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Guy Hottel: il vero Fox Mulder. UFO e alieni nei documenti dell’FBI


Ufo e alieni esistono, se non altro nei documenti ufficiali dell’FBI. Ciò che appassionati di fantascienza, dischi volanti ed extraterrestri speravano da decenni si sta avverando: la rete si sta vorticosamente colmando della notizia relativa al documento redatto dall’agente Guy Hottel, il vero Fox Mulder degli X-Files, che ha indagato non soltanto sui dischi volanti ma pure sui fenomeni inspiegabili (mutilazioni animali, ESP e facoltà paranormali). Non mancano ovviamente le opinioni scettiche, tra gli stessi ufologi: sarebbe null’altro che una testimonianza raccolta dall’agente Hottel, incaricato di simili indagini.

Un racconto, insomma, tra l’altro inverosimile: un mezzo di altissima tecnologia, proveniente da altri mondi, che sarebbe precipitato per interferenze elettromagnetiche causate dai radar terrestri? Da una parte la “volontà di credere” del serial X-Files (mediato da un testo dello psicologo e filosofo ottocentesco William James), dall’altra l’uso della ragione nel domandarsi come e perché mezzi extraterrestri arrivino fino a noi per poi giocare a nascondino.

C’è comunque da chiedersi perché i tempi e le autorità mondiali stiano accelerando nel rendere disponibili al grande pubblico questo genere di documenti, fino a poco tempo fa coperti dal massimo riserbo. E’ ampiamente dimostrato, a questo punto, ciò di cui si è sempre detto: il forte coinvolgimento dei servizi segreti e delle organizzazioni militari nella ricerca relativa ai fenomeni anomali, Ufo o facoltà ESP che siano.

E  sono pure interessanti tutte le teorie del complotto e della cospirazione che si legano al fenomeno Ufo: il fatto che vi siano implicati i governi, i servizi segreti e, di conseguenza, l’insabbiamento e il travisamento delle informazioni hanno generato una congerie di narrazioni mitiche, una sorta di religione parallela. Il fatto che, ad esempio, vi siano testimonianze favorevoli e contrarie al mitico Ufo-crash di Roswell con recupero di corpi alieni, connota una narrazione in cui vi saranno da un certo punto in poi credenti e scettici. La zona interessata alla presunta precipitazione dell’Ufo è di conseguenza divenuta luogo di pellegrinaggio e vendita di oggettistica, riproducendo ciò che avviene nei luoghi religiosi o, ad esempio, nelle aree interessate dai “cerchi nel grano”.

Vale la pena di fare qualche altra considerazione di tipo psicosociale. Gli ufologi, Roberto Pinotti in testa, vanno dichiarando da tempo che l’anno in corso potrebbe essere decisivo per la rivelazione ufficiale che esseri da altri pianeti facciano visita alla Terra su veicoli interpasziali, gli Ufo appunto. Il momento decisivo, “l’anno del contatto”.

Perché? L’umanità sarebbe finalmente pronta ad una rivelazione di questo genere. Anche perché Ufo e alieni, nell’arco di almeno 60 anni (se non da secoli o millenni, secondo alcuni), farebbero visita al nostro pianeta senza atteggiamenti o intenzioni ostili (fatti salvi i cosiddetti “rapimenti” o “abduction”, molto controversi). Una rilevazione lampante, da telegiornale, sul  tipo “Gli Ufo sono reali, sono pilotati da esseri intelligenti provenienti da altri pianeti e visitano la Terra da anni”, non provocherebbe oggi panico, disperazione o angoscia, come invece avvenne alla simulazione di invasione marziana da  parte di Orson Welles durante la storica trasmissione radiofonica del 1938. Non vi sarebbero scene da isteria di massa perché la tv, il cinema e soprattutto internet ci hanno abituato a tutto. Una rivelazione simile – Ufo e alieni sono reali – non sconvolgerebbe la nostra vita più di tanto.

