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Smartphone, social media & mente distratta: intervista a Larry D. Rosen


DistractedMind_LibroViviamo nell’era della distrazione. Gente che va fuori strada con l’auto per messaggiare o farsi selfie. Con conseguenze tragiche per sé e per il prossimo. Negli Stati Uniti l’uso dello smartphone durante la guida provoca 1,6 milioni di incidenti ogni anno. E quasi 390.000 feriti si verificano ogni anno a causa di incidenti causati da messaggi di testo durante la guida. Rispondere a un messaggio distoglie l’attenzione per circa cinque secondi. E viaggiando a 55 chilometri orari, c’è abbastanza tempo per percorrere la lunghezza di un campo di calcio. Il nostro paese non è da meno, tanto da non costituire più notizia, tranne che nei casi più gravi e tragici: l’uso dello smartphone è il primo indiziato di distrazione alla guida.

Distratti dalla tecnologia 

Siamo distratti dalla tecnologia. Vogliamo esserlo. Fanno ridere, certo, quelle immagini in cui gruppi di persone, giovani o meno, se ne stanno tutti con gli occhi incollati allo schermo dello smartphone. Sono buffe, certo, le persone incolonnate che camminano come zombie tutte con il loro apparecchio in mano. Irritano, certo, quei nostri simili che a una cena, una riunione conviviale o di lavoro, invece di guardarti e interagire con te, seguitano a smanettare con il loro aggeggio. Il fatto è che la distrazione è naturale. Proprio così. Tant’è che da bambini, a scuola o a casa, che ci dicevano? “Stai attento!”.

La distrazione è naturale per il nostro cervello, rilassante, riposante, e ogni tecnologia, mezzo o spettacolo, che la inneschi, che la agevoli, è benvoluto e ben accolto dal nostro cervello. Lo smartphone è la distrazione perfetta per il nostro cervello. A buon titolo possiamo definirla la distrazione diabolica. È sempre a portata di mano. A ogni ora del giorno e della notte. Consente un sacco di funzioni piacevoli, ludiche. Stimola in modo potente il nostro narcisismo. Ci mette in contatto con una miriade di nostri simili, reali o virtuali. Soprattutto, attira e cattura costantemente la nostra attenzione con musichette, suoni, faccine, icone, colori, app, studiati apposta per renderci schiavi del mezzo. Stimola e richiede risposte tempestive, immediate. Ci induce a comportamenti di tradimento virtuale: quante coppie si sfasciano, anche malamente, solo per qualche messaggio o foto, trovati sullo smartphone? Si susseguono, ormai, film, sceneggiati, monologhi e recite teatrali, romanzi e racconti in tema di tradimento digitale.

La distrazione è naturale, l’attenzione è appresa

La distrazione è naturale. Mentre l’attenzione è una conquista evolutiva. L’attenzione non è regalata. La consapevolezza va guidata, allenata, mantenuta. C’è voluto uno sforzo evolutivo per conquistare l’attenzione. Mentre essere distratti non richiede alcun impegno, alcuno sforzo. Lo sei e basta. La mente distratta è di natura. Il controllo cognitivo, la cosiddetta “concentrazione”, è una progressiva conquista di tipo evolutivo. È il controllo cognitivo che ci ha permesso di non starcene spaparanzati in una caverna in attesa degli eventi, ma bensì uscirne e nell’arco di milioni di anni giungere dove siamo arrivati. E ora?

Oggi ci siamo costruiti con le nostre mani una nuova caverna, una caverna tecnologica, in cui gradiamo  rifugiarci e sollazzarci ogni giorno, per molte ore al giorno. Si tratta dunque di una regressione per il nostro cervello? Secondo alcuni detrattori assoluti dello smartphone, dei social, annessi e connessi, la risposta è decisamente affermativa. Poi ci sono quelli che “dipende dall’uso che se ne fa”. Ma le dipendenze da tecnologia portatile aumentano. Specie tra i giovani. Specie tra i più fragili e più soggetti a cascare nelle trappole della modernità.

