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Da Napoli a Londra: intervista a Giuseppe de Alteriis sul suo romanzo neuroscientifico “Non dormire e sogna”


I

In quanti modi si può raccontare il cervello? E la coscienza? Il sonno e i sogni? La risposta è pressoché scontata: in tutti i modi in cui si esprimono l’esperienza e la creatività umane. Secoli addietro in termini mitologici, esoterici, religiosi, filosofici, per poi approdare a quelli della psicologia, della neurofisiologia, delle neuroscienze persino nella declinazione più avanzata, le neuroscienze “computazionali”, vale a dire che mirano a creare simulazioni, modelli matematici e algoritmici del cervello per indagarne meglio, in modo sperimentale e quindi riproducibile, le caratteristiche, la fenomenologia (ad esempio sonno e sogno) e le problematiche. Dunque, sia per fini di ricerca di base che a beneficio di possibili trattamenti e cure.

In tutto ciò, rimane molto da fare, in termini di ricerca, attraverso percorsi come le neuroscienze computazionali, che nascono dalla confluenza o convergenza di varie discipline (neuroanatomia, neurobiologia, informatica, matematica, fisica e intelligenza artificiale, ad esempio) riguardo fenomeni quali appunto il sonno e la fase onirica, ma soprattutto la coscienza.

Tutti i neuroscienziati e i neurofilosofi che ho incrociato, con cui ho colloquiato e intervistato nel corso degli anni, tra cui pure premi Nobel quali John Eccles, ammettono che, aldilà delle definizioni canoniche della coscienza rintracciabili su qualsiasi trattato di neurologia o neuroscienze, nessuno ne conosca la vera natura né origine, salvo che, ovviamente essa sia strettamente interrelata al buon funzionamento del “supporto fisico” che ne consente il manifestarsi nella realtà cosiddetta “materiale”: la massa cerebrale, per l’appunto. Niente cervello, o cervello danneggiato, niente coscienza, quantomeno nelle sue manifestazioni “esteriori” e comportamentali.  

Coscienza che molto probabilmente non è una esclusività degli umani, ma che, in diversi livelli e capacità, si manifesta anche nelle forme animali, senza fare distinzioni di sorta, almeno in questa sede, tra “più evolute” e “meno evolute”. Tanto per dire, nel corso di una tavola rotonda a cui ho preso parte giusto qualche settimana fa con, tra gli altri, il neurofisiologo e medico Marcello Massimini, professore ordinario di Fisiologia umana all’Università di Milano, celebre a livello internazionale per i suoi studi pionieristici sui meccanismi neurofisiologici che regolano e generano la coscienza, è appunto emerso il tema della “coscienza animale”. E giustamente Massimini citava il caso dell’intelligentissimo polpo che finisce nei piatti di molti di voi (non miei perché sono vegetariano, e ho grande rispetto per il polpo quanto per le altre forme animali “commestibili”).

Insomma, sui temi di cervello, coscienza, sonno e sogno, tra l’altro rinverditi dall’introduzione e da tutto il dibattito intorno alle AI, si continuerà a parlare sempre e comunque, e ora si aggiunge la voce di un giovane ricercatore con quello che definisco un “romanzo neuroscientifico” dal titolo Non dormire e sogna (Bompiani).

Nato a Napoli nel 1998, Giuseppe de Alteriis si è laureato in Ingegneria dell’Automazione all’Università Federico II e ha un master in Neural engineering presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Vive a Londra ed è dottorando in neuroscienze computazionali presso il King’s College London. Nella sua ricerca si occupa di Brain Stimulation e Brain Computer Interfaces (BCI). Lo abbiamo intervistato in occasione della presentazione del suo libro alla libreria Giunti di Corso Magenta a Milano.

Da ricercatore, come le è nata l’idea di scrivere questo romanzo?

