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Nutrizione e cancro: quali evidenze?


Con un commento finale a cura della dott.ssa Cecilia Invitti, endocrinologa, diabetologa, ricercatrice, responsabile del Servizio Lifestyle Medicine e direttore del Laboratorio di Ricerca in Medicina Preventiva, entrambi di Auxologico, coautrice di Dietasalute. L’alimentazione per dimagrire, prevenire, restare in forma (Sperling & Kupfer).

Se ne parla ormai da decenni, ma la medicina ufficiale stenta ancora a riconoscerne il ruolo. Con la giustificazione che mancano tuttora prove scientifiche evidenti e incontrovertibili ma, soprattutto, condivisibili nei protocolli per il trattamento dei vari tipi di tumore. In mancanza di questo, il campo è lasciato alle libere scorribande di guru della sana nutrizione, libri divulgativi, incontri e lezioni per prevenire e curare il cancro con la nutrizione. Non c’è dubbio che il tema sia non solo affascinante, ma addirittura intrigante per ognuno di noi. Mangiare è un atto quotidiano. E del resto abbiamo evidenza quanto il cibo, ciò che introduciamo nel nostro corpo più volte al giorno, possa in effetti, nel corso degli anni, condurre ad alterazioni del nostro metabolismo fino alla malattia. Sappiamo come sovrappeso, obesità, sindrome metabolica e diabete abbiano un ruolo nella genesi di patologie che interessano vari organi, distretti e funzioni del nostro organismo. E sappiamo che fare maggiore attenzione a quanto mangiamo, limitando l’eccesso di carboidrati e zuccheri, possa mantenerci in migliore salute più a lungo, o a recuperare uno stato di salute, associando ciò a una regolare a adeguata attività fisica. Ancora, sappiamo come l’infiammazione possa essere favorita da una cattiva alimentazione e come lo stato infiammatorio possa creare un terreno favorevole allo sviluppo e al mantenimento di molte malattie. Quindi perché non può esserci un legame tra nutrizione e cancro?

In effetti nessuno lo nega, e anzi sempre più medici sono orientati a impostare diete adeguate non solo per combattere il cancro, ma anche per aiutare i pazienti a sopportare le terapie oncologiche, sia radio che chemioterapiche. Prova ne sia, solo per fare un esempio, il pluridecennale impegno dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano nel campo della alimentazione e nutrizione in oncologia che prevede anche tutta una serie di pubblicazioni e decaloghi ad uso dei pazienti. Sulla questione entra oggi in campo la rivista Science con un lungo articolo a firma di Jocelyn Kaiser in cui vengono affrontate anche le esperienze italiane e di ricercatori italiani operanti all’estero tra cui, in particolare, quella di Valter Longo e la sua “dieta mima-digiuno”.

Dieta chetogenica e cancro

Vicky Makker è una oncologa del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York e quando gli capita una paziente con cancro dell’endometrio che si è diffuso o recidivo, sa che le prospettive non sono buone. Anche dopo radioterapia e trattamenti farmacologici, la maggior parte delle donne con malattia avanzata muore entro 5 anni. Makker avrebbe una pallottola da sparare, l’inibitore della fosfatidilinositolo 3-chinasi (PI3K), farmaco utilizzato in questo e in altri tipi di cancro, spesso però senza successo. Ora però Makker sta tentando di rendere le cellule tumorali più vulnerabili al farmaco sottoponendo i pazienti a una dieta chetogenica (regime a basso contenuto di carboidrati sostituiti in genere da carne, formaggio, uova e verdure) in base agli studi sul metabolismo cellulare e a prove di laboratorio in cui sembra che una dieta chetogenica può contrastare la resistenza dei tumori a questo tipo farmaci. Anche se la stessa Makker ammette che tutto ciò è molto al di fuori del pensiero clinico tradizionale. Tra i molti commenti in merito, quella della ricercatrice oncologica britannica Karen Vousden del Francis Crick Institute di Londra: “”C’è una grande industria in questo settore, ma non si basa su una reale comprensione di quello che sta succedendo in una cellula tumorale”.