Ma se una simile notizia non sconvolgerebbe la nostra esistenza quotidiana più di tanto, diverso sarebbe se ci presentassero un Ufo e un alieno in prima serata tv. Non sono così certo che panico e isterie collettive non si verificherebbero, nonostante decenni di film e telefilm di fantascienza, filmati e notizie in rete. L’eterna domanda quindi rimane e ritorna: se Ufo e alieni sono reali, cosa vogliono da noi? E ancora: perché non si palesano pubblicamente? Da dove provengono e quanto avanti sono rispetto alle nostre conoscenze? Come sono fatti e a cosa credono?

Infine, pur aspettando con grande gioia la rivelazione ufficiale su Ufo e alieni (e soprattutto di vederli materialmente),ma mantenendo al contempo una quota di senso critico, noto una piccola e “strana” coincidenza: le rivelazioni sulle note extraterrestri ed extrasensoriali trasmesse dall’agente Guy Hottel al direttore storio dell’FBI  Edgar Hoover, e la contemporanea uscita del volume di Hottel. Insomma, ancora una volta, troppo bello per essere vero: l’ambiguità di Ufo ed extraterrestri rimane. Intanto esce il film World Invasion (Battle: Los Angeles) di Jonathan Liebesman, ispirato a un evento ufologico realmente avvenuto nel febbraio 1942. Ancora una volta, come nelle pellicole degli anni cinquanta, i cattivi sono sempre loro: gli extraterrestri. Della serie: proiettiamo la nostra aggressività pure nel cosmo.

Kick-Ass, o del cinema violento


 

Ho visto in anteprima nazionale, all’Odeon di Milano, il controverso Kick-Ass di Matthew Vaughn, brevemente introdotto da Piera Detassis (“a noi è piaciuto molto”), direttore del mensile di cinema Ciak che, assieme alla Eagle Pictures, aveva organizzato l’evento.

Controverso per la violenza spettacolare, acrobatica, grandguignolesca, tarantinesca, che percorre tutto il film e soprattutto per il fatto che per la prima volta una bambina di undici anni è addestrata dal padre (un Nicolas Cage in parte) a resistere alle pallottole spiaccicate sul giubbotto antiproiettile (citazione da Gomorra) e a fare stragi. Con ogni tipo di armi. Alla bambina-ragazzina il babbo vendicativo (non diremo perché per non togliere la sorpresa della storia) non regala Barbie, ma coltelli filippini e pistole di vario calibro.

E lei, Hit Girl (la soprendente e vera protagonista del film, Chloë Moretz, volto e mento irregolari, smorfie  e faccia gommosa, mobilissima alla Jim Carrey), già con una ricca filmografia alle spalle, nonostante la giovanissima età. E’ pur vero che già da tempo Chloë, nelle occasioni pubbliche, viene presentata al mondo agghindata e seduttiva come una ragazza o donna fatta, fornendo non pochi elementi di perplessità morale, ampiamente giustificati in questo caso.

Psicologi, educatori, neuroeticisti, se lo vedranno, andranno a nozze con questo film irriverente, che si fa un baffo (quello che si incolla sulla faccia Nicolas Cage) del “politicamente corretto”. La bambina-ragazzina seduttiva, addestrata alla vendetta e alla violenza, anche se per giusta causa. Una sorta di David in gonnella che sconfigge il Golia del male contemporaneo, incarnato da brutti e rozzi ceffi, anche in giacca e cravatta, di ogni risma, dediti al delitto e al crimine efferato. Il sentimento liberatorio, catartico, che non si può fare a meno di provare, nel parteggiare per i ragazzi che sconfiggono i cattivi, il male, la crudeltà, che infestano le nostre vite e le nostre città, assieme alle paure e alle angosce che percorrono le nostre membra.

 Ragazzi, più un adulto (un simil-batman, Big Daddy-Nicolas Cage), malamente mascherati da supereroi dei fumetti, ma che tali non sono, e dunque subiscono aggressioni e traumi devastanti come qualsiasi mortale. Perciò ci identifichiamo e parteggiamo per loro, dall’inizio alla fine. E tutti quelli che, la maggior parte di noi, guardano dalla finestra, o addirittura filmano col cellulare la violenza, senza muovere un dito per prestare aiuto al malcapitato di turno. All’esortazione “chiama una pattuglia della polizia”, un gruppo di ragazzi preferisce attivare la videocamera del palmare per riprendere l’aggressione e postarla sul social network, piuttosto che usarlo per chiamare le forze dell’ordine. C’è gran parte della nostra vita attuale, e virtuale, in questo film. Il rapporto che abbiamo con gli altri, ad esempio, mediato e filtrato, da questo mezzo: il web.

