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Smiling Depression: allegri fuori e tristi dentro


(Post a cura di Franco Zarattini, neurologo e psichiatra)

Cos’è la depressione sorridente? 

SmilingDepression_DepressioneSorridente_NeurobioblogLa ricercatrice inglese Olivia Rennes dell’Università di Cambridge in Inghilterra ha pubblicato recentemente un articolo sulla rivista online “La Conversazione” sostenendo che questa forma di depressione è diversa in quei soggetti che non riescono al alzarsi dal letto dopo il risveglio del mattino provando ansia e disinteresse per la vita da quella di individui che continuano a sorridere, mantenere le amicizie e lavorare. In questa situazione è assai difficile comprendere o far capire agli altri di avere bisogno di aiuto perché quelli che ne soffrono, benché si sentano fragili, tristi e senza speranza, riescono a vivere normalmente riuscendo a nascondere un vissuto alquanto diverso da quello apparente: in sintesi allegri fuori e tristi dentro! Questa forma di depressione può iniziare presto nella vita e durare a lungo con una differenza dalle altre in quanto nei pazienti che ne soffrono il bisogno di dormire aumenta, mentre l’angoscia tende a crescere soprattutto di sera.

Notoriamente il sintomo cardine della depressione è l’umore depresso, caratterizzato da tristezza, pessimismo e disperazione. Alcuni pazienti si sentono incapaci di provare emozioni e talora riferiscono di essere sempre meno interessati ad attività di hobby (passatempo/divertimento) che praticavano abitualmente e di non trarre piacere da esperienze considerate in precedenza gratificanti. Ne consegue spesso l’insorgenza di condotte che portano ad una compromissione del funzionamento lavorativo e sociale. Inoltre non sono da trascurare la perdita di interessi (apatia) e piacere (anedonia) quasi sempre presente con intensità variabile.

La depressione sorridente si manifesta tra il 15 ed il 40 per cento dei soggetti depressi coinvolgendo maggiormente quelli con tratti di personalità rigidi in quanto rimuginano eccessivamente sul loro passato e sugli errori commessi; inoltre difficilmente riescono a superare situazioni imbarazzanti essendo ipersensibili alle critiche.

Questa forma di depressione è difficilmente individuabile perché compare in soggetti in grado di procedere attivamente nella propria vita, salvaguardando i propri interessi senza accorgersi della sua pericolosità per l’elevato rischio di suicidio che sottende. Apparire felici ed appagati, mentre si soffre profondamente dentro, distoglie questi individui dalla consapevolezza della propria condizione affettiva in flessione ritenendo erroneamente di non avere alcun disturbo depressivo di cui preoccuparsi, dato che sono capaci di sobbarcarsi la routine quotidiana. Riconoscere pertanto le proprie difficoltà li induce a temere di essere considerati deboli non escludendo sentimenti di colpa in assenza di motivi validi. Pensare dì rivolgersi ad uno specialista psichiatra potrebbe sembrare una scelta esagerata non volendo dare l’immagine di essere molto disturbati. La sofferenza interiore verrebbe soffocata evitando di parlarne anche con persone affidabili ed esibendo un’immagine di se stessi irrealistica.

Le terapie per la depressione sorridente

Bloccare la tendenza a ridimensionare i propri problemi non ritenendoli sufficientemente gravi aiuta questi soggetti a superare una fase assai negativa della propria esistenza, tanto da renderli finalmente consapevoli che è giunto il momento di prendersi cura di se stessi, accettando l’idea che non è sempre possibile aiutarsi da soli. Ne discende per questi individui che è ineludibile la decisione di rivolgersi a specialisti psichiatri pubblici o privati convinti che rimane un loro diritto essere ascoltati e curati. Assodato che la depressione è una malattia che sconvolge l’esistenza esponendola pure al serio rischio di sopprimerla essendo vissuta come insopportabilmente dolorosa, rimane altrettanto vero che si può guarirne con una presa in carico da uno specialista psichiatra, che stabilito un rapporto interpersonale empatico, potrà prescrivere una terapia farmacologica antidepressiva integrata da una psicoterapia mirata caso per caso.

