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Vincenzo Silani: “La nostra testimonianza di neurologi sul fronte Covid-19”


Istituto Auxologico Italiano. Foto di Ugo De Berti, https://www.udb.itL’impegno e il sacrificio dei medici italiani sul fronte Covid-19 stanno ottendo riconosciementi dalle riviste mediche internazionali che hanno colto l’importanza di scrivere la storia della pandemia in diretta. Dalla viva voce, attraverso le testimonianze dei medici, delle varie specialità,  che stanno  evidenziando le conseguenze di una malattia sistemica come l’infezione da coronavirus. Vincenzo Silani, primario di neurologia all’Auxologico e professore ordinario di neurologia all’Università di Milano, è stato tra i primi a evidenziare e descrivere i sintomi neurologici da Covid-19 in documenti continuamente aggiornati della Società italiana di neurologia.

Silani ha avuto una chiamata inaspettata da parte della più importante rivista mondiale di neurologia: “Neurology” dell’American Academy of Neurology. Nella sua testimonianza pubblicata dall’edizione online di “Neurology”, oltre alla descrizione delle manifestazioni neurologiche da coronavirus, Silani descrive l’impegno italiano nel fronteggiare una pandemia con parole che sembrano evocare scenari storici del remoto passato ma anche del prossimo futuro. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Prof. Silani com’è nata la richiesta di “Neurology Blogs” di riferire sulla situazione della neurologia italiana rispetto alla pandemia da Covid-19?

Da un contatto diretto dell’Editor della rivista Neurology che mi ha chiesto un contributo volto a descrivere la situazione della neurologia italiana perché ha molto colpito il mondo la particolare violenza di manifestazioni cliniche legate al Covid-19 in Italia. Neurology è anche l’organo ufficiale della American Academy of Neurology (AAN), la società neurologica statunitense che promuove ulteriormente la diffusione del messaggio.

Ci vuole riassumere i punti salienti del suo contributo a “Neurology Blogs”?

Il blog descrive la drammatica situazione italiana con l’impatto di un nuovo virus che ha determinato l’emergenza più significativa del dopoguerra in Italia come nel mondo. I medici ed il personale paramedico si sono trovati in prima linea, come per altro sono abituati a fare ogni giorno, ma in una realtà senza precedenti e hanno iniziato una prestazione fino al sacrificio della vita. La mortalità in Italia è elevata e sfugge la vera spiegazione di ciò: la competizione per avere un respiratore ha comportato scelte eticamente difficili in alcuni casi. La determinazione, però, della sanità è stata esemplare.

La popolazione di malati neurologici si è trovata a casa senza possibilità di interagire con il neurologo curante se non da remoto: pazienti con selettive patologie richiedono momenti assistenziali diversi ed articolati. Per esempio i pazienti affetti da Sclerosi Multipla con terapie immunomodulanti di particolare complessità, i parkinsoniani con necessità di uno stretti monitoraggio della terapia e relative complicanze nell’ arco della giornata, i pazienti con disturbo cognitivo-comportamentale (con demenza) determinanti un carico assistenziale inusitato sul caregiver, i pazienti neuromuscolari come quelli affetti da SLA che richiedono particolare assistenza respiratoria per definizione, con necessità di accesso alla intubazione nei casi scompensati più gravi. La necessità, inoltre, di provvedere a continuare gli studi clinici in corso ha suggerito modalità gestionali diverse con una larga interfaccia con i sistemi offerti dalla telemedicina.

La comunità neurologica ha reagito prontamente all’ emergenza fornendo un supporto incondizionato ai colleghi in prima linea impegnati nella emergenza: anche gli specializzandi in neurologia si sono offerti per l’assistenza Covid-19. Molte neurologie sono state chiuse e le rispettive Unità Operative convertite a Covid-19. Sono stati creati in Lombardia centri hub per la patologia neurologica che, sorprendentemente, si è ridotta. Si può speculare che il paziente con deficit neurologico acuto preferisce rimane a casa evitando di essere immesso in una situazione Covid-19 potenzialmente pericolosa.

