stessa paziente mi diede questa spiegazione:  «otto anni fa un mio giovane nipote è morto in un incidente ed io non l’ho pianto abbastanza», il dolore quindi, secondo la stessa paziente, era secondario ad una non adeguata liberazione  della sofferenza emotiva. Un altro singolare caso di fibromialgia riguardava una giovane filosofa che, dopo una relazione con un uomo più vecchio di lei di oltre 30anni,  quando lui decise, qualche anno prima, che sarebbe stato il compagno della sua vita  e si piazzò in casa sua, lei non ebbe il coraggio di ribellarsi ed ecco nascere come conseguenza di emozioni non liberate, la fibromialgia.  Andando più a fondo con l’anamnesi, in realtà emerse che la stessa paziente in età adolescenziale aveva sofferto di anoressia-bulimia. Naturalmente entrambe le pazienti assumevano psicofarmaci e farmaci analgesici oltre a seguire un percorso di psicoterapia.

Ecco,  leggendo il libro della Codignola,  si evince che gli studi controllati, in parte pubblicati ed in parte in corso su varie patologie analoghe a questi casi, sono numerosi ed aprono  la porta a possibilità terapeutiche interessanti  per la rapidità della soluzione e l’alta incidenza di guariti. Uno degli studi più significativi riguarda il Dpts  (disturbo post traumatico da stress)  pubblicato da Rick Doblin della Maps ( Multidisciplinary Association for Psychedelic studies) in cui 20 donne con Dpts cronico,  da stupro,  trattate con ecstasy ( Mdma) o placebo hanno avuto beneficio misurabile e duraturo nell’83 %  dei casi contro il 25% ottenuto nel  gruppo trattato con placebo. Un analogo studio su 107 pazienti ha portato in tre mesi con la somministrazione di Mdma a 61 casi di guarigioni stabili. Gli studi nella depressione grave con la somministrazione di LSD in sedute controllate in un percorso psicoterapeutico sono già numerosi e lo stesso si può dire  per quanto riguarda la terapia con psillocibina nelle dipendenze da alcol e fumo.

Lo scenario che si apre,  leggendo del rilancio di queste sostanze psichedeliche in studi controllati, supera le resistenze cha hanno portato, dopo il boom degli anni ’60, a considerare queste droghe come pericolosi allucinogeni utili solo per lo “sballo” che inducono.  Come clinico  mi auguro che i prossimi anni vedano nuove risorse terapeutiche, peraltro a bassi costi, se pensiamo ai costi delle  terapie protratte  con psicofarmaci, che finalmente liberino molti pazienti da sofferenze croniche di cui non sono responsabili. Il caso ha voluto che,  mentre scrivevo queste mie considerazioni sull’opportunità di sfruttare in psicoterapia sostanze  psichedeliche, incontrassi, in passeggiata con la sua compagna,  il prof. Claudio Mencacci, neuropsichiatra, capo dipartimento all’ospedale Fatebenefratelli di Milano ed alla mia domanda di  cosa ne pensasse di queste potenzialità terapeutiche con grande entusiasmi mi ha risposto che si stava attivando in questo senso e che addirittura la ketamina, come spray nasale,  fosse già stata approvata dalla Fda americana  per la sua immissione in commercio terapeutico.