Sommersi dalle notizie 

Aggiungiamo alla distrazione ludica il fatto che siamo bombardati da notizie. Sommersi da informazioni. Viviamo in un’epoca, oltre che di distrazione, di bulimia, di obesità di informazioni. Tanto da potere tracciare un parallelo tra ricerca di cibo e ricerca di informazioni. Le strutture cerebrali che sostengono questi due tipi di ricerche sono le medesime.

Ecco quanto scrivono i neuroscienziati Adam Gazzaley e Larry D. Rosen: “Continuiamo ad essere creature che cercano informazioni: e dunque quei comportamenti che massimizzano l’accumulo di informazioni ci appaiono – almeno da questo punto di vista – ottimali. Questa idea è corroborata dalla scoperta che i meccanismi molecolari e fisiologici, originariamente sviluppatisi nel cervello per sostenere la ricerca di cibo per la sopravvivenza, si sono oggi sviluppati nei primati fino ad includere la ricerca di informazioni. I dati a sostegno di questa asserzione provengono principalmente dall’osservazione che il sistema dopaminergico, cruciale per qualunque processo di gratificazione, giuoca un ruolo chiave sia nel comportamento basilare di ricerca del nutrimento dei bassi vertebrati sia nei comportamenti cognitivi di più alto ordine delle scimmie e degli umani, che non hanno spesso nessun legame con la semplice sopravvivenza. Si è dimostrato che il ruolo del sistema delle dopamine ha, nei primati, un rapporto diretto con il comportamento diretto di ricerca delle informazioni”.

Le informazioni sono per il cervello come il cibo per il palato 

Avete presente quando, salendo o scendendo da un mezzo pubblico, oppure bloccato in piedi in mezzo alla strada, un nostro simile sta smanettando, con sguardo ebete, con il suo smartphone? Oppure, appunto, lo fa al semaforo? O mentre guida. E ci viene da pensare: neanche fosse una questione di necessità immediata, una questione di vita o di morte. Ma il fatto è proprio questo: “non hanno alcun legame con la semplice sopravvivenza”. E il fatto che tutto ciò abbia invece a che fare con le vie neurali della gratificazione, dunque esista un parallelo tra cibo e ricerca di informazioni, rende ragione anche di quel fenomeno non a caso definito di “binge watching”, di visione compulsiva e ininterrotta, in una unica sessione, di intere stagioni di serie tv, fenomeno non a caso in analogia, anche lessicale, con quello del “binge eating”, disturbo da alimentazione incontrollata.

Le basi cerebrali della gratificazione che sostengono la dipendenza da smartphone e da informazioni, come è detto, sono le medesime della ricerca di cibo. Ecco perché sarà pressoché impossibile modificare il processo verso la distrazione di massa. Per chi può e chi sa, come sempre, l’unico antidoto possibile è la conoscenza e l’applicazione della medesima.

Il brano sopra citato è tratto da un volume fondamentale per comprendere, dal punto di vista neuropsicologico, quanto ci sta accadendo: Distracted mind. Cervelli antichi in un mondo ipertecnologizzato (Franco Angeli). Ne sono autori Adam Gazzaley (insegna nei dipartimenti di neurologia, fisiologia e psichiatria della University of California, San Francisco, dove ha fondato e diretto il Neuroscience Imaging Center, il Neuroscape Lab e il Gazzaley Lab) e Larry D. Rosen (professore emerito di psicologia alla California State University, Dominguez Hills). Abbiamo rivolto alcune domande sulla mente distratta dalla tecnologia e sulle sue conseguenze a uno dei due autori: Larry D. Rosen.

Leggendo il vostro libro ne consegue che la “mente distratta” sia una caratteristica Larry_D_Rosen_DistractedMindinnata del nostro cervello e che le nuove tecnologie hanno aumentato questa caratteristica naturale, esasperandola. È così?

