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A che gioco giochiamo noi primati. Intervista a Dario Maestripieri


CoverMaestripieriDario Maestriperi è uno scienziato. Un primatologo, con formazione in biologia evoluzionistica e neurobiologia. Studia il comportamento delle scimmie ma, all’Università di Chicago, insegna anche ai futuri psicologi e psichiatri. Utilizza le sue conoscenze di primatologo pure per interpretare e decodificare i comportamenti umani. Assieme alle sue capacità scientifiche, possiede notevoli doti di narratore. Provate a leggere il suo A che gioco giochiamo noi primati, appena uscito in italiano da Cortina, e mi darete ragione. Si inizia a leggerlo e non si smette finché non si arriva all’ultima riga. Scoprendo in ogni pagina qualcosa di noi che la lente di Maestripieri ha messo a fuoco. Basandosi sui risultati delle conoscenze del comportamento dei primati, ma anche sulla teoria dei giochi, e sulle scoperte in campo neurobiologico, psicologico e sociologico. Intessendo tutto ciò con episodi, aneddoti personali, e finendo col tracciare una sorta di autobiografia intellettuale e di vita vissuta. Sia quando Maestripieri era ancora in Italia, sia quando decise di migrare all’estero per sfuggire all’imperante nepotismo dell’università italiana. Il suo libro stimola molte annotazioni, molte domande. Qualcuna abbiamo provato a fargliela direttamente.

Lei è un primatologo e prende spunto dagli studi sulle scimmie per parlare della nostra vita di umani, di tutti i giorni. E’ questa la chiave di lettura del suo libro: i nostri comportamenti, anche alla luce della teoria dei giochi, non sono sostanzialmente dissimili da quelli dei primati?

Il libro e il modo in cui l’ho scritto ha diverse chiavi di lettura. So che alcuni lettori ne trovano soltanto uno, oppure si concentrano su un unico aspetto per trarre vari tipi di informazione a seconda di quello a cui ognuno si interessa. Una chiave di lettura di base che vorrei dimostrare è che uno può usare un approccio scientifico per capire aspetti non soltanto molto generali del comportamento umano, ma anche aspetti più quotidiani. Io uso come esempi il comportamento umano nell’ascensore, oppure quando ci facciamo il caffè al lavoro e lasciamo i soldi in una cassetta comunitaria. Ecco, questa è una cosa abbastanza nuova che vorrei cercare di dimostrare: il fatto che non dobbiamo pensare alla scienza come qualcosa di utile solo per spiegare le differenze sessuali del comportamento, o perché i maschi, in generale, sono più violenti delle donne, o perché siamo attratti da particolari persone. E’ possibile usare un approccio scientifico, fare esperimenti, elaborare teorie, anche in relazione ad aspetti veramente marginali, quotidiani, per i quali la gente magari non penserebbe che ci sono delle basi scientifiche. Le piccole decisioni che magari prendiamo su base quotidiana, come ci comportiamo al lavoro con i colleghi, col capufficio. Mentre invece, secondo me, ci sono delle spiegazioni scientifiche anche per questi aspetti quotidiani e banali. Questa è la prima chiave di lettura.

La seconda, è che secondo me, in questo momento, se vogliamo delle spiegazioni teoriche del comportamento umano in generale, sarebbe molto produttivo integrare le conoscenze acquisite dalla biologia evoluzionistica con quello che ci dice l’economia comportamentale. Cerco di fare questo, dimostrare che i modelli proposti dagli economisti che si basano sulle analisi costi-benefici del comportamento, possono essere integrati con le teorie evoluzionistiche (per esempio quelle sulla parentela, sulla selezione sessuale) e applicate al comportamento umano. Questa è un’altra cosa che cerco di fare: integrare. Nel sottotitolo del mio libro compaiono infatti sia la parola “evoluzione” che “economia”. E’ la seconda chiave di lettura: l’integrazione della biologia e dell’economia.

La terza chiave di lettura è più relativa alla sua domanda, e cioè che vi sono molti aspetti del comportamento umano, soprattutto nella sfera sociale, e questo è un altro punto che vorrei enfatizzare, i quali hanno una lunga storia evolutiva. Per questi comportamenti è possibile vedere tracce anche nei nostri cugini primati non umani. Per rispondere più direttamente, ciò che impariamo dal comportamento delle scimmie è che molti aspetti del comportamento umano non sono unici alla nostra specie. Ma hanno una storia evolutiva molto lunga, si sono evoluti milioni e milioni di anni fa e noi li abbiamo ereditari da antenati che abbiamo in comune con le specie attuali di scimmie. Non li abbiamo ereditari dallo scimpanzé o dal macaco, ma dagli antenati che abbiamo in comune con queste specie. Uso esempi presi dal comportamento dei primati per cercare di far capire tale aspetto. Ma è solo una delle chiavi di lettura del libro.

Poi lei estende il discorso a tutti gli altri settori: la politica, l’industria…

Mi concentro sul comportamento sociale. Ma ci sono cose di cui non mi occupo: la religione, il linguaggio. Sono aspetti molto importanti, ma io non me ne occupo direttamente.

Quali sono gli aspetti che invece sono esclusivi degli umani, che non riscontra nei primati, a parte il linguaggio?

