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59 Secondi. La scienza del cambiamento rapido applicata agli altri. Come Richard Wiseman ritrova e fa ritrovare i portafogli


Con un titolo così chilometrico, se non fosse un testo di un autore che azzecca quasi tutto, non sarebbe mai comparso sugli scaffali. E’ già una dimostrazione delle sue tesi di “cambiamento rapido”: qualcosa che non si verifica di consueto, non è detto che non avvenga un minuto dopo. Basti pensare a cosa fa la natura (e noi siamo natura), la mente umana, più spesso in senso aggressivo e distruttivo, che costruttivo. Ma, in definitiva, per assistere a cambiamenti sostanziali, non dobbiamo necessariamente ritenere che occorrano tempi lunghi. A volte è più facile sapere su cosa puntare e, come insegna Wiseman, farlo rapidamente. Il più delle volte, invece, la nostra mente si perde in tortuosi e interminabili percorsi. Tunnel senza uscita. Scelte, opzioni, possibilità che si moltiplicano all’infinito. Col risultato di arenarci. Vale per la nostra vita di relazione, come per il lavoro, la nostra formazione, l’educazione dei figli o la nostra salute.

Non pensiate sia il solito manualetto di qualcuno (9 volte su 10 americano) che vuole insegnarci qualche trucco per vivere meglio o avere più successo nella vita. Una volta scoperto (attraverso Quirkology, un suo precedente titolo di successo) sto leggendo tutto (e vedendo su YouTube) di Richard Wiseman. Come dire? E’ uno psicologo, ha fatto il ricercatore e il docente universitario, è un mago professionista. E’ uno che sa di psicologia, di inganni della mente e della vita, di attenzioni e disattenzioni. E cerca di imparare costantemente dagli errori (suoi e del prossimo), correggendosi. In questo manuale ci insegna come emularlo. Ha un quid di genialità e creatività che fa la differenza tra lui e tutti gli altri studiosi della mente e del comportamento umano produttori di manualoni con poca o nulla inventiva. Del resto con quel cognome (wiseman, uomo saggio), sarà pure una componente ereditaria.

E’ vero, la sua è una psicologia “spicciola”, pratica, da strada. Una psicologia pratica del processo di cambiamento. Alla fine quella che serve alla gente nella vita di tutti i giorni. Se la psicologia non serve pure a questo, qual è il suo scopo? E, comunque, ciò che Wiseman insegna per la vita di tutti i giorni di ognuno di noi, è supportato da ricerche, letteratura scientifica (basti vedere le note biblio), buon senso. Wiseman cerca di far uscire la psicologia dai laboratori per farcela entrare in tasca.

Ad esempio? Perde il portafoglio, va come tutti nel panico, e si chiede se ci sia un modo “statisticamente” più probabile per farselo riconsegnare. Non è sicuro, ma rispetto al 100 per cento, o quasi, di probabilità di non rivedere mai più il vostro portafoglio, il sistema “sperimentalmente” trovato da Wiseman per farselo riportare con una percentuale che si alza ad un bel 35 per cento, è il seguente: “prendete la fotografia del neonato più dolce e sorridente che riuscite a trovare e mettetela in bella vista all’interno”. E nel libro Wiseman spiega perché ciò avvenga, dal punto di vista culturale, evolutivo, neuropsicologico. Lo fa, anche qui, in modo sintetico, chiaro, non pedante. In una parola, efficace.                  

 A questo punto auguriamoci che i ritrovatori di portafogli non siano anch’essi fan dei libri di Wiseman.  

Richard Wiseman è psicologo ed  ha lavorato alla University of Hertfordshire. Nel 2002, a sua misura, è stata  istituita la prima cattedra britannica in Public Understanding of Psychology. Mago professionista, è entrato a far parte giovanissimo di Magic Circle. Autore di numerose pubblicazioni accademiche,  ha pubblicato testi di grande successo come Quirkology (Ponte alle Grazie, 2009), tradotti in più di venti lingue. Fautore della strategia del cambiamento rapido, nel 2009 ha scritto il libro 59 seconds, di cui in Italia nel 2010 è stato pubblicato il primo volume: 59 secondi. La scienza del cambiamento rapido applicata a se stessi. Appare regolarmente sui media e il suo canale dedicato su YouTube registra milioni di visitatori.