«In realtà l’idea di scrivere un romanzo c’è sempre stata, prima ancora di appassionarmi alle neuroscienze — i primi tentativi risalgono a quando avevo quattordici anni. La scintilla definitiva è arrivata quando ho iniziato a lavorare in un laboratorio di neuroscienze in America e ho scoperto che questa disciplina mi forniva infiniti spunti narrativi. Come scrivo nella quarta di copertina, le neuroscienze sono l’unica disciplina che può creare un ponte tra la narrativa e la verità scientifica. E poi c’era una domanda che mi affascinava, forse tra le più belle e importanti dell’intera scienza: perché dormiamo? Perché tutti gli animali dormono? Da lì ho capito che avrei dovuto unire quell’ambientazione scientifica con i miei personaggi napoletani». 

Cosa c’è di vero e cosa di inventato nelle ricerche che descrive?

«Quasi tutto è vero. Nel libro ci sono descrizioni fedeli di fenomeni neuroscientifici reali, parti divulgative genuine, esperimenti che esistono davvero — come gli elettrodi Neuropixel impiantati nei ratti per registrare i segnali neuronali. Non è fantascienza, è scienza. C’è qualcosa di inventato, certo, ma l’operazione che ho voluto fare è stata proprio quella di andare oltre il classico sci-fi dove la scienza è tutta inventata, e invece giocare sul confine tra verità scientifica e invenzione narrativa. Volevo che il lettore non sapesse sempre con certezza dove finisce l’una e dove inizia l’altra».

Qual è la sua posizione personale riguardo ai neuroimpianti non ad uso terapeutico ma per un eventuale “potenziamento cognitivo”?

«I neuroimpianti per il potenziamento cognitivo non sono ancora stati realizzati, ma non è da escludere che questo accada a un certo punto. Personalmente sono contrario. Come scrivo nel libro, la neurotecnologia ha uno scopo preciso: aiutare chi ha perso una funzione — la vista, l’udito, la mobilità — non potenziare le facoltà di chi già le possiede pienamente. Il rischio concreto è che si creino nuove e profondissime disuguaglianze sociali: chi ha i soldi per permettersi questi dispositivi acquisisce vantaggi cognitivi enormi su chi non li ha. Sarebbe una frattura antropologica oltre che sociale».

Si reputa un transumanista?

«No, e il romanzo stesso è in parte una riflessione critica su questa visione del mondo. I transumanisti vedono la tecnologia come uno strumento di liberazione dai limiti umani, ma io credo che certi limiti — come il sonno, come la fragilità — facciano parte di ciò che siamo, e che eliminarli non ci renda più liberi o più felici. Il NeuroSleeper nel romanzo non è un’utopia: è un monito. Senza contare il problema dell’accesso: il transumanesimo, nella pratica, rischia di diventare un privilegio per pochi, aggravando le diseguaglianze già esistenti».

Cosa la attrae dello studio del cervello?

«Il fatto che è l’unico organo di cui non si sappia niente di definitivo. A rifletterci è anche complicato definire la funzione del cervello».

Robin Dunbar: “Le intelligenze artificiali creeranno nuove religioni”


Quello delle sette, dei culti e delle nuove religioni è un tema che studio da sempre. Trovo in tutto ciò un elemento della natura umana presente da milioni di anni e pressante pure oggi, nell’era in cui stiamo assistendo a una rivoluzione scientifica, culturale, sociale, lavorativa, psicologica e filosofica: quella delle intelligenze artificiali e delle sue molteplici applicazioni. Anzi, se diamo anche soltanto una rapida occhiata alla rete ed ai social noteremo il fiorire di guru, predicatori, associazioni e riunioni indirizzati a diffondere nuove credenze e nuovi culti in sintonia con i tempi attuali.

Il motivo è presto detto e persino banale: più il mondo va verso il caos, verso nuove realtà e dinamiche e più ognuno di noi è alla ricerca di nuovi equilibri, di qualcosa di apparentemente rassicurante a cui aggrapparsi.

Nel numero di aprile di MIND Le Scienze compare una mia vasta inchiesta sul tema delle psicosette. Qui aggiungo una ulteriore riflessione: il ruolo che avranno le intelligenze artificiali nel supportare e sostenere i nuovi culti, le nuove chiese e i nuovi templi con installazioni AI riproducenti figure religiose del passato a cui porre domande e intrattenere veri e propri dialoghi.