Sono tutti quelli che richiedono delle funzioni intellettuali più complesse. Noi come specie abbiamo una abilità intellettuale unica nel fare astrazioni. Possiamo vedere delle cose nella realtà e dedurre dei principi astratti molto generali, che poi possiamo applicare a vari contesti. Gli animali sono molto intelligenti, ma hanno abilità limitate rispetto all’astrazione. Magari sono molto bravi a risolvere problemi specifici, ma limitati al contesto. Non sono bravi nel estrapolare delle leggi da un contesto all’altro. Mentre noi, visto il cervello che abbiamo, magari osserviamo dei fenomeni in un contesto e da questo traiamo dei principi generali da applicare in altri contesti. Così, ad esempio, i fisici studiano fenomeni nel mondo naturale e da qui traggono principi che applicano all’universo o, che so, alla relazione tra pianeti. Abbiamo questa predisposizione all’astrazione che non condividiamo con altre specie.

Nel libro tratta il tema della dominanza: un aspetto tra quelli più condivisi con i primati.

La dominanza è un fenomeno molto comune tra i primati, ma anche tra altre specie animali. Non la troviamo in altre specie animali molto sociali, che vivono in gruppi con molti individui. I quali, per vari motivi ecologici e ambientali, devono cooperare l’uno con l’altro, devono aiutarsi. Per questioni relative al cibo o alla difesa dai predatori. Però nonostante questo bisogno di cooperare, c’è anche molta competizione. Tra individui che vivono nello stesso gruppo e non sono imparentati. Normalmente quando gli individui sono in competizione, c’è sempre un potenziale di aggressione. C’è sempre la possibilità che vi siano combattimenti, la possibilità di ferirsi.

La dominanza è una invenzione naturale per limitare i danni della competizione. Per far sì che ogni volta non vi sia un conflitto potenziale di interessi, oppure un disaccordo tra due individui intenzionati ad agire in maniera diversa, oppure vogliano la stessa risorsa che non si può dividere, invece di aggredirsi l’uno con l’altro, invece di avere un combattimento e uccidersi, la dominanza risolve queste dispute. In modo tale che un individuo dotato di tratti che lo rendano superiore, essenzialmente l’ha sempre vinta. Mentre un subordinato, non la vince.

La dominanza è un fenomeno molto comune che regola la relazione tra due individui. Riguarda la relazione tra due individui. In un gruppo, le relazioni individuali di dominanza tra soggetto e soggetto rientrano in una gerarchia del gruppo stesso.  Per cui c’è un individuo al “top”, un altro al livello sottostante, e tutti gli altri distribuiti lungo questa gerarchia.

Lei sta in una grande e multiforme città come Chicago: come le capita di osservare e riflettere sui comportamenti umani, li traduce sempre in base alle sue conoscenze di primatologo?

Questi fenomeni si osservano in tutti gli ambienti sociali umani. Basta mettersi ad osservare un gruppo di bambini che giocano in un parco, per rilevare che vi sono queste relazioni di dominanza. E se ci mettiamo ad osservare le scimmie, dopo un po’ di tempo avremo dei dati sulle relazioni di dominanza, di gerarchia, che esistono anche tra i bambini. Si può osservare nell’ambiente lavorativo. Chiunque lavori per una compagnia in cui vi siano colleghi, gerarchie di autorità, di poteri, di responsabilità, riconosce queste relazioni di dominanza. Per cui vi sono dei boss, vi sono individui ordinari, quelli che arrivano all’ultimo momento, quelli bravi a fare le alleanze, quelli che non lo sono. Si osserva al lavoro, si osserva a scuola, si osserva anche a casa. Ognuno che abbia un partener, se si osserva un attimo, è in grado di capire chi è dominante e chi è subordinato.

Un tempo socialmente e culturalmente molto lontano si diceva “chi porta i pantaloni in casa”. E oggi li portiamo tutti. Nel suo libro parla anche del rapporto di dominanza nella coppia: cambia nel tempo? Quando uno lavora e l’altro no, se i figli crescono e se ne vanno, oppure in altre situazioni di coppia che si modificano nell’arco del tempo, cosa accade ai rapporti di dominanza?

I rapporti di dominanza nella coppia possono cambiare, ma anche no. Ci sono molti lavori scientifici al riguardo, e anche nel mio laboratorio abbiamo svolto studi sulla dominanza nelle coppie. Sulle coppie sposate e anche nei giovani che iniziano delle relazioni romantiche. In generale, in una coppia sposata se c’è una grossa differenza nell’abilità di guadagnare, cosicché ad esempio il marito guadagna un sacco di soldi mentre la moglie lavora a casa, di solito c’è una probabilità maggiore che il marito sia dominante. Però, in realtà questo non è detto. Non c’è una regola assoluta. Per esempio ci sono delle coppie in cui il marito professionalmente è una persona di successo, magari è il capo di una grossa ditta, il Ceo di una importante compagnia, però magari è sposato con una donna che, nonostante sia una casalinga, ha una personalità molto forte ed è lei che indossa i pantaloni a casa. Non è necessariamente detto che il successo, o la dominanza di cui dispone una persona sul lavoro, si trasferisca necessariamente a casa. La dominanza nelle coppie è più una questione di personalità reciproca. E anche di quanto uno sia disposto a volere veramente questo potere. Perché ad alcuni sembra che interessi meno di altri.

Purtroppo nel nostro paese, come sa, vi sono ormai coppie in cui nessuno dei due ha un lavoro stabile: la dominanza viene messa in discussione.

Beh, lo stress può eliminare del tutto la dominanza. Nel senso che se una coppia è sotto stress, potrebbe cooperare di più, cercando di eliminare i conflitti. Oppure potrebbe anche aumentarla: potrebbero aumentare i litigi, i conflitti. Facendo maggiormente emergere il problema della dominanza. Potrebbe essere o l’uno o l’altro.

