• ottobre: 2018
    L M M G V S D
    « Set    
    1234567
    891011121314
    15161718192021
    22232425262728
    293031  
  • Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

    Segui assieme ad altri 1.357 follower

  • Statistiche del Blog

    • 282.790 hits
  • Traduci

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

    Segui assieme ad altri 1.357 follower

“A caro prezzo”: un’analisi del libro di Carl Hart


(Post di Ludmilla Soresi, psicologa) Nei giorni scorsi sono entrata nella libreria Il Trittico (Milano, via S. Vittore 3) per ritirare un libro da donare. Il regalo è arrivato anche per me, grazie a un suggerimento di lettura lì ricevuto: “A caro prezzo. Droghe, a_caro_prezzo_01neuroscienze e pregiudizi sociali” (Neri Pozza, 2018) è il testo che ho incontrato tramite un rapido dialogo su un libro di A. Codignola di recente recensito in questo spazio da Enzo Soresi (“LSD. Da Albert Hofmann a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris: storia di una sostanza stupefacente”).

L’autore di “A caro prezzo” è Carl Hart, ricercatore statunitense, membro del National Advisory Council on Drug Abuse e professore di psicologia e Psichiatria alla Columbia University.

Carl Hart, come scritto nella sovraccoperta del suo libro, è un afroamericano cresciuto in uno dei peggiori sobborghi di Miami. Aveva solo dodici anni la prima volta che ha visto con i suoi occhi la scena di un omicidio “per questioni di droga” […].

Questo libro […] É il magnifico memoir di un giovane uomo che si è sottratto al suo destino di emarginazione e, ad un tempo, un prezioso contributo scientifico che mostra come l’isteria emotiva che aleggia intorno alle droghe illegali oscuri i veri problemi.

Il paradigma per il quale è la sostanza stupefacente stessa a produrre inevitabilmente “dipendenza”, e a interferire a tal punto con le funzioni vitali da indurre comportamenti autodistruttivi, si dimostra in queste pagine, alla luce di molteplici esperimenti scientifici, del tutto errato. La causa della “dipendenza”, che concerne il 10-25 per cento di coloro che entrano in contatto con le droghe, anche le più socialmente stigmatizzate come l’eroina e il crack, va ricercata non nella sostanza stessa, ma nelle condizioni della sua assunzione. Emarginazione, alienazione sociale, bisogni relazionali insoddisfatti, assenza di ogni altra possibile “ricompensa” sono le cause reali che conducono alla “dipendenza”. Ultimata la lettura di questo libro, carcere e leggi sempre più severe contro le droghe, assimilate a forze magiche, al “male assoluto”, si svelano perciò come le misure più erronee e irragionevoli possibili per cambiare davvero le cose nell’uso delle sostanze stupefacenti tra le fasce marginalizzate della popolazione.

Le pagine di Hart mi hanno fatto pensare ripetutamente ai concetti psicologici di equifinalità (da condizioni di partenza differenti, si può giungere a simili risultati) e multifinalità (da condizioni di partenza simili, si può giungere a esiti differenti), e all’approccio psicoterapeutico di Michael White, di recente scoperto nel corso di lezioni alla scuola di psicoterapia d’orientamento sistemico e socio-costruzionista che sto frequentando (Centro Panta Rei, Milano).

Secondo quanto un docente presso questa scuola, dott. Maurizio Frisina, ci ha descritto, sia del suo approccio alle dipendenze nell’ambulatorio in cui lavora in Belgio, sia dell’approccio narrativo dello psicoterapeuta australiano Michael White, nella dipendenza la sostanza assume una presenza, quasi come se si trattasse di una persona in piú nel sistema nel quale l’individuo vive.

La dipendenza rappresenta, secondo questo approccio, una risposta disfunzionale ma anche una buona domanda, nel senso che la psicoterapia si pone come spazio per sostenere e accompagnare il paziente nell’individuazione di un’altra soluzione, non disfunzionale.

