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Evoluzione e relazione

(Post di Valentina Guzzardo) Cosa nutre la relazione e può tenerla in vita? Una domanda più che mai urgente in tempi di zone rosse e sirene d’ambulanza. Apos l’ha colta e, con un evento corale, ha risposto: lo stare insieme, il corredo ormonale, la biologia, la cultura, unico vero trampolino di rilancio umano e professionale. Un tempo di pensiero che ha nutrito un nuovo modo di agire e di percepire: quella che ci appare come separazione non è che una soglia, una membrana: lo spazio dove esiste possibilità di incontro e scambio. Questo campo di relazione è il punto di contatto sempre possibile.


Un senso nuovo

E’ quello emerso – tra sapere, mistero e sentire – durante le tavole rotonde del 46° Convegno Nazionale Apos, dove in qualità di moderatrice ho dialogato con il Prof. Enzo Soresi, il fisioterapista Ivan Martani, il Dott. Flavio Allegri e gli operatori Shiatsu Aldo Ricciotti e Alfredo D’Angelo (tutti ‘portavoce’ della più ampia mente collettiva in azione contemporaneamente: ad assistere c’erano quattrocento persone!). Interlocutori capaci di volare alto: scelti per la loro unione tra scientificità e umanità. “Siamo in gioco come esseri umani – ha detto Ricciotti – perché qualunque tecnica origina da noi”. Un dialogo che ridefinisce o piuttosto modella in modo nuovo, avveniristico, il ruolo e i compiti di medici e operatori del benessere. Un approccio integrato non più ovviabile nell’ottica di una Pnei (Psiconeuroendocrinoimmunologia) accomunata allo Shiatsu da una visione sistemica.

Riconoscersi umani

Cos’è una relazione dal punto di vista umanistico, somatico e neuroscientifico? Ciò che la identifica è la sua essenza: alla base della relazione c’è l’ascolto col cuore. “Relazione è la capacità di riconoscersi nell’altro come essere umano, riconoscere le emozioni, emozionarsi per le emozioni che trasmette”, risponde Allegri, dirigente della Pneumologia dell’Istituto dei Tumori di Milano, che tra un paziente e l’altro, tutte le volte che è possibile, si prende una decina di minuti d’intimità, raccoglimento, silenzio per riepilogare tra sé la storia della persona che sta per incontrare e farla sentire riconosciuta, appunto. La relazione, inoltre, ci permette di essere consapevoli che c’è qualcosa di più grande di noi a partire da noi, dall’accoglienza, primo ‘timbro’ di ogni rapporto umano, sotteso a quello terapeutico. “La disponibilità dell’altro ad aprirsi e sentirsi accolto è data dal fatto che vede in te qualcuno che può capire il suo dolore”, riflette Martani. “Se non ti riconosce come essere umano, è difficile possa farlo come terapeuta, ti delega eventualmente la parte tecnica, ma non tutto il resto”.

Accogliere

E senza empatia non può esserci effetto placebo. “La parola dell’accoglienza nutre la relazione perciò la relazione apre la porta e una parola detta prima di presentare una proposta di cura fa la differenza”, focalizza Enzo Soresi. “Per la stessa ragione non ho mai comunicato una prognosi infausta a nessuno. E’ un atto di potente presunzione e aggressività”, mentre la relazione è quella particolare interazione sociale che ci fa sentire in un posto sicuro. Toccare l’altro (manualmente o visivamente) presuppone un patto tra corpi che riconoscono una situazione di tranquillità. Neuroscienze e Teoria Polivagale confermano ciò che è vero da sempre a livello intuitivo: non posso costruire una relazione se ritengo l’altro pericoloso. Ad esempio, in tempi di pandemia, se mi sembra troppo vicino e quindi non mi fa sentire a mio agio.

La lettura delle emozioni

Ognuna di esse ha una funzione biologica e di sopravvivenza e per esprimersi deve trovare le giuste condizioni: i bodyworker possono fare molto per assicurare la fluidità della comunicazione interna attraverso il lavoro corporeo che rilascia betaendorfine.