Come specie abbiamo sempre bisogno di tenere conto dei potenziali rischi e del fatto che la discrezionalità è una necessità. La tecnologia in questo caso ha prodotto qualcosa più di un problema acuto. Per fare moltissimi clienti, la maggior parte delle aziende tecnologiche e gli sviluppatori di app stanno utilizzando tecniche psicologiche per attirare la nostra attenzione e mantenere i nostri occhi incollati sul loro prodotto. Questo ha causato molto dell’utilizzo problematico dello smartphone che stiamo vedendo. Inoltre, i social media sono diventati un grande “obbligo sociale”, con la maggior parte dei giovani che mostrano una presenza attiva su molti di essi e avvertono il bisogno di controllarli di continuo.

Quali principali contromisure dovremmo adottare per evitare di essere troppo distratti?

Le persone hanno prima bisogno di capire come e perché sono distratte. Un modo è utilizzare un’app che mostri la durata delle nostre potenziali distrazioni. Con queste informazioni è possibile valutare e rendersi conto quanto spesso controlliamo il nostro smartphone (circa 70 o più volte in media) e cosa sta causando questo comportamento. Su queste informazioni è possible valutare quanto tempo sia dedicato allo smartphone e come sia distribuito durante il giorno, di conseguenza quanto parte di questo tempo è “produttiva” e quanta invece dedicata all’interazione sociale o al divertimento. Da qui capire se è importante apportare alcuni cambiamenti.

Se i social media ti stanno chiamando a controllare troppo spesso il tuo smartphone, blocca tutte le notifiche e trasforma le icone in una cartella (ancora meglio se le trasferisci in più cartelle e poi le passi in una cartella) e poi sposti quella cartella nell’ultima schermata della home page. Se non funziona questo sistema (per avere meno distrazioni), allora rimuovi tutte le password dei social media in modo che ogni volta dovrai reinserire la password. Ci sono molti altri modi per porsi al riparo dalle distrazioni prodotte dallo smartphone: elenchiamo una serie di scelte negli ultimi due capitoli del nostro libro.

Nel corso dei secoli l’uomo ha realizzato la necessità di non essere distratto, ricorrendo alla concentrazione, alla meditazione, alla gestione del tempo. Oggi questo è ancora utile o assediati dalle nuove tecnologie dovremmo adottare qualcos’altro? Se la risposta è sì, cosa dovremmo fare?

Ci sono molti modi per migliorare il nostro focus e le capacità di attenzione. La meditazione sembra essere uno dei metodi migliori, in quanto aiuta la permanenza nel presente senza avvertire il bisogno di controllare spesso qualcosa fuiori di noi. Al livello sottostante, dobbiamo comprendere cosa guida il nostro comportamento e in seguito effettuare modifiche su tale “driver comportamentale”. Abbiamo costruito un modello comportamentale con scarse funzionalità (poca decisionalità, impulsività, multitasking), noia e ansia (particolarmente associate al controllo costante dello smartphone, fenomeni oggi definiti come FOMO – acronimo di “fear of missing out” “paura di essere tagliati fuori” – e nomofobia – “no mobile fobia” (la paura di rimanere senza connessione mobile in rete). La comprensione di ciò che guida il nostro comportamento ci aiuta a trovare la “cura”.

La mente distratta è un vantaggio per alcune categorie di persone: maghi, truffatori. Ad esempio, la cecità attenzionale viene ampiamente sfruttata nei trucchi magici: cosa ne pensa della ricerca psicologica in questo settore?

La cecità attenzionale è stata indagata in riferimento alla tecnologia: in una ricerca degli studenti che attraversavano una grande area aperta venivano affiancati da un ciclista che indossava un abbigliamento molto vistoso e quelli che erano impegnati con i loro smartphone non lo vedevano affatto.

Come si regola con la sua mente distratta? E con quella dei suoi figli?

