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Una giornata sulla mente


Pochi giorni fa nell’aula magna dell’Università di Milano si è tenuta una interessante giornata sul funzionamento della mente.Vi riporto solo il finale della relazione di Boncinelli: in termini di consapevolezza il rapporto fra fra neurostato e psicostato è di 1 a 1000. Negli animali invece è , contro ogni aspettativa , a favore del psicostato. Prendiamo l’esempio della zecca, questo parassita si insedia non dove c’è il caldo ma dove la percentuale di acido butirrico è ottimale per la sua sopravvivenza. E’questo il motivo per cui non si posa su una motocicletta…

21 dicembre 2012 e il mondo bene o male continua


 3 dicembre 2011 – Certo, ascoltare o leggere le notizie, gli interminabili, ossessivi commenti sulla crisi, sull’ “orlo del baratro” e su “lacrime e sangue” di questo periodo, si direbbe che il 2012 sarà davvero l’anno dell’apocalisse. Se non arriva dal cielo come asteroide o dalla terra sotto forma di cataclisma, arriva dalle banche e dal modo fallimentare di gestire la cosa pubblica. Niente soldi, niente lavoro, niente pensioni. Magari meno cure per tutti. Il crollo dello stato sociale.

La catastrofe economica e sociale viene paventata e crescono l’ansia, l’angoscia e le preoccupazioni. Addirittura il terrore e la depressione di chi è già immerso fino al collo nei problemi. Eppure le crisi, senza analizzarne qui ragioni e colpe, sono cicliche nella vita individuale e collettiva. Vi sono stati nel passato dell’umanità, non soltanto periodi, ma addirittura interi secoli di crisi. Chi si è inventato l’idea della fine del mondo, caricandola di simboli e significati occulti, ha colto creativamente un elemento comune a tutta l’umanità. E’ la ragione principale per cui l’idea di apocalisse continua a sedurre la mente di molte persone, anche della nostra epoca. E molti saranno portati a pensare, e a scrivere: “Se non è l’apocalisse, ci assomiglia (o poco ci manca)”.

Però, rispetto a quella Maya, faccio una previsione. A ridosso di Natale 2012 i giornali usciranno con il seguente titolo: “L’Apocalisse? Rimandata!”. E, fatti salvi i soliti guai che funestano l’esistenza terrena (malattie, crisi economiche e sociali, disastri atmosferici e geologici, guerre, attentati, crimini e delitti), potremo di nuovo brindare con lo spumante – sono certo verrà messo in produzione – con l’etichetta “Apocalisse 2012”. Per la gioia degli intenditori e dei collezionisti di vini.

Prima che, tra poco più di un anno, la nefasta data sarà superata, conviene interrogarci sul perché la mente umana abbia bisogno di nutrire idee apocalittiche. Me lo sono chiesto nel servizio “La sindrome dell’apocalisse” pubblicato da Mente & Cervello di dicembre 2011, interrogando antropologi, psicologici, filosofi, psichiatri, storici delle idee e delle religioni. Tutti più o meno interessati al tema dell’apocalisse come motivo ricorrente nella storia del pensiero umano. Almeno dai primi secoli della cristianità fino ad oggi.

La novità attuale è che l’apocalisse si è fatta Maya. Si è fatta laica, new age, mercantile. Nel senso che, con la scusa del calendario Maya che fisserebbe la data finale di questo ciclo terreno al 21 dicembre 2012, da almeno dieci anni a questa parte c’è tutta un’industria del catastrofismo che è fiorita ed ha prosperato sulle ansie e sulle paure apocalittiche.

C’è del resto, in ognuno di noi, chi più chi meno, la fascinazione non solo del male, ma anche del disastro, dell’incidente, della catastrofe. La gente si ferma al bordo della strada quando c’è un incidente. Le trasmissioni tv ed i giornali insistono per mesi e mesi, se non per anni, sui delitti efferati ed irrisolti. Le immagini di alluvioni, terremoti, attentati, catastrofi, vengono fatte circolare e trasmesse all’infinito, sempre con successo di pubblico. Quando si vuole criticare tutto ciò, si dice che solletichi il lato oscuro e morboso dell’essere umano. In realtà c’è di più, o almeno di diverso.

C’è il confrontarsi con realtà drammatiche mentre chi le osserva si sente protetto e preservato dall’onda distruttiva del male. “Io sono ancora al sicuro”. Un po’ come quando si va ad un funerale, pensando che noi si è ancora vivi a questo mondo. L’abbiamo scampata un’altra volta. Nell’apocalisse c’è invece la fascinazione della distruzione totale. “Muoia Sansone con tutti i filistei”. C’è la medesima spinta che avvertiamo quando vorremmo fare piazza pulita di tutto. Azzerare le lancette dell’orologio della storia, per ricominciare daccapo. C’è, dicono gli studiosi del pensiero apocalittico, un senso di rivalsa, misto a valenze di tipo paranoide, verso tutto ciò che avvertiamo di sbagliato, corrotto ed ingiusto a questo mondo.

Riporto qui di seguito le domande rivolte agli studiosi interpellati con la parte delle risposte non comparse all’interno del servizio pubblicato dal numero di Mente & Cervello di questo mese (dicembre 2011).

 Trova che le idee apocalittiche riferite ad esempio a disastri naturali, ecologici, sociali o economici, siano “attualizzazioni” della idea ricorrente di Apocalisse?

Risponde Gabriele Boccaccini. Formatosi in Italia alle Università di Firenze e Torino, Gabriele Boccaccini dal 1989 lavora negli Stati Uniti dove è professore ordinario di giudaismo antico e origini cristiane al Dipartimento di Orientalistica della University of Michigan. Si occupa di letteratura apocalittica antica in ambito giudaico e cristiano.

«L’idea di Apocalisse vuole essere una risposta “in positivo” al problema del male ed esprime il desiderio profondo in un futuro di pace. Ma per alimentarsi e rafforzarsi l’idea di Apocalisse ha bisogno di una sottolineatura costante del “negativo”, che è ciò che ne “dimostra” la necessità e l’urgenza. Da qui l’ambivalenza con la quale si guarda agli eventi “negativi”: con orrore ma anche come segni incoraggianti (e quindi desiderabili) dell’imminenza della fine. Poiché il loro ripetersi e accentuarsi avvicina la fine, ne nasce quasi una fascinazione, che fa collegare ogni forma di “male” che avvenga a livello planetario, sia essa una catastrofe naturale o un evento causato dall’uomo, ad un unico e necessario processo degenerativo. In situazioni estreme tale fascinazione può spingersi fino al desiderio patologico di “provocare” il conflitto e la distruzione per avvicinare la fine. Il terrorismo, nelle sue molteplici espressioni, si nutre dell’idea apocalittica che per ottenere la catarsi finale si debbano alimentare e far esplodere i conflitti nella loro massima intensità. E’ la mentalità del tanto peggio, tanto meglio, cara ai fondamentalismi religiosi e politici. Non vi è redenzione senza un bagno di sangue e lo sterminio del male. Laddove le religioni e i movimenti politici falliscano nel prospettare forme di mediazione e di progresso graduale, allora viene meno la speranza nelle capacità di trasformazione del progresso umano e l’apocalittica scatena tutta la sua forza distruttiva e nichilistica».

Risponde Daniele Tripaldi, ricercatore del Dipartimento di filologia classica e italianistica dell’Università di Bologna.

«Credo che questa nuova ansia di “apocalisse” ben si spieghi sulla base del percepirsi in un fase di crisi sociale e culturale che investe la loro stessa identità da parte, come in passato, di movimenti, gruppi o individui. La crisi economica e ambientale, le emergenze alimentari e i conflitti, le nuove forme di imperialismo e la crescente complessità etnica e culturale delle società occidentali, sentita come minaccia alle proprie radici, alla propria identità originaria, alimentano il senso di un supposto sfacelo dell’umanità e per converso l’aspirazione a, se non la certezza di, un rinnovamento cosmico che la liberi da ogni suo male. Nello specifico caso, si aggiungano le interpretazioni più che discutibili dei cicli del calendario Maya, ed ecco emergere il nuovo calendario della fine, né il primo né forse nemmeno l’ultimo della storia.

Certo che si tratta quindi di “ammodernamenti” dell’idea di apocalisse. Come dovrebbe essere ormai chiaro, non è possibile pensarli separati. Piuttosto, i disastri di cui lei parla vengono interpretati come segni stessi della fine, cioè come prove indirette che dimostrano che il vecchio tramonta e il mondo sta finalmente correndo al suo rinnovamento. Svelando la realtà “vera” celata sotto la maschera della propaganda dei gruppi di potere, fondano e legittimano così  “razionalmente” l’ansia e l’attesa stessa di una “apocalisse”».

