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Enzo Soresi parla di “La speranza è un farmaco” di Fabrizio Benedetti


SperanzaFarmacoScrive Ivan Cavicchi  nel suo libro Medicina della complessità: “tutto il territorio entro cui la medicina si muove va rivisitato… è importante abbracciare la complessità dei sistemi…entro cui quest’arte si muove. Vanno affrontate nuove mappe che delineino l’intervento del medico e le regioni su cui intervenire”.

Negli anni ’70 quando dimettevo da Niguarda un paziente guarito  dalla polmonite, di nascosto gli  prescrivevo fialette di entogemina, uno dei primi probiotici che io ricordi, intuendo che la terapia antibiotica protratta avesse in parte alterato la flora intestinale. Oggi con la scoperta del microbiota  intestinale a cui è dedicato un capitolo nel libro  Mitocondrio mon amour scritto con il coblogger ed amico Pierangelo Garzia  la prescrizione di prebiotici e probiotici è diventata una necessità alla luce dei miliardi di germi con cui conviviamo ed il cui genoma è 100 volte superiore al nostro.

Gli articoli scientifici pubblicati nel  2016 su questo argomento sono stati oltre 15.00 e si è arrivati ad imputare ad un microbiota non adeguato malattie come la sclerosi multipla od il Parkinson.  Per assurdo un paziente depresso o stressato in cura con psicofarmaci potrà guarire in un tempo non lontano con trapianto di feci con microbiota adeguato , come già avviene per il morbo di Crohn. Ma, le novità che stanno sovvertendo la medicina sono in continua espansione  e la lettura dell’ultimo libro di Fabrizio Benedetti, neurofisiologo e neuroscienziato dell’Università di Torino,  mi ha ancora di più convinto di come la biologia stia sovvertendo la medicina.

Benedetti è la massima autorità per quanto riguarda l’effetto placebo e nel suo ultimo libro La speranza è un farmaco scrive che oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole sono vere e proprie armi che modificano il cervello ed il corpo di chi soffre, esse attivano le stesse vie biochimiche dei farmaci come la morfina o l’aspirina. Ma in realtà, da un punto di vista evolutivo, afferma Benedetti , sono nate prima le parole e poi i farmaci che seguono le stesse vie biochimiche impostate dalle parole e dalla relazione.

Fra i casi clinici che il neuroscienziato racconta nel suo libro,  il più singolare è quello di una paziente sofferente di un forte dolore toracico a cui venne somministrata acqua distillata come sostanza placebo mentre Benedetti le spiegava che si trattava di morfina. In realtà la paziente non ebbe alcuna riduzione del dolore e  quindi nessuna risposta all’effetto placebo… Successivamente  il prof somministrò morfina sempre parlando alla paziente e spiegandole che il dolore sarebbe scomparso. In  questo caso il dolore sparì. Infine il prof continuò a parlare alla paziente senza dirle che un computer le stava iniettando morfina ed in questo caso il dolore rimase invariato. Questo specifico esperimento scientifico in cui la morfina, iniettata all’insaputa della paziente non ha ottenuto alcuna risposta terapeutica,  conferma come sia importante da parte del medico, quando prescrive un farmaco, spiegare bene al paziente il significato di ciò che prescrive inducendo nel paziente una adeguata aspettativa terapeutica. Purtroppo è in antitesi con questa procedura, nella medicina scientifica, il bugiardino allegato al farmaco che induce, al contrario, nel paziente, l’effetto nocebo.

A questo proposito ricordo un caso assai singolare che mi è capitato; si trattava di un paziente assai sensibile ed a cui ero stato sempre  attento a non prescrivere psicofarmaci per la sua ansia in quanto prevedevo me li avrebbe rifiutati. Finito al pronto soccorso di un ospedale milanese per un dolore toracico ribelle il collega oltre a normali analgesici , vedendo il paziente assai agitato,  prescrisse una compressa da 20 mgr di paroxetina,  sul cui bugiardino le controindicazoni sono numerose. Assunta mezza compressa il paziente finì al pronto soccorso con colica addominale confermando come l’effetto nocebo nella medicina scientifica sia una realtà forse maggiore dell’effetto placebo.