L’arte di ricordare tutto. Joshua Foer il “Gianni Golfera” americano


Esce a giorni, per l’editore Longanesi, L’arte di ricordare tutto di Joshua Foer. Con la solita esterofilia tipica della stampa italiana, già il Corriere nei mesi scorsi e L’Espresso questa settimana (“Io, campione di memoria”) dedicano ampi servizi al giovane Foer, giornalista scientifico americano, appartenente ad una famiglia di scrittori e giornalisti di successo.

Foer ha scritto questo volume a seguito di un articolo che gli venne affidato dal suo giornale: seguire e raccontare la competizione, il campionato americano della memoria, che ogni anno si svolge a New York. In seguito Foer si appassiona alle tecniche per migliorare e potenziare le capacità di memoria e apprendimento, finendo con l’allenarsi regolarmente dieci o quindici minuti al giorno, per una decina di mesi. Foer, prima come ogni comune mortale  (dimenticava dove aveva messo le chiavi dell’auto o dove aveva parcheggiato la medesima), vede progressivamente incrementare le sue capacità mnemoniche. Fino a diventare egli stesso un “campione” di memoria.  Fino a partecipare, un anno dopo, al campionato americano di memoria, e vincerlo. Qualche mese dopo si ritrovò a rappresentare gli Stati Uniti nel campionato mondiale. Egli stesso aggiunge, nell’intervista a cura di Andrea Visconti sull’Espresso di questa settimana: “Non feci bella figura perché gli europei sono più forti degli americani”.

Va fatto notare che Joshua Foer dice le stesse, identiche cose che va sostenendo e insegnando da oltre dieci anni Gianni Golfera nel nostro Paese. E che sono state diffuse anche attraverso libri come La memoria emotiva (2003) e Il grande libro della memoria, uscito l’anno passato, entrambi editi da Sperling & Kupfer. Ad esempio il potere delle immagini. Dice Foer: «Gli europei hanno tecniche elaborate per trasformare le informazioni in immagini. I migliori campioni europei sono in grado di trasformare in immagini qualsiasi numero da zero a un miliardo. La memoria non è altro che l’abilità di creare velocemente immagini indelebili».

Ma perché questo legame tra memoria e immagini? Nel Grande libro della memoria, nel paragrafo intitolato non a caso “Il potere delle immagini”, iniziamo dicendo: “Il cervello dei nostri progenitori era soprattutto visivo, e questo è il motivo per cui le immagini erano e sono ancora oggi così importanti. Riflettiamoci un attimo. Di cosa poteva mai aver bisogno un uomo delle caverne? Di imprimersi nella memoria immagini relative a luoghi, animali, ma anche divinità che credeva lo potessero proteggere da tutti i pericoli che la dura vita sul pianeta gli riservava”.  Fino a giungere alla nostra “civiltà delle immagini”, le immagini rappresentate e quelle mentali hanno avuto ed hanno grande importanza per la fissare le informazioni astratte ed apprendere.

Gianni Golfera, per quanto discusso, ha avuto ed ha il merito di divulgare ed insegnare tutto ciò. Compresa quella che pare una scoperta diffusa dal Joshua Foer: il ruolo degli italiani dei secoli passati nel perfezionare e diffondere l’arte della memoria. Tra gli altri, Giulio Camillo. Pare strano, ma sono anche queste informazioni e nozioni largamente diffuse da Gianni Golfera attraverso le sue lezioni, interviste, libri. Informazioni diffuse da Gianni Golfera anche negli Stati Uniti, tra l’altro, pure attraverso un sito in lingua.

E in più, aspetto fondamentale, anche questa presentata come “scoperta” di Foer, ogni persona in grado di applicarsi ed allenarsi nelle mnemotecniche, può veder migliorare ed incrementare le proprie capacità di memoria nel tempo. Gianni Golfera sostiene da sempre che non occorre essere soggetti eccezionali, o addirittura “idioti sapienti” come si pensava un tempo, per memorizzare e ripetere velocemente nozioni apprese in pochi minuti. Lo si può fare applicando metodi, strategie e allenamento.

