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Cesare Lombroso, Woody Allen, mentalismo e spiritismo


CesareLombrosoOKNegati, bistrattati, insultati. Tacciati di truffa. Imbrogli e nefandezze ai danni del prossimo. Facendo leva sul terrore della morte. Sul senso di sgomento che ci coglie quando pensiamo alla scomparsa di quel grumo di coscienza che ognuno di noi si porta appresso. Sulla voglia di tornare a comunicare con i propri cari scomparsi. Ma seducendo in passato pure personaggi del mondo della scienza e della cultura, tra la fine del 1800 e i primi decenni del 1900. Che fecero nascere lo spiritismo, la ricerca psichica e, infine, la parapsicologia.

Facendo vivere, non solo ai sempliciotti, ma come dice Woody Allen (prossimo all’uscita del suo nuovo film Magic in the Moonlight, dedicato agli imbrogli di una sedicente e seducente medium) una nuova stagione magica anche a “gente molto famosa, come ad esempio Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes” (Fulvia Caprara, La Stampa di oggi). Mentre ad Arianna Finos che lo intervista per Repubblica, sempre Woody Allen, risponde: “Sono partito dalle gesta di Houdini, famoso per aver smascherato falsi medium. Nell’America anni Venti erano molti: rubavano i soldi alla gente fingendo di comunicare con i morti, predire il futuro, possedere strani poteri. Gli intellettuali e gli scienziati potevano essere raggirati, gli illusionisti no”.

Praticamente tutte le prodezze dei sedicenti medium (e loro compari), vengono oggi riprodotte da illusionisti e mentalisti, a partire dalle illusioni spiritiche, teatrali, dei fratelli Davenport (a loro volta ispirati dalle…sorelle Fox, da cui partì la nuova religione del movimento spiritico in America). Ai mitici Davenport, è dedicato dai discendenti, il più antico, e forse più noto, negozio di magia al mondo: il Davenports Magic Shop, alla Charing Cross Underground Arcade di Londra.

E in Italia cosa accadeva? Pure qui vi furono pezzi da novanta del mondo della cultura e della scienza, attratti dal fascino dello spiritismo, ma pure, diciamolo, delle medium. Il più delle volte, donne. Che, per amore della verifica e della scienza – diciamo così – venivano fatte spogliare per controllare eventuali trucchi celati. In un epoca in cui le donne (mica come oggi) non mostravano pubblicamente manco una caviglia. I salotti medianici diventavano così una sorta di porto franco, dove vivere esperienze magiche, ma pure di vicinanza ed ispezione fisica, autorizzati dalla scienza. Nacquero, c’è bisogno di dirlo?, amorazzi clandestini tra studiosi e medium.

Uno dei personaggi italiani più noti, ancora oggi rammentato dagli storici, anche per gli aggettivi partoriti dal suo nome, fu il medico e antropologo Cesare Lombroso, fondatore dell’antropologia criminale. Tra l’altro, notazione sulla città in cui vivo, Vigevano è il luogo in cui fu  incarcerato il brigante all’origine della contesa tra la Calabria e il museo Lombroso di Torino, per la restituzione del suo povero cranio (oggetto di studi “criminologici” di Lombroso, che alla conformazione delle teste, erede delle frenologia, era particolarmente attento).

Ora la Fondazione Corriere della Sera pubblica un corposo volumozzo, dall’estestica vintage, in cui vengono raccolti gli Scritti di Cesare Lombroso per il “Corriere” (1884-1908), a cura di Damiano Palano. Nella raccolta non possono mancare gli scritti di Lombro sui fenomeni ipnotici e spiritici. In particolare, nel capitolo “Eusapia Paladino e lo spiritismo” (pubblicato originariamente ne La Lettura, 1907), tratta dei fenomeni della celeberrima medium di Minervino Murge Eusapia Palladino (con due “elle”, per correttezza). Lombroso cerca di argomentare e controbattere verso “coloro che troppo ingenuamente mi chiamano ingenuo”. In un altro scritto contenuto in questo volume “Sui fenomeni spiritici e la loro interpretazione” (La Lettura, 1906), Lombroso non manca di dedicare un paragrafo anche ai possibili trucchi utilizzati dai medium.