 E’ un bel film, pieno di sorprese, citazioni intelligenti da altri film, ci si diverte ed emoziona molto, colonna sonora energetica e trascinante, e non c’è un attimo di noia dall’inizio alla fine. Una storia con elementi risaputi (lotta tra bene e male, una mafia newyorkese potente e ridicola, poliziotti buoni e poliziotti corrotti, cattivi veramente crudeli e truci), ma costruita alla perfezione, con qualche lievissimo e perdonabile cedimento. Ulteriore dimostrazione che, con gli stessi elementi narrativi, si possono costruire infinite storie. Dipende da chi combina gli elementi e dalla genialità nel trarne qualcosa di completamente rinnovato. Fotografia entusiasmante, personaggi con facce e tipologia antropologica scelti con minuzia scientifica. Farà discutere anche da noi, come è avvenuto Oltreoceano e come sta accadendo da tempo in Rete. E avrà molti fan tra i giovani, anche da noi. E nel fatidico 2012, uscirà pure il seguito.

E se alla fine vi chiedete perché il cervello è attratto da simili cose, riflettete un attimo sull’ultima volta che vi siete fermati a curiosare gli effetti di un incidente stradale, o quando quei due si sono azzuffati e insultati in luogo pubblico, con un capannello di gente intorno. O magari sul successo televisivo e voyeuristico del parlare fino all’ossessione di crimini irrisolti.

Parliamo del ritorno della tubercolosi


La tubecolosi (Tbc) inItalia sta ritornando ed anche in forme più aggressive di quella storica contro cui, mio padre, medico tisiologo combattè negli anni ’50. In quegli anni il nostroPaese fu un modello di organizzazione sanitaria perfetta, vincente anche senza gli antibiotici ed i Drg ( rimborso per patologia versato dalla Asl agli ospedali ) tanto cari alla sanità lombarda.

Si trattava in quegli anni, in prevalenza di Tbc polmonare, che veniva combattuta con  l ‘igiene , l’alimentazione , l’aria salubre dei Sanatori , l’isolamento, il sole  e l’accudimento medico prevalentemente di tipo relazionale. Poi tanta prevenzione , i dispensari disseminati su tutto il territorio nazionale , le visite periodiche nelle comunità ( dalle scuole alle carceri ) , l’informazione a tappeto. La scritta ”  vietato sputare ” che campeggiava sui tram e sui cessi pubblici. Ricordo,  io bambino , i primi antibiotici con mio padre che,  ridendo, diceva: i farmaci fondamentali sono tre  ( isoniazide , etambutolo e rifampicina ) e per non sbagliare li usiamo assieme e così  i nostri pazienti li guariamo tutti ed in un tempo più breve. 

Oggi,  dopo anni di dimenticatoio ,  in cui solo l’Africa sembrava il serbatoio  della Tbc, il temuto germe è ritornato più agguerrito di prima in quanto germe multi-resistente. E cosa trova ? Non più i filtri dispensariali di un tempo , non più gli ambulatori scolastici , non più i medici specialisti e sopratutto non più farmaci adeguati a contrastare questo tipo di bacillo particolarmente agguerrito. Ed ecco come l’episodio di una  piccola epidemia scoppiata in questi giorni nella scuola  milanese Leonardo da Vinci diventi l’emblema della più totale disorganizzazione con oltre 100 bambini contagiati , 12 ammalati e l’untore bacillifero  non ancora identificato. Genitori giustamente preoccupati ma di cui una quota ha anche negato il permesso di fare il test della tubercolina ai loro bambini ( e se fra quelli ci fosse il malato ? ). 

