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J. Edgar, un brutto film di un grande regista


Ho aspettato tre giorni per capire se J. Edgar, il nuovo film di Clint Eastwood, mi sia piaciuto oppure no. Ho deciso che non mi è piaciuto. Mentre non avevo avuto dubbi sul precedente di Eastwood, Hereafter, tanto da vederlo e rivederlo più volte, sempre con partecipazione ed emozione, J. Edgar mi ha lasciato perlopiù indifferente. A tratti addirittura annoiato. L’atmosfera è cupa, crepuscolare, artificiosa, greve. La storia, tratta dalla sceneggiatura di Dustin Lance Black (quello di Milk), sarà pure originale rispetto alle classiche biografie filmate, ma con i suoi continui rimescolamenti temporali, alla fine non coinvolge più di tanto.

Il famoso “senso di morte” che Eastwood va sviluppando nelle sua filmografia senescente, qui non lascia speranze. Puoi essere l’uomo più potente d’America in pubblico, e un povero mentecatto in privato. Di fronte alla morte dell’unica persona cara, crolli come un gigante dai piedi d’argilla (come si è spesso affermato del potere Usa). E lo stesso Hoover se ne va dalla scena terrena riverso ai piedi del letto, solingo, bolso e denudato. Dopo aver accarezzato l’idea della longevità energica, e forse dell’immortalità, a botte di endovene multivitaminiche.

Leonardo Di Caprio (J. Edgar Hoover) è bravo? Certo. Il trucco che lo invecchia però lo rende fastidioso e ridicolo. E ancor di più l’invecchiamento siliconoso di Armie Hammer (Clyde Tolson), braccio destro di Hoover all’Fbi e amante nel privato. Con tanto di litigi tra i due integerrimi a mo’ de Il vizietto. L’invecchiamento maldestro e artificioso di Hammer ricorda troppo quello del vecchio de I soliti idioti per poter restare seri per il resto del film. Insomma, J. Edgar è un brutto film di un grande regista.