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Gli alieni sono sulla Terra: cosa fare? Lo spiegano psichiatri, antropologi e pedagogisti


SonoArrivatiGliAlieni_PierangeloGarzia_MINDAcqua su Marte. Esopianeti che potrebbero ospitare la vita. Gli alieni si avvicinano. Per alcuni sono già arrivati. Per la fantascienza ci sono da sempre. Che siano i Superni, custodi e motivatori dell’evoluzione umana ma “lontani dallo spazio che non è per l’uomo” del romanzo di fantascienza di Arthur C. Clark Le guide del tramonto o i piloti di UFO già giunti fino a noi, secondo gli appassionati di ufologia. Comunque sia, la scienza attende. Fa ipotesi. Ma cosa accadrebbe nel momento in cui avessimo un contatto con una intelligenza extraterrestre?

E se gli alieni arrivassero davvero? 

E se intelligenze aliene fossero in grado di arrivare fin quaggiù, sulla Terra? È un argomento che ha appassionato e appassiona molti. Sia in campo scientifico che artistico. Sono innumerevoli i racconti e i romazi di fantascienza che prevedeono il contatto con le più diverse forme e strutture di intelligenza alinea. Se ne sta occupando, ad esempio, il saggista grande esperto di fatascienza, astronautica e futurologia Fabio Feminò sulle pagine della rivista “Urania” con una approfondita analisi, in più puntate, sugli intrecci tra fantascienza e ricerca aliena dal titolo “C’è vita oltre a noi?”. E c’è una cosa curiosa che mi è capitata occupandomi di questo argomento.

«Tutti ricordano cosa stavano facendo quel 22 maggio 2059 quando la storia della Terra cambiò definitivamente. In tutto il pianeta, contemporaneamente, gli alieni semplicemente comparvero. Fino a un secondo prima non c’erano, poi erano lì, dapertutto. Oggi siamo familiarizzati con l’idea di smaterializzazione e rimaterializzazione, e usiamo senza problemi il teletrasporto anche su distanze trans-galattiche, ma allora 160 anni fa, era inconcepibile che qualcosa o qualcuno potesse comparire così, dal nulla».

Questo brano che potrebbe apparire scritto da una mano avvezza alla fantascienza, in realtà è opera di uno stimato docente di scienze pedagogiche presso il dipartimento di medicina dell’Università Milano-Bicocca. Non che gli scrittori di fantascienza non siano “stimati”. Ma perché il caso di questo stimato professore, che di fantascienza senza dubbio è appassionato, è uno di quelli che incroci quando devi scrivere qualcosa di “strano”.

Volevo scrivere di come potremmo reagire sul piano psicologico, sociologico e antropologico, a un reale, ufficiale contatto con gli extraterrestri. Loro, gli alieni, sono giunti sulla Terra. È ufficiale, sono qui. Non è più un “sarà vero, non sarà vero-ci credo, non ci credo”, un UFO apparso velocemente nel cielo e altrettando rapidamente svanito nel nulla. Niente di tutto ciò. Gli alieni, abitanti di altri pianeti nel cosmo sono arrivati a toccare il suolo terrestre. Non si sa come ci siano riusciti, non si sa perché, non si sa cosa vogliano. Ma ora, da qui in poi,  cosa accade?

Lo stimato professore universitario di scienze pedagogiche Raffaele Mantegazza è uno di quelli che contattai per realizzare l’inchiesta in seguito apparsa sulla rivista mensile “Mind. Mente & cervello” di maggio 2018 con il titolo “Son arrivati gli alieni!”. Mantegazza era uno di quelli che individuai con quella sorta di fiuto che viene in soccorso in chi deve scrivere articoli compositi, testo proprio e interviste ad esperti da individuare.

Chi è l’esperto nel trattare con una intelligenza aliena? 

Già, ma chi poteva essere esperto nel trattare la psico-socio-antropo-pedagogia dell’incontro con gli extraterresti? Tutti e nessuno. E infatti, nella rosa dei contattati (non alieni, docenti e ricercatori terrestri) almeno tre mi diedero la tara. Mantegazza invece esordì al telefono con una contagiosa risata. Era entusiata (in una mail mi scrisse: «devo dire che l’intervista mi ha fatto sognare come da ragazzino!»). Mantegazza era ed è un appassionato di fantascienza in tutte le sue forme. Cinema, romanzi, racconti. Tanto che, dopo l’intervista e l’uscita del mio servizio su “Mind”, Raffaele Mantegazza mi annunciò di avere scritto un volumetto che gli avevo ispirato e in cui mi citava. Il volumetto in questione è uscito da Castelvecchi qualche mese fa con il titolo Educare con gli alieni. Manuale di pedagogia per l’anno 2219. Lascio al lettore di questo volumetto, tra pedagogia e fantascienza, il piacere, il divertimento e la sorpresa di scoprire cosa il professor Mantegazza ha saputo scrivere, partendo dal pretesto dello sbarco alieno sulla Educare con gli alieni_RaffaeleMantegazza_LibroCastelvecchiTerra, sul tema dell’incontro con il “totalmente Altro”. Ed ecco i brani delle interviste sia a Raffaele Mantegazza che agli altri intervistati non pubblicati nella mia inchiesta apparsa sulla rivista “Mind”.  

Raffaele Mantegazza, docente di Scienze umane presso il Dipartimento di medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca

Se stasera in tv e online, e domattina sui giornali, dessero l’annuncio reale, documentato, che un UFO è atterrato e si stanno prendendo contatti con gli occupanti extraterrestri, quale sarebbe, secondo lei, la reazione a livello pubblico?

Penso che molto dipenda dal modo in cui la stampa fornirebbe la notizia. Se fosse sottolineato l’aspetto di pericolo, di “invasione” e simili sicuramente ci sarebbero reazioni di preoccupazione se non di panico, ma se l’atterraggio avvenisse senza violenza e la notizia fosse data evidenziando gli aspetti positivi penso prevarrebbe la curiosità e la volontà di capire e di comunicare. La paura nei confronti di ciò che non conosciamo è sempre mediata e smussata dalla curiosità, e forse è per questo che la nostra specie non si è estinta: cercare il buono nella novità senza essere imprudenti è la chiave della nostra evoluzione.

Spesso si dice che una civiltà extraterrestre, più avanti rispetto a noi di migliaia di anni, che prendesse contatto diretto con noi, finirebbe con l’interferire in modo negativo con la nostra naturale evoluzione. Un po’ come accaduto con le popolazioni indigene terrestri venute a contatto con popolazioni più tecnologicamente avanzate. Sarebbe così secondo lei?

