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Microbiota: sempre più evidenze sull’asse intestino-cervello


gut-brain-axisSembra ormai la parola magica della salute e del benessere. Microbiota. Magari potrà sembrare che l’argomento sia diventato di moda. Che sia esploso come tante altre cose che nel tempo riguardano la nostra salute. Il fatto è, invece, che mai come prima d’ora, a livello mondiale, si stanno facendo ricerche su quegli esserini microscopici che sguazzano liberi e, si spera, buoni, all’interno del nostro intestino. Popolazione di microrganismi complessivamente chiamati “microbiota” (nella vecchia sviante dizione “flora intestinale” o “flora batterica intestinale”). Nell’evoluzione della specie umana, nella composizione del nostro organismo, delle nostre cellule, il “fuori” è diventato pure “dentro”. Vedi ad esempio il microbiota. Vedi ad esempio i mitocondri. Noi siamo contemporaneamente “dentro” e “fuori”, fuori e dentro, mondo esterno e mondo interno. In continua simbiosi. E lo dimostra pure l’epigenetica.

Quanto batteri ci sono nel microbiota

Su questa storia del microbiota è sempre più certo, dimostrato, un collegamento diretto, continuo, costante, tra cervello e intestino. Ciò che ormai viene definito “asse intestino-cervello”. Gli esserini (1.000 diverse specie batteriche che comprendono più di 3 milioni di geni, 150 volte di più di quelli del genoma umano, 200 grammi in tutto) che sguazzano tra le nostre pareti intestinali ci influenzano in molti modi. Sull’umore. Forse addirittura nella depressione. Nell’infiammazione. Nell’obesità. E sempre maggiori evidenze ci dicono che possano avere un ruolo, quando il microbiota è alterato, non è sano, in malattie neurodegenerative come il Parkinson.  

Le scoperte recenti su microbiota e Parkinson: le ricerche pubblicate su “Gut” e su “Movement Disorders”

Uno studio di coorte, pubblicato di recente dalla rivista “Gut” (organo ufficiale della  British Society of Gastroenterology), condotto in Danimarca su miglaia di persone nel periodo 1977-2014 ci dice ad esempio che pazienti con morbo di Crohn e colite ulcerosa, indipendentemente dall’età della diagnosi, dal genere o dalla durata dei controlli successivi, hanno un rischio di malattia di Parkinson maggiore del 20% rispetto agli individui senza malattie infiammatorie intestinali.  Dicono gli autori di questo studio: «C’è una crescente consapevolezza all’interno delle comunità scientifiche della connessione tra l’ambiente intestinale e il sistema nervoso centrale. Si ritiene che questo cosiddetto “asse cervello-intestino” colleghi le funzioni del cervello con le funzioni intestinali periferiche. In particolare, gli squilibri nel microbioma intestinale in relazione alle malattie neurologiche hanno recentemente ottenuto il centro dell’attenzione, con studi relativi alla malattia di Parkinson con un ambiente intestinale più proinfiammatorio. Recenti evidenze per l’intestino come sito iniziale di patologia Parkinson provengono da uno studio di Sampson et al. che dimostra l’importanza del microbiota intestinale nella fisiopatologia della neuroinfiammazione nello sviluppo di deficit motori in studi di laboratorio». 

Un altro studio recente pubblicato da “Movement Disorders” (organo ufficiale della International Parkinson and Movement Disorder Society) a cui ha collaborato anche  Raffaella Cancello nutrizionista e ricercatrice del Laboratorio di ricerche sull’obesità dell’Istituto Auxologico Italiano, mirato a valutare le differenze del profilo del microbiota intestinale di una popolazione di pazienti affetti da malattia di Parkinson rispetto ad una coorte di soggetti non affetti, ha messo in evidenza l’associazione tra un pattern specifico del microbiota intestinale e la gravità dei sintomi (motori e non) tipici di questa malattia neurologica. Per indagare il ruolo del microbiota intestinale nella patogenesi della malattia di Parkinson è stata condotta inoltre una analisi funzionale predittiva che ha messo in evidenza l’attivazione preferenziale di due vie: 1/la via del sistema ubiquitina-proteasoma (via che influenza la formazione e aggregazione di α-sinucleina anche all’interno della parete dell’intestino) e 2/la via di degradazione di xenobiotici (o tossine esogene come i pesticidi, i metalli, i prodotti chimici industriali).

Cosa dice sul microbiota la nutrizionista Raffaella Cancello

Dice Raffaella Cancello: «È noto da tempo che l’esposizione a pesticidi, erbicidi, insetticidi e fungicidi cosi come l’esposizione cronica a metalli pesanti come manganese, rame, ferro, alluminio e piombo aumenta il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson, in particolare nei soggetti con storia familiare positiva. Anche le abitudini alimentari possono influire sulla variabilità della malattia di Parkinson. Cibi ricchi di grassi animali, saturi o insaturi, e di vitamina D aumentano il rischio di sviluppare la malattia, mentre cibi come noci, legumi, patate e caffè sembrerebbero svolgere un ruolo protettivo. Si osserva inoltre un’associazione inversa tra il fumo di sigaretta e l’insorgenza della malattia. Nel prossimo decennio, il profilo del microbiota intestinale potrebbe essere utilizzato nella prevenzione nella diagnosi e nel trattamento di molte malattie neurologiche. Tuttavia, molti aspetti restano ancora da chiarire prima che il potenziale terapeutico di questa nuova conoscenza possa essere implementato e utilizzato a livello clinico».