Risponde Marco Zanasi, neurologo, psichiatra, psicologo analista, docente di Psicoterapia all’Università Tor Vergata di Roma

«Penso che questa ipotesi sia molto vera. Qui entra in funzione una qualità specifica del nostro cervello, che potremmo definire di “ricerca del senso”: il  cervello infatti è stato plasmato dalla selezione naturale per agire come una “macchina sensificatrice” che cerca sempre nessi, concordanze e ricorrenze nei dati provenienti dagli input sensoriali per costruire una rappresentazione il più possibile coerente del mondo; questa caratteristica era indispensabile per la sopravvivenza; ad esempio, scoprire nella trama indifferenziata del fogliame che alcune macchie apparentemente casuali erano invece il manto di un leopardo certamente permetteva di non essere mangiati. È per questo che noi tendiamo sempre a cercare di dare senso a quello che osserviamo, e ciò consente di spiegare eventi che sono al di là della comprensione umana. Seguendo Heidegger, possiamo affermare che siamo gettati in un mondo senza senso, l’angoscia ci appartiene dal primo istante della nostra esistenza, in quanto fin dal nostro primo respiro noi siamo gettati nel “nulla” della nostra esistenza. E qui il nulla non allude ad una svalutazione del valore della vita, bensì al fatto che non siamo a fondamento della nostra esistenza, non ne siamo padroni, non ne possiamo disporre. Nel tentativo di spiegare e dare un senso, inseriamo l’inspiegabile (terremoti, tsunami, crisi sociali ed economiche, ecc.) in un sistema di riferimenti escatologici, e questo ce li fa apparire meno disperatamente insensati».

Perché, dal suo punto di vista e in base ai suoi studi, l’uomo concepisce ed ha bisogno dell’idea di “fine del mondo”?

Risponde Claudio Neri. È psicoanalista e psicoterapista di gruppo, professore ordinario della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università “La Sapienza di Roma”. Claudio Neri è inoltre direttore della rivista scientifica on line Funzione Gamma (www.funzionegamma.edu) dell’Università La Sapienza di Roma. Funzione Gamma esce in italiano ed inglese. Ha pubblicato Gruppo presso l’editore Borla di Roma. Il libro successivamente è stato tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese.

«La capacità di dare valore alle vita ed all’operare umano di un individuo o di una comunità non si mantiene sempre ad uno stesso livello. Essa deve venire rinnovata, tramite l’attraversamento di “apocalissi culturali”.

Il significato dato al termine “apocalisse” nel linguaggio corrente ne mette in luce un solo nucleo: quello relativo alla “fine del mondo”. Ed è così che usualmente s’è finito con l’identificare l’apocalisse con la “fine del mondo”. Il significato originario ed etimologico di apocalisse, invece, contiene anche un momento fortemente evolutivo e di rinnovamento. Apocalisse  (Aponà lupis o Revelatio) indica la “caduta dei veli” e la entrata in contatto con un “annuncio segreto svelato (dunque trasmesso) da fonte divina”. L’impiego, da parte di Ernesto de Martino, del termine “apocalisse”, specialmente nella precisazione “apocalisse culturale, recupera il significato originario. L’apocalisse culturale è una crisi comunitaria, che contiene in germe la rivelazione di un nuovo mondo e di un’esistenza migliore.

La dinamica delle “apocalissi culturali” presenta dunque la possibilità che attraverso una serie di passaggi si arrivi ad una condizione nella quale il mondo non soltanto è nuovamente fruibile, ma risulta anzi rinnovato. È un rinnovamento che riguarda lo stare al mondo ed investire di interessi ed affetti il mondo».

Risponde Gualtiero Harrison, professore di antropologia culturale all’Università di Modena.

«Il sapere del futuro si potrebbe definirlo “potere supratemporale”: come in una sua lezione propose un mio collega universitario a Modena. Nella cultura greca arcaica, aggiungeva Cristiano Grottanelli, tale sapere non aveva uno statuto totalmente autonomo, rappresentava piuttosto l’aspetto umano di quel sapere divino che era “cognizione del presente, del passato e del futuro”: una conoscenza “speciale”, quindi, il cui oggetto era fondato sul “in-tendere il ritmo cosmico”; e fatto pertanto di “rapporti costanti” che venivano significati da “indizi” di difficile lettura. Per accedere a tale sapere, nella cultura delle società greche, come in modo analogo in quelle del vicino Oriente antico, si sono costituite le “tecniche” della divinatio di competenza di certi specialisti della “ricerca umana del sapere divino” che esercitavano il loro check-up vagliando e gestendo i fenomeni del sogno e della trance: quasi a revisione delle verifiche e dei significati.

«A proposito gli storici delle religioni differenziano la “divinazione” dalla “profezia”: che invece consiste nel “irrompere di messaggi divini nel mondo umano ad opera di quei messaggeri umani che sono i profeti”. Insomma: se la divinazione serve a rispondere a domande umane, ricorrendo al sapere divino sul futuro, la profezia è rivelazione d’un progetto divino che viene comunicato “a chi non la domanda”. Come che sia – e poiché le apocalissi sono “cicliche” e “periodiche”: perché per ognuna s’è ripetuto quel che ci suggerisce uno dei massimi paleontologi evoluzionisti, Stephen Jay Gould: “ogni volta, com’è sempre nella storia del pensiero apocalittico, il momento designato trascorre e la Terra sopravvive” (1997) – ancora al dì d’oggi siam qui ad attendere un nuovo – e stavolta esotico – “momento designato”.

 «Anche se il maggiore romanziere siciliano contemporaneo ha detto che “finché c’è morte c’è speranza”: e venga quindi il cataclisma, se ha da venire; l’esperienza delle ricerche antropologiche però sembra indicare, al contrario, che è proprio la mancata materializzazione d’un futuro atteso, quando cioè le situazioni sembrano “senza speranza”, a far sorgere trascendendo le tradizioni delle singole culture umane, simili aspettative, diffuse e condivise, l’incombere d’una imminente conclusione dell’ordine temporale attuale. In Occidente s’è chiamata apocalitticismo la dottrina su cui si sarebbe costituita la teorizzazione sulla “fine del mondo”. L’Apocalisse cristiana, però, non indica la morte dell’umanità, ma a conclusione dell’ordine attuale, l’arrivo del Figlio dell’Uomo e l’avvento del suo Millennio, e quindi la disfatta del Malvagio ed infine il  premio eterno che i giusti otterranno con il Giudizio Universale a sancire, così, il loro ritorno alla casa del Padre. Ma che cosa intendeva, in ogni caso, il Principe scrittore riferendosi alla “Morte”? In questa sede non inizierò nemmeno ad avvicinarmi ad un proposito, che sarebbe delirante, di contribuire alla costituzione di una “tanatologia culturale: d’uno studio sulla morte, cioè, in grado di mettere a fuoco, su basi comparative, le varie  teorizzazioni su di essa nelle diverse culture che dipendono dal trattamento che ogni società ha deciso di darle: e quindi “rappresentazioni e cerimonie mortuarie” e “riti di lutto”, “forme del morire” e “concetti e immagini di immortalità”.

«Tutte insieme queste innumerevoli verità rivelate d’un futuro – ma che sono anche d’un passato – potrebbero ricondursi ad un comune inquadramento delle esperienze individuali nelle forme del ricordo in ogni particolare “memoria culturale”che – come dice l’insigne egittologo Jan Assmann (2002) – raffrontate alle radici storiche del passato collettivo “gettano un ponte negli spazi e nei tempi dell’Aldilà”. La morte del cataclisma apocalittico del Medio Evo era quindi “la morte come ritorno a casa”; e quello  sperato o promesso dalla cultura maya? È sempre lo stesso ponte che ci fa transitare dalla finitezza alla infinità? Ed è solo perché siamo “ancora” mortali che, per usare una espressione di Hans Jonas, “contiamo i giorni ed i giorni contano”?

«Nell’impatto erosivo del tempo Tomasi di Lampedusa con un diretto omaggio heideggeriano ci invitava alla consapevolezza della nostra mortalità. Ma che ne è successo di questo “vivere-per-la-morte” nella attualità della nostra esistenza che ha cancellato ogni traccia della nostra mortalità -niente funerali e altri riti di partecipazione, niente cerimonie di sepoltura, niente lutti, niente siculi pranzi del consolo, solo gli incredibili applausi della folla cittadina al passaggio della salma, rigorosamente ripresi dai vari telegiornali.

«Si perpetua il contenzioso che dall’ultimo decennio del secolo scorso tocca alti livelli scientifico-accademici tra la scuola di medievistica francese, per la quale il Mille-e-non-più-Mille sia in gran parte frutto di una leggenda romantica del XIX secolo, e quella anglosassone che, a seguito di aggiornate ricerche, ritiene di poter insistere sul formarsi d’un terror panico medievale del millennium ad avere, da allora, alimentato di timori e di inquietudini l’immaginario collettivo occidentale. Limitando solo ad un paio gli esempi: se il grande storico francese Georges Duby afferma che “l’unica testimonianza medievale di cui ancor oggi si dispone è quella di un monaco dell’Abbazia di Saint Benoit-sur-Loire” che raccontò di alcuni preti che nella  Parigi del 994 predicavano la “distruzione imminente”; a contrasto c’è il bostoniano Richard Landes che ritiene possa dimostrarsi come le opere d’un altro monaco dell’VIII secolo – l’erudito inglese Beda – fossero già state ampiamente copiate e distribuite “tra i cronografi di tutta l’Europa”; e da allora le implicazioni millenaristiche sull’avvento dell’anno Mille si sarebbero così divulgate “tra tutti i ceti sociali”.