Ma nel complesso, proprio lui che si dice refrattario allo spiritismo, tanto che, più volte invitato a farlo da colleghi ricercatori, si sottrae a lungo dal partecipare a riunioni spiritiche, alla fine si comprende, tra le righe di questi e altri scritti, che subisce il fascino di un modo misterioso, ovattato e insolito. In un tempo in cui non esistevano tv, internet e tutte le tecnologie del Davenportfantastico di oggi. Per smentire chi accusa di trucchi i medium, e agli indagatori dei fenomeni spiritici di esseri dei boccaloni, Lombroso dice, a conclusione del suddetto scritto: “La Società di studi psichici di Milano rinchiude i suoi medi completamente denudati fino al collo in un sacco di lana che impedisce ogni movimento degli arti. Cosa volete di più?”.

Qualcuno avrebbe dovuto replicare a Cesare Lombroso: vi erano illusionisti, come Houdini (non a caso antesignano dei critici del paranormale) e soparttuto i fratelli Davenport, che da legati come salami facevano di tutto. Inoltre, in quale sacco stavano i compari dei medium? Anche perché, ci sono sacchi “fisici” e sacchi “mentali”. Quelli che ognuno di noi, si crea da sé. E che Lombroso patisse una sorta di “tanatofilia”, lo si evince anche dalla collezione di crani e pezzi di corpi, umani e animali, di cui fa mostra il museo a lui dedicato a Torino. Una scienza triste, come lo erano quei tempi. In cammino verso la scienza, con tutto un retaggio di credenze irrazionali e di occultismo, al seguito.

Vedi anche:

A volte ritornano (medium). Neewsweek “Talking to the Dead: The Science of Necromancy”

Dynamo, il ragazzo che volle farsi mago. Motivazioni psicologiche della magia

Neuropsicoanalisi, EMDR, Mindfulness, e altre cose. Intervista a Jaak Panksepp (seconda parte)


PankseppTopoJaak Panksepp è proprio come traspare dal suo eccezionale volume “Archeologia della mente”. Ricco di idee, preparato in diversi campi delle neuroscienze, dell’etologia e della psicologia. Tra i quali riesce ad gettare ponti inaspettati, creativi, intuitivi. Ma con solide basi nei risultati delle ricerche. E’ uno di quegli studiosi di cui l’universo delle neuroscienze ha più bisogno: in grado di operare sintesi, mettere assieme le tessere dell’infinito mosaico composto dal cervello e dalla mente. Affabile, generoso, disponibile al dialogo.

Lo ricontatto una seconda volta. E prima di prendere l’ennesimo aereo verso le molteplici destinazioni internazionali verso le quali è chiamato per prendere parte a convegni, seminari, tenere lezioni e conferenze sulle sue scoperte, risponde ad un supplemento di domande. E’ talmente denso Archeologia della mente, e talmente evidente la forza di uno studioso, di un carattere, che traspare da ogni appassionata pagina, che ce ne sarebbero mille di altre domande da rivolgere a Panksepp. Mi limito soltanto a qualcuna. Non devo abusare del cervello di Panksepp. Per quanto affettivo. Mi manda tra l’altro un suo recente lavoro in cui vengono riassunte tre strategie antidepressive ricavate dalle considerazioni delle neuroscienze affettive.

Perché ha scelto di scrivere questo libro con una psicoanalista? E qual è il contributo di Lucy Biven?

Avevo incontrato Lucy Biven una prima volta quando mi invitò a parlare ad un evento che stava organizzando. Si offrì di collaborare con me per facilitare la scrittura di questo libro, oltre a portare molti suoi casi clinici di rilievo. Ma il mio editore americano, Norton, si raccomandò che tali casi venissero eliminati. Lungo la strada, ho inoltre scoperto che la nostra scrittura e i nostri stili di pensiero non erano intrecciabili… Ciò ha causato molte difficoltà nel portare il progetto verso una conclusione soddisfacente. Ho insistito sul fatto che il progetto finale fosse interamente sotto la mia responsabilità, in modo da non essere più aggravato da inutili errori.

Le vengo attribuiti una varietà di qualifiche: psicologo, psicobiologo, neurobiologo. Lei come preferisce definirsi?

Vanno bene tutte, ma psicobiologo si avvicina maggiormente alla mia attività. È ottimale “neuroscienziato affettivo” (da quando ho coniato il termine e sono stato il primo a concettualizzare questo campo di studi).

Nel libro descrive anche esperienze personali di sofferenza e di dolore. Come si può continuare a lavorare con la mente in queste situazioni? Chi studia la psicologia umana come lei, ne trae aiuto in questi momenti difficili?

Sì, è stato un viaggio molto lungo e difficile. Ho attraversato circa un anno e mezzo di chemioterapie, per quello che si rivelò essere un linfoma resistente al trattamento. Vale a dire che i trattamenti intrapresi, al momento, non hanno funzionato. Poi sono andato al Seattle Cancer Care Alliance, dove sono stati perfezionati i trapianti di midollo osseo e di cellule staminali. Il trattamento stimato per una durata di due mesi, si è esteso a quattro. In tutto ciò, ho continuato a lavorare su questo libro. Con l’energia e il tempo che mi erano consentiti.