Rimanendo nell’ambito italiano, purtroppo abbiamo anche questo fenomeno terribile di uomini che periodicamente aggrediscono e addirittura uccidono le proprie compagne o ex compagne, quello che è stato definito “femminicidio”. Alla luce degli studi sulla dominanza, come lo interpreta?

E’ un fenomeno molto grave. In generale tutti gli individui molto vulnerabili, sono a rischio di violenza. A cominciare dai bambini. Specialmente quelli molto piccoli, si sa che sono molto vulnerabili allo stress, alla violenza. Sono continuamente vittimizzati dai compagni più grandi, o da adulti, sia in seno alla famiglia che al di fuori. Nel caso degli omicidi femminili non la metterei in connessione diretta con la questione della dominanza. Piuttosto, gli individui possono vittimizzare nella società quando c’è una condizione generale di stress economico, politico, sociale. Quando mancano le risorse. Quando c’è molta violenza diffusa. Qui in America un fattore principale per la violenza domestica sono le armi. Avere delle armi da fuoco a casa, automaticamente aumenta il rischio che vi siano incidenti anche letali. Un altro fattore che incide è l’educazione. Avere livelli più elevati di educazione, ovviamente è fattore protettivo rispetto alla violenza. Non è semplicemente una questione di dominanza. Vi sono tante cause diverse per la violenza. E purtroppo le vittime della violenza sono gli individui più vulnerabili. Le donne, i bambini, gli anziani.

Quindi certi aspetti di aumentata conflittualità tra uomini e donne, li vede come una ricaduta della situazione economica, politica e sociale di questi tempi.

Ci sono degli elementi naturali di conflitto tra uomini e donne perché dal punto di vista psicologico, della personalità, uomini e donne non sono esattamente identici. Affrontiamo le cose in maniera diversa. Abbiamo stili diversi di reagire alle situazioni, di comportarci durante lo stress, e via dicendo. Però vi sono anche tanti motivi per andare d’accordo tra uomini e donne. Come ho detto, se c’è una situazione generale di stress, questi conflitti vengono esacerbati. Vi sono tanti fattori: economici, sociali. Se vi sono differenze di educazione, oppure nell’occupazione, nelle opportunità di lavoro, questi sono tutti fattori che possono influenzare i conflitti a casa.

Tornando al tema della dominanza in senso generale, è un fenomeno che si presenta in ogni occasione, anche accidentale, per strada o in luogo pubblico, tra estranei.

Per stabilire la dominanza non è neanche necessario conoscersi. Vi sono individui con un carattere più aggressivo che tendono a manifestare la propria dominanza in ogni situazione. Che so, ad esempio, in un negozio due persone fanno per prendere lo stesso oggetto da uno scaffale nel medesimo momento. Si guardano negli occhi, uno ha un atteggiamento un po’ più aggressivo, l’altro fa un sorriso, abbassa lo sguardo, e lascia che l’altra persona prenda l’oggetto. Queste situazioni si possono creare nella vita di tutti i giorni.

La diffusione culturale e sociale di tatuaggi e piercing hanno a che fare con un segnale esteriore di dominanza?

Dipende, sì e no. Le persone che si fanno tatuaggi lo fanno per motivi anche molto diversi. Lo si può fare in maniera molto aggressiva, come i guerrieri nelle società tribali, o all’interno della popolazione carceraria. Oppure lo si può fare semplicemente per essere diversi. Se vogliamo, lo stile d’abbigliamento di certi capitani d’industria, è forse più indicativo, al riguardo, dei tatuaggi. In ogni caso, il modo in cui la gente si veste riflette tante cose che non hanno nulla a che fare con la dominanza. Almeno, non è l’esempio più diretto di dominanza.

Prendendo spunto da un capitolo molto provocatorio del suo libro: perché siamo tutti mafiosi?

Perché l’aspetto nepotistico è fondamentale della natura umana. E anche di quella animale. Per nepotistica io intendo la tendenza ad aiutare i nostri familiari, soprattutto figli, rispetto a individui che non sono imparentati. In generale non c’è niente di male, perché tutti gli animali lo fanno. Però, come succede nelle società umane, accade che la legge venga violata. Per cui a volte vi sono dei risvolti criminali del nepotismo, e questo necessita dell’intervento delle autorità. Il nepotismo può essere un fenomeno naturale molto innocente, ma anche la base per compiere atti criminali anche molto pericolosi. Il fatto è che se noi volessimo semplicemente aiutare i nostri figli, in maniera benigna, non ci sarebbe alcun problema. Il problema è che a volte vogliamo aggirare le leggi, le regole, danneggiando il prossimo.

In un mondo e in rapporti che stanno diventando sempre più mediati dalla tecnologia, i comportamenti che lei studia nei primati, li vede riprodotti anche in rete?

Sì, certamente. Anche di più. C’è un capitolo del mio libro che riguarda l’anonimità. Le persone interagiscono, ma sono protette da questa nuvola di anonimità. E’ una situazione potenzialmente pericolosa. Perché c’è la tentazione di ferire altri, o di causargli della sofferenza, senza poi esserne responsabili. Perché essere protetti dall’anonimità è come commettere crimini senza essere scoperti. Internet favorisce queste cose perché è diventato possibile, molto facile, attaccare il prossimo attraverso firme anonime. Senza rivelare la propria identità. Si vede tutti i giorni come vi siano insulti, attacchi, che magari rovinano la reputazione.