«La corsa al disastro sarà stata accelerata, ai nostri giorni, dallo sfruttamento industriale, dalla cupidigia capitalistica, dall’esplosione demografica, e da chissà che altro ancora. Siamo al momento in cui la valanga arriva nella valle, ma essa si è formata assai prima: quando l’uomo ha addomesticato gli animali e ha dato fuoco ad una foresta, per trasformarla in un campo coltivato: insomma, proprio perché ha potuto creare cultura, l’uomo ha sempre inventato una nuova natura, avendo distrutta quella precedente. Non penso di proporre il tema di quel che è stato chiamato il prezzo della civiltà: per cui la “cultura” inevitabilmente può farsi solo violentando la “natura”; e neppure intendo affrontare quell’altro così caro a certi neo-naturalismi nostalgici, arcaicizzanti, ed anti-tecnologici che polemicamente assegnano ad una sedicente “coscienza ecologica” il ruolo del pubblico ministero nel processo al mondo della scienza e della tecnologia. Perché finirei collo spostarmi a trattare l’argomento – limitrofo ma diverso – della fuga deresponsabilizzante: come Gilberto Mazzoleni ha chiamato la tendenza di fine millennio verso “una evasione nel metastorico”, quando nella sua ricerca ha scoperto “vere e proprie comunità religiose più o meno clandestine, aggregate da progetti utopici ed evasionisti” Alla fine dello scorso secolo, sono stati individui che alla ricerca di un nuovo senso per l’uomo nella (ri)scoperta della natura, e per un omaggio all’antimodernità, “si chiamavano fuori dal mondo tecnologico e urbanizzato”: hippies degli anni Sessanta e reduci del Vietnam, esponenti della razzista Arian Nation  e cultori di spiritualismo New Age, transfughi della Silicon Valley e membri di sette neocristiane o di ispirazione orientale” (1996).

«Per la verità di questa storia, Platone e molti altri filosofi l’avevano detto già, ai loro tempi, che altre “ere”erano trascorse -“molte migliaia di ere”- da quando era stato ultimato“quel periodo primitivo in cui fu creato il mondo”: per usare le parole di un padre della Chiesa del IV secolo. Però questi filosofi, Lattanzio li dice,“ignoranti dell’origine di tutte le cose”, perché erano come li chiameremmo oggi degli “idiots savants della civiltà occidentale”: grazie a  una loro  misteriosa superiore capacità, infatti, non ostante non fossero “istruiti alla conoscenza della verità delle sacre Scritture” – che fanno edotti su “l’inizio e la fine del mondo” – ne avevano enumerato a migliaia di tali avvii e di tali conclusioni. E hanno così  anche anticipato il sapere degli scienziati della natura nella nostra contemporaneità che ci propongono di mutare l’immagine darwiniana dell’evoluzione la cui storia non sarà più un dispiegamento lento e graduale, ma invece una serie di equilibri omeostatici perturbati episodicamente da eventi di rapida speciazione; e Stephen Jay Gould ha chiamato queste Strutture del tempo  gli “equilibri punteggiati”.

«Nella crisi ecologica – come a me pare – tendiamo invece a collocarci tutti nella prospettiva del post-moderno: come se fossimo alla conclusione di un’epoca, ed ancor più – giustappunto – alla fine di un mondo, che non riusciamo ormai neanche a cogliere, se non per frammenti: perché la sua realtà appartiene, a questo punto, al nostro vecchiume. Ed ogni certezza è divenuta ormai desueta: a cominciare da quella che fu fondante per il pensiero della modernità, quando sostenne che si potessero sostituire le categorie naturali con categorie sociali attraverso l’affermazione del primato dei “rapporti sociali di produzione”. Una nuova etica ambientale – di cui tanto dovremmo sentire la necessità – dovrebbe essser capace di donarci la “capacità di rinuncia”, e quindi anche la nostra “arroganza antropocentrica”. Dalla Rivoluzione Copernicana abbiamo appreso che la terra non sta collocata al centro dell’Universo; pensiamo però ancora che l’uomo – l’anthropos – stia al centro del Mondo, un possedimento che gli appartiene. Dobbiamo allora imparare che la Terra non è nostra, non è nata con noi, non si è evoluta insieme a noi: fa parte di un universo ancor meno nostro, di cui occupiamo un angolo qualsiasi».

Risponde Marco Zanasi, neurologo, psichiatra, psicologo analista, docente di Psicoterapia all’Università Tor Vergata di Roma

«L’idea percorre la storia dell’umanità da sempre; in quasi tutte le mitologie e cosmogonie vi è sempre il tema di un evento apocalittico che segna la fine del mondo: la cacciata dall’Eden, il Kali Yuga Indù, il Ragnarok della mitologia scandinava, l’Apocalisse, il Giudizio Universale.

«In realtà questi eventi apocalittici non rappresentano semplicemente una fine sic et simpliciter, ma preludono piuttosto a un cambiamento, a una cesura nella storia, ad una trasformazione del mondo e allo stabilirsi di un’età dell’oro. Si tratta quindi non di un termine, una fine, ma di un rinnovamento, un eschaton.  Come sappiamo,la mitologia rappresenta una via maestra per la comprensione della psiche profonda: miti, teogonie, concezioni religiose, sono la trasposizione su un piano esterno di immagini primordiali; prodotte da strutture psichiche funzionali, omologabili agli istinti degli animali,  che sono vere e proprie configurazioni a priori della mente (gli archetipi), questi, tramite le immagini simboliche, governano e rappresentano i temi fondamentali dell’esistenza umana.

«Ogni mitologema, ogni rappresentazione religiosa, ogni storia, rappresenta, in chiave metaforica, qualcosa dell’uomo, una sua parte nascosta, un suo tratto specifico, che proprio per il suo essere inconscio, viene proiettato all’esterno sulle raffigurazioni mitologiche e religiose; queste sono la personificazione di tali aspetti oscuri della psiche altrimenti inaccessibili all’orientamento logico-verbale della coscienza.

«Sulla base di quanto detto prima, siamo probabilmente di fronte ad un tema archetipico imperniato sulla paura della morte. L’uomo è l’unico vivente che sa di dover morire; a differenza degli animali che sono congelati nell’hic et nunc, l’uomo è consapevole del tempo che lo avvicina inesorabilmente alla propria fine individuale. Nell’immaginario dell’umanità, il processo dominante, come ipotizzato da Durand, è quello di  rappresentare, figurare, simbolizzare gli aspetti del Tempo e della Morte allo scopo di dominarli/reprimerli. L’idea di una fine che non sia una fine, ma un nuovo inizio, rappresenta, quindi, una difesa contro l’insensatezza della morte.

«Il riemergere  attuale di questa antichissima determinante archetipica, è probabilmente legato ad un meccanismo di compensazione: a fronte di un mondo ipertecnologico, secolarizzato, impoverito dei repertori simbolici tradizionali che hanno accompagnato da sempre l’umanità nella sua lotta contro la Morte, emergono fattori di compensazione in forma di un recupero di aspetti mistici,  esoterici, antitecnologici, escatologici».

Risponde Paolo Portone, storico delle idee di “confine” e autore di L’ultimo sigillo. La fortuna dell’Apocalisse (Gruppo Editoriale Castel Negrino, 2011)

«Cosa s’intende con il termine apocalisse? Qualche anno fa, una nota esperta di patristica si domandava come mai alla sorprendente fortuna del termine apocalisse non corrispondesse, in realtà, una conoscenza esatta del suo significato. Anche negli ambienti specialistici, la studiosa lamentava una persistente confusione fra l’Apocalisse canonica, con “l’A maiuscola”, nel suo originario senso di rivelazione delle cose future, dal greco apokàlypsis, e la sua derivazione nell’accezione comune come sinonimo di catastrofe  “apocalisse con l’a minuscola”.

«Ma cosa ha prodotto questo fraintendimento? Senza dubbio la sua scarsa conoscenza, specie in ambito cattolico, tradizionalmente poco avvezzo ai testi sacri; la scarsa familiarità con lo scritto profetico attribuito a Giovanni ha avuto un peso decisivo come, d’altro canto, alla sua comprensione non hanno giovato né la ridotta utilizzazione nella liturgia romana, per non parlare di quella ortodossa, dove è addirittura assente, né le questioni esegetiche, originate dal linguaggio oscuro  tipico degli oracoli, e la congerie di interpretazioni che ne sono derivate, spesso in contrasto tra loro. All’origine dell’uso improprio dell’Apocalisse sarebbe dunque la natura stessa, ambigua e sfuggente, dell’opera profetica, sulla quale si sono esercitati gli ingegni dei Padri della Chiesa e d’interpreti di varia estrazione dottrinale, cattolica ed evangelica, senza giungere ad un modello universalmente accettato di lettura.