Cosa ne pensa di pratiche terapeutiche emergenti come EMDR e Mindfulness, di cui accenna nel volume?

Penso che siano creative e utili per vari problemi psichiatrici e psicologici. Nessuno sa come funzionano. Ma l’EMDR sembra permettere il riconsolidamento dei ricordi negativi, in un modo affettivamente più “indolore”. La Mindfulness dà alle persone le competenze personali autocoscienti per mettere più facilmente da parte le loro preoccupazioni. Permettendo Panksepp_treStrategiealla mente di stabilire con grazia qual è il proprio posto nella società, nel mondo e nell’universo.

Che tipo di rapporto ha con la psicoanalisi e che cosa salva oggi di essa?

Buono. Sono ancora co-presidente della International Society for Neuropsychoanalysis, e ho incontri periodici con diversi gruppi clinici. Compresi i gruppi psicoanalitici interessati al nuovo movimento teso ad associare i problemi mentali e cerebrali in insiemi coerenti. Sono felice che questo campo stia integrando prospettive neurali e mentali, in un modo che rispetti pure le menti evolutivamente correlate di altri animali. Non possiamo capire il cervello senza considerare la natura della mente.

Vedi anche:

Archeologia della mente: intervista a Jaak Panksepp

Archeologia della mente: le emozioni che tutti ci accomunano

Jaak Panksepp, Jason S. Wright, Máté D. Döbrössy, Thomas E. Schlaepfer and Volker A. Coenen, Affective Neuroscience Strategies for Understanding and Treating Depression: From Preclinical Models to Three Novel Therapeutics, Clinical Psychological Science 2014 2: 472

Caro vecchio mitocondrio! Come farsi amici i mitocondri e campare a lungo


MitocondrioMuscoloL’anno scorso fra i numerosi articoli scientifici che ricevo e leggo quotidianamente, uno in particolare ha colpito la mia attenzione in quanto si trattava di uno studio svolto su 20 sessantenni sedentari comparato a 20 diciottenni sportivi. La biopsia del muscolo quadricipite eseguita su tutta questa popolazione di volontari aveva  evidenziato una ridotta espressione genica del mitocondrio degli anziani  rispetto alla espressione genica osservata sulla  biopsia dei giovani . Dopo un allenamento dei soggetti anziani, su pedana, di 40 minuti tre volte alla settimana per 6 mesi,  il controllo bioptico evidenziava una normalizzazione della espressione genica del muscolo di questi soggetti  comparata a quella dei diciottenni  a conferma che il mitocondrio, come batterio (procariota)  ha una struttura meno complessa della cellula (eucariota)    che gli consente un più rapido processo di duplicazione dell’Rna e quindi un rapido recupero.

Ma ora spieghiamo brevemente come è strutturato il mitocondrio e come si è sviluppato questo rapporto di endosimbiosi  biologica fra cellula anaerobica e batterio primordiale. La vita sulla terra, che era in fieri con la presenza di cellule eucariote  che vivevano in assenza di ossigeno, è sorta solo quando questa cellula, primitiva ed imbelle, è stata infettata da un microbo proveniente da chissà dove . E’ stata una infezione stimolante in quanto questo batterio, denominato successivamente mitocondrio,  ha cominciato a produrre energia utilizzando un gas, l’ossigeno, che era addirittura  tossico per la cellula primordiale. La disponibilità energetica fornita dall’ossigeno ha permesso alla cellula di mostrare le sue potenzialità nascoste, inattive nel Dna nucleare.

In breve in una serie continua di generazioni e selezioni, si sono differenziati vari ceppi cellulari che hanno dato origine a diversi organi  ed hanno permesso la comparsa degli organismi pluricellulari, dalle alghe e dai funghi fino ad arrivare attraverso tutta la scala animale all’homo sapiens. I mitocondri sono gli organelli subcellulari deputati al metabolismo ossidativo dei substrati intermedi glucidici, lipidici ed aminoacidici nei tessuti viventi. Hanno forma allungata, cilindrica con un diametro di 0’5-1 micrometro ed una lunghezza di 1–2 micrometri. Essi rappresentano una parte sostanziale del volume cellulare occupando nelle cellule muscolari fino al 60 % del loro volume e nelle cellule cardiache intorno al 40 %  il che vuol dire dai 1000 ai 2.000  mitocondri per cellula.