Che tristezza cari amici pensare che solo in  quel triste periodo di autoritarismo si potessero promulgare leggi adeguate  , costruire Sanatori nelle zone climatiche più idonee , sviluppare prevenzione in comunità ecc. ecc. Evidentemente i nostri politici hanno la memoria corta e l’Italia , forse , celebrando il suo 150° anno di nascita ha dimenticato parte della sua migliore storia quando a mio padre,  assieme a molti  altri colleghi tisiologi ,  fu consegnata  dall ‘allora presidente della repubblica  Luigi Einaudi , la medaglia d’oro per la lotta alla tubercolosi.

Nell’immagine: uno storico poster del 1940 in cui si confrontano le vittime delle guerre americane, dal 1776, con quelle della tubercolosi.

Fumo e SLA. Possibili evidenze su fumo di sigaretta e danno nervoso


 Non fumate, se potete. Impegnatevi seriamente a smettere. Nuove evidenze si aggiungono a quelle già conosciute sui danni da fumo. Il fumo di sigaretta non danneggia soltanto i polmoni. Il suo ruolo nel danneggiare l’organismo a vari livelli, ora pare estendersi anche al sistema nervoso. Alle malattie neurodegenerative. In questo caso la SLA (sclerosi laterale amiotrofica). La SLA è una malattia neurodegenerativa che colpisce i motoneuroni, le cellule del sistema nervoso che comandano i muscoli e, a tutt’oggi, non ha una cura risolutiva. 

Un lavoro pubblicato da Archives of  Neurology mette in evidenza un aumentato rischio di SLA nei fumatori. «Circa il 90% dei casi della malattia – nota anche come “malattia dei calciatori”, perché ha colpito negli anni numerosi giocatori – «è sporadico e di origine sconosciuta», ricordano i ricercatori del team di Hao Wang dell’Harvard School of  Public Health di Boston (Usa). Per mettere in luce i possibili legami tra sigarette e Sla i ricercatori hanno analizzato i dati di 5 studi a lungo termine, che coinvolgevano oltre 1,1 milioni di persone, di cui 832 con la sclerosi laterale amiotrofica, e un follow up da 7 a 28 anni. I tassi di SLA nei 5 studi aumentavano con l’età, ed erano più alti negli uomini. Inoltre, le persone che avevano fumano all’inizio dello studio sono risultate a maggior rischio di sviluppare la malattia rispetto a quanti non avevano mai acceso una sigaretta. In particolare, spiegano gli studiosi, per i fumatori il rischio di SLA è risultato più alto del 42%, mentre per gli ex addirittura del 44%. Il pericolo aumentava poi in relazione al numero di pacchetti e agli anni in cui si è fumato. E perfino un inizio molto precoce con pacchetto e accendino sembra aumentare il pericolo. «Sono diversi i possibili meccanismi attraverso i quali le sigarette possono influenzare il rischio di SLA», fra questi un danno neuronale diretto da ossido nitrico o altri componenti del fumo, concludono i ricercatori. «Una migliore comprensione della relazione tra fumo e SLA potrebbe evidenziare la scoperta di altri fattori di rischio e aiutare a mettere in luce la natura della malattia», concludono i ricercatori.

 E’ quindi possibile che soggetti portatori di una predisposizione genetica che, per lavoro o dipendenze, entrino in contatto prolungato con sostanze tossiche, abbiano un rischio maggiore di sviluppare la malattia. Un dato è comunque certo: l’attuale mancanza di farmaci in grado di curare la SLA è in gran parte una diretta conseguenza delle scarse conoscenze circa le cause e i meccanismi che determinano la malattia. Su cui le ultime ricerche, compresa l’attuale sui possibili danni neurologici da fumo, cercano di fare luce.