Mi sembra una posizione estremamente pessimista. La scelta dell’occidente di sterminare e di sfruttare le popolazioni indigene non era scontata così come non lo sarebbe il conflitto violento con una civiltà extraterrestre. Nella nostra naturale evoluzione è compreso l’essere esposti, come specie e come pianeta, a ogni possibile incontro con l’esterno; siamo alla periferia di una galassia all’interno di un cosmo sconfinato, la possibilità di essere visitati da intelligenze extraterrestri dovrebbe appartenerci, come possibilità, come sogno o come speranza. Grandi filosofi come Kant l’avevano ipotizzata e anzi auspicata. L’immagine dell’alieno cattivo e conquistatore è un’immagine culturale, figlia della Guerra fredda e della paura dell’altro: non è assolutamente necessario che le cose vadano così.

Come pensa potrebbe cambiare la vita di noi terrestri dal “contatto” in poi? 

Sarebbe un nuovo inizio, quello di cui forse l’umanità ha bisogno. Come dice Guy Consolmagno,  direttore della Specola Vaticana, le prime a doversi ripensare sarebbero le religioni rivelate: questo straordinario religioso già oggi afferma che Dio si è incarnato in un essere umano perché doveva parlare agli abitanti del nostro pianeta ma niente fa escludere che su altri pianeti l’incarnazione sia avvenuta nel corpo di un essere alieno, dalla forma del tutto differente dalla nostra. La forma con la quale  gli alieni si presenterebbero potrebbe poi essere del tutto sconvolgente: esseri di pura energia, esseri di luce, chissà quale forma può avere assunto: la vita la stessa, la nostra idea di vita organica potrebbe essere rivista e radicalmente ripensata. Ma la sola vittima di questo incontro sarebbe, finalmente, la vera dannazione dell’umanità, ovvero l’antropocentrismo. L’idea arrogante e presuntuosa che questa scimmia poco pelosa costituisca il centro dell’evoluzione e dell’universo. Fosse anche solo per far tramontare questa idiozia, speriamo che gli alieni arrivino presto.

Paolo Perticari era docente di pedagogia generale, filosofia della formazione, teoria e pratica dei processi all’Università di Bergamo. Purtroppo è prematuramente scomparso lo scorso novembre. Dedichiamo questa breve intervista, in cui riporto anche quanto mi disse su ciò di cui si occupava, al suo ricordo, alla sua cortesia e alla sua grande disponibilità.  

Prima di rispondere alle sue domande sull’atterraggio UFO sulla Terra mi lasci dire di che cosa mi sto occupando in questi anni. Due cose essenzialmente: di scuola, sono fautore di una scuola più aperta all’inatteso, all’imprevisto, agli errori…Più recentemente mi sto occupando di abusi infantili e di violenza in famiglia e/o nella rete parentale dove vengono coinvolti bambini e bambine anche in età molto precoce,fin da piccolissimi. In particolar modo di questa “pedagogia nera”, parola ancora troppo poco conosciuta dal grande pubblico, ma preziosa sia per indicare una storia di violenza psicologica o fisica che procede da trecento anni nell’Europa civile e nel mondo contro bambine e bambini in nome della loro educazione, sia per indicare qualunque abuso di potere degli adulti su bambine e bambini che può provocare trauma e anche danno neurologico. Su questo c’è ancora un grave e colpevole ritardo delle istituzioni sopratutto a livello di informazione e prevenzione sociale e sanitaria.

Ciò detto veniamo allo sbarco degli UFO sulla terra. Io ero e sono molto scettico rispetto a ciò, ma se così davvero fosse si aprirebbe una nuova fase storica del tutto imprevedibile nei suoi presupposti e nei suoi esiti con reazioni pubbliche e private di cui non sappiamo ne’ possiamo dire nulla al momento.

Se questa civiltà fosse così avanti rispetto a noi da interferire in modo negativo con la nostra storia un po’ come è accaduto nel l’incontro tra popolazioni indigene e civiltà occidentale sul pianeta Terra, allora sarebbe ancora peggio, e la sopravvivenza umana a un bivio.

Da pedagogista ritengo che i problemi mentali emersi nella storia moderna sono già sufficientemente gravi da non dover imputare agli UFO alcunché.

Se si dovesse dare la notizia immediatamente, senza preparazioni, né manipolazioni? Certo che sì. Ma vede, anche questo in realtà è poco probabile. Noi terrestri abbiamo costruito un mondo in cui il vero è un momento del falso e stiamo educando in questo modo anche i nostri piccoli, per cui la strumentalizzazione e la falsità fanno parte dell’aria che respiriamo. Per questo motivo auguro agli UFO di riparare al più presto l’avaria che li ha fatti atterrare e ripartire al più presto verso territori meno falsi del nostro.

Francesco Spagna, docente di antropologia culturale all’Università di Padova

Il film Contact di Zemeckis (1997) è un esempio di come il genere cosiddetto di fantascienza, letterario o cinematografico, si rivela come un ambito straordinariamente fecondo di elaborazione morale, educativa e anche teologica. Così come Incontri ravvicinati del terzo tipo, il film di Spielberg del 1977, anche Contact predispone l’incontro con un alieno benevolo: ma che cos’è l’alieno benevolo se non il divino? Nella fantascienza, nel genere più futuribile dell’immaginario modernista, si cela dunque una traccia di resistenza alla secolarizzazione?

L’aspetto educativo sta nell’emersione degli impliciti. Il rapporto fiducia/sfiducia del nostro calcolo razionale provvede affinché la viaggiatrice interstellare di Contact – la scienziata Ellie Harroway, impersonata da Jodie Foster – collocata nella navicella costruita seguendo istruzioni aliene ricevute in codice, sia messa in sicurezza dotandola di una poltroncina alla quale restare legata (trasgredendo così le istruzioni originarie impartite dagli alieni). Una poltroncina che, durante il viaggio spazio-temporale, si rivelerà inutile e pericolosa, e rischierà di ucciderla. Da questo impaccio tecnologico la protagonista si libererà, per ritrovare la quiete dell’incontro com’era stata predisposta dalle guide aliene.

Tutto il film è dunque imperniato sul tema della fede: sulla questione, ad esempio, se il viaggiatore o la viaggiatrice incaricata della missione di incontrare gli alieni debba rappresentare l’umanità con le sue fedi religiose (la scelta viene inizialmente fatta secondo questo criterio, ma poi, dopo un primo esperimento fallimentare, è la scienziata protagonista a entrare nella navicella). Tuttavia, nella nostra fede secolarizzata, la sfiducia è un implicito, un implicito che rischia di distruggere l’incontro (terminologicamente, è il contrario della fede, dell’affidarsi al divino/alieno).

La morale di Zemeckis è dunque in linea con quanto saggi e filosofi continuano a suggerirci, da Krishnamurti a Byung-Chul Han: il bisogno di sicurezza rischia di ritorcersi contro noi stessi. Il controllo razionale rischia di chiuderci sempre entro un medesimo perimetro, impedendo il viaggio conoscitivo.