Aggiunta di Pierangelo Garzia

Quanto scrive Enzo Soresi da clinico mi venne espresso molti anni fa dallo stesso scopritore dell’Lsd, Albert Hoffman, che ebbi occasione di intervistare: «L’Lsd ha enormi potenzialità terapeutiche, ma va utilizzato da mani esperte. In ambito terapeutico. Non dimentichiamo che allucinogeni come la psilocibina, l’Ololiuqui e altri, venivano utilizzati da secoli dagli sciamani, dagli uomini-medicina, in rituali e ambiti controllati, selezionati. Il problema di quello che ho definito “il mio bambino difficile” è stata la sua diffusione di massa, incontrollata, per uso ludico, dagli anni Sessanta in poi, relativi disastri personali e sociali e relativa messa al bando». Questo quanto mi disse Hofmann. E altrettanto mi disse, più o meno, Stanislav Grof, psichiatra che prima della messa al bando dell’Lsd lo impiegò con successo su molti suoi pazienti e anche come via di accesso all’inconscio personale e collettivo. Lo stesso mi disse più volte uno dei padri della psicoanalisi italiana, Emilio Servadio. Per non parlare dello psicofisiologio, clinico e ipnologo Marco Margnelli, con cui collaborai a stretto contatto per diversi anni, che partecipò a sessioni controllate con l’Ayahuasca. Oggi, passata la buriana della “cultura psichedelica”, ritorna l’intenzione, per la verità mai del tutto sopita in ambito scientifico, di proseguire la ricerca sugli allucinogeni e sulle sostanze psicoattive di origine vegetale. La vicenda della cannabis terapeutica ne è, del resto, una ulteriore conferma.

L’uomo dell’LSD: Albert Hofmann 

Emilio Servadio e gli stati di coscienza

Marco Margnelli come lo ricordo. Medico e ricercatore della coscienza

Il sacrificio del cervo sacro: il contagio della follia e dell’irrazionale


ilsacrificiodelcervosacro_manifesto-1-11.jpgUn film di Yorgos Lanthimos non è mai scontato. Banale. Strano, sì, certo. Strambo, per alcuni. Ma meno male che esistono ancora registi capaci di rischiare come Lanthimos. Con film che si ricordano, fanno pensare. Il cinema non è, non deve essere, solo intrattenimento, solo svago. Però ci devono ancora essere spettatori disposti a riflettere, pensare, grazie a un film. Per chi va al cinema per passare un paio d’ore senza pensieri, Il sacrificio del cervo sacro è decisamente sconsigliato. I pensieri non li toglie, li dà. E pure gli incubi.

In sala, domenica pomeriggio, oltre a me, c’erano quattro donne. Due se ne sono andate all’intervallo, inopportuno, del primo tempo. Intanto il titolo. Che rimanda alla tragedia greca. A un passato arcaico. Tribale. Rituale. Che però si svolge nella contemporaneità. Nell’oggi. Ma la follia, l’irrazionale, non hanno tempo né luogo. Si possono fare strada, inserire in ognuno di noi, come una iniezione. Entrano in vena, in circolo, come una droga. Devastando il corpo e lo spirito. La follia è contagiosa? Lo può essere, se trova un terreno fertile. Freud diceva che ci innamoriamo di chi riesce a fare uscire la nostra follia. Instillare l’irrazionale, la follia, in una mente apparentemente scientifica, razionale, cognitiva. Che in realtà è pronta ad essere preda dell’irrazionale. A farsi possedere il cervello arcaico dal demone della follia.

Il protagonista è un cardiochirurgo con tanto di fitta barba che lo fa stranamente assomigliare a Freud da giovane. Significherà qualcosa? Chissà. Sono molte le cose in questo film che ci suscitano e lasciano interrogativi. Una famiglia agiata. Entrambi i coniugi medici di successo. Una famiglia apparentemente normale. Con due figli, una ragazza, più grande, a cui arrivano le mestruazioni (hanno un senso nel racconto) e una ragazzino più piccolo. Fin da subito l’anello fragile della famiglia. La vittima designata. La vittima sacrificale del male che serpeggia, nascosto, sotterraneo, tra le mura domestiche. Apparentemente normale la famiglia, perché in realtà nel quieto e ripetitivo ménage familiare si nasconde, serpeggia, la follia. L’irrazionale sta scavando la sua trappola. La sua tomba.

Lo si intuisce dal rapporto tra Colin Farrell, cardiochirurgo, e Nicole Kidman, oftalmologa, moglie robotizzata. Lo si intuisce da una sessualità da “anestesia totale”. Mortifera. Meccanica. Perversa. Senza calore umano. Solo soddisfacimento dei sensi. Che non dà gioia. Lo si capisce da certi segreti inconfessabili detailed_picture.jpgdel protagonista. Che, nonostante operante in un ospedale modernissimo, ipertecnologico, finisce contagiato, coinvolto dalla follia di un ragazzo, l’irlandese Barry Keoghan, coprotagonista, bravissimo, dallo sguardo, dai dialoghi e dalle movenze inquietanti. Irritanti. Fastidiose. Disgustose (il clou quando mangia gli spaghetti prospettando alla Kidman la tragedia familiare annunciata). Quotidianità & orrore.