Milano 2020: capitale delle Cybercure e delle nuove tecnologie con CYPSY25


Virtual Reality Network Communication TechnologyÈ ufficiale. Il 25th Anniversary Annual International CyberPsychology, CyberTherapy & Social Networking Conference (CYPSY25) si terrà a Milano da 22 al 24 giugno 2020. A 11 anni esatti dal primo, storico convegno di CyberTherapy, il primo e unico tenutosi in Italia, Auxologico sarà di nuovo partner ufficiale di Interactive Media Institute nell’organizzazione dell’evento mondiale.

Tutto ciò grazie all’impegno dello psicologo Giuseppe Riva, figura di spicco nella ricerca sulle applicazioni della Realtà Virtuale in terapia e delle problematiche legate alle nuove tecnologie, e di Brenda Wiederhold, presidentessa del Virtual Reality Medical Institute (VRMI) di Brussels, presente anche al convegno che si tenne undici anni fa. Auxologico, com’è noto, ha una lunga e consolidata tradizione riguardo ricerca e apllicazioni cliniche della Realtà Virtuale.

CYPSY25 tratterà, attraverso i massimi esperti mondali, una vasta gamma di argomenti tra cui: realtà virtuale, realtà aumentata, social network, comportamento online, robotica, cyberpsicologia legale (cybersecurity/cybercrime), etica relativa all’automazione e all’apprendimento automatico, Avatar, e-Health, applicazioni SMART, IoT (Internet of things) e altre applicazioni emergenti. “In questa edizione – aggiungono gli organizzatori – siamo lieti di potere enfatizzare in modo speciale anche la disciplina emergente della robotica e in particolare l’interazione uomo-robot in compiti sociali, educativi e clinici”.

Intervista a Giuseppe Riva, psicologo, tra i maggiori ricercatori mondiali sulleGiuseppeRiva_Neurobioblog applicazioni terapeutiche delle nuove tecnologie, nonché dei rischi derivanti dalle nuove tecnologie, tra gli organizzatori di CYPSY25

A 11 anni di distanza il meeting torna in Italia: quali sono le principali differenze rispetto al precedente?

Nel 2009 l’uso delle tecnologie simulative come la Realtà Virtuale e la Realtà Aumentata in medicina e in psicologia era veramente agli esordi. E altre aree come la Robotica e il mondo delle App avevano appena iniziato ad entrare nel mondo del clinico e del benessere. Oggi invece tutte queste tecnologie hanno raggiunto il grande pubblico e l’efficacia del loro uso in ambiti che vanno dalla valutazione, alla riabilitazione alla promozione del benessere è ormai supportata da i risultati di numerosi studi sperimentali. CYPSY25 darà la possibilità anche al pubblico italiano di verificare come la tecnologia possa non essere solo un problema, ma anche una grande opportunità da comprendere ed utilizzare. Su questi temi è anche in uscita da Giunti il RealtàVirtuali_GiuseppeRiva_AndreaGaggioli_Neurobioblogvolume “Realtà Virtuali: Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana”.

Quali sono gli aspetti che ritieni di maggiore interesse e attualità di questa edizione?

La grande novità del 2020 è l’arrivo del 5G che consente per la prima volta di spostare tecnologie complesse come la realtà virtuale e aumentata anche sui nostri cellulari. Questa possibilità apre scenari totalmente nuovi che possono rendere davvero reali termini come “teleriabilitazione” e “telemedicina”. L’altro elemento nuovo è la diffusione commerciale dei robot sociali. A differenza dei robot industriali che da una decina di anni sono presenti in numerose aziende italiane e straniere, i robot sociali –  con una struttura fisica che ricorda il corpo umano o quello di animali domestici  – non si limitano ad eseguire compiti, ma sono in grado di attivare interazioni e relazioni sociali con altri robot e con soggetti umani. Anche in questo caso stanno emergendo modalità nuove di interazione e supporto sociale.

Te ne sei occupato e te ne occupi continuamente: mente e nuove tecnologie, quali i benefici e quali i rischi? 