Anche la psiche di certi ragazzi che poi magari si suicidano per la vergogna…

Esatto: vi sono fenomeni di bullismo in rete. Questo è un aspetto molto molto importante della natura umana che va capito. E’ importante che le persone siano messe in condizione di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Per cui uno può esprimere qualsiasi opinione, anche rispetto ad altri, però deve essere responsabile delle proprie azioni. Invece l’anonimato consente essenzialmente alla gente di non prendersi le proprie responsabilità. Uno può fare attacchi in rete, anche molto pericolosi, e nascondersi dietro pseudonimi. Questa è una cosa che mi preoccupa molto di internet.

Mi sembra che spesso, soprattutto i ragazzi, vengono lasciati un po’ a se stessi rispetto a un strumento straordinario e potente, sia in senso positivo che negativo, come internet.

Secondo me c’è anche bisogno di regolamentazione. Siccome siamo ancora in una fase iniziale dell’uso di internet e soprattutto di tutti i social network, secondo me è importante vi sia una regolamentazione. Ad DarioMaestripieriesempio penso che in certi siti debba essere obbligatorio rivelare la propria identità se uno vuole partecipare. A cominciare, che so, dalla recensione dei libri su Amazon. Se uno vuole fare una recensione di un libro è importante che la firmi col proprio nome.

Il suo libro è uscito in America due anni fa: che reazione ha avuto da parte dei suoi colleghi, o dal pubblico in generale?

Non l’ho scritto per i miei colleghi. In generale ho avuto buone reazioni. Chi l’ha letto in genere dice che l’ho aiutato a capire aspetti poco chiari della propria vita.

In conclusione, se dovesse dire in una battuta: cosa ha imparato dalle scimmie?

Che noi siamo delle scimmie. Non è un caso che ci siamo evoluti dalle scimmie. Molti aspetti del nostro comportamento si capiscono facilmente se uno ha familiarità col comportamento delle scimmie. Per me, quando ho cominciato a studiare le scimmie venti, trent’anni fa, veramente mi ha aperto gli occhi su me stesso e sul comportamento della gente attorno a me.

E se guarda al futuro della specie umana cosa vede?

Vedo sia motivi di ottimismo che di pessimismo. Di ottimismo perché gli esseri umani hanno una potenzialità di creatività, originalità, di fare cose meravigliose. Sono responsabili del progresso. Avere questo potenziale è una ragione di ottimismo. Però dall’altra parte vi sono aspetti un po’ più oscuri della natura umana legati alla competizione, all’aggressione, alle guerre, alla violenza domestica. Questi sono sempre motivo di preoccupazione e purtroppo non spariranno mai. E’ sempre importante tenere a mente che chiunque sia, qualunque persona, ognuno di noi ha dentro sé entrambi questi aspetti. Positivi, meravigliosi, incredibili, ma anche aspetti potenzialmente negativi. Chiunque può fare sia del bene che del male. E’ importante tenere in considerazione entrambi questi aspetti della natura umana.

A che gioco giochiamo noi primati. Evoluzione ed economia delle relazioni sociali umane, Raffaello Cortina Editore, 2014

Dario Maestripieri, Università di Chicago  

Gillo Dorfles, il cervello, l’arte e la follia


GilloDorefles Ciò che stupisce di Gillo Dorfles è la sua lucidità  nonostante l’età raggiunta di 101 anni!  Già nel 2005 mentre scrivevo il mio libro “Il cervello anarchico” Dorfles fece un intervento sulla terza pagina del Corriere della Sera in cui ipotizzava che l’atto creativo dell’artista potesse nascere da  una pulsione della  memoria implicita, intendendosi per questa il  periodo comprendente gli ultimi 6 mesi di vita fetale ed i  primi due anni di vita neonatale. E’ questa la fase della nostra vita in cui il cervello si costruisce, e tutta la costruzione è interattiva con l’ambiente esterno.

Se la migrazione neuronale o la mielinizzazone, o la costruzione delle sinapsi, avviene  in modo scorretto possono nascere i primi guai nel senso di malattie congenite o  pensieri ossessivi che ci accompagneranno per tutta la vita.  E’ recente, a questo proposito, la scoperta di una proteina definita JAB1 che istruisce le cellule di Schwann sul come e quando debbano proliferare maturare e formare la guaina mielinica stessa. JAB1 agisce regolando i livelli di un’altra molecola chiamata p27. L’eccessivo aumento della p27 impedisce alle cellule di Schwann di proliferare e maturare in modo adeguato. Le neuropatie ereditarie con difetti di mielinizzazione associate a distrofia muscolare congenita possono essere conseguenza di questa cattiva interazione fra JAB1 e p27. E’ questo un piccolo esempio di ciò che può avvenire durante la costruzione del nostro sistema nervoso centrale e periferico.

Il 20 dicembre 2012 Gillo Dorfles ha pubblicato un articolo che riprende il tema della memoria implicita con il titolo “Se l’artista è tentato dall’albero della follia”. L’articolo recensisce un  libro di Louis A. Sass dal titolo “Follia e modernità”. L’autore è un medico psichiatra che si occupa di malati schizofrenici o psicotici  borderline. Secondo Dorfles la nostra può essere considerata una età storica dissociata non solo per la presenza di casi patologici ma in un certo senso come testimonianza della “psicosi” di cui spesso la nostra società è affetta.

Il critico prende lo spunto da questo libro di Sass  che costituisce una messa a punto dei rapporti effettivi apparenti tra schizofrenia e alcune forme creative come la letteratura o la pittura quando si realizzano da parte di letterati come Musil, Sartre, Breton, o di artisti come De Chirico, Modigliani, Klee,  sia per la particolare personalità di questi autori che per i personaggi o le opere da loro concepiti.