Bere superalcolici prima di operare un paziente al cuore. Il padre del ragazzo squinternato. Col rischio di sbagliare l’intervento e farlo fermare, il cuore, e con lui la vita. Il senso di colpa. La colpa da pagare. Quel “cuore aperto” con cui inizia il film. E se lo fermi, tu medico, tu cardiochirurgo, dovrai ripagare col sacrifico di un membro della tua famiglia. Attualizzando e inorridendo ai massimi livelli una già terribile “roulette russa” a cui ci aveva introdotti Il cacciatore di Michael Cimino. In una cultura che non conosce più il perdono, ma solo vendetta. Solo “cuore per cuore”. Vita per vita. Così il moderno, asettico, tecnologico e programmato mondo del medico, cardiochirurgo ospedaliero, diventa una realtà senza tempo. La follia, la devastazione, la crudeltà, irrompono. Il caos si fa strada. Sacrificando e travolgendo anche gli affetti più cari. Una metafora. Un horror psicologico. Apparentemente assurdo. Ma solo apparentemente. Riflettendoci, è proprio ciò che stiamo vivendo.

 

 

Intervista a Dean Buonomano: il tuo cervello è una macchina del tempo


Neurobioblog_IlTuoCervelloèUnaMacchinaDelTempo (2)Immaginata in decine di film, telefilm, serie tv, fumetti, videogiochi, racconti e romanzi di fantascienza. A partire da quel La macchina del tempo di H. G. Wells. E di quell’incantevole, suggestivo film, quello originario ispirato al romanzo di Wells, che avrò visto almeno una dozzina di volte, e ogni volta ne sono rapito, L’uomo che visse nel futuro del regista George Pal. Per non parlare della saga di Ritorno al futuro.

Sono affascinato, anzi ossessionato dai viaggi nel tempo. Se davvero esistesse la macchina del tempo mi offrirei subito volontario. Anche a rischio di non fare mai più ritorno. Nel passato o nel futuro. Più facile si vada nel passato, che ha lasciato una traccia, sostengo alcuni. Va bene. Fatemi approdare ai tempi degli alchimisti. Fatemi girovagare tra alambicchi e atanor di trasmutatori di metalli. Fatemi incontrare Giordano Bruno. Dialogare con Cagliostro. Fatemi assistere alle sedute pubbliche di magnetismo di Mesmer. Fatemi vedere Leonardo al lavoro. Charlie Chaplin su set di un suo film. Fatemi ammaliare dal fascino di Cleopatra. Accidenti. Sto descrivendo tutte cose che sono sedimentate nella mia memoria. Mentre ne parlo quasi le vedo. Nutrito da libri. Film. Cose apprese da altri. Difatti è proprio questo il punto.

La macchina del tempo esiste già. Esiste da sempre. Dentro la nostra testa. Nel cranio. Immersa nel liquido cefalorachidiano. Sempre a disposizione. Di giorno e di notte. Anzi, proprio di notte parte di suo per viaggi fantastici. Incredibili. Non ne può fare a meno di viaggiare nel tempo. Ritorna a luoghi dell’infanzia. Rimescola ogni livello temporale. I vivi con i morti. La nostra mente. Il nostro cervello. Percorso ogni istante da microscopiche scariche elettriche. Inondato da flussi di neurotrasmettitori. La macchina del tempo dentro di noi, dentro la nostra testa, è sempre disponibile a viaggiare attraverso il tempo. Mentre ascoltiamo una canzone. Un brano musicale. Una sinfonia. Mentre ci troviamo in un luogo. Mentre sentiamo suoni e profumi immersi nella natura. Mentre visitiamo una mostra. Un museo. Un luogo della memoria, appunto. Per tornare col ricordo a un antico amore. Un viaggio che non scorderemo mai. Per anticipare le gioie e le preoccupazioni di un figlio. Un lavoro. Una impresa. Un progetto. Una performance di cui siamo protagonisti. Anticipando con il teatro mentale le reazioni del pubblico. Cosa ne sarà del nostro stato di salute? Oppure quello dei nostri cari? Quegli esami avranno buon esito? Per incontrare il nostro capo e discutere di problemi che ci riguardano. Per affrontare il nostro partner riguardo la nostra crisi. Cosa gli diremo? Come reagirà? Viaggiamo sempre con la mente. Nel passato e nel futuro.