 Abbiamo rivolto alcune domande a Vincenzo Silani, uno dei massimi esperti internazionali nella ricerca e nella cura della Sla. Vincenzo Silani è direttore del Laboratorio di neuroscienze dell’Istituto Auxologico di Milano e docente di neurologia all’Università di Milano. Il team di ricercatori dell’ IRCCS Istituto Auxologico Italiano diretti dal prof. Vincenzo Silani, si è fatto promotore di sofisticati progetti scientifici mirati alla definizione genetica della SLA sporadica, il principale dei quali rappresentato da uno studio multicentrico di associazione Genome-Wide (GWA) in grado di analizzare quasi un milione di varianti genetiche differenti in una popolazione di pazienti italiani con SLA sporadica.  Anche con il sostegno di AriSLA è in corso, inoltre, un ampio studio finalizzato al sequenziamento di tutti i geni dell’intero genoma umano in un gruppo di famiglie italiane affette da SLA.

 Prof. Silani, ritiene importante questa ricerca condotta dal gruppo di Wang? Come la commenta?

 Lo studio di Archives of Neurology firmato da Wang sottolinea l’ importanza del fumo nella possibile patogenesi della Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) e va ad integrarsi in un’ ampia diatriba  al riguardo. La forza dello studio presentato è quella di essere prospettico in 5 differenti gruppi di pazienti affetti da SLA. Dalla comprensione dei meccanismi biologici è possibile, con buona probabilità, meglio identificare altri fattori di rischio relativi alla SLA. E’ ben noto, infatti, che prodotti presenti nel fumo di sigaretta sono in grado di generare radicali liberi e prodotti della ossidazione lipidica, per esempio. Inoltre, la formaldeide rappresenta un prodotto intermedio   del processo di combustione legato al fumo e, non a caso, tale sostanza è stata associata ad un aumentato rischio di SLA. Anche l’ inibizione del fattore trofico endoteliale è stato implicato nella patogenesi della morte neuronale.

 Ci vede un altro di quei fattori “tossici”, assieme ad altri individuati anche dal vostro gruppo di ricerca, che possano innescare i processi degenerativi alla base della malattia?

 Lo studio relativo al fumo e l’ aumentato rischio di SLA ulteriormente sottolineano l’ importanza dei processi di detossificazione da sostanze neurotossiche nella patogenesi della SLA. Recentemente il Laboratorio di Neuroscienze dell’ IRCCS Istituto Auxologico Italiano – Università degli Studi di Milano ha riportato in collaborazione con l’ Università del Massachussetts  e l’ Istituto C. Besta di Milano mutazioni nei geni PON1-3, codificanti per tre diverse paraoxonasi, in pazienti affetti da forma familiare ma anche sporadica di SLA. Le principali funzioni biologiche delle paraoxonasi sono due: in primo luogo, sono in grado di eliminare dall’organismo gli organofosfati, molecole tossiche presenti in pesticidi ed insetticidi, ma anche in solventi e materie plastiche presenti in ambiente domestico. In secondo luogo, prevengono l’ossidazione dei lipidi e del colesterolo, proteggendo le membrane cellulari dall’invecchiamento. Dato che tanto l’esposizione a sostanze tossiche quanto un accelerato invecchiamento cellulare rappresentano fattori in grado di indurre la degenerazione motoneuronale, è di estremo interesse studiare gli effetti delle mutazioni identificate, nell’obiettivo di sviluppare terapie neuroprotettive efficaci e strategie preventive. Il potenziale legame con il fumo è evidente e va meglio sostanziato se una predisposizione genetica dei pazienti affetti da SLA possa, in qualche modo, tradursi in una vulnerabilità motoneuronale e, quindi, in una maggiore incidenza di SLA.

 Smoking and Risk of Amyotrophic Lateral Sclerosis: A Pooled Analysis of 5 Prospective Cohorts
Hao Wang; Éilis J. O’Reilly; Marc G. Weisskopf; Giancarlo Logroscino; Marji L. McCullough; Michael J. Thun; Arthur Schatzkin; Laurence N. Kolonel; Alberto Ascherio
Arch Neurol. 2011;68(2):207-213.