A più riprese, nel film, si pone la questione della prova dell’esistenza di Dio. Jodie Foster, nelle ultime battute del finale, sembra echeggiare il Quo maius cogitari nequit di Sant’Anselmo d’Aosta, il filosofo medievale della prova ontologica: la macchina spazio-temporale del cinema di Zemeckis non si inceppa e attraversa i secoli.

Valerio Rosso, psichiatra e psicoterapeuta, molto attivo in rete attraverso il suo blog “Valerio Rosso”, su YouTube  e attraverso il podcast “Lo Psiconauta”.

Se stasera in tv e online, e domattina sui giornali, dessero l’annuncio reale, documentato, che un Ufo è atterrato e si stanno prendendo contatti con gli occupanti extraterrestri, quale sarebbe, secondo lei, la reazione a livello pubblico?

In realtà l’umanità non é nuova a shock culturali di questo tipo. La forma e le dimensioni dell’universo e del nostro pianeta hanno subito, nel corso della storia, revisioni anche notevoli grazie, ad esempio, a Copernico e agli altri astronomi che sono venuti dopo di lui, che ci hanno progressivamente tolto dal “centro dell’universo” per farci finire in una piccola periferia di una galassia persa tra moltissime altre.

Poi c’è stato Darwin che ci ha fatto capire che non siamo una razza privilegiata creata ad un certo punto da un’entità superiore ma che, in realtà, siamo un prodotto non ancora definitivo di un evoluzione e che poco prima di noi ci sono altre specie animali come le scimmie. Infine, all’inizio del ‘900, è arrivato Sigmund Freud che ci ha detto, in parole povere, che noi non siamo “padroni in casa nostra” ovvero che il nostro tanto caro libero arbitrio è sottomesso a forti pulsioni inconsce che pilotano la nostra vita e le nostre scelte. Tutti questi che vi segnalo sono eventi culturali di grandissima forza e che hanno messo a dura prova il narcisismo dell’Umanità. L’ultimo duro colpo potrebbe in effetti darlo la prova che non siamo l’unica razza che ha sviluppato coscienza ed intelligenza in tutto l’universo. Io credo che a essere messi più a dura prova potrebbero essere le persone che hanno fondato la propria cultura e la propria etica proprio sul primato dell’uomo o chi vive muovendosi su posizioni un pochino paranoicali legate a generiche angosce d’invasione. Non servono gli alieni per far innalzare in alcuni imponenti barriere di pensiero, come stiamo osservando in questi ultimi anni.

Spesso si dice che una civiltà extraterrestre, più avanti rispetto a noi di migliaia di anni, che prendesse contatto diretto con noi, finirebbe con l’interferire in modo negativo con la nostra naturale evoluzione. Un po’ come accaduto con le popolazioni indigene terrestri venute a contatto con popolazioni più tecnologicamente avanzate. Sarebbe così secondo lei?

Io credo occorra partire da un dato di fatto: una civiltà che ha sviluppato le tecnologie per raggiungere altri mondi, deve per forza aver superato con successo la sua adolescenza tecnologica. Chi riesce a non autodistruggersi con le proprie mani e a dominare le istanze onnipotenti che sono profondamente connesse con la scienza, molto probabilmente ha parallelamente sviluppato delle dimensioni etiche tali da concepire il valore assoluto della vita e l’importanza del mantenimento e del rispetto delle diversità. L’incontro con una razza aliena potrebbe farci confrontare di colpo con la domanda: siamo noi una civiltà adulta e risolta?

Da psichiatra, ritiene che si dovrebbe dare immediatamente una simile notizia o invece preparare in qualche modo il pubblico? Se sì, in che modo?

Stiamo parlando di un evento che non potrà mai essere avvicinato con modalità graduali come avviene per altri processi evolutivi, l’incontro con una civiltà aliena avrà sempre le caratteristiche di un Quantum Leap, di un incredibile salto in avanti, da qualsiasi prospettiva lo si voglia osservare. Sarà sempre un evento epocale e, in una certa misura, culturalmente traumatico. D’altra parte mi viene da pensare che la mente di coloro che non saranno pronti, saprà come difendersi. Lo abbiamo già visto per tutti quegli eventi a cui accennavamo all’inizio: ci sono ancora oggi movimenti negazionisti che rifiutano le teorie darwiniane, lo sbarco sulla luna, il fatto che la terra non sia sferica  ed altri cambi di prospettive. Per non parlare, a titolo di ulteriore esempio, dell’avversione che per parte del ‘900 c’é stata nei confronti delle teorie dell’inconscio. Tutte queste persone non hanno mai digerito Copernico, Freud, Darwin, figuriamoci se non accadrà qualche cosa di simile per l’incontro con una civiltà aliena…

Come pensa potrebbe cambiare la vita di noi terrestri dal “contatto ufficiale e diretto” in poi?

Forse dovremo definitivamente arrenderci al fatto che la razza umana non è né superiore e né speciale. Un ulteriore ridimensionamento delle nostre istanze narcisistiche e del nostro atteggiamento antropocentrico non potrà che farci bene. Finalmente potremmo entrare in contatto con un concetto più universale di rispetto e di accoglienza per ogni altra forma di vita, e quindi di visione del Mondo, che appartenga o meno al piccolo orizzonte nel quale ci troviamo a vivere.

Pierangelo Garzia, “Sono arrivati gli alieni!”, Mind. Mente & cervello, maggio 2018 

 

 

 

 

 

 

Microbiota: sempre più evidenze sull’asse intestino-cervello


gut-brain-axisSembra ormai la parola magica della salute e del benessere. Microbiota. Magari potrà sembrare che l’argomento sia diventato di moda. Che sia esploso come tante altre cose che nel tempo riguardano la nostra salute. Il fatto è, invece, che mai come prima d’ora, a livello mondiale, si stanno facendo ricerche su quegli esserini microscopici che sguazzano liberi e, si spera, buoni, all’interno del nostro intestino. Popolazione di microrganismi complessivamente chiamati “microbiota” (nella vecchia sviante dizione “flora intestinale” o “flora batterica intestinale”). Nell’evoluzione della specie umana, nella composizione del nostro organismo, delle nostre cellule, il “fuori” è diventato pure “dentro”. Vedi ad esempio il microbiota. Vedi ad esempio i mitocondri. Noi siamo contemporaneamente “dentro” e “fuori”, fuori e dentro, mondo esterno e mondo interno. In continua simbiosi. E lo dimostra pure l’epigenetica.

Quanto batteri ci sono nel microbiota

Su questa storia del microbiota è sempre più certo, dimostrato, un collegamento diretto, continuo, costante, tra cervello e intestino. Ciò che ormai viene definito “asse intestino-cervello”. Gli esserini (1.000 diverse specie batteriche che comprendono più di 3 milioni di geni, 150 volte di più di quelli del genoma umano, 200 grammi in tutto) che sguazzano tra le nostre pareti intestinali ci influenzano in molti modi. Sull’umore. Forse addirittura nella depressione. Nell’infiammazione. Nell’obesità. E sempre maggiori evidenze ci dicono che possano avere un ruolo, quando il microbiota è alterato, non è sano, in malattie neurodegenerative come il Parkinson.  

