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Alberto Zanchetti: un altro lungo viaggio


zanchettiEra considerato un genio, Alberto Zanchetti. Fin da bambino. Ma non era vittima di quel narcisismo che lo facesse scalpitare per mettersi in evidenza pubblica. Il suo grande interesse era la medicina. La ricerca biomedica. È già nella storia della medicina, Alberto Zanchetti. In primo luogo per la cardiologia. Di cui è stato testimone e partecipe dei rivoluzionari progressi nella diagnosi e nella terapia dell’ultimo secolo.

Quando Zanchetti iniziò a fare il medico le malattie cardiovascolari, in primis ipertensione e infarto, ma pure le conseguenze a livello cerebrale come l’ictus, falcidiavano e rendevano disabili milioni di persone nel mondo, anche in giovane età. Per Auxologico ha svolto da par suo il ruolo di direttore scientifico per trentatré anni, dal 1985 a poche settimane fa. Professore ordinario di medicina interna e in seguito emerito nella sua Statale. Apprezzato a livello internazionale tanto che l’anno passato la Facultat de Medicina i Ciències de la Salut Campus Clínic di Barcellona gli dedicò una conferenza internazionale intitolata “Alberto Zanchetti the man, the scientist, the friend”.

Alberto Zanchetti ci ha lasciato ieri, sabato 24 marzo 2018. Lo pensavamo immortale, avrebbe compiuto 92 anni quest’anno, lavorando con grande presenza e lucidità, muovendosi su e giù per il mondo come da sua natura, fino alla fine. E, alla fine, Alberto Zanchetti immortale lo è diventato davvero. Un ricordo sulla sua natura internazionale, quando cercando di ricostruire la sua biografia, tirò fuori una foto di un secolo fa con persone di varia etnia, una delle quali con un pappagallo sulla spalla, chiesi: “prof ma questi chi sono?”. “La mia famiglia brasiliana: mia madre era una insegnante brasiliana”.

Era internazionale, poliglotta, come lo erano stati il nonno e il padre. Da Parma, dove era nato il 27 luglio 1926, e dove aveva imparato ad amare l’opera lirica, divenendo amico di tanti cantanti lirici internazionali, Zanchetti approdò al mondo come apostolo della scienza medica. Da Parma alle università di Pisa, Siena e Milano, Alberto Zanchetti ha interpretato la grandezza e le possibilità della medicina.

Il mio modo di onorarlo è la seguente intervista inedita, un documento straordinario, frutto di una intervista fatta a Zanchetti, nello studio della sua splendida casa di via Caradosso a Milano, dove si respirava arte e cultura in ogni angolo, con la finestra che si affacciava su Santa Maria delle Grazie. Una intervista toccante, commovente, in cui c’è tutta la psicologia di Zanchetti che andava subito al sodo, senza tanti giri di parole anche sulle questioni più complesse e spinose, realizzata dall’amico scrittore e giornalista Paolo Pietroni. Avrebbe dovuto uscire su “Oggi” corredata da foto passate e presenti di Zanchetti, per una serie a puntate di servizi giornalistici sui grandi medici del secolo. Ma a seguito di avvicendamenti alla direzione della rivista, l’intervista non uscì. Paolo Pietroni me ne ha fatto generoso dono, ed è venuto il momento di farla conoscere.

Di quella casa di Alberto Zanchetti, mentre Paolo Pietroni lo intervistava, lungo il corridoio come una galleria di opere d’arte, ricordo che mi fermai stupito difronte a una incisione che ho sempre ammirato: Melancholia di Albrecht Dürer. Con la stessa triste malinconia della perdita ricordo oggi Alberto Zanchetti, ma pure con la gioia del privilegio di averlo conosciuto e frequentato per i molti anni del mio lavoro in Auxologico. Ecco l’intensa intervista di Paolo Pietroni ad Alberto Zanchetti: il medico, lo scienziato e l’uomo.