Nella dipendenza, che occorre spesso in persone deluse dal punto di vista relazionale, il prodotto diventa la risposta a tutto, diviene oggetto di una relazione sostitutiva di tutte le altre.

Trovo interessante in questo approccio l’utilizzo del termine prodotto anziché sostanza. Prodotto rende l’idea di una risultante di un processo: al principio, la risposta che l’individuo trova nel prodotto risulta essere una relazione soddisfacente sostitutiva. E’ successivamente che, neppure a livello fisiologico, continuerà a essere una risposta utile. Ed è allora che il sistema (la persona) che si è strutturato attorno a questo sintomo entra in crisi, compromettendo, nei casi più gravi, il funzionamento nella vita quotidiana e nelle relazioni.

Per tornare alle pagine che ho trovato maggiormente interessanti, inclusi gli spunti in esse presenti per sottofondi musicali (Hart, da adolescente, lavorò come Dj e si esibì con rapper quali Run-DMC e Luther Campbell), riassumo qui alcuni dei temi e degli studi che ho preferito, che evidenziano l’importanza del linguaggio e del dialogo, delle emozioni, delle relazioni e l’utilità-necessità di non cadere nel riduzionismo.

Come scrive l’autore, molto di ciò che non ha funzionato nel nostro modo di affrontare il problema della droga è dovuto alla confusione operata tra cause ed effetti. Sono state attribuite al consumo di droga in quanto tale le conseguenze delle politiche antidroga, della povertà, del razzismo istituzionale e di altri fattori a prima vista non così evidenti. Una delle lezioni fondamentali della scienza è che l’esistenza di una correlazione o collegamento tra due fattori non implica necessariamente che uno sia causa dell’altro. Questo principio basilare, purtroppo, di rado è stato determinante per delineare le politiche pubbliche in materia di droga (p. 32).

Per quanto concerne il fattore linguistico, Hart riassume uno studio comparativo condotto da Todd Risley e Betty Hart (1995) che, seguendo bambini d’età compresa fra i 3 mesi e i 7 anni, appartenenti a 42 famiglie, prese in esame il numero di vocaboli sentiti dai figli di professionisti, di operai e di famiglie assistite dai servizi sociali, concentrandosi sul modo in cui i genitori si rivolgono ai loro figli.

Questo rientra fra i numerosi studi che hanno messo in luce l’esistenza di un incisivo impatto svolto dall’educazione dei genitori, dallo stile della comunicazione con i bambini e dal vocabolario sul primo apprendimento linguistico e sulla preparazione alla scuola.

Dunque, fattori meno evidenti come l’esposizione a un lessico ampio o limitato e la variabile degli stimoli e controstimoli linguistici possono avere sul futuro di un bambino un’incidenza più decisiva di altri fattori, quali le droghe (pp. 48-50).

[…] I risultati di studi recenti mostrano che i bambini con un background familiare di estrazione operaia (come quello di Hart) sviluppano una spiccata empatia; sono più abili nel decifrare le emozioni degli altri ed è più probabile che riescano a rispondervi con gentilezza (p. 50).

[…] nel corso dell’adolescenza, Hart, che aveva imparato presto a osservare e a fare molta attenzione prima di aprire bocca, si rese conto della forza che avrebbe potuto ricavare dal possedere una maggior competenza linguistica e si impegnò da allora per espandere il proprio vocabolario.

Un altro studio citato dall’autore inquadra alcune differenze esistenti fra famiglie con due differenti approcci genitoriali, definiti da Laureau “formazione intensa” (Laureau) e “realizzazione della crescita naturale”. Nel primo caso, si tratta di uno stile che non prevede punizioni corporali e che viene applicato quasi esclusivamente tramite interazioni verbali. L’idea di base è quella d’insegnare ai figli un ragionamento di ordine morale, non la semplice obbedienza. Nel secondo caso, lo stile prevede, purtroppo, anche punizioni corporali, ed è essenzialmente volto, tramite scarne interazioni verbali, ad addestrare all’obbedienza (p. 53).

