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Giorgio Lambertenghi Delilier: “Il mio parere sul plasma da guariti nei malati Covid-19”


Neurobioblog_ Giorgio_LambertenghiCurare la sindrome da coronavirus. Tutti siamo nella spasmodica attesa che si trovi una cura valida. Un trattamento che salvi la vita alla gente. Nell’attesa che venga sviluppato un vaccino. Tra le molteplici proposte terapeutiche di cui di giorno in giorno, di ora in ora, si stanno inseguendo, in una mondiale corsa contro il tempo, c’è anche quella ricavata dal sangue dei pazienti guariti dall’infezione, il cosiddetto “plasma di convalescenza”. Di cosa si tratta?

La teoria che ne è alla base non è recente, anzi, risale a oltre 100 anni fa. «Si basa sul presupposto  secondo cui», spiega “The Scientist”, «un sopravvissuto ha sviluppato anticorpi nel corso della propria infezione, le donazioni di sangue a coloro che si sono recentemente ammalati darebbero un vantaggio al sistema immunitario dei riceventi, riducendo la gravità della malattia e aumentando la probabilità di sopravvivenza. Durante la pandemia di influenza spagnola del 1918, il tasso di mortalità è diminuito del 50% tra i pazienti che hanno ricevuto il trattamento da convalescente, secondo una meta-analisi delle cartelle cliniche disponibili in quel momento e pubblicata negli Annals of Internal Medicine nel 2006».

Teniamo però conto che 100 anni fa non avevano le possibilità terepeutiche di oggi. Non si  disponeva della rapidità di ricerca, dei mezzi tecnologici per sviluppare e per testare nuove terapie.  Dovevano sopperire con quello che c’era. E gli anticorpi dei guariti potevano essere una possibilità. Tuttavia l’impiego del plasma di convalescenza è anche oggi preso in considerazione, seppure in pazienti gravemente compromessi, in base a un protocollo di sperimentazione di emergenza.

Ma più che agli ammalati, secondo alcuni il plasma di convalescenza potrebbe essere utile per proteggere chi è sovraesposto al rischio di contagio, cioè a chi si prende cura dei malati di Covid-19. «I sostenitori del trattamento», riporta “The Scientist”, «hanno affermato che potrebbe essere molto utile per i medici e gli infermieri in prima linea, che devono affrontare esposizioni ripetute e la cui assenza dal lavoro influirebbe notevolmente sulla salute pubblica, oltre a coloro che lavorano nelle case di cura, prendendosi cura delle persone che sono più a rischio di sperimentare complicazioni letali dall’infezione».

Abbiamo chiesto di chiarirci  le ieee a un grande medico e ricercatore che si è occupato a lungo di problematiche ematologiche e ancora fornisce il suo prezioso contributo alla medicina interna: Giorgio Lambertenghi Deliliers, direttore dell’Unità operativa di Medicina generale dell’Auxologico Capitanio di Milano e, tra i moltepli incarici ospedalieri, scientifici e istituzionali rivestiti, già direttore del Dipartimento di ematologia e oncologia della FondazioneI Irccs Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e direttore del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Milano.

Prof. Lambertenghi il cosidetto “plasma dei guariti” può essere una opzione terapeutica, se non per tutti, per certi malati Covid-19? 

La somministrazione di plasma provenienti da donatori sani è raccomandata per i pazienti in condizioni critiche (shock settico, ipovolemico, cardiogeno ecc.), e quindi anche per i soggetti Covid-19 con gravi complicanze soprattutto cardiache.

Diverso è il razionale dell’uso del plasma proveniente da pazienti Covid-19 convalescenti e guariti, a scopo profilattico o terapeutico. L’ipotesi (ma è solo una ipotesi) è che questi concentrati siano ricchi di anticorpi specifici utili per eliminare il virus. La letteratura riferisce infatti una “possibile” efficacia dei plasmi di soggetti convalescenti in altre endemie del passato, come quella più recente dell’Ebola. Non si può peraltro escludere che questi risultati siano legati solo alla ricostituzione del volume circolante e non alla reazione anticorpale.

In conclusione la somministrazione di plasma di soggetti convalescenti a pazienti con malattia Covid-19 attiva non è da rifiutare a priori, ma deve essere praticata nell’ambito di una sperimentazione controllata (in accordo con i centri trasfusionali), per stabilire la dose da somministrare e soprattutto testare oltre la sua efficacia clinica anche soprattutto la sua sicurezza. Bisogna poi dimostrare con certezza che questi concentrati contengano una dose terapeutica di anticorpi specifici anti-Covid-19!

La terza considerazione è in relazione alla possibilità che nei pazienti Covid-19 (per definizione immunodepressi) la temperatura elevata e altre complicanze, soprattutto polmonari, siano sostenute da microrganismi concomitanti. Pertanto, in base all’esperienza ormai acquisita in altre condizioni di grave immunodepressione, sarebbe utile considerare l’infusione di immunoglobuline ad alte dosi, facilmente reperibili nel prontuario terapeutico. Il problema è il loro costo elevato, ma questo non deve diventare un problema quando si tratta di salvare una vita. Mi sono permesso di ricordare questa alternativa terapeutica anche sulla base della mia esperienza, positiva, nei pazienti leucemici con gravi infezioni, soprattutto polmonari.