Lo spiega anche Dean Buonomano, neuroscienziato dell’Ucla (Università della California, Los Angeles) nel suo libro Il tuo cervello è una macchina del tempo. Neuroscienze e fisica del tempo di prossima uscita da Bollati Boringhieri. Una buona notizia rispetto a quanto detto all’inizio. Secondo Buonomano il nostro cervello è una macchina del tempo che immagazzina informazioni. Ricordi. Nozioni. Ma per viaggiare nel futuro. Per progettare. Inventare. Anticipare. Altrimenti saremmo ancora nelle caverne. Mentre scrivevo questo post avevo di sottofondo Moon Zero, Relationships Between Innner & Outer Space. Un trip spazio-temporale, perfetto.

Buonomano, perché definisce il cervello come una “macchina del tempo”?

In un certo senso, la funzione principale del cervello è predire il futuro. Non immagazziniamo ricordi per rievocare il passato. La funzione dei nostri ricordi è di permetterci di prevedere e prepararci al futuro. Il cervello è anche una macchina del tempo nel senso che scandisce il tempo e ci permette di impegnarci nel viaggio mentale nel tempo.  Noi esseri umani siamo in grado di proiettarci nel futuro per aiutarci a decidere come agire al meglio nel presente. Per raggiungere i nostri obiettivi futuri.

Come possiamo usare al meglio il cervello come “macchina del tempo”? In altre parole, usare il cervello come “anticipatore e programmatore” del presente e del futuro invece di rimanere ancorati al passato?

Come esseri umani siamo unici nella misura in cui siamo in grado di pensare e prepararci per il futuro. Ma ciò non significa che siamo particolarmente bravi a farlo. In effetti, molti problemi personali e sociali sono il risultato della nostra miopia temporale, come non risparmiare abbastanza per la pensione o non affrontare il cambiamento climatico. Ma fortunatamente la pratica e lo sforzo ci possono perfezionare in questo senso. Riflessione, pianificazione e pazienza ci aiutano a prendere decisioni migliori a lungo termine. Inoltre, immaginando e visualizzando dove vogliamo essere in futuro, aiuta. Quindi visualizzare i risultati dello studio o risparmiare denaro oggi, può aiutare a impegnarci in quelle attività.

Le piace la fantascienza? Pensa che il cinema, l’arte e la letteratura siano manifestazioni della capacità del cervello di “viaggiare nel tempo”?

Ho sempre amato libri e film sui viaggi nel tempo e gli inevitabili paradossi che emergono dalla possibilità di cambiare il passato. Mi affascina anche il fatto che sebbene il concetto di viaggio nel tempo oggi sia ovunque nelle arti, non esisteva fino alla fine del XIX secolo. Era come se fosse una nozione così assurda che nessuno nemmeno ne considerava la possibilità, nemmeno nella finzione.

Cosa pensa dei “falsi ricordi”? I ricordi, il “passato” del nostro cervello può essere manipolato? A che punto siamo con la ricerca e i farmaci che promettono di “cancellare” selettivamente i ricordi traumatici?

La maggior parte dei ricordi sono ricostruzioni del passato, piuttosto che rappresentazioni accurate di ciò che è realmente accaduto, quindi i falsi ricordi sono molto naturali e tutti ne abbiamo alcuni. Ci sono farmaci e trattamenti che possono causare l’amnesia e quindi in un certo senso è possibile “cancellare” alcuni ricordi. Ma la nozione di cancellare ricordi specifici e mirati, come il ricordo di una singola persona che hai conosciuto, rimane una possibilità remota.