L’importanza delle emozioni, della loro espressione e riconoscimento, si coglie in più pagine nel corso del testo. Per esempio al principio, quando l’autore racconta che sin dall’età di 6 anni iniziò a nascondere i propri sentimenti, debolezze e necessità, per sopravvivere nel contesto, familiare e allargato, nel quale è cresciuto. Questo era l’unico modo, allora, per ripararsi da ulteriori sofferenze, ma oggi Hart riconosce che tuttora sente nelle proprie relazioni gli “effetti collaterali” di questa reazione risalente all’infanzia (p. 38).

I seguenti passi del testo lo trascrivo come premessa al riassunto che Hart ci offre dell’“ipotesi dopaminergica”, inclusi gli studi che l’hanno sostenuta e ne hanno evidenziato le criticità.

“[…] La mia esperienza personale mostra come si possa diventare scienziati senza essere stati dei bambini con problemi di socialità. Diversamente da molti miei colleghi di laboratorio, io non me ne stavo chiuso in casa a fantasticare su ragazze inarrivabili […]. Non ero un fanatico della scienza, sempre e solo appiccicato ai miei libri, e nemmeno il classico imbranato che non riesce nemmeno a rivolgere la parola alla compagna di classe […] la mia esperienza illustra quanto sia problematico ridurre la complessità del comportamento umano a definizioni semplicistiche come “dipendenza” e al tentativo di incriminare specifici agenti chimici operanti nel cervello per spiegare le azioni di un individuo. Con questo approccio non si tiene nella giusta considerazione il contesto all’interno del quale si verifica il comportamento in esame. E, inoltre, si pone un’enfasi ingiustificata nell’individuare una spiegazione dal punto di vista cerebrale, laddove una comprensione approfondita del comportamento e del contesto risulterebbe molto più utile a livello esplicativo, nonché per un eventuale intervento sul comportamento stesso” (p. 96).

L’“ipotesi dopaminergica” trae le sue origini da un’osservazione accidentale di James Olds e Peter Milner presso i laboratori della McGill University a Montreal, nei primi anni Cinquanta. I due studiosi avevano sentito, durante una conferenza, che la rete cerebrale allora conosciuta come Sistema di Attivazione Reticolare (RAS), se stimolata elettricamente, avrebbe spinto il topo-cavia a ricordare meglio la via d’uscita da un labirinto. […] Olds e Milner studiarono a loro volta questo aspetto. Nel corso del loro esperimento con topi, posti in una scarola-labirinto, essi scoprirono di aver accidentalmente collocato gli elettrodi in modo tale che toccassero il Fascicolo Proencefalico Mediale (MFB). Si resero conto che la stimolazione di questa regione rendeva i topi curiosi e risvegliava il loro interesse nell’esplorare l’ambiente nel quale erano stati collocati. Anziché sollecitare manualmente il cervello dei roditori, decisero di porre leve all’interno delle gabbie, lasciando che fossero i roditori stessi ad autostimolarsi. […] alcuni di loro arrivarono ad azionare la leva fino a settecento volte in un’ora. […] in realtà, molte cavie non impararono ad autostimolarsi e non ci fu modo di addestrarle a farlo. Come per la dipendenza dalla droga, non si tratta di un fenomeno che si può comprendere se viene isolato dal resto dell’ambiente circostante […] e proprio come per la dipendenza dalla droga, il vero comportamento compulsivo si potè osservare esclusivamente a determinate condizioni. Con queste ricerche, Olds e Milner non hanno semplicemente individuato una regione cerebrale che, se stimolata, potenzia l’apprendimento, bensì hanno scoperto un qualche tipo di “punto della gioia” – e infatti quell’area del cervello – scrive Hart – divenne nota come centro nevralgico della “ricompensa” o del “piacere”. Negli anni Sessanta, altri ricercatori riscontrarono che il neurotrasmettitore più diffuso in questa regione è la dopamina e che l’MFB trasmette segnali tra le regioni che attualmente riteniamo coinvolte nei meccanismi di piacere e desiderio, come il nucleus accumbens. […]