C’è solo da augurarsi, ora, che qualcuno non se ne esca dicendo che “Gianni Golfera è lo Joshua Foer italiano”. Semmai è il contrario. Ma, come sempre, guardiamo ed esaltiamo ciò che ci giunge da oltreoceano, mentre tendiamo a sottovalutare, ignorare o, addirittura, denigrare ciò che abbiamo più a portata di mano. Anzi, di cervello.

Aggiornamento 1: sto leggendo il libro di Joshua Foer. E’ indubbiamente ben scritto. Non è un manuale per potenziare la memoria, ma piuttosto un saggio di come sia nata, diffusa e arrivata fino ai giorni nostri l’arte della memoria. L’excursus è sempre quello, esposto in quasi tutti i libri che si occupano di storia delle mnemotecniche: da Simonide di Ceo fino ai mnemonisti di oggi. Che allenano e utilizzano la memoria come un muscolo. Tanto da partecipare ai campionati di memoria, nazionali e mondiali. Vi sono oggi veri e propri atleti della memoria, organizzati in associazioni, club o scuole di provenienza. Il mnemonista, colui che eccelle nello sfoggio delle sue capacità mnemoniche, può essersi fatto da sé, attraverso lo studio di manuali, oppure aver seguito scuole e corsi. Foer ci racconta come, partito dal voler realizzare un servizio giornalistico sul brain training mnemonico, sia a sua volta diventato un “campioncino” di memoria.

Vi sono guru della memoria. Venerati, pagati e invitati alle trasmissioni tv. Essere grandi performer di memoria, in passato equivaleva ad essere considerati maghi, come accadde a Giordano Bruno. Oggi invece il mnemonista di successo è una star, un personaggio in bilico tra la spettacolo, il fenomeno da baraccone e la cultura. Sta all’intelligenza e alla saggezza del mnemonista proporsi come un allenatore, un trainer, un coach in grado di migliorare le prestazioni mnemoniche di chi segua i suoi insegnamenti. La curiosità suscitata da queste tecniche è data dal fatto che la maggior parte della gente lamenta di avere “poca memoria”. In realtà, terminato l’iter scolastico – e spesso anche durante il medesimo – capita che non si sappia bene come funzioni la memoria, come la si addestri e, soprattutto, come organizzare e richiamare, al momento del bisogno, nozioni e informazioni apprese. Non ho mai conosciuto qualcuno che non volesse avere più memoria o migliorare il modo di farla funzionare.

Libri come questo di Foer mostrano che ogni persona con un adeguato e costante allenamento può migliorare sensibilmente le proprie capacità mnemoniche. Che poi i guru della mnemotecnica suscitino invidie, acredine e accese rivalità, non capita soltanto a Gianni Golfera. Ne è ad esempio oggetto pure Tony Buzan (quello delle “mappe mentali”). «La comunità dei mnemonisti – scrive Joshua Foer – che partecipano alle competizioni si suddivide nettamente in due fazioni: quelli che considerano Buzan il nuovo Messia e quelli convinti che le sue idee sul cervello siano gonfiate con l’imbroglio e a volte persino poco scientifiche. Questi ultimi sottolineano, non a torto, come Buzan predichi sì una “rivoluzione globale nel campo dell’istruzione”, ma abbia avuto molto più successo nel creare un impero commerciale globale che nell’introdurre i suoi metodi nelle aule».  

Tra le righe di questo excursus, dedicato soprattutto a coloro che oggi hanno fatto delle abilità mnemoniche una professione e una abilità spettacolare, vi sono comunque contenute descrizioni su come i campioni allenano  la memoria, riflessioni sull’importanza della memoria in un mondo digitalizzato, raffronti con quanto la ricerca sul cervello va rivelando. E pure pennellate divertenti e ironiche. Come quando Foer conquista la medaglia di bronzo a una gara mnemonica e in seguito si addormenta, risvegliandosi con un gran cerchio rosso sulla guancia. Si era “dimenticato” di togliere la medaglia dal collo…

Aggiornamento 2: Claudio Castellacci mi fa notare che la prefazione in corsivo (Simonide di Ceo e la nascita dell’arte della memoria) del libro di Foer “ricorda molto” un passaggio del classico L’arte della memoria di Frances A. Yates (Einaudi).

