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Il sacrificio del cervo sacro: il contagio della follia e dell’irrazionale


ilsacrificiodelcervosacro_manifesto-1-11.jpgUn film di Yorgos Lanthimos non è mai scontato. Banale. Strano, sì, certo. Strambo, per alcuni. Ma meno male che esistono ancora registi capaci di rischiare come Lanthimos. Con film che si ricordano, fanno pensare. Il cinema non è, non deve essere, solo intrattenimento, solo svago. Però ci devono ancora essere spettatori disposti a riflettere, pensare, grazie a un film. Per chi va al cinema per passare un paio d’ore senza pensieri, Il sacrificio del cervo sacro è decisamente sconsigliato. I pensieri non li toglie, li dà. E pure gli incubi.

In sala, domenica pomeriggio, oltre a me, c’erano quattro donne. Due se ne sono andate all’intervallo, inopportuno, del primo tempo. Intanto il titolo. Che rimanda alla tragedia greca. A un passato arcaico. Tribale. Rituale. Che però si svolge nella contemporaneità. Nell’oggi. Ma la follia, l’irrazionale, non hanno tempo né luogo. Si possono fare strada, inserire in ognuno di noi, come una iniezione. Entrano in vena, in circolo, come una droga. Devastando il corpo e lo spirito. La follia è contagiosa? Lo può essere, se trova un terreno fertile. Freud diceva che ci innamoriamo di chi riesce a fare uscire la nostra follia. Instillare l’irrazionale, la follia, in una mente apparentemente scientifica, razionale, cognitiva. Che in realtà è pronta ad essere preda dell’irrazionale. A farsi possedere il cervello arcaico dal demone della follia.

Il protagonista è un cardiochirurgo con tanto di fitta barba che lo fa stranamente assomigliare a Freud da giovane. Significherà qualcosa? Chissà. Sono molte le cose in questo film che ci suscitano e lasciano interrogativi. Una famiglia agiata. Entrambi i coniugi medici di successo. Una famiglia apparentemente normale. Con due figli, una ragazza, più grande, a cui arrivano le mestruazioni (hanno un senso nel racconto) e una ragazzino più piccolo. Fin da subito l’anello fragile della famiglia. La vittima designata. La vittima sacrificale del male che serpeggia, nascosto, sotterraneo, tra le mura domestiche. Apparentemente normale la famiglia, perché in realtà nel quieto e ripetitivo ménage familiare si nasconde, serpeggia, la follia. L’irrazionale sta scavando la sua trappola. La sua tomba.

Lo si intuisce dal rapporto tra Colin Farrell, cardiochirurgo, e Nicole Kidman, oftalmologa, moglie robotizzata. Lo si intuisce da una sessualità da “anestesia totale”. Mortifera. Meccanica. Perversa. Senza calore umano. Solo soddisfacimento dei sensi. Che non dà gioia. Lo si capisce da certi segreti inconfessabili detailed_picture.jpgdel protagonista. Che, nonostante operante in un ospedale modernissimo, ipertecnologico, finisce contagiato, coinvolto dalla follia di un ragazzo, l’irlandese Barry Keoghan, coprotagonista, bravissimo, dallo sguardo, dai dialoghi e dalle movenze inquietanti. Irritanti. Fastidiose. Disgustose (il clou quando mangia gli spaghetti prospettando alla Kidman la tragedia familiare annunciata). Quotidianità & orrore.

Bere superalcolici prima di operare un paziente al cuore. Il padre del ragazzo squinternato. Col rischio di sbagliare l’intervento e farlo fermare, il cuore, e con lui la vita. Il senso di colpa. La colpa da pagare. Quel “cuore aperto” con cui inizia il film. E se lo fermi, tu medico, tu cardiochirurgo, dovrai ripagare col sacrifico di un membro della tua famiglia. Attualizzando e inorridendo ai massimi livelli una già terribile “roulette russa” a cui ci aveva introdotti Il cacciatore di Michael Cimino. In una cultura che non conosce più il perdono, ma solo vendetta. Solo “cuore per cuore”. Vita per vita. Così il moderno, asettico, tecnologico e programmato mondo del medico, cardiochirurgo ospedaliero, diventa una realtà senza tempo. La follia, la devastazione, la crudeltà, irrompono. Il caos si fa strada. Sacrificando e travolgendo anche gli affetti più cari. Una metafora. Un horror psicologico. Apparentemente assurdo. Ma solo apparentemente. Riflettendoci, è proprio ciò che stiamo vivendo.

 

 

A dangerous method. Freud e Jung sbarcano a Venezia


 

Salpando verso New York, il 21 agosto 1909, Freud si rivolse a Jung dicendogli: “Non sanno che portiamo la peste”. Ora la peste, centodue anni dopo, arriva a Venezia con il film del regista dell’inconscio, il canadese David Cronenberg. Si intitola, significativamente, “A dangerous method” e sarà nelle sale dal 30 settembre.