Cenacolo di Leonardo Da Vinci, Milano: a duecentocinquanta passi da qui c’è la casa di Alberto Zanchetti, cardiologo di fama internazionale, da mezzo secolo impegnato nella ricerca sull’ipertensione, una lunga guerra di cui ha vinto numerose battaglie. Non ancora l’ultima, ma ci è vicino. La finestra del suo studio è la cornice di un quadro naturale bellissimo: la basilica di Santa Maria delle Grazie. Non un caso, prima di trasferirsi nel 1967 a Milano, dove ha diretto il centro di ipertensione del Policlinico, Zanchetti ha lavorato all’Università di Siena con il celebre professor Cesare Bartorelli, e la finestra della sua casa di Siena inquadrava la basilica di Santa Maria Assunta, ovvero il Duomo di Siena. E proprio l’arte, dopo la medicina, è la seconda passione della sua vita. Infatti…

Quando ha pensato per la prima volta di fare il medico?

«Non c’è stato un giorno in cui mi sono svegliato e mi sono detto: faccio il medico. Studiavo al liceo classico durante la seconda guerra mondiale, a Parma, ho preso la maturità verso la fine della guerra, appartengo a una generazione che si considerava “onnisciente”, la scelta finale era difficile, si sfogliava la margherita… Io ho trovato nell’aspetto biologico della medicina qualcosa di umanistico e scientifico insieme. Questo alla fine mi ha affascinato: medicina come miscela di scienza e di arte. Nel mondo della scienza dominano la razionalità e la ricerca della conoscenza, nel mondo dell’arte la fantasia e la ricerca della bellezza. Un medico, secondo me, ha bisogno di vivere in entrambe le dimensioni. Ha un po’ dello scienziato quando studia, ha un po’ dell’artista quando pratica il suo rapporto quotidiano con i pazienti».

Avere un medico per amico è un desiderio di tanti. Può nascere una profonda amicizia tra medico e paziente?

«Trasformare il proprio paziente in amico è difficile. C’è un problema di tempo. Esperienze brevi. A volte lunghe malattie croniche. Io ho buoni amici tra i pazienti che vedo due o tre volte l’anno».

Un rapporto di amicizia interferisce positivamente nel decorso della malattia?

«Si capisce meglio il problema del paziente. Il medico dovrebbe essere qualcuno che non spoglia il paziente soltanto dei suoi vestiti».

Lei è stato un uomo molto bello (lo è ancora all’età di 82 anni). Cosa accade quando una paziente si innamora?

«Bisogna fare finta che non sia successo niente».

Cioè?

«Fare finta che non sia successo. Che non sia successo. Tutto qui».

Qualcuno sostiene che l’amore in generale sia di grande aiuto per uscire dal tunnel della malattia, così un innamoramento improvviso…

«Credo che capiti più nelle malattie psichiche. Bisogna sempre tenere le distanze da questi problemi. Capire è figlio di non capire… Indubbiamente è importante che un paziente trovi una ragione di vivere altrove, cioè fuori dalla malattia. Ma non credo possa esserci un riflesso concreto dell’amore sul processo patologico».

Tra le sue tante esperienze, ce n’è una in particolare che non dimenticherà mai?

«Forse la mia prima diagnosi. Mi viene da pensare al primo amore che non si scorda mai. Eravamo alla fine degli anni 50. Avevo da poco cominciato a lavorare all’ospedale di Siena… Viene ricoverata una ragazza di 19 anni, studentessa di liceo, simpatica, vivace, grassottella. Soffre di una grave forma di ipertensione. Facciamo un’arteriografia (una specie di corrida in quegli anni: s’infilava un lungo ago nella schiena fino a raggiungere l’aorta addominale). L’esame evidenzia un serrato restringimento dell’arteria renale. Un brutto guaio, non si utilizzavano ancora i by-pass e l’angioplastica non era nemmeno stata immaginata. L’unica via per salvare quella ragazza era l’asportazione del rene: che dramma per una diciannovenne! Ma dieci anni dopo la rividi: era una mamma felice, era una donna sana».

C’è stato un momento di crisi, la tentazione di tornare indietro e fare altro?

«No. Io non mi volto indietro. Mai».

Neppure quando ha visto per la prima volta morire qualcuno?

«La prima persona che ho visto morire è stata mia nonna. Avevo appena iniziato gli studi all’università…Io penso che le morti che offendono sono le morti nell’età in cui non si dovrebbe morire. Non sarei mai riuscito a fare il pediatra. Avrei sofferto troppo. Perché i bambini non dovrebbero morire. Solo questo avrebbe potuto mettermi in crisi».

Quando si è laureato credeva in Dio?