Un aspetto inatteso, però, dall’ analisi della letteratura cinese è il coinvolgimento neurologico in alcuni pazienti: se certamente prevale l’urgenza polmonare più devastante, in alcuni pazienti possono manifestarsi aspecifici segni o sintomi come la cefalea, la perdita dell’olfatto, gusto e mialgie che vanno valorizzati. Casi di indubbio interessamento del sistema nervoso centrale o periferico sono stati ampiamente riportati. A questo fine ho sollecitato la Società Italiana di Neurologia (Sin) per l’allestimento di un rapido protocollo per la definizione del cointeressamento neurologico del Covid-19 che, approvato dal Comitato Etico dell’Istituto, verrà applicato su tutto il territorio nazionale alle neurologie interessate.

Covid-19 ha già avuto un impatto sui modelli organizzativi della neurologia italiana, ha indotto il veloce utilizzo di mezzi telematici per la didattica e per il consulto in remoto, ma ancor di più potrà incidere sulla neurologia del futuro orientando la ricerca e lo sviluppo di istituti dedicati.

Ci sono novità riguardo a quanto si sta cercando di capire sulle ricadute dell’infezione da Covid-19 sul sistema nervoso? 

L’ emergere di un potenziale interessamento del sistema nervoso nella pandemia da Covid-19 ha sollecitato i ricercatori a definire la via d’accesso per il virus e l’iposmia/ipogeusia (perdita di olfatto e gusto) hanno prontamente suggerito quello nasale via bulbo olfattorio con raggiungimento delle strutture troncoencefaliche per altro deputate anche alla regolazione della respirazione. Studi su animali transgenici hanno dimostrato la diffusione e la letalità di cariche ridotte virali quando iniettate transnasali anche in assenza di un coinvolgimento polmonare.

Un’ altro spunto rilevante deriva dalla consapevolezza che il Covid-19 agisce tramite una molecola recettoriale: l’Ace2 che risulta ampiamente coinvolta nei meccanismi regolatori del sistema neurovegetativo e del controllo pressorio. Ace2 è anche espressa nell’ encefalo e nei centri regolatori, appunto, del respiro e della pressione. Un meccanismo neuroinfiammatorio potrebbe essere alla base della disfunzione neuronale, acceso da una complessa interazione tra il virus e l’ospite.

Siamo all’ inizio di una nuova avventura scientifica volta ad identificare i meccanismi di attacco di un nuovo virus, Covid-19, con un potenziale neurotropismo. Questo passo è rilevante per meglio identificare sottogruppi di pazienti con interessamento specifico neurologico ragionevolmente richiedenti terapie specifiche salvavita.

 

 

 

Medici malati di Covid-19: stanno facendo la storia della medicina


Neurobioblog_StoriaMedicinaIn mezzo alla tragedia stiamo attraversando un momento storico. E ne siamo consapevoli. Anche se dobbiamo subirne tutte le conseguenze di viverlo in diretta. Con tutti i medici e personale sanitario che stanno sacrificando se stessi per curare i propri simili.

Sono da sempre un appassionato lettore di biografie. In particolare di quelle scritte da scienziati e da medici. Ancora più in particolare di quelle scritte da medici che  narrano le proprie disavventure sanitarie. Non ricordo il nome, ma comunque un medico anglofono, scrisse la seguente frase a seguito di sue personali esperienze: “Ogni medico dovrebbe avere provato su se stessi almeno una malattia importante e almeno un intervento chirurgico”. La lessi quando ero studente e mi si è scolpita nella mente.

Ebbene, in quale epoca della nostra vita, ma pure delle precedenti, è accaduto che così tanti medici, ma pure infermieri e sanitari in genere, hanno narrato dall’interno la propria esperienza di malati? In tempo reale. In diretta grazie ai social. Con quel misto di tragicità e distacco emotivo con i quali soltanto un medico sa raccontare. Molte cure efficaci del passato ci sono giunte da medici che le sperimentarono su se stessi. Riferendone poi gli effetti. Come sta avvenendo ora in così larga scala mondiale. In mezzo al dramma, o forse proprio per questo, si sta scrivendo uno dei più densi ed emozionati capitoli della storia della medicina.