«L’escatologia apocalittica rappresenta un unicum nella storia delle religioni? Rispetto alle altre concezioni escatologiche fin qui analizzate, quella cristiana diede una risposta altamente specializzata al “disagio di fronte al tempo” e alla “crisi della presenza”: la catastrofe cosmica degli indios brasiliani, l’apocatastasi degli antichi politeisti rappresentano altrettanti stadi di una concezione escatologica ,se si vuole adottare una prospettiva evoluzionista, che trova nell’Apocalisse una compiuta manifestazione. La grande speranza dei cristiani, scrisse D. H. Lawrence, divenne “la misura stessa della loro totale disperazione”. Intere generazioni di cristiani si sono così succedute nei secoli con l’idea che nei terribili eventi del loro tempo si celassero i segni profetizzati nella rivelazione, e dunque l’approssimarsi della promessa agognata del ritorno di Cristo.

«Il linguaggio simbolico e immaginifico  “di non immediata e facile comprensione” con cui è stata scritta l’Apocalisse li autorizzò, ad ogni sintomo di crisi, a ritenere prossimo il compimento delle sue profezie, allungando il fantasma nel mondo cristianizzato di un’apocalisse permanente e strutturale, con risultati sorprendenti. Sul piano dell’operatività storica, l’escatologia apocalittica con la sua teologia consolatoria e revanscista ridusse infatti al minimo la possibilità che crisi “acculturative” (persecuzioni religiose, invasioni, ma anche guerre e contrasti politici) potessero annullare le identità storiche, religiose ed etniche, come invece accadde ai Tupinamba del Brasile con la colonizzazione. La particolare visione in essa elaborata la rese una perfetta teologia per i momenti difficili, alla quale, anche dopo la fine delle persecuzioni, continueranno ad appellarsi tutti i “pensierosi ed i perseguitati di ogni tempo” evitando il rischio, nell’impossibilità di vivere in un mondo senza senso, di auto cancellarsi dalla storia, come in effetti successe agli indios in fuga dagli Occidentali.

«Quali sono i tratti salienti del grandioso affresco consegnatoci nella Rivelazione di Giovanni? Dopo la sanguinosa sconfitta della bestia e dello pseudoprofeta per mano del “Fedele” e “Verace (Ap. 19) la rivelazione del veggente di Patmos si avvicina al suo culmine: il serpente antico, “quello che è chiamato il Diavolo o Satana”, è incatenato e gettato nell’abisso affinché non possa più sedurre i popoli della terra sino al compimento di mille anni, trascorsi i quali “dovrà essere sciolto” per un tempo breve. Prima di allora sulla terra avverrà la prima resurrezione, quella delle anime dei martiri che non hanno venerato la bestia e la sua effigie, “né hanno ricevuto il marchio sulla fronte o sulla mano”; questi “Beati e Santi” saranno “sacerdoti di Dio” e parteciperanno con Cristo in un regno terrestre della durata di mille anni (Ap. 20.1-6). E’ questo il millennio che precederà gli ultimi eventi della storia umana, i cosiddetti nuovissimi: la resurrezione finale, il giudizio universale, la consumazione della terra e del cielo attuali e la discesa della “nuova Gerusalemme” (Ap. 20.7-11; 11-14; 21; 22.1-5).

«Quali altri significati può assumere nella nostra società la fantasia apocalittica? Nonostante le censure ecclesiastiche nei confronti del millenarismo, la progressiva presa di distanze della teologia ufficiale dal “pensiero prospettico” dell’Apocalisse, e il suo depotenziamento simbolico operato con la lettura spiritualistica di Agostino, il libro profetico mantenne intatta la sua carica eversiva nei confronti del secolo, rinnovando ad ogni generazione “l’afflato utopico” di liberazione dai vincoli terrestri, garantendo agli scontenti e ai delusi un risarcimento morale per il male patito. Promessa di giustizia, di rinnovamento e di felicità che si mantenne sull’orizzonte dell’Occidente cristianizzato fino alle soglie del XX secolo, quando il progresso scientifico e tecnologico e l’affermazione di nuove idee di liberazione, laiche, spazzarono via le antiche cosmogonie. La tensione escatologica si sarebbe così assopita al fondo della coscienza dell’uomo civilizzato, esorcizzata dai successi della scienza e dall’indubbio miglioramento delle condizioni materiali, salvo riaffacciarsi come pulsione “irrazionale” senza riscatto,  quando il sistema di rassicurazioni e di certezze su cui poggia la sicurezza dei contemporanei mostra preoccupanti segni di cedimento.

«Molti studiosi concordano sull’affievolimento nel mondo occidentale del motus spei, inteso come attesa collettiva. E’ come se l’Apocalisse tanto temuta al cambio millenario precedente, fosse svanita perché la persona non è più capace o rifiuta di sentirsi parte della società degli umani. In un panorama di raggelante indifferenza il mondo sembra attendere l’irreparabile o la continuità del proprio benessere, rinchiudendosi nella propria individualità: la paura della fine, la crisi della presenza nella storia si manifesta non più in una coerente cornice mitica in grado di riscattare culturalmente il dramma esistenziale, ma danno luogo a una miriade di apocalissi individuali, caratterizzate da patologie in cui dominano i deliri intimi, microcosmici, le sindromi sensitive, i contenuti persecutori, di colpa, le attribuzioni di significato riferite alla propria persona ovvero da quel disagio improvviso che la moderna psichiatria definisce attacco di panico : “quando tutto sembra venir meno all’improvviso, crolla la certezza della salute; il vissuto è descritto come fine del mondo, del proprio mondo interno; il corpo tremante si raccoglie, si restringe in posizione fetale e si accovaccia sul pavimento cercando in questo geotropismo di attaccarsi strettamente alla terra per attenuare il terrore”».

Vedi anche : Eyjafjallajökull: un anticipo di 2012? Ovvero: come diventare apocalittici

*Aggiornamenti : La fine del mondo ispira. Stimola la creatività. Da sempre. Racconti, romanzi, composizioni musicali, produzioni artistiche e cinematografiche. E ovviamente fumetti. Il tema dell’apocalisse è un grande contenitore all’interno del quale può starci di tutto. Ognuno aggiunge qualcosa, come nella tecnica surrealista “cadavre exquis”. E la narrazione apocalittica si nutre, gonfia e prosegue. Cercheremo di segnalare ciò che di più notevole circolerà da qui a venerdì 21 dicembre 2012.

*Man mano che ci avvicineremo alla data del 21 dicembre 2012 assisteremo a “defezioni” e  aggiustamenti delle previsioni più catastrofiche a livello globale. Una delle prime defezioni mediatiche dalla profezia Maya, su cui hanno campato per anni trasmissioni tv e certa saggistica new age, sarà quella di “Voyager”, condotta da Roberto Giacobbo, dal titolo “2012: perché il mondo non finirà”, in onda su Raidue il 16 dicembre 2011. Quasi sicuramente Voyager emulerà il programma Mistero mandando in onda una diretta tv, in prima serata di venerdì 21 dicembre 2012. Un po’ in tutto il mondo, quella sera, sarà un anticipo di feste natalizie, anzi di capodanno, feste a tema, in costume, balli e canti, magnate e bevute, alla scampata apocalisse!

*Uno sketch show veramente divertente (e irriverente) sulla fine del mondo va in onda su Rai4 mercoledì 28 dicembre 2011: Big end. Un mondo alla fine. La città apocalittica per eccellenza, in cui sono ambientati gli sketch, è Milano.

*L’ultimo numero di Topolino del 2011 (n. 2927)  dedica la storia d’apertura alla “cataclismamania” (Zio Paperone e la profezia a ritroso), come la definisce lo sceneggiatore Fausto Vitaliano. Sempre informato ed abile non solo nel sintetizzare in una storia a fumetti – arricchita dal tratto di Giorgio Cavazzano – tutto quanto ruota attorno alla vicenda della “profezia Maya” sul 2012, Vitaliano riesce ad aggiungerci gli aspetti relativi all’ecosistema, al marketing dell’apocalisse e, naturalmente, al coinvolgimento degli alieni. Una vera e propria sintesi, una volta tanto allegra e divertente, delle teorie cospirazioniste ed extraterrestri legate al tema dell’apocalisse Maya.

*Alla Tate Britain di Londra fino al 15 gennaio 2012 è in corso la mostra Apocalypse dedicata al pittore inglese ottocentesco John Martin. Un altro artista, snobbato in vita e anche dopo, ispirato dal tema dell’apocalisse. Un seguace delle “icone della fine”, come definisce queste produzioni creative il filosofo Andrea Tagliapietra. Nel sito della Tate Britain è possibile vedere anche il catastrofico trailer dedicato alla mostra, dal titolo: “Apocalypse is coming”.

*Lo scrittore e giornalista Claudio Castellacci si pone invece la domanda “Chi aspetta l’apocalisse?” nel suo blog Al coniglio agile. Anche Castellacci, dopo aver sintetizzato i motivi ricorrenti della “profezia Maya 2012”, aggiunge un pizzico di sana ironia alla questione concludendo:«Insomma, diamoci appuntamento per venerdi (quest’apocalisse annunciata cade anche di venerdi) 21 dicembre 2012. O meglio, anche se non ci crediamo, facciamo per sabato 22, non si sa mai».