Aggiornamento 3: domani, venerdì 22 giugno 2012, Gianni Golfera parteciperà ad un seminario sulla memoria all’Azienda ospedaliera universitaria pisana (Aoup). All’incontro, dopo un’introduzione di Ubaldo Bonuccelli, direttore dell’Unità operativa di neurologia dell’Aoup, una presentazione di Cristina Pagni sulle basi della memoria e di Gloria Tognoni sul disturbo cognitivo lieve, Golfera eseguirà alcune dimostrazioni e presenterà il suo metodo. 

Cromosomi in più nel cervello: Alzheimer e cellule iperploidi


Il prossimo 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’ Alzheimer. Un’occasione per riflettere se le continue acquisizioni in neuroscienze stiano conducendo anche a scoperte utili per la cura delle malattie neurodegenerative e, in particolare, di una tra le più temute e, a tutt’oggi, irrisolte:  l’Alzheimer.

Sugli aspetti genetici e molecolari si sta indagando da tempo, e alcuni traguardi di rilievo sono stati raggiunti. Che tuttavia non si sono tradotti in possibilità terapeutiche efficaci né, tantomeno, risolutive. Anche perché quasi tutte centrate sulle placche proteiche di beta-amiloide, senza tuttavia ottenere grossi vantaggi sui sintomi progressivi della malattia. Altrettanto dicasi per la proteina tau che si sviluppa all’interno dei neuroni delle persone colpite da Alzheimer. Ma la domanda cruciale che oggi i ricercatori si stanno ponendo è: l’ammasso di queste proteine intracellulari sono la causa o l’effetto di qualcos’altro a monte?

Si delinea qualcosa di apparentemente nuovo che, se confermato, aprirà la strada a nuove indagini e future possibilità di trattamento. Forse più attuabili nelle forme ereditarie. Nel cellule cerebrali delle persone colpite da Alzheimer, stando alle nuove scoperte, sussisterebbe una condizione nota come “iperploidia”, ovvero un numero superiore a due set cromosomici che sarebbe normale attendersi. Nel cervello normale circa il 10 per cento delle cellule sono iperploidi, mentre nei soggetti studiati, negli stadi precoci della malattia di Alzheimer, la quantità risultava doppia. E tali cellule andavano incontro a morte nelle fasi finali della malattia, lasciando il cervello privo di neuroni. Nelle ricerche successive, si è cercato di comprendere se le cellule iperploidi anormali fossero diffuse ovunque, oppure fossero confinate nelle aree cerebrali più colpite dalla malattia di Alzheimer. La risposta sperimentale ha evidenziato una dispersione uniforme nel cervello sano, mentre le cellule anormali, nel caso di soggetti colpiti da Alzheimer, si limitavano strettamente alle regioni deputate alla formulazione del “pensiero” e della “memoria”. Le aree più colpite dall’Alzheimer.

Come ha riferito nel maggio scorso la rivista New Scientist, in un articolo di Andy Coghlan, il gruppo di  ricerca cappeggiato da Thomas Arendt presso l’Università di Leipzig in Germania, ha esaminato i tessuti prelevati da  cervelli sani e dai cervelli di quanti avevano una diagnosi di morbo di Alzheimer, al momento della morte, o mostrassero segni iniziali della malattia. La ricerca ha evidenziato che circa il 10 per cento dei neuroni nel cervello delle persone sane conteneva più di due set di cromosomi, una condizione nota come iperploidia. La scoperta sorprende  in quanto tutte le cellule del corpo umano si suppone che contengono solo due set di cromosomi. Non solo, ma ancora più importante è il fatto che nel periodo appena precedente allo sviluppo del morbo di Alzheimer, o nei primi stadi della malattia, la Arendt e colleghi hanno scoperto che le cellule iperploidi erano una quantità  doppia rispetto al comune. E, nella fase finale del morbo di Alzheimer,  delle cellule cerebrali perdute, il 90 per cento erano iperploidi (American Journal of Pathology, DOI: 10.2353/ajpath.2010.090955).    