Purtroppo non sono molto bravo nel regolare il mio comportamento. Ho realizzato il mio principale comportamento che consiste nello spegnere il mio smartphone e spostarlo in basso, vicino al mio letto, almeno un’ora prima di dormire. Ciò deriva da uno studio che abbiamo condotto sull’impatto della tecnologia durante la notte, in cui si dimostra come lo schermo acceso influisca sul nostro sonno naturale. I miei figli sono tutti cresciuti, per cui la tecnologia è più un vantaggio che un impegno. Quando erano ragazzi non erano ancora disponibili né smartphone né social media. I videogiochi sono stati un problema con mio figlio più giovane: abbiamo adottato  regole e limiti per limitarne l’utilizzo.

Come vede il futuro della nostra mente distratta? Saremo sempre più a rischio? Saremo anche costretti ad adottare soluzioni drastiche?

Sfortunatamente non penso che abbiamo ancora raggiunto il picco. I nostri dati del passato raffrontati al presente, soltanto dopo pochi anni, mostrano che i “millenial” stanno controllando più spesso i loro smartphone, anche se per brevi periodi, ma tuttavia spendendo mediamente cinque ore per settanta controlli al giorno. Abbiamo visto tale cambiamento come il peggiore degli ultimi tre anni e stiamo studiando come possiamo dotare i millenial di strategie per ridurre il loro tempo trascorso con lo smartphone, migliorando le loro relazioni con gli amici, familiari o altri.

 

 

 

 

Anoressia: nel corpo o nella psiche?


AnoressiaDistortaGli endocrinologici e gli internisti ospedalieri, seguendo nel corso degli anni centinaia e centinaia di pazienti, lo avevano già capito. Se non altro intuito. L’anoressia non è una malattia “completamente” psichiatrica. Nel senso che va trattata con un approccio integrato, multidisciplinare. Curando il corpo assieme alla mente. Ora uno studio condotto sui genomi di quasi 17.000 pazienti, il più ampio studio sull’anoressia nervosa condotto su tutto il genoma, conferma l’intuizione clinica degli internisti che trattano l’anoressia. Cynthia Bulik della University of North Carolina, specialista in disturbi dell’alimentazione, ha dichiarato: “Le nostre scoperte ci incoraggiano a focalizzarci sul ruolo del metabolismo per aiutarci a capire perché alcuni individui con anoressia nervosa ricadono a pesi pericolosamente bassi, anche dopo la rialimentazione ospedaliera”. Questo studio pubblicato due giorni fa su “Nature Genetics” conclude che l’anoressia nervosa potrebbe essere pensata come un “disturbo metabolico-psichiatrico” ibrido e che sarà importante considerare sia i fattori di rischio metabolici che quelli psicologici quando si esplorano nuove strade per il trattamento di questa malattia potenzialmente letale. Abbiamo chiesto un parere su questo lavoro a un grande esperto di disturbi del comportamento alimentare, e in particolare di anoressia: Francesco Cavagnini, già professore ordinario di endocrinologia all’Università di Milano e direttore del Laboratorio di ricerche neuroendocrinologiche dell’Auxologico.