Nel suo libro precedente Brain Bugs: How the Brain’s Flaws Shape Our Lives parla del cervello come il sistema più complesso dell’universo conosciuto, ma pure imperfetto. È per queste imperfezioni del nostro cervello che siamo ingannati e imbrogliati dagli truffatori e manipolatori, ma anche divertiti dai trucchi dei maghi?

Sì, e penso che la magia sia un ottimo esempio. I maghi sfruttano intuitivamente alcuni dei nostri “bachi cerebrali”. Ad esempio, se dicono abracadabra e il coniglio scompare dal cappello, tendiamo a credere che quelle parole abbiano fatto scomparire il coniglio. Pensiamo che la relazione di causa ed effetto più probabile sia quella più vicina nel tempo. Quindi, un baco del cervello comporta che non siamo molto bravi a capire le IMG_7003sCropped.jpgrelazioni di causa ed effetto separate da mesi o anni. Consideri che se le sigarette causassero il cancro in pochi giorni, le sigarette non avrebbero mai ucciso milioni di persone.

Oggi è di moda introdurre la “fisica quantistica” per parlare di certe stranezze e misteri del cervello. Cosa ne pensa?

La meccanica quantistica e la natura della coscienza sono due dei più grandi misteri della scienza. E a volte le persone hanno la tendenza a pensare, o sperare, che un mistero è la risposta a un altro. Cioè, che in qualche modo la misteriosa natura della fisica quantistica contenga le risposte al mistero della coscienza. Ma ci sono poche prove che questo possa essere il caso. Quindi, a mio parere, è improbabile che le domande fondamentali nelle neuroscienze si basino comunque su fenomeni quantistici, come ad esempio l’entanglement.

Buonomano Lab

UCLA Brain Research Institute

Your Brain Is a Time Machine: The Neuroscience and Physics of Time

Un cervellino Neanderthal? Me lo faccio in laboratorio. Con gli organoidi


MUOTRISegnatevi questo termine, di cui sentirete parlare sempre più spesso, che non è un insulto: organoidi. Gli organoidi sono “similorgani”, “miniorgani” prodotti in laboratorio che simulano la struttura e il funzionamento dell’organo reale. Si possono praticamente realizzare organoidi di qualsiasi organo umano. Compreso il cervello. Immaginatevi le possibilità di ricerca. Tra l’altro gli organoidi permetterebbero di superare l’antico problema etico della sperimentazione animale.

Bene, le possibilità di ricerca sono talmente tante, non solo in medicina, che una tecnica combinatoria (Dna antico, editing genomico Crispr e organoidi ricavati da cellule staminali) sta permettendo a due gruppi di ricerca di includere geni di Neanderthal in cellule staminali. Arrivando di fatto a coltivare in vitro “minicervelli” di Neanderthal.

Questi studi non sono ancora stati pubblicati, ma se ne ha notizia attraverso fonti autorevoli come la rivista Science. “Nessuno di questi lavori è stato pubblicato”, scrive Jon Cohen su Science, “ma Alysson Muotri, un genetista della University of California, San Diego (Ucsd) School of Medicine, questo mese ha descritto per la prima volta gli organoidi di Neanderthal ottenuti dal suo gruppo in una conferenza Ucsd intitolata Imagination and Human Evolution”.

Lo stesso Alysson Muotri, considerato un pioniere ORGANOIDE.jpgnella sperimentazione biologica senza animali, ha dichiarato: “Stiamo cercando di ricreare la mente Neanderthal”. Interessantissimo. Ma magari Muotri la troverebbe ugualmente già bell’e fatta in giro per il pianeta.

Nelle foto: Alysson Muotri; gli organoidi cerebrali sviluppati dal laboratorio di Alysson Muotri da cellule staminali umane che avevano un gene dello sviluppo modificato nella versione posseduta dai Neanderthal (J.COHEN/SCIENCE).