 Andando più nel sottile, le cellule cerebrali iperploidi delle persone malate di Alzheimer contengono differenze sostanziali da quelle delle persone malate. E nonostante non si conosca ancora a fondo il ruolo delle cellule iperploidi nel cervello sano, il quello malato sembrano essere il maldestro risultato di duplicazione cellulare, portando con sé, come conseguenza, un elevato, e anormale, numero di cellule iperploidi.

E’ ancora prematuro dire se vi sia un ruolo diretto dell’anormale numero di cellule iperploidi nella genesi del’Alzheimer, per ora si tratta semplicemente di una correlazione. Tuttavia siamo di fronte ad una nuova evidenza sperimentale di cui tener conto, in una patologia neurodegenerativa che tuttora non lascia speranze.

I passi successivi, già avviati da altri gruppi di ricerca (ad esempio in Spagna, José María Frade e colleghi all’Istituto Cajal di Madrid) sono volti a chiarire una serie di interrogativi: la quantità di cellule extra sono già presenti nel cervello del feto che in seguito, da adulto, svilupperà la malattia di Alzheimer, oppure chi si ammala da adulto produce più cellule del dovuto a seguito della malattia? E infine: se questa iperproduzione di cellule ha un ruolo nella malattia, come rallentarla o addirittura bloccarla? Domande aperte, a cui la ricerca successiva dovrà dare risposte. Intanto, si è avviata una nuova   fase di fiducia tra i ricercatori.

News: La Fondazione Manuli, che si impegna per l’aiuto concreto ai malati di Alzheimer e alle loro famiglie, il 20 settembre 2011 terrà a Milano il convegno “L’isola in città come miglioramento della qualità di vita della persona con Alzheimer. Quali risultati?”.

A dangerous method. Freud e Jung sbarcano a Venezia


 

Salpando verso New York, il 21 agosto 1909, Freud si rivolse a Jung dicendogli: “Non sanno che portiamo la peste”. Ora la peste, centodue anni dopo, arriva a Venezia con il film del regista dell’inconscio, il canadese David Cronenberg. Si intitola, significativamente, “A dangerous method” e sarà nelle sale dal 30 settembre.

Se ne sta già parlando molto, e avremo modo di tornaci sopra.  Il film affronta il tema della nascita della psicoanalisi, in particolare il rapporto tra Freud, l’allievo e poi rivale Jung e la paziente – successivamente laureatasi in medicina e divenuta anche lei analista – Sabina Spielrein. Un triangolo amoroso alle fondamenta della disciplina dell’inconscio.

Nello stile di Cronenberg, anche se il film è quasi interamente sviluppato sui dialoghi, emergono i lati oscuri, violenti, torbidi e perversi dell’animo umano. Anche di coloro che, tali parti oscure, dovrebbero analizzare, comprendere e curare.

Ha detto Cronenberg in un’intervista rilasciata a Fulvia Caprara de La Stampa: «La psichiatria ha naturalmente influenzato tutti i miei film, anche se, fino a questo momento, a differenza di altri registi, non l’avevo mai affrontata direttamente». Ma nel film, in realtà, non si parla di “psichiatria”, ma semmai di problemi psichiatrici affrontati dal “pericoloso metodo” della psicoanalisi.

Perché la psicoanalisi viene definita un “metodo pericoloso”? Sono molte le critiche che, dalla nascita della disciplina fino ai giorni nostri, le sono piovute addosso. Dal fatto di basarsi su osservazioni empiriche e non su dati scientifici. Al fatto che non esistessero metanalisi dei risultati ottenuti con i pazienti. Al fatto, non ultimo, che i padri fondatori, e molti seguaci, non avessero tenuto un comportamento propriamente corretto, né tantomeno morale, con i propri pazienti. In particolare le pazienti donne.

Il film, tratto dal testo teatrale The talking cure dello sceneggiatore Christoper Hampton, affronta questo delicato aspetto della psicoanalisi al suo sorgere. La cura delle parole e il giro di pazienti donne, amanti e personaggi ambigui. Freud e Jung ne parleranno, anche per corrispondenza, e ne nascerà, tra le altre, la teoria del “transfert” e “controtransfert”.