Il parere del neuroendocrinologo prof. Francesco Cavagnini 

«L’articolo è di sicuro interesse per la grande dimensione dei due campioni esaminati e per l’indagine genome-wide condotta su di essi. Vediamo le  questioni fondamentali: la presenza significativa di alterazioni genetiche nella malattia e – questo il riscontro più innovativo – la correlazione tra le alterazioni genetiche e quelle metaboliche.
Che alla patogenesi della malattia concorresse una predisposizione genetica è un concetto ormai acquisito, che si è consolidato nel tempo come risultato evidente di studi epidemiologici. Ora l’indagine genetica conferma in modo diretto la nozione prima deduttiva.
La frase “independent of the effects of common variants associated with body-mass index” lascia intendere che la possibilità che le alterazioni metaboliche siano secondarie allo stato di de/dis-nutrizione sia stata presa in considerazione ed esclusa.
Questo risultato, a dire il vero, è tutt’altro che sorprendente. Basti avere presente che i meccanismi neurotrasmettitoriali/peptidici che governano il comportamento alimentare, ossia il senso di fame/sazietà (leptina, neuropeptide Y o, in sigla, NPY, agouti related neuropeptide o AGRP, Cocaine- and amphetamine-regulated transcript o CART, Pro-opiomelanocortin o POMC, corticotropin-releasing hormone o CRH, Melanin-concentrating hormone o MCH, ciliary neurotrophic factor o CNTF, ecc.), controllano simultaneamente e in modo concorde il dispendio calorico, così da influenzare in modo consensuale il bilancio energetico. Così, NPY stimola l’appetito e riduce la spesa calorica portando ad un bilancio energetico positivo, l’opposto di quanto fa la leptina.
La presenza di una significativa componente genetica in alcune pazienti con anoressia nervosa, rende ragione della grande difficoltà che si incontra in circa la metà dei casi ad ottenere una remissione della malattia con l’approccio psicologico e nutrizionale e con l’impiego di farmaci ad azione ancora non diretta a target genetici specifici».

Genome-wide association study identifies eight risk loci and implicates metabo-psychiatric origins for anorexia nervosa
Hunna J. Watson, Zeynep Yilmaz, […]Cynthia M. Bulik
Nature Genetics (2019)

 

Cervello, sistema immunitario e ipertensione: le interazioni


Cervello_IpertensionePer generazioni di medici dire “ipertensione essenziale” equivaleva a dire che non se ne conosceva la causa. Ce l’avevi e te le tenevi. Ce l’avevi per ragioni familiari, genetiche, e te la curavi grazie ai farmaci che per fortuna sono stati messi a punto. Correggendo nel contempo gli stili di vita. Anche se un margine di rischio per infarto, ictus, insufficienza renale e disabilità, permane. Inoltre, l’ignoranza resta: cosa la innalza, cosa la causa, quali sono i meccanismi fisiopatologici che la determinano? Ancora, lo stress ha di certo un ruolo riconosciuto, quindi pure il cervello, ma in che modo?

«L’ipertensione è un importante fattore di rischio per malattie cardiovascolari», spiega Gianfranco Parati, professore ordinario di medicina cardiovascolare all’Università di milano-Bicocca e direttore scientifico dell’Auxologico, «e si associa ad un aumento della mortalità e dell’incidenza di eventi drammatici quali infarto del miocardico, ictus, insufficienza cardiaca e malattia renale cronica. Inoltre, attraverso le sue conseguenze negative, è una tra le principali cause di disabilità nell’arco della vita. Nonostante l’importanza clinica ed epidemiologica dell’ipertensione, i processi fisiopatologici che contribuiscono a determinare un aumento dei valori pressori, quasi sempre  implicando la complessa interazione di diversi meccanismi, sono ancora poco conosciuti. Da qui il termine di ipertensione “essenziale”, che sottolinea l’incompletezza che ancora oggi caratterizza le informazioni disponibili. Recentemente, sono state raccolte alcune evidenze sperimentali che suggeriscono il contributo di una complessa interazione tra fattori nervosi e meccanismi infiammatori e immunologici. In particolare vi sono dati sperimentali a favore di una interazione tra midollo osseo, microglia cerebrale e mediatori immunitari alla base dello sviluppo dell’ipertensione arteriosa. L’attenzione si è rivolta più specificamente  verso l’ interazione tra elementi del sistema immunitario, come le citochine e componenti del sistema nervoso come i neuropeptidi».

Un lavoro a cui hanno preso parte cardiologi e immunologi dell’Auxologico, tra cui cui Gianfranco Parati, propone una ipotesi nella patogenesi dell’ipertensione essenziale che chiama in causa una interazione tra midollo osseo, microglia cerebrale e mediatori immunitari – nello specifico: citochine e peptidi, come il neuropeptide Y, la sostanza P, l’angiotensina II e l’angiotensina (1-7) – che potrebbe essere alla base dello sviluppo dell’ipertensione arteriosa.