L’opera di Sass è un ampio tentativo di tracciare una analogia tra la vera e propria follia e le varie forme impersonate o citate dagli artisti considerati. Scrive   Dorfles “è fin troppo semplicistico individuare nelle diverse opere pittoriche SassOKe letterarie una ‘vena di pazzia’ senza che questa abbia nulla a che fare con una autentica schizofrenia ma è assai facile individuare in ogni creazione artistica quella anomalia della norma che può essere classificata come patologica da chi non possiede le dovute conoscenze scientifiche.

L’autore in fondo giustifica con la sua analisi il problema di alcune esperienze psicotiche come inerenti alla condizione normale dell’uomo e per svelare alcuni rapporti tra linguaggio letterario e artistico  e linguaggio schizofrenico. Quello che risulta importante, secondo Dorfles, è distinguere fra il livello di anomalia psichica e la carica creativa di un artista, in maniera da non creare quegli spiacevoli compromessi che portano a dare un giudizio estetico ad una effettiva anomalia, mentre quelle che sono le sollecitazioni fantastiche di una mente creativa presentano quasi sempre un elemento simbolico e metaforico che ha la meglio sulla nuda realtà esistentiva.

Homo sapiens ?


GrandeRaccontoCover(Post di Enzo Soresi) La paleoantropologia, spiega Giorgio Manzi  nel suo libro Il grande racconto dell’evoluzione umana è una scienza assai particolare perché si avvale di un corredo di conoscenze multidisciplinari quali la geologia, la biologia, la zoologia, la genetica, la botanica e l’archeologia. Inoltre grazie alla scoperta del Dna e della Tac è stato possibile ricostruire dei percorsi evolutivi fino a pochi anni fa impensabili. La stessa Lucy fu scoperta solo nel 1970.

Darwin fu indubbiamente molto illuminato ponendo la nascita del primo ominide circa 5 milioni di anni fa nel corno d’Africa dove le scimmia antropomorfe quali gorilla e scimpanzè sono molto più simili a noi che gli orangutan o i gibboni asiatici. Oggi sappiamo che uomo e scimpanzè hanno in comune il 98% del DNA. Interessante l’osservazione di Manzi rispetto al cambiamento avvenuto circa 3 milioni di anni fa con l’inaridimento delle foreste africane e la nascita della savana. A questo punto la locomozione bipede e la diversa dentatura dei primi ominidi diventano utili per l’adattamento all’ambiente mutato.  Quando poi nella evoluzione degli ominidi arriviamo all’uomo di Neanderthal e questo comincia a mangiare carne assistiamo alla evoluzione dell’encefalo.

Neanderthal circa 600 mila anni fa aveva occupato vasti spazi dal Medio oriente al Mar Nero dai Balcani alla Francia per molto tempo in sintesi Neanderthal fu considerato l’antenato dell’Homo sapiens e cioè di noi stessi. Ma nel 1997  con l’analisi del Dna arriva la sorprendente notizia che che i segmenti del genoma neandartheliano sono diversi dai nostri tanto che la rivista scientifica Cell  titola in copertina “I Neanderthal non erano i nostri antenati”. L’Homo sapiens infatti deriva anch’esso direttamente dall’Africa circa 200.000 anni fa , convive con alcuni ominidi fra cui Neanderthal ma ha un grado di adattamento maggiore , è capace di pensiero simbolico complesso , con lui abbiamo le grandi pitture rupestri delle grotte spagnole (Altamira)  e francesi (Lascaux). Caccia in branchi ed impiega già un linguaggio rudimentale, controlla il fuoco e con l’estinzione  di Neanderthal nell’ultima glaciazione del quaternario circa 30.000 anni fa,   diventa il padrone incontrastato del pianeta terra. La preistoria sta volgendo al termine ma oggi questa  unica e troppo grande specie distribuita in tutti gli angoli del globo si rivela ecologicamente pericolosa.

Così conclude il libro di Manzi: siamo sempre più soli, visto il ritmo di estinzione delle altre specie a cui così prodigiosamente contribuiamo con la nostra invadenza. Siamo un po’ come il popolo dell’isola di Pasqua, Rapa Nui, che sfruttò senza criterio la piccola terra nella quale viveva, provocando il deserto attorno a sé e causando il proprio stesso annientamento.

Una dieta con grassi fa bene al cuore, ai muscoli ed al cervello


Pagine-da-Saturated-fat-is-(post di Enzo Soresi) Molto scalpore ha suscitato un recente articolo, ripreso da più parti, del cardiologo interventista londinese Aseem Malhotra in cui ha ribaltato  tutti gli ultimi anni di suggerimenti affermando che sono più dannosi i carboidrati dei grassi saturi. Secondo questo medico è ora di distruggere il ruolo negativo  che i grassi saturi avrebbero nella insorgenza di malattie cardiache. Già alcune nazioni come ad esempio  la Svezia stanno adottando linee guida che incoraggino una dieta ricca di grassi e povera di carboidrati.