Enzo Soresi: “Come ho sconfitto il mio Covid-19”


Soresi_Neurobioblog_Niguarda“Sai Pier, mi sono beccato il virus…”. Con queste parole l’amico e maestro Enzo Soresi mi annunciava di essere entrato pure lui nel percorso ad ostacoli dell’infezione da Covid-19. Stentavo a crederci. Qualche giorno prima Soresi mi aveva detto che avrebbe voluto essere in “prima linea”. Lo sconsigliammo. Aveva già fatto tanto per i suoi pazienti. In tutta la sua lunga e appassionata vita di medico. E continuava a farlo.

Dall’inizio della pandemia lo chiamavano ad ogni giorno e ora della settimana per chiedergli indicazioni terapeutiche. Ne avevamo parlato a lungo. “Enzo, tu che ne hai viste tante, che ne hai ascoltate tante anche da tuo padre, ti saresti aspettato una cosa del genere?”. “No”, mi aveva risposto, “con una tale rapidità di diffusione mondiale e gravità di sintomi, proprio no”. E Soresi stesso aveva scritto in quei giorni sull’argomento un post letto da decine di migliaia di persone.

Poi la decisione, saggia, ammirevole, come uomo e soprattutto come medico, di affidarsi alle cure dei colleghi, dopo un primo tentativo di curarsi da sé a casa. Giorni in cui non l’ho potuto sentire. Ogni tanto qualche rapido e breve messaggio. Le informazioni via via rassicuranti che mi arrivavano dai figli Nicolò e Ludmilla. Le chiamate dagli amici comuni per chiedermi coma stava. Lunghi giorni di attesa.

Poi, proprio, in concidenza della Pasqua, la rinascita di Enzo Soresi. Ci abbiamo scherzato. Il labirinto era stato percorso e ne era uscito.

Ora lo confesso pubblicamente: sono un inguaribile finalista. Ero convinto che anche questa volta Enzo ce l’avrebbe fatta. Come in altri momenti difficili della sua vita. Narrati anche nei suoi libri. Sono finalista e mi ripetevo mentalmente: “Enzo ha incrociato pure questo momento tragico ma pure storico della medicina, non può non raccontacelo dall’interno, come solo lui è capace di fare”. E mi pareva di sentire la sua tipica e contagiosa risata: “Pier, affanculo pure il coronavirus!”. Così è stato. Ed ecco il suo racconto. (PG)

La sensazione di ammalarmi mi arrivò con un senso di fastidio alle spalle, poi febbre aggressiva sui 38 e 7 a poussée, remittente a piccole dosi di tachipirina. Senso di spossatezza ma nessuna fatica respiratoria con saturazione di ossigeno intorno al 97%.

Immediatamente parto con il protocollo di plaquenil 200 mgr tre volte al giorno più trozocina 300 mgr al giorno per tre giorni. Con questo trattamento per telefono fra il 20 ed il 27 marzo avevo trattato tre pazienti. Giunto al sesto giorno e spossato su invito di due cari amici e colleghi, ex Piazza di Niguarda, vengo avviato per ricovero al San Gerardo di Monza dove dopo 8 ore di pronto soccorso mi viene proposto ricovero per iniziale infezione polmonare (o infiammazione?) in Covid 19 positivo.

Trasferito in geriatria degenza, rimango in parcheggio 48 ore con ossigeno endonasale ed alcun programma terapeutico. Il venerdì mattina su attivazione del collega, amico, ex Pneumologia Piazza Niguarda, Sergio Harari, direttore dell’Unità operativa di pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, vengo trasferito in malattie infettive ed inizia uno stretto monitoraggio su emogasanalisi arteriosa, parametri infiammatori ed infettivi.

Già da una settimana su mia iniziativa avevo iniziato calcieparina 4.000 unità die a scopo preventivo sul rischio di microembolie polmonari che la cascata di citochine flogogene indotta dal virus può scatenare. Da domenica 30 inizio urbason 60 mgr più terapia antibiotica. Immediatamente cambia lo scenario clinico, dopo 48 ore riducono i flussi di ossigeno con ventimask Venturi. In 7 giorni passo da un rischio elevato di insufficienza renale e polmonite interstiziale alla norma con respirazione spontanea.