«Credevo in Dio, nel Dio della Chiesa cattolica. Ci credo ancora. Tutti superiamo  prove dure. Anch’io».

Chi crede e chi non crede. C’è una qualche differenza nell’affrontare la malattia e, in ultimo, la morte?

«Ogni persona è unica. Ma in generale il paziente che crede è molto più disposto ad affrontare la sofferenza e il momento del distacco. Il credere nella vita che continua è un aiuto per affrontare il dolore. In ogni caso noi medici dobbiamo fare tutto il possibile nella terapia contro il dolore».

I miracoli, dicono gli scienziati, non esistono. Lei ha avuto l’impressione di averne visto qualcuno?

«Mai. Nessun miracolo».

Diciamo che Dio esiste e per ringraziarla di tutto quello che ha fatto come medico le regala una grazia: lei può sconfiggere una malattia. Una sola, e per sempre. Quale sceglie?

«Quella di cui è morta mia moglie. Tumore ovarico. Non perché sia la malattia più importante. Ho amato tanto mia moglie. Vorrei che questo dolore non capitasse più a nessuno».

Ricorda la prima volta che ha visto sua moglie? Quando si è acceso l’amore?

«L’ho incontrata nel laboratorio di fisiologia a Pisa in cui lavoravo. Anno 1955. Era una studentessa di biologia… Lei aveva 22 anni e io 29. Eh già. Era una ragazza alta, magra, occhi azzurri… Nessun colpo di fulmine. Le cose importanti della mia vita non sono mai arrivate all’improvviso, sempre con dolcezza, a poco a poco. Nuvole bianche, niente lampi, niente tempeste».

Lei ha studiato, ha sperimentato, ha fatto tante cose. Se potesse essere ricordato, nella storia della medicina, per una cosa soltanto, quale vorrebbe che fosse?

«Alberto Zanchetti: uno tra i protagonisti che, negli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, hanno portato l’ipertensione da malattia mortale a malattia curabile. Quando il presidente americano Franklin Delano Roosvelt morì nel ’45 si disse: ha battuto Hitler ma non l’ipertensione. Allora l’ipertensione non si curava (si dava la papaverina a quelli che avevano un ictus). Oggi l’ipertensione, diagnosticata al momento giusto, si cura e non si muore più. Anzi curare l’ipertensione significa prevenire le malattie cardiovascolari. Mio nonno è morto di ictus. Mia nonna anche… Bisogna diffondere la cura dell’ipertensione: solo un terzo degli ipertesi viene curato. E bisogna capire grazie alla genetica chi è predisposto: qui sta il futuro. Il fattore di rischio: tra chi ha la pressione alta e chi l’ha bassa».

Se io chiudo gli occhi e ascolto solo la sua voce, penso a un uomo di trent’anni. La vecchiaia. E’ davvero un processo naturale? Oppure, come afferma qualche biologo, è una imperfezione che riusciremo prima o poi a eliminare?

«Ogni uomo invecchia a modo suo. Diversamente non ci sarebbe più la selezione. Già oggi una persona anziana rispetto a cento anni fa (la cataratta, per esempio, non si operava neppure) vive meglio, molto meglio. La vita si allunga e si arriverà a una media di 120 anni: invecchiamento rallentato ma non l’eterna giovinezza. La vecchiaia è naturale. Non ci fosse più, scoppierebbe il mondo».

Lei ha percorso un lungo e straordinario viaggio tra gli uomini, potenti e non potenti, ricchi e poveri, belli e brutti, grandi e meschini. Dia una risposta: da dove veniamo e dove andiamo?

«Veniamo da dove sono venuti i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri bisnonni… La memoria si ferma lì. Mia moglie aveva un albero genealogico che risaliva a Ruggero il normanno. Quanto a me, una parte delle mie radici sta in Brasile. Mia nonna materna (governava la casa) era nata a Parma ma aveva vissuto lungamente in Brasile e in Brasile aveva incontrato l’amore e si era sposata. Nell’occasione delle nozze il suocero, Almeida Morera, regalò la libertà a uno schiavo: era l’anno 1983, così si usava ancora venticinque anni fa. Il mio bisnonno materno faceva l’agente consolare in Brasile. Si chiamava Enrico Schivazappa (1847-1890), frequentava gli indios dell’Amazzonia, fumava insieme con loro la pipa, ha conosciuto il rito di svuotare e bollire le teste dei nemici, trasformate così in miniature».