La biologia delle credenze


Come medico formatosi alla dura scuola della medicina , cosiddetta scientifica, leggere questo libro di Bruce Lipton lascia a dire poco interdetti, non nel senso della non scientificità di ciò che questo autore scrive, ma riguardo al patetico pragmatismo a cui  noi poveri medici allopatici , figli di Cartesio, siamo stati abituati. Che la medicina sia una scienza in progress , come ha scritto il prof. Boncinelli, non avevo dubbi, ma che Bruce Lipton sia molto più avanti di tutti è altrettanto evidente. Il libro d’altra parte ha vinto l’award 2006 in USA quale migliore libro scientifico e Lipton, prima di scrivere e fare seminari in tutto il mondo, è stato professore di medicina nell’Università del Wisconsin  e ricercatore alla Stanford University oltre che essere un biologo cellulare. Finora noi ritenevamo di essere vittime dei nostri geni ed eravamo convinti che il nostro patrimonio genetico determinasse la nostra vita. Lipton, con una esposizione molto chiara e semplice, ma nel contempo fortemente scientifica, ci spiega come le scoperte di questi ultimi  anni dimostrino che i geni stessi sono controllati dalle nostre percezioni all’ interno dell’ ambiente che ci circonda. Da qui il titolo di un suo video La mente è più forte dei geni . Non posso certo in questo blog riassumervi i rocamboleschi passaggi fra materia ed energia , fra fisica quantistica e funzionamento  della mente, ma vi invito caldamente a leggere il libro ed a spararvi in vena il video con grande serenità e fiducia e poi magari a mandarmi qualche commento. Io intanto vado avanti cercando di mantenere un ponte fra la mia attività di clinico e le aperture mentali a cui questo scienziato ci costringe. Mi limiterò solo a tentare di spiegarvi come Lipton si sia aperto ad un mondo spirituale identificando la identità cellulare come una semplice attivazione da parte della energia luminosa. In altre parole, secondo Lipton noi risultiamo come una immagine televisiva e la nostra scomparsa non sarebbe altro che lo spegnimento del televisore.  La  membrana cellulare, infatti, ha delle antenne che corrispondono agli antigeni di istocompatibilità e l’attivazione di queste antenne verrebbe effettuata dalla luce. Lasciatemi un pò di tempo per recuperare il concetto di HLA, cioè antigeni di istocompatibilità, e poi saprò essere più chiaro. Nel frattempo andatevi a rileggere quel breve mio scritto sulla epigenetica pubblicato nel dicembre 2010, vi sarà senz’altro di conforto nel capire come l’assetto psichico sia determinante per la nostra salute.

Hereafter. Sulla morte e il dopo


Viviamo nell’era del corpo. Cosa non si farebbe per il corpo. Per mantenerlo sano. Efficiente. Tonico. Scattante. Eternamente bello e giovane. Se è il caso, ricorrendo pure a qualche sortilegio. Del tipo di quello immaginato da Oscar Wilde nel suo profetico Ritratto di Dorian Gray. Ma prima o poi lo dobbiamo lasciare. Anche se rimuoviamo costantemente il pensiero della morte. Anche se ci confrontiamo con la tetra regina del mondo solo in occasione della perdita di qualcuno che ci è caro. Così è, almeno il Occidente. Tutti votati alla materia, al profitto e alla competizione.

Andate a vedere Hereafter. E’ un film straordinario. Meglio di un trattato sulla psicologia della perdita, del distacco e del lutto (ma due riferimenti bibliografici vanno comunque suggeriti: Attaccamento e perdita dello psichiatra e psicoanalista inglese John Bowlby e L’esperienza del distacco della psicologa junghiana Verena Kast). La sceneggiatura – avvincente, incalzante, mai pedante nonostante la tematica, a tratti persino lieve e divertente – è di Peter Morgan (autore tra l’altro di una serie di storie per altrettanti film di notevole presa: L’ultimo Re di Scozia, Frost/Nixon, Il maledetto United, I due presidenti e, per la tv, Longford).

Il film affronta le controversie riguardo la perdita, il lutto e il dopo vita, passando in rassegna i dubbi di ognuno, i soggetti, più fasulli che autentici, che si dicono in grado di creare un contatto, dietro compenso, con le entità dei trapassati. E, ancora, le visioni di coloro che si dicono “andati e tornati” nell’altra dimesione. Testimonianze che iniziarono ad essere divulgate, al di fuori dell’ambiente scientifico, verso la fine degli anni Settanta, in particolare con il libro La vita oltre la vita del medico e filosofo statunitense Raymond Moody (13 milioni di copie in tutto il mondo, segno di una esigenza psicologica di risposte non solo religiose alla questione del dopo vita).