*Evvai con il marketing dell’apocalisse! Ci mancava pure il “Doomsday Tourism“, il turismo apocalittico. Che la festa apocalittica abbia inizio. Almeno per il turismo messicano che ha ufficialmente lanciato il programma Mundo Maya 2012, con il supporto del presidente Felipe Calderón. L’obbiettivo dichiarato è quello di “far esplodere il turismo in Messico”, richiamando oltre 52 milioni di turisti verso gli stati meridionali, il che genererà un introito per le casse messicane di oltre 270 miliardi di pesos. Qualcuno ci provò anche da noi, a Roma, maggio 2011. Ma l’annuncio di un terremoto apocalittico, anziché richiamare turisti e soldi in magri tempi di crisi, li allontanò. Corriamo tutti in Messico allora. Sicuramente i siti archeologici Maya meritano. E se i Maya si inventarono tutto per incrementare il turismo mille e più anni dopo, in quelle povere regioni, ben venga la profezia Maya. Sicuramente sono meritevoli di averci portato all’idea di una apocalisse non più tragica, ma divertente, strapaesana. La festa apocalittica. “El 2012, qué mejor año para promocionar al Mundo Maya“, afferma giustamente un sito messicano.  E il marketing dell’apocalisse raggiunge il suo apice. O dobbiamo aspettarci altre geniali trovate per cavar soldi dalla profezia Maya? In ogni caso, un vero affare apocalittico. Durato anni.                               

* Inverno 2012: gelo, neve, crisi economica, proteste, sommosse, delitti, naufragi, terremoti, e siamo solo all’inizio dell’anno…che dire?!

* Primavera-estate 2012: proseguono la crisi, i suicidi per debiti e pressioni fiscali, la mancanza di una visione chiara del prossimo futuro, i terremoti. Intanto, una notizia pubblicata da Repubblica ieri: non poteva essere che un archeologo di nome Saturno (William, Università di Boston) a sconfessare la profezia dell’apocalisse 2012. Secondo Arturo Zampaglione da New York, che riferisce nuove scoperte riferite al computo astronomico e temporale Maya, neppure questi ultimi credevano alla fine del mondo nel…2012. Si aggiungono nei giorni seguenti terremoti, attentati e, come previsto, la “sindrome dell’apocalisse” contagia. Ecco allora quelli che si premurano di ricordarci che nei giorni del terremoto in Emilia era prevista l’eclissi Maya (correttamente verificatasi, ma sul Pacifico – e conosciamo la precisione “astronomica” dei calcoli Maya), ad avvalorare, secondo loro, le profezie di sventure 2012. La trasmissione Mistero in onda su Italia 1, si porta avanti: una puntata speciale già prenotata e annunciata che andrà in onda in prima serata venerdì 21 dicembre 2012 – l’apocalisse in diretta.  Le facili previsioni sui tagli sociali di inizio d’anno si concretizzano: meno sanità per tutti. Gli effetti delle misure anti-crisi si tradurranno, secondo le prime stime, in 10.000 ricoveri in meno e 1,3 milioni  di prestazioni ambulatoriali cancellate. Caldo torrido nell’estate e nubifragi. Prosegue l’incertezza per la crisi e per l’accesso al lavoro, soprattutto da parte dei giovani che, con termine apocalittico, viene già bollata come “generazione perduta”.


* Autunno 2012:
non avevamo dubbi. Non solo gli “apocalittici” sono una ben precisa categoria umana, psicologica e comportamentale, ma addirittura vi sono, un po’ in tutto il mondo, persone che operativamente si preparano all’apocalisse. National Geographic Channel ne ha fatto una trasmissione. Come riferisce Alessandra Comazzi (La Stampa 30/9/12) “Apocalittici è la serie di maggior successo della rete, altro che elefanti e serpenti”. Quindi, fine del mondo o meno tra poco più di due mesi, come abbiamo scritto più volte, l’apocalisse è un fiorente business. E, perché no, vedendo come trascorrono il loro tempo gli “Apocalittici”, anche un hobby. Impegnativo, costoso, un po’ folle, come tutti gli hobby sostenuti dalla’ossessività. Poi c’è l’artista, vignettista e caricaturista svizzera Helen von Allmen che reinterpreta graficamente lo “spostamento” di apocalisse (l’unica previsione che si realizzerà veramente il 21 dicembre 2012). 

* Domenica 21 ottobre 2012: mancano due mesi esatti alla data “fatidica” e il giornalista-scrittore Massimo Gramellini pensa di dedicare la sua rubrica domenicale “Cuori allo specchio” su “La Stampa” alla fine del mondo. Prossimi alla fine, con tutti i viventi del pianeta e quanto è stato edificato da questa tornata terrestre, i lettori potranno rievocare “Il giorno più bello della mia vita”. Scrivendolo e inviandolo a Gramellini, per la selezione e l’eventuale pubblicazione sul quotidiano torinese. Federico Taddia, autore e conduttore radiofonico, nella stessa pagina compila invece la rubrica “Manuale di sopravvivenza” dedicato a tutti gli apocalittici e a come si stanno preparando alla fine prossima. Scrive Gramellini nell’introduzione alla pagina apocalittica: “Per qualche mese questa pagina sarà dedicata alla Fine del Mondo, fissata dalle profezie al 21.12.2012. Facciamo finta di prenderle sul serio per prepararci ad un viaggio interiore”. Proprio lì sta il punto: “facciamo finta di prenderle sul serio”. I testi apocalittici funzionano come narrazione. Sia testuale che artistica. Agendo sulle nostre paure. Ma anche sulla nostra fantasia e creatività. Stimolando quella voglia di fine e di rinascita, di azzeramento e rinnovamento, insita in tutti noi.

* Anche Dylan Dog, il fumetto creato da Tiziano Sclavi, non resiste alla seduzione dell’apocalisse Maya, seppure in passato l’indagatore dell’incubo aveva già affrontato il tema. “I segni della fine” esce a fine ottobre e nell’editoriale si legge: “Cari catastrofisti, ancora un paio di mesi e sapremo finalmente se quei menagrami del Maya avevano ragione riguardo la (ahinoi) imminente fine del mondo e se quello di Ronald Emmerich (il regista del colossal “2012”) fosse semplicemente un film di fantascienza o un documentario premonitore. Un tema, quello dell’estinzione dell’umanità che ci ha sempre affascinato, ma che – da qualche anno – ci viene propinato con tale
insistenza, sia in tivù e al cinema, che nella letteratura, fantastica o pseudoscientifica, da averci persino un po’ stufato”.                                                                                                                                                                                                                       

* Doomsday Party – Si annunciano party, feste dell’apocalisse un po’ in tutto il mondo. Da noi pare che nessuno si sia ancora fatto venire l’idea. Ma tempo poche settimane, e ci metteremo in pari. Ci saranno canti, balli, mangiate e bevute alla faccia della scongiurata fine del mondo. Ne parleranno tv, giornali e rete. Vedremo i social popolati di foto e video di gente agghindata con abbigliamenti apocalittici. Anche questa una previsione? Sì, ma questa, al contrario di quella Maya, si realizzerà. Non occorre essere profetici. Basta un po’ di psicologia e sociologia, spicciole.

* New York colpita dall’uragano Sandy cancella la storica maratona, ma migliaia di podisti corrono ugualmente.  

* Lucca Comics & Games 2012 – Il Festival internazionale del Fumetto, del Gioco e dell’Illustrazione non si sfuggire l’occasione della fine del mondo Maya. Ancora una volta, l’apocalisse stimola la creatività di artisti, grafici e narratori, oltre che di sviluppatori di giochi.

* Fine novembre 2012 – Proseguono le difficoltà economiche, sociali, lavorative. A ciò si OGGI_fineMondo
sommano anche le condizioni metereologiche con alluvioni e un tornado su Taranto. Ogni giorno si aggiungono notizie su scandali, arresti, tagli alla sanità (quanto avevamo “previsto” ad inizio 2012: “meno cure per tutti, fine dello stato sociale”). All’approssimarsi della data fatidica, compaiono in edicola riviste e speciali dedicati all’apocalisse. Tra le varie pubblicazioni apocalittiche, va segnalato, per livello dei contenuti e ricchezza iconografica, il numero speciale del settimanale “Oggi” da titolo “21 dicembre 2012. La fine del mondo. Più di una profezia indicherebbe che l’estinzione dell’umanità è vicina. Le smentite degli scienziati e il loro parere sui rischi reali”.

Vedi anche: Il complotto dell’apocalisse

59 Secondi. La scienza del cambiamento rapido applicata agli altri. Come Richard Wiseman ritrova e fa ritrovare i portafogli


Con un titolo così chilometrico, se non fosse un testo di un autore che azzecca quasi tutto, non sarebbe mai comparso sugli scaffali. E’ già una dimostrazione delle sue tesi di “cambiamento rapido”: qualcosa che non si verifica di consueto, non è detto che non avvenga un minuto dopo. Basti pensare a cosa fa la natura (e noi siamo natura), la mente umana, più spesso in senso aggressivo e distruttivo, che costruttivo. Ma, in definitiva, per assistere a cambiamenti sostanziali, non dobbiamo necessariamente ritenere che occorrano tempi lunghi. A volte è più facile sapere su cosa puntare e, come insegna Wiseman, farlo rapidamente. Il più delle volte, invece, la nostra mente si perde in tortuosi e interminabili percorsi. Tunnel senza uscita. Scelte, opzioni, possibilità che si moltiplicano all’infinito. Col risultato di arenarci. Vale per la nostra vita di relazione, come per il lavoro, la nostra formazione, l’educazione dei figli o la nostra salute.