La storia si dipana, tra gli altri, a partire di due personaggi, Sabina Spielrein e Otto Gross. Furono entrambi pazienti di  Jung e successivamente, da analizzandi, intrapresero il percorso formativo e divennero  a loro volta analisti. I documenti storici (si veda ad esempio I misteri dell’anima. Una storia sociale e culturale della psicoanalisi dello storico Eli Zaretsky della New York University) mostrano molto chiaramente come gli esordi della psicoanalisi furono improntati all’intuizione, creatività, genialità dei fondatori (il particolare Freud e Jung), ma furono anche impregnati da un’atmosfera torbida, promiscua, sessualmente carica.

La psicoanalisi fungeva da cura per i repressi. Liberava fantasie erotiche, di cui gli stessi analisti, capitava, se ne giovassero. Molti dei primi analisti intrecciarono relazioni con le loro pazienti. Fu il caso di Jung con Sabina Spielrein, in cura con una diagnosi iniziale di schizofrenia,  e di Otto Gross, di cui nel film si vedranno le prodezze, un erotomane in cura, sempre da Jung all’ospedale psichiatrico  Burghölzli dell’Università di Zurigo, per problemi di tossicodipendenza.  C’era una strana e pericolosa commistione tra pazienti, curanti, problematiche psicologiche e sessuali, e messa in atto delle medesime.

Ferenczi, altra figura di spicco della nascente psicoanalisi, fu legato sentimentalmente a due pazienti, Gizella Pálos, che poi sposerà, e alla figlia della medesima, Elma. Scrivendo a Freud, osservò: «Mi ero trovato a pensare che non è giusto usare lo stesso divano per la professione e per le prestazioni amorose. Una persona dotata di acuto senso dell’olfatto avrebbe potuto sentire quel che era successo».

Insomma, gli psicoanalisti, e gli analisti del profondo, scoperchiano il vaso di Pandora della sessualità repressa del tempo, e ne approfittano. Commenteranno pure che le pazienti isteriche sono scatenate, al riguardo. Un metodo pericoloso, non c’è dubbio. Specialmente se utilizzato senza etica e senza freni.

Al film di Cronenberg, che andremo a vedere e commenteremo, c’è un precedente di qualche anno fa, sempre sul rapporto tra Jung e Sabina Spielrein: Prendimi l’anima di Roberto Faenza, un altro regista che ama scandagliare i recessi e i tormenti della psiche.

Aggiornamento: Ho visto il film, uscito oggi, 30 settembre, a Milano come nel resto d’Italia. Inizia con un urlo e termina con un silenzio. In mezzo un bigino della psicoanalisi e del rapporto prima solidale e infine conflittuale, fino alla rottura, tra Freud e Jung. L’elemento disturbante, a parte l’erotomane e tossicomane Otto Gross, è dato da Sabine Spielrein. Colei che scatena in Jung la passione erotica e amorosa. Tra un torbido incontro amoroso e l’altro, la sintesi degli episodi “storici” del rapporto Freud-Jung. La diatriba tra le tensioni mistico-esoteriche di Jung e la fermezza di Freud, perennemente col sigaro in bocca, nel voler mantenere la nascente psicoanalisi dentro i binari della razionalità e della scientificità.

C’è persino il famoso e leggendario episodio degli schiocchi nello studio di Freud, mentre Jung cerca di convincerlo ad occuparsi anche di telepatia e ricerca psichica (la vera denominazione di allora della attuale “parapsicologia”). Episodio che Freud liquida come effetto del riscaldamento e conseguente dilatazione del legno della libreria, deridendo Jung per la sue tensioni paranormali. Non poteva mancare l’altro episodio riportato da gran parte delle mitostorie della psicoanalisi, e citato anche qui: Freud e Jung in nave alla volta di New York, in compagnia di Ferenczi, e la storica frase di Freud sulla “peste” che starebbero portando negli Stati Uniti. E neppure manca lo svenimento di Freud, su cui è stato addirittura scritto un intero libero (S. Rosenberg, Perché Freud è svenuto).  

