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Covid-19: la pandemia e il narcisismo

AgnesTegnell_NEUROBIOBLOGLa pandemia ci ha mostrato molti sistemi fragili. Dissoltisi come un ghiacciolo al sole. Molte criticità personali, sociali, politiche, economiche. Ma pure di attendibilità e credibilità scientifiche. Se c’è un aspetto “anche” istruttivo oltre che distruttivo nel coronavirus, andrebbe visto nella necessità di una maggiore cautela, attenzione, riflessione, confronto. Da cui dovrebbe poi scaturire una sintesi condivisa tra pari.

Proprio perché la medicina è complessa, sfaccettata e multifattoriale, in continua e quotidiana evoluzione, tra clinici e ricercatori si è soliti parlare ma soprattutto indire delle “consensus conference”: confronti spesso estesi, nazionali e internazionali, articolati, persino vivaci su come studiare, diagnosticare e trattare una determinata patologia. Su cui si raggiunge però un “consenso” di uso pubblico. Perché non è avvenuto, soprattutto a livello di dichiarazioni pubbliche, col covid-19? A parte la quotidiana conferenza stampa indetta dalla protezione civile, perché abbiamo dovuto assistere a una parata di narcisismi con informazioni contrastanti, persino dichiarazioni apodittiche più confacenti a un politico che a uno scienziato?

Si sa che apparire in tv o sui giornali, essere continuamente cercati e ricercati dai giornalisti, può dare alla testa. Capita persino ai più navigati artisti, figuriamoci a un medico o a uno scienziato, abituati a ben altre vite che a quella del palcoscenico. Al massimo al podio di un congresso internazionale. Ma per il minutaggio rigidamente concesso alla relazione, assieme a molti altri colleghi. Tutt’altra roba dalla ribalta  del palcoscenico. Qui invece abbiamo assistito, e ancora assistiamo,  a una vera e propria  “febbre mediatica”: certi medici e certi scienziati si sono calati testa e piedi nel ruolo della star, della prima donna, con tutte le bizze, le isterie e il make up del caso. Persino con un agente personale che tratta per la comparsata. Ma soprattutto ci è mancata una cosa determinante: perché nessuna di queste star si è mai sognata di chiedere scusa per le minchiate che ha detto? Per gli errori che ha fatto?

Onore e merito, dunque, all’infettivologo ed epidemiologo di stato svedese Anders Tegnell della Public Health Agency of Sweden che ha fatto ammenda per avere cannato nelle sue valutazioni della pandemia. Ha pubblicamente ammesso che la sua strategia per combattere il covid-19 ha provocato troppi decessi, dopo aver convinto il suo paese a evitare un blocco rigoroso. Ricordiamo che il tasso di mortalità in Svezia per covid è tra i MortiPer100000_Neurobioblogpiù alti a livello globale e supera di gran lunga sia quello della vicina Danimarca che quello della Norvegia. Nessun essere umano, nessuno scienziato, neanche premio Nobel, ha la sapienza e la conoscenza assolute, specie di fronte a un nuovo fenomeno. Quindi può sbagliare e commettere errori che, nel caso della sanità pubblica, possono tradursi in tragedia. Quindi ben vengano le ammende e scuse pubbliche. Ma si sa, ammettere pubblicamente i propri errori richiede coraggio più che narcisismo.

3 Risposte

  1. Belllllllllla robbbbbbba!!!!!!!

  2. Ottima analisi. Sarebbe altrettanto interessante valutare chi ha portato in video gli “scienziati” che hanno accettato di subire i tempi televisivi che poco si prestano a fare informazione correttamente su un tema così complesso.
    Conduttori di talk show che hanno bisogno di “share” e che incalzano l’ospite scienziato con domande tipo ” mi risponda in 30 secondi che devo mandare la pubblicità “.
    Se la vanità e il narcisismo possono cogliere impreparati gli uomini di scienza non è accettabile l’uso strumentale di quella classe di giornalisti che avrebbero il dovere di fare informazione rispettando i cittadini.

    • Vero quanto lei dice, però ci sono stati e ci sono pure personaggi che hanno a disposizione ben più di pochi secondi prima della fatidica “interruzione pubblicitaria”. In certi casi hanno avuto parecchi minuti, addirittura intere trasmissioni. Ciò nonostante, in certi casi, hanno preferito propalare il loro personale pensiero piuttosto che rifarsi a una linea scientifica comune e condivisa a livello internazionale. Complicato dal fatto che in questo caso le figure erano differenti, con differenti approcci e visioni del problema: il virologo che vede il suo laboratorio, l’epidemiologo che vede i suoi calcoli statistici, l’infettivologo, il pneumologo e l’anestesista-rianimatore che vedono i pazienti, e così via.
      Ripeto e sottolineo, abbiamo avuto pure ottimi esempi di clinici e scienziati che hanno trattato il tema covid con competenza, misura e ammissione di non sapere ancora tutto. Ma in alcuni di loro si è colta la deliberata intenzione di usare i media a proprio vantaggio, anzi diciamolo a chiare lettere: per fare marketing. Ci sarebbe tra l’altro (ma quanto efficace?) un “Decalogo di autodisciplina nella comunicazione scientifica” promosso dal “Patto per la scienza” .
      Poche battute sui conduttori di talk show e giornalisti che “ingaggiano” i personaggi in questione. Ogni ente ospedaliero, specie universitario e di ricerca, è ormai, da anni, dotato di personale qualificato che gestisce l’ufficio stampa, il marketing e la comunicazione istituzionale. I contatti tra i media e il professionista appartenente all’ente passano attraverso questi uffici: sono essi che trattano con le redazioni (tranne qualche raro caso) e che dunque concordano i temi e i tempi dell’intervista. Il più delle volte, occorre riconoscerlo, più che ai contenuti e al tema dell’intervento, specie quello tv, interessa che il clinico e lo scienziato appaiano, nell’ottica che “comunque ci porta visibilità”. E, come avrà avuto certo modo di vedere, tale visibilità si è tradotta in taluni casi in decine di milioni di euro di donazioni per l’ente. Oppure in commissioni di libri da consegnare all’istante (tra l’altro spesso già superati appena escono). Infine, i media, specie le tv, sono in costante caccia del personaggio che “buca lo schermo”, in questo caso non per avveneza fisica, ma magari per il tono ruvido, polemico, diretto, controcorrente. Che a seguire sarà ripreso e rilanciato dai giornali e dai social. E così abbiamo avuto pure la ventura di constatare, assieme a tante altre cose innsecate dal covid, che esistono dei “simil-Sgarbi” pure nel mondo della medicina e della ricerca biomedica.

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