In rete è già possibile vedere cose del genere. Del resto basta istruire le intelligenze artificiali con tutto ciò che è stato detto e scritto da e su determinate figure religiose, mistici e santi, associando a tutto ciò alla riproduzione video, parlante e movente, della figura religiosa in oggetto. Sarà inoltre possibile creare anche installazioni votate a figure negative, malvagie, oppure inventate di sana pianta. Non c’è limite a ciò che si potrà realizzare per turlupinare il prossimo.

Non è dunque fantascienza mista all’horror sullo stile del regista canadese David Cronenberg (vedi il suo ultimo discusso film “The Shrouds”): le intelligenze artificiali potrebbero svolgere un ruolo non secondario nei culti e nelle psicosette del futuro. Già oggi si ha notizia di installazioni con programmi di IA in grado di mostrarci e “parlare” con i nostri defunti (grazie ai dati ricavati da foto, video e scritti di quando erano in vita), così come con grandi figure di mistici e di religiosi del passato.

Sarà questa la strada intrapresa dalle religioni future? Religioni che, in ogni caso, pure il cristianesimo, agli esordi si costituirono come gruppi settari. Avremo cioè culti e chiese che useranno gli algoritmi e le potenti tecnologie di intelligenza artificiale per attrarre adepti? Lo chiediamo a Robin Dunbar, professore di psicologia evolutiva all’Università di Oxford e autore di Come la religione si è evoluta e perché continua a esistere (Mimesis, 2024).

«Questa è una possibilità interessante», commenta Dunbar. «Il rischio è che l’IA ci espone a false affermazioni che sono più persuasive delle affermazioni fasulle dei tempi antichi. I leader religiosi ci hanno detto che avevano incontrato esseri celesti e appreso da loro i segreti della vita, e noi ci abbiamo creduto. I santi hanno parlato direttamente con Dio, e noi ci abbiamo creduto. Penso che l’intelligenza artificiale renderà queste convinzioni più reali. Inoltre possiamo vedere e parlare con Dio o con un santo defunto noi stessi, grazie all’IA. Questo renderà molto più facile per le persone malvagie sfruttarci perché sarà tutto molto più convincente delle storie che dovevano raccontarci ai vecchi tempi. Coloro che vogliono credere saranno sempre persuasi. Questo è sempre stato vero ed è il motivo per cui abbiamo le religioni: promettono di migliorare la vita. Ora saranno persuasi più facilmente».

L’intelligenza umana e quella delle macchine


Neil Lawrence è professore di Deep Mind e di Machine Learning (apprendimento profondo e automatico) presso l’Università di Cambridge. Lavora su modelli di machine learning da oltre 20 anni. Di recente è tornato al mondo accademico dopo tre anni come direttore di Machine Learning presso Amazon. Il suo interesse principale è l’interazione del machine learning con il mondo fisico. 

Dovrebbe essere uno dei grandi sostenitori e paladini dell’intelligenza artificiale. Invece nel suo nuovo libro The Atomic Human: Understanding ourselves in the age of AI , argomenta quanto siano differenti non solo l’intelligenza umana, ma pure quella diffusa in natura, persino in una pianta o in un insetto, da quella che definiamo artificiale. E che dovremmo prima comprendere, come stanno sostenendo altri (ad esempio Max S. Bennett nel suo Breve storia dell’intelligenza. Dai primi organismi all’AI: le cinque svolte evolutive del cervello, Apogeo 2024) cosa si debba davvero intendere per intelligenza.

In una intervista sul numero della scorsa settimana di “New Scientist” Lawrence sostiene che solo comprendendo meglio la nostra intelligenza, e quanto sia incredibilmente diversa dalla sua controparte artificiale, possiamo trarre il massimo da entrambe.

Lawrence a questo punto preferisce parlare di “elaborazione delle informazioni” piuttosto che di un termine così vago ed esteso come “intelligenza”.

Ma soprattutto ci tiene a sottolineare la differenza tra noi umani e le macchine: «Il fatto che moriremo, il fatto che chi ci è vicino possa morire, che possiamo essere traditi da altri esseri umani, che possiamo perdere la nostra reputazione: sono queste cose che un computer non può sperimentare che ci rendono speciali. Sono queste cose che rendono unica l’intelligenza umana».

Alex Wilkins, The AI expert who says artificial general intelligence is nonsense, New Scientist, 16 September 2024.