Ciascun mitocondrio è fatto su misura per fare fronte ai bisogni della specifica cellula in cui risiede. Questi organuli possiedono alcune  caratteristiche tipiche dei batteri, presenza di molecole di cardiolipina ed assenza di colesterolo. L’avvento del mitocondrio  ha pertanto rappresentato, come già specificato, un momento fondamentale per l’evoluzione degli esseri viventi. Nel mondo attuale  i mitocondri sono presenti sia nelle cellule animali che in quelle vegetali. Questo suggerisce che l’arrivo del mitocondrio sia collocabile prima della possibile distinzione tassonomica tra animali e piante. L’avvento del mitocondrio ha quindi portato alla costituzione di una cellula “diversa“ con modificazioni che hanno permesso: minore richiesta di glucosio, maggior produzione di energia, maggior rendimento energetico, possibilità di riparazione del Dna e di produzione di nuove proteine, evoluzione di nuove e più complesse forme di cellule, formazione di organismi   pluricellulari con una certa autonomia energetica, produzione di radicali liberi con effetto antivirale ed induzione di apoptosi delle cellule alterate.

L’episodio che mi ha più illuminato su quanto lo sport sia fondamentale per un invecchiamento di qualità, grazie al recupero del mitocondrio nelle cellule muscolari,  me lo ha fornito un 82 enne fumatore che io non avevo mai visitato e di cui la moglie mi chiese la Tac  torace a scopo cautelativo. Ricordo che l’amico radiologo mi telefonò  preoccupato per il quadro di grave enfisema polmonare che la Tac evidenziava ed io gli risposi che non conoscevo il paziente ma lo avrei visitato nei giorni successivi. Quando quel signore entrò in studio,  mi colpìrono la sua eleganza ed il portamento  eretto  ed  una volta spogliatosi, mi impressionarono  soprattutto i suoi  muscoli pettorali, insoliti per quell’età. Il quadro clinico era del tutto normale con saturazione di ossigeno del 98 % , frequenza cardiaca  di 70 e pressione arteriosa coerente con l’età .

Quel tizio  fumava da 65 anni 20 sigarette al giorno e giocava a tennis da 75  anni due volte alla settimana dapprima in MitocondrioEnergiasingolare e negli ultimi 20 anni in doppio. In sostanza compensava con la muscolatura respiratoria e sistemica il deficit di ossigeno legato all’enfisema  polmonare,  e grazie a questa attività fisica non si era ridotto a dovere usare il concentratore di ossigeno per sopravvivere. Fu dopo questo episodio che ho iniziato a valorizzare il mitocondrio e la sua grande potenzialità sul potenziamento muscolare  ed a capire anche  come mai, un mio parente,  dopo un infarto che lo aveva reso quasi invalido, grazie ad una riabilitazione in ambiente cardioprotetto aveva potuto recuperare rapidamente fino a riprendere nell’arco di un anno la normale attività aerobica in palestra. Se poi associate alla  attività fisica una alimentazione basata sulla dieta mediterranea ed integrate con aminoacidi essenziali avrete sviluppato la migliore prevenzione contro l’invecchiamento  e, come ho scritto nel mio libro Il cervello anarchico, morirete sani lasciando un buon ricordo di voi…ed aggiungo ora,  dei vostri mitocondri.

A volte ritornano (medium). Newsweek “Talking to the Dead: The Science of Necromancy”


death-coverIn prossimità di Halloween il settimanale Newsweek decide di dedicare il servizio di copertina all’evocazione dei defunti. Alla possibilità di parlare con i morti. Una tradizione e una pratica antiche come l’uomo. Mai scomparse, nonostante l’imporsi del positivismo, del materialismo, dell’ateismo e dello scetticismo verso il soprannaturale e il paranormale. Soprattutto nei paesi di cultura anglosassone. Dove i medium e la frequentazione dei fenomeni spiritici sono passati dai salotti, ai teatri, alle congregazioni parareligiose. Coinvolgendo nello studio dei fenomeni legati ai medium, psicologi, psichiatri, scienziati di varia formazione e persino premi Nobel. Un po’ come si vedrà nel nuovo film di Woody Allen, sempre attratto dal mondo della magia e del paranormale, Magic in the Moonlight, in cui un famoso illusionista inglese, Stanley, nome d’arte Wei Ling Soo, viene ingaggiato con lo scopo di smascherare una giovane sedicente (nonché seducente) medium. Woody Allen opera una “ricostruzione d’epoca che fedelmente rievoca la mania dei medium tipica del tempo, una moda che contagiò”, come dice Allen, “gente molto famosa, come ad esempio Sir Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes”.