I rischi li conosciamo bene: dalla dipendenza da social e smartphone, al tecnostress che ci impedisce di rilassarci e staccare la spina anche quando dovremmo essere in vacanza.  Tuttavia la sfida di questa conferenza è provare a dimostrare che la tecnologia può essere non solo un problema ma anche un’opportunità in relazione agli ambiti clinici e di sviluppo personale. In particolare, un crescente gruppo di ricercatori italiani e stranieri sta lavorando alla creazione di Tecnologie Trasformative, in grado di generare esperienze radicali (esperienze trasformative) che producono una nuova consapevolezza nel soggetto, portando ad una riduzione di ansia e stress insieme ad una ristrutturazione di credenze, atteggiamenti e valori.

Come? Tutte le tecnologie simulative – come la realtà virtuale e quella aumentata hanno la capacità di far vivere e sperimentare “mondi possibili”, in cui si può volare, cambiare forme e dimensioni al proprio corpo o diventare Albert Einstein. Dall’altra queste esperienze generano forti emozioni che possono indurre  una nuova consapevolezza in grado di spingere il soggetto verso il cambiamento. L’obiettivo di queste esperienze è infatti quello di attivare negli utenti la consapevolezza della necessità di modificare i propri schemi mentali. Se le esperienze sono costruite in modo efficace – per esempio obbligando l’utente ad assumere un punto di vista differente come quello di un uomo che entra nel corpo di una donna, o di un adolescente che entra nel corpo di un anziano – generano una violazione profonda dei nostri meccanismi mentali che ci porta a cambiare: ci permettono di essere diversi, di diventare consapevoli di ciò che significa, obbligandoci a rivedere i nostri preconcetti.

Per esempio, L’Event Lab di Barcellona, in collaborazione con laboratorio di Neuroscienze Sociali e Cognitive diretto da Salvatore Maria Aglioti alla Sapienza, ha invece creato una esperienza trasformativa con l’obiettivo di ridurre il razzismo. Cosa succede ad un soggetto con tendenze razziste nel momento in cui, grazie alla realtà virtuale, “entra” nel corpo di un soggetto di colore? Come spiegano gli autori in un articolo scientifico pubblicato dalla rivista Consciousness e Cognition (l’articolo è raggiungibile qui) l’esperienza di entrare nel corpo di un soggetto dalla pelle scura ha l’effetto di ridurre il pregiudizio razziale. Pertanto, questa tecnica è in grado di modificare gli atteggiamenti interpersonali negativi e può rappresentare un potente strumento per esplorare i meccanismi che stanno dietro a tali processi.

Pagina ufficiale di CYPSY25

Vedi anche:           

Anoressia e corpo virtuale. Intervista allo psicologo Giuseppe Riva e allo psichiatra Santino Gaudio

Social Network: gioie e dolori. Intervista allo psicologo delle nuove tecnologie Giuseppe Riva

Cibi virtuali ed emozioni reali. La realtà virtuale entra nel cervello

Il cervello virtuale

                                                                                                                                                                                                                                                                             

 

Elon Musk entra nel cervello


ElonMuskStavolta non va su Marte. Vuole entrare nel cervello e ripararlo. Il riccone Elon Musk si è reso da tempo conto che un altro settore per fare affari nel prossimo futuro è proprio il cervello. Riparare o potenziare il cervello. Per questo ha fondato l’altra società sotto il suo controllo: la Neuralink, che si occupa di interfaccia cervello-computer (BMI). E qualche giorno fa ha annunciato la realizzazione di un avvenieristico chip neurale da provare sugli umani entro il 2020. Per fare cosa?
Il neuroscienziato Leigh Hochberg, che non è proprio l’ultimo tonto del settore, professore alla Brown University e neurologo presso il Massachusetts General Hospital e il Providence VA Medical Center, ha dichiarato a “Scientific American”: «Si tratta di una neurotecnologia nuova ed eccitante. Dato il grande potenziale delle interfacce intracorticali cervello-computer che devono ripristinare la funzione neurologica per le persone con lesioni del midollo spinale, ictus, SLA, lesioni traumatiche al cervello o altre malattie o lesioni del sistema nervoso, sono entusiasta di vedere come Neuralink tradurrà il suo sistema verso studi clinici iniziali».