Si è praticamente aperto un universo sulla genesi, o quantomeno sulla correlazione con lo stato di salute dell’intestino, di molte malattie umane, anche le più gravi. E non è dunque un caso che medicine tradizionali, specie orientali, hanno sempre attribuito grande importanza alla salute dell’intestino. E di riflesso pure all’alimentazione. Anche se, come dice Raffaella Cancello, siamo agli inizi di una scoperta epocale che deve ancora tradursi in un potenziale terapeutico. Tuttavia, aggiungiamo, in base a quanto già sappiamo del microbiota e dell’asse intestino-cervello, possiamo però agire sulla prevenzione. Che non è comunque poco. 

Inflammatory bowel disease increases the risk of Parkinson’s disease: a Danish nationwide cohort study 1977-2014.
Villumsen M, Aznar S, Pakkenberg B, Jess T, Brudek T.
Gut. 2019 Jan;68(1):18-24. doi: 10.1136/gutjnl-2017-315666.

Unraveling gut microbiota in Parkinson’s disease and atypical parkinsonism.
Barichella M, Severgnini M, Cilia R, Cassani E, Bolliri C, Caronni S, Ferri V, Cancello R, Ceccarani, Faierman S, Pinelli G, De Bellis G, Zecca L, Cereda E, Consolandi C, Pezzoli G.
Mov Disord. 2018 Dec 21. doi: 10.1002/mds.27581.

 

Enzo Soresi parla di “La speranza è un farmaco” di Fabrizio Benedetti


SperanzaFarmacoScrive Ivan Cavicchi  nel suo libro Medicina della complessità: “tutto il territorio entro cui la medicina si muove va rivisitato… è importante abbracciare la complessità dei sistemi…entro cui quest’arte si muove. Vanno affrontate nuove mappe che delineino l’intervento del medico e le regioni su cui intervenire”.

Negli anni ’70 quando dimettevo da Niguarda un paziente guarito  dalla polmonite, di nascosto gli  prescrivevo fialette di entogemina, uno dei primi probiotici che io ricordi, intuendo che la terapia antibiotica protratta avesse in parte alterato la flora intestinale. Oggi con la scoperta del microbiota  intestinale a cui è dedicato un capitolo nel libro  Mitocondrio mon amour scritto con il coblogger ed amico Pierangelo Garzia  la prescrizione di prebiotici e probiotici è diventata una necessità alla luce dei miliardi di germi con cui conviviamo ed il cui genoma è 100 volte superiore al nostro.

Gli articoli scientifici pubblicati nel  2016 su questo argomento sono stati oltre 15.00 e si è arrivati ad imputare ad un microbiota non adeguato malattie come la sclerosi multipla od il Parkinson.  Per assurdo un paziente depresso o stressato in cura con psicofarmaci potrà guarire in un tempo non lontano con trapianto di feci con microbiota adeguato , come già avviene per il morbo di Crohn. Ma, le novità che stanno sovvertendo la medicina sono in continua espansione  e la lettura dell’ultimo libro di Fabrizio Benedetti, neurofisiologo e neuroscienziato dell’Università di Torino,  mi ha ancora di più convinto di come la biologia stia sovvertendo la medicina.

Benedetti è la massima autorità per quanto riguarda l’effetto placebo e nel suo ultimo libro La speranza è un farmaco scrive che oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole sono vere e proprie armi che modificano il cervello ed il corpo di chi soffre, esse attivano le stesse vie biochimiche dei farmaci come la morfina o l’aspirina. Ma in realtà, da un punto di vista evolutivo, afferma Benedetti , sono nate prima le parole e poi i farmaci che seguono le stesse vie biochimiche impostate dalle parole e dalla relazione.

Fra i casi clinici che il neuroscienziato racconta nel suo libro,  il più singolare è quello di una paziente sofferente di un forte dolore toracico a cui venne somministrata acqua distillata come sostanza placebo mentre Benedetti le spiegava che si trattava di morfina. In realtà la paziente non ebbe alcuna riduzione del dolore e  quindi nessuna risposta all’effetto placebo… Successivamente  il prof somministrò morfina sempre parlando alla paziente e spiegandole che il dolore sarebbe scomparso. In  questo caso il dolore sparì. Infine il prof continuò a parlare alla paziente senza dirle che un computer le stava iniettando morfina ed in questo caso il dolore rimase invariato. Questo specifico esperimento scientifico in cui la morfina, iniettata all’insaputa della paziente non ha ottenuto alcuna risposta terapeutica,  conferma come sia importante da parte del medico, quando prescrive un farmaco, spiegare bene al paziente il significato di ciò che prescrive inducendo nel paziente una adeguata aspettativa terapeutica. Purtroppo è in antitesi con questa procedura, nella medicina scientifica, il bugiardino allegato al farmaco che induce, al contrario, nel paziente, l’effetto nocebo.

A questo proposito ricordo un caso assai singolare che mi è capitato; si trattava di un paziente assai sensibile ed a cui ero stato sempre  attento a non prescrivere psicofarmaci per la sua ansia in quanto prevedevo me li avrebbe rifiutati. Finito al pronto soccorso di un ospedale milanese per un dolore toracico ribelle il collega oltre a normali analgesici , vedendo il paziente assai agitato,  prescrisse una compressa da 20 mgr di paroxetina,  sul cui bugiardino le controindicazoni sono numerose. Assunta mezza compressa il paziente finì al pronto soccorso con colica addominale confermando come l’effetto nocebo nella medicina scientifica sia una realtà forse maggiore dell’effetto placebo.