Oggi le pratiche dei medium sono studiate ancora da psicologi e neuroscienziati. Ma non nella pretesa di dimostrare la reale esistenza dell’aldilà, il contatto e la comunicazione con gli spiriti, ma bensì nel tentativo di chiarire i meccanismi alla base dei fenomeni dissociativi non patologici. In generale per analizzare, anche con tecniche di visualizzazione cerebrale, i processi alla base della creatività spontanea.

Su un versante artistico, le pratiche dei medium interessano molto anche i mentalisti, i maghi che studiano e simulano i fenomeni paranormali a fini di spettacolo. Non è un caso che nell’articolo di Neesweek  a firma dello scrittore e giornalista Robert Chalmers (un estratto del suo libro Talking with the Dead) venga interpellato uno psicologo britannico che è pure mago e scettico del paranormale:  Richard Wiseman, professore di Public Understanding of Psychology alla Università di Hertfordshire.

Cosa dice Wiseman a Chalmers, che invece propende verso l’inspiegabilità naturale di certi fenomeni? “I morti”, commenta un ironico e sorridente Wiseman, “preferiscono chiacchierare con le persone fantasiose. Creative. Di grande sensibilità. Sai: i creduloni. I creduloni, e gli illusi”. Questa la sentenza del mago, e quindi psicologo scettico. Wiseman, come tutti i mentalisti, conosce bene, ad esempio, le tecniche di “cold reading” (lettura a freddo), le quali consentono di pilotare l’interazione con un consultante, in particolare quello che si rivolge ad un medium professionista. Chi pratica l’illusionismo, il mentalismo, e studia da anni le false percezioni, le illusioni e gli inganni della mente e della memoria, è davvero raro, se non impossibile, che si dica convinto dei poteri paranormali dei medium. Sulla possibilità di fare comunicare l’aldilà con l’aldiquà. Basti risalire a Houdini, allo smontatore di soggetti paranormali James Randi, oppure al mentalista e scrittore italiano Mariano Tomatis che affronta in un intero e documentato libro scettico le pratiche di un mito del paranormale: Gustavo Adolfo Rol.

Ma la medianità ed i medium, come detto all’inizio, se non per la parapsicologia, rivestono tutt’oggi un interesse scientifico per lo studio della mente, e per i rapporti di questa con il suo substrato fisico, il cervello. Proprio Richard Wiseman ha dedicato un articolo scientifico in cui, con lo psicologo e parapsicologo britannico Ciarán James O’Keeffe, espongono risultati e metodi di un test messo a punto per saggiare la presunta medianità. Il test, secondo gli autori, ha un valore discriminante. Visto che l’affermazione da parte dei medium di potere comunicare con i defunti attrae un grande interesse pubblico, tutto ciò ha implicazioni per molte aree della psicologia. Secondo recenti sondaggi, circa il 30% degli americani crede che le capacità medianiche siano reali e il 10% dei britannici consulta i medium per ricevere messaggi dai defunti, sulla base dei quali orienta la propria vita e l’attività lavorativa. Mostra bene questi aspetti sociali della medianità a Londra, pure con ironia, Clint Eastwood nel suo film HereafterSenza contare che per oltre 100 anni sono state svolte ricerche sui presunti poteri dei medium.

I medium sostengono di potersi indurre uno stato modificato di coscienza, la trance, attraverso cui sarebbero in grado di mettere in contatto il mondo dei vivi e quello dei defunti. Da oltre un secolo specialisti della mente, compresi nomi storici come William James e Cesare Lombroso, hanno studiato medium e trance. Cercando di comprendere come questo stato potesse consentire di produrre scritti, composizioni musicali, dipinti, insegnamenti verbali, in modo rapido e apparentemente spontaneo. Un altro studio, questa volta di neuroimaging, è stato condotto su medium brasiliani “psicografi”, ossia produttori di “scrittura automatica”. Una tecnica di creatività spontanea che attirò l’interesse del movimento artistico surrealista. Lo studio comparso su PloS One, coordinato dal neuroradiologo esperto in ricerche sulle esperienze religiose Andrew Newberg, è per la verità frutto di commistione tra dipartimenti universitari di radiologia, psichiatria e centri “spiritualistici” dell’Università della Pennsylvania e dell’Università di San Paolo. Ad occhio critico questa pubblicazione “open access” potrebbe apparire un tentativo di dimostrare che nel cervello dei medium accade qualcosa di insolito. Il lavoro preliminare, formalmente corretto ed esente da conclusioni azzardate, visualizza il cervello dei medium scriventi con tomografia ad emissione di fotone singolo (Spect), confermando che gli stati dissociativi, non patologici, sono diffusi tra la popolazione e possono facilitare momenti di creatività spontanea. “Non è una sorpresa”, commentano gli autori dello studio pubblicato da Plos One, “che lo studio di esperienze medianiche sia stato fondamentale per lo sviluppo di idee in materia di processi inconsci e dissociativi.  Rimane un classico sulla dissociazione quello di Pierre Janet, del 1889, attraverso lo studio di diversi medium. La tesi di dottorato di Carl Gustav Jung riguarda un caso di medianità, e William James condusse una meticolosa ricerca sulla medium Leonore Piper”.