La terapia antibiotica viene sospesa in quinta giornata. Domenica di Pasqua dimissione con programma terapeutico domiciliare di prednisone 25 mgr die perv7 giorni poi 12,5 mgr die per altri 7. Diuretici e clexane per altri 7 giorni.

Ora al domicilio in quarantena fino al tampone fra una decina di giorni.

Per inciso al mio ingresso in malattie infettive una paziente nella mia stanza di 67 anni entrata trenta giorni prima con insufficienza respiratoria, embolie polmonari multiple, dopo 2 settimane di subintensiva era in ottimo recupero e verrà dimessa “guarita” nei prossimi giorni.

Considerazioni personali: iniziando il cortisone in terza giornata avrei sicuramente evitato il ricovero e le sue conseguenze.

Su tutta questa mia esperienza un senso di ammirazione va a tutti i collaboratori del reparto malattie infettive del San Gerardo di Monza, ognuno con le sue competenze ma il cui risultato finale è la perfetta gestione del paziente e la elevata possibilità di guarirlo anche in situazioni cliniche più complesse delle mie. Un grazie particolare all’amico oncologo Paolo Bidoli, capo dipartimento dell’area della struttura complessa del San Gerardo per come mi è stato vicino con affetto e sensibilità.

Un grazie quindi a tutti i colleghi ex Niguarda la cui rete mi ha sostenuto emotivamente. In fondo avevo appena pubblicato per Utet, con il coblogger Pierangelo Garzia e altri collaboratori, il volume “Come ringiovanire invecchiando” e mi sarebbe spiaciuto contraddire il titolo per colpa di questo coronastronzo…alla 19^ potenza!

Nella foto: Enzo Soresi, al centro, con il gruppo di “storici” colleghi di Piazza Niguarda, rivelatisi determinanti nel suo percorso di cura e guarigione dall’infezione da Covid-19.

Giuseppe Riva: “L’aiuto della rete e dei social nella pandemia da Coronavirus”


GiuseppeRIva_NeurobioblogCosa sarebbe accaduto se questa pandemia ci avesse colpiti quando non esistevano la rete, la posta elettronica, i social? Se non avessimo avuto la possibilità di scambiarci informazioni in tempo reale, possibili soluzioni ai problemi, possibili interventi terapeutici? Sarebbe stato tutto molto, ma molto peggio.

È vero che la rete, e in particolare i social, sono anche veicolo di informazioni fasulle, ingannevoli, fuorvianti, di fake news, ma sono contemporaneamente una straodinaria conquista umana in grado di venirci in soccorso in questo drammatico frangente storico. Possiamo lavorare a distanza. Possiamo dialogare e farci vedere a distanza. Possiamo fare consulti medici a distanza. Possiamo divertirci, leggere, vedere film senza limiti. Possiamo studiare e persino laurearci a distanza. Insomma, se usati nel modo corretto, Rete e social contribuiscono in modo determinante a farci superare l’attuale emergenza mondiale.

Ma come possiamo usare in modo sano e corretto rete e social, in questi momenti di ansia, angoscia e, a volte, persino isteria collettiva? Lo abbiamo chiesto a uno dei maggiori ricercatori mondiali in fatto di Rete, social, nuovi media e Realtà Virtuale: Giuseppe Riva, professore ordinario  di Psicologia generale e Psicologia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano e responsabile del Laboratorio di tecnologia applicata alla neuropsicologia dell’Auxologico di Milano, presidente dell’International Association of CyberPsychology, Training, and Rehabilitation.

Prof. Riva, quale aiuto  e quali problematiche ci possono dare la rete e i social in questo periodo?

Il principale elemento che la quarantena da Coronavirus ha messo in crisi è il senso di comunità. Come ha spiegato da tempo la psicologia sociale, il concetto di comunità è strettamente legato a quello di luogo: un ambito spaziale idealmente e materialmente delimitato. In parole più semplici le comunità nascono e si sviluppano nei luoghi. E in effetti, come hanno dimostrato recentemente i coniugi Moser, con una scoperta che gli ha portato a vincere il premio Nobel per la Medicina nel 2014, la nostra mente è in grado di riconoscere intuitivamente la presenza di luoghi fisici. Nel cervello sono presenti infatti diversi neuroni che sono in grado di riconoscere immediatamente sia i confini che ci circondano (place cells e grid cells), sia la posizione di altre persone al loro interno (social place cells).