Nel capolavoro di Clint Eastwood, vengono tra l’altro accennati riferimenti a personaggi come la psichiatra e psicotanatologa Elisabeth Kübler Ross (un volume su tutti La morte e il morire, in cui traccia e descrive, per la prima volta, le cinque fasi psicologiche attraverso cui transita il malato terminale). Elisabeth Kübler Ross nella seconda parte della sua vita professionale e di ricerca si è professata decisamente pro “aldilà”, supportando le sue convinzioni con gli studi sulle esperienze “pre-mortali” o in “prossimità della morte” (NDE, near-death experiences).

Cosa accade dunque alla nostra mente, alla nostra coscienza dopo la morte del cervello? “Si spegne tutto, come spegnere la luce, e fine. Il buio totale, il vuoto totale”, dice un personaggio del film. Oppure?

Perché abbiamo un tale terrore della morte? Nostra, e dei nostri cari? Quell’angoscia di morte che poi è alla base di molti disturbi mentali, gli attacchi di panico in primo luogo. Clint Eastwood ce ne mostra il lato straziante. La morte improvvisa, incidentale, inaspettata. E il trauma che ne segue. Il vuoto che rimane. Ce ne mostra lo sgomento e le lacrime silenziose. Quel sordo dolore che prende il petto e lacera la mente e le carni. Ci mostra la ricerca che alcuni attuano, non attraverso la fede, ma passando per i mille imbroglioni “psichici” a pagamento. Dai circoli spiritici,  ai falsi medium, alle presunte voci dall’aldilà. Nella disperata speranza di ristabilire un qualsiasi contatto, anche illusorio, con l’affetto perduto. Una carrellata che, in modo più grottesco, ci aveva già mostrato Federico Fellini, grande esperto di tematiche paranormali e amico del sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol.

E poi, sempre in Hereafter, una splendida figura di sensitivo suo malgrado, recalcitrante, molto verosimile, anche nelle sue percezioni e visioni extrasensoriali, interpretata da Matt Damon. L’idea che percorre il film è che un cervello vittima di traumi o alterazioni, sia in qualche caso in grado di sintonizzarsi su altre realtà, non comunemente percepibili da nostri sensi ordinari.

Ciò è testimoniato nella storia delle credenze e del pensiero umano. Nelle pratiche di alterazione della coscienza, attraverso la trance, con o senza uso di sostanze psicotrope. E, nell’ultimo secolo, dagli studi  senza speranza intrapresi dallo spiritismo, dalla ricerca psichica e, infine, dalla parapsicologia. Studi che non hanno portato a certezze gobalmente condivisibili – e come potrebbe essere altrimenti? Tutto in definitiva avviene, sempre e comunque, “hereafter”. Nell’aldiqua, appunto. Quando il bambino chiede dove vadano le entità dopo che è stato stabilito un contatto con esse, il sensitivo risponde di non saperlo. “Ma come, hai fatto tante sedute e ancora non lo sai?”. “No, non lo so”. E il mistero rimane. E ognuno resta con l’alternarsi delle proprie credenze, dubbi, speranze, negazioni, sofferenze.

“A gran parte di noi ripugna pensare alla propria morte. Passiamo la maggior parte della vita ad accumulare beni o a fare innumerevoli progetti, come se dovessimo vivere all’infinito” (Dalai Lama).

Il nostro tempo nega semplicemente la morte, e con ciò la base ideologica dell’esistenza. Anziché percepire la morte, la sofferenza, il dolore come le spinte più forti della vita, come la base della sovranità umana, l’individuo è portato o costretto a rimuovere il sentimento della morte come uno ‘scandalo’. Qui sta la causa dell’appiattimento di quasi ogni altra esperienza, dell’inquietudine che pervade oggi tutta l’esistenza” (Erich Fromm).