Brasile e Parma, che intreccio, un oceano di mezzo…

«Mia madre è nata in Brasile. I miei genitori erano entrambi maestri di scuola. Insegnavano a Parma. Avevo un fratello più grande di me, morto da bambino di appendicite. Io ho tre figli, nessuno ha fatto il medico, fortunatamente».

Perché fortunatamente?

«Non amo le dinastie… Anche se le radici sono radici. La nonna parlava in portoghese con le figlie e le sorelle perché i nipotini non capissero. Ma raccontava a noi bambini di serpenti che entravano in casa la notte, di fantasmi, di incantesimi… Che incanto usciva dalla scatola magica della sua memoria!».

E’ stato quello il primo incanto di un mondo contrapposto alla razionalità e alla scienza, il mondo della fantasia e dell’arte?

«Forse. Ancora oggi, quando mi perdo a guardare le incisioni di uno degli artisti che amo di più, Albrecht Dürer, in fondo provo un incanto simile».

C’è un’opera particolarmente incantante e incantevole per lei?

«Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo. Bellezza e mistero. Interpretazione differente secondo Volantino congresso in onore Prof. Zanchetti_Pagina_1.jpgil momento della vita in cui la guardi. Emozione forte. Ognuno può essere quel cavaliere. Sappiamo da dove veniamo, non sappiamo dove andiamo. Ma andiamo, nonostante la Morte, nonostante il Diavolo. E’ la vita».

Emozione forte, e piena, come quella di un fanciullo, che si accende negli occhi celesti di Alberto Zanchetti anche ora. Siamo davanti a un enorme computer, una macchina che ha un nome fatale: Illumina. Siamo in un  centro di ricerca dell’Istituto Auxologico di Milano. La macchina è costata 500 mila euro. Analizza il dna estratto dal sangue dei pazienti: tanti vetrini insieme (96 per volta). Alla fine, ogni volta, dà un milione di dati. Evidenzia le diversità tra persone ipertese e normalmente tese. Obbiettivo: vedere cosa distingue il genoma dei cinquantenni mai colpiti da un ictus dal genoma dei cinquantenni colpiti da un ictus. Grazie a questa macchina, tra qualche decennio non ci saranno più ictus nell’età giovanile. È anche lei una scatola magica. Fabbricata nella lontana America.

Alberto Zanchetti direttore scientifico dell’Auxologico 

Mummia aliena non dallo spazio ma da geni difettosi


Mummia_01_OK.jpgScheletro umanoide. Mummia aliena. Sono sempre state queste la definizioni dell’esserino dal cranio allungato a forma di cono e dalle orbite oculari oblique, come una delle classiche rappresentazioni extraterrestri, trovato nel deserto cileno di Atacama nel 2003. Acquistato da un collezionista spagnolo, lo scheletrino mummificato della lunghezza di quindici centimetri ha scatenato le fantasie e le illazioni della presenza aliena sul nostro pianeta. Tanto da diventare oggetto di numerosi servizi tv, giornalistici e persino di un documentario (“Sirius” di Steven Greer). Non disponendo di dati scientifici sulla datazione dello scheletrino umanoide, qualcuno si è pure spinto a parlare dei soliti “antichi astronauti”. Di possibili incroci, ibridazioni tra terrestri e alieni, di cui lo scheletrino ora forniva l’evidente prova. Purtroppo, la storia è molto meno affascinante e, anzi, più mesta e triste. La scienza dà crude certezze a spese, a volte, della fantasia più sfrenata.

“Ata”, questo il nome dato al misterioso esserino (dal luogo di ritrovamento), era umano. Anzi, umana. Si tratta infatti dello scheletro minuscolo di una bambina. Di una apparente età tra i sei e gli otto anni, desumibili dalle caratteristiche ossee. Deceduta, si presume, quaranta anni prima del ritrovamento. Con altre anomalie, oltre alle dimensioni. Ad esempio dieci paia di costole invece delle normali dodici. Trovata a La Noria, una vecchia città mineraria di nitrati, avvolta, si narra, in un panno bianco legato con un nastro viola. Tra le tante fantasiose definizioni divenne nota anche come lo “strano essere di La Noira”. E di fantasia in fantasia, di illazione in illazione, la storia del misterioso essere “umanoide” (per molti sinonimo di “alieno”) si è diffusa in modo planetario, nell’era delle notizie e delle condivisioni in rete.