Non solo. La memoria autobiografica, che unifica le nostre diverse esperienze di vita dandogli un senso, utilizza proprio i luoghi per costruire una storia comune con gli altri membri della comunità. Nel momento in cui, per la quarantena,  la possibilità di frequentare i luoghi scompare gli effetti psicologici sono due. Da una parte la nostra memoria autobiografica non si rinnova e la sensazione è quella di passare tante giornate sempre uguali. Dall’altra parte si indebolisce il senso di essere parte della stessa comunità. Non basta infatti parlare quotidianamente con le persone a noi vicine per ricostruire il senso di comunità perduto. Per farlo bisogna riuscire a fare qualcosa insieme. E in questo la rete e i social aiutano molto. Dai flash mob, che consentono di sentirsi parte di un gruppo più ampio che ha lo stesso obiettivo – non arrendersi all’isolamento del coronavirus nel rispetto delle regole che garantiscono la non diffusione del virus – riempiendo di contenuti la nostra memoria autobiografica, alla costruzione di “comunità di pratiche digitali”, gruppi di persone che utilizzano la rete per raggiungere insieme un obiettivo comune.

Come andrebbero usati la rete e i social in questo periodo? 

Come racconto nel mio volume sui “Nativi Digitali” uno dei paradossi dei social media è che possono essere utilizzati in due modi completamente diversi. Attivamente, come strumento espressivo in grado di sostenere le relazioni e di facilitare l’attività comune. Oppure, passivamente per la ricerca di informazioni sulla cronaca o sulle altre persone presenti nella nostra rete. Come ha spiegato David Ginsberg, direttore della ricerca di Facebook in un lungo articolo disponibile qui gli effetti psicologici di queste due modalità di utilizzo dei social media sono molto diversi. Se l’uso attivo dei social, come strumento espressivo e relazionale, fa bene alle persone, l’utilizzo passivo genera ansia e depressione.

Questo perché le persone tendono principalmente a cercare online informazioni che confermino il proprio punto di vista, rimanendo bloccati su un’unica e parziale visione del mondo. La situazione attuale può anche potenziare gli aspetti negativi dell’uso passivo. Infatti, le emozioni di paura e insicurezza che il Coronavirus genera possono essere ulteriormente aumentate da una ricerca compulsiva di informazioni sulla situazione. E questo genera un effetto contagio. Attraverso la condivisione delle informazioni più allarmanti o dei rimedi più improbabili, il rischio è quello di generare una vera e propria cortina fumogena sociale spesso basata su fake news che oltre a far perdere un sacco di tempo – cercando le ultime notizie sul coronavirus riuscire a telelavorare diventa impossibile – può aumentare il senso di isolamento e generare depressione.

Per questo le strategie efficaci di utilizzo dei social sono due. Da una parte limitare la ricerca di informazioni sul Coronavirus a specifici momenti della giornata, per esempio prima di pranzo o dopo cena. E poi cercare di utilizzare i social per fare insieme qualcosa. Non è necessario che sia qualcosa di significativo. Basta anche cantare insieme sul balcone una canzone alle 12, per ritornare a sentirsi parte di una comunità. E lo stesso vale per il telelavoro. Riuscire non solo a vedersi sull’ennesima Skype, ma usare la connessione per pianificare insieme un’attività comune consente di trasferire ai luoghi digitali il senso di comunità che prima avevamo costruito nei luoghi fisici.

In quest’ottica, per fare qualcosa insieme, segnalo il mio video su TikTok: all’interno dell’iniziativa della Cattolica di spiegare in modo divertente e leggero il Coronavirus.

Raffaele Mantegazza: “Questa umanità divisa in due e il dopo-Covid”


Raffaele MantegazzaNon saremo più quelli di prima. Nulla tornerà come prima. Al di là di questa retorica ossessiva che rischia pure di infastidire, è legittimo chiedersi se davvero questa esperienza collettiva che a pieno titolo possiamo considerare “storica”, potrà insegnarci qualcosa. Cosa potrà lasciarci a livello di crescita interiore e sociale.