In definitiva, medium e medianità suscitano tuttora l’interesse di una vasta schiera di studiosi e ricercatori del nostro tempo, fuori dai polverosi e oscuri salotti spiritici: mentalisti, psicologi, psichiatri e neuroscienziati. Se non siamo riusciti a dimostrare l’esistenza dell’aldilà e della possibilità di comunicare con i defunti attraverso i medium, abbiamo ancora una volta l’evidenza di quante e quali sorprese ci riservi lo studio della mente e del cervello. Anche nel nostro mondo.

Archeologia della mente: intervista a Jaak Panksepp


PankseppSe si potesse conoscere tutto del cervello. Se si potesse capire come è fatto. E come funziona. Come si è costruito nell’arco di milioni di anni. Prodotto e vertice di miliardi di anni di evoluzione di vita sulla terra. Se si potesse comprenderne gli aspetti più nascosti e celati. Quella struttura di base che ci accomuna tutti. E che ci mette in relazione col mondo animale. Quando siamo allietati da un gatto o un cane è perché le emozioni di base del loro cervello sono come le nostre. Quando ci commuoviamo per la sofferenza di un nostro simile, è perché il suo cervello prova ciò che proviamo noi. Non c’è razza. Non c’è ideologia o religione. Né lingua. O appartenenza politica. Attaccamento alla nazione. C’è solo quello che abbiamo nelle profondità del nostro cervello. Quel fuoco interno che tutti ci muove. Ci spinge ad agire. Quello che ci fa arrabbiare. Amare. Soffrire. Gioire. Deprimere. Aggredire. Ricercare. Uccidere. Salvare. Soccorrere. Aiutare. Curare. Memorizzare. Apprendere. Inventare. Tutto ciò ha un solo nome: emozioni. Affetti. Legami. E’ lì dentro, nei recessi del cervello in cui si generano le emozioni che Jaak Panksepp sta cercando da decenni di studi e ricerche il motore primordiale di tutto ciò che pensiamo e facciamo. E se l’uomo è davvero il vertice dell’evoluzione su questo pianeta, in qualsiasi specie vivente di questo modo, in ogni animale terrestre, e in particolare nei mammiferi, deve essersi conservata traccia del nostro cervello arcaico. Nei comportamenti animali ci deve essere qualcosa di noi. E viceversa. Nei recessi del nostro cervello devono esserci celati lo scrigno e i tesori per comprendere, educare e curare la mente umana.

In ciò che abbiamo chiamato inconscio, nella sua base neurobiologica, Panksepp cerca di scoprire, comprendere ed interpretare i sette sistemi affettivi di base. Le fondamenta e l’impalcatura su cui ognuno di noi costruisce la propria personalità. Attraverso i quali facciamo scelte per tutto l’arco della nostra vita. Grazie ai quali scegliamo e agiamo. Una volta decodificati, una volta analizzati sul piano neurobiologico e neurochimico, i sistemi affettivi di base dovranno guidarci non soltanto in quanto medici, psichiatri e psicoterapeuti, ma pure genitori, insegnanti, politici, filosofi, artisti. Non c’è aspetto umano che non venga toccato dalle ricerche e dalle scoperte di Jaak Panksepp. Il suo volume Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane (Raffaello Cortina Editore) è il portolano in grado di guidarci tra i mari emotivi della vita. Una mappa. Come tutte le mappe, perfezionabile. Ma chi usa questa mappa, chi la legge, non può che emozionarsi a sua volta, come deve avere fatto chi l’ha redatta. Non può che entusiasmarsi per come Panksepp sia riuscito a realizzare una sintesi efficace di quanto scoperto fino ad oggi sul cervello. A produrre una teoria della genesi e del funzionamento della mente attorno al perno delle neuroscienze affettive.

Perché le emozioni sono così importanti nella nostra vita?