Smartphone, social media & mente distratta: intervista a Larry D. Rosen


DistractedMind_LibroViviamo nell’era della distrazione. Gente che va fuori strada con l’auto per messaggiare o farsi selfie. Con conseguenze tragiche per sé e per il prossimo. Negli Stati Uniti l’uso dello smartphone durante la guida provoca 1,6 milioni di incidenti ogni anno. E quasi 390.000 feriti si verificano ogni anno a causa di incidenti causati da messaggi di testo durante la guida. Rispondere a un messaggio distoglie l’attenzione per circa cinque secondi. E viaggiando a 55 chilometri orari, c’è abbastanza tempo per percorrere la lunghezza di un campo di calcio. Il nostro paese non è da meno, tanto da non costituire più notizia, tranne che nei casi più gravi e tragici: l’uso dello smartphone è il primo indiziato di distrazione alla guida.

Distratti dalla tecnologia 

Siamo distratti dalla tecnologia. Vogliamo esserlo. Fanno ridere, certo, quelle immagini in cui gruppi di persone, giovani o meno, se ne stanno tutti con gli occhi incollati allo schermo dello smartphone. Sono buffe, certo, le persone incolonnate che camminano come zombie tutte con il loro apparecchio in mano. Irritano, certo, quei nostri simili che a una cena, una riunione conviviale o di lavoro, invece di guardarti e interagire con te, seguitano a smanettare con il loro aggeggio. Il fatto è che la distrazione è naturale. Proprio così. Tant’è che da bambini, a scuola o a casa, che ci dicevano? “Stai attento!”.

La distrazione è naturale per il nostro cervello, rilassante, riposante, e ogni tecnologia, mezzo o spettacolo, che la inneschi, che la agevoli, è benvoluto e ben accolto dal nostro cervello. Lo smartphone è la distrazione perfetta per il nostro cervello. A buon titolo possiamo definirla la distrazione diabolica. È sempre a portata di mano. A ogni ora del giorno e della notte. Consente un sacco di funzioni piacevoli, ludiche. Stimola in modo potente il nostro narcisismo. Ci mette in contatto con una miriade di nostri simili, reali o virtuali. Soprattutto, attira e cattura costantemente la nostra attenzione con musichette, suoni, faccine, icone, colori, app, studiati apposta per renderci schiavi del mezzo. Stimola e richiede risposte tempestive, immediate. Ci induce a comportamenti di tradimento virtuale: quante coppie si sfasciano, anche malamente, solo per qualche messaggio o foto, trovati sullo smartphone? Si susseguono, ormai, film, sceneggiati, monologhi e recite teatrali, romanzi e racconti in tema di tradimento digitale.

La distrazione è naturale, l’attenzione è appresa

La distrazione è naturale. Mentre l’attenzione è una conquista evolutiva. L’attenzione non è regalata. La consapevolezza va guidata, allenata, mantenuta. C’è voluto uno sforzo evolutivo per conquistare l’attenzione. Mentre essere distratti non richiede alcun impegno, alcuno sforzo. Lo sei e basta. La mente distratta è di natura. Il controllo cognitivo, la cosiddetta “concentrazione”, è una progressiva conquista di tipo evolutivo. È il controllo cognitivo che ci ha permesso di non starcene spaparanzati in una caverna in attesa degli eventi, ma bensì uscirne e nell’arco di milioni di anni giungere dove siamo arrivati. E ora?

Oggi ci siamo costruiti con le nostre mani una nuova caverna, una caverna tecnologica, in cui gradiamo  rifugiarci e sollazzarci ogni giorno, per molte ore al giorno. Si tratta dunque di una regressione per il nostro cervello? Secondo alcuni detrattori assoluti dello smartphone, dei social, annessi e connessi, la risposta è decisamente affermativa. Poi ci sono quelli che “dipende dall’uso che se ne fa”. Ma le dipendenze da tecnologia portatile aumentano. Specie tra i giovani. Specie tra i più fragili e più soggetti a cascare nelle trappole della modernità.

Sommersi dalle notizie 

Aggiungiamo alla distrazione ludica il fatto che siamo bombardati da notizie. Sommersi da informazioni. Viviamo in un’epoca, oltre che di distrazione, di bulimia, di obesità di informazioni. Tanto da potere tracciare un parallelo tra ricerca di cibo e ricerca di informazioni. Le strutture cerebrali che sostengono questi due tipi di ricerche sono le medesime.