Fino al giorno in cui Garry Nolan, professore di microbiologia e immunologia alla Stanford University in California, si offrì di studiare gli strani resti. Cinque anni fa la sentenza: lo scheletrino era umano, seppure rimanevano ignote le ragioni delle anomalie strutturali e delle ridotte dimensioni.  Per progredire nella comprensione dell’apparente mistero alieno, si è quindi proceduto al sequenziamento dell’intero patrimonio genetico, il genoma, dello scheletrino. Giungendo alla conclusione che la displasia, l’alterazione complessiva dello scheletrino, era stata causata da una alterazione genetica multipla.

I risultati, pubblicati ora su Genome Research portano gli autori della ricerca a dire: «Presentiamo qui l’analisi dettagliata del genoma completo che mostra che Ata è una femmina di origine umana, probabilmente di origine cilena, e il suo genoma ospita mutazioni nei geni (COL1A1, COL2A1, KMT2D, FLNB, ATR, TRIP11, PCNT) precedentemente collegati a malattie di bassa statura, anomalie delle costole, malformazioni craniche, fusione prematura delle articolazioni e osteocondrodisplasia (nota anche come displasia scheletrica). Insieme, questi risultati forniscono una caratterizzazione molecolare del fenotipo peculiare di Ata, che probabilmente deriva da più mutazioni genetiche putative note e nuove che influenzano lo sviluppo osseo e l’ossificazione». Probabilmente Ata è morta prima di nascere o subito dopo la nascita. Impossibilitata a nutrirsi, oggi Ata sarebbe finita subito in una unità di terapia intensiva neonatale, cosa non possibile nel luogo e negli anni in cui avvenne la sua tragica nascita. Mummia_02_0KNon è arrivata a bordo di un Ufo Ata, e neppure è stata generata incrociando il Dna alieno con quello terrestre, ma ora ha una sorta di identità e, secondo i ricercatori, rappresenta una straordinaria storia genetica. Che magari sarà pure utile alla medicina, per studiare le malformazioni ossee di origine genetica. Ma se pensate che la storia si chiuda con questo meritevole lavoro scientifico, vi sbagliate di grosso: salteranno fuori complottisti a dire che i dati sono stati alterati, falsati, proprio per non dirci la verità della presenza aliena sulla Terra. Anche perché se uno come Steven Greer ammettesse una cosa simile, sarebbe sputtanato a vita come ufologo e come documentarista.

Bhattacharya S, Li J, Sockell A, Kan M, Bava F, Chen, S, Ávila-Arcos M, Ji X, Smith E, Asadi N, Lachman R, Lam H, Bustamante C, Butte A, Nolan G. 2018. Whole genome sequencing of Atacama skeleton shows novel mutations linked with dysplasia. Genome Researchdx.doi.org/10.1101/gr.223693.117

The Atacama Humanoid (Steven Greer) 

Enzo Soresi: longevità e coccole


ColloleQualche giorno fa, su questo stesso blog, avevo riassunto i tre marker di buona qualità di vita e longevità emersi da un convegno scientifico, di grande risonanza, tenutosi a Padova il 21 febbraio scorso nell’aula magna dell’Università. Dieta mediterranea a basso  indice glicemico , restrizione calorica moderata, fitness adeguato non stressogeno!

Domenica 18 marzo , sul Corriere della Sera , a firma di Giuseppe Remuzzi, medico illuminato, troviamo un articolo dal titolo “Perché l’amore conta più del colesterolo”. In questo articolo Remuzzi riassume uno studio iniziato nel  lontano 1938 presso l’Università di Harvard in cui  è stata monitorata  la salute di 268 studenti al secondo anno di Università , per valutare cosa aiuti a condurre una vita sana e felice. In 80 anni è stata raccolta una moltitudine di dati sulla salute fisica e mentale dei partecipanti allo studio. Le conclusioni dello studio “Grant”,  tutt’ora in corso sono che il segreto per vivere e invecchiare  bene ,  risiede nei forti legami affettivi , in famiglia e fuori. Insomma è l’amore a farti vivere bene inoltre è emerso che l’educazione è piu’ importante dei soldi e dello stato sociale. La solitudine uccide , scrive Remuzzi  e uno dei ricercatori , George Vaillant , sottolinea che non basta essere brillanti ma è meglio essere innamorati  o comunque avere relazioni affettive forti in famiglia e fuori con padre , madre , fratelli , sorelle , cugini ,  amici ed animali di compagnia  aggiungo io. Questi  legami sono più importanti dei livelli di colesterolo e dei valori della pressione.

