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Luca Annoni e il Covid-19: “Io medico, cardiologo, ho avuto molti momenti di paura, ma non mi sono arreso”


AnnoniLuca_NeurobioblogMedici che si ammalano di Covid-19. Ho scritto in un post precedente che quanto stiamo vivendo rimarrà nella storia della medicina anche per il grande numero di medici che nello svolgimento della professione ci hanno rimesso la vita e per tutti coloro che, ammalandosi, hanno raccontato in diretta cosa hanno passato, come sono stati curati, come ne sono usciti e quale lezione ne hanno tratto.

Lo ha raccontato qui Enzo Soresi. Ed ora è la volta del cardiologo interventista Luca Annoni che, tra l’altro, collabora da anni anche con Soresi. Luca Annoni, come dice anche in un suo video, “corre”. Corre nella vita. Nel lavoro. Nella professione. Ha intrapreso l’attività sportiva di “runner” alcuni anni fa, su stimolo della moglie, anche lei medico ospedaliero, e non ha più smesso.

Luca è persona di grandi qualità umane e professionali. Te lo trovi accanto come medico e ti senti già meglio. Alto, ben piazzato, sempre calmo, rassicurante, sorridente. A dispetto delle foto che lo mostrano sempre imbronciato. Luca, con la sua squadra di volontari, nutre pure una grande passione nel trasmettere le conoscenze relative alle tecniche di rianimazione cardiopolmonare e di defibrillazione (corsi Blsd, Basic life support defibrillation) alla gente comune, agli sportivi, ai ragazzi delle scuole.

Consapevole del fatto che apprendere queste tecniche equivalga a salvare la vita alla gente, anche giovani, quando se ne presenti la necessità. E più gente conosce le tecniche Blsd, più capacità e possibilità di intervento rapido ci sono. Casi in cui il confine tra la vita e la morte è questione di attimi. Luca Annoni è aiuto primario di cardiologia all’Auxologico San Luca di Milano. E lo si trova soprattutto in pronto soccorso e in Unità di terapia intensiva coronarica. Il fatto di vere contratto il Covid-19 lo ha fatto soffrire anche per non avere potuto continuare a curare i suoi pazienti ricoverati per la stessa ragione.  In compenso può dire di avere tagliato un nuovo traguardo. Con successo.

Dott. Annoni, come si è accorto di essersi infettato con Covid-19? Che sintomi ha avuto?

Mi sono accorto di essermi infettato perché una mattina, in ospedale, durante la riunione dell’unità di crisi per il Covid, ho cominciato a sentire dei brividi lungo la schiena, che poi hanno cominciato a diffondersi in tutto il corpo. Ho lasciato la riunione e mi sono precipitato a casa dove, misurata la temperatura, ho scoperto di avere 37,3, una lieve iperpiressia. Da notare che di solito i brividi mi vengono quando la mia temperatura corporea supera i 39. Eppure qui erano presenti. Non c’era alcun sintomo di accompagnamento, non tosse, respiravo bene, la saturazione era normale. Ho preferito comunque restare a casa, ed attendere l’evoluzione della malattia. Nei giorni successivi la febbre si è mantenuta sugli stessi valori, e l’unico sintomo comparso in più è stata una cefalea lieve ma persistente, non rispondente al paracetamolo, che peraltro non riusciva a far scendere la temperatura. Dopo circa una settimana la situazione clinica era invariata, ma non regrediva. Anzi una sera ho avuto una puntata febbrile a 38 e la mattina tale quadro persisteva.

Come si è regolato per la diagnosi di quanto le stava accadendo?

Mi sono recato presso il nostro pronto soccorso, dove sono stato sottoposto a tampone nasofaringeo e alla TC toracica. Entrambi hanno confermato la presenza di infezione da Covid con un modesto interessamento polmonare tipo polmonite interstiziale. Sono stato ricoverato e immediatamente trattato con idrossiclorochina e antivirali. I miei sintomi non sono variati di nulla, non ho avuto bisogno neanche di un supplemento di ossigeno, dato che sia la saturazione basale che quella durante il walking test erano assolutamente normali. Dopo tre giorni la febbre è scomparsa. E dopo altri tre sono stato dimesso al domicilio, e posto in quarantena.

Anche sua moglie è medico ospedaliero: come ha vissuto la sua condizione?

Dopo il mio ritorno al domicilio, nei confronti dei miei familiari abbiamo attivato subito un isolamento ferreo, ho occupato una stanza libera dell’appartamento, con bagno annesso, e le poche volte che ne uscivo indossavo mascherina e guanti. E’ stato difficile perchè ho consumato per molti giorni i pranzi da solo, e ho condotto una vita da reclusoall’interno della mia casa. Mia moglie, medico ospedaliero anche lei, ed anche lei positiva, ha vissuto questa condizione con compartecipazione, dato che si trovava nelle mie stesse condizioni. Abbiamo per fortuno potuto godere dell’aiuto dei figli, che hanno provveduto alla maggior parte dei rifornimenti.

In base alla sua esperienza cosa si sente di consigliare?

Il consiglio che posso dare sulla base della mia esperienza è quello di non sottovalutare anche sintomatologie lievi o sintomi non usuali per un virus influenzale (cefalea, congiuntivite, la comparsa di ageusia) e ricorrere il più precocemente possibile al proprio medico di base. Sopratutto ora che le terapie si sono evolute, è risultato evidente che i pazienti meno gravi possono essere curati a domicilio, con successo, evitando il passaggio nelle fasi più impegnative della malattia in cui è necessario ricorrere all’ospedale. Credo uno dei grossi goal cui puntare attualmente sia estendere il più possibile l’effettuazione dei tamponi e le cure domiciliari.

Un’altra considerazione che ho fatto, basandoci sui dati in letteraura ed anche sull’esperienza dei malati transitati presso in nostro ospedale, è che l’assenza di comorbidità sia uno dei fattori determinanti la prognosi più favorevole. Non avendo io alcuna patologia cronica, praticando regolarmente sport (maratona, ciclismo), non fumando ed alimentandomi in modo corretto, credo di aver contribuito in modo significativo al decorso favorevole della mia malattia. Per questo è assolutamente necessario che la popolazione recepisca l’importanza della prevenzione mediante Luca Annoni_Neurobioblogstili di vita corretti, e curando sia l’alimentazione che praticando con costanza un’attività fisica, anche blanda (bastano 30 minuti di cammino veloce al giorno).

L’ultimo dato che mi sento di ricordare è l’impegno psicologico che questa malattia comporta: da medico, soprattutto, ho avuto molti momenti di paura: paura dell’evoluzione della malattia, ben conscio che nelle prime fasi le cure erano praticamente sperimentali, sofferenza per il distacco dalle persone care, paura per gli esiti, qualora ce ne fossero stati. Non ho mai soggiaciuto a tutti quei momenti, facendomi forza per reagire, sapendo perfettamente che ogni cedimento alla depressione avrebbe portato anche ad un calo delle difese immunitarie, già impegnate contro il Covid.