Il comportamento emotivo fornisce elementi utili per affrontare le varie emergenze della vita. E le stesse sensazioni sono un codice per le traiettorie di sopravvivenza. Tutte le sensazioni emotive positive ci informano che siamo sulla fiorente strada della sopravvivenza. E tutti i sentimenti affettivi negativi ci dicono che potremmo essere in percorsi di vita tali da non supportare la sopravvivenza. Questo, naturalmente, vale anche per i nostri piaceri e dolori sensoriali, nonché per effetti omeostatici come la fame e la sete.

Lei è considerato il padre delle neuroscienze affettive. Come ha avuto l’idea di creare questa nuova branca delle neuroscienze?

Ero interessato ad avere una migliore comprensione dei disturbi psichiatrici, e ho deciso che ciò avrebbe richiesto una conoscenza fondamentale di come i sentimenti emotivi sono creati dalle attività del cervello. Quando ho iniziato le mie ricerche nel 1965, c’era pochissima discussione su come avremmo mai potuto capire i disordini delle sensazioni emotive. Così ho deciso che l’unico modo per comprenderle era quello di avere modelli animali in cui i dettagli neurobiologici potessero essere studiati meglio.

Quali critiche hanno ricevuto le sue teorie?

Nel complesso vi è stato un sacco di sostegno e apprezzamento per l’apertura di questo settore. Tuttavia, gli psicologi comportamentisti che hanno governato la conversazione mezzo secolo fa, non avevano interesse per tali questioni, e pensavano che questi temi fossero al di là della capacità della scienza di trovare una risposta. Dal loro punto di vista, avevano ragione. Nel senso che gli studi focalizzati unicamente sul comportamento non sarebbero mai stati sufficienti per un’adeguata comprensione. E dal momento che non avevano svolto alcuna ricerca sul cervello, il presupposto era che la comprensione dettagliata non si sarebbe mai potuta ricavare attraverso le sensazioni emotive degli animali. Naturalmente si sbagliavano, ma tale lavoro ha richiesto il contributo delle neuroscienze. Molti comportamentisti da cui si sente ancora affermare che tali risposte non possono essere ottenute dalla ricerca sugli animali, sono tuttora molto felici di criticarmi  per il fatto di esplorare zone in cui, secondo loro, la scienza non avrebbe mai potuto andare.

Quelli che lei chiama cervello “superiore” e “inferiore” potranno mai funzionare al meglio assieme? In che modo?

I vari strati evolutivi del cervello sono stati progettati per lavorare insieme. I processi primari precedenti sono oggetto di critica da parte delle regioni superiori del cervello (e della mente), più interessate da tale attività cognitiva. Così come vi sono molti percorsi neurali per le emozioni profonde (sottocorticali), vi sono aree del cervello che controllano il cervello superiore (ad esempio, l’attività neocorticale). Questo aiuta a stimolare le nostre menti in modo emotivo per aiutare a risolvere i problemi della vita. Ci sono anche molti controlli dall’alto verso il basso, che possono permettere di rispondere ai risvegli emozionali con saggezza. Per esempio: essere arrabbiato con, per quanto tempo e quanto intensamente.

Come possiamo gestire lo stress?

Ci sono due strade principali per la gestione dello stress. Il primo, a livello dei processi primari, bisogna coltivare la propria capacità di provare emozioni più positive. Emozioni soprattutto sociali come l’assistenza e ciò che ho definito in maiuscoletto, tra i sette sistemi affettivi di base, GIOCO (gioia sociale). Questi aspetti sono particolarmente importanti per lo sviluppo infantile ottimale e la sana maturazione mentale (vale a dire, che fornisce resistenza contro lo stress). L’altro modo è quello di comprendere il potere delle proprie emozioni, coltivando forme di vita integrate nei nostri modi mentali di essere. Che siano favorevoli e positivi. Che forniscano molti strumenti cognitivi per contrastare e regolare il tipo di sentimenti negativi che possono rendere la vita miserabile. Naturalmente, tutto ciò che ci fa capire le basi neurobiologiche dei nostri sentimenti, può anche contribuire a sviluppare nuovi e più efficaci farmaci per diversi disturbi psichiatrici.

In Italia stiamo assistendo a un fenomeno tragico: una lunga serie di omicidi, di uomini che uccidono donne, compagne ed ex partner. Le neuroscienze affettive come leggono questo drammatico e doloroso fenomeno?