Non pensiate sia il solito manualetto di qualcuno (9 volte su 10 americano) che vuole insegnarci qualche trucco per vivere meglio o avere più successo nella vita. Una volta scoperto (attraverso Quirkology, un suo precedente titolo di successo) sto leggendo tutto (e vedendo su YouTube) di Richard Wiseman. Come dire? E’ uno psicologo, ha fatto il ricercatore e il docente universitario, è un mago professionista. E’ uno che sa di psicologia, di inganni della mente e della vita, di attenzioni e disattenzioni. E cerca di imparare costantemente dagli errori (suoi e del prossimo), correggendosi. In questo manuale ci insegna come emularlo. Ha un quid di genialità e creatività che fa la differenza tra lui e tutti gli altri studiosi della mente e del comportamento umano produttori di manualoni con poca o nulla inventiva. Del resto con quel cognome (wiseman, uomo saggio), sarà pure una componente ereditaria.

E’ vero, la sua è una psicologia “spicciola”, pratica, da strada. Una psicologia pratica del processo di cambiamento. Alla fine quella che serve alla gente nella vita di tutti i giorni. Se la psicologia non serve pure a questo, qual è il suo scopo? E, comunque, ciò che Wiseman insegna per la vita di tutti i giorni di ognuno di noi, è supportato da ricerche, letteratura scientifica (basti vedere le note biblio), buon senso. Wiseman cerca di far uscire la psicologia dai laboratori per farcela entrare in tasca.

Ad esempio? Perde il portafoglio, va come tutti nel panico, e si chiede se ci sia un modo “statisticamente” più probabile per farselo riconsegnare. Non è sicuro, ma rispetto al 100 per cento, o quasi, di probabilità di non rivedere mai più il vostro portafoglio, il sistema “sperimentalmente” trovato da Wiseman per farselo riportare con una percentuale che si alza ad un bel 35 per cento, è il seguente: “prendete la fotografia del neonato più dolce e sorridente che riuscite a trovare e mettetela in bella vista all’interno”. E nel libro Wiseman spiega perché ciò avvenga, dal punto di vista culturale, evolutivo, neuropsicologico. Lo fa, anche qui, in modo sintetico, chiaro, non pedante. In una parola, efficace.                  

 A questo punto auguriamoci che i ritrovatori di portafogli non siano anch’essi fan dei libri di Wiseman.  

Richard Wiseman è psicologo ed  ha lavorato alla University of Hertfordshire. Nel 2002, a sua misura, è stata  istituita la prima cattedra britannica in Public Understanding of Psychology. Mago professionista, è entrato a far parte giovanissimo di Magic Circle. Autore di numerose pubblicazioni accademiche,  ha pubblicato testi di grande successo come Quirkology (Ponte alle Grazie, 2009), tradotti in più di venti lingue. Fautore della strategia del cambiamento rapido, nel 2009 ha scritto il libro 59 seconds, di cui in Italia nel 2010 è stato pubblicato il primo volume: 59 secondi. La scienza del cambiamento rapido applicata a se stessi. Appare regolarmente sui media e il suo canale dedicato su YouTube registra milioni di visitatori.

L’arte di ricordare tutto. Joshua Foer il “Gianni Golfera” americano


Esce a giorni, per l’editore Longanesi, L’arte di ricordare tutto di Joshua Foer. Con la solita esterofilia tipica della stampa italiana, già il Corriere nei mesi scorsi e L’Espresso questa settimana (“Io, campione di memoria”) dedicano ampi servizi al giovane Foer, giornalista scientifico americano, appartenente ad una famiglia di scrittori e giornalisti di successo.

Foer ha scritto questo volume a seguito di un articolo che gli venne affidato dal suo giornale: seguire e raccontare la competizione, il campionato americano della memoria, che ogni anno si svolge a New York. In seguito Foer si appassiona alle tecniche per migliorare e potenziare le capacità di memoria e apprendimento, finendo con l’allenarsi regolarmente dieci o quindici minuti al giorno, per una decina di mesi. Foer, prima come ogni comune mortale  (dimenticava dove aveva messo le chiavi dell’auto o dove aveva parcheggiato la medesima), vede progressivamente incrementare le sue capacità mnemoniche. Fino a diventare egli stesso un “campione” di memoria.  Fino a partecipare, un anno dopo, al campionato americano di memoria, e vincerlo. Qualche mese dopo si ritrovò a rappresentare gli Stati Uniti nel campionato mondiale. Egli stesso aggiunge, nell’intervista a cura di Andrea Visconti sull’Espresso di questa settimana: “Non feci bella figura perché gli europei sono più forti degli americani”.

Va fatto notare che Joshua Foer dice le stesse, identiche cose che va sostenendo e insegnando da oltre dieci anni Gianni Golfera nel nostro Paese. E che sono state diffuse anche attraverso libri come La memoria emotiva (2003) e Il grande libro della memoria, uscito l’anno passato, entrambi editi da Sperling & Kupfer. Ad esempio il potere delle immagini. Dice Foer: «Gli europei hanno tecniche elaborate per trasformare le informazioni in immagini. I migliori campioni europei sono in grado di trasformare in immagini qualsiasi numero da zero a un miliardo. La memoria non è altro che l’abilità di creare velocemente immagini indelebili».

Ma perché questo legame tra memoria e immagini? Nel Grande libro della memoria, nel paragrafo intitolato non a caso “Il potere delle immagini”, iniziamo dicendo: “Il cervello dei nostri progenitori era soprattutto visivo, e questo è il motivo per cui le immagini erano e sono ancora oggi così importanti. Riflettiamoci un attimo. Di cosa poteva mai aver bisogno un uomo delle caverne? Di imprimersi nella memoria immagini relative a luoghi, animali, ma anche divinità che credeva lo potessero proteggere da tutti i pericoli che la dura vita sul pianeta gli riservava”.  Fino a giungere alla nostra “civiltà delle immagini”, le immagini rappresentate e quelle mentali hanno avuto ed hanno grande importanza per la fissare le informazioni astratte ed apprendere.

Gianni Golfera, per quanto discusso, ha avuto ed ha il merito di divulgare ed insegnare tutto ciò. Compresa quella che pare una scoperta diffusa dal Joshua Foer: il ruolo degli italiani dei secoli passati nel perfezionare e diffondere l’arte della memoria. Tra gli altri, Giulio Camillo. Pare strano, ma sono anche queste informazioni e nozioni largamente diffuse da Gianni Golfera attraverso le sue lezioni, interviste, libri. Informazioni diffuse da Gianni Golfera anche negli Stati Uniti, tra l’altro, pure attraverso un sito in lingua.

E in più, aspetto fondamentale, anche questa presentata come “scoperta” di Foer, ogni persona in grado di applicarsi ed allenarsi nelle mnemotecniche, può veder migliorare ed incrementare le proprie capacità di memoria nel tempo. Gianni Golfera sostiene da sempre che non occorre essere soggetti eccezionali, o addirittura “idioti sapienti” come si pensava un tempo, per memorizzare e ripetere velocemente nozioni apprese in pochi minuti. Lo si può fare applicando metodi, strategie e allenamento.

C’è solo da augurarsi, ora, che qualcuno non se ne esca dicendo che “Gianni Golfera è lo Joshua Foer italiano”. Semmai è il contrario. Ma, come sempre, guardiamo ed esaltiamo ciò che ci giunge da oltreoceano, mentre tendiamo a sottovalutare, ignorare o, addirittura, denigrare ciò che abbiamo più a portata di mano. Anzi, di cervello.

Aggiornamento 1: sto leggendo il libro di Joshua Foer. E’ indubbiamente ben scritto. Non è un manuale per potenziare la memoria, ma piuttosto un saggio di come sia nata, diffusa e arrivata fino ai giorni nostri l’arte della memoria. L’excursus è sempre quello, esposto in quasi tutti i libri che si occupano di storia delle mnemotecniche: da Simonide di Ceo fino ai mnemonisti di oggi. Che allenano e utilizzano la memoria come un muscolo. Tanto da partecipare ai campionati di memoria, nazionali e mondiali. Vi sono oggi veri e propri atleti della memoria, organizzati in associazioni, club o scuole di provenienza. Il mnemonista, colui che eccelle nello sfoggio delle sue capacità mnemoniche, può essersi fatto da sé, attraverso lo studio di manuali, oppure aver seguito scuole e corsi. Foer ci racconta come, partito dal voler realizzare un servizio giornalistico sul brain training mnemonico, sia a sua volta diventato un “campioncino” di memoria.