Le scoperte recenti su microbiota e Parkinson: le ricerche pubblicate su “Gut” e su “Movement Disorders”

Uno studio di coorte, pubblicato di recente dalla rivista “Gut” (organo ufficiale della  British Society of Gastroenterology), condotto in Danimarca su miglaia di persone nel periodo 1977-2014 ci dice ad esempio che pazienti con morbo di Crohn e colite ulcerosa, indipendentemente dall’età della diagnosi, dal genere o dalla durata dei controlli successivi, hanno un rischio di malattia di Parkinson maggiore del 20% rispetto agli individui senza malattie infiammatorie intestinali.  Dicono gli autori di questo studio: «C’è una crescente consapevolezza all’interno delle comunità scientifiche della connessione tra l’ambiente intestinale e il sistema nervoso centrale. Si ritiene che questo cosiddetto “asse cervello-intestino” colleghi le funzioni del cervello con le funzioni intestinali periferiche. In particolare, gli squilibri nel microbioma intestinale in relazione alle malattie neurologiche hanno recentemente ottenuto il centro dell’attenzione, con studi relativi alla malattia di Parkinson con un ambiente intestinale più proinfiammatorio. Recenti evidenze per l’intestino come sito iniziale di patologia Parkinson provengono da uno studio di Sampson et al. che dimostra l’importanza del microbiota intestinale nella fisiopatologia della neuroinfiammazione nello sviluppo di deficit motori in studi di laboratorio». 

Un altro studio recente pubblicato da “Movement Disorders” (organo ufficiale della International Parkinson and Movement Disorder Society) a cui ha collaborato anche  Raffaella Cancello nutrizionista e ricercatrice del Laboratorio di ricerche sull’obesità dell’Istituto Auxologico Italiano, mirato a valutare le differenze del profilo del microbiota intestinale di una popolazione di pazienti affetti da malattia di Parkinson rispetto ad una coorte di soggetti non affetti, ha messo in evidenza l’associazione tra un pattern specifico del microbiota intestinale e la gravità dei sintomi (motori e non) tipici di questa malattia neurologica. Per indagare il ruolo del microbiota intestinale nella patogenesi della malattia di Parkinson è stata condotta inoltre una analisi funzionale predittiva che ha messo in evidenza l’attivazione preferenziale di due vie: 1/la via del sistema ubiquitina-proteasoma (via che influenza la formazione e aggregazione di α-sinucleina anche all’interno della parete dell’intestino) e 2/la via di degradazione di xenobiotici (o tossine esogene come i pesticidi, i metalli, i prodotti chimici industriali).

Cosa dice sul microbiota la nutrizionista Raffaella Cancello

Dice Raffaella Cancello: «È noto da tempo che l’esposizione a pesticidi, erbicidi, insetticidi e fungicidi cosi come l’esposizione cronica a metalli pesanti come manganese, rame, ferro, alluminio e piombo aumenta il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson, in particolare nei soggetti con storia familiare positiva. Anche le abitudini alimentari possono influire sulla variabilità della malattia di Parkinson. Cibi ricchi di grassi animali, saturi o insaturi, e di vitamina D aumentano il rischio di sviluppare la malattia, mentre cibi come noci, legumi, patate e caffè sembrerebbero svolgere un ruolo protettivo. Si osserva inoltre un’associazione inversa tra il fumo di sigaretta e l’insorgenza della malattia. Nel prossimo decennio, il profilo del microbiota intestinale potrebbe essere utilizzato nella prevenzione nella diagnosi e nel trattamento di molte malattie neurologiche. Tuttavia, molti aspetti restano ancora da chiarire prima che il potenziale terapeutico di questa nuova conoscenza possa essere implementato e utilizzato a livello clinico».

Si è praticamente aperto un universo sulla genesi, o quantomeno sulla correlazione con lo stato di salute dell’intestino, di molte malattie umane, anche le più gravi. E non è dunque un caso che medicine tradizionali, specie orientali, hanno sempre attribuito grande importanza alla salute dell’intestino. E di riflesso pure all’alimentazione. Anche se, come dice Raffaella Cancello, siamo agli inizi di una scoperta epocale che deve ancora tradursi in un potenziale terapeutico. Tuttavia, aggiungiamo, in base a quanto già sappiamo del microbiota e dell’asse intestino-cervello, possiamo però agire sulla prevenzione. Che non è comunque poco. 

Inflammatory bowel disease increases the risk of Parkinson’s disease: a Danish nationwide cohort study 1977-2014.
Villumsen M, Aznar S, Pakkenberg B, Jess T, Brudek T.
Gut. 2019 Jan;68(1):18-24. doi: 10.1136/gutjnl-2017-315666.

Unraveling gut microbiota in Parkinson’s disease and atypical parkinsonism.
Barichella M, Severgnini M, Cilia R, Cassani E, Bolliri C, Caronni S, Ferri V, Cancello R, Ceccarani, Faierman S, Pinelli G, De Bellis G, Zecca L, Cereda E, Consolandi C, Pezzoli G.
Mov Disord. 2018 Dec 21. doi: 10.1002/mds.27581.

 

Enzo Soresi: a proposito di antibiotici chinolonici e danno mitocondriale


51iBaZdluXL._SX331_BO1,204,203,200_La paziente entrò  in studio trascinandosi una valigia,  come se fosse appena sbarcata da un aereo. Si trattava di una donna di media età, in leggero sovrappeso e con un cognome di origine tedesca. Immediatamente iniziò il suo racconto tutto incentrato su una terapia effettuata, circa 10 anni prima,  in occasione di una diagnosi clinica di polmonite. Si trattava di un  antibiotico, chinolonico, assunto alla dose di 500 mgr al giorno per 10 giorni. Dopo pochi giorni, a suo dire, iniziarono tutti i suoi guai fisici  caratterizzati da dolori muscolari diffusi, crampi agli arti inferiori, spasmi ai piedi, insufficienza muscolare, difficoltà respiratoria, senso di confusione mentale con perdita dell’equilibrio. Insomma una catastrofe a suo dire insorta dopo quei 10 giorni di terapia con il farmaco prescritto da suo medico curante. Da che nuotava tutti i giorni circa un’ora al giorno la paziente si ritrovò impossibilitata a qualsiasi attività fisica, praticamente una invalida in grado solo di lavorare come interprete  presso una società con sede a Milano. In tutta sincerità la mia sensazione, ad un primo impatto, fu quella di una paziente ossessiva che ascriveva a quella terapia una serie di sintomi a mio avviso non accettabili dal punto di vista clinico.

Gli antibiotici chinolonici possono dare danni?