Ricordo a questo proposito un aneddoto letto molti anni fa,  in cui si citava uno studio effettuato  sui conigli per valutare il livello di colesterolo dopo una alimentazione carica di grassi saturi. Un gruppo di questi conigli , nonostante il carico alimentare ,  manteneva sempre livelli di colesterolo normali. Il motivo fu scoperto da un ricercatore il quale  si accorse che i conigli con normali valori di colesterolo  si trovavano all’ingresso dello stabulario e venivano costantemente accarezzati da coloro che  entravano.  Come scrissi quindi io anni , fa durante una intervista di una giornalista sul mio libro “Il cervello anarchico”,  l’importanza della nostra salute sta nelle coccole !

Enzo Soresi: io e il metodo Simonton


Simonton_8184993_3041369Qualche giorno fa, con una presentazione molto ristretta , presso un bistrot milanese , Cornelia Kaspar, allieva del dr. Simonton e sua collaboratrice , ha presentato la  sua traduzione italiana del libro dei coniugi  Simonton, edita da Feltrinelli. Personalmente ho avuto l’onore ed il piacere di scrivere l’introduzione a questo libro raccontando come negli anni ’80  venni a conoscenza di questa originale tecnica di supporto al malato neoplastico,  in maniera molto singolare.

“Anni ’80 , ospedale Ca’Granda di Niguarda , Milano. Ero montato di guardia pomeridiana presso il reparto di pneumologia e mi trovavo impegnato nella valutazione dei protocolli terapeutici di oncologia polmonare , quando sentii bussare con energia alla porta dello studio. Aperta la porta mi trovai di fronte un uomo alto , sulla quarantina , avvolto  in uno scuro tabarro ,  che si qualifico come un sociologo cileno di nome Simon Glodstein. Dopo avermi chiesto la disponibilità di almeno un’ora del mio tempo , mi disse che lui , da anni , si era impegnato nel sostegno dei malati neoplastici , lavorando sul loro supporto psicologico , analogamente alle esperienze dei coniugi Simonton. Il motivo della richiesta di consulenza era legato alla mia esperienza sulle neoplasie polmonari ed al fatto che lui , da circa due anni , stava tenendo in vita , a suo dire , con questo tipo di supporto terapeutico , il suocero , portatore di un cancro del polmone inoperabile.  Con estrema accuratezza ricostruii il caso clinico , con tutte le radiografie che Goldstein mi aveva portato. In quegli anni non esistevaancora kla TAC polmonare  e quindi la valutazione radiologica della rispostaai trattamenti terapeutici era più complessa . Effettivamente il paziente in oggetto aveva un tempo di sopravvivenza , riferito ai pazienti affetti da tumore polmonare inoperabile  ed  in trattamento chemioterapico , superiore alla media di almeno tre volte. Le “ cas de cases “  dicono i francesi , nel senso che un caso clinico da solo , non può essere preso in considerazione quando si affronta una verità scientifica.”

Fu in questo modo che venni a conoscenza del metodo elaborato da Carl Simonton e sua moglie per potenziare gli effetti della radio e chemioterapia nei malati neoplastici educandoli in fondo al potenziamento dell’effetto placebo ed a  motivarsi ad una migliore e maggiore sopravvivenza , anche di fronte ad una difficile o impossibile guarigione. Dagli anni ’80 grazie a Simon Goldstein, ho potuto ottenere con alcuni pazienti a lui affidati,  risultati insperati e comunque sempre un aiuto concreto a fare  convivere  meglio i pazienti a lui affidati  con la propria malattia,  indipendentemente dalla sua evoluzione. In anni recenti poi ho conosciuto una persona altrettanto valida , Elena Canavese ,  formatasi alla scuola di Cornelia Kaspar , allieva e collaboratrice dei Simonton . In fondo per un medico oncologo avere la possibilità di aiutare pazienti  critici in senso psicologico o semplicemente più fragili nell’affrontare le terapie ,  rappresenta un notevole aiuto a livello professionale che purtroppo a tutt’oggi non è possibile fornire a livello istituzionale se non in alcune strutture. Il libro , come scrive il dr. Laffranchi nellasua introduzione “offre utili spunti per affrontare il rapporto con altre persone e con le difficoltà della vita , indipendentemente dalle malattie “.