Se ne sta già parlando molto, e avremo modo di tornaci sopra.  Il film affronta il tema della nascita della psicoanalisi, in particolare il rapporto tra Freud, l’allievo e poi rivale Jung e la paziente – successivamente laureatasi in medicina e divenuta anche lei analista – Sabina Spielrein. Un triangolo amoroso alle fondamenta della disciplina dell’inconscio.

Nello stile di Cronenberg, anche se il film è quasi interamente sviluppato sui dialoghi, emergono i lati oscuri, violenti, torbidi e perversi dell’animo umano. Anche di coloro che, tali parti oscure, dovrebbero analizzare, comprendere e curare.

Ha detto Cronenberg in un’intervista rilasciata a Fulvia Caprara de La Stampa: «La psichiatria ha naturalmente influenzato tutti i miei film, anche se, fino a questo momento, a differenza di altri registi, non l’avevo mai affrontata direttamente». Ma nel film, in realtà, non si parla di “psichiatria”, ma semmai di problemi psichiatrici affrontati dal “pericoloso metodo” della psicoanalisi.

Perché la psicoanalisi viene definita un “metodo pericoloso”? Sono molte le critiche che, dalla nascita della disciplina fino ai giorni nostri, le sono piovute addosso. Dal fatto di basarsi su osservazioni empiriche e non su dati scientifici. Al fatto che non esistessero metanalisi dei risultati ottenuti con i pazienti. Al fatto, non ultimo, che i padri fondatori, e molti seguaci, non avessero tenuto un comportamento propriamente corretto, né tantomeno morale, con i propri pazienti. In particolare le pazienti donne.

Il film, tratto dal testo teatrale The talking cure dello sceneggiatore Christoper Hampton, affronta questo delicato aspetto della psicoanalisi al suo sorgere. La cura delle parole e il giro di pazienti donne, amanti e personaggi ambigui. Freud e Jung ne parleranno, anche per corrispondenza, e ne nascerà, tra le altre, la teoria del “transfert” e “controtransfert”.

La storia si dipana, tra gli altri, a partire di due personaggi, Sabina Spielrein e Otto Gross. Furono entrambi pazienti di  Jung e successivamente, da analizzandi, intrapresero il percorso formativo e divennero  a loro volta analisti. I documenti storici (si veda ad esempio I misteri dell’anima. Una storia sociale e culturale della psicoanalisi dello storico Eli Zaretsky della New York University) mostrano molto chiaramente come gli esordi della psicoanalisi furono improntati all’intuizione, creatività, genialità dei fondatori (il particolare Freud e Jung), ma furono anche impregnati da un’atmosfera torbida, promiscua, sessualmente carica.

La psicoanalisi fungeva da cura per i repressi. Liberava fantasie erotiche, di cui gli stessi analisti, capitava, se ne giovassero. Molti dei primi analisti intrecciarono relazioni con le loro pazienti. Fu il caso di Jung con Sabina Spielrein, in cura con una diagnosi iniziale di schizofrenia,  e di Otto Gross, di cui nel film si vedranno le prodezze, un erotomane in cura, sempre da Jung all’ospedale psichiatrico  Burghölzli dell’Università di Zurigo, per problemi di tossicodipendenza.  C’era una strana e pericolosa commistione tra pazienti, curanti, problematiche psicologiche e sessuali, e messa in atto delle medesime.

Ferenczi, altra figura di spicco della nascente psicoanalisi, fu legato sentimentalmente a due pazienti, Gizella Pálos, che poi sposerà, e alla figlia della medesima, Elma. Scrivendo a Freud, osservò: «Mi ero trovato a pensare che non è giusto usare lo stesso divano per la professione e per le prestazioni amorose. Una persona dotata di acuto senso dell’olfatto avrebbe potuto sentire quel che era successo».

Insomma, gli psicoanalisti, e gli analisti del profondo, scoperchiano il vaso di Pandora della sessualità repressa del tempo, e ne approfittano. Commenteranno pure che le pazienti isteriche sono scatenate, al riguardo. Un metodo pericoloso, non c’è dubbio. Specialmente se utilizzato senza etica e senza freni.

Al film di Cronenberg, che andremo a vedere e commenteremo, c’è un precedente di qualche anno fa, sempre sul rapporto tra Jung e Sabina Spielrein: Prendimi l’anima di Roberto Faenza, un altro regista che ama scandagliare i recessi e i tormenti della psiche.

Aggiornamento: Ho visto il film, uscito oggi, 30 settembre, a Milano come nel resto d’Italia. Inizia con un urlo e termina con un silenzio. In mezzo un bigino della psicoanalisi e del rapporto prima solidale e infine conflittuale, fino alla rottura, tra Freud e Jung. L’elemento disturbante, a parte l’erotomane e tossicomane Otto Gross, è dato da Sabine Spielrein. Colei che scatena in Jung la passione erotica e amorosa. Tra un torbido incontro amoroso e l’altro, la sintesi degli episodi “storici” del rapporto Freud-Jung. La diatriba tra le tensioni mistico-esoteriche di Jung e la fermezza di Freud, perennemente col sigaro in bocca, nel voler mantenere la nascente psicoanalisi dentro i binari della razionalità e della scientificità.