Ciononostante , sapendo del noto danno che i chinolonici possono dare con rottura del tendine in pazienti anziani, con  estrema attenzione esaminai tutti gli esami di quel complesso dossier. Ma la paziente nella valigia non solo conservava i suoi esami ma anche una quantità di documenti scientifici da lei raccolti dalla letteratura e da internet a conferma del danno che i chinolonici  possono indurre a livello neuromuscolare. Fra i numerosi esami clinici e strumentali trovai  anche un elettroencefalogramma che presentava  alterazioni non del tutto chiare.

Anche se in parte ritenevo che nel racconto della signora vi fossero spunti ossessivi decisi di chiedere una consulenza ad un amico neurologo, in grado di approfondire il quesito diagnostico assai complesso. La paziente quindi nei prossimi giorni ripeterà esami neurologici al fine di valutare quali danni organici siano realmente rilevabili. L’articolo riportato ieri  dal coblogger Pierangelo Garzia sul danno mitocondriale indotto dai chinolonici chiarisce  perfettamente la sintomatologia della paziente. Come spieghiamo nel nostro libro “Mitocondrio mon amour” i mitocondri sono batteri presenti sulla terra da milioni di anni che ad un certo punto, con un meccanismo biologico di endosimbiosi, si sono legati ad una cellula animale ed hanno fornito l’energia per fare esplodere la vita . Nel caso di questa   signora le sofferenze da lei descritte vanno attribuite ad un danno mitocondriale indotto da questo tipo di antibiotici. I mitocondri infatti sono diffusi in tutti i tessuti compreso il cervello dove si trovano in abbondanza. Come aiutarla ora? Sicuramente fornendo coenzima Q10 di tipo liposomiale nel tentativo di fare ripartire l’attività mitocondriale, inoltre cercando di ridurre lo stress ossidativo indotto dalla perdita di efficienza mitocondriale. Comunque dopo gli approfondimenti neurologici vi terrò  informati su questo blog  sull’andamento di questo particolare caso clinico.

Se pensi di avere subito danni mitocondriali o neuromuscolari da antibiotici 

Per chi ritenesse di avere subito danni mitocondriali o neuromuscolari indotti dalla assunzione di antibiotici della famiglia dei chinolonici (ciproxin, tavanic, levofloxacin) suggeriamo i seguenti esami: D roms, CPK, coenzima Q 10, acido lattico. Potrete inviare gli esami al sottoscritto che vi risponderà sulla opportunità di eseguire esami successivi ed intraprendere una terapia che riduca l’eventuale danno mitocondriale in atto.

Aggiunta di Pierangelo Garzia

Tra medici, specie ospedalieri, si è soliti dire che se capita un caso clinico raro o strano, subito appresso ne arriva un altro. Stamattina ci siamo sentiti con Enzo Soresi e, con il suo consueto, contagioso, entusiasmo umano e professionale, mi ha accennato al caso di cui potete leggere qui sopra. Gli junghiani potrebbero parlare di “sincronicità”, i medici ospedalieri della suddetta stranezza dei casi clinici particolari di rincorrersi fra loro. Ci pareva in ogni caso interessante riportarlo rapidamente, cosa che Enzo Soresi ha fatto. E ci auguriamo che la signora possa trarre giovamento da tale intuizione clinica, al di là di altre problematiche a cui lo stesso Enzo Soresi accenna.

 

Depressione e infiammazione: il cervello cambia?


Jeffrey MeyerLa depressione ha a che fare con la chimica del cervello? Domanda retorica: non c’è dubbio. Altrimenti i farmaci, ma pure le psicoterapie, che modificano le la biochimica cerebrale non avrebbero alcun senso. Se questo è vero, la domanda immediatamente successiva è: una depressione maggiore non curata, nel corso degli anni, modifica la biochimica cerebrale? Secondo una nuova ricerca pubblicata da “The Lancet Psychiatry” che indaga le funzione della microglia, la risposta pare essere affermativa. Dopo anni il cervello dei depressi non curati si modifica. Già, potrebbe commentare qualcuno. Ma pure il cervello di un soggetto non sofferente di depressione dopo dieci anni si modifica. Allora qual è il discrimine della ricerca?

Microglia e cervello infiammato 

Il discrimine è l’attivazione della microglia. La microglia è stata definita la “difesa” del cervello. In sostanza, le cellule microgliali rappresentano il sistema di difesa immunitaria del cervello. Le cellule microgliali si attivano ogni volta che c’è qualche tipo di sofferenza nervosa. Anche perché le cellule microgliali non si trovano soltanto nel cervello, ma sono pure distribuite nel midollo spinale. E le cellule microgliali sono pure “dinamiche”: si muovono alla ricerca di cellule nervose danneggiate da proteggere e riparare. Sono anche state definite cellule “spazzine” del sistema nervoso. Le loro funzioni, un tempo ignorate, sono sempre più studiate. Anche grazie alle moderne tecniche di visualizzazione dell’attività cerebrale.

E proprio grazie a una tecnica di imaging cerebrale, la PET (tomografia a emissione di positroni) un nuovo studio che ha preso in esame per anni un gruppo di soggetti sofferenti di depressione clinica, mostra che la depressione non trattata si associa a una costante attivazione della microglia. Attivazione microgliale che è ormai consuetudine definire come marker, segno distintivo, della neuroinfiammazione. E siccome la neuroinfiammazione, a sua volta, si associa a tutta una serie di malattie neurodegenerative, una sua presenza nel tempo nei pazienti depressi non curati, comporta un significato clinico non trascurabile.

«L’attivazione microgliale – scrivono gli autori – è più alta in pazienti con disturbo depressivo maggiore cronologicamente avanzato con lunghi periodi senza trattamento antidepressivo rispetto ai pazienti con disturbo depressivo maggiore con brevi periodi di trattamento antidepressivo, che è fortemente indicativo di una diversa fase della malattia. Coerentemente con questo, l’aumento annuale dell’attivazione microgliale non è più evidente quando viene somministrato un trattamento antidepressivo».

In buona sostanza, siccome l’infiammazione in generale è indice di qualche forma di sofferenza, ma pure di meccanismo biologico protettivo, non curare una depressione è un po’ come gettare della benzina sul fuoco della neuroinfiammazione. Viceversa, curare la depressione, corrisponderebbe a “spegnere”, o quantomeno a limitare i danni, prodotti da questo tipo di neuroinfiammazione.

La neuroinfiammazione del resto, come qualsiasi tipo di infiammazione presente nel corpo, se protratta, se addirittura cronica, porta ad alterazioni biochimiche ed anche funzionali. Ecco perché nel caso di questa ricerca del Campbell Family Mental Health Research Institute (CAMH, centro per le dipendenze e la salute mentale di Toronto, Canada) si commenta dicendo che la depressione maggiore non curata per più di dieci anni “cambia il cervello”. Come lo cambi, oltre all’attivazione della microglia, è una questione ancora aperta e da indagare. Si può già da ora iniziare a sostenere, tuttavia, che la depressione maggiore, in base a questi marker, può essere una malattia progressiva e, come tale, necessiti, per essere efficaci, di approcci e cure differenti negli anni.