L’avere eliminato burro, panna e cibi grassi può avere fatto più male che bene per quanto riguarda l’insorgenza di malattie cardiache. Gli esperti dicono che milioni di persone sono state curate erroneamente con le statine sulla base di studi scientifici scorretti. Il cardiologo Aseem Malhotra, specialista in cardiologia interventistica presso l’ospedale universitario di Croydon a Londra,  sostiene che l’avere tagliato da 4 decadi in modo drastico i grassi saturi che si trovano nel burro, nella panna e nella carne meno magra hanno paradossalmente aumentato i nostri rischi cardiovascolari. Questo errore nasce da uno  studio degli anni ’70  che dimostrava l’esistenza di un legame fra malattia cardiaca e livello di colesterolo nel sangue correlato con le calorie apportate dai grassi saturi. Uno dei primi lavori scientifici sull’obesità pubblicato su Lancet nel 1956 che paragonava gruppi a dieta con prevalenza di  carboidrati, verso gruppi a dieta con prevalenza di grassi, aveva dimostrato che questo secondo gruppo perdeva peso in modo più significativo del primo.

Uno dei possibili fattori di rischio nella sindrome metabolica, che può portare a sviluppare un diabete di secondo tipo, è rappresentato proprio dai carboidrati raffinati. La dieta mediterranea,  secondo questo cardiologo,  ricca di olio d’oliva è molto più cardioprotettiva delle statine. Gli zuccheri complessi  fanno molto più male dei grassi ed in generale un buon cibo fa bene a tutti. Il fatto che il livello di  colesterolo elevato sia la causa primaria delle malattie cardiache è il peggiore errore dei nostri tempi  e personalmente aggiungo di avere numerosi pazienti anziani  con colesterolemia elevata che godono di ottima salute ed hanno carotidi con minimo accenno di arteriosclerosi.

Alla base di queste affermazioni, aggiungo ancora io, c’è che l’insorgenza della malattia arteriosclerotica  è correlata  al processo infiammatorio dell’endotelio vascolare e l’infiammazione è a sua volta correlata allo stile di vita. Ecco perché i pazienti fumatori o i pazienti stressati  sono i più penalizzati. Il tanto decantato libro The China Study che demonizza i valori di colesterolemia manca completamente di una correlazione fra livelli di colesterolo e stile di vita della popolazione cinese su cui si è svolta l’indagine epidemiologica, ed è noto a tutti che i cinesi sono pesanti fumatori.

Se inoltre consideriamo che muscoli e cervello si nutrono di grassi saturi possiamo serenamente ritornare al nostro pane e burro come colazione del mattino senza però fumarci una sigaretta dopo ma anzi uscendo a fare due passi o andando in ufficio a piedi.

Riferimenti:

Aseem Malhotra, interventional cardiology specialist registrar, Croydon University Hospital, London, Saturated fat is not the major issue, BMJ 2013;347:f6340

 

Il labirinto consapevole


LabirintiFranco Maria Ricci ha segnato la mia formazione. E’ stato un editore coraggioso e illuminato, con un gusto per il bello in editoria e nella cultura difficilmente emulabili. Oggi, praticamente impossibile. Ha pubblicato riviste, ma è riduttivo definirle tali, come FMR e Kos a cui mi sono abbeverato. E la collana di libri curata da Borges, il vertice del fantastico dell’ultimo secolo, a cui una mente attratta dalla molteplicità, complessità e multidimensionalità dell’esistenza deve ogni tanto fare ritorno. Quantomeno per tirare una boccata, vitale, di ossigeno.

Sapevo che da anni Franco Maria Ricci, su ispirazione di Borges, stava lavorando alla realizzazione di un labirinto. Anzi, data la natura esclusiva e originale di Franco Maria Ricci, “il” labirinto. Nel senso che una volta ultimato sarà il labirinto percorribile più grande del mondo. Composto da corridoi di piante di bambù, si estende per tre chilometri. Nel contempo, esce il volume Labirinti, sempre di Franco Maria Ricci.

Il tema del labirinto ha aspetti comuni con le neuroscienze. Tanto da rivelarsi sempre più, il labirinto, una estensione e una rappresentazione simbolica della nostra natura psichica e del travagliato percorso che ognuno di noi affronta nell’arco della vita.

La mente è un labirinto. Non fosse che per l’organo da cui è espressa, il cervello. Diecimila sinapsi per neurone moltiplicate per cento miliardi di neuroni, in grado di contenere tutto ciò che  lo scibile umano ha prodotto, dalle pitture rupestri del paleolitico fino all’iPad.

Ai primi anatomisti, le originarie preparazioni di tessuto nervoso, colorate col metodo inventato da Camillo Golgi (premio Nobel con Ramón y Cajal per la scoperta del neurone), apparvero al microscopio di una complessità inestricabile. Immagini frattali simili ad altre in natura, composte da curve e spirali che si ripetono all’infinito, sia nel micro che nel macro dei tessuti nervosi. Il cervello è un percorso immenso e tortuoso, un labirinto composto da prolungamenti ramificati, dentriti, assoni e vesciole sinaptiche, di cui ora si sta cercando di ricostruire il modello. In un chilo e mezzo di tessuto biologico sono contenuti trilioni di sinapsi e oltre mille chilometri di reti nervose intrecciate tra loro.

“Il vasto e complicato diagramma di connessioni che unisce le cellule nervose”, afferma il neurobiologo Jeff Lichtman dell’Università di Harvard,è poco compreso, in parte perché a differenza di altri apparati che hanno un’organizzazione cellulare singola ripetuta più e più volte, ogni pezzo del circuito cerebrale sembra diverso dagli altri”.

Studiare il cervello cercando di venire a capo della sua complessità, richiede anche senso estetico, oltre che conoscenze scientifiche. Lichtman coniuga le conoscenze sul cervello con quelle dell’informatica. E’ l’ideatore del Brainbow, una metodologia che consente di colorare i singoli neuroni del cervello, attivando al loro interno proteine fluorescenti, in una gamma di circa 90 sfumature diverse. Questo metodo consente di studiare in un modo accurato i campi neurali, dal percorso di vita di un singolo neurone alle modalità di connessione tra più neuroni. Dando così vita alla “connettomica”, una nuova disciplina che si propone di mappare la complessa moltitudine di circuiti neurali che raccoglie, processa e archivia l’informazione nel sistema nervoso.