Ancora, un rapido, fuggevole accenno a Joseph Breuer, colui che, a detta dello stesso Freud poi antagonista, fu il suo vero maestro e ispiratore, con ricerche, lavori fondamentali sull’isteria e sull’ipnosi, nel concepire e strutturare la psicologia del profondo. E c’è una ricostruzione museale (potrà essere usata a scopo didattico) dei marchingegni per registrare i tempi di reazione nel test di associazioni libere, con tanto di cronometro e tracciato rudimentale su cilindro rotante di cuoio. Jung somministra il test alla moglie e Sabine Spielrein, già avviata allo studio della medicina e in seguito della psicoanalisi, sovrintende ai marchingegni. Interpretandone alla fine i risultati, una volta di nuovo sola con Jung.

Dal match cinematografico (Fassbender-Jung, Mortensen-Freud)  esce vincente Freud: una roccia, una guida, un maestro che non perde mai il controllo di se stesso. Fino al punto di svenire, per non adirarsi, dopo una diatriba intelletuale con Jung sulla storica questione “Akhenaton-Mosè” e il monoteismo. Soccorso a terra da Jung, Freud gli sussurra “come dev’essere dolce morire”. Oppure, per far capire il rapporto tra i due, sempre più un duello di intelligenze e sensibilità, Freud che sulla nave verso gli Stati Uniti si rifiuta diplomaticamente di ricambiare  a Jung lo scambio di racconti di sogni personali, dalla cui interpretazione potrebbe risultare scalfita la propria autorità di padre fondatore, maestro e guida della disciplina del profondo. Un Freud dunque ipercontrollato (il Super-io) e, nelle regole del cinema, un antagonista Jung (l’Es) che si abbandona alle pulsioni sotterranee (sessuali, paranormali, sciamaniche, mistiche).

Il film non mi ha convinto del tutto. Emozioni assenti. Se si esclude qualche ridicola pruderie per le scene sado-maso, a suon di cinghiate e sculacciate, tra Jung e la Spielrein. Totalmente cerebrale. Nessuna scena memorabile. Girato e fotografato sicuramente alla grande. Dialoghi ineccepibili, con qualche lieve cedimento qua e là. E qualche raro momento di umorismo, contenuto: Jung che rimpinza il suo piatto di polpettone, invitato a pranzo nella casa di Freud a Vienna. Oppure, Otto Gross con la sua fastidiosa-simpatica invadenza, le sue teorie sulla necessità di dare libero sfogo alla proprie pulsioni, in specie quelle sessuali. 

Anche se è un Cronenberg diverso e questa volta incompiuto, rimane la sua ossessione per le trasformazioni psicosomatiche, qui a partire dall’inconscio. Che nel film però, stranamente, non viene mai nominato. Questa volta più che il tocco del genio Cronenberg, c’è la sua “punzecchiatura”. Si vede la mano del regista canadese (che non ha mai girato neppure una scena negli Stati Uniti, in tutti i suoi film), il suo stile, ma stavolta troppo intellettuale, freddo, arido, didascalico. C’è passione, ma solo per la ricostruzione storica: è più simile a un docufilm, che non a un film.

Riconosco che non è semplice trarre un buon film dalle oceaniche e intricate vicende della psicoanalisi (“sarebbero state necessarie otto ore di film” disse il regista John Huston che realizzò Freud, passioni segrete). E’ sempre stato un rapporto di amore e odio tra cinema e psicoanalisi. La psicoanalisi che entra a far parte del bagaglio culturale del critico cinematografico. Gli sceneggiatori e i registi che, quando parlano di psicoanalisi dal punto di vista storico, prediligono gli aspetti perversi e torbidi. In definitiva, i migliori film “di” psicoanalisi sono quelli che ne utilizzano le tematiche, senza trattarne direttamente o totalmente (vedi Hitchcock).

Faccio una previsione (oppure do un suggerimento). Qualche sceneggiatore e qualche regista si metteranno ora al lavoro su un altro testo parapsicoanalitico: Le lacrime di Nietzsche di Irvin D.Yalom.