Per questo motivo le ricerche sulle correlazioni tra cancro e nutrizione hanno avviato tutta una serie di studi laboratoristici per rendere le prove più solide. Soprattutto c’è bisogno di capire, come illustra bene l’articolo odierno di “Science”, quali componenti della nostra nutrizione possono favorire o inibire una efficace terapia dei vari tipi di tumore. Siccome ciò di cui nutriamo è alla fin fine chimica, amminoacidi, ormoni, molecole, occorre scoprire e capire quali di questi eliminare o rafforzare per curare, e magari, per prevenire alcune forme tumorali. Possiamo perciò dire che la dieta chetogenica, se la intendiamo come parte della terapia oncologica, sia indicata per tutti i tipi di tumore? Ancora non è dato sapere. Anzi, taluni ricercatori avvisano che  una dieta chetogenica potrebbe ritorcersi contro e alimentare la crescita di tumori che amano i grassi, come quelli del seno e della prostata e altri con determinate mutazioni. In alcune ricerche si è poi scoperto che la dieta chetogenica ha stimolato la crescita del tumore nei topi con leucemia. In un recente studio, i ricercatori hanno scoperto che, contrariamente al pensiero prevalente, i tumori del glioblastoma possono aggirare la carenza di glucosio nutrendosi di corpi chetonici. Per sfruttare in sicurezza una dieta chetogenica come trattamento, “è necessario capire veramente come e dove funziona”, dice l’oncologo Matthew Vander Heiden del Koch Institute for Integrative Cancer Research presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT).

Dieta mima-digiuno e cancro

Ideata da Valter Longo, professore di Biogerontologia e Direttore dell’Istituto sulla Longevità a USC (University of Southern California) – Davis School of Gerontology di Los Angeles e direttore del programma di ricerca di Longevità e Cancro presso l’Istituto di Oncologia Molecolare IFOM di Milano, la dieta mima-digiuno ha da una parte attirato l’attenzione del pubblico a livello mondiale, anche per l’efficace campagna di marketing utilizzata, ma anche l’attenzione nonché le critiche di molti medici. Non mancano anche in questo caso gli studi e le pubblicazioni scientifici. Ma hanno dimostrato in modo definitivo che la dieta mima-digiuno sia efficace sia nel prevenire che nella terapia del cancro? Le prove di Longo si basano soprattutto su sperimentazioni animali, su topi, rare sono invece le sperimentazioni protratte su malati di tumore, anche per scarsa adesione al rigido regime alimentare. La teoria alla base della dieta mima-digiungo è quella secondo cui le cellule tumorali si “nutrono” di glucosio e dato che il digiuno abbassa i livelli di glucosio nel sangue, questo sì che le cellule sane si adattino in modo protettivo e “affama” le cellule tumorali che devono crescere. Il digiuno riduce anche la produzione nel corpo di ormoni, come l’insulina, che possono guidare la crescita del tumore. Entrambi gli effetti possono rendere le cellule tumorali più suscettibili alla chemioterapia. Per rafforzare le prove a favore della sua dieta mima-digiuno Longo e il suo  team hanno presentato domanda al National Cancer Institute degli Stati Uniti per una sovvenzione di 12 milioni di dollari per eseguire uno studio clinico su 460 pazienti in 11 ospedali con una dieta che imita il digiuno e chemioterapia per il cancro al seno.

Il futuro delle ricerche su nutrizione e cancro

Come abbiamo detto all’inizio e come fa comprendere l’articolo pubblicato oggi da “Science”, le evidenze riguardo le correlazioni tra nutrizione e cancro fino ad oggi si sono limitate ad osservazioni aneddotiche, casistiche di singoli clinici e ricercatori in campo nutrizionale, non su un solido apparto di studi condotti da più centri sanitari mondiali sui pazienti oncologici, come la ricerca biomedica richiede. Al di là del fascino suscitato in tutti noi da questo tipo di argomenti, dato che investono la vita quotidiana nostra e dei nostri cari, il cammino è ancora lungo per ottenere chiarezza sulle possibilità di applicazione nei vari casi oncologici. Come dice Jocelyn Kaiser a conclusione del suo articolo, sulla scorta di quanto affermano altri ricercatori attenti a questo settore: «il campo della dieta antitumorale impiegherà anni per passare da “incursioni frammentarie” a una chiara comprensione dei pro e dei contro di ciascuna dieta. Anche stabilire che una dieta specifica funziona abbastanza bene da diventare parte delle cure cliniche di routine richiederà tempo. Ma combattere il cancro con la dieta non è più un’idea marginale. Il campo è all’inizio di una nuova era in cui le persone prenderanno davvero in seria considerazione la dieta. I tempi sono maturi».