Se è vero come è vero che le grandi epidemie hanno determinato e cambiato il corso della storia, la pandemia da coronavirus quale traccia storica ci lascerà? E il nostro sguazzare tra vero e falso, tra quasi vero e verosimile, ci insegnerà qualcosa per il futuro? E le dichiarazioni pubbliche di certi espertoni, di certi scienziati che all’inizio si prodigarono con sentenze apodittiche tipo: “questa epidemia ci coinvolgerà meno di zero!”, “le mascherine non devono essere usate, le devono usare solo gli ammalati”, “è una patologia banale, poco più di una influenza stagionale”, “colpisce solo gli anziani”.

Queste cose, specie nell’era della Rete, rimarranno. Anche in passato si sono scritti volumi sulle strampalate dichiarazioni dei cosiddetti “esperti”. Vedremo se  faremo tesoro in futuro della vicenda Covid-19, prima di esprimere panzane e soprattutto prima di avere studiato a fondo un problema complesso e intricato, nella sua evoluzione lungo un ragionevole lasso di tempo. Il termine epidemia, e ancora più pandemia, avrebbe quantomeno dovuto indurre alla prudenza quanti si occupano di fenomeni complessi, soprattutto di tipo sanitario: non si tratta di un fenomeno isolato o isolabile in laboratorio (ricordate il tripudio per avere “isolato il virus”?), ma bensì di un fenomeno dinamico, in continua evoluzione, con un sacco di variabili dipendenti e indipendenti.

Intanto abbiamo rivolto qualche domanda a Raffaele Mantegazza, docente di Scienze umane e pedagogiche al Dipartimento di Medicina e chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca, nonché raffnato scrittore e saggista. Il prof. Mantegazza, in questi giorni, ci ha pure fatto dono di un suo racconto fanta-sociologico sul dopo-Covid, rassegnatamente distopico, che, in accordo con lui, al momento preferiamo tenere da parte. Per le ragioni che potete immaginare.

Prof. Mantegazza cosa ci può insegnare questa esperienza “epocale”? Quali vantaggi ne possiamo ricavare anziché farci “annientare”?

Il metro di distanza che teniamo dalle persone quando usciamo per necessità c’è sempre stato; è quello che Edward Hall chiamava la distanza intima, quella specie di bolla trasparente che ognuno di noi ha attorno a sé, e che definisce lo spazio di intangibilità. In questo spazio finora entrava solo chi aveva il nostro permesso (amici, amanti, figli, medici ecc.) o, a parte i casi di necessità (la ressa sul tram) chi ci faceva violenza. Questa nostra intimità è stata debanalizzata dal virus: abbracciarci anche solo dopo avere segnato un goal, stringere la mano a un amico o un collega non sono più gesti scontati, ma hanno assunto una nuova rilevanza. Così come l’ha assunta il nostro rapporto con il tempo: chi sta in casa  ha tempo da passare, non necessariamente da riempire, ma da lasciar trascorrere apprezzando anche quello che sembrava il nostro peggiore nemico: la noia.

Il problema è che in questi giorni l’umanità è divisa in due: chi come me è forzato al riposo e alla meditazione e chi come te non solo deve lavorare ma ha un tempo sempre più pieno, stressante e logorante. Queste due umanità saranno chiamate a raccontarsi le loro esperienze dopo questi mesi, e dovranno farlo con grande tolleranza e rispetto reciproco

Si profilano vari scenari nel “dopo-Covid”: quale le sembra più plausibile?

Siamo sicuramente a un punto di svolta. Dipenderà molto da cosa vorremo farne di questa umanità piagata dal virus. Se sceglieremo di ignorare tutto, di ricominciare come se niente fosse accaduto (del resto non è stato così anche dopo Auschwitz, Hiroshima, Sarajevo, l’Aids?) temo sinceramente che le cose andranno molto male. Se capiremo invece che questi cambiamenti nel nostro modo di vivere la quotidianità possono farci riflettere sul fatto che i ritmi e i rapporti umani di “prima” erano insostenibili, allora davvero potremo costruire qualcosa di nuovo. Per istinto e per natura propendo per la seconda ipotesi, ma niente ci sarà regalato. Credo che la scuola avrà un ruolo strategico in questo passaggio, come ho cercato di dire in librettino che spero si riesca a pubblicare, “La scuola dopo il Coronavirus”.

