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Roberto Vacca: “Non penso che le AI possano mettere a rischio il genere umano”


Non passa ormai giorno senza che le AI non infiammino un dibattito etico e filosofico che oscilla costantemente tra il fascino per l’innovazione e il terrore apocalittico. Ciclicamente, titoli di giornale, servizi tv, post sui social e dichiarazioni di ricercatori ed esponenti delle Big Tech rilanciano l’allarme sul “rischio di estinzione dell’umanità” (il cosiddetto rischio esistenziale o x-risk), sostenendo che sistemi artificiali sempre più complessi possano improvvisamente sfuggire al controllo umano.

Tuttavia, analizzando la questione con rigore logico ed epistemologico, occorre distinguere tra la reale complessità della gestione tecnologica e le narrazioni antropomorfiche che attribuiscono alle macchine intenzionalità, volontà o una “super-intelligenza” autonoma. Spogliare l’intelligenza artificiale da questo alone mitologico significa riconoscerne la natura per ciò che è realmente: uno straordinario strumento di elaborazione statistica e simbolica, incapace, almeno per il momento, di generare pensiero cosciente.

Per comprendere dove finisce la realtà tecnica e dove inizia la suggestione narrativa, è prezioso il punto di vista di chi ha vissuto in prima persona l’intera storia dell’informatica moderna, dalle sue prime architetture hardware fino ai grandi modelli attuali. Abbiamo chiesto a Roberto Vacca, personaggio che – come ingegnere informatico, scrittore, pure di fantascienza, e divulgatore scientifico – ha attraversato l’intero secolo delle nuove tecnologie, dai primi computer alle attuali AI. Ci ha risposto con la sua capacità di andare dritto al punto non disgiunta dall’altrettanto sua proverbiale, sottile e intelligente ironia.

Prof. Vacca, lei che con il suo “Il medioevo prossimo venturo” ha prefigurato la “degradazione dei grandi sistemi”, come commenta dichiarazioni come quella del ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, analoga ad altre uscite con toni simili nell’ambiente, secondo cui le AI potrebbero “sfuggire di mano” e “determinare la fine del genere umano”? E in generale, lei che ha attraversato l’intero secolo dell’informatica, come vede il futuro di queste tecnologie?

Roberto Vacca: I Large Language Models (LLM) sono interessanti e abilissimi sistemi per simulare testi che paiano prodotti da umani e che vanno usati con vantaggio e con circospezione, per esempio, per ricerche bio-bibliografiche. Copiano (analoghi di patchwork), interpretano, ricostruiscono automaticamente testi scegliendone contenuti tratti da enormi vocabolari e seguono regole grammaticali e sintattiche efficaci. I risultati che propongono sono spesso plausibili, ma arduamente si potrebbe sostenere che generino concetti o asserzioni intelligenti. La stessa locuzione “intelligenza artificiale” è fuorviante (“misnomer”).

Dissento da Dario Amodei (sebbene sia bravissimo e stimabile) che le “AI” possano mettere a rischio il genere umano o sue porzioni rilevanti. Da millenni alcuni pensatori, filosofi, ideologi, profeti hanno proposto concetti, teorie, credenze false, dannose, prive di senso, ma non hanno prodotto sconcerti tanto gravi. Certo i seguaci di Hegel e di altri idealisti hanno perso molto tempo.