Ecco quanto scrivono i neuroscienziati Adam Gazzaley e Larry D. Rosen: “Continuiamo ad essere creature che cercano informazioni: e dunque quei comportamenti che massimizzano l’accumulo di informazioni ci appaiono – almeno da questo punto di vista – ottimali. Questa idea è corroborata dalla scoperta che i meccanismi molecolari e fisiologici, originariamente sviluppatisi nel cervello per sostenere la ricerca di cibo per la sopravvivenza, si sono oggi sviluppati nei primati fino ad includere la ricerca di informazioni. I dati a sostegno di questa asserzione provengono principalmente dall’osservazione che il sistema dopaminergico, cruciale per qualunque processo di gratificazione, giuoca un ruolo chiave sia nel comportamento basilare di ricerca del nutrimento dei bassi vertebrati sia nei comportamenti cognitivi di più alto ordine delle scimmie e degli umani, che non hanno spesso nessun legame con la semplice sopravvivenza. Si è dimostrato che il ruolo del sistema delle dopamine ha, nei primati, un rapporto diretto con il comportamento diretto di ricerca delle informazioni”.

Le informazioni sono per il cervello come il cibo per il palato 

Avete presente quando, salendo o scendendo da un mezzo pubblico, oppure bloccato in piedi in mezzo alla strada, un nostro simile sta smanettando, con sguardo ebete, con il suo smartphone? Oppure, appunto, lo fa al semaforo? O mentre guida. E ci viene da pensare: neanche fosse una questione di necessità immediata, una questione di vita o di morte. Ma il fatto è proprio questo: “non hanno alcun legame con la semplice sopravvivenza”. E il fatto che tutto ciò abbia invece a che fare con le vie neurali della gratificazione, dunque esista un parallelo tra cibo e ricerca di informazioni, rende ragione anche di quel fenomeno non a caso definito di “binge watching”, di visione compulsiva e ininterrotta, in una unica sessione, di intere stagioni di serie tv, fenomeno non a caso in analogia, anche lessicale, con quello del “binge eating”, disturbo da alimentazione incontrollata.

Le basi cerebrali della gratificazione che sostengono la dipendenza da smartphone e da informazioni, come è detto, sono le medesime della ricerca di cibo. Ecco perché sarà pressoché impossibile modificare il processo verso la distrazione di massa. Per chi può e chi sa, come sempre, l’unico antidoto possibile è la conoscenza e l’applicazione della medesima.

Il brano sopra citato è tratto da un volume fondamentale per comprendere, dal punto di vista neuropsicologico, quanto ci sta accadendo: Distracted mind. Cervelli antichi in un mondo ipertecnologizzato (Franco Angeli). Ne sono autori Adam Gazzaley (insegna nei dipartimenti di neurologia, fisiologia e psichiatria della University of California, San Francisco, dove ha fondato e diretto il Neuroscience Imaging Center, il Neuroscape Lab e il Gazzaley Lab) e Larry D. Rosen (professore emerito di psicologia alla California State University, Dominguez Hills). Abbiamo rivolto alcune domande sulla mente distratta dalla tecnologia e sulle sue conseguenze a uno dei due autori: Larry D. Rosen.

Leggendo il vostro libro ne consegue che la “mente distratta” sia una caratteristica Larry_D_Rosen_DistractedMindinnata del nostro cervello e che le nuove tecnologie hanno aumentato questa caratteristica naturale, esasperandola. È così?

Come specie abbiamo sempre bisogno di tenere conto dei potenziali rischi e del fatto che la discrezionalità è una necessità. La tecnologia in questo caso ha prodotto qualcosa più di un problema acuto. Per fare moltissimi clienti, la maggior parte delle aziende tecnologiche e gli sviluppatori di app stanno utilizzando tecniche psicologiche per attirare la nostra attenzione e mantenere i nostri occhi incollati sul loro prodotto. Questo ha causato molto dell’utilizzo problematico dello smartphone che stiamo vedendo. Inoltre, i social media sono diventati un grande “obbligo sociale”, con la maggior parte dei giovani che mostrano una presenza attiva su molti di essi e avvertono il bisogno di controllarli di continuo.

Quali principali contromisure dovremmo adottare per evitare di essere troppo distratti?