All’interno dell’ “Human Brain Project” i neuroscienziati sono riusciti a ricostruirne una parte con simulazioni informatiche, corrispondente a circa 10.000 neuroni con altrettante connessioni. Una inezia al confronto del telaio magico della nostra coscienza. Fisici, matematici, bioingegneri e neuroscienziati che lavorano al progetto di un “cervello virtuale” si giustificano dicendo che l’evoluzione del cervello umano ha impiegato qualche milione di anni per essere ciò che oggi conosciamo, mentre in qualche decennio siamo riusciti ad ottenere un modello iniziale.

E’ presumibile che grazie alla velocità con la quale si evolvono i sistemi infornatici – la cosiddetta “legge di Moore” – sarà in futuro possibile avere a disposizione un supercomputer, un vero cervello artificiale, simile a quello umano, da studiare in ogni suo aspetto. Henry Markram, direttore del progetto Blue Brain all’EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), sta appunto lavorando da quasi un ventennio alla “ingegnerizzazione”, “modelizzazione” della neurocorteccia umana (la parte più alta ed voluta dell’encefalo).

Ricreare per intero il modello “funzionale” del cervello umano, simularne il funzionamento, vorrebbe dire mettere in rete cento miliardi di computer collegati per la cifra astronomica dei rispettivi collegamenti nervosi. Ma il tentativo, più modesto e attuabile, è quello di realizzare programmi che, con meno macchine e maggiori potenze di calcolo, siano in grado di simulare l’attività complessiva del cervello. Ciò è ottenuto creando algoritmi matematici che simulano il funzionamento dei neuroni e delle reti neuronali. Già oggi vi sono simulazioni delle comunicazioni esistenti tra i vari neuroni, mappe neuronali animate corrispondenti all’estensione dell’intera foresta Amazzonica. Questi modelli replicano il funzionamento dei veri neuroni all’interno del tessuto cerebrale. Di questo passo, si punta alla replicazione dell’intero cervello reale, compresi i circuiti che fanno circolare il sangue.

A quel punto emergerebbe l’autocoscienza? Quella che gli scienziati chiamano “singolarità tecnologica”: la consapevolezza delle macchine. Secondo la predizione del matematico Alan Turing, il giorno in cui ci mettessimo a conversare con una macchina nascosta, senza sapere che di apparecchiatura artificiale si tratta, e non rileveremmo alcuna differenza dal conversare con un umano, a quel punto la macchina avrà superato il “test di Turing”: potrà considerarsi autocosciente. Ma fino a quel giorno, dovremo ancora pensare che dal labirintico substrato nervoso del nostro cervello emerge l’autoconsapevolezza, il mistero della coscienza. E’ parere dei neuroscienziato e della maggior parte dei neurofilosifi che la coscienza emerga dall’intricata rete di connessioni nervose. La complessità semplificherebbe se stessa facendo emergere la coscienza. Pochi miliardi di neuroni e relative reti neuronali, fanno la differenza tra noi e gli scimpanzé.

Anche anatomicamente, con le sue circonvoluzioni, il cervello assomiglia ad un labirinto. E l’immagine del labirinto è spesso utilizzata per rappresentare quanto abbiamo all’interno del cranio. Un dedalo di connessioni nervose, pensieri, sensazioni, emozioni, ricordi, processi cognitivi. Un appartato straordinario e delicatissimo. In grado di funzionare anche oltre il secolo di vita, oppure di danneggiarsi improvvisamente e irrimediabilmente. Capace di esprimere le più alte vette del pensiero umano, come di quello più aberrante, crudele e distruttivo. In grado di concepire mondi lontani e inesistenti, ideare invenzioni, progettare edifici, comporre poesie e musiche, concepire bellezze artistiche, trovare modi per curare i propri simili,  oppure decadere a seguito di traumi, insulti vascolari come l’ictus o degenerazioni nervose come l’Alzheimer.

La sfida per gli scienziati sta nel decifrare questo tortuoso e immenso percorso fatto di neuroni, sinapsi, reazioni elettro e biochimiche, cercando al contempo di comprendere come si originano le malattie neurodegenerative. Così da poterle diagnosticare per tempo, prevenirle se possibile, curarle quando ormai si manifestano. Oggi è possibile introdursi attraverso il dedalo di aree e percorsi nervosi grazie alle tecniche di visualizzazione (imaging cerebrale).

Apparecchiature radiologiche come la risonanza magnetica funzionale (fRm) o la tomografia a emissione di positroni (Pet) che, collegate a pc e attraverso software dedicati, ricostruiscono l’immagine del cervello e del sistema nervoso in funzione. Tutto ciò, fino a pochi decenni anni fa, non era neppure lontanamente immaginabile. Gli scienziati del cervello dovevano accontentarsi di studiare l’organo della consapevolezza soltanto a seguito di autopsia, durante interventi di neurochiurgia come iniziò a fare Wilder Penfield, oppure dedurne le alterazioni in un soggetto vivente colpito da malattia o vittima di un trauma cranico, limitarsi a visualizzarlo sommariamente attraverso i raggi X o registrarne le funzionalità per mezzo dell’elettroencefalografia (Eeg).