Abbiamo chiesto un commento all’articolo di Science di cui si parla qui a Cecilia Invitti, endocrinologa, diabetologa, ricercatrice, responsabile del Servizio Lifestyle Medicine e direttore del Laboratorio di Ricerca in Medicina Preventiva, entrambi di Auxologico, coautrice di Dietasalute. L’alimentazione per dimagrire, prevenire, restare in forma (Sperling & Kupfer).

Articolo molto interessante che tratta il tema dell’associazione di diete specifiche per ridurre la crescita tumorale o potenziare l’effetto di farmaci antitumorali e della radioterapia.

Le diete proposte (chetogenica per ridurre salita di insulina che è fattore di crescita, ipoproteiche  per ridurre apporto di aminoacidi che nutrono le cellule tumorali o digiuno breve prima della chemioterapia) si sono dimostrate efficaci nel topo, ma:

a)    l’efficacia delle diverse diete dipende dal tipo di tumore e dalle mutazioni di questo (non si può consigliare la stessa dieta ad un cancro della mammella ed ad uno del colon), quindi prima di consigliarle è necessario approfondire i meccanismi con cui i nutrienti stimolano la crescita di specifiche cellule tumorali. I tumori infatti sono in grado di aggirare le carenze di un nutriente imparando ad utilizzarne un altro (per es. il glioblastoma che usa i corpi chetonici quando non ha glucosio a disposizione) o sintetizzandolo da soli.

b)   adottare una dieta carente di nutrienti potrebbe essere difficile da sostenere da pazienti tumorali defedati o perché non palatabile.  Per questo motivo si stanno studiando diete specifiche per il tipo di tumore palatabili, da consegnare ai pazienti. Qui nasce il problema dei costi da sostenere.

Dovremo aspettare i risultati degli studi clinici in corso nell’uomo che valuteranno:

a)    effetto del semidigiuno prima della chemioterapia in pazienti con ca mammella

b)   effetto di pasti precostituiti ipoglucidici in pazienti con cancro dell’endometrio e mutazione che aumenta la PI3K che favorisce la crescita tumorale

c)    effetto della dieta chetogenica sulle risposta alla chemioterapia in pazienti con ca pancreas

d)   effetto di frullati privo di specifici aminoacidi su risposta alla chemioterapia

Nel complesso penso che ci sia un razionale per cercare di migliorare la prognosi di pazienti tumorali con la dieta, ma fino a quando non ne sapremo di più, il consiglio per questi pazienti resta quello di ridurre drasticamente gli zuccheri semplici e consumare prevalentemente  le proteine di origine vegetale.

Aggiornamento:

La cosa entusiasmante è che sempre più spesso, ormai, compaiono lavori di ricerca sul ruolo della nutrizione nella salute e nella malattia. Di un paio di due giorni fa è il lavoro dal titolo “Processed foods drive intestinal barrier permeability and microvascular diseases” pubblicato da Science Advances che nella parte finale dedicata alla discussione dice: “È diventato sempre più evidente che la moderna dieta occidentale, composta da alimenti trasformati ricchi di grassi, zuccheri e sale, contribuisce in modo significativo alla problematica dell’obesità, che manifesta anche una vasta gamma di patologie degli organi interni, come la steatosi epatica non alcolica, alcuni tipi di cancro, diabete di tipo 2 e malattie macro e microvascolari correlate. Lo stile di vita di una parte sostanziale delle popolazioni dei paesi sviluppati è caratterizzato da un’elevata assunzione di cibi pronti come cereali per la colazione, biscotti e snack, che sono stati sottoposti a trattamento termico elevato. La trasformazione alimentare altera la struttura chimica dei prodotti alimentari e, in tal modo, aumenta la shelf-life (“vita di scaffale”), l’appetibilità e le proprietà sensoriali, migliorando intrinsecamente gusto e potenzialmente stimolando i centri di ricompensa del cervello, che porta a eccesso di cibo. Sebbene i produttori possano tentare di limitare il contenuto di grassi, zuccheri e sale di questi prodotti per soddisfare le linee guida per un’alimentazione sana, questi alimenti sono spesso fonti ricche di AGE (prodotti finali della glicazione avanzata). Qui, abbiamo stabilito che la componente AGE degli alimenti trasformati è un mediatore del rischio di malattie microvascolari”.