Vi sono guru della memoria. Venerati, pagati e invitati alle trasmissioni tv. Essere grandi performer di memoria, in passato equivaleva ad essere considerati maghi, come accadde a Giordano Bruno. Oggi invece il mnemonista di successo è una star, un personaggio in bilico tra la spettacolo, il fenomeno da baraccone e la cultura. Sta all’intelligenza e alla saggezza del mnemonista proporsi come un allenatore, un trainer, un coach in grado di migliorare le prestazioni mnemoniche di chi segua i suoi insegnamenti. La curiosità suscitata da queste tecniche è data dal fatto che la maggior parte della gente lamenta di avere “poca memoria”. In realtà, terminato l’iter scolastico – e spesso anche durante il medesimo – capita che non si sappia bene come funzioni la memoria, come la si addestri e, soprattutto, come organizzare e richiamare, al momento del bisogno, nozioni e informazioni apprese. Non ho mai conosciuto qualcuno che non volesse avere più memoria o migliorare il modo di farla funzionare.

Libri come questo di Foer mostrano che ogni persona con un adeguato e costante allenamento può migliorare sensibilmente le proprie capacità mnemoniche. Che poi i guru della mnemotecnica suscitino invidie, acredine e accese rivalità, non capita soltanto a Gianni Golfera. Ne è ad esempio oggetto pure Tony Buzan (quello delle “mappe mentali”). «La comunità dei mnemonisti – scrive Joshua Foer – che partecipano alle competizioni si suddivide nettamente in due fazioni: quelli che considerano Buzan il nuovo Messia e quelli convinti che le sue idee sul cervello siano gonfiate con l’imbroglio e a volte persino poco scientifiche. Questi ultimi sottolineano, non a torto, come Buzan predichi sì una “rivoluzione globale nel campo dell’istruzione”, ma abbia avuto molto più successo nel creare un impero commerciale globale che nell’introdurre i suoi metodi nelle aule».  

Tra le righe di questo excursus, dedicato soprattutto a coloro che oggi hanno fatto delle abilità mnemoniche una professione e una abilità spettacolare, vi sono comunque contenute descrizioni su come i campioni allenano  la memoria, riflessioni sull’importanza della memoria in un mondo digitalizzato, raffronti con quanto la ricerca sul cervello va rivelando. E pure pennellate divertenti e ironiche. Come quando Foer conquista la medaglia di bronzo a una gara mnemonica e in seguito si addormenta, risvegliandosi con un gran cerchio rosso sulla guancia. Si era “dimenticato” di togliere la medaglia dal collo…

Aggiornamento 2: Claudio Castellacci mi fa notare che la prefazione in corsivo (Simonide di Ceo e la nascita dell’arte della memoria) del libro di Foer “ricorda molto” un passaggio del classico L’arte della memoria di Frances A. Yates (Einaudi).

Aggiornamento 3: domani, venerdì 22 giugno 2012, Gianni Golfera parteciperà ad un seminario sulla memoria all’Azienda ospedaliera universitaria pisana (Aoup). All’incontro, dopo un’introduzione di Ubaldo Bonuccelli, direttore dell’Unità operativa di neurologia dell’Aoup, una presentazione di Cristina Pagni sulle basi della memoria e di Gloria Tognoni sul disturbo cognitivo lieve, Golfera eseguirà alcune dimostrazioni e presenterà il suo metodo. 

Cromosomi in più nel cervello: Alzheimer e cellule iperploidi


Il prossimo 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’ Alzheimer. Un’occasione per riflettere se le continue acquisizioni in neuroscienze stiano conducendo anche a scoperte utili per la cura delle malattie neurodegenerative e, in particolare, di una tra le più temute e, a tutt’oggi, irrisolte:  l’Alzheimer.

Sugli aspetti genetici e molecolari si sta indagando da tempo, e alcuni traguardi di rilievo sono stati raggiunti. Che tuttavia non si sono tradotti in possibilità terapeutiche efficaci né, tantomeno, risolutive. Anche perché quasi tutte centrate sulle placche proteiche di beta-amiloide, senza tuttavia ottenere grossi vantaggi sui sintomi progressivi della malattia. Altrettanto dicasi per la proteina tau che si sviluppa all’interno dei neuroni delle persone colpite da Alzheimer. Ma la domanda cruciale che oggi i ricercatori si stanno ponendo è: l’ammasso di queste proteine intracellulari sono la causa o l’effetto di qualcos’altro a monte?

Si delinea qualcosa di apparentemente nuovo che, se confermato, aprirà la strada a nuove indagini e future possibilità di trattamento. Forse più attuabili nelle forme ereditarie. Nel cellule cerebrali delle persone colpite da Alzheimer, stando alle nuove scoperte, sussisterebbe una condizione nota come “iperploidia”, ovvero un numero superiore a due set cromosomici che sarebbe normale attendersi. Nel cervello normale circa il 10 per cento delle cellule sono iperploidi, mentre nei soggetti studiati, negli stadi precoci della malattia di Alzheimer, la quantità risultava doppia. E tali cellule andavano incontro a morte nelle fasi finali della malattia, lasciando il cervello privo di neuroni. Nelle ricerche successive, si è cercato di comprendere se le cellule iperploidi anormali fossero diffuse ovunque, oppure fossero confinate nelle aree cerebrali più colpite dalla malattia di Alzheimer. La risposta sperimentale ha evidenziato una dispersione uniforme nel cervello sano, mentre le cellule anormali, nel caso di soggetti colpiti da Alzheimer, si limitavano strettamente alle regioni deputate alla formulazione del “pensiero” e della “memoria”. Le aree più colpite dall’Alzheimer.

Come ha riferito nel maggio scorso la rivista New Scientist, in un articolo di Andy Coghlan, il gruppo di  ricerca cappeggiato da Thomas Arendt presso l’Università di Leipzig in Germania, ha esaminato i tessuti prelevati da  cervelli sani e dai cervelli di quanti avevano una diagnosi di morbo di Alzheimer, al momento della morte, o mostrassero segni iniziali della malattia. La ricerca ha evidenziato che circa il 10 per cento dei neuroni nel cervello delle persone sane conteneva più di due set di cromosomi, una condizione nota come iperploidia. La scoperta sorprende  in quanto tutte le cellule del corpo umano si suppone che contengono solo due set di cromosomi. Non solo, ma ancora più importante è il fatto che nel periodo appena precedente allo sviluppo del morbo di Alzheimer, o nei primi stadi della malattia, la Arendt e colleghi hanno scoperto che le cellule iperploidi erano una quantità  doppia rispetto al comune. E, nella fase finale del morbo di Alzheimer,  delle cellule cerebrali perdute, il 90 per cento erano iperploidi (American Journal of Pathology, DOI: 10.2353/ajpath.2010.090955).    

 Andando più nel sottile, le cellule cerebrali iperploidi delle persone malate di Alzheimer contengono differenze sostanziali da quelle delle persone malate. E nonostante non si conosca ancora a fondo il ruolo delle cellule iperploidi nel cervello sano, il quello malato sembrano essere il maldestro risultato di duplicazione cellulare, portando con sé, come conseguenza, un elevato, e anormale, numero di cellule iperploidi.

E’ ancora prematuro dire se vi sia un ruolo diretto dell’anormale numero di cellule iperploidi nella genesi del’Alzheimer, per ora si tratta semplicemente di una correlazione. Tuttavia siamo di fronte ad una nuova evidenza sperimentale di cui tener conto, in una patologia neurodegenerativa che tuttora non lascia speranze.

I passi successivi, già avviati da altri gruppi di ricerca (ad esempio in Spagna, José María Frade e colleghi all’Istituto Cajal di Madrid) sono volti a chiarire una serie di interrogativi: la quantità di cellule extra sono già presenti nel cervello del feto che in seguito, da adulto, svilupperà la malattia di Alzheimer, oppure chi si ammala da adulto produce più cellule del dovuto a seguito della malattia? E infine: se questa iperproduzione di cellule ha un ruolo nella malattia, come rallentarla o addirittura bloccarla? Domande aperte, a cui la ricerca successiva dovrà dare risposte. Intanto, si è avviata una nuova   fase di fiducia tra i ricercatori.

News: La Fondazione Manuli, che si impegna per l’aiuto concreto ai malati di Alzheimer e alle loro famiglie, il 20 settembre 2011 terrà a Milano il convegno “L’isola in città come miglioramento della qualità di vita della persona con Alzheimer. Quali risultati?”.

A dangerous method. Freud e Jung sbarcano a Venezia


 

Salpando verso New York, il 21 agosto 1909, Freud si rivolse a Jung dicendogli: “Non sanno che portiamo la peste”. Ora la peste, centodue anni dopo, arriva a Venezia con il film del regista dell’inconscio, il canadese David Cronenberg. Si intitola, significativamente, “A dangerous method” e sarà nelle sale dal 30 settembre.

Se ne sta già parlando molto, e avremo modo di tornaci sopra.  Il film affronta il tema della nascita della psicoanalisi, in particolare il rapporto tra Freud, l’allievo e poi rivale Jung e la paziente – successivamente laureatasi in medicina e divenuta anche lei analista – Sabina Spielrein. Un triangolo amoroso alle fondamenta della disciplina dell’inconscio.

Nello stile di Cronenberg, anche se il film è quasi interamente sviluppato sui dialoghi, emergono i lati oscuri, violenti, torbidi e perversi dell’animo umano. Anche di coloro che, tali parti oscure, dovrebbero analizzare, comprendere e curare.