Le persone hanno prima bisogno di capire come e perché sono distratte. Un modo è utilizzare un’app che mostri la durata delle nostre potenziali distrazioni. Con queste informazioni è possibile valutare e rendersi conto quanto spesso controlliamo il nostro smartphone (circa 70 o più volte in media) e cosa sta causando questo comportamento. Su queste informazioni è possible valutare quanto tempo sia dedicato allo smartphone e come sia distribuito durante il giorno, di conseguenza quanto parte di questo tempo è “produttiva” e quanta invece dedicata all’interazione sociale o al divertimento. Da qui capire se è importante apportare alcuni cambiamenti.

Se i social media ti stanno chiamando a controllare troppo spesso il tuo smartphone, blocca tutte le notifiche e trasforma le icone in una cartella (ancora meglio se le trasferisci in più cartelle e poi le passi in una cartella) e poi sposti quella cartella nell’ultima schermata della home page. Se non funziona questo sistema (per avere meno distrazioni), allora rimuovi tutte le password dei social media in modo che ogni volta dovrai reinserire la password. Ci sono molti altri modi per porsi al riparo dalle distrazioni prodotte dallo smartphone: elenchiamo una serie di scelte negli ultimi due capitoli del nostro libro.

Nel corso dei secoli l’uomo ha realizzato la necessità di non essere distratto, ricorrendo alla concentrazione, alla meditazione, alla gestione del tempo. Oggi questo è ancora utile o assediati dalle nuove tecnologie dovremmo adottare qualcos’altro? Se la risposta è sì, cosa dovremmo fare?

Ci sono molti modi per migliorare il nostro focus e le capacità di attenzione. La meditazione sembra essere uno dei metodi migliori, in quanto aiuta la permanenza nel presente senza avvertire il bisogno di controllare spesso qualcosa fuiori di noi. Al livello sottostante, dobbiamo comprendere cosa guida il nostro comportamento e in seguito effettuare modifiche su tale “driver comportamentale”. Abbiamo costruito un modello comportamentale con scarse funzionalità (poca decisionalità, impulsività, multitasking), noia e ansia (particolarmente associate al controllo costante dello smartphone, fenomeni oggi definiti come FOMO – acronimo di “fear of missing out” “paura di essere tagliati fuori” – e nomofobia – “no mobile fobia” (la paura di rimanere senza connessione mobile in rete). La comprensione di ciò che guida il nostro comportamento ci aiuta a trovare la “cura”.

La mente distratta è un vantaggio per alcune categorie di persone: maghi, truffatori. Ad esempio, la cecità attenzionale viene ampiamente sfruttata nei trucchi magici: cosa ne pensa della ricerca psicologica in questo settore?

La cecità attenzionale è stata indagata in riferimento alla tecnologia: in una ricerca degli studenti che attraversavano una grande area aperta venivano affiancati da un ciclista che indossava un abbigliamento molto vistoso e quelli che erano impegnati con i loro smartphone non lo vedevano affatto.

Come si regola con la sua mente distratta? E con quella dei suoi figli?

Purtroppo non sono molto bravo nel regolare il mio comportamento. Ho realizzato il mio principale comportamento che consiste nello spegnere il mio smartphone e spostarlo in basso, vicino al mio letto, almeno un’ora prima di dormire. Ciò deriva da uno studio che abbiamo condotto sull’impatto della tecnologia durante la notte, in cui si dimostra come lo schermo acceso influisca sul nostro sonno naturale. I miei figli sono tutti cresciuti, per cui la tecnologia è più un vantaggio che un impegno. Quando erano ragazzi non erano ancora disponibili né smartphone né social media. I videogiochi sono stati un problema con mio figlio più giovane: abbiamo adottato  regole e limiti per limitarne l’utilizzo.

Come vede il futuro della nostra mente distratta? Saremo sempre più a rischio? Saremo anche costretti ad adottare soluzioni drastiche?