Le ricerche di Jeffrey Meyer sulla neuroinfiammazione 

L’autore senior di questo lavoro è Jeffrey Meyer (nella foto) che al CAMH è a capo del programma di imaging neurochimico nei disturbi dell’umore e dell’ansia, nonché professore ordinario di neurochimica della depressione maggiore all’università di Toronto, dipartimento di psichiatria.

«Una maggiore infiammazione nel cervello –  commenta  Jeffrey Meyer – è una risposta comune nelle  malattie degenerative del cervello mentre progrediscono, come nel caso del morbo di Alzheimer e del morbo di Parkinson». In base ai risultati di questa ricerca di Meyer e collaboratori, ora l’attivazione microgliale, spesso considerata un marker di malattia neurodegenerativa e di neuroprogressione nel più ampio campo della malattia neuropsichiatrica, lo è anche nei riguardi della depressione maggiore.

A quanto se ne sappia, aggiungono gli autori, «questo è il primo studio a indagare un marker di attivazione microgliale in relazione alla durata della malattia e al trattamento in pazienti con disturbo depressivo maggiore». Va infine tenuta in considerazione la possibilità se questa sia la conseguenza o il terreno sui cui si sostiene la depressione maggiore non trattata. E, come sottolinea Hugh Perry, professore di neuropatologia sperimentale all’università di Southampton (Regno Unito), va valutato se tutto ciò sia «una risposta protettiva nel cervello piuttosto che l’evidenza di un fenotipo proinfiammatorio e dannoso per il tessuto». In ogni caso, come rilevato sia dagli autori che dai commentatori di questo lavoro, si riconferma il «crescente interesse per il ruolo dell’infiammazione, in particolare della microglia, nei disturbi psichiatrici».

Elaine Setiawan, Sophia Attwells, Alan A Wilson, Romina Mizrahi, Pablo M Rusjan, Laura Miler, Cynthia Xu, Sarita Sharma, Stephen Kish, Sylvain Houle, Jeffrey H Meyer
Association of translocator protein total distribution volume with duration of untreated major depressive disorder: a cross-sectional study. The Lancet Psychiatry (Available online 26 February 2018, In Press, Corrected Proof).

Aggiornamento (1 aprile 2019). Proprio al tema dei rapporti tra infiammazione e depressione, è dedicato il libro dell’immuno-psichiatra (si definisce proprio così) britannico Edward Bullmore La mente in fiamme. Un nuovo approccio alla depressione (Bollati Boringhieri). «Nei prossimi cinque, dieci o vent’anni assisteremo forse a un progresso accelerato nello sviluppo di un approccio radicalmente nuovo alla cura della depressione e di altri disturbi psichiatrici», sostiene Bullmore sulla base dei nuovi studi sulla psiconeruroimmunologia, un tempo derisa negli ambienti della ricerca biomedica. Avremo modo di tornare a parlare di questo libro e di questo tema.

Psicologia e scienza della magia: intervista a Gustav Kuhn


GustavKuhnOKUna nuova categoria di studiosi avanza. Quella degli specialisti della mente che si occupano, e magari praticano professionalmente, anche la magia. Certo, bisogna vincere quella naturale resistenza e ritrosia che il termine “magia” suscita nella nostra cultura, come mi fa notare uno dei grandi maestri italiani dell’illusionismo e della prestigiazione, Aurelio Paviato. Magia viene ancora confusa con cartomanzia, con gente che dichiara di avere poteri sovrannaturali e paranormali. Mentre nei paesi di lingua inglese, “magic” e “magician”, definiscono la materia e la pratica professionale in questo campo. Del resto un altro termine usatissimo, “misdirection”, tradotto in italiano diventa “depistaggio”, che evoca trame spionistiche e criminali e, di conseguenza, viene utilizzato anche da noi senza tradurlo.

Le illusioni magiche per studiare la mente

Allo stesso modo tutta l’ampia messe di articoli scientifici che stanno uscendo sui rapporti tra psicologia, neuroscienze e magia, impiegano abitualmente questi termini. Entrati ormai a fare parte del lessico scientifico internazionale. Persino l’articolo più recente dello psicologo e illusionista britannico Gustav Kuhn, scritto con lo psicologo e informatico canadese Ronald A. Rensink, fa appello alla magia come strumento per studiare la mente (“A framework for using magic to study the mind”).

In definitiva, dato che la lingua inglese la fa da padrone a livello internazionale, soprattutto in campo scientifico, gli illusionisti, i prestigiatori e i mentalisti italiani dovrebbero non dico capitolare, ma fare un po’ di didattica pubblica per fare comprendere cosa sia la magia spettacolare, e oltretutto, in quanto maghi, oggi sono non solo gli antesignani della scienza, ma oggi pure dei collaboratori.

Abbiamo perciò rivolto a Gustav Kuhn (“psicologo e mago dell’Università di Durham, in Inghilterra”, come viene citato ne I trucchi della mente. Scienziati e illusionisti a confronto, Codice Edizioni) alcune domande per chiarirci come vede questo crescente interesse della scienza per la magia. Più altre questioni relative al suo percorso formativo, al mentalismo e alla cultura magica in generale.

Lei fa parte di una categoria, una volta impensabile: specialisti della mente, scienziati che sono pure maghi. Come interpreta questa tendenza?

Ho iniziato ad occuparmi di questa linea di ricerca nel 2003. In quel periodo la maggior parte degli scienziati riteneva che il legame tra magia e scienza fosse potenzialmente interessante, ma non riusciva a vedere come le due aree potessero essere direttamente collegate. Da allora noi, e altri, abbiamo pubblicato numerosi lavori scientifici in cui è stata impiegata la magia per studiare una vasta gamma di aree di conoscenza, dimostrando in tal modo che questo link è davvero possibile. Oggi il legame tra magia e scienza è molto più stabilito. Abbiamo definito paradigmi che possono essere utilizzati per studiare la magia scientificamente, ed è diventato accettabile usare la magia per studiare il cervello. Molti libri di testo di psicologia stanno utilizzando la magia per spiegare la psicologia cognitiva. Quindi la scienza della magia sta diventando parte della psicologia “mainstream”, e come tale ha attirato molti nuovi scienziati ad usarla nella loro ricerche. Inoltre, la magia è diventata molto popolare e ora ci sono molti maghi che hanno pure studiato psicologia, e sono stati ispirati a unire i loro due interessi.

Si dice spesso che i maghi sanno più sulla percezione degli psicologi: cosa ne pensa?