Marziani! Da una fake news all’invasione (della mente)


MARZIANI_2016-06-05-08-43-41.pngOggi si parla di fake news. Ma non è certo roba di oggi. Miti, leggende, sette, persino religioni, per non dire movimenti politici, vivono e proliferano grazie alle fake news. Ma com’è nata la storia dei marziani? Del fatto che per molto tempo si è pensato a Marte come pianeta abitato da “omini verdi” (magari con le antennine)? Tutto nasce dall’errore del nostro astronomo Giovanni Schiaparelli che, osservando Marte con uno dei più potenti telescopi dell’epoca (in realtà modesto) dall’Osservatorio Astronomico di Brera di Milano, disegnò le famose mappe marziane con quelli che vennero scambiati per “canali” (1878 e 1888).

E qui entra in scena Percival Lowell, ricco uomo d’affari americano e astronomo dilettante, che si costruisce un osservatorio privato. Lowell a quel punto dichiara che i martianch.jpg“canali marziani” di Schiaparelli sono stati costruti da esseri intelligenti. Talmente intelligenti da riuscire a “costruire immensi canali in due anni”. Persino il New York Times prese per buona la mega fake news e la notizia dei marziani stimolò talmente la fantasia che Herbert G. Wells ci scrisse sopra “La guerra dei mondi” (da cui la storica trasmissione radiofonica da panico di Orson Welles e i vari film) e Ray Bradbury la raccolta di eccezionali racconti “Cronache marziane” (da cui gli episodi del serial tv di culto “Ai confini della realtà”). Morale: quando una fake news è ben congegnata, dura più a lungo delle notizie (vere).

Le fake news durano a lungo (come le storie sui complotti) perché, a differenza delle appunto “fredde” notizie, coinvolgono la fantasia e soprattutto le emozioni. Si possono fare tutte le campagne, siti e movimenti “anti bufale” e “anti fake news” che si vogliono, ma è praticamente impossibile competere con questi aspetti arcaici, sempiterni, che toccano il profondo. Le fake news colpiscono e coinvolgono il profondo, le notizie solo la superficie. Infatti, passano in fretta.

Fotografie delle cupole dell’Osservatorio Astronomico di Brera (dove Schiaparelli pensò di avere individuato dei “canali” su Marte. Trattandosi di Milano, forse complice la nebbia). 

Gli UFO? Meglio lasciare il mistero


MellonChristopher Mellon non è un visionario né un mitomane. È stato vicesegretario alla difesa degli Stati Uniti per l’intelligence e in seguito per la sicurezza e le attività informatiche. Scrittore, imprenditore, formatosi alla Yale University, discendente della facoltosa famiglia Mellon (da cui l’omonima banca), Mellon fa parte della “The Stars Academy of Arts and Science”, assieme a personaggi fortemente accumunati dall’interesse per i fenomeni anomali, in particolare UFO, come l’artista, cantante, scrittore Tom DeLonge, il fisico Harold Puthoff (molto noto nell’ambiente parapsicologico perché diresse un programma di ricerca sulla “remote viewing” per la CIA), l’ex militare ufficiale dell’intelligence Luis Elizondo. Solo per citarne alcuni.

Tutti costoro stanno facendo pressione pubblica per ottenere dichiarazioni ufficiali sul fenomeno UFO. Tornando a Christopher Mellon, in un suo recente intervento sul “Washington Post” ha scritto: «Nessuno vuole essere “il ragazzo alieno” nella burocrazia della sicurezza nazionale; nessuno vuole essere ridicolizzato o emarginato per attirare l’attenzione sulla questione. Se l’origine di questi aerei è un mistero, così lo è anche la paralisi del governo degli Stati Uniti di fronte a tali prove». Ma Mellon si spinge ancora più in là, rispetto al problema della sicurezza nazionale: «Se questi velivoli non sono realmente della Terra, allora il bisogno di capire cosa sono è ancora più urgente».