Con il tempo, le informazioni acquisite sui neurotrasmettitori e sui recettori sono diventate sempre più ricche e complesse, ed esistono prove in continua espansione che gettano seri dubbi su questa visione semplicistica del meccanismo della ricompensa. Tuttavia, come scrive Hart, la teoria sul ruolo della dopamina nel meccanismo di ricompensa non è stata rivista e aggiornata (pp. 99-101). Per esempio, una ricerca cui Hart ha partecipato, volta a indagare gli effetti di nicotina e cocaina, e successivi studi che ne hanno confermati i risultati, hanno evidenziato che la dopamina non viene rilasciata solo in condizioni di piacere, ma anche in corrispondenza di esperienze cariche di tensione o inquietudine (pp. 103-104).

Infine, queste sono alcune delle pagine che ho trovato più significative nel comunicare quanto le relazioni interpersonali possano avere un impatto potente sullo stile di vita di un individuo:

“Le relazioni sociali vengono spesso viste esclusivamente in chiave di influenza negativa rispetto al consumo di droga. Tuttavia, ciò che non viene registrato è la complessità dei comportamenti di gruppo. Gli esseri umani hanno concertato da sempre dei meccanismi per determinare cosa è “noi” e cosa è “loro”, e il consumo di un determinato alimento o di una droga specifica è una maniera tipica per stabilirlo. I ragazzi più giovani sono particolarmente sensibili a questi segni di appartenenza e quindi, se il prezzo per far parte di un gruppo è l’assunzione di una droga, molti sono disposti a pagarlo. (p. 116)

“Il ruolo svolto dai fattori sociali è parte importante del fallimento dell’“ipotesi dopaminergica” o di altre visioni basate sulla pura biologia, come quelle proposte nei miei primi lavori, nel fornire una spiegazione significativa ai problemi della dipendenza. […] una forma patologica di consumo è in gran parte provocata da bisogni relazionali insoddisfatti, da condizioni di alienazione sociale e da difficoltà nel rapportarsi con gli altri. […] L’importanza del ruolo svolto dalle connessioni sociali rispetto all’uso patologico delle droghe è stata riconosciuta, in realtà, nei primi lavori scientifici sulla dopamina, se si sa dove cercare; ed è anche contemplata nei principi del comportamento individuati in origine da B.F. Skinner. In effetti, anche nel modello di dipendenza osservato nei topi – si tratta solo di modelli, visto che le cavie non possono riflettere la complessità del comportamento umano – è evidente che un’assunzione smodata di droga non origina semplicemente da un accesso illimitato alla sostanza” (pp. 117-118).

Ciò fu dimostrato nella serie di esperimenti “Rat Park”, condotta dallo psicologo canadese Bruce Alexander e dai suoi colleghi alla fine degli anni Settanta […]”. In breve, questi ricercatori riscontrarono che, “in determinate circostanze, le cavie in isolamento arrivavano ad assumere una dose di morfina venti volte maggiore rispetto ai loro simili che vivevano in comunità. Risultati dello stesso tenore sono stati attualmente riscontrati a proposito della cocaina e dell’anfetamina. […] esiste una marea di prove, raccolte sugli animali e sugli esseri umani, a dimostrazione del fatto che, a una determinata serie di condizioni, l’offerta di rinforzi alternativi comporta una diminuzione del consumo di droga” (pp. 118-119)

Concludo con una fra le citazioni in epigrafe, che accompagnano ogni capitolo del testo:

[Spero che] abbandonerete il bisogno di semplificare tutto […] per cominciare ad apprezzare il fatto che la vita è complessa (Morgan Scott Peck, psichiatra).