I neuroradiologi, pochi rispetto all’esigenza e molto ambiti, sono le Arianne del nostro tempo, in grado di introdursi nei meandri del cervello grazie all’imaging cerebrale, stilando diagnosi e tracciando mappe della funzionalità cerebrale. Per anni nei giornali hanno fatto notizia la visualizzazione di questa o quell’area dedicate alle più varie attività cognitive. Tanto da vedere coniate espressioni come “neuroeconomia” e “neuroestetica”.

Non c’è dubbio che  viviamo in piena neurocultura: il cervello fa notizia, con l’aspettativa, o magari l’illusione, che attraverso lo studio di esso si possa comprendere noi stessi, e magari migliorare la nostra vita e il rapporto con gli altri. Secondo altri studiosi del cervello, al contrario, saremmo i promotori di una vera e propria “neuromania”: non MenteLabirintotutto e non sempre dei comportamenti umani è comprensibile attraverso lo studio funzionale del cervello.

Comunque sia, il labirinto che genera la consapevolezza ha, da sempre, non solo la pretesa di studiare se stesso, ma pure di comprendere se stesso. Ma è un labirinto, per quanto immenso e complesso, dotato di ordine, struttura, schema. E potremmo anche aggiungere che, nel momento in cui, tali strutture labirintiche ma ordinate “saltano”, abbiamo il disturbo e la malattia mentale. A volte i medici del cervello e della mente riescono a ripristinarne i percorsi, magari non gli stessi, ma ridonando autonomia all’individuo. A volte, no. Il labirinto è saltato, quella fitta rete di connessioni strutturate è perduta. Per lasciare il posto a una mente destrutturata, a comportamenti disadattivi. A un labirinto senza fine. Senza più ingresso e senza via d’uscita.

Giovedì 14 novembre 2013 ore 18 a Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Via Brera 28, verrà presentato il volume Labirinti di Franco Maria Ricci. 

Enzo Soresi: “Grazie ad un verme, siamo diventati Homo Sapiens”


file1370265425_20_longevitàVenerdi 20 settembre ho partecipato  al congresso della Fondazione Veronesi a Venezia, il tema era la longevità e gli spunti che ne ho tratto sono stati molteplici ed interessanti sia per uso personale che nell’interesse dei miei pazienti. Piena conferma, ahimé, da parte di molti ricercatori, della restrizione calorica (almeno 30 % di in meno di cibo) per ridurre le malattie ed aumentare la sopravvivenza. Due studi fondamentali, uno sui topi ed uno sulle scimmie, hanno confermato questa triste verità. In un mondo occidentale ricco di obesi e persone in sovrappeso, in cui le città d’arte sono diventate uno squallido mangificio,  la scienza ci dice  che meno si mangia (entro certi limiti) e più e meglio  si campa. Non solo, il segreto per evitare di ammalarsi è diventare vegetariano mangiando cibi di qualità. Questa osservazione deriva da uno studio randomizzato sulle scimmie in cui il gruppo che si nutriva di cibi vegetali naturali si ammalava meno di quello nutrito con cibi industriali, sempre vegetali.

Estremamente stimolante è stata , abbandonando il tema del cibo, la relazione del prof. Seth Grant, neuroscienziato dell’Università di Edimburgo, che ha spiegato l’importanza delle sinapsi nella evoluzione del cervello precisando che nel contatto sinaptico si possono liberare fino a 1000 tipi di sostanze proteiche che sono esattamente uguali a quelle liberate dalla prima cellula  in contatto con l’ambiente qualche milione di anni fa. Ha precisato poi che la nascita del sistema nervoso la si deve ad un doppio colpo di fortuna , analoga a quella di vincere per due volte consecutive ad una lotteria. Infatti, un nostro antenato, denominato PICAIA (un piccolo verme), nel suo processo evolutivo ha raddoppiato per due volte il suo genoma e questo ha fatto nascere le strutture nervose. Il prof Grant è fondatore del  programma G2C, un consorzio internazionale di ricerca e formazione per lo studio delle malattie cerebrali, in quanto le sue scoperte  hanno confermato l’importanza delle sinapsi  in queste patologie e la relazione fra geni, comportamento e malattie cerebrali.

Il prof. David Sweatt, neurobiologo dell’Università dell’Alabama, ha spiegato l’importanza della metilazione e della acetilazione nei meccanismi di formazione della memoria a breve e lungo termine confermando l’importanza della alimentazione nell’invecchiamento del cervello. Già qualche tempo fa su questo blog avevo spiegato l’importanza dei metili nella stabilizzazione del DNA.  Sweatt ha ricordato che le cellule neuronali, a differenza delle altre cellule, non si deteriorano con il passare degli anni mentre quella che si riduce progressivamente è la produzione di dopamina così importante per l’attività motoria ed il tono dell’umore. A questo proposito, sempre su questo blog, vi ho spiegato l’importanza della molecola adenosina metionina , scoperta da un italiano negli anni ’50, nel favorire la liberazione di questa sostanza in grado di stimolare la liberazione di dopamina ed ottimizzare la sensibilità all’insulina.

Grande rilievo  infine è stato dato dal prof.  Giovanni Scapagnini agli isocianati, contenuti in grande quantità nei mirtilli e nei lamponi, che per la loro caratteristica di idrosolubilità attraversano la barriera ematoencefalica sviluppando una importante protezione sul micro-circolo vascolare cerebrale ed in generale su tutto l’apparato cardiovascolare.

Logica conclusione di questo congresso:  stamane colazione con latte di soia, pane integrale  ed una tazza di yogurt magro con mirtilli (post di Enzo Soresi).