Il ruolo dello stress

In tale interpretazione patogenetica, lo stress psicologico cronico aumenta il rischio di ipertensione attraverso un meccanismo che coinvolge il midollo osseo e il sistema nervoso simpatico. L’attivazione della microglia cerebrale è un segno distintivo della neuroinfiammazione nell’ipertensione e il midollo osseo, si dice in questo articolo, contribuisce all’ipertensione aumentando lo stravaso delle cellule infiammatorie periferiche nel cervello.

Sempre più attenzione viene dunque posta ai meccanismi che determinano la neuroinfiammazione e il “crosstalk” immune, come si dice nel titolo di questo lavoro, alla base di malattie con manifestazioni a carico di vari organi e apparati, dal cardiovascolare allo stesso cervello.

«Lo stress psicologico cronico sembra avere un importante ruolo nell’aumentare il rischio di ipertensione», conclude Gianfranco Parati, «probabilmente proprio attraverso l’attivazione di questa interazione neuro-immunitaria. Nel nostro recente e  innovativo lavoro pubblicato sulla rivista Nature Reviews  in Cardiology, viene fornita una dettagliata analisi delle evidenze disponibili a questo proposito. Sia l’evidenza sperimentale sia le osservazioni cliniche sembrano in effetti dimostrare  il coinvolgimento di una interazione neuro-immunitaria alla base delle alterazioni  della regolazione del sistema cardiovascolare sottostanti l’ipertensione arteriosa. Un’immediata applicazione clinica di queste nuove interpretazioni fisiopatologiche potrà essere pertanto il suggerimento di analizzare, nello stesso paziente,  il contributo di più fattori neuro-immunitari e genetici, insieme ad  un’attenta lettura degli aspetti emozionali e psicologici. Le nuove evidenze scientifiche sembrano quindi supportare anche in questo campo la necessità di un approccio  multidisciplinare, allo scopo di ottenere  informazioni più dettagliate e più precise sul rischio cardiovascolare di un dato  paziente, nella prospettiva di una medicina che eroghi terapie quanto più possibile personalizzate».

Nature Reviews Cardiology 2019 Mar 20 
Neuroimmune crosstalk in the pathophysiology of hypertension 
Calvillo L, Gironacci MM, Crotti L, Meroni PL, Parati G

Un pisano aveva già scoperto più di 200 anni fa la connessione cervello-sistema immunitario


Paolo_MascagniCome dice l’immuno-psichiatra (così si definisce) britannico Edward Bullmore nel suo recente libro pubblicato in italiano da Bollati Boringhieri La mente in fiamme. Un nuovo approccio alla depressione, è caduto il “muro di Berlino” della cosiddetta “barriera ematoencefalica”. È soprattutto caduta la convinzione che non vi siano rapporti tra cervello e sistema immunitario. Eppure bastava dare retta a questo bel nasone di oltre 200 anni fa, di fatto il padre della neuroimmunologia.

Paolo Mascagni, detto anche Giovanni Paolo Mascagni, nacque in un giorno anagraficamente imprecisato tra la fine di gennaio e i primi di febbraio 1755 a Pomarance, in provincia di Pisa. Insegnò anatomia umana a Siena quando aveva solo 22 anni e in seguito ha insegnato anatomia, fisiologia e chimica a Firenze. Nel 1787, a soli 9 anni dalla laurea, Mascagni pubblicò il Vasorum Lymphaticorum Corporis Humani Historia et Ichnographia (Storia e rappresentazione grafica dei vasi linfatici nel corpo umano).