I maghi hanno molta esperienza nel manipolare la percezione della gente, e sono molto bene informati su come funzionano le tecniche. Tuttavia noi, come scienziati, siamo generalmente interessati ai meccanismi percettivi e di come il cervello risolve i problemi percettivi. I maghi non hanno necessariamente le risposte a queste domande. In altre parole, essi sanno che cosa funziona, ma non necessariamente perché funziona. Per questo riteniamo che solo la scienza della magia possa capire i reali meccanismi che sono coinvolti nella magia.

Perché il mentalismo, che utilizza anche vecchi trucchi, è oggi tanto di moda?

La magia genera un senso di meraviglia nello sperimentare l’impossibile, e come tale espande i limiti di ciò che crediamo essere possibile. La magia si è sempre occupata di temi che sono stati ai margini della nostra comprensione. Attualmente siamo affascinati dalla psicologia, e mentre abbiamo imparato molto su come funziona il cervello, ci sono ancora molte domande senza risposta. E ci sono un sacco di misteri su come funziona il cervello. Penso che le persone siano affascinate dal mentalismo perché permette loro di esplorare alcuni di questi misteri psicologici.

Quanto è importante una buona storia in una routine magica? Perché?

Una buona storia è molto importante. Permette al mago di accompagnare lo spettatore in un viaggio, creando un magico mondo di meraviglie. I maghi usano spesso la misdirection per evitare che il pubblico faccia attenzione al metodo utilizzato. La misdirection si basa sulla manipolazione dei pensieri e delle aspettative della gente, e una buona storia fornisce un valido strumento per farlo.

Qual è il mago del passato verso cui nutre maggiore ammirazione ? Perché? E oggi?

Tony Slydini è stato uno dei miei più grandi ispiratori, un vero maestro di misdirection. Molto di quello che so di misdirection viene dalla sua scuola di magia. Ci sono così tanti grandi maghi oggi che è difficile sceglierne uno. Tuttavia, se costretto a farlo, sceglierei Juan Tamariz, un fantastico mago spagnolo, che non è solo un brillante conoscitore di teorie magiche, ma anche uno dei più grandi performer.

Sta scrivendo un libro su questi argomenti?

Non al momento, ma ho intenzione di farlo nel prossimo futuro.

Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro dalla collaborazione tra scienziati e maghi?

Negli ultimi anni c’è stata un’esplosione di studi sulla scienza della magia e molti ricercatori stanno concentrando sempre più le loro ricerche in questo settore. Abbiamo un numero considerevole di ricercatori in questo campo che consentono un dibattito costruttivo e quindi un progresso della conoscenza. C’è anche un numero crescente di maghi interessati a questo sforzo che sono attivamente alla ricerca di collaborazioni con gli scienziati. In questa collaborazione, entrambe le parti possono beneficiare gli uni dagli altri. Gli scienziato possono incorporare l’esperienza del mondo reale dei maghi nella loro ricerca scientifica. E, come abbiamo indicato nel nostro recente articolo uscito su Frontiers, la magia può essere utilizzata per indagare una vasta gamma di principi psicologici. Ma pure i maghi possono beneficiare di tale collaborazione. La comprensione dei meccanismi coinvolti nella magia fornirà ai maghi nuove intuizioni e conoscenze su come migliorare i loro trucchi magici, o addirittura creare illusioni che sembravano impossibili.

Ronald A. Rensink, Gustav Kuhn, A framework for using magic to study the mind

Now you see it – now you don’t (servizio su Gustav Kuhn con video e intervista audio su BBC Radio 4 – Today)

Vedi anche:

Psicologia e scienza della magia

Addio a Carlo Lorenzo Cazzullo, psichiatra


Se ne è andato ieri a 95 anni Carlo Lorenzo Cazzullo, nella sua Milano. Era nato a Gallarate (Varese) il 30 gennaio 1915

Ora tutti parleranno del “padre della psichiatria italiana”. E in effetti lo era, essendo riuscito a separare la neurologia dalla psichiatria attraverso una legge che, dopo molte peripezie e anticamere, si vide approvare, lui democristiano, anche dai comunisti (aveva curato, da par suo, il figlio di un parlamentare del PC e questi gli fu riconoscente). E successivamente a creare, in pratica, tutte le cattedre e gli istituti di psichiatria esistenti in Italia.

Memorabili le sue lezioni e i suoi seminari all’Istituto di psichiatria, da egli fondato nel 1959, e all’Ospedale psichiatrico Paolo Pini, quartiere milanese di Affori (solo “Affori” per Cazzullo), a cui, negli anni Sessanta e Settanta, oltre agli studenti e specializzandi, poteva accadere partecipassero anche giornalisti come Giampaolo Pansa. O, come egli stesso rammentava divertito, un vigile urbano “appassionato di psichiatria”. Erano gli anni dell’antipsichiatria, di Basaglia, e Cazzullo seguiva invece una via psichiatrica più cauta, conscia delle difficoltà che la disciplina avrebbe dovuto ancora affrontare. Sia sul piano scientifico che clinico.

Erano gli anni in cui arrivò una delegazione di psichiatri dalla Cina comunista (c’è una bella foto di Cazzullo che parla ai colleghi del celeste impero, tutti riuniti attorno ad un tavolone). Oppure studiosi diventati di culto, come lo psicoanalista Michael Balint. Per tutta la vita Cazzullo è stato un entusiasta, pur con momenti di stanchezza e malinconia. Da cui però sapeva riprendersi, grazie al suo grande amore per la psichiatria, la neurologia e, in seguito, le neuroscienze. Ma anche per la cultura in generale, specialmente quella classica, storica e filosofica. E per la musica. Sempre attento e vigile sulle nuove scoperte in campo scientifico e medico, non soltanto psichiatrico. Sempre pronto ad ascoltare persone di ogni età, anche giovanissime. Sempre rapido nell’apprendere qualcosa di nuovo.

Ho avuto la fortuna di frequentare la sua casa e l’ampio studio ricolmo di libri e onorificenze,  all’ultimo piano di Piazza Duse 1 a Milano, in coincidenza della fermata metrò di Palestro, percorrendo l’arco proprio di fronte al museo di Storia naturale. Lo incontrai a lungo, raccogliendo ore e ore di registrazione, difficoltosamente trascritte, e copie di documenti, per ricavarne una biografia. Ai due lati del vasto, elegante e raffinato appartamento vecchio stile, con bellissime balconate, vi erano i due studi: il suo e quello della moglie, la neuropsichiatra infantile Adriana Guareschi Cazzullo.

Con quella sua voce particolare, riconoscibilissima, quel suo modo di essere burbero e dolce, Cazzullo era unico. Anzi, “il Cazzullo”, come amava definirsi con un sorrisino ironico. Adorava l’ironia sottile e la battuta fulminante. Anche ultraottantenne non risparmiava giudizi e critiche, sempre motivate, ma lapidarie. Era un uomo, oltre che uno scienziato della psiche, generoso, irruento, creativo, coraggioso, energico, preparatissimo. Non da tutti amato, certo, ma come accade a coloro che hanno carattere e fanno storia.