In questo periodo di “confinamento forzato” nelle nostre case, molti raccontano di non riuscire a sfruttare il molto tempo disponibile: cosa consiglierebbe?

Di non pensarla in questo termine e di prenderla un po’  “come viene”; lasciamo che il tempo ci attraversi, non sfruttiamolo ma gustiamolo, poniamoci pochi obiettivi e diamoci qualche rito quotidiano ma lasciando anche spazi vuoti. Come mai persone che fino a due mesi fa dicevano “Non so cosa darei per avere un mese a casa, staccare tutto e riposare senza far niente” adesso sono i primi ad essere stressati dalla permanenza a casa? C’è qualcosa che non torna. Occorre capire che stiamo già cambiando come umanità, e cercare di fare in modo che sia per il meglio. 

Come sta vivendo questo periodo?

Sono molto preoccupato per le vittime e i contagiati ma anche per il futuro,ma devo dire che personalmente non mi manca la frenesia dei tempi pre-virus. Io ho sempre amato moltissimo il mio lavoro ma il contatto comunque quotidiano, anche se a distanza,  con gli studenti mi sta aiutando, anche perché questi ragazzi apprezzano molto la vicinanza e il fatto di poter parlare delle nostre ansie e delle nostre paure. E poi mi stanno aiutando i miei due figli, 13 e 11 anni, che stanno dimostrando, come tanti loro coetanei, una maturità e una serenità che ci deve esser da esempio; e i miei due gatti e il mio cane che mi guardano incuriositi e sembrano dire “dovete farcela anche per noi”.

Le fake news hanno un ruolo nel farci illudere di potere “gestire il problema” o sono assolutamente da bandire?

Capisco cosa intende dire, ma le fake news hanno un ruolo diverso dalle leggende metropolitane; queste si sono diffuse abitando quel regno tra realtà e fantasia, il “non è vero ma ci credo”, per cui permetterci di pensare che non siamo mai stati sulla Luna o che se ti addormentavi potervi risvegliarti senza un rene poteva essere di stimolo all’attività mitopioietica dell’uom. Adesso il canale di diffusione (la rete e soprattutto i social) cambia tutto: un conto è raccontare de visu una leggenda metropolitana, avendo davanti una persona della quale puoi leggere le reazioni a partire dal linguaggio del corpo e dei viso, altro è inoltrarla a 1000 contatti, soprattutto se questi non leggono nemmeno la fonte né primaria né secondaria. Il mezzo è il messaggio, come diceva Mc Luhan, e questo è ancora più vero nel regime che qualche intellettuale si ostina a chiamare della post-verità.

Giorgio Lambertenghi Delilier: “Il mio parere sul plasma da guariti nei malati Covid-19”


Neurobioblog_ Giorgio_LambertenghiCurare la sindrome da coronavirus. Tutti siamo nella spasmodica attesa che si trovi una cura valida. Un trattamento che salvi la vita alla gente. Nell’attesa che venga sviluppato un vaccino. Tra le molteplici proposte terapeutiche di cui di giorno in giorno, di ora in ora, si stanno inseguendo, in una mondiale corsa contro il tempo, c’è anche quella ricavata dal sangue dei pazienti guariti dall’infezione, il cosiddetto “plasma di convalescenza”. Di cosa si tratta?

La teoria che ne è alla base non è recente, anzi, risale a oltre 100 anni fa. «Si basa sul presupposto  secondo cui», spiega “The Scientist”, «un sopravvissuto ha sviluppato anticorpi nel corso della propria infezione, le donazioni di sangue a coloro che si sono recentemente ammalati darebbero un vantaggio al sistema immunitario dei riceventi, riducendo la gravità della malattia e aumentando la probabilità di sopravvivenza. Durante la pandemia di influenza spagnola del 1918, il tasso di mortalità è diminuito del 50% tra i pazienti che hanno ricevuto il trattamento da convalescente, secondo una meta-analisi delle cartelle cliniche disponibili in quel momento e pubblicata negli Annals of Internal Medicine nel 2006».