E come si legge su “Nature Medicine” di ieri nell’articolo dedicato alla storia delle scoperte Paolo_Mascagni_DisegniAnatomicie dei dettagliati disegni anatomici di Mascagni (purtroppo con testi redatti in latino, che ne hanno occultato lo studio e la diffusione fino ai giorni nostri): «Il mito secondo il quale il sistema nervoso centrale non ha alcuna interazione con l’immunità periferica, in parte a causa della mancanza di vasi linfatici, non può più essere sostenuto. Poiché la descrizione contemporanea dei linfatici all’interno del Sistema Nervoso Centrale segna una pietra miliare nella storia della neurologia, dell’apprendimento e dello studio della storia della medicina. In particolare l’esplorazione diretta dei testi originali, aiuterà la comunità scientifica ad apprezzare ulteriormente le scoperte moderne e spianare la strada alle future scoperte biomediche».

Immagini tratte da: Vasorum Lymphaticorum Corporis Humani Historia et Ichnographia (1787). Wellcome Collection, London.

A (delayed) history of the brain lymphatic system
Stefano Sandrone,Daniel Moreno-Zambrano,Jonathan Kipnis & Jan van Gijn.
Nature Medicine 25, 538–540 (2019)

L’unghia di gatto (Uncaria tomentosa) graffia l’Alzheimer


UnghiaDiGattoL’Uncaria tomentosa (unghia di gatto), una pianta della foresta pluviale amazzonica, sarebbe in grado di rallentare il decadimento cognitivo e della memoria nell’anziano e, addirittura, di contrastare la formazione di “placche e grovigli” che sarebbero alla base dell’Alzheimer. Lo studio è stato pubblicato dai Scientific Reports della rivista “Nature” e informa inoltre che negli Stati Uniti è già disponibile un prodotto il cui nome commerciale è “Percepta”, contenente sia l’estratto vegetale titolato di Uncaria in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong.

Com’è noto, la principale teoria patogenetica riguardo invecchiamento cerebrale e  morbo di Alzheimer, seppure considerati oggi ad aziologia multifattoriale, insegna che sarebbero causati dall’accumulo di proteine ​​beta-amiloide contenenti “placche” e proteine ​​tau contenenti “grovigli” che contribuiscono ad accelerare la perdita di memoria e il declino cognitivo. In pratica, tali proteine, finirebbero col “soffocare” il tessuto cerebrale, “intrappolando” i neuroni e l’attività sinaptica e determinando alla fine l’aterazione irreversibile, fino ad oggi, del buon funzionamento del cervello.

Percepta: il prodotto vegetale contro il declino cognitivo 

Riguardo il prodotto già commercializzato negli USA con il nome di “Percepta”, si tratta di un nuovo integratore naturale a base vegetale che prende di mira le placche e i grovigli PerceptaCapsule.pngdel cervello. Al riguardo, gli autori dello studio scrivono: «Il prodotto Percepta contiene l’unghia di gatto in combinazione con uno specifico estratto di tè oolong. Solo questi due principali ingredienti hanno causato una potente attività di inibizione e dissoluzione della “placca e groviglio” in numerosi studi preclinici. I risultati di numerosi studi preclinici con Percepta dimostrano che ha il potenziale per essere il primo nutraceutico sviluppato per target specifici nel ridurre/prevenire “placche e grovigli” cerebrali».

Una ulteriore dimostrazione di quanto il mondo vegetale, a cui evolutivamente siamo legati, abbia ancora da offrirci e svelarci per prevenire le malattie e curarle, anche nelle forme più gravi. E non resta che auguraci che “Percepta”, già presente nei siti americani di vendita online, possa essere importato e commercializzato pure in Italia. 

The Amazon rain forest plant Uncaria tomentosa (cat’s claw) and its specific proanthocyanidin constituents are potent inhibitors and reducers of both brain plaques and tangles. Snow AD, Castillo GM, Nguyen BP, Choi PY, Cummings JA, Cam J, Hu Q3, Lake T, Pan W, Kastin AJ, Kirschner DA, Wood SG, Rockenstein E, Masliah E1, Lorimer S1, Tanzi RE, Larsen L. Scientific Reports 9, Article number: 561 (2019) 