C’è persino il famoso e leggendario episodio degli schiocchi nello studio di Freud, mentre Jung cerca di convincerlo ad occuparsi anche di telepatia e ricerca psichica (la vera denominazione di allora della attuale “parapsicologia”). Episodio che Freud liquida come effetto del riscaldamento e conseguente dilatazione del legno della libreria, deridendo Jung per la sue tensioni paranormali. Non poteva mancare l’altro episodio riportato da gran parte delle mitostorie della psicoanalisi, e citato anche qui: Freud e Jung in nave alla volta di New York, in compagnia di Ferenczi, e la storica frase di Freud sulla “peste” che starebbero portando negli Stati Uniti. E neppure manca lo svenimento di Freud, su cui è stato addirittura scritto un intero libero (S. Rosenberg, Perché Freud è svenuto).  

Ancora, un rapido, fuggevole accenno a Joseph Breuer, colui che, a detta dello stesso Freud poi antagonista, fu il suo vero maestro e ispiratore, con ricerche, lavori fondamentali sull’isteria e sull’ipnosi, nel concepire e strutturare la psicologia del profondo. E c’è una ricostruzione museale (potrà essere usata a scopo didattico) dei marchingegni per registrare i tempi di reazione nel test di associazioni libere, con tanto di cronometro e tracciato rudimentale su cilindro rotante di cuoio. Jung somministra il test alla moglie e Sabine Spielrein, già avviata allo studio della medicina e in seguito della psicoanalisi, sovrintende ai marchingegni. Interpretandone alla fine i risultati, una volta di nuovo sola con Jung.

Dal match cinematografico (Fassbender-Jung, Mortensen-Freud)  esce vincente Freud: una roccia, una guida, un maestro che non perde mai il controllo di se stesso. Fino al punto di svenire, per non adirarsi, dopo una diatriba intelletuale con Jung sulla storica questione “Akhenaton-Mosè” e il monoteismo. Soccorso a terra da Jung, Freud gli sussurra “come dev’essere dolce morire”. Oppure, per far capire il rapporto tra i due, sempre più un duello di intelligenze e sensibilità, Freud che sulla nave verso gli Stati Uniti si rifiuta diplomaticamente di ricambiare  a Jung lo scambio di racconti di sogni personali, dalla cui interpretazione potrebbe risultare scalfita la propria autorità di padre fondatore, maestro e guida della disciplina del profondo. Un Freud dunque ipercontrollato (il Super-io) e, nelle regole del cinema, un antagonista Jung (l’Es) che si abbandona alle pulsioni sotterranee (sessuali, paranormali, sciamaniche, mistiche).

Il film non mi ha convinto del tutto. Emozioni assenti. Se si esclude qualche ridicola pruderie per le scene sado-maso, a suon di cinghiate e sculacciate, tra Jung e la Spielrein. Totalmente cerebrale. Nessuna scena memorabile. Girato e fotografato sicuramente alla grande. Dialoghi ineccepibili, con qualche lieve cedimento qua e là. E qualche raro momento di umorismo, contenuto: Jung che rimpinza il suo piatto di polpettone, invitato a pranzo nella casa di Freud a Vienna. Oppure, Otto Gross con la sua fastidiosa-simpatica invadenza, le sue teorie sulla necessità di dare libero sfogo alla proprie pulsioni, in specie quelle sessuali. 

Anche se è un Cronenberg diverso e questa volta incompiuto, rimane la sua ossessione per le trasformazioni psicosomatiche, qui a partire dall’inconscio. Che nel film però, stranamente, non viene mai nominato. Questa volta più che il tocco del genio Cronenberg, c’è la sua “punzecchiatura”. Si vede la mano del regista canadese (che non ha mai girato neppure una scena negli Stati Uniti, in tutti i suoi film), il suo stile, ma stavolta troppo intellettuale, freddo, arido, didascalico. C’è passione, ma solo per la ricostruzione storica: è più simile a un docufilm, che non a un film.

Riconosco che non è semplice trarre un buon film dalle oceaniche e intricate vicende della psicoanalisi (“sarebbero state necessarie otto ore di film” disse il regista John Huston che realizzò Freud, passioni segrete). E’ sempre stato un rapporto di amore e odio tra cinema e psicoanalisi. La psicoanalisi che entra a far parte del bagaglio culturale del critico cinematografico. Gli sceneggiatori e i registi che, quando parlano di psicoanalisi dal punto di vista storico, prediligono gli aspetti perversi e torbidi. In definitiva, i migliori film “di” psicoanalisi sono quelli che ne utilizzano le tematiche, senza trattarne direttamente o totalmente (vedi Hitchcock).

Faccio una previsione (oppure do un suggerimento). Qualche sceneggiatore e qualche regista si metteranno ora al lavoro su un altro testo parapsicoanalitico: Le lacrime di Nietzsche di Irvin D.Yalom.