In generale, i maschi hanno sistemi di quella che nei sette sistemi affettivi di base definisco COLLERA (rabbia) più forti rispetto alle femmine. E dal momento che il testosterone promuove anche gli organismi più forti, le due cose spesso prendono un cattiva strada nel comportamento verso le donne. E’ saggio comprendere i tipi di sistemi emotivi primordiali. Interrogarsi su come vengano generati dal nostro cervello, per cercare di educare il nostro cervello e la nostra mente con una saggezza che ci consenta di porre le nostre passioni in prospettiva. Forse la comprensione della natura biologica delle emozioni di questi uomini che aggrediscono le donne, vi aiuterà in questo tipo di apprendimento. Una formazione che sarebbe utile a tutti: capire come le loro menti inferiori funzionano e come gli aspetti più distruttivi possano essere migliorati con le conoscenze neurobiologiche e la saggezza umana.

Spesso si parla di quando entreremo in contatto con extraterrestri. Ma per entrare in relazione con gli alieni, in base alle sue teorie, dovremmo potere disporre dei medesimi sistemi affettivi di base.

Nessuno conosce la risposta a questa domanda. Ma la probabilità è alta che gli altri mondi abitati nell’universo possano avere problemi di sopravvivenza molto simili per essere preoccupati come noi. Quindi, anche se ci potranno essere molte differenze nei dettagli comportamentali e nel cervello, dovrebbero esserci pure alcuni principi generali comuni. Non c’è scienza su tali questioni in un modo tale che si possa anche soltanto formulare delle ipotesi. Ma basti pensare che tutti i mammiferi che vivono sulla terra, così come molti altri animali, hanno sistemi emotivi primordiali molto simili.

Quali sviluppi si aspetta per il futuro delle neuroscienze affettive?

Una conoscenza più dettagliata e lo sviluppo di farmaci psichiatrici nuovi e più efficaci.

Vedi anche:

Neuropsicoanalisi, EMDR, Mindfulness, e altre cose. Intervista a Jaak Panksepp (seconda parte)

Archeologia della mente: le emozioni che tutti ci accomunano

A che gioco giochiamo noi primati. Intervista a Dario Maestripieri

Archeologia della mente: le emozioni che tutti ci accomunano


ArcheologiaDellaMente_CoverHai presente quando vorresti leggere un libro tutto d’uni fiato? Perché senti che ti racconta cose importanti. Fondamentali. Che ti risuonano come plausibili e riscontrabili nella realtà quotidiana. Tanto per dire: la differenza tra la gelosia femminile e quella maschie ha vie neuronali e biochimiche differenti. Quindi, manifestazioni differenti (lascio a voi il piacere di scoprirlo nel dettaglio leggendo l’irrinunciabile volume). Peccato che, pure mettendosi d’impegno ed avendo tempo a disposizione, questo libro, Archeologia della mente (Raffaello Cortina Editore), assomma oltre 500 pagine (a cui va aggiunta una bibliografia sterminata). Per di più, pagine ricche di rimandi, riferimenti, illuminanti considerazioni sulle ricerche neuroscientifiche di questi anni. Tutto ciò per dimostrare che le neuroscienze affettive, di cui uno degli autori, il neurobiologo Jaak Panksepp è padre (l’altra autrice del volume, Lucy Biven è psicoanalista infantile e adolescenziale), rappresentano le fondamenta su cui costruiamo tutto il nostro edificio cognitivo e comportamentale.

Sì, lo so, ne hanno ampiamente discusso altri (Goleman, Damasio, ad esempio). Ma Panksepp (di cui sono note anche le ricerche e le pubblicazioni sulla neurobiologia della risata) lo fa in modo magistrale. Mostra come i sette sistemi emotivi (o affettivi) di base, fino ad oggi scoperti, ci accomunino tutti. Sono in definitiva il terreno comune che, nel caso di grandi e universali opere artistiche o di spettacolo, o fatti di cronaca particolari, ci emozioniamo tutti in modi simili. Sono la base che accomuna noi e gli animali.

“Nelle profondità degli antichi recessi affettivi dei nostri cervelli rimaniamo evolutivamente parenti. Questo è da tempo evidente nelle nostre strutture fisiche e biochimiche. Sono riscontrabili, nei diversi mammiferi, gli stessi tipi di vie neuronali e di sostanze chimiche cerebrali che eccitano ognuno di questi sette sistemi che mediano le emozioni. Stando ai dati di cui disponiamo al momento, tanto gli esseri umani quanto gli altri mammiferi esperiscono sentimenti simili quando questi sistemi sono attivati”.

Non lo leggerò tutto d’un fiato Archeologia della mente. Ma, anche se più a rilento, grazie a questo prezioso volume nutrirò a lungo gran parte dei miei sette sostrati affettivi. I “tesori archeologi” del nostro cervello, i “gioielli della mente”, come li definisce Jaak Panksepp.