Enzo Soresi: la resilienza al convegno di Medicina Biointegrata di Roma


EnzoSoresi_MedicinaBiointegrataRomaConvegnoSabato 6 aprile prossimo si terrà a Roma il sesto congresso di “Medicina biointegrata” e la relazione che  mi è stata assegnata  riguarderà il tema della resilienza. Con il coblogger Pierangelo Garzia ed il giornalista  scientifico Edoardo Rosati, nel 2012 abbiamo pubblicato un libro dal titolo Guarire con la nuova medicina integrata edito da Sperling & Kupfer. Protagonista di questo libro era un mio paziente che a 36 anni si ammalò di tumore alla pleura con prognosi assai severa   di pochi anni di vita. Dopo chemioterapia, chirurgia radicale con asportazione di un polmone e radioterapia post operatoria, sapendo, per mia esperienza,  che la malattia prima o poi  sarebbe ritornata mi sono affiancato a lui sviluppando a 360° un percorso di medicina integrata tradotto poi nel libro prima citato.

Un caso esemplare di resilienza: il mio paziente “Ulisse” 

La cosa che mi colpì di questo giovane fu  proprio la sua “resilienza” cioè la capacità di convivere con una malattia a  prognosi infausta sviluppando  la sua attività lavorativa ad altissimo livello e mantenendo il suo rapporto con la famiglia sempre molto protettivo senza mai fare trapelare la sua angoscia di morte. È per questo motivo che nel libro lo abbiamo chiamato “Ulisse” come l’eroe Acheo.  Proprio pensando alla straordinaria capacità di Ulisse sono rimasto colpito da un articolo comparso sulla rivista “Internazionale” del 22-28 febbraio 2019, nell’area delle scienze, il cui titolo era “Vulnerabili e contenti”.

Le ricerche di Stephen Suomi sulle scimmie timide

Stephen Suomi è il primatologo che,  lavorando per oltre 50 anni, nel Maryland , sui macachi reso si era reso conto che alcuni di questi, già da piccoli, manifestavano timidezza e scarsa capacità di relazione diventando, da adulti,  molto simili ad uomini affetti da depressione. In psichiatria prevale l’opinione che alcune persone abbiano una predisposizione genetica per le malattie mentali. Ma perché questo avvenga e si trasformi in malattia è necessario che il soggetto affronti una  infanzia difficile che attiva appunto questi geni “vulnerabili”.

Suomi analizzò il DNA di questi macachi timidi ed evidenziò una mutazione genetica che, negli essere umani,  è associata alla depressione. Cercò la stessa mutazione in altri primati senza trovarne traccia. “Cosa rende gli essere umani e i macachi reso diversi da altre specie di primati? ”, si chiese Suomi.  All’improvviso la differenza gli saltò  agli occhi: “la eccezionale capacità di adattamento”. La maggior parte degli  scimpanzé o scimmie infatti, al di fuori del proprio habitat, non sopravvive. Gli esseri umani e i macachi reso, invece, hanno prosperato in una grande varietà di ambienti in tutto il pianeta. Di conseguenza Suomi ne ha dedotto che la straordinaria resilienza di queste due specie fosse associata ai geni della vulnerabilità.

I geni e i vantaggi della vulnerabilità 

Dopo questa ricerca molte altre prove sui vantaggi che i geni della vulnerabilità inducono sono state riportate dalla letteratura scientifica. In conclusione se n’è dedotto che, se i soggetti con questo fattore di rischio vengono allevati con amore ed adeguato accudimento, risulteranno  “vincenti” nella vita esattamente come Ulisse,  se invece rimangono orfani o vengono male accuditi esprimeranno la malattia.

La “resilienza” quindi, basata  su un handicap biologico  può produrre soggetti di successo e diventare quindi una potenzialità genetica vantaggiosa. Se allora riflettiamo sulle ipotesi di Daniel Dennet di un disegno intelligente nell’evoluzione, come da lui ribadito nel suo  libro Dai batteri a Bach,  alla luce di queste novità scientifiche, bisogna ancora una volta dare ragione a Darwin quando scrisse: la natura non fa progetti ma trova espedienti.