Sarà urgente per Mellon e per i suoi soci di “The Stars Academy of Arts and Science” (qualcuno lo critica perché tale organizzazione vive di donazioni personali, quindi deve fare pubblicità e marketing), per tutti gli ufofili, ma in realtà da decenni i governi hanno compreso che gli UFO (almeno quelli non “spiegabili” con fenomeni naturali o mezzi terrestri) non costituiscono un problema per la sicurezza nazionale dei vari paesi.

Quindi: perché investirci tempo e denaro per capire cosa sono? Da cui il rilascio dei documenti ufficiali dei vari paesi riguardo gli UFO. Come a dire: “Vedete? Qualsiasi cosa siano, non ci fanno nulla di male, lasciamoli scorrazzare liberamente come, quando e dove vogliono”. In aggiunta: perché non lasciare ad ognuno le proprie conclusioni, il proprio alieno gusto per il mistero? E alla fin fine, il mistero personale si alimenta e si autoriproduce nel tempo. Una risposta chiusa, definitiva, genera solo delusione, agitazione e problemi. Meglio lasciare il mistero. In fondo, tutte le religioni, ma pure la religione del nostro tempo, il complottismo, si basano proprio su questo.

“The military keeps encountering UFOs. Why doesn’t the Pentagon care?” by Christopher Mellon, The Washington Post, March 9, 2018

Enzo Soresi: il convegno sulla longevità di Padova


Longevity_Padova_OKDi recente, a Padova, nell’aula magna dell’Università titolata a Galileo Galilei, si è tenuto, organizzato dalla Solgar, un convegno di grande prestigio, sulla longevità,  orientato su coinvolgimento genetico, stile di vita e  strategie nutrizionali per vivere più a lungo.

Il dato  paradossale  emerso dalla prima relazione è  quello che nel 2024 gli obesi nel mondo occidentale supereranno  i 600 milioni di persone.  Si  tratta  di una vera e propria epidemia, incontrollabile. D’altra parte  ovunque ci si giri  l’offerta di cibo è diventata la vera pandemia. Un piccolo esempio: uscito dal convegno e recatomi alla stazione ferroviaria, nel bistrò  annesso,  l’offerta di cibo era imbarazzante, montagne di pacchi di biscotti disseminati sui tavoli, una vetrina con pizze succulente era adiacente al bancone del bar e, personalmente, alle cinque del pomeriggio, ho fatto fatica a non addentare una brioche salata farcita di prosciutto crudo e mozzarella che occhieggiava  dalla vetrinetta mente attendevo il mio austero caffè lungo.

Il paradosso era che la relazione più prestigiosa la aveva tenuta, nel pomeriggio, il   prof. Miguel Martinez Gonzalez ed il focus dei suoi studi,  che coinvolgevano oltre venti istituzioni in Spagna, era sulla  “restrizione calorica” ed i suoi vantaggi in termine di longevità, se incentrati sulla dieta mediterranea.

Con enorme soddisfazione mia e del coblogger Pierangelo Garzia con cui pubblicammo Mitocondrio mon amour  nel 2015,  le relazioni incentrate sul mitocondrio hanno confermato l’importanza di  questo batterio nel mantenerci giovani se ci impegnamo in una moderata attività fisica,  almeno due ore e mezza alla settimana di cammino veloce.  Il mitocondrio inoltre è da anni l’oggetto delle ricerche  del rettore dell’Università di Padova, prof. Rosario Rizzuto,  che, con tecniche di fluorescenza è riuscito a dimostrare la fondamentale importanza di questo  batterio per la vita e la nutrizione della cellula.

Concludendo dopo otto ore di relazioni prestigiose,  i marker di lunga sopravvivenza e buona qualità di vita sono risultati tre: fitness moderato, dieta mediterranea modificata ad un basso indice glicemico e restrizione calorica (20 % in meno rispetto al nostro fabbisogno).

In aggiunta,  stante la mia veneranda età,  ho chiesto al prof. Giovanni Scapagnini, neuroscienziato di fama internazionale, quali fossero i migliori integratori per la difesa del nostro cervello dall’invecchiamento. La risposta è stata un po’ sofferta come se qualcosa di nuovo fosse in arrivo ma poi ha confermato che le tre sostanze più valide da assumere per mantenere il cervello giovane a tutt’oggi sono: omega tre, curcuma ed omotaurina!