Un anno mi mostrò sconfortato una lettera della Società italiana di neurologia in cui gli veniva negata l’associazione onoraria. Una nota di un amico neurologo aggiungeva che ne era molto dispiaciuto, ma la votazione era andata così. “E’ una vita che pago la quota – commentò Cazzullo – alla soglia dei novant’anni e dopo tutto quello che ho fatto, ho semplicemente chiesto che mi riconoscessero come socio onorario. Pazienza”.

Che cosa aveva fatto di tanto sconvolgente Cazzullo? Ci aveva messo vent’anni per separare le due discipline: la neurologia dalla psichiatria. Prima esisteva solo la neuropsichiatria. Ma una volta laureatosi con Besta a Milano e recatosi appena terminata la guerra, nel 1946, come ricercatore in neurofisiologia, grazie a una borsa,  al Rockefeller Institute for Medical Research di New York, studiosi del calibro di R. Lorente de Nò e A. Ferraro, oltre al premio Nobel Herbert Gasser, lo convinsero che era giunto il momento, anche per l’Italia, di far percorrere differenti strade accademiche e scientifiche a due discipline così complesse e vaste, pur con evidenti punti di contatto e sovrapposizione, come la neurologia e la psichiatria.

Ed è così che Cazzullo inizia la sua lunga e tribolata, ma anche entusiasmante, avventura per far nascere la psichiatria italiana.  Formando intere generazioni di psichiatri. Oltre a tracciare percorsi di ricerca e intervento clinico, come ad esempio quello attualissimo della riabilitazione psichiatrica, assolutamente innovativi. Ma, come la psicoanalisi ci insegna, Cazzullo era conscio di rappresentare, nel bene e nel male, la figura paterna. Per alcuni versi da temere, rispettare, ma anche rimuovere. Finché ha potuto Cazzullo ha rappresentato l’autorità e l’autorevolezza nelle sessioni nazionali e internazionali di psichiatria. Ma al di là di questo, ritengo, soprattutto un esempio di serietà professionale, rettitudine, coerenza e dedizione al lavoro con cui confrontarsi.

La vita di Cazzullo è un film. A New York incontrò Don Luigi Sturzo, rifugiato, e Arturo Toscanini. Da entrambi venne ricevuto per la raccolta fondi che il giovane Cazzullo stava facendo per far avanzare la neuropsichiatria italiana. Sempre a New York, con i fondi raccolti acquistò uno dei primi elettroencefalografi da inviare al Besta di Milano (chissà se in qualche scantinato c’è ancora: sarebbe ottimo per una mostra rievocativa). Ci aveva messo un mese, in nave, per raggiungere la Grande Mela. E trovò ospitalità in una trattoria con annessa camera gestita da italiani a Little Italy. Toscanini accettò di dare un contributo economico solo a patto che Cazzullo, nell’arco di una settimana, riuscisse a raccogliere una certa cifra. Il giovane Cazzullo riuscì ovviamente nell’impresa, e Toscanini aggiunse la sua parte.

E’ già un film la vita di Cazzullo. Mi tornano alla mente le immagini che sapeva evocare con i suoi appassionati racconti. Lui all’Ospedale militare di Milano che riesce a salvare un buon numero di ricoverati dalla deportazione in campo di concentramento. Cazzullo aveva fatto ragioneria, prima di iscriversi a medicina, e aveva studiato, bene, il tedesco. Questo gli permise di cogliere una telefonata in cui il comandante tedesco – con il quale aveva contatti in qualità di ufficiale medico – diceva ai suoi che l’indomani avrebbero fatto un rastrellamento all’Ospedale militare. Cazzullo si precipitò all’ospedale e convinse ad andarsene quanti più poté (non tutti avevano ancora la consapevolezza di cosa volesse dire “campo di concentramento”, alcuni pensavano di poter andare a lavorare in Germania e quindi stare meglio).

“Il giorno dopo – mi raccontò Cazzullo – arrivò il comandante con le camionette. Entrò nei reparti e li trovò semivuoti. Vestito di tutto punto, con la divisa, il berretto con la visiera e gli stivali, si voltò verso di me e mi lanciò uno sguardo che mi gelò il sangue. Carlo sei morto, ho pensato. Invece, si voltò verso i suoi e urlando Schnell Schnell!, se ne andarono”.

Cazzullo tra l’altro aveva militato nelle fila partigiane di Giustizia e Libertà: da quei ricordi, a cui teneva molto, ricavò un volumetto pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2005 (Un medico per la libertà). Una volta, mi raccontò, dovette starsene nascosto all’interno di un altare. Un’altra scampò, oltre a quella dell’Ospedale militare, ad una esplosione. “Ho evitato la morte almeno due o tre volte”, commentava con un sorriso.

Grandissimo il suo amore per la famiglia e gli adorati nipoti. Centinaia le storie relative ai suoi pazienti, anche famosi, che ha seguito e curato nell’arco di una vita. Anche negli ultimi anni, finché ha potuto. Molti di loro si sono sentiti e si sentiranno orfani. Ad un paziente che gli avevo inviato, disse: “Lei non ha bisogno di farmaci. Esca di più e vada a ballare”. Lo congedò con una terapeutica pacca sulle spalle. E il paziente seguì, con successo, il suggerimento del professore. Dopo una vita trascorsa con pazienti psichiatrici, sapeva ben distinguere tra il paziente bisognoso di psicofarmaci e quello che si nega all’esistenza. Ma tutti – più volte ne sono stato testimone – lo potevano raggiungere  con una telefonata, a cui cercava sempre di rispondere e rassicurare.  Lo stesso Cazzullo, del resto, vedovo della prima giovane moglie e giovane padre, aveva ben conosciuto la notte oscura dell’anima. “Ne venni fuori – raccontava – quando gli americani mi invitarono a tenere un ciclo di lezioni negli Stati Uniti. Sulla depressione”.

E’ stato un maestro. Ha aperto molti fronti in psichiatria biologica e psicofarmacologia. Era nato scienziato e ricercatore, ed era diventato pure un ottimo clinico e un grande docente. Molto saggio. Mi risuonano nella mente alcune sue sollecitazioni. Tipo: “Perché non mi hai chiamato ieri?”. “Professore, pensavo di disturbarla”. “Non pensare, verifica!”

Aggiornamenti – Nel Dizionario delle Scienze psicologiche di Luciano Mecacci (Zanichelli, 2012) alla voce dedicata a Carlo Lorenzo Cazzullo si legge: “Seppure di orientamento biologico (fu tra i primi studiosi italiani della psichiatria di indirizzo pavloviano), ha contribuito a uno sviluppo della psichiatria italiana aperto alle nuove correnti psicoterapeutiche di impostazione clinica e relazionale”.