Sfortunatamente non penso che abbiamo ancora raggiunto il picco. I nostri dati del passato raffrontati al presente, soltanto dopo pochi anni, mostrano che i “millenial” stanno controllando più spesso i loro smartphone, anche se per brevi periodi, ma tuttavia spendendo mediamente cinque ore per settanta controlli al giorno. Abbiamo visto tale cambiamento come il peggiore degli ultimi tre anni e stiamo studiando come possiamo dotare i millenial di strategie per ridurre il loro tempo trascorso con lo smartphone, migliorando le loro relazioni con gli amici, familiari o altri.

 

 

 

 

Anoressia: nel corpo o nella psiche?


AnoressiaDistortaGli endocrinologici e gli internisti ospedalieri, seguendo nel corso degli anni centinaia e centinaia di pazienti, lo avevano già capito. Se non altro intuito. L’anoressia non è una malattia “completamente” psichiatrica. Nel senso che va trattata con un approccio integrato, multidisciplinare. Curando il corpo assieme alla mente. Ora uno studio condotto sui genomi di quasi 17.000 pazienti, il più ampio studio sull’anoressia nervosa condotto su tutto il genoma, conferma l’intuizione clinica degli internisti che trattano l’anoressia. Cynthia Bulik della University of North Carolina, specialista in disturbi dell’alimentazione, ha dichiarato: “Le nostre scoperte ci incoraggiano a focalizzarci sul ruolo del metabolismo per aiutarci a capire perché alcuni individui con anoressia nervosa ricadono a pesi pericolosamente bassi, anche dopo la rialimentazione ospedaliera”. Questo studio pubblicato due giorni fa su “Nature Genetics” conclude che l’anoressia nervosa potrebbe essere pensata come un “disturbo metabolico-psichiatrico” ibrido e che sarà importante considerare sia i fattori di rischio metabolici che quelli psicologici quando si esplorano nuove strade per il trattamento di questa malattia potenzialmente letale. Abbiamo chiesto un parere su questo lavoro a un grande esperto di disturbi del comportamento alimentare, e in particolare di anoressia: Francesco Cavagnini, già professore ordinario di endocrinologia all’Università di Milano e direttore del Laboratorio di ricerche neuroendocrinologiche dell’Auxologico.

Il parere del neuroendocrinologo prof. Francesco Cavagnini 

«L’articolo è di sicuro interesse per la grande dimensione dei due campioni esaminati e per l’indagine genome-wide condotta su di essi. Vediamo le  questioni fondamentali: la presenza significativa di alterazioni genetiche nella malattia e – questo il riscontro più innovativo – la correlazione tra le alterazioni genetiche e quelle metaboliche.
Che alla patogenesi della malattia concorresse una predisposizione genetica è un concetto ormai acquisito, che si è consolidato nel tempo come risultato evidente di studi epidemiologici. Ora l’indagine genetica conferma in modo diretto la nozione prima deduttiva.
La frase “independent of the effects of common variants associated with body-mass index” lascia intendere che la possibilità che le alterazioni metaboliche siano secondarie allo stato di de/dis-nutrizione sia stata presa in considerazione ed esclusa.
Questo risultato, a dire il vero, è tutt’altro che sorprendente. Basti avere presente che i meccanismi neurotrasmettitoriali/peptidici che governano il comportamento alimentare, ossia il senso di fame/sazietà (leptina, neuropeptide Y o, in sigla, NPY, agouti related neuropeptide o AGRP, Cocaine- and amphetamine-regulated transcript o CART, Pro-opiomelanocortin o POMC, corticotropin-releasing hormone o CRH, Melanin-concentrating hormone o MCH, ciliary neurotrophic factor o CNTF, ecc.), controllano simultaneamente e in modo concorde il dispendio calorico, così da influenzare in modo consensuale il bilancio energetico. Così, NPY stimola l’appetito e riduce la spesa calorica portando ad un bilancio energetico positivo, l’opposto di quanto fa la leptina.
La presenza di una significativa componente genetica in alcune pazienti con anoressia nervosa, rende ragione della grande difficoltà che si incontra in circa la metà dei casi ad ottenere una remissione della malattia con l’approccio psicologico e nutrizionale e con l’impiego di farmaci ad azione ancora non diretta a target genetici specifici».

Genome-wide association study identifies eight risk loci and implicates metabo-psychiatric origins for anorexia nervosa
Hunna J. Watson, Zeynep Yilmaz, […]Cynthia M. Bulik
Nature Genetics (2019)