Teniamo però conto che 100 anni fa non avevano le possibilità terepeutiche di oggi. Non si  disponeva della rapidità di ricerca, dei mezzi tecnologici per sviluppare e per testare nuove terapie.  Dovevano sopperire con quello che c’era. E gli anticorpi dei guariti potevano essere una possibilità. Tuttavia l’impiego del plasma di convalescenza è anche oggi preso in considerazione, seppure in pazienti gravemente compromessi, in base a un protocollo di sperimentazione di emergenza.

Ma più che agli ammalati, secondo alcuni il plasma di convalescenza potrebbe essere utile per proteggere chi è sovraesposto al rischio di contagio, cioè a chi si prende cura dei malati di Covid-19. «I sostenitori del trattamento», riporta “The Scientist”, «hanno affermato che potrebbe essere molto utile per i medici e gli infermieri in prima linea, che devono affrontare esposizioni ripetute e la cui assenza dal lavoro influirebbe notevolmente sulla salute pubblica, oltre a coloro che lavorano nelle case di cura, prendendosi cura delle persone che sono più a rischio di sperimentare complicazioni letali dall’infezione».

Abbiamo chiesto di chiarirci  le ieee a un grande medico e ricercatore che si è occupato a lungo di problematiche ematologiche e ancora fornisce il suo prezioso contributo alla medicina interna: Giorgio Lambertenghi Deliliers, direttore dell’Unità operativa di Medicina generale dell’Auxologico Capitanio di Milano e, tra i moltepli incarici ospedalieri, scientifici e istituzionali rivestiti, già direttore del Dipartimento di ematologia e oncologia della FondazioneI Irccs Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e direttore del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Milano.

Prof. Lambertenghi il cosidetto “plasma dei guariti” può essere una opzione terapeutica, se non per tutti, per certi malati Covid-19? 

La somministrazione di plasma provenienti da donatori sani è raccomandata per i pazienti in condizioni critiche (shock settico, ipovolemico, cardiogeno ecc.), e quindi anche per i soggetti Covid-19 con gravi complicanze soprattutto cardiache.

Diverso è il razionale dell’uso del plasma proveniente da pazienti Covid-19 convalescenti e guariti, a scopo profilattico o terapeutico. L’ipotesi (ma è solo una ipotesi) è che questi concentrati siano ricchi di anticorpi specifici utili per eliminare il virus. La letteratura riferisce infatti una “possibile” efficacia dei plasmi di soggetti convalescenti in altre endemie del passato, come quella più recente dell’Ebola. Non si può peraltro escludere che questi risultati siano legati solo alla ricostituzione del volume circolante e non alla reazione anticorpale.

In conclusione la somministrazione di plasma di soggetti convalescenti a pazienti con malattia Covid-19 attiva non è da rifiutare a priori, ma deve essere praticata nell’ambito di una sperimentazione controllata (in accordo con i centri trasfusionali), per stabilire la dose da somministrare e soprattutto testare oltre la sua efficacia clinica anche soprattutto la sua sicurezza. Bisogna poi dimostrare con certezza che questi concentrati contengano una dose terapeutica di anticorpi specifici anti-Covid-19!

La terza considerazione è in relazione alla possibilità che nei pazienti Covid-19 (per definizione immunodepressi) la temperatura elevata e altre complicanze, soprattutto polmonari, siano sostenute da microrganismi concomitanti. Pertanto, in base all’esperienza ormai acquisita in altre condizioni di grave immunodepressione, sarebbe utile considerare l’infusione di immunoglobuline ad alte dosi, facilmente reperibili nel prontuario terapeutico. Il problema è il loro costo elevato, ma questo non deve diventare un problema quando si tratta di salvare una vita. Mi sono permesso di ricordare questa alternativa terapeutica anche sulla base della mia esperienza, positiva, nei pazienti leucemici con gravi infezioni, soprattutto polmonari.