“Le betaendorfine sono l’asse portante del nostro benessere”, spiega Soresi. “Intervengono nei concetti di fame, emozioni, dolore, cure materne, comportamenti sessuali, ricompensa alla cognizione. In senso più ampio, controllano stress e omeostasi. Le emozioni bloccate non sono altro che i recettori degli oppiacei che non sono stati ben stimolati al momento giusto. Tutta la periferia delle radici spinali è piena di recettori. Più si lavora bene su di essi, più tutto trova armonia anche a livello centrale perché il cervello è sempre frutto di ciò che avviene in periferia: il cervello si costruisce in funzione di azioni neuromotorie, di percezioni, del sentire. L’importanza di attivare il sistema dei recettori in periferia è aiutare la mente agendo sul corpo. Lavorare sul mondo biologico per ridare un senso diverso all’essere al mondo”.

I robot non risuonano

La reciprocità nutre la relazione, che è a doppio senso: mentre tocco sono toccato, da qui l’importanza di stare in ascolto di sé mentre si accoglie. Attraverso l’altro sento me e dichiarare ciò che provo – anche la mia fragilità, insicurezza o difficoltà – fa emergere un’ulteriore porta d’entrata relazionale. E’ proprio la componente umana, il coinvolgimento, a differenziare la relazione dalla semplice interazione gestita da un robot o programmabile da pc. E poi la relazione ti lascia diverso, ti cambia. Recuperando un aspetto di Neuroetica: l’ultimo step del ‘movimento empatico’ è proprio la trasformazione del Sé. Non siamo più 1+1, ma il prodotto di questo incontro, con proprietà differenti. In una semplice interazione questo non avviene, è qualcosa di puramente meccanico. “Essere sistema, insieme partecipante di parti costantemente interagenti, apre possibilità di cambiamenti che altrimenti non sarebbero possibili – medita D’Angelo – Ha a che vedere con la moltiplicazione, la dimensione in cui la trasformazione può avere luogo. Questo ha a che fare col sacro. Tutto ciò grazie alle emozioni, al risuonare come diapason.

Entanglement

“Lavorare sulla percezione, sul sentire, è come sistemare bene qualsiasi impianto hi-fi. Trovare la sintonia giusta, questo conta. Nel momento in cui ti sintonizzi entri nella neuromodulazione e ridai vita a tutto il sistema delle endorfine”, sintetizza Soresi, che chiude: “E’ la stessa fisica quantistica (un gioco di relazione tra onda e particelle), se ben compresa, a offrire una nuova visione, dove a un mondo fatto di cose materiali si sostituisce un mondo fatto di relazioni, di connessioni, che si rispondono in un inesauribile gioco di specchi, senza toccarsi. La chiave è dunque la relazione intesa come entanglement (intreccio, trama comunicante che condivide informazioni telepaticamente anche a grande distanza): tanto più mi sintonizzo, tanto più tutto si armonizza”.
E’ un meccanismo cosmico che agisce a tutti i livelli, anche in noi, a livello concreto, molecolare. Questa sintonizzazione è data dalla centratura della persona, tenendo presente che il centro non è uno, ma è una relazione tra centri, che però non deve essere autoreferenziale. Relazione è rischio (di perdere l’equilibrio personale per guadagnarne uno nuovo, che è quello della relazione), ma anche necessità per un essere vivente per perpetrare la sopravvivenza. La relazione va nutrita perché esistiamo insieme. Offrendo spazio, prendendo spazio, in vibrazione.

Conclusioni

Un dialogo a più voci in cui sono stati citati Susan Sontag, Carlo Rovelli, Emily Dickinson, Marcel Proust, Oliver Sacks, Chandra Livia Candiani, John Cage. Arte, letteratura, musica, fisica: non si può parlare dell’essere umano, e della relazione, senza integrare tutte queste forme di espressione.
“Il periodo Covid è interessante dal punto di vista culturale”, ha concluso Soresi. “Anche se manca una relazione ‘normale’ c’è un input culturale potentissimo in tutti i campi, ed è questo che porta l’uomo a evolversi, da sempre. La cultura è la premessa alla base di ogni crescita, usiamo questo tempo di limitato contatto fisico per evolvere le nostre relazioni e volare (più) alto”. Usiamo il cervello sempre meglio nella sua funzione essenziale: sentire sensazioni ed emozioni! Ci aiuterà a pensare con maggiore chiarezza, e anche a prendere decisioni!

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