Ha detto Cronenberg in un’intervista rilasciata a Fulvia Caprara de La Stampa: «La psichiatria ha naturalmente influenzato tutti i miei film, anche se, fino a questo momento, a differenza di altri registi, non l’avevo mai affrontata direttamente». Ma nel film, in realtà, non si parla di “psichiatria”, ma semmai di problemi psichiatrici affrontati dal “pericoloso metodo” della psicoanalisi.

Perché la psicoanalisi viene definita un “metodo pericoloso”? Sono molte le critiche che, dalla nascita della disciplina fino ai giorni nostri, le sono piovute addosso. Dal fatto di basarsi su osservazioni empiriche e non su dati scientifici. Al fatto che non esistessero metanalisi dei risultati ottenuti con i pazienti. Al fatto, non ultimo, che i padri fondatori, e molti seguaci, non avessero tenuto un comportamento propriamente corretto, né tantomeno morale, con i propri pazienti. In particolare le pazienti donne.

Il film, tratto dal testo teatrale The talking cure dello sceneggiatore Christoper Hampton, affronta questo delicato aspetto della psicoanalisi al suo sorgere. La cura delle parole e il giro di pazienti donne, amanti e personaggi ambigui. Freud e Jung ne parleranno, anche per corrispondenza, e ne nascerà, tra le altre, la teoria del “transfert” e “controtransfert”.

La storia si dipana, tra gli altri, a partire di due personaggi, Sabina Spielrein e Otto Gross. Furono entrambi pazienti di  Jung e successivamente, da analizzandi, intrapresero il percorso formativo e divennero  a loro volta analisti. I documenti storici (si veda ad esempio I misteri dell’anima. Una storia sociale e culturale della psicoanalisi dello storico Eli Zaretsky della New York University) mostrano molto chiaramente come gli esordi della psicoanalisi furono improntati all’intuizione, creatività, genialità dei fondatori (il particolare Freud e Jung), ma furono anche impregnati da un’atmosfera torbida, promiscua, sessualmente carica.

La psicoanalisi fungeva da cura per i repressi. Liberava fantasie erotiche, di cui gli stessi analisti, capitava, se ne giovassero. Molti dei primi analisti intrecciarono relazioni con le loro pazienti. Fu il caso di Jung con Sabina Spielrein, in cura con una diagnosi iniziale di schizofrenia,  e di Otto Gross, di cui nel film si vedranno le prodezze, un erotomane in cura, sempre da Jung all’ospedale psichiatrico  Burghölzli dell’Università di Zurigo, per problemi di tossicodipendenza.  C’era una strana e pericolosa commistione tra pazienti, curanti, problematiche psicologiche e sessuali, e messa in atto delle medesime.

Ferenczi, altra figura di spicco della nascente psicoanalisi, fu legato sentimentalmente a due pazienti, Gizella Pálos, che poi sposerà, e alla figlia della medesima, Elma. Scrivendo a Freud, osservò: «Mi ero trovato a pensare che non è giusto usare lo stesso divano per la professione e per le prestazioni amorose. Una persona dotata di acuto senso dell’olfatto avrebbe potuto sentire quel che era successo».

Insomma, gli psicoanalisti, e gli analisti del profondo, scoperchiano il vaso di Pandora della sessualità repressa del tempo, e ne approfittano. Commenteranno pure che le pazienti isteriche sono scatenate, al riguardo. Un metodo pericoloso, non c’è dubbio. Specialmente se utilizzato senza etica e senza freni.

Al film di Cronenberg, che andremo a vedere e commenteremo, c’è un precedente di qualche anno fa, sempre sul rapporto tra Jung e Sabina Spielrein: Prendimi l’anima di Roberto Faenza, un altro regista che ama scandagliare i recessi e i tormenti della psiche.

Aggiornamento: Ho visto il film, uscito oggi, 30 settembre, a Milano come nel resto d’Italia. Inizia con un urlo e termina con un silenzio. In mezzo un bigino della psicoanalisi e del rapporto prima solidale e infine conflittuale, fino alla rottura, tra Freud e Jung. L’elemento disturbante, a parte l’erotomane e tossicomane Otto Gross, è dato da Sabine Spielrein. Colei che scatena in Jung la passione erotica e amorosa. Tra un torbido incontro amoroso e l’altro, la sintesi degli episodi “storici” del rapporto Freud-Jung. La diatriba tra le tensioni mistico-esoteriche di Jung e la fermezza di Freud, perennemente col sigaro in bocca, nel voler mantenere la nascente psicoanalisi dentro i binari della razionalità e della scientificità.

C’è persino il famoso e leggendario episodio degli schiocchi nello studio di Freud, mentre Jung cerca di convincerlo ad occuparsi anche di telepatia e ricerca psichica (la vera denominazione di allora della attuale “parapsicologia”). Episodio che Freud liquida come effetto del riscaldamento e conseguente dilatazione del legno della libreria, deridendo Jung per la sue tensioni paranormali. Non poteva mancare l’altro episodio riportato da gran parte delle mitostorie della psicoanalisi, e citato anche qui: Freud e Jung in nave alla volta di New York, in compagnia di Ferenczi, e la storica frase di Freud sulla “peste” che starebbero portando negli Stati Uniti. E neppure manca lo svenimento di Freud, su cui è stato addirittura scritto un intero libero (S. Rosenberg, Perché Freud è svenuto).  

Ancora, un rapido, fuggevole accenno a Joseph Breuer, colui che, a detta dello stesso Freud poi antagonista, fu il suo vero maestro e ispiratore, con ricerche, lavori fondamentali sull’isteria e sull’ipnosi, nel concepire e strutturare la psicologia del profondo. E c’è una ricostruzione museale (potrà essere usata a scopo didattico) dei marchingegni per registrare i tempi di reazione nel test di associazioni libere, con tanto di cronometro e tracciato rudimentale su cilindro rotante di cuoio. Jung somministra il test alla moglie e Sabine Spielrein, già avviata allo studio della medicina e in seguito della psicoanalisi, sovrintende ai marchingegni. Interpretandone alla fine i risultati, una volta di nuovo sola con Jung.

Dal match cinematografico (Fassbender-Jung, Mortensen-Freud)  esce vincente Freud: una roccia, una guida, un maestro che non perde mai il controllo di se stesso. Fino al punto di svenire, per non adirarsi, dopo una diatriba intelletuale con Jung sulla storica questione “Akhenaton-Mosè” e il monoteismo. Soccorso a terra da Jung, Freud gli sussurra “come dev’essere dolce morire”. Oppure, per far capire il rapporto tra i due, sempre più un duello di intelligenze e sensibilità, Freud che sulla nave verso gli Stati Uniti si rifiuta diplomaticamente di ricambiare  a Jung lo scambio di racconti di sogni personali, dalla cui interpretazione potrebbe risultare scalfita la propria autorità di padre fondatore, maestro e guida della disciplina del profondo. Un Freud dunque ipercontrollato (il Super-io) e, nelle regole del cinema, un antagonista Jung (l’Es) che si abbandona alle pulsioni sotterranee (sessuali, paranormali, sciamaniche, mistiche).

Il film non mi ha convinto del tutto. Emozioni assenti. Se si esclude qualche ridicola pruderie per le scene sado-maso, a suon di cinghiate e sculacciate, tra Jung e la Spielrein. Totalmente cerebrale. Nessuna scena memorabile. Girato e fotografato sicuramente alla grande. Dialoghi ineccepibili, con qualche lieve cedimento qua e là. E qualche raro momento di umorismo, contenuto: Jung che rimpinza il suo piatto di polpettone, invitato a pranzo nella casa di Freud a Vienna. Oppure, Otto Gross con la sua fastidiosa-simpatica invadenza, le sue teorie sulla necessità di dare libero sfogo alla proprie pulsioni, in specie quelle sessuali. 

Anche se è un Cronenberg diverso e questa volta incompiuto, rimane la sua ossessione per le trasformazioni psicosomatiche, qui a partire dall’inconscio. Che nel film però, stranamente, non viene mai nominato. Questa volta più che il tocco del genio Cronenberg, c’è la sua “punzecchiatura”. Si vede la mano del regista canadese (che non ha mai girato neppure una scena negli Stati Uniti, in tutti i suoi film), il suo stile, ma stavolta troppo intellettuale, freddo, arido, didascalico. C’è passione, ma solo per la ricostruzione storica: è più simile a un docufilm, che non a un film.

Riconosco che non è semplice trarre un buon film dalle oceaniche e intricate vicende della psicoanalisi (“sarebbero state necessarie otto ore di film” disse il regista John Huston che realizzò Freud, passioni segrete). E’ sempre stato un rapporto di amore e odio tra cinema e psicoanalisi. La psicoanalisi che entra a far parte del bagaglio culturale del critico cinematografico. Gli sceneggiatori e i registi che, quando parlano di psicoanalisi dal punto di vista storico, prediligono gli aspetti perversi e torbidi. In definitiva, i migliori film “di” psicoanalisi sono quelli che ne utilizzano le tematiche, senza trattarne direttamente o totalmente (vedi Hitchcock).

Faccio una previsione (oppure do un suggerimento). Qualche sceneggiatore e qualche regista si metteranno ora al lavoro su un altro testo parapsicoanalitico: Le lacrime di Nietzsche di Irvin D.Yalom.